Giugno 12, 2026
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Lemanik: le valutazioni delle azioni cinesi hanno margini interessanti

L’aggressiva presa di potere da parte di Xi Jinping ha scioccato gli investitori, che hanno venduto titoli cinesi in massa. Profili di investimento profittevoli anche in Corea del Sud, Giappone, Filippine e Thailandia.

“Gli investitori globali stavano già riducendo gli investimenti cinesi prima del Congresso nazionale del Partito Comunista a causa della crisi immobiliare, della politica di tolleranza zero del Covid e delle sanzioni imposte da Stati Uniti ed Europa sul settore tecnologico. Tuttavia, l’aggressiva presa di potere da parte di Xi Jinping, l’elezione di stretti collaboratori e l’assenza di un erede nella formazione hanno bloccato gli investitori globali. Ciò ha provocato una forte vendita dei titoli cinesi. Continuiamo tuttavia a ritenere interessanti le valutazioni delle azioni cinesi”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del Fondo Lemanik Asian opportunity.

I mercati internazionali hanno iniziato a disinvestire dai titoli cinesi prima del Congresso e questo ha portato il rapporto intrinseco tra capitalizzazione e patrimonio netto dell’indice Hang Seng China Enterprise a raggiungere un nuovo minimo da oltre 20 anni. La capitalizzazione è scesa ad appena 0,545 volte il patrimonio a fine ottobre, contro un massimo di oltre 5 volte durante la bolla sul mercato cinese nel 2007. Riteniamo tuttavia che l’importanza dell’economia cinese in un contesto globale – sia per quanto riguarda l’esportazione che per il suo mercato interno –  continuerà a giustificare l’investimento nel mercato azionario del Paese, nonostante sia attualmente soggetto a un momentaneo sottopeso.

Il mese di ottobre è stato dominato dall’esito del 20° Congresso nazionale del Partito Comunista Cinese. Xi Jinping ha consolidato ulteriormente il suo potere nominando i suoi fedelissimi collaboratori nel Comitato permanente del Politburo, il massimo organo di governo in Cina. Sono state inoltre allontanate le figure moderate. Già nel 2018 Xi aveva abbandonato il limite massimo di due mandati presidenziali quinquennali, introdotto dal grande riformatore Deng Xiaoping per limitare il culto personale di Mao Zedong. Il Congresso della Nccp ha fatto passare quindi in secondo piano il sentiment generalmente positivo che si era diffuso durante il mese di ottobre, con i mercati azionari giapponese, coreano e indonesiano che avevano registrato un rendimento positivo. La Banca del Giappone è intervenuta per il secondo mese sui mercati valutari con 42,8 miliardi di dollari per far salire il valore dello yen.

“Nel nostro portafoglio, abbiamo mantenuto una copertura totale sulla nostra esposizione allo yen, ma stiamo osservando attentamente l’eventuale inversione di tendenza del dollaro Usa”, spiega Zimmermann. “Abbiamo aumentato la ponderazione del fondo verso la Corea del Sud, il Giappone, le Filippine e la Thailandia, ma abbiamo preso profitto in Indonesia e ridotto ulteriormente l’esposizione alla Cina. Continuiamo comunque a ritenere interessanti le valutazioni delle azioni cinesi, ma attendiamo segnali tecnici, politici e/o economici più forti per aumentare il nostro peso”.

Lemanik: calano le aspettative di crescita per la Cina nel 2022

Secondo Marcel Zimmermann, il Covid-19 e i rischi geopolitici minano la crescita prevista del +5,5% del Pil cinese già ridotta per via della crisi immobiliare. Al momento le azioni cinesi vengono scambiate ai minimi pluriennali.

“La politica di tolleranza zero applicata dalla Cina sull’attuale epidemia di Covid-19 sta spingendo in lockdown le principali regioni industriali. Questo sta aumentando le interruzioni delle global value chain, già stressate, e mettendo sotto pressione la produzione interna della Cina. Il previsto 5,5% di crescita del Pil per il 2022 sembra molto difficile da raggiungere negli attuali scenari di rischi geopolitici ed economici globali. Inoltre, la crisi immobiliare non mostra ancora chiari segni di stabilizzazione”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity

Nell’ultimo mese i mercati Asean hanno nuovamente sovraperformato le altre borse regionali, seguiti dal Giappone. Le performance più deboli in valuta locale sono venute dalla Cina e da Taiwan. La performance settoriale ha mostrato rendimenti positivi solo nei settori finanziario, dei beni di consumo e dei servizi, mentre i basic materials, la tecnologia e l’healthcare sono stati i segmenti più deboli. La sanguinosa guerra in Ucraina continua a dominare il flusso di notizie e gli scenari di rischio economico per l’Europa, il suo approvvigionamento energetico e le prospettive di inflazione globale rimangono difficili da valutare. 

“In Cina le valutazioni degli indicatori aziendali continuano a scambiare ai minimi pluriennali, riflettendo la debole visibilità economica e il rischio di sanzioni Usa, se il paese dovesse sostenere direttamente la Russia. La scarsa visibilità economica e geopolitica continua a pesare sui mercati azionari globali e le azioni cinesi vengono scambiate ai minimi pluriennali”, spiega Zimmermann. “In questo contesto, abbiamo iniziato ad aumentare la ponderazione in Cina, ma esitiamo a portarla verso il peso del mercato a causa dell’incertezza di cui sopra”. 

L’esposizione allo yen rimane coperta ed è presumibile un’ulteriore divergenza della politica monetaria tra Usa e Giappone. Lo yuan cinese potrebbe sperimentare un’ulteriore debolezza, dato che la banca centrale cinese si muoverà per essere più accomodante. Il dollaro di Hong Kong è scambiato nella fascia superiore dei suoi limiti, ma la banca centrale di Hong Kong ha riserve massicce per difendere il Peg (rapporto prezzo/utili/crescita). Tuttavia, è preferibile coprire anche questo rischio valutario. “Le valutazioni nella regione sembrano interessanti nella maggior parte dei mercati, ma l’attuale debolezza riflette le incerte prospettive geopolitiche”, conclude Zimmermann. “Qualsiasi notizia positiva provocherebbe un rally nei mercati azionari globali”. 

