Che l’inflazione elevata fosse l’ossessione della Germania fin dai tempi della Repubblica di Weimar è cosa nota, e l’UE a guida tedesca semplicemente si sta adeguando. Il debito italiano sulla graticola?
Con un debito elevato e la previsione che la BCE fermi presto i suoi acquisti di obbligazioni, chi comprerà i nostri bond? E’ questa la domanda che campeggia tra i nostri economisti dopo la sbornia natalizia e a neanche due settimane dall’incontro che ha riunito tutte le banche centrali dell’area dell’euro, della Gran Bretagna, della Svizzera e della Norvegia. Infatti, la BCE ha sciolto (male) i nodi sulla imminente recessione, che i futuri aumenti dei tassi di interesse porterà con certezza. L’unica cosa incerta è l’entità di questo arretramento dell’economia, e cioè se si tratterà di una “recessione tecnica”, limitata ad uno o massimo due trimestri di PIL lievemente negativo, oppure di una recessione durevole e incisiva, con una sensibile diminuzione del PIL.

Pertanto, con un “carrello della spesa” che in Italia viaggia ad un ritmo di crescita del 12,8% (ed in Europa poco meno), pur di far sparire l’incubo – tutto tedesco fin dai tempi della Repubblica di Weimar – l’inflazione la BCE è disposta a tollerare anche una recessione, qualunque sarà la sua ampiezza, aumentando ancora i tassi di interesse contro un’inflazione oggettivamente – per momento storico e caratteristiche esogene – senza precedenti. Christine Lagarde si è mossa lungo il solco di Jerome Powell della FED, compiendo gli stessi errori dei colleghi americani. Jerome Powell, come ha fatto impietosamente notare la recente analisi del Wall Street Journal, nel 2021 ha clamorosamente “toppato” nel valutare l’inflazione come un fenomeno passeggero, costringendo poi il Paese a sopportare una corsa ai rialzi dei tassi d’interesse che hanno portato il costo del denaro al 4,25-4,50% e lo S&P500 a perdere quasi il 20% da inizio d’anno.
Al pari della FED, anche la BCE dice di voler continuare con altri rialzi, spaventando i mercati che vedono allontanarsi il picco dei rialzi da Marzo a Giugno-Luglio 2023. La scelta di mollare i propositi dei rialzi costanti e graduali, in tutta evidenza, è frutto di un imperdonabile pressappochismo che sarà faticoso da recuperare, soprattutto per i Paesi più indebitati, i quali dovranno fare i conti anche con il QT (quantitative tightening, il mancato rinnovo di titoli in scadenza) da 15 miliardi al mese. In verità, tale importo – che peraltro sarebbe limitato al periodo Marzo-Giugno 2023 – è una inezia rispetto al deficit complessivo dell’Unione Europea, ma è stato sufficiente per fare schizzare il Btp decennale italiano dall’1,2% di un anno fa all’attuale 4,5% circa, per via del timore di una continuazione del QT nei mesi successivi a Giugno.
Una politica meno aggressiva avrebbe potuto tranquillizzare gli animi agitati dai rischi di recessione, ma il “frugale” governatore della Banca centrale olandese ha dichiarato al Financial Times che la BCE continuerà ad alzare i tassi da qui a luglio 2023, dopo averli già aumentati di 200 punti base (bps) per contenere l’inflazione. Pertanto, solo un conclamato rallentamento del ritmo di rialzo dei tassi potrebbe risollevare il mercato obbligazionario, sul quale molti gestori puntano per recuperare le performance depresse da un 2022 da incubo. Tuttavia, gli economisti di Deutsche Bank vedono il tasso terminale al 3%, con rischi al rialzo. Per questo motivo l’asticella del picco si è alzata, non essendo ancora incoraggiante il primo rallentamento dell’inflazione generale a novembre dopo un anno e mezzo di rialzi.
Il prossimo dato di Dicembre ci dirà se si tratta di un trend apprezzabile, ma il tradizionale aumento dei consumi del periodo natalizio non fa ben sperare, e consiglia di rinviare questo momento ai dati di Gennaio 2023 (e quindi ai primi di Febbraio). In ogni caso, siamo lontanissimi dal target del 2%. Escludendo i beni alimentari, il carburante, l’alcol e il tabacco, l’inflazione è al 5%, e non accenna a diminuire. Per questo si sta facendo di tutto (soprattutto in Italia) per rinviare gli aumenti salariali e far diminuire violentemente i consumi per via di un potere d’acquisto che in Italia è ridotto ai minimi termini sia in valore nominale che reale.
