Maggio 2, 2026
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La Questione Europea, parte III: la verità è nei dettagli

In politica, il potere gioca su più livelli e ciò che ci viene raccontato è solo lo strato superficiale di qualcosa di più profondo. La verità assoluta sembra quindi irraggiungibile, a meno che non si indaghi sui dettagli.

Di Alessio Cardinale, CEO e direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

La verità sui fatti storici e sulle scelte che li hanno determinati non è reperibile dai titoli dei giornali né dai discorsi ufficiali dei protagonisti delle Istituzioni. Essa si annida nei dettagli, nei collegamenti tra gli eventi e nelle dinamiche che pochi hanno la capacità (e la voglia) di approfondire. In più, la ricerca della verità storica è fortemente condizionata da due fattori, e cioè dalla volontà politica di camuffarla e dal tempo: più siamo vicini temporalmente all’accadimento di quei fatti su cui si intende indagare, più è difficile individuare i segreti obiettivi che hanno determinato certe scelte; più ci allontaniamo con il tempo dal momento in cui i fatti si sono verificati, più chiari sono i motivi che hanno spinto i “decisori” di quel tempo a preferire alcune scelte ad altre che erano in teoria più utili e sostenibili.

La verità assoluta è sempre complessa e irraggiungibile, poichè il potere gioca su più livelli e spesso ciò che appare evidente è solo lo strato superficiale di qualcosa di più profondo. Per avvicinarci alla verità, è fondamentale mettere insieme i pezzi, individuare le connessioni che non vengono mai evidenziate dai media e lavorare sui dettagli più piccoli, che sfuggono all’osservazione perché in apparenza insignificanti. La ricerca della verità è, pertanto, un esercizio di riflessione, di attenzione ai dettagli e soprattutto di logica; logica storica, in particolare, che ci viene in aiuto quando tutte le false ipotesi legate alla narrazione ufficiale cadono una ad una e lasciano aperte, al massimo, solo una o due possibilità, spesso complementari e intrecciate tra loro, ma sicuramente plausibili. Sempre più spesso, infatti, sono i risultati storici susseguenti a certe scelte a suggerire la verità dei “perché” (quelle stesse scelte sono state fatte), lasciando coperta spesso la verità dei “chi” (quelle stesse scelte ha fortemente voluto). Così analizzando i fatti, i dettagli trovano miracolosamente una loro collocazione, come in un puzzle dalle tessere mancanti, e tutto nel tempo diventa più chiaro.

Per esempio, in tema di dettagli nessuno ha mai fatto notare l’assurda decisione di non emettere banconote da 1 e 2 euro, preferendo ad esse le monete. Eppure, fino al giorno prima in Italia circolavano banconote da 1.000, 2.000 e 5.000 Lire. Con le “milline” ci pagavi il parcheggiatore abusivo, oppure una pizzetta, un cono gelato, un uovo Kinder, 4 bustine di figurine Panini, le Big Babol, una lattina di Coca-Cola, un Mars, un tubetto di Smarties; con le 2.000 lire cappuccino e cornetto, tra le altre cose; con le 5.000 lire mettevi la miscela nel motorino e ci camminavi una settimana, tanto per dire. Insomma, a livello reale (potere d’acquisto) e cognitivo, l’uso delle banconote di quel valore era legato indissolubilmente all’acquisto di beni di largo consumo per i quali, dopo sole sei settimane dell’ingresso in circolazione delle “monetine”, ci volle esattamente il doppio.

Non c’è dubbio, quindi, che questo “dettaglio” delle monetine, passato del tutto inosservato – anzi, tutti felici a comprare i porta-euro da tasca – sia stato la causa di numerose distorsioni cognitive nei cittadini sul reale valore dell’euro e, soprattutto in Italia, abbia causato un aumento dei prezzi al consumo indotto, per così dire, da queste distorsioni e da chi se n’è approfittato. La domanda vera è: le neonate autorità europee e, soprattutto, i c.d. tecnici che “fabbricano” le decisioni, erano al corrente di questa possibilità e hanno clamorosamente fallito, oppure è sbagliata l’interpretazione a posteriori del dettaglio? Secondo gli economisti più accreditati, il passaggio dalla lira all’euro ha creato diverse distorsioni percettive, e la decisione di non emettere banconote da 1 e 2 euro ha sicuramente giocato un ruolo in questo processo. Infatti, le neuroscienze e la psicologia economica dimostrano che il formato della valuta influenza la percezione del suo valore. In altre parole, le persone tendono a spendere più facilmente le monete rispetto alle banconote perché le prime sono percepite come “spiccioli”, quindi di minor valore. E così, quando l’euro entrò in circolazione nel 2002, molti beni di uso quotidiano (caffè, giornali, pane, ecc.) che prima costavano l’equivalente di 500 o 1000 lire furono arrotondati a 1 euro o più. Questo fenomeno – noto come “inflazione non percepita” – si deve in parte proprio al fatto che 1 e 2 euro erano monete e non banconote, rendendo gli aumenti meno evidenti e più facilmente accettabili dai consumatori.

L’UE era consapevole di questo effetto? È difficile pensare che economisti e tecnocrati di Bruxelles non fossero a conoscenza di queste dinamiche psicologiche dei consumi. Alcuni studi sul comportamento dei consumatori avevano già evidenziato il cosiddetto “effetto soglia“, per cui le persone sono meno sensibili agli aumenti quando il mezzo di pagamento è meno “pesante” psicologicamente. Inoltre, già durante la transizione all’euro, si parlava del rischio che gli esercenti approfittassero dell’arrotondamento per far salire i prezzi, cosa che poi è effettivamente successa in diversi Paesi; ma soprattutto in Italia, dove la lira aveva valori nominali molto più alti e il cambio con l’euro era particolarmente sfavorevole (1 euro = 1936,27 lire).

Tuttavia, non ci fu una vera strategia europea per contenere questi effetti. L’UE , notoriamente “asfissiante” sulle politiche di controllo della finanza dell’Unione, lasciò ai singoli Stati la gestione della transizione, e in Italia mancò un controllo efficace sui prezzi. In Germania e Francia, per esempio, ci furono campagne informative più forti e maggiori controlli sui rincari. Fu errore o scelta deliberata? Qui sta il punto cruciale: se fosse stato un errore, l’UE avrebbe dovuto correggerlo negli anni successivi, magari introducendo banconote da 1 e 2 euro per mitigare l’effetto percettivo. Se fosse stata una scelta deliberata, allora si potrebbe ipotizzare che l’inflazione indotta fosse considerata un effetto collaterale accettabile, o addirittura utile per accelerare l’adattamento all’euro e ridurre il valore reale dei salari senza doverlo fare con riforme impopolari. Difficile avere una prova definitiva, ma il fatto che l’UE non sia mai intervenuta per correggere questa distorsione fa pensare che fosse almeno un effetto previsto, se non proprio desiderato. E questo ce lo dice la logica “storica” usata per arrivare alla verità rivelata da un semplice dettaglio.

C’era una strategia più ampia dietro? In molti sapevano, e il non aver voluto riparare all’errore, anche a posteriori, fa pensare ad una regia dietro, che tramava per indebolire l’Italia, che allora era la sesta potenza mondiale, con una strategia di lungo termine, e il ruolo odierno dell’Italia nello scacchiere internazionale ne sarebbe la prova. Questa verità, che nel 2000 sarebbe apparsa come frutto di complottismo e forse sarebbe stata derisa, oggi rivela tutta la sua forza e le sue solide basi logiche. L’Italia, prima dell’introduzione dell’euro, era una delle principali potenze industriali del mondo, con un settore manifatturiero tra i più forti a livello globale e una capacità produttiva che faceva concorrenza diretta a Germania e Francia. Il declino relativo dell’Italia negli ultimi vent’anni potrebbe quindi non essere stato solo il risultato di errori interni, ma anche di un progetto più ampio.