USA vs Cina e Giappone, una lotta impari. L’Europa battezza “l’Inflazione da Valore Aggiunto”

Accanto al conflitto armato tra Russia e Ucraina/NATO si combatte già da qualche anno una guerra silenziosa che fa danni anche senza l’uso delle bombe. Il suo costo è una sorta  di imposta che, come l’IVA, si scarica sui cittadini.

Arrivati al giovedì, dopo la sbornia di aspettative di inizio settimana, è utile effettuare un focus sull’Asia, ed in particolare su Giappone e Cina, le “eterne promesse” fin dai tempi di Marco Polo che periodicamente – dal punto di vista dei mercati finanziari – ci riservano improvvise gioie e repentini dolori. L’analisi assume una certa rilevanza a seconda del punto di osservazione in cui ci poniamo: profonda delusione per gli investitori occidentali – in merito ai risultati dei portafogli di investimento – inerzia mista a una certa soddisfazione per i governi e i cittadini di quei paesi così lontani ma anche così presenti nel nostro quotidiano (con i dovuti distinguo tra di loro).

In Giappone, infatti, l’indice dei prezzi al consumo (IPC) core di Tokyo è aumentato dell’1,9% su base annua ad aprile rispetto allo 0,8% di marzo. Considerato un indicatore anticipatore dell’andamento dei prezzi a livello nazionale, la lettura suggerisce una maggiore probabilità che l’IPC giapponese raggiunga l’obiettivo di inflazione del 2% della Banca del Giappone nei prossimi mesi, mentre la debolezza dello yen ha fornito sostegno agli esportatori, aumentando il valore dei loro guadagni all’estero. In pratica, la lettura dell’indice dei prezzi al consumo di Tokyo suggerisce che, a differenza di USA ed Europa – ancora lontanissime dal vedere la fine del tunnel – la BoJ potrebbe essere più vicina ai suoi obiettivi di politica monetaria, nonostante un debito pubblico vicino al 260% del PIL.

Il problema – ma per i giapponesi è sempre stato un vantaggio – è che a Tokyo storicamente non ha alcun interesse a mantenere alto l’indice dei prezzi al consumo con il segreto obiettivo di “impoverire” della stessa misura, oltre che il potere d’acquisto dei suoi cittadini, anche il valore del proprio debito pubblico. Senza voler fare necessariamente del complottismo, è quello che sta accadendo nei nostri confini, dove di fronte ad una inflazione all’8% i tassi delle banche centrali vengono artificiosamente mantenuti bassi sull’onda della bugia, spacciata da quasi un anno, secondo cui questo tasso di inflazione sarebbe un “fenomeno passeggero”, per cui va bene mantenere i tassi entro il 2.5% o giù di lì “tanto tra poco si sgonfia”, e si torna ad una pressione inflazionistica più sostenibile.

Powell lo va ripetendo da un anno, questo ritornello, e ormai chi ci crede ancora è orbo o un sempliciotto della finanza. Invece, si dovrebbe imparare proprio dai giapponesi, il cui livello del debito non è certo una sorpresa. Infatti, già nel 2010 il Giappone era diventato il primo paese a raggiungere un rapporto debito/PIL del 200%, e per finanziare nuovo debito, emette obbligazioni che vengono acquistate principalmente dalla Banca del Giappone e dai giapponesi stessi, che insieme detengono circa l’80% del proprio debito (la Banca del Giappone, da sola, possiede il 45% dello stock). Anche la BoJ, però, pare stia cominciando a cedere una certa “sovranità intellettuale” – relativamente all’inflazione – agli argomenti farlocchi degli USA, poichè recentemente ha alzato le sue prospettive per l’indice dei prezzi al consumo e, soprattutto, ha cominciato a parlare dell’impatto di un “aumento significativo dei prezzi dell’energia, ma solo come fenomeno temporaneo”. E a proposito di politiche energetiche, il primo ministro Fumio Kishida ha parlato di ridurre la dipendenza del Giappone dall’energia russa, sottolineando che il nucleare e le energie rinnovabili saranno una parte della futura politica energetica del Paese. C’è da giurare che ci riusciranno, a differenza degli ondivaghi governi occidentali, sempre incerti sul da farsi e pronti a litigare anche sull’ovvio pur di dare “un colpo al cerchio e uno alla botte” dei potenti lobbisti di turno.

In Cina, i mercati sono crollati poiché Pechino non ha mostrato alcun segno di allentamento del suo approccio di tolleranza zero al Coronavirus, consci della inefficacia dei propri vaccini e del tutto insensibili di fronte al costo economico dei blocchi che coinvolgono milioni di persone, paralizzando industrie e distribuzione. Peraltro, le dichiarazioni del governo fanno riferimento soltanto alla necessità di evitare le infezioni su larga scala e i decessi, ma non menzionano alcuna misura di conciliazione con la crescita economica e con il bisogno di ridurre al minimo i danni all’economia. Il risultato è che molti dei 25 milioni di residenti di Shanghai rimangono ancora bloccati a casa per paura delle severissime misure di contenimento – lì, se ti trovano per strada, ti arrestano e non sai quando esci – anche se la città ha iniziato ad allentare le restrizioni con il calo delle infezioni. Nel frattempo, Pechino ha annunciato test di massa e maggiori restrizioni in risposta a una crescente epidemia. Questa politica a tratti suicida ha inciso sui consumi interni: la spesa durante i cinque giorni di festa del lavoro in Cina è crollata del 43% rispetto all’anno precedente, tanto per fare un esempio. L’attività del settore dei servizi in Cina si è ridotta ad aprile al secondo tasso più ampio mai registrato, mentre l’indice PMI ufficiale è sceso per il secondo mese consecutivo poiché i blocchi hanno frenato la produzione e interrotto le catene di approvvigionamento.

