Maggio 6, 2026
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Londra, quanto costi? Tutto ciò che serve sapere per trasferirsi in modo consapevole

La guida di oggi punta i riflettori sulla capitale inglese: lavoro, affitti, trasporti e cibo. Un vademecum per giovani ambiziosi e famiglie attente al portafoglio.

Di Marco d’Avenia

Dopo la Brexit, vivere a Londra è più conveniente di prima? La risposta a questa domanda è tra le più ricercate sul web da quando la Gran Bretagna ha detto addio all’Unione Europea e tutti coloro che ne erano già affascinati hanno pensato a nuove occasioni di visita e, perché no, di trasferimento per motivi di lavoro. A distanza di qualche anno, pertanto, sarà utile approfondire in modo analitico – sebbene non esaustivo – tutti i vantaggi e gli svantaggi dell’andare a vivere a Londra.

La città ha sempre avuto una forte vocazione per la costante ricerca dell’avanguardia, in tutti i campi. A Londra sono nate le moderne industrie, negli anni ’60-’70 la città ha visto un enorme sviluppo nel campo della musica e della moda e oggi rappresenta un vero e proprio modello per multi-etnicità e integrazione. Relativamente ai costi di un eventuale trasferimento, ci riagganciamo proprio alla Brexit, poiché dal 31 gennaio 2020 per entrare nel Regno Unito occorre il passaporto, documento che invece non serviva quando il paese era incluso nell’area Schengen. Di conseguenza, chiunque stia programmando di trascorrere del tempo a Londra, non perdere tempo: ottenere il passaporto, grazie alla burocrazia italiana, è diventato sempre più lungo, e il sito della Polizia di Stato è saturo di appuntamenti già prenotati. Il costo di emissione è relativamente contenuto (circa 115 euro, più il costo delle foto e il lucro cessante per una mezza giornata persa tra ufficio postale e questura), ma se l’obiettivo è quello di essere analitici, non possiamo non citarlo.

Più complicato, invece, il capitolo del visto di ingresso nel Regno unito. Dal 1° gennaio 2021, infatti, i cittadini UE che intendono recarsi nel Regno Unito devono richiedere un visto secondo le procedure stabilite dal nuovo sistema di immigrazione britannico, denominato Points-Based System. Secondo questo sistema, i cittadini italiani che desiderano giungere nel Regno Unito per turismo o per studiare in un istituto accreditato, inclusi i corsi di lingua inglese, oppure per effettuare un breve tirocinio pertinente al corso di studi svolto in Italia (es. per gli iscritti ad un corso di medicina, scienze veterinarie o odontoiatria), possono entrare nel Paese per un massimo di 6 mesi senza richiedere un visto (Standard Visitor). In ogni caso, tutti costoro non possono studiare in una scuola o accademia finanziata dallo stato, non possono fare un corso che duri più di 6 mesi (ad eccezione dei corsi a distanza) o ancora non possono svolgere un lavoro retribuito o non retribuito. Inoltre, ad essi potrà essere richiesto di dimostrare di essere in possesso di una lettera di accettazione ufficiale che indichi il nome, la durata e il costo del corso dell’istituto accreditato; di essere in grado di sostenersi (o possedere un finanziamento esterno per il sostentamento nel periodo di studio nel Regno Unito); di possedere fondi sufficienti per il viaggio di ritorno e di avere un alloggio per il soggiorno.

Per tutti coloro che vogliono fare ingresso nel Regno Unito per motivi di lavoro, è necessario richiedere il visto lavorativo o Skilled Worker Visa. Questo è destinato a lavoratori qualificati con un’offerta di impiego da parte di un’azienda basata nel Regno Unito, e per ottenerlo occorrono 70 punti, calcolabili in base ad alcuni requisiti di natura obbligatoria e “negoziabile” (tramite lo “scambio” tra requisiti che possono essere intercambiabili per importanza). I requisiti obbligatori forniscono 50 punti e sono: 
1) un’offerta di lavoro da un datore di lavoro con licenza di sponsor;
2) lavoro offerto al livello RQF 3 o superiore (in Italia l’esame di maturità);
3) conoscere l’inglese a livello almeno intermedio, B1 o superiore.

