Giugno 12, 2026
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Ciclo economico a rischio nel primo semestre 2021. Il futuro del dollaro è il carry trade

Secondo Maurizio Novelli (Lemanik), il tasso di risparmio delle famiglie Usa è falsato dalla sospensione delle rate di mutui e credito al consumo. Gli Stati Uniti rischiano una “balance-sheet recession”. Prospettive positive per Renmimbi e dollaro neozelandese. Il recupero del dollaro è un’occasione di vendita.

“Se, come è probabile, il contesto macroeconomico rimarrà fragile ed esposto a ricadute, il grande problema che il sistema economico Usa si appresta a fronteggiare è una balance-sheet recession. L’eccesso di debito contratto dal settore privato diventa poco sostenibile in un contesto di bassa crescita e quindi la leva finanziaria deve essere ridimensionata. Questo fenomeno è lo stesso che ha caratterizzato l’economia del Giappone dopo la crisi da eccesso di debito degli anni Novanta”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

Le ottimistiche previsioni di recupero dell’economia si stanno rivelando meno affidabili ora che i lockdown prodotti dalla seconda ondata pandemica si stanno intensificando. Il ciclo dell’economia mondiale è in cedimento e il primo semestre del 2021 rischia di compromettere gli obiettivi di recupero attesi per l’anno. A questo si aggiunge il ritardo nella programmazione delle vaccinazioni a causa dei problemi di fornitura e le incertezze provocate dalle nuove varianti del Covid.

In Europa e negli Stati Uniti il ciclo di ripresa dell’economia si è interrotto già da novembre. Le attese di una ripresa a V iniziano a cedere e l’amministrazione Usa deve intervenire di nuovo con un altro pacchetto fiscale per impedire l’avvitamento dell’economia. I 10 trilioni di dollari erogati sono finora serviti a impedire i default e non sono dunque da interpretare come “stimoli” ma come “aiuti”. Lo stimolo fiscale è denaro in più messo a disposizione per investire e spendere, l’aiuto fiscale è finalizzato a fornire invece il denaro che manca per rimanere solvibile. Questa differenza impatta in modo sostanziale sulle dinamiche del moltiplicatore fiscale e monetario e suggerisce che le aspettative di crescita proiettate dalle case d’investimento di Wall Street potrebbero essere decisamente sopravvalutate. Anche le analisi che circolano sull’enorme risparmio accumulato dai privati cittadini americani sono del tutto utopistiche: una parte molto importante di tale risparmio, infatti, dipende dal fatto che il governo Usa ha fatto sospendere i pagamenti di tutte le rate sui mutui, sul credito al consumo, sui prestiti auto, sui prestiti studenteschi e sui versamenti fiscali. Quanto risparmio rimarrà disponibile per i consumi quando saranno stati pagati tutti questi debiti in sospeso?

“Se l’economia non recupera secondo le attese “fabbricate ad arte” dagli analisti di Wall Street, il recupero della domanda interna potrebbe non essere tale da compensare un eventuale ridimensionamento nel tempo delle politiche fiscali, dato che fare spesa pubblica a ritmi del 25% del Pil all’anno è insostenibile”, sottolinea Novelli. “Il risultato sarebbe una doppia caduta e una nuova recessione, nella quale la politica monetaria dei tassi a zero non avrebbe più alcuna efficacia. Da questo momento ogni ridimensionamento della politica fiscale avrà un impatto negativo sulla crescita”.

Quella a cui rischiano di andare incontro gli Stati Uniti è una “balance-sheet recession” simile a quella verificatasi in Giappone negli anni Novanta, quando il settore privato, avendo accumulato una grande quantità di debiti, comincia a tagliare le spese, determinando un crollo della domanda e degli investimenti privati e spingendo l’economia in recessione. Nella “balance-sheet recession” il problema è la deflazione, e non l’inflazione. Infatti, mentre da un lato vi sono le forze reflazionistiche messe in atto dal settore pubblico (Quantitative easing e politica fiscale), dall’altro lato agiscono le forze deflazionistiche messe in atto dal settore privato (riduzione del debito) che si contrappongono alle prime. Il risultato è che l’economia ristagna e l’inflazione non riparte più. Perché ciò avvenga, occorre cancellare il debito.

