Luglio 27, 2026
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L’inflazione rallenta in Europa. Nvidia al di sotto delle aspettative: IA una bolla pronta a scoppiare?

L’inflazione si attenua in Europa, il Dow raggiunge un nuovo record e il mercato del lavoro USA mostra una forza sorprendente. Nel frattempo, le azioni Nvidia inferiori alle aspettative: si teme una bolla.

La scorsa settimana Nvidia ha riportato risultati contrastanti, che segnala un cambiamento del sentiment nei confronti del gigante dei microprocessori. Nonostante l’impressionante aumento del 120% del valore delle azioni nel corso dell’anno, le azioni di Nvidia hanno subito un calo del 7% nelle sedute after-hour. Il calo è legato alle crescenti preoccupazioni degli investitori riguardo alle difficoltà di produzione dei prossimi chip Blackwell e, soprattutto, alla potenziale bolla dell’intelligenza artificiale.

Eppure i mercati, stretti su pochissimi spunti al rialzo – forse uno solo, trainante, e cioè l’IA – continuano a vedere il bicchiere mezzo pieno. Infatti, i mercati finanziari hanno registrato un’impennata a metà settimana scorsa (giovedì), con Wall Street sostenuta dai dati economici incoraggianti sulla crescita e l’occupazione negli USA. In quella seduta, il Dow Jones ha raggiunto un nuovo record di chiusura, guadagnando lo 0,59%, mentre a Parigi il CAC 40 è salito dello 0,84%, arrivando al livello più alto da metà luglio, alimentato da prospettive economiche ottimistiche. La borsa di Milano, infine, è salita dello 0,6%. Di contro l’oro non smette di brillare, registrando prezzi in lieve rialzo (+0,91% a 2.526 $ l’oncia) spinti dalle speranze di un taglio dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve a settembre. Peraltro, le attuali incertezze economiche e geopolitiche continuano a sostenere la domanda di oro e altri metalli preziosi come argento, platino e palladio che hanno registrato ottime prestazioni, riflettendo una più ampia fiducia del mercato nei beni rifugio.

L’inflazione in rallentamento in Europa alimenta lo scenario di ribasso dei tassi. I prezzi al consumo hanno mostrato segni di sollievo in agosto, con il tasso della Germania che è sceso sotto la soglia critica del 2%, grazie a un calo del 5,1% dei prezzi dell’energia. Anche la Spagna ha riportato notizie positive, con un tasso d’inflazione sceso al 2,4%, grazie alla riduzione dei costi dei generi alimentari e del carburante. Per quanto riguarda l’Italia, la stima dell’Eurostat indica un’inflazione in calo all’1,3% (dall’1,6%). Questi sviluppi suggeriscono che l’Europa stia finalmente iniziando a vedere la luce in fondo al tunnel dell’inflazione, e una loro stabilizzazione durante i prossimi mesi segnerebbe una spinta al ribasso con alti margini di certezza per gli investitori, che a quel punto potrebbero dirigere liquidità “pesante” verso il settore obbligazionario.

Cosa potrebbe turbare questo quadro deflattivo? Il mercato del lavoro USA, per esempio, che mostra una forza inaspettata. Il 24 agosto l’occupazione negli Stati Uniti ha registrato un rimbalzo positivo, con il numero di disoccupati ufficialmente sceso di 2.000 unità a 231.000. Questo calo inaspettato evidenzia la persistente resilienza del mercato del lavoro statunitense, in controtendenza rispetto ad alcune previsioni economiche, e fa intravedere l’allontanamento di una recessione più volte annunciata con la segreta speranza di poter consentire un ciclo di ribasso dei tassi più rapido. Anche la BCE, del resto, è stata invitata ad andarci piano coi tagli dei tassi, messa in guardia da Isabel Schnabel (nella foto), membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea (BCE), contraria ad un taglio troppo rapido dei tassi e incerta sul percorso per riportare l’inflazione al 2%. Secondo la Schnabel, infatti, sebbene le prospettive di fondo della BCE suggeriscano che l’inflazione potrebbe raggiungere l’obiettivo entro il 2025, le persistenti pressioni sui prezzi, in particolare nel settore dei servizi, consigliano un approccio più graduale nell’allentamento delle politiche monetarie restrittive.

Su tutto, però, incombe la nube dell’IA, che secondo diversi analisti potrebbe essere una bolla speculativa pronta a scoppiare, alimentando preoccupazioni diffuse lungo le più disparate direzioni: dai timori di una “superintelligenza” incontrollabile alle richieste di una regolamentazione più severa da parte dei sostenitori dell’etica nel campo dell’IA. Tuttavia, la preoccupazione maggiore che scuote i mercati è legata all’eventualità di una bolla speculativa guidata dall’IA. La recente performance azionaria di Nvidia ha riacceso questi timori, mentre i giganti tecnologici continuano a riversare denaro nell’intelligenza artificiale, spesso senza ottenere rendimenti significativi a breve termine; tutti segnali tipici delle innovazioni “disruptive” che, come Internet nel 2000, hanno segnato un passaggio doloroso dei mercati prima di dispiegare i propri effetti positivi. Nonostante questi aspetti poco rassicuranti, alcuni leader del settore, come Sundar Pichai di Google, sostengono che “il rischio di sotto-investire è drammaticamente maggiore rispetto al rischio di sovrainvestire”, respingendo le preoccupazioni relative a un mercato dell’IA eccessivamente gonfiato. 

Economia USA, la recessione non si può escludere. Servirà uno stimolo fiscale

Nonostante le crepe nell’economia statunitense, la Fed non interviene sui tassi per paura di una seconda ondata di inflazione. L’unica ancora di salvezza sarebbe uno stimolo fiscale del governo.

Di Alberto Conca, gestore Zest Asset management Sicav e responsabile investimenti Lfg+Zest

Se i mercati finanziari (cioè il consenso) credono in un soft landing, allora si potrebbe concludere che quest’ultimo è l’esito più probabile. Tuttavia, i dati economici recenti suggeriscono che si stanno formando delle crepe nell’economia statunitense, in particolare tra i consumatori a basso reddito, all’interno del mercato del lavoro e in alcune aree del mercato immobiliare.

