Maggio 2, 2026
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Banchieri centrali sempre più confusi sulla natura dell’inflazione. “Se non sai cosa fare, alza i tassi”

Da circa tre anni la politica monetaria del mondo sembra essere in mano a dei principianti, rei di non aver previsto che anche una piccola scintilla avrebbe fatto esplodere la bolla dei tassi negativi. Il FMI auspica il “metodo greco” per l’Europa?

Di Alessio Cardinale

Fino al 28 di questo mese, in Portogallo, va di scena il Forum annuale della BCE, durante il quale di dibatterà soprattutto di stabilizzazione macroeconomica nell’attuale contesto di inflazione elevata. Sarà un forum tutto incentrato sulle più moderne teorie macroeconomiche a supporto del presente scenario di alta inflazione e domanda in diminuzione, ma è molto probabile che  tutto si risolverà in una kermesse di banchieri centrali – la presidente della BCE Christine Lagarde, i governatori di Bank of England, Banca del Giappone e Federal Reserve – che faranno a gara a chi starà più zitto sul futuro andamento dei tassi.

Pertanto, chi si attende indizi più chiari sulle future mosse degli istituti centrali dopo gli ultimi rialzi ai tassi di interesse rimarrà deluso: Lagarde e co. non hanno la minima idea sul da farsi, navigano a vista come dei principianti e, nel dubbio, alzano i tassi, che in Europa si attestano ormai al 4 per cento e, secondo le dichiarazioni più recenti, potrebbero aumentare ancora da qui a Luglio. Fa eco la FED, che ha preso una pausa illudendo i mercati ma ha già pianificato ulteriori rialzi da qui a dicembre. Nelle more, il dato sull’inflazione dell’Eurozona indica una ulteriore frenata (5,6% atteso), ma la componente core è data in lieve accelerazione, a confermare che l’inflazione europea è provocata dall’aumento dei costi dell’energia – a causa delle sanzioni contro la Russia – e non certo da un aumento della domanda e della produzione. La riprova della confusione dei banchieri centrali è data dal fatto che gli aumenti dei tassi posti in essere fino ad oggi non hanno ribassato l’inflazione di un solo centesimo, e che l’Europa è ufficialmente entrata in recessione.

Anche uno studente universitario di primo anno sa che l’aumento dei tassi di interesse serve a comprimere la produzione quando l’economia sta accelerando troppo velocemente a causa di un fortissimo aumento della domanda. La Lagarde no. “La banchiera”, insieme a tutto il suo board (Joachim Nagel, il presidente della Bundesbank, su tutti), non si è accorta che l’Europa proveniente dalla pandemia era già in una fase di riduzione della domanda, e non si rende conto che un aumento dei tassi in queste condizioni non fa altro che strozzare ulteriormente l’economia e le aziende, traducendosi in recessione e, se qualcuno non glielo dice in tempo, nella tempesta perfetta della stagflazione, ossia quella infernale congiuntura economica in cui i prezzi aumentano e la produzione si contrae insieme al tasso di occupazione e ai redditi delle famiglie.

Non potendo pensare che tutte queste persone così autorevoli e – sulla carta – preparate al compito che gli è stato affidato siano degli incompetenti, ci si  chiede a chi conviene che l’Europa entri in una delle sue peggiori crisi economiche del Dopoguerra. Una domanda del genere – si capisce – crea le teorie ultra-complottiste più estreme, ma è un dato di fatto che il presidente della Bundesbank – il “solito” Joachim Nagel – all’indomani della decisione della BCE di portare i tassi al 3,5% abbia dichiarato tutto contento che “….abbiamo ancora altro lavoro da fare,….potrebbe essere necessario continuare ad aumentare i tassi dopo la pausa estiva….Una volta raggiunto il picco lo manterremo finché non saremo certi di un ritorno sicuro e tempestivo dell’inflazione al nostro obiettivo del 2%….“. Una follia, sia riguardo la mossa da fare che riguardo gli obiettivi.

Nel frattempo, il Fondo Monetario Internazionale – che certamente non è una colomba – ha scritto in un report presentato ai ministri della zona euro e alla BCE che “…..la Banca centrale europea dovrebbe continuare ad alzare i tassi per far scendere l’inflazione e i governi della zona euro dovrebbero contribuire riducendo i propri deficit….. e trovando rapidamente un’intesa sulla riforma del patto di Stabilità. La politica monetaria deve continuare a essere rigida per riportare l’inflazione al target in modo tempestivo“. Ecco trovata la fonte ispiratrice, quel Fondo Monetario Internazionale che, in ambito di politica monetaria e terapie finanziarie per gli stati in difficoltà, somiglia tanto alla Santa Inquisizione. Del resto, come non comprenderli, quelli dell’FMI: da circa tre anni la politica monetaria del mondo sembra essere in mano a dei principianti, rei di non aver previsto che anche una piccola scintilla – e la guerra NATO-Ucraina-Russia non è affatto “piccola cosa” – avrebbe fatto esplodere la bolla dei tassi negativi. In tal senso, il riferimento al “metodo greco” da applicare questa volta all’intera Europa è un segnale che anche l’ultimo dei principianti dovrebbe saper cogliere,  facendo finalmente qualcosa che somigli ad una scelta. Ce la faranno Lagarde e Nagel, a cogliere?

Il Dollaro sempre più valuta rifugio. I fondi scommettono sulla parità con l’Euro

L’euro sta scivolando verso la parità con il dollaro per la prima volta in 20 anni, e il suo crollo al minimo degli ultimi cinque anni porta i fondi a scommettere sulla parità.

L’euro è sull’orlo della parità del dollaro USA per la prima volta in due decenni. La valuta comune europea è già crollata al minimo di cinque anni, vicino a 1,03 USD, cedendo alla corsa al biglietto verde come rifugio dalle turbolenze del mercato e dalla guerra in Ucraina.

Gli hedge fund ci stanno già scommettendo, e aziende del calibro di HSBC Holdings Plc e RBC Capital Markets prevedono che le due valute raggiungeranno la parità nel corso del 2022. Alcuni fondi speculativi hanno già accumulato circa 7 miliardi USD di valore nozionale in scommesse su opzioni sulla parità solo nell’ultimo mese, rendendolo lo scambio più popolare tra coloro che cercano un ulteriore calo della valuta comune. Eppure, secondo la maggioranza degli analisti finanziari, l’Euro in sé non è una valuta poco interessante, ma la forza del Dollaro e la volatilità del mercato fanno puntare il calcolo delle probabilità verso la parità fra i due. Infatti, in larga misura la difficile situazione dell’Euro è una funzione della forza del Dollaro, che è stata sovraccaricata dal momento che la Federal Reserve ha proseguito con una politica dichiarata di aumenti “aggressivi” – anche prospettici – dei tassi di interesse, in misura maggiore rispetto alle altre banche centrali. Tutto questo, però, ha determinato un ulteriore attacco di avversione al rischio, che ha tolto il vento dai mercati azionari e sta aggiungendo slancio alle valute rifugio.