La BCE, ad oggi, pensa che la recessione sarà poco profonda, e i dati in possesso indicherebbero solo una lieve recessione. In particolare, la previsione di crescita del 2023 della zona euro, comunicata a Settembre scorso (+ 0,9%), ha subito un downgrade significativo, e il QT certamente non aiuterà ad evitare brutte sorprese in corso d’opera. Per l’Italia, in particolare, è forte la paura che, con un debito elevato e il fatto che la banca centrale fermerà i suoi acquisti di obbligazioni, sarà difficile trovare acquirenti dei bond nazionali senza dover fronteggiare continui attacchi speculativi da parte degli hedge fund. Nel frattempo, sul fronte del petrolio, Brent e Wti galleggiano vicini agli 80 dollari al barile (ricordiamo che a Giugno si era intorno ai 120), mentre il gas è precipitato a 83 euro al megawattora (ad agosto era a 345) dopo l’accordo sul price cap. Sembrano segnali che l’inflazione potrebbe avere raggiunto il suo picco, per cui la stretta di Powell sui tassi, qualora fosse troppo serrata rispetto alle reali esigenze di controllo dell’inflazione, potrebbe generare una recessione più profonda, e gli errori di valutazione della FED (e della BCE…) commessi nel 2021 creano non poca incertezza.



La corsa dei prezzi, l’inasprimento della politica monetaria e la forte insicurezza generalizzata pesano sulle prospettive economiche. Esiste una netta discrepanza tra i dati dell’economia reale, che continuano a segnalare il vigore delle economie nazionali, e gli indicatori anticipatori, in calo da mesi, indicanti che le grandi economie sviluppate potrebbero trovarsi già in territorio di contrazione. Grazie al calo dei prezzi energetici e delle materie prime, all’attenuarsi delle strozzature sul lato dell’offerta e all’indebolimento congiunturale globale, in molte regioni l’inflazione complessiva potrebbe essere prossima al picco. Tuttavia continuerà a viaggiare a livelli elevati: nel 2023 scenderà al 6,5%, ma minaccia di consolidarsi in ambiti critici come salari, affitti e terziario.
Le banche centrali di tutto il mondo devono muoversi con cautela. Molte banche centrali hanno annunciato che ridurranno le misure di inasprimento o hanno già rallentato i ritmi dei rialzi per esaminare il pieno impatto delle misure finora adottate. La politica monetaria rimarrà probabilmente restrittiva al fine di ripristinare da un lato la stabilità dei prezzi e dall’altro per non alimentare le aspettative di tassi d’inflazione futuri ancora più alti. La politica finanziaria dovrebbe concedere sgravi volti ad attutire gli effetti del rincaro dei prezzi dell’energia, evitando tuttavia di pregiudicare l’efficacia della stretta monetaria e puntando a ridurre gradualmente l’indebitamento.
Nel complesso, il rischio di errori politici è fortemente aumentato: le banche centrali rischiano di fare troppo o troppo poco. Un inasprimento eccessivo potrebbe precipitare l’economia mondiale in una grave recessione o innescare una crisi finanziaria, mentre una stretta troppo modesta porterebbe al consolidamento dell’inflazione, al disancoraggio delle aspettative di inflazione e all’aumento delle spese future per domare la dinamica del prezzi. Le banche centrali faranno attenzione a evitare una recessione, tuttavia nel dubbio opterebbero per un inasprimento più pronunciato allo scopo di riprendere il controllo dell’inflazione. “In questo contesto, i rischi di una grave recessione sono a nostro avviso moderati, giacché i mercati del lavoro restano solidi, i bilanci dei consumatori e delle aziende sono robusti, la situazione delle banche è molto migliore di com’era dopo la crisi finanziaria globale e gli istituti centrali procederanno con cautela nell’inasprire le proprie politiche per evitare il crollo dell’economia.
Pertanto, l’economia mondiale scivolerà in una recessione poco profonda, con alcuni trimestri di crescita negativa (recessione tecnica), per poi entrare in un periodo di crescita debole, frenata dalla persistente inflazione e da un orientamento monetario più restrittivo”, conclude Siviero (nella foto). “Tuttavia si rilevano nette differenze tra le diverse regioni: l’Eurozona e il Regno Unito potrebbero già trovarsi in una recessione, mentre le future decisioni di politica monetaria della Fed potrebbero consentire agli Stati Uniti di salvarsi per un pelo. In Cina la crisi dipenderà in larga misura dall’allentamento delle restrizioni anti-Covid e dalla capacità del paese di gestire la crisi del mercato immobiliare. Mentre i paesi emergenti asiatici e latinoamericani sembrano avere sotto controllo i rischi di inflazione e nel 2023 potrebbero essere in grado di sostenere la crescita globale”.