Il fatto che per più di due anni, da quel marzo 2022 in cui la Federal Reserve ha aumentato per la prima volta i tassi di interesse, l’economia Usa sia andata bene nonostante l’aumento dei tassi di interesse, non significa che non si rischi una recessione. Certo non è detto che un’economia cada sempre in recessione se i tassi di interesse rimangono a livelli elevati per un periodo prolungato. Tuttavia, le probabilità non sono a nostro favore e il secondo trimestre 2024 ha fornito poche prove che questa volta potrebbe essere diverso, nonostante gli ottimi risultati dei mercati finanziari che potrebbero indurci a pensarla in altro modo.

L’esaurimento del risparmio in eccesso delle famiglie statunitensi costringerà i consumatori a risparmiare di più, in un momento in cui la crescita dei salari si sta normalizzando e la disponibilità di credito è limitata da standard di prestito più rigidi da parte delle banche, con conseguente riduzione dei consumi. Il risultato è che la crescita delle vendite reali al dettaglio è negativa da tempo, mentre i tassi di insolvenza sui debiti delle famiglie sono in aumento e potrebbero raggiungere un livello preoccupante entro l’autunno. D’altra parte, la fascia più alta della popolazione, in termini di reddito, che rappresenta il 40% della spesa discrezionale, sta continuando a spendere, ma non si sa quanta domanda repressa rimanga. Inoltre, la sua propensione marginale al consumo è bassa. Finché i tassi d’interesse rimarranno elevati, ci aspettiamo che i consumatori congelino la loro volontà di spesa.

L’aumento dei tassi di interesse ha effetti negativi anche sul mercato immobiliare, che presenta evidenze contraddittorie: nelle case monofamiliari continua a esserci carenza di offerta, mentre vi è eccesso nel mercato multifamiliare, il quale sta portando a un rallentamento delle vendite. Inoltre, molti proprietari non sono disposti a cambiare casa perché ciò comporterebbe la stipulazione di un nuovo mutuo molto più costoso. Poiché il mercato immobiliare rappresenta una grande fonte di crescita economica, ci aspettiamo che l’attuale rallentamento abbia effetti rilevanti sull’economia, a partire dal mercato del lavoro.

In effetti, l’ultimo trimestre ci ha suggerito che il mercato del lavoro ha iniziato a raffreddarsi. Il tasso di disoccupazione è passato dal minimo del 3,4% di gennaio 2023 al 4,1% di giugno di quest’anno. Il dato più preoccupante è che negli ultimi tre mesi è aumentato costantemente (dal 3,8% al 4,1%). Contemporaneamente, il numero di lavoratori temporanei sta crollando. Perché è importante? Perché le aziende tendono a licenziare i lavoratori part-time prima di iniziare a tagliare i dipendenti a tempo pieno. La storia dimostra che quando il tasso di disoccupazione inizia a salire, tende ad auto-alimentarsi, poiché la perdita di posti di lavoro porta a una riduzione dei consumi, che a sua volta porta a un’ulteriore perdita di posti di lavoro. Una conferma del deterioramento del mercato del lavoro viene anche dal lato della domanda: il numero recente di nuove assunzioni è stato scarso, se si escludono quelle effettuate negli uffici pubblici e nel settore sanitario. Allo stesso modo, il tasso di apertura dei posti di lavoro puntano tutti nella stessa, cupa direzione.

Raffreddamento dei consumi, allargamento delle crepe nel mercato immobiliare e indebolimento del mercato del lavoro: ci sono tutti gli ingredienti necessari perché la Fed inizi a tagliare i tassi in modo aggressivo. Eppure, la banca centrale esita. L’origine di questa impasse è ancora una volta il timore che un taglio dei tassi troppo precoce possa scatenare una seconda ondata di inflazione. Mentre anni di inflazione contenuta hanno compensato i picchi registrati nel recente passato, ora siamo tornati al trend di lungo periodo e quindi un’inflazione superiore alla media rischierebbe di disancorare le aspettative a lungo termine, con lo spettro degli anni ’70 che aleggia tra le mura del Marriner S. Eccles Building. La buona notizia è che l’inflazione, dopo un inizio d’anno sorprendentemente forte, sta ora regredendo inesorabilmente verso l’obiettivo della Fed. Rispetto al trimestre precedente, siamo più fiduciosi che i prezzi continueranno a scendere nei prossimi mesi, poiché le variabili di “catch-up” stanno per entrare in gioco. Ad esempio, il tasso di crescita degli affitti dei nuovi inquilini è quasi nullo, il che ridurrà il tasso di crescita medio degli affitti, poiché i contratti esistenti che scadono vengono rinnovati a prezzi più bassi.

Purtroppo, le buone notizie finiscono qui. Una recessione non è un evento a probabilità zero. Sebbene non ci aspettiamo qualcosa di simile a quello verificatosi durante la grande crisi finanziaria, il nostro orientamento è in netto contrasto con il crescente ottimismo dei principali Ceo sulla possibilità di evitare una recessione. Con un’economia in rallentamento e la Fed incapace di tagliare in modo aggressivo, l’unica ancora di salvezza in circolazione è uno stimolo fiscale da parte del governo. Tuttavia, considerando lo stato (delicato?) del bilancio pubblico statunitense, è altamente improbabile che possa essere implementato. Piuttosto, è probabile che la necessità di ridurre il deficit di bilancio diventi un detrattore della crescita economica in futuro.

Tensioni geopolitiche e mosse delle banche centrali: l’impatto sui mercati finanziari

L’inflazione rimane al centro di tutte le attenzioni, poiché il percorso verso la disinflazione non sembra ancora del tutto spianato. le economie sembrano dimostrare una resistenza maggiore del previsto.

A cura di Roberto Gusmerini*

Il mese scorso ha messo a dura prova la stabilità dei mercati finanziari, colpendo gli investitori con una serie di eventi di rilevanza globale. Dati macroeconomici, tensioni geopolitiche e decisioni delle politiche monetarie hanno contribuito a delineare un paesaggio di incertezza e fluttuazioni significative. Il conflitto in Medio Oriente, aggravatosi improvvisamente, ha catalizzato l’attenzione dei mercati. La crescente inquietudine geopolitica ha spinto gli investitori verso beni rifugio, determinando un picco del prezzo del petrolio Brent, che ha oltrepassato la soglia psicologica dei 90 dollari al barile – il punto più alto dallo scoppio delle ostilità nella Striscia di Gaza. Questa ondata di instabilità ha minacciato di esasperare le già tese relazioni internazionali. Tuttavia, è stato evitato uno scenario di guerra totale, e questo ha, per ora, parzialmente calmato il nervosismo degli investitori.