Nel frattempo, le tensioni con gli Stati Uniti sono rimaste elevate, perché la Securities and Exchange Commission (SEC) ha aggiunto oltre 80 società cinesi quotate negli Stati Uniti al suo elenco di entità che rischiano il possibile delisting dalle borse statunitensi, e sebbene questo elenco di società cinesi che rischiano l’espulsione derivi da una disputa sugli standard di revisione utilizzati dalla Cina – considerate più “morbidi” rispetto alle regole di revisione degli Stati Uniti – è chiaro che il tempismo usato dalla SEC abbia degli obiettivi di politica internazionale che non sfuggono agli osservatori più attenti. E siccome i cinesi non sono meno aggressivi degli americani, il governo di Xi Jinping ha ordinato alle aziende sostenute dallo stato di sostituire entro due anni i personal computer di marca straniera con alternative nazionali, effettuando una delle mosse più aggressive di Pechino fino ad oggi per ridurre la dipendenza del Paese dalla tecnologia statunitense.

Come molti sanno, la banca centrale cinese ormai si muove come entità totalmente decorrelata dal resto del mondo, avendo dentro i suoi confini di competenza un mondo a sé. E così, i rendimenti dei titoli di stato cinesi sono diminuiti dopo che la People’s Bank of China ha dichiarato che utilizzerà strumenti politici incrementali per sostenere una crescita economica costante e stabilizzare l’occupazione e i prezzi. Esattamente il contrario di ciò che sta accadendo in USA ed Europa, alle prese con una utilissima – per i governi mediamente più indebitati – inflazione che, scaricando i suoi effetti sui cittadini, lenirà il peso degli aumenti del rapporto debito/PIL generati nel 2020 per fronteggiare la pandemia.

In pratica, in Europa è ufficialmente nata l’Inflazione da Valore Aggiunto, che al pari dell’IVA (Imposta sul Valore Aggiunto) si scarica ineluttabilmente, di passaggio in passaggio, sul “consumatore finale”, ossia i cittadini europei, che di fatto stanno finanziando di tasca propria i guasti della c.d. finanza delle catastrofi sopportando la perdita del potere d’acquisto di redditi e risparmi.

Mercati globali: il “long Covid dell’economia” domina gli scenari più della guerra

In Europa crescono i timori  per gli scenari di guerra, in Cina dominano le preoccupazioni per il destino dei titoli cinesi quotati negli USA, mentre in Giappone si rilancia l’economia. La guerra in Ucraina fa da sfondo, e nulla più.

Servendoci degli scenari elaborati da  T. Rowe Price sui principali player mondiali del mercato azionario (ex USA), proviamo ad effettuare una analisi lucida di quanto sta accadendo nei  più importanti mercati mondiali. In tal senso, se il biennio 2020-2021 era stato dominato dalla pandemia, questo 2022 è solo in apparenza “sconnesso” dagli effetti durevoli (problemi alla produzione e inflazione) del Covid-19 che, come in numerosi cluster di ex contagiati, continua a farsi sentire anche dopo qualche tempo. Si potrebbe parlare di un “long Covid dell’Economia mondiale”, che fa sentire i  propri effetti sul malato anche molti mesi dopo la sparizione del virus – identificabile nella contrazione delle catene di approvvigionamento di materie prime e semilavorati – e mai definizione potrebbe essere più calzante di questa.

Ma una cosa deve essere chiara: il conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina non ha niente a che vedere con gli effetti della pandemia, neanche in termini anche vagamente indiretti, poiché si tratta di un’azione pianificata da molti mesi – probabilmente da qualche anno – e rinviata a causa dell’esplosione generalizzata del contagio che avrebbe fatto del conflitto armato “old-style” una mossa ancora più inopportuna di quanto non lo sia adesso in termini di principio e in termini pratici (visti gli sviluppi negativi assai inaspettati per Putin).

EUROPA e Regno Unito – L’attività economica dell’Eurozona è sembrata rallentare a marzo, con l’indice composito dei gestori degli acquisti S&P Global che è sceso a 54,5 da 55,5 di febbraio (N.d.R. le letture PMI superiori a 50 sono comunque segnali di espansione). I costi e i prezzi praticati dalle imprese sono aumentati a tassi record a causa dell’impennata dei prezzi delle materie prime e dei ritardi della catena di approvvigionamento dovuti al conflitto in Ucraina, mentre la fiducia delle imprese è crollata a causa della crescente preoccupazione per le prospettive economiche.

Le azioni in Europa si sono indebolite a causa dell’invasione russa in corso dell’Ucraina e della prospettiva di una politica monetaria più restrittiva. I rendimenti obbligazionari core dell’eurozona sono aumentati, dopo il rialzo dei Treasury statunitensi  a seguito dei commenti del presidente della Fed  Jerome Powell e delle aspettative per rialzi dei tassi più aggressivi. Anche i sondaggi dei gestori degli acquisti della zona euro, più forti del previsto, hanno spinto i rendimenti al rialzo. In questo contesto, il rendimento del bund decennale tedesco ha raggiunto il livello più alto dal 2018. Anche i rendimenti dei Gilt britannici hanno per lo più chiuso al rialzo, generalmente in tandem con i Treasury statunitensi. Tuttavia, le notizie di una minore offerta di Gilt per il prossimo anno fiscale sembravano mitigare in una certa misura questo aumento dei rendimenti.

