Maggio 2, 2026
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Ethenea, con i green bond “gemelli” la Germania risparmia 25 milioni l’anno sugli interessi

Con l’introduzione dei green bond governativi, la Germania ha avviato la politica dei titoli gemelli, con sconto sugli interessi rispetto ai titoli sovrani. Grazie alla domanda del mercato pari a 5 volte l’offerta, il governo tedesco risparmierà 2,5 milioni di euro all’anno per i prossimi 10 anni 

La politica dei titoli gemelli prevede la possibilità, per l’acquirente, di scambiare in qualsiasi momento il suo green bond con il gemello tradizionale. Tuttavia, saranno in pochi a farlo, poiché si può presumere che il gemello green avrà sempre un valore più alto del suo corrispettivo tradizionale. Quest’ultimo, a sua volta, dovrebbe essere leggermente più liquido, a causa del volume di emissione più elevato: un piccolo svantaggio per il green bond che viene però compensato dall’opzione di scambio.

Con l’introduzione dei green bond governativi, la Germania ha avviato la sua politica dei titoli gemelli. Infatti, il green bond a 10 anni ha esattamente la stessa scadenza e la stessa cedola dell’obbligazione sovrana ordinaria a 10 anni: entrambe scadranno il 15 agosto 2030 e hanno una cedola dello 0%. Tuttavia, una differenza esiste, visto che al momento dell’emissione il green bond tedesco offriva un rendimento negativo del -0,46%, leggermente inferiore al -0,45% del bond convenzionale. “In altri termini”, spiega Volker Schmidt, Senior portfolio manager ed esperto obbligazionario di Ethenea Independent Investors Sa, “questo è esattamente l’importo a cui gli investitori sono disposti a rinunciare per sostenere gli obiettivi di protezione del clima della Germania”.

Volker Schimdt

“Sulla base del volume di emissione iniziale di green bond pari a 6,5 miliardi di euro, e con un rendimento che oggi è inferiore di due punti base rispetto ai titoli governativi convenzionali, il Governo tedesco risparmierà 650mila euro all’anno per i prossimi 10 anni”, aggiunge Schmidt. “Se ipotizziamo che il Governo tedesco possa emettere un totale di 50 miliardi di euro in obbligazioni verdi e che lo sconto sui tassi di interesse possa salire a cinque punti base, il risparmio in termini di interessi per il Governo tedesco salirebbe a 25 milioni di euro l’anno”.

Entro la fine del 2020, il governo tedesco prevede di collocare presso gli investitori un totale di 11 miliardi di euro in obbligazioni verdi ed emetterà quindi un green bond quinquennale nell’ultimo trimestre dell’anno, con un differenziale di rendimento, rispetto ai governativi classici, che potrebbe collocarsi ancora tra 1 e 2 punti base. È probabile inoltre che lo sconto di rendimento tra uno a due punti base visto finora rappresenti soltanto l’inizio, data la domanda elevata di investimenti green.

Il Governo tedesco si è confrontato con una domanda di 33 miliardi di euro per il suo primo green bond, quindi non stupirebbe se lo sconto si allargasse rapidamente verso i cinque punti base. Ora sarà interessante vedere quali sconti gli investitori sono disposti ad accettare a lungo termine nel momento in cui investono in titoli sovrani green.

Il Fatto Quotidiano, i fattoidi e l’ideologia contro i consulenti finanziari

Perché il Fatto Quotidiano si accanisce contro i consulenti finanziari? Quando le ideologie scarseggiano, l’informazione spesso le crea dal nulla, lanciando false teorie prive di qualunque fondamento scientifico, ma ripetute con una certa regolarità da soggetti scarsamente autorevoli e molto disponibili.  