La politica monetaria delle banche centrali continua a esercitare la sua influenza predominante sull’animato palcoscenico valutario. Le aspettative di taglio dei tassi sono state temperate, con particolare riferimento agli Stati Uniti dove è cresciuta la percezione che i tassi possano rimanere elevati più del previsto. Gli indicatori di inflazione nell’economia più grande al mondo hanno indotto i mercati a ridimensionare le probabilità di vedere manovre espansive dalla Federal Reserve quest’anno, mentre si sono levate voci di possibili rialzi, prontamente mitigate dalle dichiarazioni del governatore Powell. Nonostante ciò, il dollaro americano ha mostrato un apprezzamento significativo nel corso dell’anno, anche se di recente ha assistito a un arresto del rally, allentando parte dei guadagni nei confronti delle valute principali.

Le recenti dichiarazioni della Fed hanno delineato un approccio più cauto e accomodante, aumentando l’asticella per l’ipotesi di rialzi futuri dei tassi negli USA. Inoltre, un rallentamento della crescita economica e un mercato del lavoro non più così fervido negli Stati Uniti hanno riportato sul tavolo delle discussioni la possibilità di tagli dei tassi anticipati a settembre, mentre il mercato sconta due tagli entro la fine dell’anno. In tale scenario, il dollaro australiano si è distinto, raggiungendo un picco di performance contro il dollaro USA grazie all’aspettativa che la Reserve Bank of Australia possa assumere una posizione più incisiva per arginare l’inflazione. Un mercato del lavoro vigoroso e la pressione inflattiva lasciano presagire non solo l’assenza di tagli imminenti ma l’orientamento verso una politica di rialzi dei tassi.

Ultimo ma non meno importante, assistiamo a un’incoraggiante ripresa economica in Europa, con le economie dell’Eurozona e del Regno Unito che sembrano essersi lasciate alle spalle la fase più critica. Questo dinamismo ha portato sostegno e vigore a euro e sterlina, le quali hanno recuperato terreno nei confronti del dollaro negli ultimi tempi. Come sempre, è fondamentale monitorare incessantemente il panorama dei mercati finanziari poiché gli scenari possono evolversi rapidamente. A completamento dell’analisi sui mercati finanziari e valutari, emergono sviluppi rilevanti riguardanti alcune delle valute fondamentali e alcune meno centrali nel contesto globale.

Il marasma che ha afflitto i mercati il mese scorso ha visto lo yen giapponese e la corona svedese come i protagonisti meno lusinghieri. Quest’ultima, in particolar modo, ha subito il contraccolpo di un’economia che procede a passo rallentato e di un atteggiamento ultra-cauto adottato dalla Riksbank, la banca centrale di Svezia. Le indicazioni di un possibile taglio dei tassi nella prossima riunione di maggio hanno avuto un impatto tangibile sulla posizione della corona, addirittura mandandola al suo livello più basso dallo scorso novembre contro euro.

Spostando lo sguardo ai mercati emergenti, il peso cileno ha sfoggiato una performance notevolmente più positiva il mese scorso, guadagnando terreno fino a posizionarsi intorno al livello di 929 contro il dollaro USA e tornando sotto 1000 contro l’euro, livello che non si vedevano da fine gennaio. Fattori come il costante prezzo elevato del rame e un contesto macroeconomico cileno generalmente positivo hanno certamente contribuito a questo rafforzamento. In termini di politiche monetarie, poi, abbiamo assistito ad un’apertura della BCE ad un primo taglio dei tassi a partire da giugno. La presidente Christine Lagarde ha percepito una maggiore tranquillità in un ambiente meno teso, mentre l’inflazione, seppur mitigata, continua a richiedere attenzione.

Roberto Gusmerini

Per quanto riguarda la Banca del Giappone, ad aprile i tassi sono stati mantenuti invariati dopo il rialzo del mese precedente. Di contro, l’inerzia nell’ultima riunione ha causato un calo dello yen giapponese, portandolo vicino ai livelli minimi degli ultimi 30 anni. Sembra che la banca centrale sia intervenuta per rafforzare lo yen, l’iniziativa ha riportato USD/JPY sotto 153, ma come manovre simili fatte in passato da altre banche centrali anche questa non convince i mercati, infatti il cambio è tornato nel giro di pochi giorni in area 156. Dal canto oro, i mercati restano in trepidante attesa per qualsiasi segno che possa fornire indicazioni sulla direzione futura dei tassi d’interesse da parte delle maggiori economie mondiali. In aggiunta, la situazione dell’inflazione rimane al centro di tutte le attenzioni, poiché il percorso verso la disinflazione non sembra ancora del tutto spianato. Stati Uniti e Area Euro mostrano segnali di un’inflazione che, sebbene lontano dai picchi, non dà segni di arrendersi facilmente.

I dati sull’attività economica e sulle prospettive di crescita sono altresì cruciali. Nonostante le tensioni inflattive e la stretta monetaria, le economie sembrano dimostrare una resistenza maggiore del previsto. In questo contesto, gli indicatori PMI sia in Eurozona sia nel Regno Unito riflettono un ottimismo moderato, suggerendo un’espansione dell’attività economica. Sorprendentemente, una convergenza dei dati tra Stati Uniti ed altre aree economiche principali potrebbe rafforzare le posizioni di euro e sterlina nei confronti del dollaro.

* Head of Dealing Ebury Italia

Tassi USA, le elezioni frenano il ciclo dei tagli. In esaurimento l’eccesso di risparmio degli americani

La Fed e il governo Usa sono uniti per sostenere l’economia e le borse, e la Bce effettuerà tre tagli entro il 2024. Titoli di Stato ed emittenti investment grade gli investimenti più interessanti tra i bond, il settore energetico e quello sanitario nell’Equity.

di Alberto Conca*

Questo è un anno elettorale per gli Stati Uniti, il che significa che sia la Fed che il governo in carica faranno tutto ciò che è in loro potere per evitare un significativo deterioramento dell’economia o dei mercati finanziari. Ecco perché rimaniamo dubbiosi sul fatto che l’inflazione scenderà con la rapidità prevista dal consenso e quindi crediamo che i tassi di interesse rimarranno elevati più a lungo di quanto attualmente scontato da molti operatori di mercato, il che ci porta a prevedere alcuni problemi in futuro.