L’Occidente impone più sanzioni alla Russia e agli Stati Uniti per fornire all’Europa più gas naturale. Questa è una mossa del tutto logica, poiché i paesi occidentali hanno concordato in diversi vertici di fornire maggiore supporto militare all’Ucraina, rafforzare le truppe ai confini europei ed estendere le sanzioni alle istituzioni, alle aziende e agli individui russi. Le misure economiche includevano l’impedire alla banca centrale russa di vendere le sue riserve auree per rafforzare la valuta e pagare l’invasione dell’Ucraina. I leader dell’Unione europea (UE) si sono concentrati sull’inasprimento delle sanzioni esistenti e sulla repressione dell’evasione, ma si sono fermati prima di imporre ulteriori limiti alle importazioni di energia russa. Di conseguenza, gli Stati Uniti hanno deciso di fornire all’UE altri 15 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto quest’anno, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza del blocco dalla Russia.

L’inflazione nel Regno Unito ha raggiunto il massimo da 30 anni a febbraio, esercitando pressioni sulla Banca d’Inghilterra affinché continui ad aumentare i tassi di interesse. L’indice dei prezzi al consumo è aumentato di un tasso annuo del 6,2%, superando la previsione mediana del 6% tra gli economisti intervistati da FactSet, trainato al rialzo principalmente dall’aumento delle bollette energetiche delle famiglie e dai prezzi della benzina. Anche i prezzi dei generi alimentari sono aumentati fortemente.

GIAPPONE – I mercati azionari giapponesi sono aumentati durante la settimana, con l’indice Nikkei 225 in rialzo del 4,93% e l’indice TOPIX più ampio del 3,78%. Il sentiment è stato rafforzato dalle aspettative di ulteriori stimoli economici e dalle rassicurazioni da parte della Bank of Japan (BoJ), che manterrà politiche monetarie molto accomodanti. Il rendimento del titolo di Stato giapponese a 10 anni è salito a un massimo di oltre sei anni dello 0,24%, dallo 0,21% della settimana precedente, nel mezzo di un’ondata di vendite globali di obbligazioni quando le principali banche centrali hanno iniziato ad aumentare i tassi di interesse. Lo yen si è indebolito a un minimo da oltre sei anni di circa 121,58 JPY rispetto al dollaro USA, da 119,23 della settimana precedente, principalmente a causa delle prospettive divergenti di politica monetaria per il Giappone e gli Stati Uniti.

Il governo annuncerà ulteriori misure per rilanciare l’economia, anche sulla scorta delle crescenti pressioni sul primo ministro Fumio Kishida affinché agisca per attutire l’impatto dell’aumento dei prezzi del carburante e delle materie prime su famiglie e imprese. L’indice principale dei prezzi al consumo di Tokyo, un indicatore anticipatore della media nazionale, è aumentato dello 0,8% a marzo rispetto all’anno precedente. Il governatore della BoJ Haruhiko Kuroda ha affermato che è troppo presto perché la BoJ cambi la sua posizione accomodante, con l’inflazione che rimane al di sotto del suo obiettivo del 2%, anche se ha ammesso che l’inflazione al consumo potrebbe accelerare intorno a quel livello da aprile, guidata principalmente dall’aumento dei costi energetici. Inoltre Kuroda ha ribadito la sua opinione secondo cui uno yen debole è generalmente positivo per l’economia giapponese, poiché le società nazionali beneficiano di un aumento del valore dei profitti esteri.

Anche in Giappone le gravi interruzioni della catena di approvvigionamento hanno continuato a rappresentare un ostacolo, e le aziende del settore privato hanno segnalato che le pressioni sui prezzi si stanno intensificando, principalmente a causa dell’aumento dei prezzi delle materie prime, e hanno segnalato un più debole ottimismo per quanto riguarda le prospettive per il prossimo anno qualora il conflitto Russia-Ucraina dovesse perdurare e amplificare il suo impatto economico nell’interscambio commerciale.

CINA – I mercati cinesi sono crollati a causa dei timori di rimozione dalla quotazione per le società cinesi quotate negli Stati Uniti derivanti da una ribollente disputa bilaterale sugli standard di revisione. Per la settimana, l’indice CSI 300 a grande capitalizzazione è sceso del 2,1% e lo Shanghai Composite Index ha perso l’1,2%, secondo Reuters. In particolare, le preoccupazioni per il destino dei titoli cinesi a doppia quotazione hanno continuato a smorzare il sentiment. Le autorità di regolamentazione cinesi hanno incaricato alcune delle società quotate negli Stati Uniti del paese di preparare documenti di audit per l’anno finanziario 2021, ha riferito Reuters, citando fonti anonime. Secondo quanto riferito, le società includevano il principale motore di ricerca cinese Baidu, le piattaforme di e-commerce Alibaba e JD.com e la società di social media Weibo.

La notizia delle istruzioni delle autorità di regolamentazione cinesi alle società con doppia quotazione sembrava segnalare una certa disponibilità da parte di Pechino a capitolare alle richieste di Washington di risolvere una situazione di stallo di lunga data sugli standard di revisione. Tuttavia, gli analisti hanno notato che non è chiaro se i colloqui tra i regolatori di entrambe le parti si sarebbero concretizzati in qualcosa di chiaro. In una dichiarazione, il Public Company Accounting Oversight Board ha aggiunto che “non è chiaro” se la Cina consentirebbe alle autorità di regolamentazione statunitensi di rivedere gli audit delle società cinesi quotate negli Stati Uniti.

Per anni, gli Stati Uniti hanno chiesto l’accesso ai libri contabili delle società quotate negli Stati Uniti, ma Pechino ha rifiutato di dare accesso agli audit aziendali adducendo motivi di sicurezza nazionale. All’inizio di marzo, la Securities and Exchange Commission (SEC) degli Stati Uniti ha nominato cinque società cinesi che potrebbero subire il delisting ai sensi della Holding Foreign Companies Accountable Act, una legge che obbliga la SEC a revocare le azioni delle società se le autorità di regolamentazione statunitensi non possono rivedere i loro audit per tre anni consecutivi.