A contribuire ad una certa debolezza dell’Euro si aggiunge uno scenario di continuo stallo con Mosca sulla fornitura di gas naturale, che ha sollevato la prospettiva di un pronunciato rallentamento dell’economia; tanto che il Fondo Monetario Internazionale ha ridotto al 2,8% le previsioni di crescita dell’anno in corso per l’Unione Europea per il 2022, la cui Banca centrale ora è costretta a camminare sul filo del rasoio, dovendo bilanciare la necessità di una politica più rigida per domare l’inflazione record con la prospettiva di causare danni economici agli Stati membri più indebitati della regione, come l’Italia. Non a caso lo spread tra i rendimenti italiani e tedeschi, visto come un indicatore di rischio, ha superato i 200 punti base questo mese per la prima volta dai primi giorni della pandemia. Pertanto, sebbene la Bce possa aumentare i tassi sopra lo zero prima della fine dell’anno, ci sono dubbi su ulteriori aumenti dopo quello previsto per Luglio.

Da oggi gli investitori guarderanno ai discorsi del presidente della BCE Christine Lagarde dei prossimi giorni, così come ai verbali della riunione di aprile della Banca centrale, per ricevere ulteriori indizi su come muoversi. Dal momento che l’inflazione probabilmente non ha ancora raggiunto il picco, è praticamente impossibile mantenere una politica monetaria accomodante, per cui la Lagarde dovrà navigare a vista lungo un percorso ad ostacoli che non prevede neanche la minima possibilità di errore. Dal punto di vista dell’analisi grafica, se l’Euro sfonderà al ribasso l’argine di 1,0341 con il Dollaro, la strada verso la parità sarà in forte discesa.

Ma non tutti gli analisti sono negativi. Roberto Mialich, stratega valutario di UniCredit, prevede che l’euro risalirà sopra 1,10 USD nel corso del prossimo anno, quando diventeranno certe le previsioni di interruzione del ciclo di aumenti dei tassi da parte della Fed. Lo scenario di parità duratura – o addirittura di sotto-parità – viene visto solo come un rischio marginale, che potrà avverarsi solo se la crescita della zona euro crollerà molto più di quanto temuto. Tuttavia, finché le attività di rischio rimarranno vulnerabili, i rifugi tradizionali come il Dollaro e lo Yen rimarranno in voga. Anche la guerra della Russia in Ucraina rimane un importante ostacolo per l’Euro, e diversi analisti (HSBC, in primis) danno revisioni al ribasso della crescita dell’area Euro e previsioni al rialzo per l’inflazione, cioè un “cocktail sgradevole” per qualsiasi valuta.

Ciclo di crescita USA in anticipo rispetto all’Europa: la Bce non inasprirà i tassi

Il dibattito sui tassi si è spostato sulle modalità del loro inasprimento, dividendo gli analisti tra i sostenitori di un aumento rapido e sostenuto, e quelli che ritengono certa una crescita lenta e graduale.

Le azioni in Europa hanno chiuso al ribasso la scorsa settimana, poiché sono cresciute le aspettative che la Banca centrale europea (BCE) aumenti i tassi di interesse nel corso di quest’anno. In termini di valuta locale, l’indice paneuropeo STOXX Europe 600 è sceso dell’1,40%. Tra i principali indici, l’indice tedesco Xetra DAX è scivolato dell’1,76%, l’indice FTSE MIB italiano ha perso l’1,75% e l’indice francese CAC 40 si è indebolito dell’1,04%. L’indice FTSE 100 del Regno Unito è scivolato dello 0,65%.

Anche la Banca d’Inghilterra (BoE) potrebbe inasprire la sua politica monetaria. Il governatore della BoE Andrew Bailey ha detto a un comitato di legislatori che era preoccupato che l’inflazione elevata nel Regno Unito potesse durare più a lungo di quanto previsto, a causa dell’aumento dei costi energetici e dei segnali di aumento della domanda salariale. In precedenza, i dati hanno mostrato che l’inflazione ha raggiunto il 5,4% a dicembre, il livello più alto dal 1992. Tuttavia, il dibattito europeo sui tassi si è spostato sulle modalità del suo inasprimento, e adesso divide gli analisti tra i sostenitori di un inasprimento in stile USA (rapido e sostenuto) e quelli che ritengono certo un aumento lento e graduale (in stile Bce).

Francia, Irlanda e Regno Unito, peraltro, hanno cominciato ad allentare la maggior parte delle restrizioni sul coronavirus, nonostante il numero crescente di casi di COVID-19. Infatti, in Francia la maggior parte dei controlli non si applicherà più dall’inizio di febbraio, anche se i cittadini dovranno mostrare le tessere per i vaccini e indossare maschere al chiuso.

Nel frattempo, sono scesi i rendimenti obbligazionari core dell’eurozona poiché la presidente della Bce Christine Lagarde ha respinto le aspettative di un aumento dei tassi di interesse nel corso del 2022, e le tensioni geopolitiche sull’Ucraina si sono intensificate. I rendimenti dei titoli obbligazionari periferici dell’eurozona hanno ampiamente seguito i mercati principali, ma hanno chiuso pressoché invariati. I rendimenti dei gilt britannici hanno chiuso leggermente al rialzo, poiché l’inflazione è ai massimi da 30 anni e ha portato i mercati a scontare la maggiore probabilità di un aumento del tasso della BoE già a febbraio.

Dal punto di vista della politica monetaria, la Lagarde appare ferma sulla sua posizione di non aumentare subito i tassi, ma si intravede una profonda spaccatura in seno alla Bce dopo che la presidente ha respinto le richieste alla banca centrale di aumentare i tassi di interesse più rapidamente del previsto per frenare l’inflazione record, affermando alla radio France Inter che il ciclo di ripresa economica negli Stati Uniti è in anticipo rispetto a quello dell’Europa, per cui non vede le motivazioni per un inasprimento più veloce. Rimane il fatto, però, che l’aumento dei costi energetici e alimentari ha portato l’inflazione dell’eurozona a un record del 5% a dicembre, ben al di sopra dell’obiettivo del 2% della BCE, e questo rende la posizione della Lagarde più difficile da accettare, anche se la stessa ha ribadito che l’inflazione si stabilizzerà e “gradualmente scenderà” al di sotto dell’obiettivo entro la fine dell’anno.

Pertanto, sono emerse profonde divisioni nel Consiglio direttivo della BCE per la fissazione dei tassi, secondo i verbali. La maggioranza ha convenuto che “era ancora necessario un sostanziale sostegno monetario” affinché l’inflazione si possa stabilizzare al livello obiettivo della banca centrale nei prossimi tre anni. Tuttavia, alcuni membri hanno avvertito che l’inflazione potrebbe rimanere alta più a lungo, e hanno affermato di non poter sostenere il “pacchetto globale” di adeguamenti ai programmi di acquisto di attività della banca.

Lagarde: niente illusioni, l’economia va traghettata fino all’arrivo del vaccino. Tempi lunghi

Secondo il numero uno della Bce, la pandemia ha prodotto una recessione “insolita” e la ripresa sarà “instabile”. L’Eurotower pronta a “ricalibrare gli strumenti” per fronteggiare la crisi. Attenti all’effetto “spiazzamento” della spesa privata.