L’economia statunitense è in una forma migliore di quella che molti di noi avevano previsto un anno fa. Le aspettative che la Fed iniziasse a tagliare i tassi già quest’estate hanno avuto un effetto positivo sia sulle imprese che sui consumatori. Da un lato, ha alimentato il miglioramento su base trimestrale degli indici dei responsabili degli acquisti (Pmi). Vedremo nel corso dell’anno se questi dati saranno seguiti da effettive spese in conto capitale. Dall’altro, anche i consumatori sembrano credere che le prospettive economiche siano rosee, dato che le vendite al dettaglio hanno recentemente e ancora una volta sorpreso in positivo. Tuttavia, alcuni pezzi del puzzle iniziano a staccarsi dal quadro generale. L’inflazione è tornata a salire, con diverse misure alternative del fenomeno che indicano una ripresa dei prezzi.

L’eccesso di risparmio, uno dei principali fattori che hanno contribuito all’aumento della spesa negli ultimi anni, si sta rapidamente esaurendo e si prevede che sarà prosciugato del tutto entro l’estate. Non c’è quindi da sorprendersi se i tassi di insolvenza delle carte di credito continuano a crescere, così come il numero di richieste di fallimento. Inoltre, il mercato del lavoro non può più essere considerato “surriscaldato”, il che è sicuramente positivo. Tuttavia, l’aumento del numero di licenziamenti di lavoratori temporanei in corso è sempre stato di cattivo auspicio per l’economia; le aziende prima smettono di assumere, poi iniziano a licenziare i lavoratori part-time e infine tagliano i dipendenti a tempo pieno, il che di solito coincide con l’inizio di una recessione.

La resilienza dell’economia statunitense è notevole. Spinta da condizioni di lavoro molto flessibili e da un’eccezionale propensione alla spesa, è stata in grado di resistere a uno dei più vertiginosi aumenti dei tassi di interesse degli ultimi decenni. Se i tassi scenderanno nei prossimi mesi, i rischi per l’economia rimarranno contenuti. Se invece l’inflazione costringerà la Federal Reserve a mantenere i tassi al livello attuale, allora dobbiamo presumere che i danni per l’economia saranno significativi. L’incidenza della rata del mutuo (capitale e interessi) per l’acquisto della prima casa sul reddito

di un cittadino americano medio ha superato il 40%, un livello che riteniamo insostenibile e che potrebbe bloccare il mercato immobiliare. Inoltre, le aziende americane (e non solo loro), che hanno approfittato di un’epoca caratterizzata da bassi tassi d’interesse e da aliquote fiscali vantaggiose per ottenere margini di profitto eccellenti, e che sono state abbastanza sagge da rifinanziare il proprio debito man mano che la pandemia prendeva il sopravvento, dovranno affrontare il problema di richiedere nuovi prestiti a costi maggiori, nel caso in cui i tassi dovessero rimanere a questo livello per un periodo più lungo.

Al di fuori degli Stati Uniti, il contesto presenta un quadro misto. In Europa, compresa la Svizzera, l’economia continua a rallentare e ciò ha indotto la Banca Nazionale Svizzera (Bns) a tagliare i tassi di interesse. La Bns è ufficialmente la prima banca centrale tra i paesi sviluppati ad avviare il ciclo di tagli. L’Europa dovrebbe seguirla a breve, poiché la crescita lenta e il rapido calo dell’inflazione consentiranno alla Banca Centrale Europea di attuare il suo primo taglio durante i mesi estivi. Ad oggi, si prevede che la Bce effettuerà tre tagli prima della fine dell’anno, e questo dovrebbe aiutare l’economia ad evitare una grave recessione.

La Cina deve ancora riprendersi dal duro colpo subito dal settore immobiliare. Questo comparto soffre ancora di un calo dei prezzi delle case e di una decelerazione delle vendite di nuove abitazioni. Tuttavia, le autorità centrali hanno iniziato ad attuare misure di sostegno: i tassi di interesse sono stati abbassati, il che ha portato il tasso dei mutui per chi acquista per la prima volta una casa al minimo decennale, inoltre il livello di acconto iniziale è stato ridotto per incentivare gli acquirenti. Anche al di fuori del mercato immobiliare le condizioni sono leggermente migliorate. I dati legati al turismo sono ai massimi dai livelli pre-pandemia e le esportazioni del paese, nonostante l’andamento traballante dell’Europa, sono aumentate grazie all’indebolimento della valuta e alla riduzione dei prezzi. I prezzi più bassi sono però un’arma a doppio taglio, poiché il paese sta lottando contro le tendenze disinflazionistiche fin dall’inizio del 2023. Tuttavia, pur non essendo ancora fuori pericolo, c’è un barlume di speranza.

In questo contesto generale, i titoli di Stato e gli emittenti investment grade restano gli investimenti più interessanti in termini di rischio/rendimento nel reddito fisso. Per quanto riguarda l’equity, se da un lato riteniamo che i servizi di comunicazione e l’informatica rimarranno la fonte principale di crescita nei prossimi anni, dall’altro pensiamo che le valutazioni costose rendano questi due settori meno attraenti di quanto il loro profilo di crescita lascerebbe intendere. Alla luce del nostro atteggiamento conservativo e tenendo conto delle prospettive di crescita dei componenti sottostanti, riteniamo che il settore energetico e quello sanitario siano più interessanti nel breve termine.