a livelli medio bassi, ma la dinamica dei tassi ha portato a un ribilanciamento delle tipologie di tasso collocato nelle scelte dei mutuatari, che nel corso del 2022 hanno spesso optato per prodotti più rischiosi come il tasso variabile. Questa inversione di tendenza ha portato il tasso variabile e il tasso variabile con CAP ad erodere quote importanti al tasso fisso, che invece nel 2021 era stato scelto da quasi 9 mutuatari su 10. Nel 2022, infatti, il tasso variabile è la scelta di 4,1 mutuatari su 10, mentre il tasso variabile con CAP di 1,2 mutuatario su 10. Quelli che continuano a optare per un prodotto fisso, più sicuro ma più caro, scendono a quota 4,4 mutuatari su 10.
Le preferenze dei richiedenti, pertanto, si sono mosse con una rapidità sorprendente, così come rapidissima è stata la risalita dei tassi imposta dalle banche centrali per contenere una inflazione che i millennials neanche ricordano. Il problema, semmai, è capire se la scelta del tasso variabile sia stata effettuata con sufficiente raziocinio. Infatti, secondo alcuni studi autorevoli (Deutsche Bank, ma non solo) il tasso di inflazione – e conseguentemente i tassi di interesse imposti dalle banche centrali – impiega qualche anno a scendere verso le soglie considerate ideali dalla FED e dalla BCE (2-2,5%) allorquando l’indice dei prezzi al consumo raggiunge certi picchi così elevati, come quelli attuali, ed in un breve lasso di tempo. Ciò significa che chi ha contratto un mutuo a tasso
variabile nella speranza/previsione che l’inflazione – e conseguentemente i tassi delle banche centrali – possa scendere altrettanto repentinamente, e la rata del suo mutuo diminuire proporzionalmente, sta commettendo un errore di valutazione, poiché è sicuro che i tassi continueranno ad aumentare lievemente almeno fino a Marzo 2023 e, qualora lo shock energetico dovesse continuare (a causa del perdurare del conflitto NATO-Ucraina-Russia), si aprirebbe uno scenario di Stagflazione – ossia recessione più inflazione elevata – che renderebbe impossibile per le stesse banche centrali diminuire i tassi di interesse per stimolare le economie e uscire dalla recessione.
Il mercato dei mutui, pertanto, dovrà adattarsi a questo scenario, agendo sulla offerta e diversificando ancora di più le tipologie di mutuo, magari stimolando la domanda di mutui di più lunga durata in modo da consentire un miglioramento dello scoring e una rata più bassa. Infatti, i redditi medi in Italia sono scesi in modo sensibile negli ultimi trenta anni e soprattutto negli ultimi cinque, abbassandosi ad un livello tale da non permettere a molti lavoratori subordinati di potere accedere al credito bancario se non in presenza di un garante e/o co-obbligato (il coniuge o convivente, se non uno dei genitori per i più giovani). Questa tendenza ad allungare il piano di ammortamento si evince dagli stessi dati di Kiron Partners, secondo cui la durata media del mutuo è già passata da 24,7 anni del 2021 a 26 anni del 2022.
Segmentando per fasce di durata, dallo studio di Kiron emerge che il 78,8% dei mutui ha una durata compresa tra 21 e 30 anni (72% nel 2021) e il 21,2% si colloca nella fascia 10-20 anni (27,9% nel 2021), mentre i mutui ipotecari di durata inferiore a 10 restano residuali. Nel primo semestre 2022 l’importo medio di mutuo erogato sul territorio nazionale si attesta a 120.100 Euro, in aumento rispetto al 2021 (+5%). L’età media di chi ha sottoscritto un mutuo nella prima parte del 2022 è di 38,9 anni (40 anni nel 2021) con una concentrazione nella fascia 18-34 del 38,3% rispetto al 35,6% del 2021, e nella fascia da 35-44 anni del 34,7% rispetto al 34,8% dello scorso anno. L’acquisto della prima casa rimane la motivazione principale per la quale si sottoscrive un mutuo, e rappresenta il 94,4% del totale delle richieste (nel 2021 era del 87,6%), la seconda casa resta al 2,1% come nel 2021, e sostituzione o surroga scendono all’1,8%. Coloro che scelgono un finanziamento per costruzione o ristrutturazione rappresentano lo 0,9%, e le restanti finalità di consolidamento o liquidità rappresentano solo l’1,2% del totale.
