Aprile 17, 2026
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Il governatore Fontana e i trust di diritto estero. Oltre la politica, ecco cosa ci insegna la vicenda

Il caso dei camici acquistati dalla Regione Lombardia diventa un caso di scuola sul (non) corretto utilizzo del trust come strumento idoneo alla protezione del patrimonio familiare contro l’aggressione di terzi ed alla pianificazione patrimoniale del professionista e dell’imprenditore.

Di Alessio Cardinale*

Raramente ci occupiamo di politica, e quando succede lo facciamo esclusivamente per trattare questioni relative al ruolo dell’Italia nell’Unione Europea e le possibili conseguenze economiche e sociali di scelte troppo spesso prese a beneficio dei paesi del Nord Europa e a danno di quelli del Sud (quella che abbiamo ribattezzato Q.M.E., “Questione Meridionale Europea”). Questa volta, però, la vicenda che vede il Governatore della Lombardia Fontana coinvolto, in qualche modo, nella vicenda della fornitura di camici – ancora tutta da chiarire – da parte dell’azienda del cognato, ci fornisce l’occasione per confrontarci con alcune tematiche a noi care, e cioè la tutela del patrimonio familiare e gli strumenti corretti per attuarla.

In estrema sintesi, il leitmotiv degli avversari politici di Fontana è “…è evidente che Fontana sapesse della fornitura di camici fin dall’inizio, ma nonostante questo affermava di non entrarci nulla…”, mentre quello della difesa è “…il Governatore non è stato preventivamente avvisato dal cognato di quella fornitura, e quando si è accorto della stessa ha chiesto al cognato di rinunciare ai soldi per salvaguardare la limpidezza dell’operazione”. Ecco, di questa querelle ci interessa veramente poco, ma la vicenda è interessante perchè tratta di un acquisto di merce, poi trasformato irritualmente in una donazione di fatto, e della scoperta del passato utilizzo, da parte della famiglia del Governatore, di due trust di diritto estero (Bahamas), con disponibilità pari a 5,3 milioni di euro “scudati” nel 2015, senza il rientro materiale in un conto italiano, serviti per imprecisate esigenze di tutela del patrimonio familiare. Queste premesse fanno diventare la vicenda una sorta di “caso di scuola” per gli addetti ai lavori della consulenza patrimoniale.

Vediamo il perché.

Come raccontano Corriere della Sera e Repubblica, il presunto coinvolgimento di Fontana nelle indagini origina dal suo tentativo di effettuare un bonifico di 250.000 euro alla Dama SpA (società di proprietà del cognato per il 90%, e della moglie dello stesso Fontana per il 10%) da un conto in Svizzera a suo nome detenuto presso la UBS AG, sul quale erano arrivati i famosi  5,3 milioni detenuti fino ad allora da due trust alle Bahamas costituiti dalla madre di Fontana, che quindi era intestataria dei trust. Alla morte di lei (avvenuta nel Giugno 2015), l’atto di costituzione dei trust prevedeva quale “beneficiario economico” proprio il Governatore, il quale era designato anche quale “soggetto delegato”.

Il bonifico effettuato alla società del cognato e della moglie, sostiene Fontana, sarebbe servito a trasformare in una donazione la vendita dei camici alla Regione Lombardia in una donazione di fatto, rinunciando così l’azienda a farsi pagare dalla Regione i 49.353 camici oggetto dell’ordine. Ma non è questo il punto. Il punto è che questo bonifico ha fatto scattare l’allarme nell’Unione Fiduciaria, incaricata da Fontana del trasferimento di denaro, che così bloccava il pagamento  in base alla normativa antiriciclaggio (causale incoerente con il bonifico, disposto da un soggetto “sensibile” per via dell’incarico politico). Come prevede la normativa in tutti i casi di “operazione sospetta”, il soggetto bancario incaricato o la Fiduciaria devono obbligatoriamente (e riservatamente) effettuare una segnalazione all’Unità di informazione finanziaria di Banca d’Italia, che la gira alla Guardia di Finanza e alla Procura per le indagini di rito.