Tutto questo, però, andrebbe provato con elementi che supportano l’ipotesi. Eccone alcuni:
1. il tasso di conversione della lira fu fissato a 1936,27 lire per un euro, un valore che molti economisti ritenevano sopravvalutato. Questo rese le esportazioni italiane più costose rispetto a quelle tedesche, penalizzando la competitività dell’industria italiana. La Germania, invece, beneficiò di un euro “debole” rispetto al vecchio marco, favorendo il suo surplus commerciale;
2. l’Italia è stata tra i Paesi più penalizzati dalle rigide regole di bilancio dell’UE (Patto di Stabilità e Fiscal Compact), che hanno impedito investimenti pubblici e ridotto la capacità di crescita del Paese. La Germania, nel frattempo, violò gli stessi vincoli nel periodo della riunificazione senza subire conseguenze;

3. molte grandi aziende italiane sono state acquisite da gruppi stranieri (Fiat ha spostato la sede nei Paesi Bassi, Pirelli è passata ai cinesi, Parmalat ai francesi, ecc.). Settori chiave come l’energia e le telecomunicazioni hanno subito pressioni politiche e finanziarie per essere ridimensionati o venduti. L’Italia è passata dall’essere una potenza manifatturiera a un Paese con un’economia sempre più basata su servizi e turismo, con meno peso strategico;
4. la speculazione contro i titoli di Stato italiani (crisi dello spread 2011) ha mostrato quanto facilmente l’Italia potesse essere messa sotto pressione dai mercati, con un’azione che favorì il cambio di governo. I governi tecnici e le riforme imposte dall’esterno hanno ridotto lo spazio di manovra politica, consolidando la dipendenza dell’Italia da Bruxelles e dalla BCE.

Questi dettagli, tuttavia, non spiegano il movente: perché indebolire l’Italia? E’ presto detto. Se l’Italia avesse mantenuto la sua forza economica e industriale, avrebbe potuto essere un terzo polo nell’UE, capace di bilanciare il dominio franco-tedesco. Invece, con un’economia più fragile e più dipendente dall’UE, la sua influenza geopolitica si è ridotta drasticamente. In sintesi, sembra una strategia di lungo termine, in cui diversi Paesi europei hanno tratto vantaggio dall’indebolimento italiano:
– la Germania ha consolidato il suo dominio industriale;
– la Francia ha rafforzato la sua presenza economica in Italia;
– le istituzioni europee hanno trovato più facile imporre politiche eccessivamente severe imponendo la rigida visione dei Paesi c.d. frugali contro il meridione d’Europa e, soprattutto, contro un’Italia militarmente ancora nelle mani degli Stati Uniti ma industrialmente forte, pronta a fare da possibile contrappeso. Adesso, però, abbiamo superato il punto di non ritorno: l’Italia non ha alcun margine per ribaltare questa situazione, e non esistono forze interne ed esterne (USA) capaci di consentire al nostro Paese di reagire ad una dipendenza irreversibile dall’UE e dai mercati finanziari.
Questa è l’ultima verità di oggi, ed è la peggiore di tutte.

I mercati europei sapranno gestire lo shock delle elezioni francesi?

L’ombrello dell’UE limita le ripercussioni dei cambiamenti di governo in Francia. Le banche centrali ridurranno gradualmente i tassi di interesse reali. Ancora positivi sulle mid-small cap italiane.

di Andrea Scauri, gestore azionario Italia presso Lemanik

L’aumento dell’incertezza geopolitica, che passa anche dalle elezioni in Francia, continuerà a mettere in discussione la narrativa “Goldilocks” (cioè di un ciclo economico equilibrato) e ad aumentare la volatilità dei mercati nel breve periodo. Tuttavia, riteniamo che le possibili ricadute dei cambiamenti di governo in Francia siano gestibili dai mercati, grazie a un assetto istituzionale europeo più solido rispetto al passato. I mercati azionari globali hanno chiuso il mese di giugno in territorio leggermente positivo, con i mercati azionari statunitensi che hanno toccato nuovi massimi grazie alla performance dei “Magnifici 7“. Al contrario, i mercati azionari europei hanno faticato dopo l’esito delle elezioni europee e lo shock delle elezioni anticipate in Francia. Anche i mercati azionari sudamericani sono stati deboli a causa dei persistenti venti contrari sul fronte macroeconomico e delle transizioni politiche.

Nelle elezioni per il nuovo Parlamento europeo, abbiamo assistito a un aumento del numero di deputati dei partiti di destra e conservatori, con un indebolimento dei Verdi. Le implicazioni economiche più importanti potrebbero essere che il sostegno alle politiche di transizione verde potrebbe essere leggermente diluito, anche se il PPE rimane il partito più forte dell’Ue e quindi con spazio per confermare gli attuali obiettivi della politica energetica europea. Il Presidente francese Macron ha sorpreso i mercati sciogliendo il Parlamento a seguito dei risultati delle elezioni europee a livello nazionale e ha indetto nuove elezioni, dove al primo turno si è affermato il Rassemblement National di Marine Le Pen. L’aumento dell’incertezza politica che ne è derivato, unito ai crescenti rischi che ciò possa danneggiare le finanze pubbliche francesi, ha portato il differenziale di rendimento dell’OAT decennale francese rispetto alla Germania a 84 pb (+35 pb), il livello più alto degli ultimi 12 anni, con il rendimento dell’OAT decennale al 3,28%, mentre il rendimento del Bund è sceso di 22 pb al 2,4%. L’incertezza politica in Francia ha avuto un impatto anche sugli spread di altri paesi periferici: lo spread BTP-Bund è salito di 30 pb a 160 pb, con il 10Y al 4%.

Come ampiamente previsto, la Commissione europea ha proposto al Consiglio l’apertura di una procedura per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia (e di altri sei Paesi). Non vediamo alcun impatto rilevante a breve termine dalla richiesta di procedura d’infrazione. Lo sforzo per il bilancio italiano non è significativo ed è in gran parte già previsto nel percorso programmatico del governo, che tuttavia ha margini di manovra limitati. Giudichiamo positivamente le dichiarazioni del Ministro dell’Economia Giorgetti (nella foto), che ha rafforzato il concetto di “percorso di cautela” e “selettività” sulla finanza pubblica.

Negli Stati Uniti, l’ufficio di bilancio del Congresso ha pubblicato nuove proiezioni che indicano che il deficit federale dovrebbe essere di 1,9 trilioni di dollari, pari al 6,7% del Pil, nell’attuale anno fiscale 2024. Questa proiezione è superiore di oltre 400 miliardi di dollari rispetto alle previsioni di febbraio. Inoltre, si prevede che il deficit si ridurrà solo marginalmente nei prossimi anni, raggiungendo un minimo del 5,5% del Pil nel 2027, prima che l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei costi di servizio del debito lo riportino verso il 7% del Pil entro un decennio. Anche se riteniamo che i tassi rimarranno strutturalmente più alti rispetto al recente passato, la riduzione del costo del debito ci sembra l’unica strada politicamente percorribile per gestire la crescita del debito pubblico, motivo per cui ci aspettiamo che la Fed riduca i tassi il prima possibile. Questo scenario è favorevole alle azioni nel medio termine.

Il nostro scenario di base prevede una crescita economica modesta che non sfoci in una recessione, con un miglioramento in Europa e un rallentamento della velocità di crescita negli Stati Uniti (in particolare dei consumi) e le banche centrali che ridurranno gradualmente i tassi di interesse reali, prima la Bce, poi la Fed. In questo contesto continuiamo a essere costruttivi sulle mid-small cap italiane: storicamente, queste hanno sovraperformato, in media, all’inizio del ciclo di riduzione dei tassi. I temi chiave del nostro portafoglio rimangono il Green capex, con titoli come Danieli e Prysmian che beneficeranno di un ciclo di investimenti a lungo termine nei rispettivi settori, e la transizione energetica, dove confermiamo il nostro posizionamento sempre su Prysmian.

L’inflazione mette a nudo la dipendenza energetica dell’Italia. Gli USA vedono il picco?