Lunedì 9 novembre Pfizer ha annunciato che l’efficacia del vaccino contro il Coronavirus è superiore al 90%. In base alle proiezioni attuali, Pfizer e BioNTech prevedono di produrre fino a 50 milioni di dosi di vaccino nel 2020, e fino a 1,3 miliardi di dosi nel 2021. Il vaccino richiede la somministrazione di due dosi per persona. Sia Pfizer che BionTech avevano siglato a luglio un accordo con il governo Usa, del valore di quasi $2 miliardi, per la fornitura di 100 milioni di dosi.

“La pandemia ha prodotto una recessione insolita e probabilmente genererà una ripresa instabile”. Cosi il numero uno della Bce, Christine Lagarde, ha definito la situazione dell’Eurozona al Forum (virtuale) di Sintra, ricordando che il direttivo è pronto a “ricalibrare i propri strumenti”, al prossimo direttivo di dicembre e che la sfida che la banca centrale si trova di fronte “sarà traghettare l’economia” compensando i gap produttivi fino a quando vaccini saranno ben sviluppati e la ripresa potrà guadagnare slancio”.

Lagarde ha gettato acqua sul fuoco sui facili ottimisti che sembrano aver contagiato i mercati alla notizia dei progressi del vaccino Pfizer. “Anche se le ultime notizie su un vaccino sembrano incoraggianti – ha detto – potremmo ancora dover affrontare cicli ricorrenti di accelerazione della diffusione virale e di restringimento delle restrizioni fino al raggiungimento di un’immunità diffusa”. “Quindi – ha aggiunto – il recupero potrebbe non essere lineare, ma piuttosto instabile”.

Simili sono state le dichiarazioni rilasciate alla Cnbc da Klass Knot, esponente del Consiglio direttivo della Bce: “Quella sul vaccino è una notizia assolutamente positiva, ma il concretizzarsi dell’impatto economico della buona notizia potrebbe richiedere un po’ di tempo e, comunque, non avverrà nell’arco di una notte. La vaccinazione di massa comporterà un ammontare significativo di tempo, e ciò significa che l’outlook economico per il 2021 continuerà a essere irregolare per molto tempo, fino a quando gli effetti benigni del vaccino diventeranno finalmente disponibili a pieno”.

Lagarde mette in guardia dal rischio di “crowding-out”, ovvero di “spiazzamento“, col quale gli economisti intendono la riduzione della spesa privata (sia di investimento sia di consumo) a seguito di un aumento della spesa pubblica. “In primo luogo, mentre la politica fiscale è attiva nel sostenere l’economia, la politica monetaria deve ridurre al minimo gli effetti di ‘spiazzamento‘ che potrebbero creare ricadute negative per famiglie e imprese“, ha detto Lagarde, entrando poi nel merito di questi rischi: “Le famiglie potrebbero avere più paura per il futuro e aumentare il loro risparmio precauzionale. Le imprese che sono sopravvissute fino ad ora aumentando l’indebitamento potrebbero decidere che rimanere aperte non ha più senso per gli affari”.

Tutto ciò “potrebbe innescare un ‘moltiplicatore di uscita delle imprese‘, in cui la chiusura di attività commerciali soggette a restrizioni sanitarie riduca la domanda di attività complementari, provocando a sua volta una riduzione della produzione di tali imprese“. Per evitare questi rischi, in vista del direttivo di dicembre, Lagarde chiarisce che “tutti i settori dell’economia devono avere fiducia che le condizioni di finanziamento rimarranno eccezionalmente favorevoli per tutto il tempo necessario, soprattutto perché l’impatto economico della pandemia si estenderà ora fino al prossimo anno”. “Attualmente – precisa Lagarde – esistono tutte le condizioni affinché il settore pubblico e quello privato adottino le misure necessarie. La curva dei rendimenti sovrani ponderata per il Pil è in territorio negativo fino alla scadenza di dieci anni. Ma è importante garantire – spiega ancora Lagarde – che le condizioni di finanziamento rimangano favorevoli”.

Alla domanda sulla possibilità che i tassi vengano ulteriormente ridotti, Knot ha risposto: “Non vogliamo escludere nessuna misura, riguardo al meeting di dicembre”. Lagarde dal canto suo ha fatto la precisione: “Sebbene tutte le opzioni siano sul tavolo, il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Program) e le operazioni di TLTRO hanno mostrato la loro efficacia in questo contesto, e possono essere aggiustati in modo dinamico per reagire all’evoluzione della pandemia. E’ dunque probabile che rimangano i principali strumenti di aggiustamento della politica monetaria”.

Poliziotto buono e poliziotto cattivo, Italia sotto torchio da 1.416 ore. BTP e borsa in pericolo?

Come nel più classico dei polizieschi, l’Italia ed il suo sistema finanziario sembrano essere in stato di fermo dalla notte del 7 Marzo scorso. In questa immaginaria saletta degli interrogatori, le istituzioni della UE si alternano, ora con aggressività ora con gentilezza, per strappare al nostro Paese la confessione di un “reato” non ancora commesso.

di Massimo J. Bonaventura

Nella notte tra il 7 e l’8 marzo, con un nuovo decreto, Conte limitava le possibilità di movimento nelle zone più colpite dal contagio, in entrata e in uscita e all’interno dei territori. La sera del 9 marzo, con un nuovo decreto, tutta l’Italia diventava zona rossa, mentre il successivo 11 Marzo l’OMS dichiarava che l’epidemia di Covid19 fosse ufficialmente una pandemia, con oltre 165 paesi nel mondo coinvolti nel contagio. Da quella notte di venerdì 7 Marzo, però, l’Italia veniva posta in una sorta di “fermo di polizia comunitario” che, in tutta evidenza, continua ancora oggi, con un balletto di attori che si alternano per tenere sotto torchio il nostro Paese da ben 1.416 ore.

Come nel più classico dei film polizieschi, ci sono tutti i personaggi: l’imputato (Conte), i poliziotti cattivi (Merkel, Lagarde e soprattutto il rude olandese Rutte, dal cognome che evoca buona digestione) ed i poliziotti buoni (il presidente della Repubblica tedesca Frank-Walter Steinmeier, Ursula Von Der Leyen e Mario Draghi). Ci sono anche quegli attori (Commerz Bank) che, in una immaginaria storia di complotti internazionali, interpretano la parte degli sgherri senza scrupoli, pronti ad eseguire ordini da chi li foraggia – non importa se i buoni o i cattivi – pur di rendere l’imputato ricattabile. Tutti costoro si danno il cambio più o meno settimanalmente, ora con aggressività ora con gentilezza, per strappare all’imputato la confessione di un “reato” non ancora commesso, ossia la sua uscita dall’UE, sfruttando la presunzione di colpevolezza di una Italia considerata inaffidabile per via dell’ampiezza del suo debito, e mascherando il desiderio di tenersela, invece, così com’è, fragile e accomodante, invece di avere un avversario economico temibile com’era un tempo, prima del suo ingresso nell’UE.

