Febbraio 14, 2026
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Della paura (di investire), e di come gestirla

Non investire e rimanere nella propria “zona di comfort finanziario” genera comunque una modalità inefficiente di gestire le proprie  risorse, non priva di rischi in presenza di alta inflazione. Ecco perché.

di Giovanni Tommaso Olivieri

Tradizionalmente, la paura germoglia dalla consapevolezza che ogni decisione, gesto e azione porteranno ad un risvolto successivo, incontrollabile nel presente, il quale segnerà la nostra vita, positivamente o negativamente, per un periodo brevissimo, breve o lungo. Anzi, a volte le conseguenze più inaspettate – in negativo o in positivo – arrivano dal compimento di un’azione che ritenevamo marginale, di poca importanza, o di cui non ci siamo neanche accorti.

Non fanno differenza, in tal senso, le scelte e le azioni in materia di investimenti. Anche in questa segmento di vita, infatti, quando si è di fronte ad una scelta che riguarda la gestione del risparmio – e quindi una scelta importante “per definizione” – ci troviamo come nei più classici giochi di varietà televisivo, di fronte a tre pulsanti, ciascuno dei quali corrisponde ad una opzione: comprare, vendere, non agire; fare qualcosa o non fare niente. E così, qualunque sia la decisione che prenderemo, se premeremo uno dei primi due pulsanti (comprare o vendere) il futuro immediato ci riserverà qualcosa per cui potremmo essere felici o pentiti, ma non così nel caso in cui decideremo di premere il pulsante del “non agire”, che ci permetterà di rimanere nella nostra “zona di comfort finanziario”, salvo poi rammaricarci di essersi lasciati sfuggire interi trend annuali al rialzo e avere dato una connotazione insoddisfacente alla gestione complessiva del patrimonio.

In particolare, il pulsante “non agisco e lascio tutto in conto corrente” è un’arma a doppio taglio. Esso, infatti, crea l’illusione di non subire le performance negative generate indirettamente dagli eventi economici infausti sui propri investimenti poiché la grandezza numerica a cui tutti noi prestiamo attenzione (il saldo di conto corrente) rimane pressoché immutato, lì nel suo bel contenitore virtuale, salvo diminuire lievemente ogni trimestre/semestre per via dell’applicazione di bolli e costi di tenuta conto, che danno un leggero fastidio ma ci sono familiari. Sotto questo punto di vista, il conto corrente è l’alibi perfetto per il risparmiatore che ha paura di investire, poiché la performance negativa, nel suo caso, semplicemente non si vede, e coincide con il tasso di aumento dei prezzi al consumo. Quest’ultimo, a sua volta, è un dato molto familiare fin da quando siamo bambini, è un nemico invisibile che ogni sera ci fa compagnia nei tiggì e viene percepito come impercettibile e quasi inoffensivo. Eppure, il denaro lasciato in conto corrente perde valore, eccome. Per esempio, nell’ultimo anno ha perso valore, in termini di potere d’acquisto, per un buon 7%, e tutti gli studi dei più autorevoli analisti ci dicono che dovremo abituarci a convivere, ancora per un po’ di tempo, con un tasso di inflazione elevato.

Tanto per fare un esempio numerico, 10.000 euro di Maggio 2022 oggi valgono, in potere d’acquisto, circa 720 euro in meno. E se le previsioni sull’inflazione del Fondo  Monetario Internazionale sono corrette, da qui ad altri 18 mesi l’indice dei prezzi al consumo si porterà via, in termini di minor potere d’acquisto, un altro 10%, che sommato al risultato precedente determina una performance del denaro liquido pari a -17% nell’arco di due anni e mezzo. Ebbene, non avendo investito in niente, chi utilizza il conto corrente come contenitore del risparmio non potrà mai recuperare questo -17%: è perso irrimediabilmente, e occorrerà ripensare profondamente il modo di gestire la propria paura per avere speranze di recuperarlo in futuro, e virare gradualmente verso l’investimento azionario – o al limite su un portafoglio bilanciato 50/50 tra azioni e obbligazioni – l’unico in grado di far crescere i risparmi in un tempo sostenibile, non necessariamente lungo.