Come indicato sul sito dell’Home Office, se il lavoratore riceve una retribuzione maggiore di £26.200  annui o, se superiore, pari alla media per il proprio ruolo (come stabilito dalle tabelle governative), ottiene i 20 punti mancanti. In alternativa, se la retribuzione è inferiore, ma comunque non al di sotto di £20.960 e di una determinata percentuale della media (variabile a seconda dei casi), si potrà ancora ottenere il punteggio necessario se si è conseguito un dottorato di ricerca rilevante per il ruolo offerto; se si è conseguito un dottorato in discipline scientifico-tecnologiche; se l’offerta è per un ruolo in un settore con carenza di lavoratori e se l’offerta è per un ruolo in un settore di natura sanitaria o educativa. Inoltre, per ottenere il visto per lavoratori qualificati il cittadino straniero dovrà dimostrare di possedere fondi sufficienti per mantenersi nel Regno Unito e dovrà pagare l’Immigration Health Surcharge, ossia la tassa che dà accesso ai servizi sanitari NHS.

Riguardo al volo di sola andata, tra Roma e Londra ci sono poco meno di 2.000 chilometri, per cui è una tratta a media percorrenza. Infatti, i prezzi dallo scalo capitolino di Fiumicino partono da un minimo di 30 euro fino ad un massimo, in stagione medio-bassa, di 150 euro. Naturalmente, la tariffa cambia a seconda di quanti bagagli si devono imbarcare e di quali servizi si vuole aggiungere. Abbiamo preso Fiumicino solo come esempio: i voli da Londra partono anche da Milano, Genova, Firenze, Napoli, Palermo e Catania. Poi, prima di partire, indispensabile conoscere bene quanto ammonta l’affitto delle case. Ovviamente in questa guida seguiremo lo stesso principio che abbiamo usato per New York, e non prenderemo in considerazione quartieri come Kensington and Chelsea, Westminster e Camden. Queste zone, infatti, sono molto costose, e cercare un affitto conveniente lì sarebbe solo tempo perso. Mettiamo invece sotto la lente d’ingrandimento il quartiere di Lewisham: medio budget e servizi a volontà.

Il circondario di Lewisham è perfettamente inserito nel tessuto metropolitano di Londra, poichè servito dalla Dockland Light Railway, che consente di arrivare al London Bridge in circa 12 minuti, mentre per raggiungere il distretto finanziario di Canary Wharf ne serviranno circa 20. In questa zona, un appartamento costa in media 1.500 Pound (1.755 euro) al mese. L’appartamento che abbiamo preso come campione è quello adatto sia ad uno studente che ad un lavoratore single o in coppia, misura circa 50 metri quadrati, ha bagno privato e un balcone. Come si intuisce, il prezzo sale a seconda dei servizi offerti dall’isolato che si va a scegliere, dalla metratura e dai servizi che la casa propone.

Come sempre, gli esperti di Forbes suggeriscono di non spendere più del 30% delle proprie entrate mensili per l’affitto, ma è una regola che, nei primi periodi di vita londinese è destinata ad essere infranta per via degli stipendi più bassi di inizio carriera, facendo arrivare tale percentuale anche al 50%. Da qui se ne deduce che, per condurre a Lewisham una vita senza disagi economici, è necessario guadagnare non meno di 3.000-3.500 Pound al mese. Un’entrata mensile che non è difficile da ottenere in una città piena di opportunità e costantemente in stato di piena occupazione, dove la paga oraria minima varia di categoria in categoria ed è immediatamente contrattualizzata e rispettata (il classico “lavapiatti” di un ristorante guadagna 11,44 Pound l’ora, ossia 13,38 euro, contro una media italiana di 5 euro l’ora). Inoltre, i mezzi pubblici di trasporto mitigano non poco i costi grazie ad opportuni “pacchetti” tariffari. Londra, infatti, ha fatto da apripista per il mezzo pubblico contemporaneo per eccellenza: la sua metropolitana, universalmente conosciuta come “The Tube”, è stata inaugurata nel 1863 e conta oggi ben 272 fermate distribuite lungo tutto il tessuto urbano per oltre 28 milioni di passeggeri ogni anno. La capitale inglese è però conosciuta in tutto il mondo anche per i suoi mitici bus rossi a due piani, che sono in grado di coprire grandi distanze fornendo un servizio puntuale.