* gestore di fondi Zest Asset management Sicav e responsabile investimenti Lfg+Zest

Le mid-small cap italiane hanno valutazioni attraenti. Focus su MPS, Intesa e BPM

Secondo Andrea Scauri (Lemanik), le valutazioni del mercato Usa sembrano elevate, mentre quelle Europee e italiane appaiono attraenti soprattutto per le mid-small cap.

di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik

Nel contesto macroeconomico attuale manteniamo la nostra visione prudente sui mercati perché vediamo ancora il rischio che le politiche monetarie restrittive continuino a influenzare la crescita economica nei prossimi mesi. È l’analisi di. In portafoglio rimaniamo complessivamente sovrappesati sui titoli finanziari, mentre siamo fuori dal settore dei servizi di pubblica utilità a causa del peggioramento dello scenario dei prezzi dell’energia. Siamo più prudenti sul lusso nel breve termine dopo la forte corsa dei titoli Ytd e abbiamo preso parzialmente profitto dal nostro posizionamento nell’Energia. Manteniamo un posizionamento selettivo sugli industriali e un’esposizione alle infrastrutture.

I mercati azionari globali hanno chiuso il mese di marzo in territorio positivo, grazie ai segnali dovish (cioè a mantenere bassi i tassi) delle banche centrali, alla presenza di liquidità sui mercati, al significativo aumento delle probabilità di uno scenario “Goldilocks” – ossia un’economia in cui la crescita è positiva, ma non abbastanza consistente da spingere l’inflazione e neppure troppo debole da generare una recessione – caratterizzato da una crescita più forte del previsto e, in una certa misura, al boom dell’intelligenza artificiale. A nostro avviso, il mercato statunitense continua a prezzare con eccessivo compiacimento uno scenario in cui il rialzo sincronizzato delle banche centrali di circa 500 pb per frenare l’inflazione non porterà a evidenti danni macroeconomici o alle aspettative di una crescita degli utili strutturalmente più elevata, come indicato dalla compressione dei premi di rischio e degli spread di credito. Il mercato azionario sarà quindi vulnerabile nei prossimi mesi se la crescita economica dovesse deludere o in presenza di un’inflazione più resistente, mentre riteniamo leggermente meno in uno scenario in cui la Fed mantenga i tassi più alti per un periodo più lungo a causa del continuo aumento del debito pubblico statunitense.

La mediana dei partecipanti al Fomc (Federal Open Market Committee) ha confermato tre tagli dei tassi di interesse per quest’anno, anche se ora con un percorso più leggero di tagli nel 2025 e 2026 rispetto all’ultima previsione di dicembre. Tuttavia, il messaggio complessivo del presidente Powell è stato accomodante, con una posizione rilassata sull’aumento dell’inflazione a gennaio e febbraio. Pertanto, a meno di sviluppi sfavorevoli sull’inflazione, il piano per iniziare a tagliare i tassi da giugno sembra probabile. Nel caso della Fed, il mercato prevede un taglio dei tassi di circa 75 pb entro la fine del 2024, al 4,58% dal 5,33%. Lo stesso vale per l’Europa, dove il mercato prevede un taglio dei tassi di circa 100 pb entro la fine del 2024 al 3% (primo taglio di 25 pb a giugno con una probabilità dell’86%).

Le valutazioni del mercato statunitense sembrano elevate, mentre quelle dell’Europa e dell’Italia appaiono molto meno estreme e attraenti soprattutto per le mid-small cap italiane. Un altro fattore da tenere in considerazione è la concentrazione, che sta diventando sempre più elevata sia negli Usa che in Europa. Il gruppo noto come “Granolas” – Gsk, Roche, Asml, Nestlé, Novartis, Novo Nordisk, L’Oréal, Lvmh, AstraZeneca, Sap e Sanofi ha raggiunto circa il 25% della capitalizzazione dell’indice Stoxx600 e questo rappresenta un rischio, soprattutto in un momento in cui questa tendenza dovrebbe cambiare direzione. Un altro esempio è l’indice statunitense a media e piccola capitalizzazione Russell 2000, la cui performance ha recuperato da inizio novembre, ma gran parte del contributo è arrivato da un singolo titolo, Super Micro Computer (+254% Ytd), che ha raggiunto una capitalizzazione di mercato di 59 miliardi di dollari.

In portafoglio nel campo dei finanziari abbiamo mantenuto il nostro posizionamento su Banca Monte dei Paschi grazie alla valutazione e all’appeal speculativo. Gli altri nomi sono Intesa e Banco Bpm. Relativamente ai petroliferi abbiamo ridotto la nostra posizione su Tenaris e siamo ancora investiti in Saras. Nella difesa spicca Leonardo, che sta sfruttando tutto il suo potenziale (purtroppo anche aiutato dalla situazione geopolitica) in termini di ritracciamento grazie alle buone azioni messe in atto dal nuovo management. Nel green capex e sulla transizione energetica alcuni titoli beneficeranno di un ciclo di investimenti a lungo termine nei rispettivi settori. In particolare, sulla transizione energetica confermiamo il nostro posizionamento su Prysmian, che sul tema beneficia dei grandi piani di investimento.
 

Banche USA, pronta ad esplodere la bomba delle perdite sulle carte di credito

A distanza di quindici anni dalla grande crisi del 2007, la prassi delle banche di non contabilizzare le perdite per non interrompere il meccanismo di cartolarizzazione di crediti in deterioramento si sta ripetendo.

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

Allarmanti i dati che riguardano il credito al consumo negli Stati Uniti, secondo quanto emerge dallo studio pubblicato da BankRegData, uno dei Think Tank leaders specializzati nell’analisi del sistema bancario USA. La pubblicazione, intitolata The Artificial Consumer, descrive che dalla primavera del 2020 alla fine del 2022 non sono state contabilizzate perdite sulle carte di credito e prestiti auto per oltre 260 mld di Dollari. Questo meccanismo di mancata comunicazione delle insolvenze ha permesso di mantenere artificialmente alto il rating dei consumatori insolventi, ha quindi inficiato il rating delle cartolarizzazioni di ABS e ha procurato un’anomala compressione delle insolvenze.

Viene subito da pensare alla pratica utilizzata nel 2007 sui MBS, dove le insolvenze sui mutui non venivano rilevate per non interrompere il meccanismo di cartolarizzazione di crediti in deterioramento. Tutti sappiamo come poi sono andate le cose. È paradossale che a distanza di 15 anni la prassi sia ancora ripetibile. L’importo di 260 mld di dollari si riferisce solo a prestiti tramite carte di credito e prestiti auto, che a fine 2022 ammontavano complessivamente a circa 3 trilioni di dollari, evidenziando quindi, già allora, un tasso di insolvenza dell’8% circa contro una percentuale ufficialmente dichiarata dell’1%. Se qualcuno continua a credere che la forza anomala dell’economia americana sia basata su fondamentali inossidabili è meglio che non si faccia troppe domande: gli Stati Uniti sono già entrati in una crisi finanziaria.