E oggi, è il momento giusto per comprare, oppure per vendere? Impossibile rispondere con certezza, poiché i mercati sono più o meno imprevedibili come gli eventi economici che li scatenano al rialzo o al ribasso, con grande gioia dei fondi speculativi – ossia quelli che guadagnano miliardi scommettendo sui ribassi – che “ci mettono il carico”; ed è proprio questo stato di incertezza che crea nella maggior parte di noi un senso di inadeguatezza e, soprattutto, di paura irrazionale nel prendere una decisione che non sia quella di non agire o, peggio ancora, di fare il minimo indispensabile. I due atteggiamenti possono tradursi, nel primo caso (non agire), nel lasciare i soldi sul conto corrente, in balia dei costi di gestione e dell’inflazione che erode il potere d’acquisto, e nel secondo caso (fare lo stretto indispensabile) consiste nel farsi imbambolare dal famoso rendimento garantito delle polizze a gestione separata, che la storia recente ha dimostrato essere piuttosto pericolose in caso di difficoltà finanziarie della compagnia assicurativa.

La razionalità, il ragionamento e gli esempi pratici, come sempre, ci vengono in aiuto anche in caso di veri e propri attacchi di panico da scelta finanziaria. Negli ultimi 10 anni, un BTP ha reso di media il 2% annuo lordo – con un’inflazione media di  circa il 1,5% – mentre un investimento di pari durata sul mercato azionario americano (indice S&P500) ha reso circa il 16% annuo, nonostante un paio di pesanti crisi finanziarie (quella del 2008 è stata epocale), pandemia e guerra. Inoltre, il periodo storico in cui scelgo di comprare un BTP, ed in particolar modo lo scenario del trend sui tassi di interesse, risulta essere fondamentale, poiché se compro un BTP durante un trend di tassi in rialzo – come quello che stiamo vivendo da un anno e mezzo a questa parte – rischio di dovermi tenere quell’investimento fino alla sua scadenza naturale, rendendolo praticamente illiquido; a meno che io non voglia o abbia la necessità di vendere, perdendo parte del capitale investito qualora le cedole non siano riuscite a coprire il minus del prezzo di vendita.

Investire nei mercati azionari, invece, nel lungo periodo è storicamente vincente da tutti i punti di vista. E’ quasi come avere una polizza assicurativa sulla quale trasferire proprio il “rischio-paura” degli eventi inattesi di breve periodo, che possono determinare variazioni anche consistenti (ma temporanee) delle somme investite. Il segreto è “rimanere nell’investimento” nel lungo periodo, non uscirne mai salvo emergenze di natura medica non finanziabili da altre fonti. Finchè si conserva intatto il proprio strumento finanziario destinato agli obiettivi con orizzonte temporale lungo, e lo si fa anche nei momenti più critici, la volatilità che crea tante ansie ai risparmiatori diventa un fatto episodico, eventualmente da sfruttare a nostro beneficio (con ulteriori versamenti a prezzi più bassi) e da utilizzare, con un buon tempismo, per raggiungere rendimenti più alti nel tempo.

Creare un portafoglio alternativo investendo in Startup e PMI innovative. Che metodo utilizzare?

Il “focus investor” o “investimento selettivo” è una strategia idonea a creare un portafoglio totalmente decorrelato e orientato alla crescita nel lungo termine. Gli esempi di Charles Munger e Warren Buffet.

Di Alberto Villa*

Per trattare l’argomento proposto dal titolo, conviene partire dal presente. I mercati azionari, infatti, dopo aver scontato nei propri indici le previsioni di effetti positivi della vaccinazione di massa sulle economie e sugli utili aziendali, soffre adesso l’assenza di nuovi spunti macro capaci di dare continuità al trend rialzista pluridecennale che sembra essere arrivato al capolinea.

Nessuno sa quanto possa durare questa fase di assestamento, e molti danno per scontata una prossima (e ampia) correzione del mercato. Qualunque cosa succeda, potrebbe essere arrivato il momento di valutare un comportamento “innovativo” nella composizione di un portafoglio di investimento, prendendo in considerazione una strategia notevolmente differente rispetto alle classiche due strategie di investimento azionario: a) la gestione attiva e b) gli investimenti-indice (gestione passiva). I gestori dei fondi comuni di investimento, naturalmente, sposano la prima 

strategia, poiché preferiscono gestire attivamente l’acquisto e la vendita di azioni e creare un asset di titoli sulla scorta delle previsioni di mercato di specifici settori e/o aree geografiche. L’investimento-indice, invece, è dominato dall’approccio “buy-and-hold”, cioè “acquista e conserva”. Esso consiste, per esempio, nell’acquistare quote di alcuni ETF (Exchange Traded Fund), che replicano fedelmente gli indici sui quali si intende diversificare il portafoglio nel lungo periodo, e tenerli per molti anni salvo eventi straordinari che ne consigliano l’alleggerimento o la vendita.