Di Alessio Cardinale*

Qual è la differenza tra Teoria e ideologia? La prima è sorretta da studi, statistiche e ricerche effettuate con estrema razionalità da studiosi autorevoli (i teorici) nel corso degli anni; e quando viene annunciata pubblicamente, la Teoria deve anche dimostrare, con stime e risultati inconfutabili, l’esistenza di un certo fenomeno (sociale, economico, naturale etc), in base al quale i c.d. decisori – i governi, le democrazie parlamentari e gli organismi mondiali – adotteranno (o meno) scelte a beneficio della Collettività. La seconda, invece, è basata su idee elaborate strumentalmente da una piccola cerchia di soggetti (gli ideologi), affatto interessati allo studio di un fenomeno ma dotati di una certa posizione di potere, grazie alla quale sfruttano gli elementi non razionali (emozioni e sentimenti collettivi) della comunicazione e riescono così ad orientare l’opinione di certe fasce di popolazione.

In pratica, mentre le prime servono a trasferire “conoscenza utile” a chi deve risolvere problemi pratici, le seconde “….servono a risolvere l’incertezza e a soddisfare l’umano bisogno di comprendere e prevedere ciò che accade, per fronteggiare l’ansia e mantenere l’autostima. La conferma della propria ideologia aumenta il senso di sicurezza, la disconferma provoca invece ansia e accresce il senso di vulnerabilità. Quando l’ideologia è in pericolo, le persone che credono in essa si impegnano per riaffermarla…” (Chiara Volpato).

Non è superfluo aggiungere che, storicamente, le teorie sono state sempre uno strumento proprio delle democrazie, mentre le ideologie esclusivo appannaggio delle peggiori dittature. Entrambe, però, trovano un comune denominatore nell’Informazione e nei media, di cui hanno bisogno per propagarsi e sopravvivere nel tempo.

In Italia, l’Informazione non è esattamente “libera e indipendente”, ma asservita a gruppi di potere che fanno a gara per possedere i maggiori organi di stampa con cui influenzare l’opinione pubblica. Pertanto, al netto dei piccoli editori, i media italiani sono particolarmente sensibili alle ideologie, con le quali riescono a creare il terreno per raggiungere obiettivi di natura politica e, a cascata, proteggere interessi di natura economica. E quando le ideologie scarseggiano o non sono più efficaci, l’Informazione italiana le crea dal nulla: è sufficiente lanciare una “falsa teoria” – priva, cioè, di qualunque fondamento scientifico – nutrendola di singoli episodi (che non costituiscono fenomeno a sé stante), e poi farla ripetere a soggetti per niente autorevoli, ma molto disponibili, con una certa periodicità, al fine di mantenere alto il livello di attenzione dell’opinione pubblica su alcuni c.d. fattoidi (“notizie prive di fondamento, ma diffuse e amplificate dai mezzi di comunicazione di massa al punto da essere percepite come vere”) attribuiti agli “avversari” di turno, i quali di solito appartengono ad una intera categoria di individui avente interessi in contrasto con il gruppo di potere a cui l’ideologia è asservita.

In sintesi, si tratta di garantire basse questioni di interesse e/o di potere, e non del rispetto di alti principi.

Beppe Scienza

Da qualche anno, con una certa regolarità, il Fatto Quotidiano sferra attacchi di matrice ideologica (e non teorica) ai consulenti finanziari, e lo fa ospitando i contenuti scritti da soggetti autoreferenziali, di scarsa autorevolezza, però molto disponibili, i quali, in cambio di immeritata visibilità, sparano a zero contro l’intera categoria professionale dei professionisti della finanza. Degli attacchi del prof. Beppe Scienza sul Fatto Quotidiano ci siamo occupati in passato ed anche di recente, per cui non è il caso di impiegare altro tempo. Lo scorso 8 Agosto, però, è stato il turno del dottor Vincenzo Imperatore, “consulente di direzione, giornalista e saggista”, come si definisce lui stesso, il quale ha in comune con il prof. Scienza l’uso di una terminologia volutamente dispregiativa verso i consulenti finanziari, definiti ora “promotori” (vecchia denominazione), ora “venditori porta a porta” (come i piazzisti di enciclopedie o di aspirapolveri di un tempo) oppure “consulenti-squalo”.

Nel suo articolo dal titolo “Basta ai continui cambi di casacca dei consulenti finanziari!”, Vincenzo Imperatore mostra di sapere utilizzare bene la “tecnica del fattoide”, ammantando di negatività quelli che lui definisce “cambi di casacca” i quali, invece, altro non sono che l’esercizio di un sacrosanto diritto di qualunque professionista al cambiamento ed al miglioramento delle proprie condizioni lavorative ed economiche, nel rispetto delle norme che regolano il mercato del lavoro.