Lemanik: il mercato giapponese il più attrattivo tra quelli sviluppati

Secondo Marcel Zimmermann, la crisi immobiliare in Cina rimane un freno alla sua crescita, mentre le esportazioni potrebbero essere esposte al deterioramento geopolitico in Europa.

“Nel contesto attuale consideriamo le valutazioni del mercato giapponese a medio lungo termine molto attrattive sia per il potenziale della crescita regionale, sia per la possibilità di una rivalutazione del listino nipponico più vicino ai livelli degli altri mercati sviluppati”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

L’invasione dell’Ucraina da parte delle forze russe e le immediate e massicce sanzioni sull’aggressore da parte di Ue, Usa e altri paesi hanno messo il mondo finanziario su una strada imprevedibile. Non sappiamo ancora quali effetti avranno le sanzioni sulle catene di approvvigionamento globale, sul sentimento dei consumatori, sull’inflazione. La Banca di Sviluppo Asiatico prevede comunque una crescita regionale del 5.3% nel 2022. Questo è superiore all’Europa e agli Stati Uniti. Nel 2021 è stato firmato il patto più importante di libero scambio a livello globale, il Rcep, che copre il 30% del Pil globale e quasi un terzo della popolazione del mondo. Questo patto darà spinta a una diversificazione delle catene di distribuzione che attualmente è molto concentrata in Cina verso i paesi Sud Est asiatici e apre una grande opportunità d’investimento anche per il Giappone, la Corea del Sud ed i paesi Asean.

Il mercato azionario giapponese ha le valutazioni più attrattive tra i mercati sviluppati, sia a livello di valore intrinseco sia a livello di indebitamento aziendale. Il basso indebitamento dà alle aziende più spazio per gestire momenti di stress finanziario e/o geopolitico. Va anche considerato che con una forte incertezza geopolitica ed economica, la visibilità e le previsioni sugli utili e le vendite diventano scarse. In questo contesto incerto, un basso valore aziendale e un modesto indebitamento sono dei criteri chiave per valutare un’azienda.

Un altro punto a favore del Giappone riguarda la previsione di un aumento dell’inflazione, anche se è un’arma a doppio taglio. Da un lato, l’inflazione riduce il potere d’acquisto il che è chiaramente un fattore negativo, ma le valutazioni aziendali sotto il valore intrinseco sono anche un tipo di protezione inflazionistica. È anche per questo che il mercato si sposta attualmente di più verso il segmento value. “In questo contesto abbiamo continuato a ridurre l’esposizione in Cina. La crisi immobiliare nel paese rimane un freno alla sua crescita, mentre le esportazioni potrebbero essere esposte al deterioramento geopolitico in Europa”, conclude Zimmermann. “La ponderazione nella tecnologia è stata ulteriormente ridotta a favore del segmento value giapponese. Le basse valutazioni fondamentali in Asia, in particolare in Giappone e in Cina, dovrebbero contribuire a mitigare parzialmente il maggiore profilo di rischio globale. Osserviamo infine attentamente il movimento dell’euro: un ulteriore deterioramento geopolitico in Europa sarebbe negativo e segnalerebbe un parziale scioglimento della copertura valutaria contro lo yen, il dollaro di Hong Kong e il dollaro Usa”.

Azionario Asia, ruotare i portafogli: meno tecnologia e più finanza

Secondo Marcel Zimmermann, le borse asiatiche hanno pagato l’accelerazione della Fed sui tassi d’interesse, ma le prospettive restano positive. La volatilità di questi mercati diminuirà dopo il primo rialzo dei tassi a marzo.

“Nel mese di gennaio, in tutta l’Asia soltanto Singapore, Hong Kong e Thailandia hanno avuto una performance positiva, mentre Corea del Sud, Giappone e Cina hanno fatto segnare le performance peggiori. Tuttavia le prospettive economiche dell’area restano positive, con una previsione di crescita del Pil nel 2022 pari al 5,3% secondo l’Asian Development Bank. Ma l’espansione regionale è legata alla capacità della Cina di contenere le crisi immobiliari, dato che è il più grande mercato di esportazione della regione”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

Il sentiment positivo registrato nei mercati asiatici durante i primi giorni dell’anno è diventato negativo dopo la pubblicazione delle minute della riunione di dicembre della Fed, da cui è emerso un quadro ben più aggressivo di quanto gli operatori di mercato si aspettassero. La Federal Reserve ha chiaramente indicato la sua disponibilità a ridurre il sostegno politico in modo deciso. L’inflazione è ora considerata con grande preoccupazione e la piena occupazione potrebbe esacerbare ulteriormente questa tendenza.

Nel mese di gennaio, i rendimenti governativi sono aumentati in tutto il mondo, a eccezione della Cina, dove governo e banca centrale sono impegnati a contenere le ricadute della crisi immobiliare, che sta minando i prezzi e la ricchezza delle persone. Per la prima volta dalla crisi del Covid nel marzo 2020, l’indice Caixin China Manufacturing PMI è sceso sotto il livello di espansione. Mentre i dati sull’inflazione regionale sono relativamente stabili, dato che i colli di bottiglia nella logistica e nel processo di approvvigionamento industriale migliorano. A complicare il quadro, i due principali rischi geopolitici, Ucraina e Taiwan, che non si sono sgonfiati, e la ripresa dei test missilistici da parte della Corea del Nord. Nel prossimo autunno, il Congresso del Partito Nazionale Cinese dovrebbe rieleggere Xi Jinping come segretario generale e la nomina annullerebbe ufficialmente l’attuale meccanismo di successione che concentra un immenso potere su Xi. Mentre negli Stati Uniti, sempre in autunno, a novembre, si terranno le elezioni di metà mandato che decideranno il controllo di Senato e Camera.