L’interruzione delle catene di approvvigionamento generate dalla pandemia e il conflitto armato in Ucraina hanno messo a nudo i problemi italiani di dipendenza energetica dall’estero. In Usa si intravede il picco dell’inflazione, nel Regno Unito la recessione.

Mentre i dati sul tasso di inflazione in Europa non accennano a diminuire nel secondo semestre – come invece era stato predetto nei mesi scorsi dai più autorevoli analisti – l’indice dei prezzi al consumo rivela in tutta la sua gravità i problemi di dipendenza energetica dell’Italia e di altri paesi europei.

Secondo Eurostat il tasso di inflazione annuale dell’Eurozona si è attestato all’8,9% a Luglio, ed è in aumento rispetto all’8,6% di Giugno (l’anno scorso era del 2,5%), mentre nell’area Euro l’indice è al 9,8%. In Italia, l’inflazione armonizzata a Luglio cala all’8,4% dall’8,5% di Giugno, e rimane sotto la media dell’Eurozona (8,9%), ma tassi annualizzati più bassi sono già riscontrabili in Francia e Malta (entrambi con il 6,8%), mentre i più alti sono stati registrati in Estonia (23,2%), Lettonia (21,3%) e Lituania (20,9%). La stessa Bce, per bocca del comitato esecutivo, vede un quadro in peggioramento per la crescita nell’area euro e non esclude la possibilità di entrare in una recessione tecnica; e se anche entrassimo in recessione, secondo la Bce sarebbe abbastanza improbabile che le pressioni inflazionistiche scendano da sole, poiché lo shock da offerta sta rallentando la crescita, ma la minore domanda di beni derivante da tale rallentamento non è sufficiente a indebolire l’inflazione.

Il bilancio mese su mese, comunque è negativo: rispetto a giugno, l’inflazione è diminuita in sei Stati membri, è stabile in tre ma è aumentata in diciotto. Questo accade perché le economie di ogni paese membro reagiscono in modo diverso a seconda del proprio livello di dipendenza energetica. L’Italia, in tal senso, sconta la miopia della pessima classe politica degli ultimi trent’anni anni, che ha snobbato completamente il problema, favorendo di fatto gli interessi degli altri paesi europei, come la Francia, in campo petrolifero. Infatti, storicamente Parigi vanta uno strapotere nell’area nordafricana per via del colonialismo, ed è opinione ampiamente condivisa che senza il volere del governo francese di quell’epoca il leader libico Muammar Gheddafi non sarebbe mai stato deposto, anche perché quest’ultimo ha pagato soprattutto il rifiuto di eseguire diversi contratti d’affari che aveva stipulato proprio con la Francia. Da qui l’intervento diretto manu militari di Sarkozy e il caos in cui versa il paese nordafricano dopo la sua mancata rielezione alla presidenza. Dopo la deposizione di Gheddafi, comunque, i giganti energetici Gdf-Suez (oggi ENGIE) e Total si sono fatti largo – come era prevedibile – a suon di acquisizioni e partecipazioni societarie, che hanno consentito alla Francia di raggiungere una produzione di oltre 400mila barili al giorno, superando l’italiana ENI, anch’essa titolare di contratti petroliferi in Libia.

Questa serie di circostanze, aggravate prima dalla interruzione delle catene di approvvigionamento generata dalla pandemia e poi dal conflitto armato NATO/Ucraina/Russia, ha messo a nudo i problemi dell’Italia, che è uno dei Paesi europei con la più alta dipendenza energetica dall’estero: nel 2021, infatti, le importazioni da altri Paesi di combustibili fossili, ovvero petrolio, gas e carbone, hanno coperto ben il 77% del fabbisogno nazionale, a fronte del 23% soddisfatto dalla produzione nazionale (per la maggior parte costituita da fonti rinnovabili). Proprio la Russia, da sola, copre il 25% del nostro fabbisogno, con il 40% delle importazioni di gas, il 12% di quelle di petrolio e ben il 52% di quelle di carbone. A seguire, l’Algeria contribuisce con il 15%, l’Azerbaigian con il 13%, la Libia con il 9%, l’Iraq con il 6%, il Qatar e l’Arabia Saudita con il 4%, gli Usa con il 3% e la Nigeria con il 2%. A ben vedere, si tratta di Paesi con regimi autoritari, oppure con problemi di instabilità politica o addirittura di guerre civili interne, per cui c’è poco da stare allegri sull’affidabilità nel tempo dei contratti di fornitura.

Relativamente agli USA – che di guerre se ne intende parecchio – dalle minute della Fed è emerso che il mantenimento della massima occupazione e l’abbassamento del tasso di inflazione al 2% potrebbe comportare ulteriori rialzi dei tassi, il cui ammontare dipenderà dai dati macro. Queste affermazioni lasciano un certo spazio ad un rallentamento del ritmo di crescita dei tassi, anche perché la Federal Reserve è già intervenuta ritoccando verso l’alto i tassi con una certa enfasi, che ha permesso di registrare una lieve contrazione dell’inflazione. Un altro rialzo di 75 punti base vede il favore di alcuni presidenti regionali della Fed, ed anche i più cauti si pronunciano per nuovi incrementi che non vanno al di sotto di 50 punti base, riferendosi ad eventuali aumenti di 75 bps come “ragionevoli”. La Fed, infatti, deve raffreddare on solo i consumi, ma anche il mercato del lavoro, dal momento che oggi ci sono quasi due posti di lavoro per ogni lavoratore disponibile.

In ogni caso, l’inflazione statunitense – sia “headline” che “core” – si è ridimensionata nel mese di luglio, e il mese di giugno segnerà probabilmente il picco del tasso di inflazione globale su base annua. Pertanto, il fatto che l’inflazione si modererà è dato per scontato da qualunque sondaggio, come quello condotto dal Wall Street Journal fra 75 economisti, i quali – tutti e 75 – prevedono un’attenuazione dell’inflazione rispetto al livello attuale, ma c’è disaccordo sulla misura di tale attenuazione. Infatti, l’intervallo delle previsioni per il 2023 va dallo 0,0% al 5,3%, mentre per il 2024 l’intervallo è compreso tra lo 0,3% e il 4,1%. Anche i sondaggi dell’Università del Michigan e della Fed di New York sulle aspettative di inflazione registrano un intervallo così ampio tra le opinioni degli economisti intervistati. Il problema è che le aspettative di inflazione misurate dai sondaggi possono rivelare dati distorti e confusi poichè fortemente influenzati dalla volatilità dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia, ossia i due principali contributori dell’indice dei prezzi al consumo di ogni paese.

Nel frattempo, gli effetti nefasti della Brexit si fanno sentire nel Regno Unito, dove l’inflazione sta mettendo in ginocchio gli inglesi e non accenna a rallentare. Secondo la Banca d’Inghilterra, il picco inflattivo sarà registrato ad ottobre, e il timore di una recessione profonda sono molti. L’economia inglese, infatti, è appesantita anche dall’aumento del prezzo dei generi alimentari, generato dalla loro produzione – il Regno Unito importa moltissime derrate alimentari dall’estero – e soprattutto dal loro approvvigionamento per via del divorzio dall’UE. E così, le cassandre che avevano annunciato le conseguenze nefaste della Brexit possono finalmente cantare vittoria, ma relativamente alle materie prime energetiche gli inglesi detengono un buon livello di indipendenza – grazie alla British Petroleum – e non sono quindi importatori netti. Pertanto, pare che nel continente europeo l’Inghilterra sarà la prima ad entrare in recessione reale (non solo tecnica), e probabilmente la prima a uscirne. Tuttavia, l’inflazione potrebbe stabilizzarsi a livelli medio-alti per lungo tempo, e questo costringe gli inglesi a rivedere i programmi di finanza pubblica adattandosi a circostanze che non si vedevano da decenni.

Novembre 2021, nasce ufficialmente il mercato unico europeo del Crowdfunding

Le piattaforme italiane dovranno attrezzarsi per poter essere competitive, altrimenti dovranno fondersi con quelle di altri paesi europei per raggiungere la massa critica sufficiente. Investitori più tutelati, grazie ad una specifica profilatura e maggiori controlli.