Vincenzo Imperatore

In particolare, Imperatore inventa due fattoidi; il primo è sintetizzato nella frase “…Se il vostro consulente finanziario cambia casacca e passa a lavorare per un’altra banca, fate attenzione! Perché lui, in tal caso, guadagna un bel po’ di soldini (“premio di ingaggio”) dal nuovo intermediario per effetto del trasferimento del suo patrimonio gestito (……) e voi vi potreste trovare nella condizione di dover sostenere pro-quota, senza accorgervene, quel costo….”. In questo caso, il fattoide (falso come una banconota da due euro) è il seguente: “i clienti del consulente che va a lavorare per un’altra banca dovranno sostenere il costo del premio di ingaggio”. La realtà, invece, è esattamente opposta: in occasione di un “cambio di casacca”, il consulente sopporterà il rischio di perdere parte della clientela che si è guadagnata con il sudore della fronte, e la banca “ricevente” dovrà investire interamente, nel nuovo collega, le somme relative al premio di ingaggio, che nei successivi due o tre anni peseranno sul suo conto economico. Il cliente, dal canto suo, non pagherà proprio niente, nè direttamente, nè indirettamente. Infatti, per avere successo nel trasferire clientela alla nuova banca, il consulente dovrà proporre condizioni migliorative anche in termini di costi e commissioni (sennò il cliente potrebbe non seguirlo, mica è fesso).

Andiamo al secondo fattoide: “…i consulenti finanziari sono i venditori “porta a porta” di prodotti finanziari, liberi professionisti (…) che possono però collocare solo i prodotti della banca a cui sono legati da un vincolo monomandatario. Il promotore finanziario non può dunque vendere i prodotti di un altro istituito…”. Questa affermazione, se andava bene venti anni fa, oggi suscita solo ilarità. Imperatore, infatti, dovrebbe sapere bene che tutte le banche reti – proprio tutte, nessuna esclusa – lavorano con un modello di business definito “ad architettura aperta”, e cioè caratterizzato dalla distribuzione alla clientela di prodotti di case terze, non aventi alcun legame con la società mandante, e dalla fortissima limitazione – persino inesistenza – dei c.d. prodotti di casa. Ed è proprio tale architettura aperta che consente al consulente,  in occasione del passaggio ad altra banca, di effettuare il trasferimento del portafoglio senza neanche toccare i singoli investimenti dei clienti, con una semplice procedura di “cambio gestore” che evita il disinvestimento ed il successivo reinvestimento.

Tralasciando altri fattoidi “secondari” che comunque abbiamo annotato, sui primi due Vincenzo Imperatore costruisce un articolo che, per qualità ed approfondimento, solo il Fatto Quotidiano avrebbe potuto pubblicare.

Ma chi è Vincenzo Imperatore?

Secondo le informazioni scritte da lui stesso su Internet, “…ho  vissuto 22 anni come manager di un primario istituto di credito del nostro paese (…). Nel 2012 ho scelto la strada della libera professione e oggi sono titolare di Imperatore Consulting (….). (Nei suoi libri) ..per la prima volta un ex manager bancario offre la sua testimonianza per svelare i segreti, le strategie e gli scandali avvenuti nelle “segrete stanze” delle banche che hanno distrutto il risparmio degli italiani e frenato lo sviluppo economico…”.

Pertanto, dopo aver partecipato in prima persona al grande banchetto degli utili bancari del periodo storico che termina nel 2008, Imperatore improvvisamente ha una crisi di coscienza dal sapore mistico, “si pente” e poi si scaglia contro l’intero sistema, ergendosi a paladino della italica clientela. Tutto questo, però, dopo aver incassato la liquidazione da ex manager (che immaginiamo sostanziosa) dalla banca per cui lavorava.