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Passando dal piano della fantasia – e nemmeno tanto – a quello di realtà, l’intervento dal perfetto tempismo della Corte Costituzionale tedesca fa seguito al downgrade sull’Italia deciso da Fitch e precede solo di qualche giorno (8 Marzo) il giudizio sul rating del debito italiano delle due agenzie Moody’s e DBRS, preannunciando un mese di Maggio 2020 ad alta tensione per la borsa italiana ed i BTP. Infatti, dopo il rinvio del 24 marzo, la Corte federale  si è finalmente pronunciata sulla legittimità degli acquisti di titoli di BCE nell’ambito del Quantitative Easing, creando scompiglio laddove, invece, c’era bisogno di adottare maggiore sensibilità giuridica; ergo, maggiore livello di compromesso, necessario date le circostanze. Così, la Corte ha accolto solo in parte il ricorso sulla legalità del Quantitative Easing della BCE, sottolineando che alcuni suoi aspetti violerebbero la legge tedesca e concedendo al governo della Merkel tre mesi di tempo per fare chiarezza sul programma. Pertanto, adesso Christine Lagarde deve dimostrare a Berlino che la BCE ha fatto il suo lavoro come si deve, e questo la dice lunga su chi comanda in Europa.

Onestamente, quella di una Corte costituzionale tedesca indipendente dai chiari desideri di supremazia politica ed economica della Germania, portati avanti dai conservatori che tengono in piedi la Merkel, non se la beve nessuno, tanto più che la scelta della Corte di aumentare il periodo di “riflessione” di tutta l’Unione Europea sui futuri strumenti da adottare non sembra accadere per caso, ed è certamente collegabile all’avversione della Germania verso gli eurobond. Pertanto, ci vuole poco a scommettere su una Merkel che userà la decisione della Corte federale per apparire “con le mani legate” ed opporsi alla emissione di un debito comune (e questo la dice lunga sulle istituzioni tedesche “indipendenti” che non farebbero politica…).

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Inoltre, la Corte interviene in un momento gravissimo per l’Europa, e nonostante ciò lancia un messaggio inaccettabile, secondo il quale il diritto deve essere rispettato anche il mondo andasse a rotoli, senza alcun cambio dell’ordine delle cose e a qualunque costo (degli altri). Una posizione, a ben vedere, molto cara alle banche tedesche: come non collegare l’uscita di Commerz Bank dell’1 Aprile, in occasione della quale la seconda banca tedesca dava per scontato il declassamento del debito italiano a livello “junk” (spazzatura), con la decisione odierna della Corte? 

Per chi vuol vedere il bicchiere mezzo pieno, potremmo dire che la Corte avrebbe promosso parzialmente il piano di QE già lanciato da tempo dall’Eurotower, dichiarando di “….non avere riscontrato una violazione del divieto di finanziamento monetario dei bilanci degli Stati membri“; però, allo stesso tempo, i giudici costituzionali hanno aggiunto che governo federale e Bundestag tedesco avrebbero violato i diritti dei ricorrenti (gli imprenditori tedeschi Heinrich Weiss, Patrick Adenauer e Juergen Heraeus, molto vicini ai conservatori) per non aver intrapreso iniziative contro la BCE allo scopo di verificare se le misure inerenti al QE avrebbero travalicato il principio di proporzionalità.

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C’è da dire che una bocciatura da parte della Corte tedesca, pur escludendo la partecipazione della Bundesbank dagli acquisti dei titoli (cioè, del maggiore acquirente), non avrebbe bloccato il QE della BCE, ma avrebbe comunque dato un segnale politico di crisi irreversibile dell’Unione Europea che, alla luce dei fatti, necessita ancor di più di una revisione dei suoi trattati, di cui la decisione della Corte federale tedesca ha rivelato tutta la fragilità.

Inoltre, a causa di tutto ciò, il prossimo 8 Maggio si potrebbe aprire un capitolo dolorosissimo per la borsa italiana e, soprattutto, per i BTP. Infatti, un ulteriore downgrade segnerebbe l’ingresso dei titoli di stato italiani nell’inferno dei junk bond (titoli spazzatura), e la decisione della Corte tedesca pone già il veto alla Merkel di permettere il loro acquisto nel programma di QE e costringerebbe la Lagarde – che ogni tanto veste i panni del poliziotto buono – a fare i salti mortali per fare accettare la continuità dello stesso programma.

In ogni caso, è chiaro che all’Italia verrà chiesto di fare un passo indietro sugli eurobond.

E speriamo soltanto su questi.  

Coronavirus, speculatori, controllori e cattivi politici: chi deve chiedere scusa ai risparmiatori

I fondi speculativi,  la Consob e il duo Angela Merkel-Christine Lagarde: tutti attori protagonisti, per spietatezza, cinismo politico o inadeguatezza al ruolo, di un copione già scritto nel fine settimana del 6-8 Marzo 2020 e impossibile da non prevedere.

Mentre si continua a parlare degli effetti  della pandemia sulle popolazioni, le cause rimangono ancora misteriose attorno alla diffusione del  Covid-19: dove è nato il virus, da quando esattamente è cominciato a circolare tra le persone, se ha origine naturale o in laboratorio, chi ha commesso l’errore (o l’orrore) di diffonderlo….sono tutte domande a cui si dovrà rispondere, prima o poi, e qualcuno dovrà pagare al mondo intero il dazio dei “danni di guerra” con cui faremo i conti ancora per diversi mesi.

Nel frattempo, occupandoci degli effetti del Covid-19 sul mondo della finanza e del risparmio, è già possibile elaborare un primo consuntivo, dopo un crollo generalizzato dei corsi che, in meno di un mese, va dal -40% del mercato azionario al -15% di quello obbligazionario.

Chi lavora da qualche decennio nel settore della consulenza finanziaria sa bene che quello che stiamo vivendo oggi non è certamente il primo shock di borsa a cui si assiste, però questo è diverso da tutti gli altri, perché diverse sono  le rispettive cause scatenanti: fattori endogeni (interni) al sistema finanziario in tutti quelli precedenti , un fattore esogeno-esterno (bisognerà vedere quanto esogeno, finchè non si scoprirà esattamente l’origine, umana o naturale, del virus) in quello odierno.

E invece, cosa accomuna i crolli azionari dal 1987 fino a quello targato Coronavirus?

Diversi fattori: l’inadeguatezza – per alcuni si parla addirittura di negligenza – dei controllori, la complicità (quanto involontaria?) dei massimi esponenti politici internazionali di turno e, soprattutto, la presenza dei professionisti  delle vendite allo scoperto (c.d. Hedge Fund), veri e propri “avvoltoi” pronti a banchettare sul cadavere del risparmio gestito e di intere economie.  Infatti, oggi sappiamo che a Marzo 2020 il fondo speculativo Bridgewater (circa 150 miliardi di USD in gestione) ha scommesso, vendendo allo scoperto, 5,2 miliardi sul calo di sedici società quotate francesi, 4,8 miliardi contro diverse aziende tedesche, 1,7 miliardi contro cinque società olandesi e circa 2 miliardi su cinque società spagnole e tre italiane. Si parla, quindi, di una massa di 13,7 miliardi di vendite allo scoperto che avrebbero fruttato al Bridgewater Fund una plusvalenza di circa 25 miliardi (e 5 miliardi di commissioni di performance) in poco più di una settimana, arricchendo i suoi partecipanti e fondatori che – giova dirlo – erano già ricchissimi.

Peraltro, già all’inizio del 2018 Bridgewater aveva venduto allo scoperto, solo in Italia, su azioni come Eni, Enel, Intesa Sanpalo, Unicredit per un totale di 2,6 miliardi di euro, contribuendo non poco al -17% di perdita annuale del listino italiano. Prima del 2018 e di oggi, però, la storia recente ci ha “regalato altri episodi in cui le vendite allo scoperto hanno fatto danni grandissimi ai mercati finanziari ed alle economie. Vediamone alcune, tra le più recenti.