Di Alberto Villa*

Non in molti sono al corrente che il 10 Novembre 2021 nascerà ufficialmente il Mercato Unico Europeo del Crowdfunding. Probabilmente – anzi, certamente – gli Stati membri utilizzeranno la proroga di un anno, concessa dalla normativa del Regolamento Europeo 2020/1503, per potersi adeguare alle nuove disposizioni, quindi con ogni probabilità la deadline verrà spostata a Novembre 2022. La logica sottostante è quella di predisporre una regolamentazione più coerente tra i diversi Paesi europei, sostituendo le normative nazionali frammentate e diverse tra loro. L’arrivo di questa novità porterà sicuramente dei cambiamenti ad un settore che, secondo il report del Politecnico di Milano, è in forte crescita. Ma cosa cambierà esattamente per il Crowdfunding rispetto al passato?

In primo luogo, l’obiettivo dichiarato ufficialmente dalla Commissione e dal Parlamento Europeo è quello di creare un mercato unico, armonizzato e più competitivo; in secondo luogo, quello di salvaguardare con norme più trasparenti e maggior controlli i potenziali investitori, specialmente quelli retail e non professionali, poiché la partecipazione attiva ad una campagna di Crowdfunding richiede un supporto di competenze “non tradizionali” che, nel caso di una startup, devono necessariamente privilegiare la conoscenza dei bilanci preventivi e, soprattutto, la determinazione del c.d. valore di Pre-money dichiarato dall’azienda che chiede di essere finanziata-partecipata e, quindi, del rendimento potenziale dell’investimento.

Le novità del Regolamento Europeo 2020/1503 riguardano, in primis, la licenza di cui dovranno essere dotate le piattaforme, poiché basterà ottenerla in un qualunque Stato Membro per poter operare in tutti gli altri, facendo precedere il tutto da una semplice notifica. Sarà poi l’ESMA ad istituire un registro di tutti i fornitori dei servizi di Crowdfunding, disponibile sul suo sito web e regolarmente aggiornato. Inoltre, riguardo l’ambito di applicazione, le nuove disposizioni si applicheranno a tutti i fornitori europei di servizi di Crowdfunding e fissano un limite massimo di 5 milioni di euro per ogni offerta su piattaforma, che la startup destinataria potrà ottenere entro un periodo massimo di 12 mesi.

In merito alla tutela degli investitori: le piattaforme dovranno dotarsi di indicatori specifici del rischio e simulatori in merito alla capacità di perdita dell’investimento. In riferimento alla loro remunerazione, le piattaforme dovranno assicurare ai potenziali investitori offerte di investimenti su base neutrale, e non potranno agire in conflitto di interessi, accettando remunerazioni, sconti o benefici non monetari per il fatto di canalizzare gli ordini degli investitori verso una particolare campagna.

Altro elemento normativo riguarda il sistema di Governance, che devono assicurare “…un’efficace e prudente gestione, comprese la separazione delle funzioni, la continuità operativa e la prevenzione dei conflitti di interesse, in modo tale da promuovere l’integrità del mercato e gli interessi dei propri clienti. Al fine di evitare conflitti di interesse, ai fornitori di servizi di Crowdfunding è impedita qualsiasi partecipazione alle offerte di Crowdfunding presenti sulle loro piattaforme e i principali conflitti di interesse, azionisti, i dirigenti e dipendenti e qualsiasi persona fisica o giuridica collegata a questi da un legame di controllo non devono agire in qualità di titolari di progetti in relazione ai servizi di Crowdfunding offerti sulle loro piattaforme”. Elemento importante risiede nella scheda contenente le informazioni chiave sull’investimento (Key Investment Information Sheet – KIIS), che riassume l’obbligo dei fornitori di servizi di Crowdfunding di fornire ai potenziali investitori una scheda – redatta dalla società titolare del progetto in almeno una delle lingue ufficiali dello Stato membro o in un’altra lingua accettata da tali autorità – contenente le informazioni chiave sull’investimento.

Anche riguardo alle autorizzazioni e alla vigilanza ci saranno novità importanti. Infatti, “….I fornitori di servizi di Crowdfunding forniranno le loro prestazioni sotto la vigilanza delle autorità competenti che hanno rilasciato l’autorizzazione, mentre l’ESMA istituisce un registro di tutti i fornitori. Il fornitore di servizi di Crowdfunding autorizzato potrà poi fornire i propri servizi anche a livello transfrontaliero, presentando una serie di informazioni all’autorità competente designata quale punto di contatto unico dallo Stato membro in cui è stata concessa l’autorizzazione…”.

CONSEGUENZE DERIVANTI DALL’ENTRATA IN VIGORE DELLA NORMATIVA – Dato che la normativa si applicherà sia all’Equity che al Lending Crowdfunding, ci saranno dei cambiamenti per gli emittenti dei progetti, le piattaforme e gli investitori. Infatti, dal momento che basterà ottenere la licenza di gestire una piattaforma in uno Stato membro per poter operare e raccogliere denaro in tutti gli altri Stati (previa una semplice notifica), i fornitori di servizi di Crowdfunding maggiormente sviluppati, come quelli di Francia e Germania, potranno operare la raccolta di progetti anche in Italia, dove operano circa 80 piattaforme di dimensioni medio-piccole e aventi volumi non sufficienti per raggiungere il pareggio tra costi e ricavi e un buon utile. Pertanto, è legittimo aspettarsi operazioni di consolidamento, fusioni e acquisizioni tra gli operatori italiani e quelli europei, al fine di raggiungere la “massa critica” e, parallelamente al progressivo sviluppo del settore e delle iniziative, assicurare stabilità economica.

Del resto, la nuova normativa porterà anche sensibili aumenti dei costi di adeguamento normativo, stimabili tra i 20 e i 60mila euro per ciascuna piattaforma. A questi si dovranno aggiungere tutte le spese necessarie per poter competere con concorrenti molto più strutturati, capaci di attrarre capitali maggiori e, quindi, maggiori ricavi. Solo a titolo di esempio, in Italia ogni campagna raccoglie mediamente intorno ai 150.000 euro, mentre in Francia supera il milione. Nel nostro Paese si parla ancora di un “settore di nicchia”, mentre in Germania il Crowdfunding viene considerato come un mercato che ha spazi per sviluppare tematiche ancora più innovative.

Relativamente agli investitori, le norme sono orientate, attraverso indicatori specifici di rischio, a determinare la reale capacità di sopportare perdite, attraverso un test d’ingresso di verifica delle conoscenze e una simulazione della capacità di sostenere patrimonialmente delle perdite. In particolare, i fornitori di servizi di Crowdfunding saranno obbligati a chiedere ai potenziali investitori poco evoluti una serie di informazioni circa l’esperienza, gli obiettivi di investimento, la situazione finanziaria e la comprensione di base sulle tipologie di investimento e sui loro rischi. In Francia, ad esempio, viene già utilizzata una profilatura completa del cliente per poter accedere alla campagna, e non è più sufficiente rispondere a poche domande.

In merito alla capacità di sostenere perdite, nella misura massima del 10% del patrimonio netto, l’investitore dovrà comunicare alcune informazioni, come il proprio reddito abituale ed il reddito totale, nonché la sua stabilità nel tempo; le sue attività patrimoniali, ivi compresi gli investimenti finanziari e i depositi in contante, con esclusione degli immobili a scopo privato o dei fondi pensione; e infine gli impegni finanziari, esistenti o futuri.

Consulente Finanziario Autonomo, socio AIAF e partner di M&V Private Corporate Advisor 

L’Italia non è un paese per Startup. Tra miti e luoghi comuni, rischiamo di rimanere indietro

Secondo molti italiani, le startup falliscono per cui è pericoloso investire in questo settore. Perché allora la Francia nel 2020 ha impiegato 4 miliardi ed ha in programma investimenti maggiori nel 2021?