Oggi Cina e Giappone hanno iniziato a ridimensionare la loro partecipazione al finanziamento del debito pubblico Usa e la Fed deve stampare sempre più moneta per acquistare treasuries che prima venivano acquistati dall’estero. Il ruolo del dollaro come divisa di riserva valutaria appare ancora in fase di netto ridimensionamento.

Maurizio Novelli

La traiettoria del debito americano e le politiche della Fed confermeranno tassi reali negativi sul dollaro per molto tempo e, a lungo andare, questa situazione trasformerà il dollaro in una divisa di carry trade, un destino già vissuto dallo Yen negli ultimi 15 anni. Questa soluzione è certamente positiva per il ciclo reflazionistico mondiale, ma i maggiori beneficiari di questo scenario saranno certamente le economie emergenti e non quelle occidentali. Il Pil delle economie emergenti è infatti inversamente correlato all’andamento del dollaro: quando il dollaro scende lo stock di liquidità nelle economie emergenti aumenta e la crescita economica si rafforza. Il motivo dell’aumento della liquidità nel sistema emergente è dovuto al fenomeno dei carry trade, cioè la vendita di dollari e l’acquisto di asset finanziari emergenti, e al fatto che la pressione al rialzo sulle divise emergenti induce le banche centrali di questi paesi ad allentare la politica monetaria per frenare la rivalutazione del cambio.

“In questo contesto, le nostre posizioni valutarie long si concentrano su Renminbi e dollaro neozelandese, mentre rimane negativa la view di lungo termine su dollaro americano e sterlina, dove rimaniamo short”, conclude Novelli. “Ogni possibile recupero del dollaro rimane per noi un’opportunità di vendita e non di acquisto, quindi la strategia di allocazione valutaria è quella di ampliare o ridurre le posizioni short con eventuali rafforzamenti e fasi di debolezza del dollaro”.

Vino e whisky rari: Giappone da record, Svezia emergente. Per investire bisogna saper conservare

L’investimento nei vini e whisky rari può consentire rendimenti da capogiro, ma comporta l’osservanza di rigide regole di conservazione da parte dell’investitore o del semplice appassionato.

Nel corso del 2020, un catalogo di 2.500 bottiglie dell’Enoteca Pinchiorri (in totale 864 lotti) è stato battuto per 3,3 milioni di dollari dalla casa d’aste internazionali Zachys, specializzata nel mondo del vino. Si trattava di una formidabile collezione che annoverava, tra le altre, tre bottiglie di Vosne Romanee Cros Parantoux Henri Jayer del 1985 (battute per 98.561 dollari), due magnum cru di Vosne Romanee Cros Parantoux Reserve Henri Jayer del 1999 (90.347 dollari), una 15 litri di Masseto, annata 2014 (20mila euro), sei bottiglie di Barolo Monfortino Riserva di Giacomo Conterno 2013 (6.700 euro), una bottiglia da sei litri (“imperiale”) de Le Pergole Torte Riserva Montevertine 1990 (6.500 euro) e due magnum di Barolo Bartolo Mascarello 1990 (4.800 euro).

A dicembre 2020, la stessa Enoteca Pinchiorri realizzava una vendita record con un set di 6 bottiglie di grande formato (Mathusalems, 6L, annata 1985) del Domaine de la Romanée-Conti, con un solo lotto, vendute per circa 840.000 € ad un collezionista svizzero.

Sono cifre da sogno, che dimostrano come il trend di mercato sia in continua crescita anche tra gli investitori che desiderano diversificare i propri asset. Lo stesso entusiasmo – ed anzi, ben maggiore – si è manifestato nelle aste milionarie dedicate al mondo dei rare whisky. Anche qui, valutazioni da capogiro, come quella raggiunta dalla collezione di 3.900 bottiglie di rare whisky di Richard Gooding.