A questo punto, i contendenti alle elezioni di Novembre faranno a gara per promettere ulteriori politiche fiscali espansive per cercare di risollevare il sistema. Mentre nei prossimi mesi potremmo assistere ad un rialzo dei Treasuries per il cedimento dell’economia, per la caduta dei consumi, e per aspettative di ribasso dei tassi, c’è il rischio che tale recupero dei mercati obbligazionari possa finire in concomitanza con l’arrivo delle elezioni. Escludendo per il momento uno scenario di crisi finanziaria innescata dai problemi già evidenziati, è altamente probabile che, davanti alle difficoltà di crescita, qualsiasi amministrazione vincerà le elezioni cercherà di reflazionare l’economia. È quindi certo che gli Stati Uniti avvieranno una ulteriore espansione del debito pubblico che procurerà un rialzo delle aspettative d’inflazione e dei tassi già a partire dalla seconda metà del 2024, quando però la Fed avrà probabilmente già iniziato a ridurre i tassi.

Le implicazioni per gli asset finanziari saranno significative. La miscela esplosiva determinata da aspettative di politiche fiscali ulteriormente espansive, mentre la Fed procede a far scendere i tassi, avrà decise ripercussioni sui mercati obbligazionari. I bond riprenderanno a scendere come nel 2022 e la Fed si ritroverà di nuovo “dietro la curva“, dato che non abbiamo certo banchieri centrali che possono definirsi dei falchi ortodossi nella lotta all’inflazione. L’aumento dei tassi procurato dalle politiche fiscali reflazionistiche e la strategia di “rimanere dietro la curva“, per non contrastare politiche di rilancio della crescita, procureranno ulteriori danni al credito speculativo in una economia altamente a leva.

Le politiche reflattive inizieranno a incidere in modo significativo sulla tenuta del dollaro. Per difendere dall’inflazione attesa gli investitori sui bond e sul dollaro si dovrebbe avviare subito politiche monetarie restrittive, ma la situazione macro del momento non sarà nella condizione di reggerle, spingendo la Fed a rimanere “dietro la curva“. Bond e dollaro verranno venduti dagli investitori internazionali, mentre i tassi di insolvenza sul credito speculativo saliranno ulteriormente, procurando a quel punto una crisi finanziaria. L’economia americana ha sfruttato tutti i margini di manovra possibili per rimandare la crisi ma l’ipotesi di una collisione tra politica fiscale e politica monetaria è ora altamente probabile. Gli Stati Uniti non hanno mai fatto politiche fiscali di riduzione del debito, piuttosto hanno sempre scelto l’inflazione. Questo scenario potrebbe essere sovvertito dal fatto che la crisi finanziaria già iniziata, ed evidenziata dai bilanci bancari, scappi di mano prima delle elezioni

Il Regno Unito può salvarsi dalla recessione?

Subito dopo il Capodanno, l’attenzione nella City di Londra si sta spostando verso le prospettive per il 2024. Ripresa economica più rapida rispetto ai paesi UE, su gli affitti medi e in calo i prezzi delle case.

di Walid Koudmani, Chief Market Analyst XTB

Le domande sul ritmo dei tagli dei tassi di interesse, sulla possibilità che il Regno Unito eviti una recessione, sui tempi delle elezioni generali, e sul potenziale vincitore sono sempre più al centro dell’attenzione. PwC identifica diverse ragioni di ottimismo – tra cui un miglioramento delle condizioni delle famiglie – dal momento che il salario minimo dovrebbe aumentare di quasi il 10% in primavera. Le previsioni suggeriscono un calo dell’inflazione più rapido del previsto, vicino all’obiettivo del 2%, contribuendo a un cambiamento positivo nella fiducia dei consumatori.

Nonostante una crescita modesta, si prevede che il Regno Unito mostrerà una ripresa più rapida rispetto al periodo pre-pandemia in confronto a Germania, Francia o Giappone. Il Regno Unito sarà la quarta economia del G7 con le migliori prestazioni rispetto ai livelli pre-pandemia, con un PIL reale previsto in media più alto di circa il 2,7% nel 2024 rispetto ai livelli del 2019. Tuttavia, le sfide persistono: i prezzi al consumo, nonostante un prevedibile calo dell’inflazione, rimarranno circa un quarto più alti rispetto all’inizio del 2021. Gli affitti medi di Londra continueranno a salire, raggiungendo oltre £ 2.000 al mese entro la fine del 2024, circa tre volte superiore alla media del Nord-Est, e anche il resto del Regno Unito assisterà a un continuo trend rialzista degli affitti, con un aumento medio di oltre il 5% nel 2024. Inoltre, si prevede un notevole aumento delle insolvenze aziendali, con circa 30.000 aziende che dovranno affrontare sfide dovute agli alti tassi di interesse e all’aumento dei costi e che probabilmente saranno avvertite maggiormente dalle imprese più piccole, in particolare in settori come hotel e ristorazione, produzione, trasporto e magazzinaggio.

Tutto ciò potrebbe causare problemi significativi, se dovesse portare ad un aumento della disoccupazione proprio mentre la Banca d’Inghilterra sta iniziando a modificare la propria politica. A preoccupare è anche il settore immobiliare. Infatti, mentre entro la fine del 2024 è previsto un potenziale calo dei tassi di interesse al 4%, le spese dei mutui rimangono considerevolmente elevate rispetto agli ultimi anni, a seguito della decisione della Banca d’Inghilterra di aumentare i tassi di interesse al 5,25% nel tentativo di combattere l’inflazione persistente. Mentre i prezzi delle case nel Regno Unito hanno mostrato una crescita per il terzo mese consecutivo a dicembre, attribuita alla scarsità di immobili disponibili sul mercato, i proprietari di case sono alle prese con un aumento di 19 miliardi di sterline dei costi dei mutui a causa della scadenza di numerosi accordi a tasso fisso, costringendo i mutuatari a rinegoziare i loro mutui immobiliari durante la serie di aumenti dei tassi di interesse più notevoli degli ultimi decenni.