“In questo contesto, abbiamo abbassato l’esposizione del fondo ai settori healthcare, tecnologia ed energia a favore dei titoli finanziari e industriali, da cui ci attendiamo una sovraperformance nella parte finale del ciclo economico”, spiega Zimmermann. “L’esposizione alla Cina è leggermente aumentata, ma rimane al di sotto del benchmark a causa della situazione di incertezza del Paese. Mentre è scesa sotto al benchmark anche l’allocazione paese in Corea del Sud, come conseguenza della riduzione dell’esposizione alla tecnologia. Continuiamo invece a sovrappesare il Giappone e il Sud-est asiatico. In generale, riteniamo che le valutazioni nella regione asiatica siano interessanti e ci aspettiamo una minore volatilità dei mercati azionari dopo il primo rialzo dei tassi di interesse a marzo”.

Giappone vs Cina: in posizioni contrarie, ma non troppo

Il confronto tra i due giganti asiatici è ancora di grande attualità, soprattutto in questo periodo in cui il dibattito sui tassi di interesse coinvolge tutte le economie mondiali. Guardinga la BoJ, pronta ad ulteriori tagli la PBoC.

Da circa un anno, e cioè da quando il governo cinese è entrato più volte “a gamba tesa” su alcune aziende del mercato azionario – attraverso restrizioni regolamentari imposte ad alcuni listini specifici – l’attenzione degli analisti specializzati sui mercati asiatici si è spostata sul Giappone e sui suoi fondamentali ritenuti più promettenti. Di conseguenza, diverse società di gestione hanno alleggerito l’esposizione sull’azionario cinese e appesantito quella in azioni giapponesi. Pertanto, il confronto tra i due giganti asiatici è ancora di grande attualità, soprattutto in questo periodo in cui il dibattito sui tassi di interesse coinvolge quasi tutte le economie mondiali.

Durante la scorsa settimana, i rendimenti del mercato azionario giapponese sono stati negativi, con l’indice Nikkei 225 in calo del 2,14% e il più ampio indice TOPIX in calo del 2,62%. A causa delle nuove infezioni da coronavirus record a livello nazionale, il governo ha posto Tokyo e altre 12 prefetture in uno stato di quasi emergenza, che ha pesato sul sentiment generale di mercato. In questo contesto, il rendimento del titolo di Stato giapponese a 10 anni è sceso allo 0,13%, dallo 0,15% alla fine della settimana precedente, mentre lo yen si è rafforzato a circa 113,96 JPY contro il dollaro USA, dai 114,22 JPY della settimana precedente.

La banca centrale del Giappone (BoJ) mantiene un atteggiamento da colomba, spostando il punto di vista sul rischio di inflazione e conservando la sua posizione accomodante nella riunione di politica monetaria di gennaio. Di conseguenza, La Bank of Japan ha tenuto invariati i tassi di interesse a breve e a lungo termine ed ha affermato che proseguirà con l’allentamento monetario quantitativo e qualitativo per il controllo della curva dei rendimenti, con l’obiettivo di raggiungere la sostanziale stabilità dei prezzi al 2% di inflazione, e che non esiterà adottare ulteriori misure di allentamento, se necessario.

La BoJ ha aggiornato le sue previsioni di crescita economica per l’anno fiscale 2022, prevedendo un’espansione del prodotto interno lordo (PIL) anno su anno in termini reali del 3,8% (rispetto all’espansione del 2,9% prevista nell’ottobre 2021), grazie principalmente al contraccolpo delle misure economiche del governo e ad una ripresa della produzione per adeguarsi alla domanda. La BoJ ha anche aggiornato le sue previsioni per l’indice dei prezzi al consumo (CPI) nell’esercizio 2022 all’1,1% (dallo 0,9% previsto per ottobre), riflettendo un aumento dei prezzi delle materie prime e il trasferimento di tale aumento sui prezzi al consumo.

I dati economici separati hanno evidenziato che le esportazioni sono aumentate del 17,5% su base annua a dicembre, spinte dall’allentamento dei colli di bottiglia dell’offerta verso la fine del 2021. Le importazioni sono aumentate del 41,1% su base annua nello stesso periodo, grazie all’aumento dei costi delle materie prime e a uno yen più debole. Il primo ministro Fumio Kishida (nella foto) ha sottolineato che la ripresa economica del Giappone sarà guidata dalla digitalizzazione e dagli investimenti in tecnologia verde e capitale umano. La chiave per la digitalizzazione è l’investimento nelle infrastrutture, e l’uso della fibra ottica è molto più veloce e ha vantaggi in termini di riduzione dell’elettricità.

I mercati cinesi, in posizione ostinatamente contraria al resto del mondo occidentale – la Cina ed il suo modello economico ormai fanno storia a sé – hanno registrato un guadagno settimanale, poiché il governo ha intensificato le misure di allentamento monetario e ha segnalato un ulteriore supporto per il settore immobiliare assediato dai fallimenti. L’indice Shanghai Composite è salito dello 0,1% e l’indice CSI 300 ha guadagnato l’1,1%. Lunedì scorso, la People’s Bank of China (PBOC) ha inaspettatamente ridotto di 10 punti base il tasso di interesse sui prestiti a medio termine (MLF) a un anno ad alcune istituzioni finanziarie, portandolo al 2,85%, la prima riduzione della banca centrale dall’aprile 2020. In risposta, le banche cinesi hanno tagliato i tassi di prestito privilegiati per i prestiti a uno e cinque anni. A seguito di questo taglio dei tassi, il vice governatore della PBOC Liu Guoqiang ha affermato che la Cina lancerà ulteriori misure politiche per stabilizzare l’economia e prevenire le pressioni al ribasso. I suoi commenti hanno innescato un rally dei titoli di stato cinesi, portando il rendimento del titolo sovrano a 10 anni al 2,736% dal 2,809% della scorsa settimana.