E’ stata chiamata “The perfect collection”, è valutata dagli esperti circa 10 milioni di dollari ed è la più grande collezione privata al mondo di rare whisky, che Gooding ha creato negli anni acquistando all’asta oppure direttamente dalle distillerie (Macallan, Bowmore e Stromness, soprattutto). La collezione comprende un Macallan Valerio Adami (artista della Pop Art) di 60 anni (solo 12 bottiglie realizzate), contenente whisky distillato nel 1926 e imbottigliato solo nel 1986 da Macallan in 24 bottiglie, dodici delle quali decorate con un’etichetta creata dall’artista famoso per aver realizzato la copertina dell’album “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles (le altre 12 decorate da Peter Blake).

Negli ultimi anni, però, le aste internazionali hanno messo in luce anche il valore dei rare whisky prodotti in Giappone, e a maggio 2020, nella sede di Hong Kong di Sotheby’s, un’asta in versione digitale ha battuto una delle più grandi collezioni di rare whisky giapponese, con protagoniste assolute alcune etichette della distilleria Karuizawa di Nagano, chiusa definitivamente nel 2011 ma ancora sugli scudi, tanto da far arrivare, nel 2019, una sua singola bottiglia di whisky all’astronomica cifra di 447.000 dollari. L’anno precedente, poi, una rara bottiglia di Yamazaki 50 anni era stata aggiudicata per 343.000 dollari.

La domanda di whisky giapponese è aumentata notevolmente negli ultimi anni, quintuplicando il prezzo di vendita di alcune bottiglie rare e facendo lievitare le esportazioni del 50%. Sulla scia del successo giapponese, alcune giovani distillerie svedesi si stanno distinguendo come emergenti nel panorama del rare whisky, grazie soprattutto alla loro collocazione presso le fonti d’acqua più pure (che determinano la qualità del whisky).

Sia per il vino che per il Whisky, comunque, la formula vincente dell’investimento si ricava da una circostanza molto semplice. Secondo Luigi Rossi, avvocato esperto di pianificazione patrimoniale e di fiscalità delle collezioni, appena viene immessa sul mercato una determinata quantità di bottiglie, il numero delle persone che le acquista per aprirle e consumarle è costantemente superiore a quello di coloro che le conservano, i quali possono assicurarsi – a determinate condizioni, naturalmente – un aumento automatico di valore delle proprie bottiglie. Dalla formula generica alla realtà, però, c’è di mezzo l’osservanza di alcune regole fondamentali. L’acquisto del vino di pregio e dei rare whisky al solo scopo di investimento, infatti, rischia di diventare fallimentare se non si conoscono e si apprezzano le caratteristiche del prodotto e della distilleria, e se non si osservano delle specifiche regole di conservazione all’interno di una propria cantina personale. Risulta fallimentare, pertanto, acquistare una bottiglia di vino o whisky rare di cui si sconoscono la storia e i metodi di produzione.

Relativamente ai metodi e luoghi di conservazione, il whisky si conserva molto più facilmente del vino e può sopravvivere senza particolari attenzioni in quasi tutti gli ambienti, ma una collezione va preservata in una piccola cantina per difenderla da alcuni fattori esterni che possono alternare le qualità organolettiche del distillato. Inoltre, è bene osservare alcuni accorgimenti che, in caso di rivendita, diventano fondamentali. La prima è quella di non buttare mai la confezione originale, soprattutto se hai a portata di mano una bottiglia di un certo valore. La seconda è tener lontano le bottiglie dall’umidità, dalla luce del sole e dalle temperature eccessive, che fanno evaporare l’alcool (vaporizza a 78 gradi centigradi). Mai tenere la collezione in vetrina, perché in estate farebbe salire la temperatura interna e rovinare il contenuto. Ogni singola bottiglia, poi, va conservata in posizione verticale, anche perché, a differenza del vino, il whisky non continua ad invecchiare una volta imbottigliato, ma si mantiene piuttosto stabile e con il passare del tempo acquisisce più maturità e fermezza.

Un altro accorgimento utilissimo è quello di annotare il livello di liquido nella bottiglia perché, se questo dovesse scendere troppo, significa che è in corso l’evaporazione del whisky che così si ridimensiona drasticamente nel suo valore. L’umidità, invece, aggredisce l’etichetta che è un elemento prezioso della bottiglia di rare, soprattutto in vista di una possibile asta.