Le tendenze dell’inflazione negli Stati Uniti e nell’EA sono attualmente di circa 4 punti percentuali al di sopra dei livelli desiderati. Leggiamo la FED e la BCE come assolutamente impegnate a portare l’inflazione ai livelli desiderati entro i prossimi anni. Anche se i costi per farlo potrebbero essere inferiori rispetto al passato per i motivi che esponiamo, non sarà possibile farlo senza rallentamenti economici almeno moderati negli Stati Uniti e in Europa e aumenti significativi della disoccupazione. Complessivamente, vediamo la produzione in calo dell’1% nell’EA e del 2% negli Stati Uniti durante l’anno a venire. La crescita mondiale rallenta a circa il 2% in questa previsione, un tasso
che storicamente è stato etichettato come recessivo. Le recessioni economiche, insieme all’aggressiva stretta monetaria e agli shock geopolitici e delle materie prime che le provocano, saranno temporaneamente dolorose nei mercati finanziari ed emergenti. Vediamo i principali mercati azionari precipitare del 25% rispetto ai livelli leggermente superiori a quelli odierni quando la recessione negli Stati Uniti ha colpito, ma poi riprendersi completamente entro la fine del 2023, supponendo che la recessione duri solo pochi trimestri.
La buona notizia è che pensiamo anche che la FED e la BCE riusciranno nelle loro missioni se restano fedeli alle loro decisioni anche di fronte all’aumento della disoccupazione. Farlo avrà un costo sociale molto inferiore rispetto al non farlo e al dover affrontare un problema di inflazione ancora più grave lungo la strada. Farlo adesso, inoltre, porrà le basi per una ripresa economica e finanziaria più sostenibile nel 2024. Anche così facendo, comunque, il ritmo della ripresa nel 2024 e oltre sarà probabilmente moderato, non un forte rimbalzo come si è visto in passato. Tra i fattori che probabilmente peseranno sulla crescita globale per un po’ di tempo a venire vi sono le incertezze relative sia al conflitto Russia-Ucraina, con un persistente shock di competitività indotto dall’energia in Europa, sia alla crescente concorrenza strategica USA-Cina.
In buona sostanza, ci troviamo in un momento decisivo per l’economia globale. L’inflazione corre ai massimi pluriennali, le banche centrali stanno perseguendo il loro più aggressivo inasprimento dei tassi mai visto in una sola generazione, e una recessione è ora sempre più vicina negli Stati Uniti e Europa. Nel frattempo, economie e mercati continuano ad essere colpiti da una gamma di altri eventi, tra cui l’invasione russa dell’Ucraina, la strategia zero-Covid della Cina e la crescente rivalità tra superpotenze tra Stati Uniti e Cina. In questo contesto, il 2023 sarà finora il terzo anno peggiore per la crescita globale del 21° secolo, dietro solo all’anno della pandemia nel 2020 e alle conseguenze del crisi finanziaria nel 2009. Negli Stati Uniti, i nostri economisti vedono una recessione che inizierà a metà del 2023 e nell’Eurozona, pensiamo che la stagflazione sarà un tema determinante il prossimo anno, poiché sono alle prese con una recessione indotta dall’offerta di energia e una media dell’inflazione al 7,5%.


Infatti, le urne per le elezioni di mid-term hanno restituito la Camera ai repubblicani, con i democratici che perdono il controllo del Congresso e che in teoria sono costretti a fare pesanti compromessi con il Partito Repubblicano nelle scelte di politica economica. Ma si è trattato davvero di una sconfitta pesante per Biden? Sembrerebbe di no. Infatti, la regola delle elezioni di mid-term è che esse riservino quasi sempre cattive sorprese: quattro degli ultimi cinque presidenti, che avevano il controllo di camera e senato nell’anno della loro elezione, al mid-term hanno perso almeno una delle due camere, come Barack Obama (-63 seggi alla Camera nel 2010 e perdita del controllo di Camera e Senato al secondo mid-term) e Donald Trump (-41 seggi alla Camera in occasione dell’unico mid-term nel 2018). Per questo motivo i democratici hanno tirato un sospiro di sollievo, comportandosi quasi come se avessero vinto le elezioni grazie al pericolo scampato.
Il risultato negli Stati Uniti è da salutare con grande ottimismo in Europa? Niente affatto. Il rallentamento dell’inflazione americana potrebbe non avere alcuna influenza di lungo periodo – e neanche di breve, in base alle circostanze – finchè non ci sarà un serio cessate il fuoco tra NATO e Russia in questo conflitto armato che avviene “per procura” dell’Ucraina. L’inflazione degli Stati Uniti, infatti, è molto differente da quella europea, poiché gli USA non hanno necessità di importare gas e petrolio, per cui l’indice dei prezzi al consumo a stelle e strisce risente soprattutto dell’andamento dei consumi alimentari e dei beni di larga distribuzione. A differenza dell’Europa, in cui quasi tutti i paesi sono importatori (netti) di beni energetici e, a causa della guerra in Ucraina e della risalita dei prezzi di gas e petrolio, soffrono di un tasso di inflazione “drogato” al rialzo.