1)Il 19 ottobre 1987 crolla Wall Street, con l’indice Dow Jones che perde il 22,6% in un solo giorno trascinando con sé altre borse di tutto il mondo. Si tratta del primo crollo dell’era informatica e, in quanto a “violenza” dello strappo è stato anche peggiore di quello di oggi.

2) Nell’agosto 1998 il rublo perde il 60 per cento del suo valore in 11 giorni (-17,13% in un solo giorno), mentre negli USA l’hedge fund Long Term Capital Management (LTCM) viene salvato dalla Federal Reserve statunitense dopo aver subito perdite rilevanti su investimenti altamente speculativi.

3) Nelle prime due settimane di Aprile del 2000, scoppia la bolla di Internet, e  l’indice del Nasdaq cala del 39,3% nel corso dell’anno, portando con sé al ribasso tutti i titoli legati alla internet economy.

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4) A causa della crisi dei cosiddetti “subprime” statunitensi ( titoli finanziari garantiti da ipoteche ad alto rischio), i principali mercati azionari perdono dal 30 al 50% del loro valore.

5) In seguito al declassamento del debito statunitense (5 agosto 2011), i mercati finanziari vanno nel panico e le borse mondiali vedono la loro settimana peggiore dalla crisi del 2008, dominate dalla paura di un nuovo crollo e, soprattutto, dalle voci di un peggioramento della situazione del debito nell’eurozona e dell’Italia.

In tutti questi episodi – solo quelli più conosciuti e di ampio raggio – i fondi speculativi hanno fatto la fortuna dei loro sottoscrittori e fondatori, grazie alle vendite allo scoperto rese possibili da un controllo quasi inesistente fino al 2011. Il problema dei “controllori” si è ripetuto, in tutta evidenza, anche nel caso del Covid-19, in occasione del quale le vendite allo scoperto, già al lavoro fin dalla fine di Febbraio 2020 e colpevolmente ignorate dagli organismi di controllo, hanno fatto da padrone causando perdite fortissime in pochi giorni, costringendo i gestori dei fondi a vendere qualunque cosa fosse immediatamente monetizzabile per costituire liquidità e far fronte alle richieste di riscatto dei risparmiatori in preda al panico, ai quali la Consob oggi dovrebbe porgere le proprie scuse.

Sembrano eventi lontani nel tempo, ma ciò di cui parliamo è successo appena 20 giorni fa; e per tracciare una linea interpretativa, è sufficiente ricordare come, dopo tre giorni (6, 7 e 8 Marzo) di notizie allarmanti sulla diffusione del Coronavirus, l’irruzione dei fondi speculativi era ampiamente prevedibile, e avrebbe reso necessario, da parte della Consob, adottare già nella serata del 9 Marzo, subito dopo il -10,30% realizzato dal listino italiano, a vietare temporaneamente le vendite allo scoperto almeno fino al successivo venerdì. Invece, il Controllore prima dorme, poi tentenna fino al 12 Marzo e, dopo quasi trenta punti di ribasso (tra cui quel -16,92% che molti ricorderanno in futuro), si dà una prima svegliata e vieta le vendite allo scoperto per la sola giornata del 13 Marzo, replicando anche il successivo 16 Marzo. Ma la speculazione non fa cenno di arretrare, e così, finalmente, si arriva a quel 17 Marzo, allorquando la Consob realizza in un colpo solo una serie di “prime volte” che, al pari della sua indecisione costata quaranta punti percentuali di perdita, rimarrà nella storia. Infatti, per la prima volta il divieto ha una durata così lunga (tre mesi), per la prima volta il divieto vale per tutte le azioni negoziate sul mercato regolamentato italiano e, ancora, per la prima volta tutto ciò avviene solo dopo che l’ESMA (la “Consob europea”) ha dovuto agire di sua iniziativa per dare la sveglia ai controllori italiani. Infatti, mentre la Consob tentennava, l’ESMA scendeva in campo esercitando i poteri previsti dal regolamento europeo del 2012 sullo short selling. Fino a quel momento, tutti i provvedimenti in questa materia erano stati adottati su iniziativa delle singole autorità nazionali di vigilanza.

In definitiva, quanto è costato ai risparmiatori l’incredibile indecisione della Consob? La risposta, probabilmente, è ancora da scrivere, ed il consuntivo potrà essere definito solo tra qualche mese, quando i mercati sapranno intravedere con chiarezza gli scenari economici futuri e, anticipando gli eventi, ricostruiranno gradualmente il valore perduto. I fondi speculativi e la Consob, però, in quanto a responsabilità sono in buona compagnia; infatti, il mondo – e i risparmiatori italiani, in particolare – hanno già potuto constatare come Angela Merkel e Christine Lagarde, arrivate da “avversarie” (per via del forte disaccordo sulle misure economiche da adottare in UE per affrontare una possibile recessione) all’appuntamento con l’emergenza Covid-19, si sono poi rinsaldate nei loro discutibili intenti contro la nostra economia e rivelate attrici protagoniste della peggiore politica internazionale, perfette interpreti di una storia già scritta nel fine settimana del 6-8 Marzo 2020 e, per questo, ancora tutta da chiarire.

La BCE finalmente si muove sulle orme di Draghi. Mercati pronti per il “grande rimbalzo”?

Dopo i crolli delle ultime settimane, e dopo la mossa della BCE ed il rilancio della FED, sembra possibile restituire fiducia ai mercati azionari, pronti a quello che viene definito come il “grande rimbalzo”.

Dopo un attendismo inopportuno e la generale impreparazione ad affrontare un momento così difficile – nel quale, poco alla volta, il patto d’acciaio franco-tedesco sta venendo fuori – La Lagarde ha fatto la sua mossa (dopo aver atteso il benestare della Merkel, che ha tentennato e messo paletti alle richieste del premier Conte), ed ha varato – comè noto – l’adozione di misure economiche ispirate al “Draghi style”.

Il nuovo QE (quantitative easing) annunciato dalla Banca Centrale Europea sembrava avere proporzioni mai viste prima. Infatti, il ‘Pandemic Emergency Purchase Programme’  consiste in un piano di acquisto di 750 miliardi di euro di titoli per sconfiggere l’emergenza economica innescata dal coronavirus, e scuotere l’Europa dal rallentamento di tutte le attività economiche. Gli ha fatto eco Trump ed il suo programma di acquisto per 2.000 miliardi di dollari – si sa, in America le cose si fanno in grande, oppure non si fanno affatto – che oggettivamente ha dato un pò di entusiasmo ai mercati impauriti dai precedenti errori del duo Lagarde-Merkel.

Il rischio recessione – che sarebbe meglio definire come “certezza” – ha quindi convinto la Germania (di cui la Lagarde appare oggi come una semplice portavoce) ad annunciare che “tempi straordinari richiedono azioni straordinarie”, e cioè la riedizione degli strumenti con i quali Mario Draghi aveva già salvato Italia ed Europa nel 2012.