Relativamente alla conservazione del vino di pregio, il discorso si complica un po’ di più, ma vale la pena sintetizzare i più importanti principi e suggerimenti di conservazione:

– tenere le bottiglie al buio,
– disporle coricate su un fianco in posizione orizzontale,
– mantenere costante la temperatura dell’ambiente in cui sono custodite (tra 10 gradi e mai oltre i 18 gradi, 12-15 gradi per i vini rossi e 10-12 gradi per i vini bianchi), 
– mantenere il tasso di umidità della cantina intorno al 70%,
– proteggere le bottiglie da fonti di vibrazioni e non agitarle mai,
– tenerle lontane da profumi e odori forti (il vino “respira”, per cui è bene conservarlo sempre in un ambiente ben areato e al riparo da odori o profumi forti come quelli dei formaggi, salumi, tartufi etc),
– rispettare i tempi d’invecchiamento e affinamento in bottiglia del tuo vino (i rossi  possono essere conservati più a lungo dei bianchi).

L’Italia non è il Giappone, ma potrebbe superarlo. I due “figli dell’America” a confronto

Entrambe uscite distrutte dal ciclo storico delle guerre mondiali, oggi l’Italia è un Giappone “riuscito male”, cronicamente e politicamente incapace di risollevarsi dalle disgrazie e, soprattutto, di imparare la lezione dal suo fratellastro orientale, “cresciuto bene” senza aver ceduto un grammo della sua sovranità monetaria.

Di Alessio Cardinale*

Sarà per la conformazione geografica piuttosto simile – con l’unica differenza del nostro “ancoraggio orografico” al continente – ma le similitudini tra Italia e Giappone sono molte di più di quanto ci si possa aspettare, tanto dal punto di vista sociale quanto da quello storico ed economico.

Entrambe uscite distrutte dal ciclo storico delle guerre mondiali, oggi l’Italia è un Giappone “riuscito male”, cronicamente e politicamente incapace di risollevarsi dalle disgrazie e, soprattutto, di imparare la lezione dal suo fratellastro orientale, “cresciuto bene” senza aver ceduto un grammo della sua sovranità monetaria.

Entrambi i paesi, infatti, hanno avuto il proprio “Piano Marshall”, che nella storiografia giapponese viene chiamato, al pari del nostro, “Miracolo economico o Boom economico”, ed esattamente come in Italia ciò è stato possibile grazie all’assistenza finanziaria degli Stati Uniti d’America e, successivamente, grazie alla politica di intervento pubblico del Ministero giapponese del commercio e dell’industria, vero cuore pulsante del Paese.  

La spinta all’economia giapponese, degli anni ‘50 e ’60, vide il proprio tasso di sviluppo mantenere una media del 10% per circa 18 anni, dal 1953 al 1971, con picchi che raggiunsero il 14% del PIL annuale. Anche l’Italia fece faville, ma il suo “boom” è durato “solo” 13 anni (tra il 1951 e il 1963) ed il prodotto interno lordo aumentato in media del 5,9% annuo (con un picco dell’8,3% nel 1961).

Anche in Giappone, gli USA di fatto non permisero a nessun altro degli alleati di interferire nella propria influenza politica, soprattutto per impedire l’avanzamento ideologico dell’URSS e del Comunismo. Come in Italia, gli Stati Uniti inizialmente smantellarono le maggiori concentrazioni industriali e finanziarie del periodo ante guerra, e poi ritornarono velocemente sui propri passi, ricostituendole in parte e considerandole come il punto di partenza da cui risanare l’economia del Paese.

Per non parlare dell’influenza militare americana in Italia e in Giappone – che continua ancora oggi, sebbene sotto altre forme più condivise – e della nuova Costituzione, stilata per entrambi i paesi sotto la supervisione degli USA, che “suggerirono” (fortunatamente) i principi giuridici fondamentali dell’Ordinamento Democratico e la maggior parte degli articoli sui diritti umani e sulle libertà fondamentali dell’individuo, oltre alla composizione del Parlamento (due camere) e alla Corte Suprema (Corte Costituzionale, in Italia), quest’ultima con il compito di verificare la rispondenza delle leggi del Parlamento alle rispettive costituzioni.