Di Alberto Villa*

Il rischio di impresa è un termine conosciuto ma piuttosto inviso a molti italiani, i quali vorrebbero escluderlo a priori nel loro modo di vedere il futuro. Per quanto legittimo, mettere da parte qualunque inclinazione all’attività d’impresa – che in Italia si trasmette quasi esclusivamente da una generazione di imprenditori all’altra, mancando una “scuola” imprenditoriale diffusa – produce una serie di conseguenze riguardo l’economia reale e, soprattutto, una falsa rappresentazione del rischio, nel senso che è vero che alcune iniziative imprenditoriali possono fallire, ma è anche vero che possono avere successo ed è impensabile che possano fallire tutte, solo perché c’è il “rischio d’impresa”.

Infatti, a determinare il successo o l’insuccesso di una startup concorre una serie di elementi, ed è opportuno sfatare dei veri e propri “miti” e luoghi comuni che stanno fiorendo attorno al nascente fenomeno dell’imprenditoria giovanile trainata dai megatrend delle tecnologie in tutte le loro sfaccettature. Innanzitutto, investire nelle PMI innovative non significa soltanto “ascoltare imprenditori con idee stravaganti” – sebbene ci siano anche questi – bensì analizzare la fase di avvio di nuove imprese che nascono, crescono, producono occupazione e fanno innovazione di servizio e di prodotto. E’ questo il principio di metodo osservato dalla Francia, che nel 2020, anno della pandemia, ha visto un forte iniezione di liquidità (4 miliardi) a favore delle startup. Lo stesso presidente francese Emanuel Macron lo aveva annunciato personalmente, puntando alla leadership continentale per innovazione e tecnologia.

E in Italia, cosa succede?

Mentre in Francia sono già nate 10 startup “unicorno”, in Italia molti neanche conoscono il significato del termine e l’importanza di queste aziende per l’economia nazionale. I risultati conseguiti in Francia, però, sono anche il frutto di un ecosistema nazionale ed istituzionale che ha saputo investire con pragmatismo, facendo guadagnare ai francesi una posizione invidiabile nello scenario internazionale dei Paesi più attrattivi per le startup. A differenza dell’Italia, per esempio, in Francia esiste dal 2013 la French Tech, un’agenzia governativa che ogni anno pubblica una lista di oltre 100 startup grazie al quale è possibile conoscere in maniera approfondita il mercato ed i loro investimenti.  Anche le istituzioni creditizie giocano un ruolo importante, come la banca pubblica Bpifrance, che ha svolto varie funzioni di impulso compreso l’impiego di capitali in diversi progetti.

In sintesi, mentre la Francia è stato l’unico Paese a crescere nel 2020, raggiungendo per la prima volta i 5 miliardi di investimenti e superando Regno Unito e Germania, noi non raggiungiamo neppure il miliardo. E’ anche vero che Italia e Francia siano due economie diverse, ma possiamo escludere che i francesi abbiano intenzione di finanziare società che siano destinate a chiudere entro 3 anni. Naturalmente, anche lì c’è un elevato numero di fallimenti, ma il dato va esaminato in relazione al contesto generale di quel Paese, dove esiste una comunità che favorisce la crescita di nuove realtà. In più, entro fine anno entrerà in vigore la normativa comunitaria del settore e, in un futuro molto vicino, sarà possibile investire in queste realtà d’Oltralpe esattamente come ora si utilizzano le piattaforme di Crowdfunding per accedere alle startup italiane.

Riguardo l’alto tasso di fallimento di molte iniziative, c’è da dire che anche le PMI “tradizionali” chiudono a seguito della evidente impossibilità di proseguire, ma in percentuale molto diversa rispetto alla startup innovative. Infatti, secondo i dati presentati da Banca d’Italia prima della pandemia, un quarto delle aziende “tradizionali”, considerate come piccole e medie PMI, sopravvivevano grazie alla liquidità fornita dalle banche, le quali a loro volta utilizzano varie tipologie di garanzie come ad esempio fideiussioni o consorzi fidi per tutelarsi. Pertanto, queste realtà continuano ad esistere perché in sostanza il costo del loro fallimento sarebbe difficile da sopportare. In pratica, si tratta di “aziende zombi”, destinate comunque a chiudere. A riprova di ciò, Cerved Group, ossia l’agenzia di informazioni commerciali specializzata nel valutare la solvibilità e il merito creditizio delle imprese, ha elaborato uno studio utilizzando i dati delle società italiane e ha applicato i parametri delle nuove norme sul Fallimento, con il risultato che quasi 140 mila imprese, cioè una su cinque, è in crisi, nel senso che i loro flussi di cassa futuri non sono adeguati a coprire il livello di indebitamento dell’azienda.

Non è un caso che ad aprile scorso il Governo abbia nominato una commissione di esperti per elaborare delle proposte sul tema, compreso il differire l’entrata in vigore della riforma del Fallimento, rinviata effettivamente al 2022.

Pertanto, se l’Italia non modificherà urgentemente il modo di intendere questo settore, rischiamo di vedere crescere innovazione solo all’estero, e assistere impotenti allo spostamento di patrimoni e liquidità dei nostri investitori verso altri Paesi comunitari che assicurino soluzioni alternative e più efficaci.

* Alberto Villa, Consulente in Finanza d’Impresa, membro A.I.A.F. e Consulente Finanziario Autonomo, collabora con la rete professionale M&V Private Corporate Advisor 

Imprese e insolvenze commerciali, di nuovo in crescita il rischio default sui pagamenti nel 2021

Le previsioni di Atradius sull’andamento dei tassi d’insolvenza delle imprese nelle principali economie mondiali. La situazione peggiora in maniera significativa ed è destinata a non migliorare per tutto il 2021, Italia compresa.  

Attesa per il 2021 una significativa inversione di tendenza del rischio di default sui pagamenti per molte imprese a livello globale. Da un complessivo -14% dei livelli d’insolvenza registrato lo scorso anno, il rischio default sui pagamenti ha ripreso a correre in tutte le principali economie mondiali. Secondo le stime di Atradius, azienda leader tra gli assicuratori del credito a livello mondiale, le insolvenze potrebbero riprendere a correre velocemente e nel 2021 potrebbero attestarsi su un +26% a livello globale, da cui resterebbe fuori solo la Turchia, dove le insolvenze apparivano già in peggioramento dallo scorso anno. 

In testa alla classifica mondiale dei Paesi dove si attendono gli aumenti più significativi dei livelli d’insolvenza si posizionano Australia (+88%) e Singapore (+75%). In Europa, la Francia (+80%) guida la classifica, seguita da Austria (+73%), Belgio (61%) e Regno Unito (+56%). A metà della classifica, e comunque sotto la media del 50%, seguono la Spagna (+49%), l’Italia (+48%) ed i Paesi Bassi (+44%).  Chiude la classifica l’Irlanda (+3%), dove i tassi d’insolvenza sui pagamenti delle imprese avevano ripreso la loro corsa già dallo scorso anno, seppur in maniera modesta e comunque in netta controtendenza rispetto a quanto registrato a livello mondiale.   

I motivi alla base di tali previsioni – spiegano gli economisti di Atradius – sono sostanzialmente da ricercare nel graduale ritorno delle economie a quanto in essere prima della pandemia. Questo riguarda in particolare la gestione legale delle procedure fallimentari, oltreché la progressiva eliminazione delle misure fiscali e di sostegno alle imprese adottate dai governi locali. Per questi motivi, numerose imprese con forti pressioni sulla liquidità, che hanno potuto beneficiare delle misure di sostegno, si troverebbero più esposte al rischio di default sui pagamenti, con evidenti effetti a cascata sulle catene di fornitura e sul sistema economico locale e globale.  