In considerazione del profondo pentimento che lo ha portato ad uscire, in un impeto dell’anima, da quell’ambiente “immondo” che oggi attacca a tutto spiano, ci si sarebbe aspettati che vi rinunciasse, alla liquidazione, e che magari restituisse anche i ricchi premi di produzione ed i benefits da manager acquisiti nei 22 anni in cui era stato “traviato” dal “demonio bancario”. Ma come si fa a dimenticare il primo amore? Egli è stato (recensione di Amazon) “… per vent’anni nelle direzioni operative di alcuni tra i più blasonati istituti di credito italiani. Prima e dopo la crisi economica. La sua testimonianza svela i segreti, le strategie e i maneggi delle banche a danno del correntista. I costi eccessivi caricati sui conti (…). La moltiplicazione delle commissioni. Il ricatto psicologico dietro le richieste di rientro (…). Le procedure di calmierazione reclami per i clienti che si accorgono di movimenti strani sul conto e minacciano di chiuderlo (“Noi lo chiamavamo sistema 72H”, ricorda Imperatore). Le tecniche per piazzare un diamante, una polizza assicurativa o un derivato (“Ci garantivano una redditività enorme”)…”.

Quindi Imperatore aveva, per sua stessa ammissione, le mani in pasta, per così dire; salvo poi “pentirsi”. Ma 22 anni di partecipazione attiva – in qualità di manager/testimone che “sa tutto ed ha le prove”  – ai maneggi delle banche ai danni dei correntisti, il dottor Imperatore come intende espiarli? Forse rifacendosi una verginità al Fatto Quotidiano dopo aver cambiato la casacca da dirigente di banca con quella di consulente/giornalista?

Il sogno dei “giornalisti-squalo” (e probabilmente del Fatto Quotidiano), stile Beppe Scienza e Vincenzo Imperatore, sembra essere unicamente quello di vedere scomparire il sistema delle banche-reti dal mercato. E questo ci fa legittimamente sospettare che dietro i loro attacchi ci sia un disegno preciso, di cui Scienza e Imperatore sembrano essere soltanto compiacenti esecutori.

Fortunatamente, avere il titolo di professore o di consulente di direzione non fa di loro dei bravi giornalisti, né li rende credibili; così come non è sufficiente, per il Fatto Quotidiano, rinunciare al finanziamento pubblico all’Editoria per essere un buon giornale, distante da approcci ideologici e da banalissimi interessi di parte.

Perdite degli enti locali da contratti derivati, la Cassazione alimenta le speranze di recupero

Grazie alla recente sentenza della Cassazione a sezioni unite, tutti gli enti che sanno di detenere ancora gli strumenti di finanza derivata dovrebbero trovare conveniente verificare i contratti per evidenziarne aspetti e criticità, e valutare così  le azioni necessarie per recuperare risorse finanziarie della Collettività altrimenti perse per sempre. 

Articolo di Stefano Izzo*

Un contratto derivato – e, in particolare, un c.d. Swap – è un prodotto dell’ingegneria finanziaria “tailor made” (costruito da una banca su misura, su richiesta del committente) il cui fine è quello di “proteggere” posizioni debitorie a tasso variabile del contraente contro oscillazioni future e aleatorie del parametro di riferimento (ad es. un finanziamento a tasso variabile, i cui pagamenti sono parametrati al tasso Euribor).

Un esempio su tutti è quello di voler trasformare a tasso fisso una posizione debitoria a tasso variabile (es. a 20 anni). In questo caso l’intermediario può proporre un contratto derivato (ad es. uno Swap) adatto a questa esigenza.

A partire dalla fine degli anni ’90 e per circa un decennio, Province e Comuni hanno fatto spesso ricorso agli strumenti di finanza derivata sul proprio indebitamento, sia in fase di gestione, sia di ristrutturazione, in particolare tramite l’operazione di “interest rate swap”, che negli intenti degli amministratori locali doveva servire per gestire i rischi di mercato o di credito degli enti che amministravano. In diverse altre occasioni, invece, i contratti derivati sono stati usati per reperire risorse fresche, senza tenere in alcun conto i costi impliciti dell’operazione e gli oneri (e i rischi) che venivano “rinviati” al futuro (magari ai nuovi amministratori, nel frattempo succeduti agli originari sottoscrittori).