Probabilmente, quando USA e la stessa Europa smetteranno di fornire armi all’Ucraina e solleciteranno la supremazia della via diplomatica, anche gli stati europei – in primis l’Italia – potranno beneficiare di prospettive di ribasso delle dinamiche inflattive e proseguire lungo un cammino che, comunque, non è luminoso. Infatti, sia l’azionario che l’obbligazionario sono ancora alla ricerca di un “pavimento” dove stabilizzarsi, e non sono in pochi a ritenere che il c.d. “bottom” (ossia il punto di maggiore sofferenza dei mercati) non sia ancora stato raggiunto. Prova ne sia che il rapporto prezzo-utili mostra che l’S&P
500, pur essendo scambiato al di sotto dei picchi post-pandemici, si trova molto al di sopra del punto raggiunto durante la crisi finanziaria del 2007-2009. Questo non vuol dire che i livelli di bottom del passato debbano necessariamente essere replicati per poter affermare che il peggio è già arrivato e sta andando via, ma che bisogna analizzare con molta più attenzione tutti i fattori positivi e negativi, per poi metterli sui piattini della bilancia e vedere quale dei due alla fine pesa di più.
A ben vedere, le prospettive del mercato non sono più disastrose come 3 o 4 settimane fa; per esempio, l’approccio della Russia alla guerra in Ucraina è cambiato parecchio, e l’Arabia Saudita rilascia più petrolio, dando respiro al prezzo del barile e dei suoi derivati; le banche centrali lanciano segnali chiarissimi di rallentamento del ritmo di aumento dei tassi – che saliranno ancora, ma “di poco”, fino a Marzo 2023 – e gli utili aziendali non mostrano segni di futuro cedimento pronunciato. Pertanto, si potrebbe assumere un cauto ottimismo, ma la volatilità non accenna a diminuire anche per il mondo delle obbligazioni, che sono diventate più volatili. Su tutto, si intravede un nuovo scenario, secondo il quale le strategie che hanno funzionato in passato potrebbero non essere più efficaci, e dovranno lasciare il posto a strategie più adatte ad affrontare non semplicemente la fine di un ciclo e l’inizio di un altro, ma un cambiamento strutturale.

Il problema principale di un modello economico basato sul debito che finanzia la domanda (rispetto a quello basato sulla crescita dei redditi), è che non può permettersi il deleverage (termine che indica una riduzione del livello di indebitamento delle istituzioni finanziarie, ndr), dato che il motore della crescita è supportato dal debito e non dal reddito. Il modello di sviluppo, per mantenersi in equilibrio, necessita di una costante crescita dell’indebitamento, che consente ai consumatori di acquistare beni e servizi che non possono permettersi con il proprio reddito reale. Per questo motivo, la crescita del PIL può essere ottenuta prevalentemente grazie ad un crescente indebitamento, che però non può mai fermarsi. Il sistema innesca un elevato grado di sviluppo finanziario, inventando strumenti di debito speculativo finalizzati a fornire
credito a tutti i segmenti dell’economia (MBS, CLO, Leverage Loans, Private Credit, ecc). Quando il modello va in crisi, l’unico meccanismo d’intervento sono i “bailout” o salvataggi a carico del bilancio pubblico, mentre la Banca Centrale è obbligata ad intervenire con il QE per impedire un deleverage che il sistema non potrebbe reggere. Il ruolo delle banche d’investimento si modifica: da consulenti d’investimento diventano i motori della raccolta di denaro da canalizzare nel sistema per sostenere il leverage; questo rende il modello estremamente propenso alle creazione di bolle finanziarie (Real Estate, Borsa, Credito).
Le previsioni sugli scenari futuri elaborate da tali intermediari devono quindi essere sempre positive, per non interrompere i flussi di capitale necessari a sostenere il leverage e indurre i risparmiatori a non vendere. Dal momento che un sistema di crescita basato sul debito richiede politiche monetarie sempre espansive, le Banche Centrali perdono lentamente la loro indipendenza. Questo è il principale motivo per il quale oggi assistiamo ad una crisi di credibilità delle Banche Centrali e ad una totale confusione sulle strategie di politica monetaria, dove la lotta all’inflazione appare più teorica che effettiva, dato che nessuna
Banca Centrale è in grado di ridurre il bilancio o portare i tassi reali in territorio positivo. Il collasso del modello “debt driven” viene innescato quando, per vari motivi: 1) il sistema privato non può più, o non riesce più, ad aumentare il suo indebitamento, che è vitale per il sostentamento del meccanismo di crescita, 2) il reddito reale perde sempre più potere d’acquisto, che il nuovo debito non riesce più a compensare, 3) eventuali fattori esogeni (inflazione o shock di offerta e domanda) non possono essere efficacemente contrastati da vere politiche monetarie o fiscali che rischiano di compromettere leverage e domanda finanziata. Allo stato attuale mi sembra che i punti 1, 2 e 3 siano già tutti presenti nel sistema.