Massimo Mancini

Massimo Mancini, Country Director di Atradius per l’Italia, ha commentato: “Quanto oggetto delle nostre previsioni risulta dalla valutazione di tre elementi determinanti per l’evoluzione del rischio di default sui pagamenti delle imprese. Il primo elemento è la portata della ripresa economica, nonché la sua ampiezza a livello locale e mondiale. Segue la graduale eliminazione delle misure fiscali e di governo a sostegno delle imprese, e da ultimo la ripresa delle attività di gestione delle procedure fallimentari, la cui sospensione ha di fatto cristallizzato situazioni di difficoltà di molte imprese, destinate a tornare alla luce una volta superata l’emergenza pandemica. Soprattutto tali ultimi due elementi, se non incontreranno ulteriori proroghe, come in dibattito attualmente, produrranno notevoli ripercussioni sul rischio di credito commerciale e sull’andamento dei tassi d’insolvenza già per questo anno”. 

Il report è disponibile in lingua inglese a questo link.

Cresce il numero delle startup “unicorno”. Luigi Capello: l’Italia segua la strada della Francia

La chiave del successo dell’industria francese del Venture Capital è stata la costituzione di un Fondo da 10 miliardi e la semplificazione della normativa per la costituzione delle startup, creando un’agenzia nazionale per la promozione delle imprese innovative e incentivi per attrarre talenti e investitori sul piano internazionale. L’Italia di recente ha compiuto passi avanti.

Da qualche tempo, un nuovo mito circola tra i giovani imprenditori e gli addetti ai lavori. Si tratta delle startup “unicorno”, ossia nuove aziende operanti in settori fortemente innovativi, non quotate in borsa, il cui valore supera a un miliardo di dollari. Se sono rare le aziende unicorno (“uni” sta per un solo miliardo di valore), ancora più rare sono quella “deca-corni”, e cioè dal valore di 10 miliardi di dollari, e rarissime quelle “etto-corni” (come Alphabet Inc. di Google e Facebook Inc), che avevano  i 100 miliardi di dollari di valore prima delle rispettive offerte pubbliche iniziali (IPO).

C’è da dire che il numero complessivo di aziende unicorno nel mondo è cresciuto notevolmente nel giro di pochi anni. Erano 39 nel 2013, 220 nel 2018, 362 nel 2019 e oggi, Secondo i dati di CB Insight di Dicembre 2020, sono 510 le startup che rientrano nella definizione di unicorno, attive soprattutto nel Fintech e nell’Healthcare e cresciute rapidamente con lo scoppio della pandemia.

Nel 2020, quindi, la consacrazione di questo trend in continuo aumento, con USA e Cina a dominare la scena. La società che controlla TikTok (ByteDance) è valutata 140 miliardi di dollari, mentre Didi Chuxingstartup del settore trasporti che possiede oltre 20 app – “appena” 62 miliardi. SpaceX, del visionario Elon Musk, vale 46 miliardi. Nessuna unicorno europea tra le prime dieci, mentre si distingue l’indiana l’indiana Paytm all’ottavo posto.

Le ex-unicorno AirBnb, Palantir e DoorDash sono uscite dalla classifica ad agosto 2020, avendo completato il percorso di quotazione in Borsa.

In Europa, «con il round di investimento da 178 milioni di euro concluso a inizio settimana dalla startup Vestiaire Collective, sono oggi 11 gli “unicorni” francesi, vale a dire aziende con una valutazione superiore al miliardo di euro. Lo ha reso noto proprio il Presidente della Repubblica Francese Macron, congratulandosi con i founder della startup in un post su LinkedIn. Un risultato straordinario, che traccia la strada da percorrere anche per il nostro Paese nella creazione di nuovi campioni nazionali». È quanto dichiara Luigi Capello, Chief Executive Officer di LVenture Group, holding leader negli investimenti in startup digitali.

Luigi Capello

«Nel 2012 le dimensioni del mercato francese del Venture Capital erano paragonabili a quelle del mercato italiano, con investimenti che sfioravano i 200 milioni di euro. Nel biennio 2014-2016, con Macron Ministro dell’Economia, c’è stato un balzo significativo, e un’ulteriore accelerazione è avvenuta con la Presidenza Macron, basti pensare che nel 2020 gli investimenti in startup in Francia hanno superato i 6 miliardi di euro rispetto ai 600 milioni di euro investiti in Italia. La chiave del successo dell’industria francese del Venture Capital è stata proprio l’aver messo al centro delle politiche economiche l’innovazione e la creazione di nuovi modelli di business. Ciò è avvenuto costituendo un Fondo da 10 miliardi con funzione di “snow-ball” del mercato, semplificando la normativa per la costituzione delle startup, creando un’agenzia nazionale per la promozione delle imprese innovative e incentivi per attrarre talenti e investitori sul piano internazionale».

«Negli ultimi mesi l’Italia ha compiuto decisi passi avanti sul sostegno alla nuova impresa digitale, con l’avvio delle operazioni di CDP Venture Capital. Per generare nuova occupazione, sviluppo economico e, conseguentemente, nuova ricchezza, l’Italia segua fino in fondo la strada della Francia – conclude Capello – puntando in maniera decisa sull’innovazione digitale e quindi sulle startup».

PIL 2020-2021, Italia si conferma economia fragile. Mattarella si arrende all’evidenza e chiama Draghi

Dopo il “grande balzo in avanti” del terzo trimestre 2020 (+16%), il PIL italiano sembra essersi arrestato, e di questo passo potrebbe raggiungere i livelli pre-pandemia solo nel 2023. In grave ritardo rispetto al resto del mondo.

I numeri sul PIL dell’Europa sono impietosi: Austria -4,3%, Germania +0,1%, Spagna +0,4%, Francia -1,3. Nel quarto trimestre 2020, il PIL dell’Eurozona è sceso dello 0,7% (-0,5% nell’intera UE)  rispetto al terzo trimestre, che aveva visto un aumento rispettivamente del +12,4% e +11,5%. Statisticamente, si tratterebbe del crollo più grave dal 1995, ma l’analisi dei dati richiede un approfondimento, anche per via delle numerose sfumature negative che riguardano l’Italia e, conseguentemente, la recente decisione del Presidente Mattarella di non dare un terzo incarico a Conte, ma chiamare al capezzale del Paese il più autorevole Mario Draghi.

Tornando ai numeri, nel 2020 il Pil italiano è calato dell’8,8%, mentre nel quarto trimestre del 2020 è sceso del 2% rispetto al trimestre precedente. Sebbene i media stiano sbandierando che il dato sia lievemente migliore delle attese (era previsto un calo del 9%), la situazione italiana è drammatica, ed il trend per il 2021 non si profila all’altezza di quello degli altri paesi europei e delle maggiori economie mondiali, per le quali il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente alzato le stime per il 2021.


Va da sé che, in uno scenario mondiale in cui si cominciano a sentire gli effetti positivi dell’inizio delle vaccinazioni e delle misure di sostegno varate soprattutto negli Stati Uniti e in Giappone, questo ritardo appare inaccettabile. Alle ragioni dell’ottimismo, infatti, si contrappongono ancora le incognite legate all’efficacia e alla rapidità delle campagne di vaccinazione – i ritardi delle case farmaceutiche nelle consegne del vaccino hanno innalzato il livello di incertezza – le nuove ondate di infezioni e le brutte notizie sulle varianti del Covid-19, che ritardano i tempi di riapertura del traffico internazionale con diversi partner commerciali.

Nonostante questa congiuntura, che accomuna tutto il mondo, sono diversi gli stati che hanno fatto e faranno meglio dell’Italia. In tal senso, vale la pena analizzare la “forbice” tra diminuzione del PIL nel 2020 e l’aumento previsto nel 2021 dei maggiori paesi dell’UE, rispetto al nostro, che vede un saldo negativo nel biennio pari a -5,4% (-8,9% nel 2020 e +3,5% nel 2021). Il PIL tedesco, invece, nel quarto trimestre del 2020 è cresciuto dello 0,1% (Italia -2%), rallentando il processo di ripresa per via della seconda ondata di Covid ed il relativo lockdown a Dicembre 2020, ma conseguendo un saldo 2020/2021 pari a -1,9%.