Volendo sorvolare sugli accadimenti della Società e della Politica – che pure hanno il loro peso – dobbiamo annotare che sia l’Italia che il Giappone si sono entrambi distinti per un notevole tasso di corruzione e scandali politici, e per la presenza di una potente criminalità organizzata (in Giappone si chiama Jakuza, l’equivalente di cosa nostra, ‘ndrangheta e compagnia cantando).

Eppure, nonostante ciò, i due principali “figli dell’America” non sono venuti su allo stesso modo, un po’ come accade nelle migliori famiglie. E i motivi ricadono nelle scelte fondamentali effettuate dalle rispettive classi politiche e industriali, che negli ultimi venti anni – in particolare con la scelta obbligata di aderire all’UE, e con la perdita della sovranità monetaria – hanno determinato la scissione da quello storico “percorso economico comune” che rendeva così simili i due stati. 

A tutto questo, si è aggiunta la “narrazione europeista”, che fa acqua da tutte le parti: il Giappone, con le sue politiche economiche espansive rese possibili dalla sovranità monetaria e dal controllo sulla banca centrale, dimostra che il problema dell’Italia non è affatto il debito pubblico, ma l’attuale modo di concepire l’Unione Europea e i privilegi di Germania, Olanda e Francia sui quali essa è stata fondata. Infatti, l’Italia attualmente ha un rapporto tra debito pubblico e Prodotto interno lordo intorno al 155% (era il 135% prima dello scoppio della pandemia), mentre il Giappone ha un rapporto poco sopra il 250% (era il 235% prima dell’era Covid). Eppure, nonostante circa 100 punti percentuali di differenza, la credibilità del Giappone non viene mai messa in discussione. Invece l’Italia, sui media nazionali ed internazionali, è data per spacciata un giorno sì ed uno no, paragonata ai peggiori esempi stranieri di gestione della Res Publica. In particolare, i media italiani a cui piace parecchio parlar male del proprio paese hanno scelto, quale metro di paragone, la Turchia, dimenticando a piacimento le profonde differenze politiche, costituzionali ed economiche dell’Italia rispetto al paese di Erdogan. Così facendo, essi contribuiscono non poco al basso apprezzamento del nostro debito pubblico (rating) e sul prezzo dei nostri titoli di Stato, soprattutto quando accade uno shock mondiale come quello che stiamo vivendo oggi: il BTP decennale, ad Aprile 2020, è arrivato ad un rendimento del 3%, mentre le emissioni giapponesi dello stesso tipo e scadenza hanno superato lo 0% di pochi centesimi.

Il Quantitative Easing non l’ha inventato l’UE o Mario Draghi: la Bank of Japan è stata la prima a sperimentarlo già agli inizi degli anni 2000, acquistando obbligazioni governative per abbassarne il rendimento. In più, la domanda interna di questi titoli è sostenuta, sia dal mercato retail che da quello di banche e fondi pensione nazionali; questo sembra essere un indice di elevata sostenibilità, che detta la differenza con il debito pubblico italiano, detenuto in buona parte da banche e fondi stranieri (circa la metà, più di 1.000 miliardi).

In tutta evidenza, ciò avviene in quanto il Giappone detiene la sovranità monetaria e può contare sulla banca centrale come prestatrice di ultima istanza. Grazie a questo, non è soggetto al classico rischio di default e non deve pagare premi agli investitori per compensare la possibilità che l’amministrazione pubblica non ripaghi i debiti accumulati. La medesima dotazione strategica era nelle nostre mani fino a quando non è avvenuto l’ingresso nella moneta unica e la inevitabile cessione di sovranità. l’Italia, con gli stessi strumenti di politica economica e monetaria del Giappone potrebbe arrivare a gestire anche gli stessi livelli di debito, e potrebbe finanziare lo sviluppo economico applicando gli stessi criteri di chiarezza contabile utilizzati dal Giappone nella sua politica di gestione del debito.