Il nuovo programma di acquisto titoli, che mira a dare ossigeno a famiglie e imprese dopo la delusione del timido piano da 120 miliardi annunciato qualche giorno prima, proseguirà senza limiti fino a che la fase critica dell’epidemia non sarà finita, e ha già avuto immediati effetti positivi sullo spread BUND/BTP. A costringere la BCE ad agire con queste proporzioni è stato l’aumento vertiginoso dello spread italiano, che è arrivato a quota 320 nonostante Bankitalia stesse da giorni comprando BTP per arginare il crollo dei corsi. La speculazione internazionale, infatti, dopo essere stata bloccata dal (tardivo) divieto generalizzato di vendere allo scoperto, si era velocemente spostata sul debito italiano, scommettendo su un calo del PIL italiano del 2020 compreso tra -6 e -10%.  In più, in questi giorni si erano allargati anche i differenziali di paesi  come la Francia e l’Olanda, facendo intravedere il rischio di mettere in discussione la tenuta dell’intera Eurozona.

E’ stato questo, probabilmente, a convincere la Merkel  a dare il benestare alla BCE per il nuovo QE, e questo la dice lunga sul ruolo dell’Italia in Europa….

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Adesso rimane da affrontare il capitolo più delicato, e cioè come restituire continuità di fiducia ai mercati azionari, crollati pesantemente sotto i colpi dei ribassisti ma pronti a quello che da qualche giorno viene definito come il “grande rimbalzo”.

Trattandosi di una recessione tecnica, causata da un fattore esterno all’economia (nel 2008 si trattò, invece, di un fattore interno, e cioè i titoli “tossici” sui mutui c.d. subprime), la sua durata massima dipenderà dalla velocità con la quale si sarà capaci di controllare e debellare il contagio del Coronavirus. Si va dai nove mesi pronosticati dai più pessimisti ai tre-quattro mesi degli ottimisti, ma in ogni caso il mercato sconta già aspettative di forte ripresa del PIL mondiale nel 2021. Goldman Sachs, per esempio, prevede una borsa USA in veloce recupero fino ad un poderoso +60% nei prossimi mesi, con “strappi” violenti al rialzo nelle migliori giornate di inizio ripresa. La Borsa Europea, probabilmente, avrà un andamento simile ma poi più cauto, con pochi strappi.

Su tutto, la marea di liquidità che affluirà sui mercati, che all’inizio privilegerà la ripresa dei corsi obbligazionari (oggi inaspettato terreno di opportunità fino a tre settimane fa neanche immaginate), per poi spostarsi rapidamente verso quelli azionari.

Virus permettendo, naturalmente.

Covid-19, è recessione tecnica. Dopo le rapide mosse della FED la BCE resta a guardare. Per quanto ancora?

La fase attuale non ha niente a che vedere con la grande crisi del 2008, che rischiava di distruggere il sistema alla radice; quella crisi non arrivò in una manciata di settimana, ma ci mise un anno prima di minacciare la solidità delle grandi banche e istituzioni americane.

Mentre il Governo Conte vara la madre di tutte le manovre economiche italiane per sostenere l’Economia nel mese di Marzo (farà la stessa cosa ad Aprile, annunciando interventi successivi per complessivi 350 miliardi), con la seconda mossa in pochissimi giorni la Fed abbassa i tassi quasi a zero e annuncia  la riapertura del QE (quantitative easing) per una cifra di 700 miliardi di dollari di acquisti – tra T-bond e mutui immobiliari – al fine di combattere gli effetti della pandemia sull’economia americana e, conseguentemente, su quella mondiale. L’intervento complessivo annunciato è di 1.500 miliardi di dollari, e sappiamo bene che i consumi degli Stati Uniti hanno un effetto trainante su buona parte delle economie asiatiche e su parte di quella europea.

L’annuncio notturno della FED sembra tendere la mano verso una concertazione con la BCE (con la BoI, ossia con la Bank of England, c’è già), la quale invece, per via delle mosse individualiste della Lagarde e della Merkel, appare ancora in balia delle pulsioni tedesche e francesi – con il corollario di proteste generalizzate provenienti da quasi tutta l’area meridionale dell’UE – e sembra non avere ancora preso una decisione sui tassi.

Pare che già questa settimana ci possa essere un ulteriore annuncio, ma l’effetto sui mercati si prevede modesto dopo gli effetti generati dal “patto scellerato” franco tedesco.

Pertanto, se in Europa si rimarrà in balia degli speculatori – che già tanto devono, in termini di ricchezza procurata in brevissimo tempo, alla Lagarde – adesso tutto dipende proprio da colei che ha affossato la borsa italiana lo scorso 12 Marzo. Al momento, infatti, sembra che i buoi siano stati liberati tutti dalle proprie stalle, e che non esista un piano comune che possa sorreggere l’economia europea, ma solo iniziative lasciate ai singoli stati.  Ed è proprio questo approccio che ci dirà se una bruttissima parentesi del trend di crescita possa trasformarsi in una vera e propria inversione di tendenza, lunga e profonda, per tutte le economie europee.

Eppure, secondo gli esperti, tutto indica che si tratti, appunto, di una parentesi, e cioè di una c.d. recessione tecnica che durerà  due trimestri consecutivi di PIL con il segno meno davanti, più corta negli USA e più lunga (grazie alla BCE targata Lagarde) in Europa. Tecnicamente, la settimana scorsa l’indice S&P 500 è passato con grande velocità dallo status di semplice correzione di mercato “toro” a quello di scenario “orso”, e cioè a meno venti punti percentuali dai massimi di periodo. Ma bisogna fare attenzione: passare dal mercato “toro” all’orso per qualche punto non basta per dichiarare un’inversione di un trend di lungo periodo. Infatti, la fase attuale non ha niente a che vedere con la grande crisi del 2008 (con il crac di Lehman Brothers), che rischiava di distruggere il sistema alla radice; quella crisi non arrivò in una manciata di settimane, ma ci mise un anno prima di minacciare la solidità delle grandi banche e istituzioni americane, chiedendo l’intervento coraggioso del Tesoro USA e della Fed. Anche allora, come oggi, esse misero sul piatto migliaia di miliardi di dollari, riuscendo a far riprendere anche un’Europa attonita e, come oggi, dominata da personaggi piuttosto inclini a far prevalere l’interesse di Germania e Francia.

A differenza di quel periodo, però, nel 2012 arrivò Mario Draghi a salvare la barca, mentre oggi ci ritroviamo al timone della BCE la modestissima – per usare un eufemismo – Christine Lagarde.

Tecnicamente, la recessione che si prospetta oggi è generata dalla contemporanea caduta della domanda e dell’offerta. Per quanto riguarda la prima, il consumo di beni e servizi sta subendo una forte contrazione in molti settori, mentre la seconda appare inevitabilmente legata al rallentamento dell’attività economica globale e alle interruzioni nelle catene dei rifornimenti di materie prime e semilavorati. Per un po’ di tempo non dovrebbero esserci problemi di approvvigionamento (tranne che per i prodotti strettamente collegati all’emergenza sanitaria) e si potrà andare avanti con le scorte di magazzino, ma se non si assicura adesso un piano di continuità produttiva e distributiva è difficile non ipotizzare un blocco dei mercati globali.