A questo punto è altamente probabile che il paradigma sia completamente cambiato e nulla sarà più come prima. Mi aspetto quindi un lungo bear market e una lunga fase di deleverage che avrà un duraturo impatto sulla crescita dell’economia. Le uniche politiche efficaci per sostenere il ciclo saranno solo quelle fiscali, dato che quelle monetarie non avranno più lo stesso effetto di prima, poichè il sistema, oberato da un eccesso di debito, è esposto ad una balance sheet recession come già accaduto in Giappone negli anni 90. Il cedimento del Dollaro costituirà l’ultimo capitolo di questa fase complicata ed avverrà in concomitanza con una probabile recessione USA nel 2023, o quando la FED dovrà necessariamente prendere atto che una Debt Driven Economy non
regge i tassi necessari a contrastare l’inflazione in corso. Per ripartire si dovrebbe agire su un rilancio dei redditi reali ma, in un contesto inflazionistico, tale strategia rischia di creare ulteriori problemi. In realtà, negli ultimi 15 anni abbiamo implementato politiche di QE per reflazionare l’economia quando sarebbe bastato rivalutare i redditi reali per farlo. Il risultato è che queste politiche hanno solo creato bolle speculative ed un eccesso di debito nel sistema. La crisi delle Banche Centrali (BoE, BoJ, FED e ECB), che alzano i tassi ma stampano moneta, evidenzia la fine di un esperimento fallimentare implementato senza mai pensare ad una exit strategy, proprio perché il modello fa perdere l’indipendenza dei policy maker, che diventano schiavi delle bolle che hanno alimentato.
I tentativi di sostenere le borse con le tattiche di “short squeeze”, che servono ad innescare rally puramente tecnici dovuti a ricoperture, non fanno che rimandare la vera liquidazione delle posizioni ed evidenziano continui meccanismi di manipolazione. Nel frattempo, le posizioni rialziste degli investitori rimangono vicine ai massimi storici, in attesa di un imminente cedimento della FED e un ritorno al QE per evitare una crisi. Si è così innescato un braccio di ferro tra mercati e FED, che rischia di finire male per tutti e due. Se dovessero vincere i mercati, ripristinando condizioni finanziarie espansive tramite restringimento degli spreads e ritorno al credito speculativo, l’inflazione non si fermerebbe e ripartirebbe al rialzo, costringendo la FED a rafforzare politiche monetarie anticicliche. La lotta all’inflazione è dunque complicata dal fatto che i mercati finanziari possono innescare condizioni finanziarie meno restrittive di quelle che vorrebbe avere la Banca Centrale. Non credo che la FED possa permettersi di correre questo rischio, la view sui mercati azionari rimane dunque negativa fino a quando non si cominceranno ad evidenziare chiari segnali di recessione e cedimento del mercato del lavoro USA.
La convinzione che un –20% di discesa dei mercati azionari possa coincidere con il completamento della fase negativa evidenzia una predisposizione a guardare al passato più recente per configurare un futuro senza cambiamenti. I parametri degli investitori rimangono i precedenti massimi, che vengono considerati come i livelli di riferimento di mercato a cui si dovrà di tornare. Purtroppo sono molti i segnali che provengono dall’economia reale che confermano che probabilmente non sarà così. La crisi energetica, infatti, non è transitoria, dato che era iniziata già prima del conflitto Russia – Ucraina per motivi legati alla transizione green, ed i prezzi dell’energia
avevano iniziato a salire mesi prima della guerra (greenflation). Lo shock inflattivo è probabilmente destinato a subire un effetto trascinamento nel tempo attualmente sottovalutato. Un recente studio statistico-storico fatto dagli economisti di Deutsche Bank evidenzia che quando il tasso d’inflazione sale oltre il livello dell’8% ci vogliono in media due anni per farlo ridiscendere sotto il 6%. Di contro, uno studio pubblicato dal governo tedesco sulle previsioni di crescita per il 2023 evidenzia che l’economia sarà in recessione, ma l’inflazione salirà ancora e rimarrà sopra le due cifre per tutto l’anno.