Con questi strumenti, il nostro Paese potrebbe addirittura risolvere – politica permettendo – la questione meridionale che si trascina vergognosamente dalla caduta del Regno delle Due Sicilie e dalla c.d. Unificazione d’Italia.

A differenza di quello italiano, però, l’enorme debito pubblico nipponico è più al sicuro, perché una parte è comprata dallo stesso settore pubblico che lo emette, il 37% lo ha in mano la BOJ, poi ci sono i fondi pensione, le pensioni pubbliche e le assicurazioni. Insomma, un debito formalmente elevato ma, in realtà, una “partita di giro” per una sua fetta importante, in relazione alla quale gli interessi che si pagano sul debito detenuto dalla banca centrale ritornano allo Stato generando un circolo virtuoso che l’Italia, con i suoi tassi, potrebbe addirittura superare in efficacia.

Qualcuno ha scritto di recente che “l’UE è una favola per bambini. E dietro questa storiella fatta di arcobaleni, cuoricini e frasi fatte continuano a muoversi i pragmatici interessi dei singoli stati. Tranne il nostro“.

Tutto sommato, non siamo lontani dalla verità, ed il confronto con il Giappone lo dimostra più di ogni altro argomento.

* Direttore Editoriale di Patrimoni&Finanza

L’Outlook economico globale. L’Europa nuota, gli Stati Uniti galleggiano ed il Giappone è sott’acqua

Le ultime letture sull’attività economica indicano un mix di performance per le c.d. economie sviluppate, con la zona euro ed il Regno Unito che stanno guadagnando forza, gli Stati Uniti che vacillano ed il Giappone che va sempre più giù.

Di Ira Kalish, chief global economist, Deloitte Touche Tohmatsu Limited

Gli ultimi indici di Luglio dei gestori degli acquisti (PMI) di IHS Markit indicano chiaramente che le economie dell’Eurozona e del Regno Unito stanno risalendo la china, l’economia degli Stati Uniti è a pelo d’acqua e l’economia del Giappone continua a calare giù. Questa lettura dell’attività economica globale arriva proprio nel momento in cui si manifestano altri problemi per la ripresa degli Stati Uniti, alle prese con i pagamenti delle assicurazioni contro la disoccupazione – che hanno integrato finora il reddito dei lavoratori disoccupati – che scadranno questa settimana, e le difficili (e lunghe) trattative al Congresso per decidere un altro pacchetto di stimolo all’economia.

Le PMI della zona euro, invece, indicano una forte crescita a Luglio. Infatti, una lettura superiore a 50 per le PMI indica un’attività in crescita, e l’indice dei servizi è aumentato da 48,3 a Giugno a 55,1 a Luglio, mentre quello delle PMI manifatturiero da 47,4 a 51,1. L’indice composito è aumentato da 48,5 a Giugno a 54,8 a Luglio, indicando che l’economia generale si sta rafforzando. Ma non è tutto oro quel che luccica. Infatti, le aziende continuano a ridurre il numero di dipendenti in misura preoccupante, e cresce la preoccupazione che la domanda sottostante sia insufficiente a sostenere il recente miglioramento della produzione.

Pertanto, il timore è che l’aumento della disoccupazione e la necessità di risollevare i bilanci ostacoleranno la ripresa in Eurozona, dove permangono rischi.

Anche l’economia britannica ha registrato un miglioramento delle PMI, il cui indice è aumentato da 47.1 a Giugno a 56.6 a Luglio, mentre il PMI manifatturiero è aumentato da 50,1 a 53,6. Questa forte crescita arriva dopo un calo particolarmente marcato dell’attività nel secondo trimestre, ed è legata alla domanda repressa. Tuttavia, anche in UK dominano una certa debolezza di nuovi ordini ed un continuo declino dell’occupazione, dando così poca forza ai consumi. In aggiunta di ciò, la ripresa del Regno Unito potrebbe essere soffocata dalla mancanza di accordi commerciali post Brexit.