Nel frattempo, la pressione normativa sul settore tecnologico cinese è continuata fino al punto che la società ByteDance, proprietaria del celebre social TikTok, ha comunicato che stava sciogliendo il suo team di investimento strategico a livello di gruppo. L’agenzia di pianificazione statale cinese, la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, ha pubblicato un documento politico contenente opinioni contro i monopoli, contro la concorrenza sleale e i problemi relativi ai dati degli utenti nelle società di piattaforme online.

Secondo i dati più recenti, il prodotto interno lordo cinese è cresciuto del 4%, un risultato migliore del previsto nel quarto trimestre del 2021, rallentando però rispetto al ritmo di espansione del 4,9% del terzo trimestre. I dati suggeriscono un peggioramento delle pressioni al ribasso, soprattutto nei consumi e nell’andamento degli immobili, anche se gli investimenti in infrastrutture hanno mostrato un certo miglioramento. Lo yuan ha chiuso la settimana stabile a 6,34 per dollaro USA, dopo essere salita al livello più alto da maggio 2018 all’inizio della settimana. Alcuni analisti hanno attribuito la recente forza della valuta cinese agli afflussi degli investitori obbligazionari, che si stanno posizionando in vista di ulteriori tagli dei tassi.

Zimmermann, Lemanik: perché puntare sul Giappone

Il nuovo ceppo Covid Omicron ha innervosito il sentiment degli investitori globali. Inoltre, i rischi geopolitici sono aumentati in Europa, poiché la Russia ha incrementato le truppe al confine con l’Ucraina.

“Oggi il Giappone è il paese asiatico più interessante in termini di investimento. Il paese trarrà certamente vantaggio dal Rcep, l’accordo economico-commerciale tra i 10 Paesi dell’Asean più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, ma anche dall’indebolimento dello Yen che avrà un effetto positivo sulle vendite e sui profitti. La pressione dell’inflazione globale potrebbe finalmente mostrare un cambiamento nel comportamento dei consumatori, che è fortemente influenzato dalla pressione deflazionistica avviatasi dopo la bolla immobiliare del 1990. Inoltre, le aziende hanno generalmente un rapporto di indebitamento molto basso e l’indice Topix ha uno dei più bassi rapporti price/book tra gli indici del mondo sviluppato”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity di Lemanik.

Il nuovo ceppo Covid Omicron ha innervosito il sentiment degli investitori globali. Inoltre, i rischi geopolitici sono aumentati in Europa, poiché la Russia ha incrementato le truppe al confine con l’Ucraina. Gli impegni di Giappone e Stati Uniti per sostenere Taiwan in una potenziale invasione dalla terraferma hanno aumentato la pressione sulla Cina. Quest’ultima ha proseguito a esercitare la sua influenza su Big Tech, chiedendo a DiDi il delisting dagli Stati Uniti. L’incertezza che circonda i titoli cinesi quotati negli Stati Uniti tramite strutture VIE (variable interest entities), le strutture utilizzate dalle imprese locali per attrarre capitali esteri, ha ulteriormente pesato sul sentiment con il Kraneshares China Internet ETF, quotato alla Borsa di New York, in calo del 22,90%. Oltre alla pressione geopolitica, la Cina deve gestire l’implosione del suo più grande costruttore immobiliare, Evergrande, con 300 miliardi di dollari di debito. La terribile situazione del settore sta trascinando giù anche altri costruttori e Modern Land China, Sinic Holdings e Fantasia hanno mancato i pagamenti del loro debito. 

“Dal punto di vista macroeconomico, continuiamo a vedere un quadro misto”, sottolinea Zimmermann. “La carenza di semiconduttori e la distorsione delle catene globali del valore sono ancora un freno per l’economia, ma il sentiment dei consumatori si sta riprendendo e i piani di investimento infrastrutturali del governo dovrebbero dare ulteriore sostegno alla ripresa globale. Le esportazioni nel segmento tecnologico dall’Asia segnalano una domanda ancora forte. Continuiamo a essere sovrapesati nei paesi Asean e ci aspettiamo che l’impatto positivo dell’accordo commerciale Rcep sostenga un’espansione a lungo termine. Le valutazioni in Cina rimangono interessanti al livello attuale, ma i fattori d’incertezza sopramenzionati ci spingono a mantenere una posizione sottopesata in questo paese”.

Lemanik: il sell-off nella new economy cinese crea opportunità

Secondo Marcel Zimmermann, i titoli Asean restano attrattivi e a livello settoriale c’è interesse per tecnologia e materie prime. Si intravedono il rischio della fine della politica monetaria espansiva e un ulteriore deterioramento della relazione tra Usa-Eu verso la Cina.

“Le società private generano il 60% del Pil cinese e il governo sa che gli interventi diretti potrebbero ridurre la crescita in una fase di fragilità. Riteniamo che il sell-off in corso possa offrire delle opportunità e intendiamo lentamente ricominciare ad aumentare il peso della Cina nel portafoglio, attualmente al 12% e quindi al di sotto del livello del benchmark, tramite investimenti in titoli della nuova economia”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

L’Asia continua a essere la regione più importante a livello di crescita anche se il trend appare in rallentamento. Sia l’indice Cinese Caixin Purchasing Manager Manufacturing (PMI) che il PMI dei servizi sono scesi sotto la soglia di 50 – e dunque in territorio di contrazione – nel mese di agosto. I casi di Covid in Giappone sono aumentati drammaticamente durante le Olimpiadi di Tokyo ma grazie alla vaccinazione il tasso di mortalità rimane molto più basso rispetto a gennaio. Vediamo principalmente due rischi per i mercati azionari: la fine della politica monetaria espansiva e un ulteriore deterioramento della relazione tra Usa-Eu verso la Cina. Un aumento dei tassi d’interesse sarà comunque graduale e compensato da un’accelerazione economica. Al contrario, un aumento delle tensioni geopolitiche potrebbe indebolire il sentiment positivo verso la regione.