Per dare una idea delle dimensioni del fenomeno, già a fine 2007 la Banca d’Italia aveva censito qualcosa come 669 amministrazioni locali e regionali che si servivano di contratti derivati, per un valore nozionale di 31,5 miliardi (pari a circa il 29% del totale del loro debito) e un valore di mercato negativo di -902 milioni.
Da quel momento in poi, in seguito alla crisi dei mercati finanziari che nel 2008 investì tutto il mondo, molti di quegli enti hanno registrato perdite gravissime, determinando lo spostamento del dibattito nelle aule dei tribunali di ogni sede e presso la Corte dei conti.

Dal punto di vista normativo, le regole sull’utilizzo dei contratti derivati da parte degli enti locali sono state introdotte gradualmente, ma sia le leggi 296/2006 e 244/2007, sia il Dl 113/2008, avevano limitato il ricorso a questi strumenti all’adozione di precisi criteri di trasparenza, quali l’obbligo di comunicare preventivamente i contratti al ministero dell’Economia, di rendicontarli trimestralmente e di allegare ai bilanci e rendiconti un’informativa specifica sui derivati. La legge 203/2008, poi, ha bloccato la stipula di questi contratti fino all’entrata in vigore di uno specifico regolamento ministeriale, in realtà mai adottato.
L’articolo 1, comma 572, della legge 147/2013, infine, ha reso permanente questo divieto per gli enti locali, e ciò ha determinato sia la riduzione del numero degli enti locali con contratti derivati (107, -84%) e del valore nozionale (6,437 miliardi, -80%), sia l’incidenza percentuale sul debito degli enti (-75% rispetto al massimo storico).

Tuttavia, il dato negativo del valore di mercato delle operazioni è pari a -1,065 miliardi – dato anche peggiore della rilevazione del 2007 – e questo ha dato vita a numerosi interventi della giurisprudenza di merito e di legittimità. Infatti, la Cassazione a S.U. è intervenuta di recente (decreto n. 8770 del 12.05.2020) decretando la nullità dei contratti finanziari derivati (Swap) in capo al comune di Cattolica (RN),collocati dall’intermediario Banca Nazionale del Lavoro (BNL) tra il 2003 e il 2004, stravolgendo, di fatto, la pesante posizione debitoria dell’ente locale e alimentando le speranze per un recupero sostanziale di quanto corrisposto, spesso ingiustamente, dai tanti soggetti interessati da questo tipo di operazioni.

La decisione della Corte della Cassazione si basa sui seguenti aspetti:

– la sottoscrizione di un contratto derivato poteva utilmente ed efficacemente avvenire solo in presenza di una precisa misurabilità/determinazione dell’oggetto contrattuale;

– nel contratto, in sede di sottoscrizione, dovevano essere indicati il mark to market, gli scenari probabilistici e, importantissimo, i costi occulti (c.d. mispricing del contratto).

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Contratti di questo tipo sono all’ordine del giorno, ma richiedono una certa esperienza e competenza anche nel soggetto che vorrebbe sottoscriverli (a maggior ragione se si tratta di un ente pubblico). Purtroppo, non sempre gli intermediari finanziari sono stati diligenti nel proporre le corrette soluzioni di “copertura” ai richiedenti che desideravano tutelarsi contro il relativo rischio. Sono state così vendute “finte” coperture, senza alcuna funzione se non quella di produrre debito e cospicue perdite in capo al sottoscrittore, ma anche ricche commissioni implicite (c.d. mispricing) in capo all’intermediario e da questi non dichiarate.

Tutti i soggetti coinvolti in queste operazioni, grazie alla recente sentenza della Cassazione, possono sperare di vedersi restituire queste commissioni e le stesse perdite. Pertanto, tutti coloro che sanno di detenere ancora questi strumenti dovrebbero trovare conveniente – oltre che doveroso – effettuare una prima verifica dei contratti per evidenziarne aspetti e criticità, allo scopo di valutare le azioni necessarie per recuperare risorse finanziarie della Collettività altrimenti perse per sempre. 

*Dott. Stefano Izzo, Consulenza tecnica per privati, aziende, enti locali e società partecipate – Roma   izzo@ifastudioanalysis.it