Con i tassi che mostrano segnali di allentamento, esiste il potenziale per un miglioramento della fiducia degli acquirenti nei prossimi mesi. Tuttavia, la crescita osservata è probabilmente spinta da un’offerta immobiliare limitata piuttosto che da una forte domanda da parte degli acquirenti. Quest’anno potremmo assistere ad un calo dei prezzi compreso tra il 2% e il 4%, poiché molti continuano a fare i conti con i costi ipotecari considerevolmente elevati derivanti dagli aumenti dei tassi della Banca d’Inghilterra. La domanda chiave sembra essere quando la banca centrale avvierà i tagli dei tassi, con i mercati finanziari che ipotizzano che la prima riduzione potrebbe avvenire entro maggio, mentre si prevede che il ritmo della riduzione dei tassi durante tutto l’anno sarà graduale, influenzato dall’andamento dei prezzi al dettaglio, che non stanno aumentando al ritmo rapido osservato in precedenza.

È chiaro che la situazione rimane piuttosto volatile e le aspettative sono contrastanti, ma con eventuali sviluppi importanti potremmo vedere un effetto diffuso non solo sul mercato immobiliare, ma sull’economia nel suo complesso.

La Bce taglierà i tassi nel 2024, obiettivo 2% nel 2025. Sulla Fed c’è troppo ottimismo

Nel 2024 in Europa possibile un taglio di 100 punti base a partire da giugno. L’economia USA è ancora  robusta, e i quattro tagli dei tassi ipotizzati per il prossimo anno sono troppo ottimistici.

Di Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager ETHENEA

Nessuna sorpresa dalla riunione del Consiglio direttivo della BCE che ha deciso – al pari di FED e BoE – di mantenere invariati i tassi di interesse di riferimento; sebbene si ritenga che l’inflazione, pur essendo diminuita negli ultimi mesi, potrebbe tornare a registrare un temporaneo incremento nel breve periodo.

Tale decisione è la naturale conferma di alcune indicazioni molto chiare di Christine Lagarde, che aveva recentemente sottolineato come la banca centrale possa ora vedere nitidamente con quanta forza e rapidità stanno avendo effetto i rialzi dei tassi del passato. Infatti, il tasso di inflazione è sceso in maniera sorprendente negli ultimi mesi: il tasso principale è sceso al 2,9% in ottobre e il tasso di base (esclusi i componenti energetici e alimentari più volatili) al 3,6%. Dal nostro punto di vista, è chiaro che il ciclo di rialzi dei tassi si è concluso a settembre. Il rapido calo dell’inflazione e un’economia stagnante fanno supporre che l’obiettivo di inflazione del 2% possa essere raggiunto già nel 2025. Nella sua ultima proiezione di settembre 2023, la BCE vede un’inflazione leggermente superiore al suo obiettivo nel 2025, ma questa previsione potrebbe modificarsi con le nuove proiezioni che sono state pubblicate durante le  recenti riunioni.

Gli accordi salariali del passato, alcuni dei quali sono durati diversi anni, continueranno a esercitare pressioni al rialzo sui prezzi anche in futuro. Al contrario, i prezzi dell’energia sono diminuiti in modo significativo, compensando efficacemente gli aumenti salariali. Alla fine, tuttavia, la banca centrale può dimostrarsi paziente. I timori per una ripresa dell’inflazione sono forti, dopo l’esperienza del 2022. I calcoli preliminari mostrano che il tasso di inflazione a novembre è sceso al livello più basso dall’estate 2021. Successivamente, tuttavia, gli effetti base causeranno un leggero aumento dei prezzi a breve termine. In ogni caso, nel 2024 arriveranno i tagli dei tassi. A nostro avviso, è realistico ipotizzare un taglio di 100 punti base a partire da giugno.

Com’è noto, nella sua riunione anche la Federal Reserve ha lasciato i tassi invariati per la terza riunione consecutiva (forchetta 5,25-5,5%, il livello più alto degli ultimi 22 anni); ma i membri della banca centrale hanno paventato la possibilità di tre tagli – cioè di 75 punti base – nel corso del 2024, aprendo la strada alla svolta (il cosiddetto pivot) della FED. Se si realizzerà questa previsione, i tassi scenderanno nella forchetta 4,5-4,75%, mentre nel 2025 arriverebbero al 3,5-3,75%. Un fattore chiave di tale decisione è stato il rallentamento dell’inflazione, cui il presidente della FED, Jerome Powell, ha fatto riferimento anche nel suo recente discorso allo Spelman College di Atlanta. Il tasso di inflazione generale era già al 3,2% a ottobre. Questo forte rallentamento, che non era stato previsto dal mercato, ha portato a un rapido calo dei rendimenti lungo l’intera curva dei rendimenti. Anche l’inflazione core, quella cui la FED preferisce riferirsi, ha rallentato a circa il 3,5%. Powell aveva recentemente osservato che l’inflazione core degli Usa è cresciuta solo del 2,5% annuo negli ultimi sei mesi, appena al di sopra dell’obiettivo di inflazione del 2% fissato dalla banca centrale. Questa “sfumatura” fa ben sperare per i prossimi mesi.

Le parole che il presidente della FED ha pronunciato in riunione sono molto interessanti. Powell, infatti, ha detto che “siamo al picco o vicini al picco di questo ciclo” di strette monetarie, e a dispetto di chi scommette già su imminenti tagli ai tassi ha aggiunto: “siamo pronti a ulteriori restrizioni, nel caso in cui fossero appropriate” e “manterremo la politica restrittiva fino a quando non saremo fiduciosi nel ritorno dell’inflazione al 2%”. C’è da dire che i recenti movimenti del mercato, legati a un massiccio calo dei rendimenti lungo tutta la curva, e l’aspettativa di quattro tagli dei tassi nel 2024, nutrita immediatamente prima della riunione, sarebbe comunque troppo ottimistica, nonchè in contrasto con gli interessi della FED, poiché le condizioni finanziarie meno restrittive rendono più difficile per la banca centrale rallentare una economia statunitense che appare ancora troppo robusta.