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Non avendo alcuna esperienza storica recente sulle circostanze che il mondo sta vivendo adesso, si potrebbe ipotizzare che i mercati tenderanno a stabilizzarsi solo quando il resto del mondo potrà – e vorrà – replicare il modello di contenimento cinese del coronavirus (quarantena forzata e misure molto più drastiche di quelle italiane ed europee). Pertanto, ci potrebbero volere da 8 a 10 settimane prima di vedere risultati positivi e avviarsi verso un ritorno alla normalità. Traducendo il tutto in termini di PIL, si prevede una discesa di quello cinese nel primo trimestre 2020, e di quello europeo nei primi due, potendosi parlare di recessione globale “tecnica” solo a cavallo tra il primo ed il secondo trimestre; ma sarà comunque una recessione del tutto diversa da quelle “non tecniche”, ossia quelle generate da forti squilibri nel debito di stati e imprese, che richiedono una durata di almeno 12 mesi. Ed è proprio qui che entra in gioco la BCE, con il suo dannoso attendismo; infatti, occorre agire in fretta attraverso un’espansione monetaria e fiscale, in modo da non mettere in discussione la solvibilità delle medie e piccole imprese. C’è tempo fino a tutta questa settimana, dopo di che i giochi saranno fatti ed ogni intervento, pur avendo effetti positivi sull’economia, sarà tardivo per i mercati azionari dell’UE e per una possibile ripresa immediata dei corsi.

In ogni caso, nonostante gli aggiornamenti siano all’ordine del quotidiano, è opinione comune che sia ormai troppo tardi per vendere, ed anzi l’obiettivo degli asset manager è quello di trovare un buon punto di ingresso, dal momento che una correzione massima del 40% dai massimi, nella quale già ci troviamo, pare avere scontato le aspettative peggiori ed è considerata oggi sufficiente per tornare a comprare.

Quale Europa? (Mai) più Europa

L’emergenza dettata dalla pandemia del Covid-19 ha tirato giù la maschera alla politica individualista della Germania e della Francia, che utilizzano l’Unione Europea solo quando serve al proprio paese, salvo poi voltare le spalle a tutti.  

Articolo di Aner De Guelfi

Due giorni fa il governo tedesco ha annunciato un piano massiccio di aiuti economici per attenuare l’impatto del coronavirus sull’economia. Si tratta di un’iniziativa senza precedenti nella storia del dopoguerra, ancora più importante di quelle messe in atto durante la crisi finanziaria del 2008. Tra le misure previste, un programma di crediti illimitati di almeno 550 miliardi di euro, un vero e proprio scudo di protezione per lavoratori e imprese “senza un limite verso l’alto” della somma che sarà erogata. Inoltre, i ministri tedeschi hanno previsto allentamenti fiscali per le aziende, in modo da garantire la liquidità delle imprese per i prossimi anni.

Questo l’epilogo di politica economica germanica seguito al panico generato dalla diffusione del coronavirus: la misura degli aiuti – questo sorprende più di tutto – non è stata concordata con l’UE, ma presa in assoluta autonomia, come se la stessa UE, con i suoi vincoli dettati dall’obbligo di una concertazione, non esistesse.

Pertanto, nulla sarà più come prima: sono bastati due giorni per sfaldare le più importanti istituzioni europee, ed è chiaro a tutti che l’Europa – al momento solo di fatto – non c’è più. Infatti, con un tempismo per niente casuale, subito dopo l’annuncio del pacchetto tedesco di misure anti-crisi sono arrivate le dichiarazioni della Lagarde, che hanno scatenato il più pesante domino negativo della finanza internazionale, ma soprattutto italiana, degli ultimi 80 anni.

Quella che è stata bollata come una gaffe (a cui nessuna mente assennata crede), ha causato un crollo di borsa che sta mettendo a rischio le migliori aziende del nostro Paese, esponendole più di prima alla voracità dei pretendenti francesi e tedeschi, tradizionalmente pronti a “fare shopping” in Italia.

Ma l’Italia non è la Grecia. L’Italia ha risorse economiche private e risorse imprenditoriali capaci di dare risposte forti, in ogni settore. Questa pandemia sta creando distanza dove prima non ce n’era, e sta creando spaccature ancora più profonde (tra le persone e tra le nazioni) lì dove la distanza c’era già.

Con la Germania, poi, vicinanza non c’è mai stata. La Germania, appunto; se l’Europa non ci sarà più, sarà anche per l’atteggiamento ostruttivo da parte dei tedeschi i quali, con un cinismo che la Storia ha già conosciuto, ha congelato all’interno dei suoi confini le mascherine necessarie soprattutto ai medici che lottano in corsia, nei centri di terapia intensiva, contro una malattia, di cui non conoscono la cura, che sta uccidendo tanti operatori del settore.
A molti è sembrato un episodio marginale, per quanto inaccettabile, ma non lo è affatto. L’Italia è stata presa d’assalto da un nemico invisibile di natura virale, e nessuno, ancor meno tedeschi e francesi, si è posto il problema di supportarla se non quando lo stesso nemico è entrato anche nelle loro case, nelle loro famiglie, nei loro ospedali.

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L’Europa non c’è più. O non c’è mai stata. L’Europa che ha fatto di tutto per salvare le banche, soprattutto quelle tedesche, francesi, spagnole, portoghesi, irlandesi, olandesi, inglesi e scandinave e che invece ha preteso massima austerità e rigore quando è stato il momento di far saltare le banche di casa nostra. Il bail-in, in Italia, è stato applicato ancor prima che entrasse realmente in vigore: quanti miliardi di risparmi hanno preso il volo con i fallimenti di Banca Popolare dell’Etruria, Carichieti, Cariferrara, BancaMarche, Popolare di Vicenza e VenetoBanca? Quante pressioni sono state fatte contro Carige, MontePaschi e Popolare di Bari? Ed invece cosa succede ai colossi bancari tedeschi dai piedi d’argilla?

Basta con quest’Europa. Un’ Europa che ha messo sul piatto dei salvataggi bancari la somma straordinaria di 3600 miliardi, e che nulla ha messo, in confronto, per adottare misure necessarie a salvare migliaia di vite. Come sarà possibile pensare che l’Europa, dopo tutto questo, possa ancora esistere?

Solo l’intervento in extremis di Ursula Von Der Leyen ha ridato un pizzico di fiducia ai mercati, dopo la sciagurata conferenza stampa di Christine Lagarde. Perfino il presidente Mattarella, che troppe volte ha mancato di difendere con la necessaria forza gli interessi nazionali (come gli imporrebbe la Costituzione), si è sentito in dovere di richiamare l’Unione Europea ai suoi valori di solidarietà.

Ma questo non basta, perché finora si sono sentite solo inutili parole: servono respiratori, letti, mascherine, guanti e accessori anti-contaminazione.

L’Europa non c’è più. Non c’è più l’Europa dell’austerity tedesca, che ha portato l’Italia a dover tagliare la sanità fino ad essere costretta, adesso, a combattere una guerra difficilissima da sostenere. Ma non c’è più neanche il governo italiano, oggi di fatto esautorato dalla decisione di Fontana di affidare a Bertolaso la gestione dell’emergenza in Lombardia. Bertolaso aprirà i quattrocento posti letto già pronti in fiera, che la burocrazia stava bloccando; la stessa burocrazia che ha bloccato, per delle ore, un aereo in partenza da Pechino che stava portando in Italia mascherine ed altro materiale a supporto dei sanitari lombardi.