Ma a parte i meccanismi di ricalcolo delle valutazioni delle borse in base a tassi più alti, ci dobbiamo chiedere quanto tempo l’economia reale impiegherà ad adeguarsi a questi nuovi parametri di costo del debito, che difficilmente tornerà ai livelli passati, salvo una devastante crisi finanziaria ed economica. Energia e costo del denaro sono i motori del sistema, dato che impattano sui costi di produzione, sul livello di break even delle aziende e sul costo del finanziamento. Se il livello di break even si sposta al rialzo in modo significativo, per compensare puoi solo fare due cose: aumentare produzione e incrementare le vendite oppure ridurre i costi per abbassare il break even point. Nel primo caso devi avere un’economia reale che ti consente di farlo, nel secondo caso imprimi una contrazione ulteriore del PIL.

L’economia cinese è in rallentamento da tempo ed è frenata da inasprimenti normativi, ripetuti focolai di Covid e severi lockdown con chiusure di grandi zone economiche. Inoltre, il settore immobiliare è in profonda crisi, mostrando segnali di sovrainvestimenti e sovraindebitamento. Nonostante il forte sostegno della politica monetaria e fiscale per stimolare la crescita, i consumi interni in Cina sono deboli e la crescita del credito è bassa poiché le imprese e le famiglie restano pessimiste sulle prospettive economiche. Le tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti su Taiwan sono un’ulteriore preoccupazione per la Cina così come per l’economia globale.
L’economia statunitense ha resistito bene alla pandemia grazie a un sostegno politico senza precedenti. L’inflazione è stata trainata principalmente dalla forte domanda aggregata e ha mostrato preoccupanti segnali di ampliamento e rafforzamento. La piena occupazione ha prevalso nel mercato del lavoro, i salari sono aumentati a un ritmo sano e il reddito personale e la spesa sono rimasti solidi nonostante la debole fiducia dei consumatori. In Europa, invece, l’inflazione record, che continua a crescere e a consolidarsi, è principalmente dovuta al forte aumento dei prezzi dell’energia e all’indebolimento dell’euro. La determinazione della Bce a riportare vigorosamente l’inflazione ai livelli target fa sembrare sempre più probabile una recessione nel 2023. Nonostante la politica fiscale possa mitigare gli effetti negativi della stagflazione, una recessione nella seconda metà dell’anno sembra quasi inevitabile, fa notare Siviero.
La Bce ha iniziato a inasprire la sua politica monetaria solo a luglio, quando la crescita economica era già rallentata. Dal punto di vista economico, l’Eurozona non si è ancora completamente ripresa dallo shock pandemico e soffre di inflazione storicamente elevata, carenza di energia e siccità. “L’attività economica in Europa è debole e il settore industriale continua a soffrire per le carenze di approvvigionamento e la domanda globale debole”, conclude Siviero. “Il mercato del lavoro rimane sano, ma la crescita salariale non è in grado di tenere il passo con l’inflazione. Di conseguenza, la fiducia dei consumatori è ai minimi storici, a causa di un forte calo del reddito disponibile reale e di del loro potere d’acquisto”.
È evidente che, considerando questi aspetti “nascosti” del mercato finanziario americano, è abbastanza difficile fare previsioni sulla reale profondità di una possibile recessione e dell’impatto che potrebbe esserci sulle variabili finanziarie “visibili” (Equity e Corporate Bonds). Se, come sembra altamente probabile, avremo una recessione, la vera discesa dei mercati finanziari si verificherebbe solo allora, quando si realizzerà un’impennata di default nel settore del Private Credit, un’ulteriore crisi del Private Equity e, alla fine, una decisa revisione al ribasso degli utili attesi per le società quotate. Le recenti
notizie delle perdite registrate dai fondi pensione USA sugli investimenti in Private Equity e Private Credit sono una spia di quello che sta accadendo. Anche le perdite nel segmento di business dell’investment banking delle principali banche USA, che sono state molto attive nei finanziamenti al Private Equity e Fintech attraverso i Leverage Loans, rafforzano questo scenario. Il boom di investimenti nel settore Fintech e Crypto ha assunto una dimensione veramente importante negli ultimi tre anni e non sappiamo esattamente quanto sia il peso di tali investimenti sul fatturato delle società tecnologiche.