Ovviamente, esistono sostenitori del primo e del secondo metodo. In entrambi i casi, per l’investitore finale il principio sarà comunque quello di minimizzare il rischio attraverso la più ampia diversificazione. In riferimento ad entrambe le strategie, il pensiero comune è che in un portafoglio diversificato alcuni titoli saliranno e altri scenderanno, e che i rialzi dei primi superino i ribassi dei secondi. Questo tipo di approccio è utilizzabile nel caso di un portafoglio costituito da startup?

In linea di fatto e di principio, la “legge” della diversificazione vale anche in questi asset. Infatti, non è conveniente, né opportuno, avvicinarsi alle startup acquistando azioni di una sola o due società al massimo, qualunque sia la quota complessiva del patrimonio che si vorrà destinare a questi asset.

Chiarite le premesse, è utile analizzare come un “investitore selettivo” – scuola Munger o Buffett, per intenderci – agirebbe:

– scrupolosa selezione di pochi investimenti, effettuati sulla base dell’effettivo potenziale intrinseco della società, con l’obiettivo di realizzare alti rendimenti nel lungo termine;

– conservazione in portafoglio di queste partecipazioni e, in relazione alle società non quotate (come una startup), “vigile attesa” del momento in cui attuare una exit strategy, che in genere coincide con la quotazione in Borsa;

diversificazione in un ragionevole assortimento di titoli, con differenti rapporti di rischio/rendimento.

Pertanto, è evidente che l’investitore selettivo si differenzi da altre figure quale il Business Angel. Infatti, a differenza del secondo, per il primo l’importante è scegliere le partecipazioni giuste, e attendere il realizzarsi delle condizioni per monetizzare il potenziale incremento di valore intravisto nella fase dell’investimento iniziale. Solo dopo il periodo considerato (non inferiore a 5 anni) sarà possibile vedere questo potenziale, oppure non vederlo affatto e incassare le conseguenze di una scelta errata. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il successo della strategia da “investitore selettivo” ricade sia nelle attività preparatorie (studio del business plan e dei bilanci prospettici, conoscenza del management e delle sue caratteristiche, studio del mercato e dei competitor etc), sia nel calcolo delle probabilità di insuccesso: più questo calcolo è accurato, minori saranno le possibilità di insuccesso; più è accurata la scelta del “mix” di startup, maggiore sarà la probabilità che l’eventuale fallimento si limiti ad una o due iniziative sul mix ideale di 7-10 partecipazioni presenti in portafoglio.

Ritornando alle due strategie “classiche”, è difficilmente immaginabile trovare uno strumento che replichi un indice delle startup o PMI innovative italiane o comunitarie. Così come è impensabile di voler suddividere la somma che si desidera investire in modo paritetico tra tutte le società presenti e ottenere così una buona diversificazione. Esistono holding e società di investimento che predispongono dei portafogli potenziali, ma il problema rimane quello di determinare qual è il reale rischio/rendimento del portafoglio complessivo, poiché per le startup è più complicato determinarlo rispetto agli altri strumenti finanziari più classici, come i fondi comuni di investimento.

Inoltre, con un portafoglio del genere risulta inopportuno concentrarsi sull’andamento del prezzo nel breve-medio periodo, poiché in questo particolare mercato bisognerebbe tenere sotto controllo le variabili che determinano la creazione di valore per ogni singola società nel tempo, e la via meno complicata è quella di una selezione accurata ma numericamente non eccessiva (poche startup, ma buone). Infatti, eccedere con la convinzione che aumentare il numero dei singoli titoli possa ridurre la rischiosità del portafoglio, in un settore come questo può essere un errore che studiosi e investitori del calibro di Buffett o Munger hanno sempre sottolineato.     

Resta una domanda: vale la pena creare un portafoglio composto da questi titoli azionari così poco liquidi e ad alta rischiosità? La risposta è insita nel metodo dell’investitore selettivo. Si tratta di un cambio di paradigma: tutto il sistema finanziario, dai gestori ai consulenti, non vede altro che i prezzi insiti negli strumenti finanziari, non la creazione di valore. Invece, la scrupolosa valutazione della società, del team che la compone e del mercato di riferimento ha lo scopo di svincolare la reddittività dell’investimento dalle tradizionali oscillazioni di prezzo, focalizzando l’attenzione sulla scelta delle “occasioni di valore nel tempo”.

Così facendo, si sceglie un comportamento – e non un semplice insieme di asset – idoneo a realizzare una decorrelazione tra la componente startup e le altre presenti nel patrimonio. Decorrelare un portafoglio di investimento tramite il “comportamento selettivo”, e non tramite una selezione di asset differenti, è il risultato di questo approccio.

* Alberto Villa, Consulente in Finanza d’Impresa, membro A.I.A.F. e Consulente Finanziario Autonomo, collabora con la rete professionale M&V Private Corporate Advisor