Il PIL della Francia è risultato in contrazione dell’1,3% nel quarto trimestre, e su base annua è pari a -8,3%, con una previsione di crescita del +5% nel 2021 (saldo biennio 2020/2021 pari a – 3,3%). In particolare, l’economia francese ha resistito al lockdown della seconda ondata grazie al successo di misure di sostegno rapide e più mirate.

La Spagna ha sorpreso tutti, con una crescita dello 0,4% nel quarto trimestre (contro attese per – 1,9%), e presenta un saldo negativo del biennio 2020/2021 pari a – 3,2% (-9,1% nel 2020 e + 5,9% nel 2021).

Il saldo negativo atteso, in media, nell’Eurozona è del 3%, e pertanto l’Italia presenta dati decisamente peggiori, superata solo dal Regno Unito – “vittima” della combinazione di Brexit e Covid-19 – con un saldo 2020/2021 pari a – 5,5%.

Il confronto con le più grandi economie mondiali, di cui facciamo parte a pieno titolo, diventa addirittura impietoso. Gli Stati Uniti conseguiranno nel biennio, sempre in termini di PIL, un risultato positivo di + 1,7%, l’India di + 3,5% e la Cina di + 10,4%. Il Giappone contiene il dato negativo a -2% ed il Brasile a -0,9%.

In definitiva, dopo il “grande balzo in avanti” del terzo trimestre 2020 (+16%), il PIL italiano sembra essersi arrestato, e di questo passo potrebbe raggiungere i livelli pre-pandemia solo nel 2023; complice anche il tasso di disoccupazione, che è previsto in crescita (11,1%) nel 2021 e ancora al 10% nel 2022. 

Proprio il mondo del lavoro presenta gli interrogativi più difficili. Infatti, a breve – quando sarà sancita la fine della fase di emergenza – scatteranno i tagli agli organici, già definiti dalle grandi e medie aziende per adeguare la capacità produttiva al più basso livello della domanda. Con questo scenario alle porte, il compito del presidente Mattarella e, soprattutto, di Mario Draghi, si presenta arduo. Non sarà sufficiente, infatti, il prestigio internazionale di cui Draghi gode per dipanare la matassa in cui è caduta l’economia italiana, stretta com’è tra la necessaria temporaneità delle politiche di sostegno alle famiglie e alle categorie produttive, e la necessità di spendere nel miglior modo possibile le risorse finanziarie del Recovery Plan.

In tal senso – e politica parlamentare permettendo – le differenze tra un governo Draghi ed il governo tecnico di Mario Monti, che aveva il compito di trovare risorse che non c’erano, sono abissali.

Italia a buon mercato per gli appetiti stranieri. Immobili e redditi, siamo il nuovo Est Europa

Le statistiche rivelano  come l’Italia si trovi, più che in passato, nelle  condizioni per essere aggredita economicamente dalle potenze straniere. Il reddito pro-capite ed i prezzi del patrimonio immobiliare privato sono talmente bassi da far gola al Nord Europa, e  la voglia di shopping di Francia, Olanda e Germania potrebbe coinvolgere diffusamente  anche le nostre PMI migliori.

Di Alessio Cardinale

L’Italia è sempre stata un terra di conquista delle potenze straniere, e raramente nella sua storia unitaria si è posta essa stessa come “potenza”. Quando lo ha fatto, poi, sappiamo bene come è andata a finire.

Dal secondo Dopoguerra, le geografie mondiali sono mutate spesso, ma attraverso lunghi periodi di stabilità. Ciò che non viene evidenziato mai dalla cartine geografiche tradizionali, però, sono le mutazioni degli assetti geo-economici, che invece mutano continuamente, fino ad oggi, senza bisogno di ricorrere a conflitti armati e trovando nei “conflitti imprenditoriali” il proprio campo di battaglia, con tanto di virtuali – ma efficaci, se si vuole – trincee.

Esiste, infatti, un livello di “attaccabilità” delle aziende di un paese, di cui imprenditori di altri paesi possono avvantaggiarsi in particolari situazioni congiunturali. Esistono, anche, alcuni indicatori di riferimento che ci aiutano a capire quanto le nostre migliori aziende siano acquistabili o “scalabili” da parte di mani straniere, e che ci aiutano a comprendere, di conseguenza, quanto possa essere fragile il nostro tessuto economico in un determinato momento storico. In particolare, il mercato immobiliare – e i suoi segnali in termini di Domanda e Offerta – ed il reddito medio rappresentano due termometri infallibili per qualunque economia.

Relativamente alle quotazioni immobiliari, la speciale classifica delle città europee secondo il costo a mq vede al primo posto Parigi con 12.900 euro/mq, seguita da Londra con 11.200 euro/mq e Monaco di Baviera con 7.800 euro/mq. In Italia, Milano è ben distante a quota 3.650 euro/mq, Roma 3.300 euro/mq e Torino 1.950 euro/mq. Relativamente al prezzo medio al metro quadrato per l’affitto degli immobili residenziali, Parigi sempre in testa con un valore di 27,8 euro/mq, seguita da Oslo con 25,3 euro/mq. In Italia, invece, è Roma al primo posto con 13,4 euro/mq, seguita da Milano con 12,9 euro/mq e Torino 6,9 euro/mq.

Nel meridione d’Italia, a Napoli e Palermo, quotazioni ancora più basse pur riguardando città di grande interesse storico e con notevoli contesti architettonici.

Connesso a questo primo indicatore c’è il secondo, non meno importante, relativo al reddito. In particolare, se analizziamo quanti stipendi lordi medi annui servono per acquistare un immobile residenziale di 70mq, vediamo che i cittadini di Italia, Norvegia, Germania e Austria impiegano tra 5 (Germania) e 6,2 (Italia) stipendi lordi annui per coprire l’acquisto.

Se analizziamo i dati aggregati per aree geografiche e risaliamo fino ai livelli del 1980, le differenze rispetto alla media europea sono abbastanza evidenti: il blocco del Nord Europa resta ampiamente in vetta, con un reddito del 50 per cento più alto di quello della media europea (mentre alla metà degli anni novanta la differenza era solo del 25 per cento); quello occidentale è più alto del 25 per cento rispetto a quello orientale; quello del Sud è sceso sotto la media europea  a seguito della grande crisi del 2008 (- 10 per cento) e quello dell’Est resta al 35 per cento sotto la media, ma viaggia a ritmi di PIL talmente superiori a quelli italiani che, tra i paesi un tempo ambiti dagli emigranti dall’Europa Orientale (Albania, in primis), c’è stato una sorta di avvicinamento da parte di alcuni di loro: non sono pochi gli italiani che emigrano oggi in Albania o In Croazia, attratti dal fisco leggero e dalla burocrazia snella.

Tra il 2004 e il 2018, la distanza tra i nostri salari e quelli degli sloveni, dei cechi, degli estoni, degli slovacchi, dei lettoni, si è ridotta notevolmente, grazie anche all’effetto combinato di decenni di declino italiano e di boom economico a Est. Infatti, il reddito netto disponibile degli italiani – escluse tasse e contributi – non è ancora tornato ai livelli pre-crisi, e resta ancora oggi al livello di vent’anni fa. 

Pertanto, l’Italia sembra sempre più somigliare, in quanto a parametri economici e grado di “attaccabilità” (o scalabilità) da parte dei paesi più ricchi, ai paesi dell’Est Europa. Ecco perché, a livello immobiliare, e soprattutto relativamente agli immobili di pregio (sia nelle grandi città che nelle zone pregiate di campagna), lo shopping del Nord Europa è continuato senza sosta, anche nel periodo immediatamente successivo al primo lockdown.