La miscela perversa di crisi di credito nel segmento Private e l’impatto collaterale sul settore Fintech possono innescare un significativo cedimento del ciclo che allo stato attuale sembra completamente sottovalutato. Un ulteriore problema è l’attuale forza del dollaro a causa delle attese di rialzo dei tassi USA. La rincorsa monetaria della FED, per cercare di piegare un’inflazione che ha sottovalutato, innesca una serie di svalutazioni di euro, yen, sterlina e divise emergenti che provoca seri problemi di controllo all’inflazione importata. Mentre per la FED il dollaro forte è utile per limitare l’inflazione importata, per gli altri Paesi è un ulteriore problema. Infatti, le Banche Centrali delle principali economie sono obbligate ad innescare politiche restrittive per contrastare l’inflazione ma, a causa della svalutazione verso dollaro, l’inflazione importata diventa difficile da contrastare, imponendo di fatto politiche monetarie sempre più restrittive in un contesto di rallentamento dell’economia.
In un mondo dove l’energia è pagata in dollari, la forza del dollaro aumenta l’inflazione fuori dagli Stati Uniti e accentua le politiche restrittive a Paesi che non le possono reggere. L’instabilità finanziaria scatenata dai policy mistake della FED non è mai stata così costosa per l’economia mondiale. Il controllo dell’inflazione USA sarà pagato da tutti con una recessione piuttosto pesante e di non breve durata. La Cina, grazie all’accordo di fornitura di energia con la Russia, è meno esposta all’inflazione importata e può implementare politiche monetarie espansive; tuttavia l’economia cinese rimane esposta al rallentamento dell’economia mondiale e non riuscirà a sottrarsi alla difficile congiuntura internazionale.
Bank of Japan è un’ulteriore dimostrazione della fase di crisi delle Banche Centrali: BOJ non può modificare la politica monetaria per evitare di provocare il collasso dei carry trades in yen, che non farebbero che accentuare il movimento ribassista dei Treasury Bond USA e dei mercati finanziari. BOJ si trova così nell’angolo a subire un attacco speculativo contro yen senza poter intervenire, costretta a subire una svalutazione che produce ormai inflazione anche in Giappone ed erode il potere d’acquisto di un Paese abituato da lungo tempo all’inflazione zero.
Appare evidente che la mancanza di coordinamento tra Banche Centrali sul livello del dollaro è ormai una fonte di problemi che non si può risolvere innescando rialzi dei tassi a livello mondiale per fermare l’inflazione importata da Europa, Giappone ed EM. Si delinea dunque uno scenario di alta instabilità, sia per il ciclo economico che per le variabili finanziarie. Quando la FED dice che ci sarà un conto da pagare per rimettere l’inflazione sotto controllo, gli operatori dei mercati pensano che il conto verrà pagato da qualcun altro o che, dato l’attuale ribasso subìto dal mercato azionario, il conto è già stato pagato. Nella realtà, a giudicare dai problemi che stanno emergendo in alcuni segmenti del mercato finanziario, sembra che il conto finale potrebbe essere molto più alto di quello che la “consensus view” tende, come al solito, a credere.
Le asset class che potranno uscire vincenti alla fine di questo disordine saranno quelle degli Emerging Market che, nel frattempo, avranno accentuato la loro svalutazione relativa verso tutti i principali mercati, e si presenteranno all’inizio di discesa del dollaro con le valutazioni migliori in termini relativi. Le strategie d’investimento devono essere pronte a cogliere questi importanti eventi che ormai sembrano inevitabili, fatti salvi eventuali ulteriori peggioramenti del quadro geopolitico, che imporrebbero una ulteriore spinta al dollaro e quindi un ulteriore peggioramento del contesto finanziario globale. 
“Oggi possiamo dire che ha raggiunto il picco, nel 2023 scenderà, ma rimarrà sempre più alta rispetto agli indici a cui eravamo abituati. Per questo, chi vuole guardare a progetti di vita per i suoi figli, deve guardare a investimenti in capitali di rischio, gli unici che possono assicurare oggi una redditività. Mantenere il denaro sul conto corrente significa farsi erodere il capitale ogni anno da un 9-10% d’inflazione, è un suicidio. Anche oggi che c’è la guerra, la pandemia, l’inflazione, ci sono delle prospettive di crescita nell’economia mondiale straordinarie – prosegue -. Solo per la transizione climatica, con tutti i pro e i contro che ci sono, ci sono degli investimenti incredibili, a partire dai fondi del Pnrr. Il mercato azionario globale – aggiunge Gaudio – ha perso mediamente dall’inizio dell’anno circa il 20%, in alcuni anche il 25%. Vuol dire che ci sono bellissime aziende in Europa, Cina, Usa, che stanno crescendo tuttora a ritmi impressionanti, che hanno visto il loro valore sceso del 25-30-40%. Allora io mi chiedo: perchè non approfittare di questi valori così depressi?”.