Il giro di vite del governo cinese sulle grandi società dei settori della tecnologia, del gaming, dell’e-commerce e della didattica ha cancellato un trilione di dollari di capitalizzazione e ha lasciato gli investitori nell’incertezza circa la direzione futura. Questa è un’opportunità per accumulare aziende cinesi con un interessante potenziale a lungo termine. La protezione dei dati personali e l’atteggiamento monopolistico dei giganti della new economy sono discussi anche in Europa e negli Stati Uniti.

“Il fondo nell’ultimo periodo ha beneficiato della bassa esposizione sulla Cina e di una posizione del 45% sul Giappone”, sottolinea Zimmermann. “Abbiamo ridotto di qualche percentuale la nostra ponderazione in Giappone a favore della Cina mentre restiamo sovrappesati sull’area Asean, che trae profitto dell’accordo RCEP, firmato nel novembre 2020. La diversificazione delle supply chain fuori della Cina, spinta dagli Usa e anche dal Giappone, è un altro fattore positivo per questi paesi. A livello settoriale restiamo sovrappesati sugli industriali e i metalli industriali che continueranno a beneficiare degli investimenti sostenibili (auto elettriche, turbine eoliche, ecc) e degli importanti programmi infrastrutturali lanciati dai diversi paesi per sostenere la crescita”.

Atradius: riparte l’economia globale nel 2021, ma gli scenari rimangono incerti

Lo sviluppo dei vaccini e le politiche di sostegno fiscale dei governi lasciano ben sperare per una ripresa dell’economia, che dovrebbe riacquistare slancio nel 2021, ma molto dipenderà dall’efficacia della vaccinazione e dall’assenza di nuove ondate di contagio.

(Comunicato Stampa) Roma, 02 marzo 2021 – L’economia, grazie ai programmi di vaccinazione di massa e agli aiuti fiscali, dovrebbe riprendersi, sebbene rimanga incerta l’efficacia dei vaccini e, per alcuni Paesi, la stabilità degli effetti positivi sul PIL anche per il 2022. Questo lo scenario delineato dall’Economic Outlook, il documento di previsione economica di Atradius, società leader mondiale nell’assicurazione del credito commerciale, recupero crediti e fideiussioni assicurative. L’outlook, sulla scia del PIL mondiale in aumento (+5%) nel 2021, mostra previsioni fiduciose anche per il commercio globale (+7-8% nel 2021).

Sono i paesi emergenti dell’Asia, guidati da Cina e India, a riprendersi più rapidamente, essendo tornati già a fine 2020 ai livelli del 2019; Europa Occidentale e America Latina appaiono invece in ritardo, e si riprenderanno solo nel 2022, mentre USA ed Est Europa si collocano a metà strada e supereranno la crisi entro fine 2021.

Andando più nel dettaglio, le economie avanzate stanno iniziando a riprendersi dalla recessione e dovrebbero registrare una crescita media del PIL del +3.9% nel 2021, dopo un calo del -5% nel 2020 e ancora un punto in meno rispetto al 2019, anche se rimangono alcune incertezze nelle due aree principali. Gli Stati Uniti  dovrebbero cresecre del +4.2% nel 2021 , ma il rischio di un nuovo aumento della disoccupazione e dei contagi riduce al +3,4% la crescita nel 2022; per l’Eurozona la ripresa sarà più lenta, dovendo recuperare il crollo dell’economia nel 2020 (-7,1%), e nonostante la previsione di un aumento del 4.2% nel 2020, dovrà aspettare il 2022 (previsione: +4,9%) per tornare ai livelli pre-pandemici (possibili anche due scenari, vedi tabella sotto).

Nel Regno Unito, a causa soprattutto dell’imposizione di un terzo lockdown nazionale, la ripresa si mostra più lenta e la crescita del +4,5% del 2021 coprirà solo la metà delle perdite del PIL nel 2020 a causa della pandemia (-10,3%), mentre un recupero sostanziale potrebbe arrivare nel 2022 (+6.4%). In Giappone, la forte recessione innescata dalla pandemia nel 2020 (-5,3%), potrebbe essere recuperata grazie alle Olimpiadi estive, che fanno prevedere una prudenziale stima del +2,7% nel 2021 e altrettanto nel 2022.

La crescita economica nei mercati emergenti (Pil a -1.9% nel 2020, +6.3% nel 2021) è peggiorata drasticamente nel 2020 e staziona ancora in una fase critica, seppure con trend differenti tra i diversi Paesi. L’Asia Emergente (Pil a -0.3% nel 2020 e +7.4% nel 2021) si trova nella posizione più alta tra i Paesi che hanno saputo contenere meglio la diffusione del virus, grazie soprattutto alla performance di Cina (Pil a -1.8% nel 2020 e +8.8% nel 2021), con la gestione dei contagi sotto controllo e una forte politica di sostegno monetario, e India (PIL a -7.6% nel 2020 e +10.2% nel 2021), caratterizzata da previsioni più deboli. Viceversa, l’America Latina (Pil a -7.1% nel 2020 e +5.4% nel 2021) si colloca nella posizione più bassa, con le sue economie trainanti, Brasile (Pil a -4.7% nel 2020 e +4.0% nel 2021) e Messico (Pil a -8.7% nel 2020 e +6.1% nel 2021), che mostrano entrambe una performance di crescita ancora debole.

Massimo Mancini

Massimo Mancini, Country Director di Atradius per l’Italia, ha commentato: “Le previsioni sulla ripresa economica nel corso del 2021 restano ancora incerte, a causa dei dubbi sulla diffusione dei vaccini e sul reale controllo dei contagi. In molti mercati, anche fra quelli avanzati, permangono inoltre incognite sull’evoluzione politica dei governi e sulle decisioni che verranno adottate nei rapporti commerciali tra Stati. In questa fase, è ancora fortemente necessaria un’attenzione particolare alla gestione del credito, verso tutti i mercati che si stanno ancora riprendendo dagli effetti devastanti della pandemia”.