Ma quanto si deve pagare per tutta questa efficienza? Per viaggiare in metropolitana e sulla rete tranviaria, a Londra si utilizza la “Oyster Card”. Il costo per un abbonamento mensile che comprenda tutte le zone della capitale (dalla 1 alla 9) è di 407 Pound (circa 476 euro), ma questo prezzo non deve spaventare, visto che è possibile scegliere le zone sulle quali far valere la propria “Oyster Card”: meno zone si includono, meno si paga (in media 180 Pound mensili, ossia circa 210 euro). Del resto, Londra ha una superficie e una popolazione pari a 9-10 medie città italiane, per cui la vita dei londinesi – originari e soprattutto “sopravvenuti” – si svolge all’interno del proprio quartiere-città, in modo tale da limitare i costi e il disagio negli spostamenti (anche due o tre ore al giorno, tra andata al lavoro e rientro a casa, se si lavora in zone lontane tra loro).

Per gli affezionati dell’automobile, è chiaro avere in mente due concetti. Il primo è che la guida nel Regno Unito è l’opposto rispetto al resto del mondo: il volante è a destra e si tiene la sinistra. È quindi necessario stravolgere le proprie abitudini di guida. Il secondo, è che il prezzo della benzina sta lievitando sensibilmente. Per riempire un serbatoio da 50 litri servono infatti 85 Pound* (circa 100 euro) e il traffico di Londra può davvero metterti nei guai in ambito lavorativo. Basti pensare che ogni abitante della capitale britannica perde ogni anno la bellezza di 156 ore – l’equivalente di 18 giorni lavorativi – all’anno imbottigliato nel traffico: un record su base mondiale.

Insomma, Londra non è una città facile, e senza una valida organizzazione ed un reddito adeguato il sogno di vivere in questa città meravigliosa potrebbe presto trasformarsi in un incubo. Per venire incontro ai cittadini, il sito del sindaco di Londra ha messo a disposizione di tutti una tabella per confrontare la paga oraria media di un lavoratore (full-time o part-time) a seconda dei quartieri. Lewisham si conferma un quartiere “nella media”, visto che nel 2020 il salario corrispondeva a circa 16,50 Pound* l’ora (19,30 euro). Naturalmente, la zona da noi presa in considerazione non può competere con quadranti ad altissimo reddito come Kensington e Chelsea (22,22 £/h) o come Wandsworth (20,58 £/h), ma si difende bene se messo a paragone con Barking and Dagenham (13,10 £/h) o Hounslow (14,37 £/h).

Ovviamente, questi dati hanno risentito di inflazione ed erosione del potere d’acquisto, fenomeni che nel 2022 e 2023, in tutto il mondo, hanno generato una sensibile diminuzione della capacità di spesa delle famiglie. La riflessione trova conferme anche riguardo al carrello della spesa: quanto costa nutrirsi a Londra? Secondo la Kingston University, un litro di latte nella capitale britannica costa in media 1,20 Pound* (1,4 euro), una confezione di pane in cassetta invece 1,53 Pound* (1,79 euro). Una pinta di birra viene dai 5 ai 6,5 Pound, un cocktail alcolico 12 Pound, mentre un pasto medio consumato al ristorante ammonta a circa 60 Pound (per 2 persone, 3 portate). Il costo di un cappuccino formato regular è di 3 Pound, mentre una pizza margherita va dai 10 ai 15 Pound a seconda delle zone e della qualità degli ingredienti.