La pandemia, pertanto, sta creando una serie di vuoti di potere nazionali ed internazionali, e forse questo è il momento giusto per dichiarare la fine di questa Europa, ricreandone un’altra; un’Europa dei popoli, che possa insegnare ad evitare la supremazia dei singoli interessi nazionali e, prima di ogni cosa, a prendersi cura della propria Patria.

Covid-19, il governo dei mercati in mano ai peggiori di sempre. L’Europa dei burocrati sorride alla speculazione

Le borse andavano chiuse fin da lunedì 9 Marzo, e non lasciate crollare liberamente fino ad oggi. La sospensione delle vendite allo scoperto, dopo un ribasso del 27% in quattro giorni, risuona come una offesa all’intelligenza degli investitori evoluti.

Editoriale di Alessio Cardinale

Se qualcuno aveva paura del dopo-Draghi, bisogna riconoscere che non sbagliava affatto. Christine Lagarde, infatti, non avrebbe potuto mostrare, così presto, il suo volto peggiore, se non di fronte alla grande paura di una pandemia mondiale che ci ha insegnato a conoscerla, risparmiandoci anni di aspettative tradite.

Il tempo ci dirà che dovremmo ringraziarlo, il Covid-19, per averci almeno restituito con rapidità la caratura del nuovo presidente della BCE, che al suo primo test – piuttosto impegnativo, bisogna riconoscerlo – è stata costretta a presentarsi come il peggior burocrate della storia dell’Unione Europea: senza autorevolezza, coraggio e nervi saldi, incapace di offrire ai mercati un segnale di forza che scongiurasse l’avverarsi della peggiore giornata di borsa di sempre.

Sì, perché la borsa funziona come una macchina del tempo: una sola frase, pronunciata frettolosamente e senza riflettere, è capace di innescare il “flusso catalizzatore spazio-tempo” con il quale gli operatori anticipano gli effetti sul prezzo futuro di una merce, di una materia prima, di un’azienda o del mercato intero. Il presidente della BCE, questo, dovrebbe saperlo; pertanto, terzium non datur: o ha mostrato tutta la sua impreparazione a ricoprire il ruolo (ed anche cinica scorrettezza, diffondendo le sue dichiarazioni a mercato aperto), oppure si è piegata ai desideri di quanti hanno realizzato, in soli dieci giorni, una enorme ricchezza vendendo allo scoperto un pò ovunque.

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Se fossimo maliziosi, potremmo pensare che la mossa della “signora in bianco” abbia involontariamente favorito i grandi gruppi francesi, sempre pronti ad appropriarsi delle migliori aziende italiane, che oggi potrebbero essere scalate a prezzi di saldo. Ma dal momento che non lo siamo (maliziosi), non lo pensiamo; però sta venendo fuori che la posizione della Lagarde, in merito ai rapporti di forze all’interno dell’UE, sia molto vicina a quella tedesca.

Relativamente alla faccenda delle vendite allo scoperto, poi, la Consob di Paolo Savona ha voluto attendere il peggior ribasso di sempre della borsa italiana (-16,92%), quello di giovedì 12 Marzo, ed una correzione complessiva del 27% (in soli 4 giorni, dal 9 Marzo), prima di sospenderle.

Perché tanta attesa, visti i disastrosi risultati del mercato, ampiamente scontati, attesi già da sabato 8 Marzo? Nella delibera con la quale, nella tarda serata di ieri, la Consob ha deciso di sospendere le vendite allo scoperto su 85 titoli quotati sul Mta (mercato telematico italiano), si chiarisce che il divieto è stato deciso ai sensi dell’articolo 23 del Regolamento europeo 236/2012, per l’intera giornata di negoziazione del 13 marzo 2020. L’articolo in questione prevede restrizioni alle contrattazioni se “….la negoziazione ha subito una diminuzione significativa durante un solo giorno di negoziazione rispetto al prezzo di chiusura in tale sede del giorno di negoziazione precedente”, ed in questo caso “…l’autorità competente dello Stato membro di origine per tale sede verifica se sia opportuno vietare o porre delle restrizioni a persone fisiche o giuridiche per quanto riguarda l’avvio di vendite allo scoperto dello strumento finanziario in tale sede di negoziazione o altrimenti porre delle restrizioni alle operazioni su detto strumento finanziario in tale sede di negoziazione allo scopo di impedire una diminuzione disordinata del prezzo di detto strumento finanziario”. Inoltre, nella nota diffusa nella serata del 12 marzo dall’Autorità, si spiega che la soglia indicata dal regolamento è quella di una flessione superiore al 10 per cento.

Ci si chiede, pertanto, per quale motivo Consob non abbia disposto la sospensione già dopo la giornata di borsa del 9 Marzo, in chiusura della quale la flessione dell’indice è stata superiore al 10% e moltissime blue chips hanno perso quasi il 20%. A conti fatti, confidando anche sulla proroga (“…un ulteriore periodo, non superiore ai due giorni di negoziazione successivi alla chiusura del secondo giorno di negoziazione”), la borsa italiana non avrebbe vissuto il suo giorno peggiore (nonostante le uscite della Lagarde), e nel frattempo si sarebbe potuta scoraggiare l’onda lunga dei ribassisti, che ad oggi hanno realizzato performance medie del 200% (e anche più) in una sola settimana.

Raffaele Jerusalmi

A monte di tutto, essendo chiara l’imminente escalation del contagio già durante il weekend del 7-8 Marzo, nessuno si sarebbe scandalizzato se le contrattazioni fossero state sospese anche per una settimana intera, come hanno fatto gli Stati Uniti all’indomani dell’11 Settembre. Ma l’AD di Borsa Italiana Raffaele Jerusalmi, di fronte a chi gli chiedeva di farlo già a fine giornata del 9/3, rispondeva che “….Piazza Affari non ha chiuso neanche sotto i bombardamenti del ’42-‘45”.

A ben vedere, una emergenza così grave è stata gestita  nel modo peggiore da coloro che si sono rivelati, fino ad oggi, come i peggiori attori di governo dei mercati, inclini a ricevere ordini dall’Europa invece di proteggere il risparmio degli italiani. In tal senso, chiudere coraggiosamente la borsa italiana avrebbe costretto le altre borse europee a valutare la stessa scelta, mettendo Germania e Francia di fronte al fatto compiuto e, sulla scorta di un problema di tutti, costringendole a prendere una posizione chiara: per sé stessi o per l’Europa.

Pertanto, la pandemia del Covid-19 ci sta dando almeno tre insegnamenti: il primo è che gli italiani stanno già superando, con il buon senso e grande spirito di adattamento, gli effetti delle misure dettate dall’emergenza; il secondo è che dovranno farcela senza l’aiuto dell’Europa, e con l’ossequioso ministro Gualtieri (che esprime parole di ringraziamento per la Lagarde) al timone del ministero delle Finanze; il terzo, che è un corollario del secondo, è che l’Europa non esiste più nemmeno in quel che rimaneva nell’immaginario collettivo, e che la voglia di imitare il Regno Unito sarà sempre più forte.