C’è da dire che il conto svizzero di Fontana detenuto presso l’UBS è completamente lecito, la Svizzera ha cessato già da qualche anno di essere un paradiso fiscale ed è rientrata nell’elenco dei paesi in “white list”. Per un personaggio politico, semmai, l’aspetto più difficile da spiegare è proprio l’utilizzo dei trust di diritto estero, dal momento che l’Ordinamento italiano permette di crearli liberamente nel nostro Paese, purchè siano coerenti allo scopo per il quale sono stati costituiti. Ed infatti, qualche giorno dopo la segnalazione i finanzieri del nucleo speciale di polizia valutaria si recavano nella sede dell’Unione Fiduciaria, acquisivano gli atti e il 9 Giugno ascoltavano il responsabile della funzione antiriciclaggio, mentre Fontana, due giorni dopo, chiedeva alla Fiduciaria di non effettuare più il bonifico.

Un secondo aspetto, molto importante, è quello della qualità di “soggetto delegato” attribuita a suo tempo dall’intestataria dei trust al Governatore. Tutto lecito, per carità, ma piuttosto ingenuo da parte di chi dovrebbe rimanere del tutto estraneo dalla gestione, anche futura, di somme così ingenti, soprattutto se provenienti da una c.d. voluntary disclosure (cioè dal rientro di capitali illecitamente detenuti all’estero),  e dimostrare di non essere stato il vero “dominus” di quei trust e di quelle somme in essi contenute (perché è questo il sospetto, ovviamente tutto da dimostrare, che chiunque sta nutrendo in questo momento).

Per tutti questi motivi, la vicenda che coinvolge il Governatore Fontana diventa un “caso di scuola” – in negativo – sia per gli addetti ai lavori che già si occupano di consulenza patrimoniale, sia per coloro (consulenti finanziari, ad esempio) che vorrebbero occuparsene per ampliare il proprio mercato e, soprattutto, le proprie competenze. In relazione ai trust, pertanto, il messaggio è uno solo: “vietato improvvisare”. E se è vero che, in caso di responsabilità personali acclarate o anche soltanto temute, la paura di un sequestro preventivo dell’intero patrimonio familiare è più che giustificata – in Italia, prima ti becchi il sequestro di tutto, poi devi faticosamente dimostrare il coinvolgimento di una sola parte di esso nell’eventuale illecito commesso – è anche vero che, nel progettare una struttura di protezione di quel patrimonio, bisogna usare strumenti credibili, che rispondano a loro volta a criteri e bisogni altrettanto credibili. E i trust di diritto estero non lo sono, soprattutto se, una volta scelti e costituiti, non si lascino lì dove sono, a dormire nelle loro segrete stanze, assumendosi tutte le responsabilità del caso.

Molto meglio – se non si hanno troppi scheletri nell’armadio – utilizzare i trust di diritto italiano, che riescono a porre una barriera efficace contro i creditori, o le fondazioni (oppure entrambe le soluzioni). Lo sanno bene persino coloro che in questo momento attaccano politicamente la Lega, facendo leva su questa vicenda. Il PD, per esempio, con le 68 fondazioni costituite dagli allora D.S. ed oggi riunite nella galassia della Fondazione Enrico Berlinguer (che probabilmente si rivolta nella tomba), è riuscito nell’intento di rendere non più aggredibile dalle banche il patrimonio ereditato dal PCI (in totale circa 500 milioni suddivisi tra 2.400 immobili, opere d’arte, depositi bancari), e a non pagare debiti che già nel 2004 ammontavano a 82.585.000 € (BNL), 32.645.000 € (Banca IMI) e 10.124.000 € (Efibanca). Debiti che, in tutta probabilità, verranno accollati ai contribuenti per via di una garanzia posta dal Governo sulla gran parte di quell’ammontare che origina dal debito dell’Unità (circa 81 milioni di euro).

Roba da far impallidire i “principianti” della Lega, con i loro “miseri” 49 milioni già in via di (lunghissima) restituzione allo Stato, e i consiglieri economici della famiglia del Governatore, rei di avere improvvisato e di non aver messo a frutto l’unica risorsa gratuita, in tema di Trust: la lungimiranza.

* Direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Età media dei professionisti in aumento, ricambio generazionale al palo. Dimenticato il progetto di legge sui consulenti finanziari in società

Dopo il trasferimento (non retribuito) ai consulenti di molte mansioni amministrative, il progetto di legge del leghista Centemero rischiava di dare alle società mandanti la possibilità di scaricare sui professionisti anche i costi della formazione delle nuove leve.

La promessa elettorale del deputato (e Capogruppo) della Lega Giulio Centemero, alla vigilia della tornata elettorale europea, era stata chiarissima: anche i consulenti finanziari che lavorano su base non autonoma avrebbero potuto svolgere l’attività di consulenza in forma associata, così come i colleghi indipendenti. E così, Centemero depositava a maggio scorso il progetto di legge denominato “Modifiche agli articoli 3 e 31 del testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, in materia di esercizio dell’attività di consulente finanziario, abilitato all’offerta fuori sede, da parte di soggetti costituiti in forma societaria” (atto Camera n. 1817).

Non ci è dato conoscere il testo completo del PDL (non è più visibile online nel sito del Parlamento, e l’on. Centemero non ha ancora risposto alla nostra richiesta di visionarlo) ma, in buona sostanza, era stato annunciato da più parti che esso avrebbe permesso ai consulenti, una volta diventato legge, di creare delle società, da gestire nel rispetto dell’autonomia organizzativa dei singoli intermediari.

L’iniziativa parlamentare era stata salutata dai suoi sponsor come un nuovo strumento utile ad incentivare l’ingresso nel mondo della consulenza finanziaria dei neolaureati e a consentire quel ricambio generazionale di cui oggi non si vede traccia.

Oggettivamente, concentrandoci su quest’ultimo aspetto, non si vede alcun rapporto di causa-effetto tra una nuova forma organizzativa dei consulenti finanziari e l’avvio alla professione dei più giovani. Non lo si vedeva a Maggio, e non lo si vede adesso che si riprende a parlare (complice il caldo estivo) dell’argomento.

Anzi, l’insistenza degli sponsor di questo progetto di legge sulla inesistente equazione consulenti in società=introduzione dei giovani,  spinge a fare alcune riflessioni. In particolare, quella secondo cui questa idea strampalata di validare le società di consulenti in regime di mono-mandato non nasconda, in realtà, la volontà del sistema di scaricare sulla rete commerciale, dopo le numerose mansioni amministrative non retribuite, anche l’attività (e i costi) di formazione delle nuove leve.

Non è difficile giungere a questa conclusione: le società mandanti preferiranno, finchè possibile, pagare dei bonus di ingresso ai consulenti meno giovani e con portafoglio, invece di investire in formazione e avviamento dei neolaureati. Relativamente a questi ultimi (che per via della loro giovane età ed inesperienza hanno poca presa sulla clientela più “pregiata”), le banche-reti dovrebbero mettere su una costosa macchina organizzativa che assicuri la selezione dei soggetti più promettenti, l’affiancamento di tutor/supervisori specializzati nel coaching, l’organizzazione di docenti e materiale didattico per la preparazione all’esame, ed un tempo di attesa di almeno 18 mesi prima che uno di questi nuovi consulenti possa cominciare a camminare con i propri piedi e assicurare ricavi.

Tutto troppo costoso, soprattutto in un momento in cui, con la MiFID II, la restrizione dei margini non permette squilibri nel conto economico.

Pertanto, l’età media dei consulenti si innalzerà ancora, e l’unico rimedio per arginare la diluizione dei portafogli dei professionisti in uscita sarà quello di reclutare risorse più giovani (sui 35-40 anni, già sul mercato e con esperienza) a cui affidare il portafoglio clienti dei colleghi in uscita per raggiunti limiti di età.

Mentre la categoria sta sparendo, In Italia, a quanto pare, c’è ancora qualcuno che crede che certi eventi accadano per caso, o per via di strategie sbagliate da parte di soggetti in buona fede.

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