Inoltre, dallo scoppio della pandemia è cresciuto il timore di acquisizione delle nostre migliori aziende da parte dei nostri partner europei, sempre attenti in passato a non permettere a mani italiane di scalare le loro grandi imprese, ma sempre lesti ad acquisire le nostre (da Parmalat a Mediaset, passando per decine di altri marchi molto noti). Buona parte dei colossi italiani, infatti, ha diminuito sensibilmente il proprio valore in Borsa, ed i nostri servizi segreti, allertati dal Governo in merito a potenziali appetiti sulle nostre grandi aziende, oggi guardano soprattutto all’Olanda e alla Francia. In ambito petrolifero, ad esempio, l’italiana Eni rischia di essere “predata” dai Paesi Bassi con la Shell, o dalla Francia con la Total. Shell ha perso il 47% da inizio d’anno, ma in Borsa vale 108 miliardi contro i 29 dell’Eni (che ha perso il 42% nello stesso periodo); la francese Total invece vale 91 miliardi, più di tre volte l’Eni.

Ma se relativamente alle grandi aziende il Governo Conte ha aumentato, lo scorso Aprile, la loro “blindatura” ampliando il cosiddetto Golden Power – che permette di bloccare acquisizioni estere anche da parte di aziende con sede Ue ma controllate da soggetti extracomunitari – nessun controllo potrà essere effettuato riguardo le possibili acquisizioni delle nostre migliori PMI non quotate che, com’è noto, costituiscono l’ossatura dell’apparato imprenditoriale italiano.

Settori di eccellenza come quelli della produzione alimentare e vinicola, oppure della logistica e della moda, oggi valgono molto meno di nove mesi fa, e diversi imprenditori con tradizioni secolari e di medie dimensioni, alla luce delle difficoltà emerse con la pandemia, potrebbero essere tentati di cedere a mani straniere le proprie quote di maggioranza.

In particolare, le più colpite potrebbero essere quelle dove risulta difficile – o impossibile – attuare un ricambio generazionale che non interrompa la continuità nelle conduzione familiare dell’azienda.

Prede facili, di questi tempi.

La “finanza delle catastrofi” guida il PIL in Europa e USA. Cina pronta a dominare il mondo

Sebbene la seconda ondata di Covid-19 sia ancora in corso, i dati del PIL del terzo trimestre di Europa e USA mostrano una rassicurante capacità di ripresa dai guasti generati dalla pandemia. Il vaccino è ormai  realtà, e così il primo trimestre del 2021 dovrebbe rappresentare il periodo più proficuo per anticipare i trend di economia reale del prossimo anno. La Cina, intanto, va per conto suo.

I recenti dati sul PIL dei paesi europei e degli Stati Uniti fanno ben sperare sulla capacità di ripresa del modello economico occidentale di fronte al più grave evento del terzo millennio. Comunque la si racconti, la c.d. Finanza delle Catastrofi ha prodotto effetti notevoli sul PIL che, a pandemia terminata, dovranno ripetersi (non senza i dovuti “aggiustamenti” in corso d’opera) per confermare il rilancio generalizzato dell’Economia in tutti i settori della produzione e distribuzione.

In estrema sintesi, se ciò che stiamo vivendo fosse la rappresentazione di un film giallo, le indagini si indirizzerebbero verso la Cina, ossia verso l’unico Paese che, dalla pandemia, ricaverà vantaggi enormi, con buona pace degli USA.

Ma procediamo per gradi, ed esaminiamo i dati paese per paese. In Italia, il PIL cresce più delle attese (+16,1% nel terzo trimestre 2020, rispetto al trimestre precedente), riportandoci ai livelli del 2015. Su base annua, però, il dato rimane negativo (-4,7%), ma il Ministro Gualtieri fa notare che il balzo “è superiore a tutte le stime (persino quelle del Governo, ndr) e testimonia la capacità di risposta della nostra economia e l’efficacia delle misure intraprese”.

Anche la Germania ha registrato un terzo trimestre da record (+8,2%), ed ha battuto le previsioni (che davano un + 7,3%) degli economisti in un recente sondaggio della Reuters. Il rimbalzo del PIL tedesco è stato determinato grazie all’aumento dei consumi privati e degli investimenti nei macchinari; a questi si è aggiunto un forte aumento nelle esportazioni, tanto da spingere il governo tedesco a rivedere al rialzo la stima per il PIL di quest’anno (dal -5,8 al -5,5%). Per il 2021, invece, Berlino prevede l’economia in crescita del 4,4%.

La Francia, dal canto suo, ha visto il suo PIL crescere del 18,2% nel terzo trimestre (dopo un calo del 13,7% nel secondo), contro le previsioni degli analisti che avevano previsto una espansione del 15%. Il ministro dell’Economia francese (Le Maire) prevede una contrazione del PIL dell’11% nel 2020, un dato peggiore delle precedenti stime (-10%), Ma non si è “lanciato” ancora nelle stime di crescita del 2021.

In Spagna i dati confermano la tendenza degli altri Paesi, con il PIL su del 16,7% sul trimestre precedente, che supera le previsioni di un + 13,5%. Su base annuale, la contrazione è dell’8,7%, ben al di sotto delle stime che davano un -12,2%.

Relativamente al Regno Unito, la situazione è differente, in termini previsionali, per via di una possibile Brexit senza accordo. Il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le previsioni per l’economia, con un calo del 10,4% del PIL nel 2020 e una crescita del 5,7% nel 2021, ma se la “questione Brexit” dovesse essere definita senza un accordo tra Londra e Bruxelles, agli effetti della pandemia dovranno aggiungersi quelli derivanti dall’uscita hard dall’Unione Europea.

Andando oltreoceano, nel terzo trimestre dell’anno il PIL Usa è balzato del 33,1%, sopra le attese degli analisti che avevano previsto un +31% (nel secondo trimestre il PIL era crollato del 31,4%). Si tratta della maggiore espansione di sempre del PIL americano, e sembra di buon auspicio per la campagna elettorale del presidente Trump, in affanno sullo sfidante Biden ed incerto fino all’ultimo sulla sua rielezione.

In Giappone, la Bank of Japan (BoJ) ha lasciato invariata la propria politica monetaria, rivedendo contestualmente al ribasso le stime sul Pil dell’anno fiscale 2020/21. Lo scenario del PIL reale relativo all’anno fiscale 2020/2021 è stato tagliato dal -4,7% al -5,5%, mentre il PIL reale per il periodo 2021/2022 è stato rivisto al rialzo del +3,6% (+1,6% nel 2022-2023).

Un capitolo a parte spetta alla Cina, che si candida ad essere sempre più – e più degli Stati Uniti – l’economia di traino della crescita mondiale. Infatti, la ripresa economica cinese è molto vigorosa in tutti i settori produttivi: i risultati del terzo trimestre del 2020 hanno determinato il rientro in positivo del PIL annuale, balzato al + 0,7 per cento nei primi nove mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2019. Le previsioni adesso vedono una chiusura dell’anno a +2,1% e una crescita del + 7,6 per cento nel 2021.

Pertanto, l’economia cinese passerà indenne l’anno disastroso del Covid, e ciò determinerà enormi vantaggi per il futuro. Del resto, mentre in Europa e USA si profila un secondo lockdown generalizzato, le immagini che arrivano dalla Cina ci raccontano di strade e negozi affollati, poche mascherine, attività a pieno ritmo e normalità. Nel frattempo, il Governo cinese ha già sviluppato una politica che favorisca, nei prossimi cinque anni, la forte crescita dei consumi interni, che sosterranno il PIL aggiungendo “benzina” al tradizionale motore delle esportazioni e, in tutta probabilità, metteranno nell’angolo i sogni di continuità egemonica degli Stati Uniti.

Neanche l’India, devastata dalla pandemia, potrà contrastare questa tendenza. Infatti, per il 2020 si prevede una contrazione della sua economia pari al 9 per cento, e i primi segnali di ripresa non arriveranno prima del 2021.

In definitiva, il vaccino rimane l’unico driver possibile per consentire ad Europa e USA di “tendere l’arco”, e prepararsi a scoccare la freccia della ripresa nel 2021.

La Cina, intanto, ha già scagliato la sua freccia e il suo dominio commerciale, grazie al progetto di distribuire rapidamente (e gratuitamente) un miliardo di dosi del suo vaccino, appare ormai incontrastabile.