Negli Stati Uniti, il PMI dei servizi è aumentato da 47,9 a Giugno a 49,6 a Luglio, un livello che indica che l’attività ha continuato a diminuire, sebbene modestamente. Il PMI manifatturiero è aumentato da 49,8 a Giugno a 51,3 a Luglio, indicando una crescita modesta, mentre il PMI composito è aumentato da 47,9 di a 50,0. La debolezza dei servizi è particolarmente preoccupante, e riflette in pieno l’impatto dell’attuale ondata di virus.

I dati sull’occupazione mostrano che la ripresa dei posti di lavoro potrebbe vacillare. La scorsa settimana sono stati registrati 1.416 milioni di nuovi crediti per l’assicurazione contro la disoccupazione, più della settimana precedente e il primo aumento settimanale da marzo. Questo rapporto suggerisce che, con l’epidemia virale in aumento in gran parte del sud e dell’ovest, il mercato del lavoro degli Stati Uniti sta iniziando a indebolirsi. Inoltre, se l’economia rimane debole per un periodo prolungato, potrebbero verificarsi interruzioni di altri settori a causa della domanda generale debole. Ciò, a sua volta, potrebbe scatenare una recessione più tradizionale.

Le PMI per il Giappone hanno continuato a essere deludenti. Il PMI dei servizi è rimasto pressoché invariato, passando da 45,0 a Giugno a 45,2 a Luglio, indicando un continuo calo delle attività. L’indice della produzione manifatturiera è aumentato da 32,3 a 41,2 a Luglio, mentre l’indice composito di Luglio è stato di 43,9. In Giappone, i flussi commerciali globali sono attenuati dalle restrizioni sui viaggi, e ciò contribuisce alla flessione dei nuovi ordini e degli ordini all’esportazione. Il governo giapponese ha recentemente allentato le restrizioni economiche, il che potrebbe avere un impatto positivo sulla domanda interna.

Ma il Giappone potrebbe vedere maggiori benefici dalla crisi, rispetto ad altri paesi. Infatti, il Giappone ha alcune delle aziende più produttive e iconiche del mondo, e la minaccia del virus ha portato molte aziende a cambiare comportamento in modi che probabilmente aumenteranno la produttività, incluso un maggiore uso della tecnologia informatica per l’interazione umana, il lavoro da casa e lo shopping da casa. Inoltre, il governo giapponese ha risposto alla crisi con un massiccio aumento delle spese destinato ad aiutare le famiglie e le imprese in difficoltà, anche attraverso programmi che aumenteranno la produttività (come le spese per aumentare i servizi sanitari digitali, la digitalizzazione dei servizi pubblici e le reti in fibra ottica).

Infine, il governo ha aumentato il sussidio disponibile per le persone che lavorano da casa, e sta fornendo alle piccole e medie imprese incentivi finanziari per investire in attrezzature per lavorare a casa.

Analizzando la situazione in Unione Europea, l’UE ha raggiunto un accordo fondamentale al fine di fornire sostegno agli Stati membri, concordando uno stimolo da 750 miliardi di euro destinato a sostenere la ripresa economica. Rispetto al passato, sarà la stessa UE, anziché i singoli membri, ad emettere direttamente obbligazioni per finanziare lo stimolo. Nonostante la proposta iniziale di Francia e Germania (500 miliardi a fondo perduto) sia stata declassata a 390 miliardi dalla forte opposizione del premier olandese Rutte (a capo della cordata dei “frugali”), si tratta comunque di una nuova tendenza, che in futuro potrebbe rafforzare il ruolo globale dell’euro.

Il nuovo debito sarà finanziato dai futuri bilanci dell’UE, con l’obiettivo di estinguerlo completamente entro il 2058. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che l’Europa ha attraversato il Rubicone. Questo nuovo accordo è di gran lunga la più grande, diretta, unificata azione di bilancio intrapresa dall’UE. È un passo nella direzione dell’integrazione fiscale, sebbene il processo per arrivare a questo punto sia stato piuttosto difficile e controverso, rivelando profondi disaccordi e sollevando dubbi tali da rappresentare un potenziale punto di rottura per l’Europa.