Volker Schmidt

All’inizio di dicembre, peraltro, Powell aveva già sottolineato che le speculazioni su un allentamento della politica monetaria erano premature e che la FED era pronta ad aumentare ulteriormente i tassi, se necessario. A nostro avviso, la Fed vuole tenersi aperta la possibilità di nuovi aumenti, ma è molto improbabile che questo accada, visto il basso livello di inflazione. In ogni caso, l’orientamento della FED a continuare a combattere l’inflazione era stato completamente ignorato dai mercati, per cui la comunicazione più severa da parte della banca centrale americana ne è una naturale conseguenza, soprattutto adesso che l’attenzione si sta gradualmente spostando dal livello dei tassi alla durata della stretta.

Mercati, ottimismo per i tassi d’interesse vicini al picco

Secondo Filippo Garbarino, il recente rialzo dei tassi è stato causato da una combinazione di fattori. La tendenza disinflazionistica è in corso e c’è un’alta possibilità che i tassi siano vicini a un picco.

“I tassi di interesse sono vicini al picco e questo crea un contesto positivo per le azioni e le obbligazioni. A livello settoriale in portafoglio non abbiamo banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi. Il portafoglio è sovrappeso sul settore finanziario, industriale e chimico. Il settore sanità è leggermente sovrappesato mentre i tecnologici sono leggermente sottopesati, con nessuna esposizione sul settore hardware”. Sono le indicazioni di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities

Il tasso del bond governativo decennale Usa è aumentato di altri 30bps in ottobre. Tassi più alti aumentano il costo del capitale per le aziende, diminuendone il loro fair value. Un contesto con tassi di interesse in aumento implica quindi multipli più bassi per i mercati azionari. Il rialzo dei tassi di interesse ha quattro cause principali, in ordine di importanza:
1) Inflazione persistente, non ancora tornata ai suoi livelli target. Nella zona Euro, l’ultima rilevazione è del 2.9% mentre negli Stati Uniti è appena sotto al 4%. Il livello target di Bce e Federal Reserve è del 2%. I dati recenti dimostrano quindi che è stato fatto molto progresso, ma la battaglia contro l’inflazione non è stata ancora vinta definitivamente.
2) Resilienza dell’economia Usa (Pil, occupazione e vendite al dettaglio), che probabilmente costringerà la Federal Reserve a mantenere tassi alti ancora a lungo. L’economia Usa infatti non sembra aver risentito della politica restrittiva della Federal Reserve. Il Pil nel terzo trimestre è salito del 4,9% e negli ultimi mesi la creazione media mensile di posti di lavoro si è attestata intorno alle 200.000 unità. Anche la spesa dei consumatori rimane elevata, come hanno dimostrato i recenti risultati trimestrali di Visa e Mastercard. L’economia resiliente non sta aiutando il tentativo della Federal Reserve di calmierare i prezzi.
3) Aspettative di elevati deficit fiscali Usa, che dovranno essere finanziati da emissioni di nuovo debito. I sottoscrittori del nuovo debito dovranno essere ricompensati con tassi più alti, anche in considerazione dell’impennata del rapporto debito/Pil Usa registrata dopo il Covid.
4) Prezzo del petrolio in aumento, che potrebbe generare ulteriore inflazione. Il petrolio infatti rappresenta uno dei principali costi di input per le aziende industriali. Se aumentano i costi di produzione, le aziende li ribalteranno, almeno in parte, sui loro clienti.

“Nel breve periodo (6-12 mesi), la direzione dei mercati azionari sarà determinata principalmente dalla traiettoria dell’inflazione e dei tassi di interesse“, conclude Garbarino. “In generale, i tassi di interesse di mercato raggiungono livelli massimi in concomitanza con l’ultimo aumento della Federal Reserve. Poiché la tendenza disinflazionistica è in corso, con l’inflazione non lontana dal target del 2%, c’è un’alta possibilità che i tassi di interesse siano vicini a un picco. Tali fattori creano un contesto positivo per le azioni e per le obbligazioni“.

La Fed lascia invariati i tassi a novembre. ETHENEA: a dicembre possibile un rialzo

La Federal Reserve lascia invariato il tasso di riferimento, come ha fatto la Bce. Ecco perchè si è giunti a questo risultato, e perchè Dicembre potrebbe riservare sorprese negative.

Di Volker Schmidt*

Nella conferenza stampa del 20 settembre scorso, il presidente della Fed, Jerome Powell, aveva usato la parola “prudente” almeno sei volte, parlando degli orientamenti futuri della banca centrale.

Le ragioni di questa cautela, definita ufficialmente come “dipendente dai dati”, sono chiare: in primo luogo, i cambiamenti nella politica monetaria hanno ritardi lunghi e variabili, e, in secondo luogo, sono già stati compiuti progressi nel reprimere l’inflazione. Ultimo, ma non meno importante, a dare un aiuto c’è l’aumento dei rendimenti sul segmento a lungo termine della curva dei rendimenti. Per esempio, il rendimento dei titoli del Tesoro statunitense a dieci anni è aumentato di oltre 50 punti base dalla riunione Fed di settembre. Secondo diversi funzionari della Fed, questo ha dato alla banca centrale più tempo per valutare i dati in arrivo, e di interrompere temporaneamente, per la seconda volta, il ciclo dei rialzi dei tassi, ma non senza precisare che futuri rialzi non sono da escludere.

Anche il governatore Waller (nella foto), uno dei più aggressivi della Fed, prenderebbe in considerazione un altro aumento dei tassi soltanto se “la domanda e l’attività economica continueranno ai ritmi recenti, esercitando potenzialmente una persistente pressione al rialzo sull’inflazione“. In effetti, i consumi statunitensi stanno dando segnali di forza: i dati relativi al mercato del lavoro e al dettaglio sono stati sorprendentemente solidi. Anche la previsione del Pil per il terzo trimestre è stata rivista più volte al rialzo. Allo stesso tempo, però, ci sono forti segnali negativi per i consumatori americani: oltre all’aumento dei default delle carte di credito e delle insolvenze sui prestiti automobilistici subprime, il forte calo delle richieste di mutui immobiliari indica un calo della domanda a breve termine e quindi un rallentamento dell’inflazione. Per questi motivi, non escludiamo un rialzo dei tassi in occasione della prossima riunione del 13 Dicembre.

* Portfolio manager di Ethenea Independent Investors