Relativamente alla Sanità, il National Health Service garantisce a tutti i residenti nel Regno Unito cure gratuite e immediate, esattamente come in Italia. Dopo la Brexit e durante il periodo di transizione, il governo del Regno Unito ha confermato che i cittadini europei potranno accedere all’assistenza sanitaria grazie alla tessera sanitaria, ma per sicurezza, visto che non ci sono ancora accordi scritti, è opportuno sottoscrivere un’assicurazione di viaggio che copra le spese mediche, per non rischiare di affrontare spese impreviste o problemi di accesso al National Health Service. Per chi viaggia per un breve periodo in Inghilterra, non è necessario iscriversi al NHS, ma portare con sé la tessera sanitaria italiana, mentre il discorso cambia se si soggiorna nel Regno Unito per un lungo periodo. Se invece si intende restare a Londra per lavoro, e quindi per un lungo periodo, è necessario registrarsi al National Health Service, altrimenti non è possibile ottenere tutte le cure di cui si può avere bisogno e accedere anche alle prestazioni specialistiche (visite dal dentista, dermatologiche, cardiologiche, ectc). Per iscriversi al NHS bisogna registrarsi un General Practitioner, ossia una sorta di medico di famiglia. La prescrizione per ogni medicinale non è a costo zero e ammonta a 9,65 Pound, mentre alcuni prodotti sono sempre gratuiti, come i farmaci prescritti in ospedale. I medicinali comuni, dato il costo aggiuntivo della loro prescrizione, presentano un prezzo contenuto: una confezione di Ibuprofene 200mg da 84 pastiglie costa 6,75 Pound, mentre il paracetamolo in formato 16 pillole si ferma a 0,65 Pound.

* Cambio GBP/EUR applicato alla data di pubblicazione dell’articolo pari a 1,17 Euro per ogni Sterlina

Il Regno Unito preso alla gola dall’inflazione: un avvertimento per l’Occidente?

Secondo il team di gestione di DNCA Invest, la paura che il potere d’acquisto dei salari sarà schiacciato dall’aumento dei prezzi sta intaccando l’ottimismo dei britannici, alcuni dei quali temono che i costi energetici aumenteranno fino al 60%. A questo si aggiunge il conto della Brexit.

“Meglio prendere il cambiamento per mano prima che ci prenda per la gola” diceva Churchill. Con il rischio che l’inflazione vada fuori controllo, i banchieri centrali dovranno agire al più presto. Tra i primi di questi duellanti della moderna teoria del denaro a dover incrociare le spade con l’aumento dei prezzi c’è Andrew Bailey. Il governatore della Banca d’Inghilterra, che è entrato in carica a marzo al culmine della tempesta pandemica, è originario di Leicester. Oltre ad essere la patria dell’industria tessile e del suo famoso condimento, la città manifatturiera delle Midlands è anche nota per condividere il suo nome con la famosa piazza di Londra che fu uno degli epicentri più iconici dell'”inverno dello scontento” del 1978-79. Il ricordo della “piazza putrida” è forse particolarmente forte nella mente di Bailey, che deve già affrontare il fatto che la fiducia delle famiglie è scesa al livello più basso da febbraio nel suo 17° mese di mandato.

Nonostante una crescita nominale di quasi il 6% nel secondo trimestre e un rialzo dei salari mai visto da qui a 24 anni, la paura che il loro potere d’acquisto sarà schiacciato dall’aumento dei prezzi sta intaccando l’ottimismo dei britannici, alcuni dei quali temono che i loro costi energetici aumenteranno fino al 60%. A questo si aggiunge il conto della Brexit: la carenza di beni e di manodopera nell’industria, nell’artigianato e nei servizi sta paralizzando il paese dalle sue stazioni di servizio ai banchi dei macellai, e peggiorando le interruzioni della catena di approvvigionamento internazionale.

Questo aumento dell’inflazione non è arrivato nel momento migliore. Gravato da un deficit di bilancio e commerciale (rispettivamente 10% e 2% del PIL), il paese si trova in una situazione di dipendenza dai finanziamenti esteri, tanto più che, dopo 17 mesi di sostegno, la BoE smetterà di finanziare direttamente il debito pubblico da dicembre. Tuttavia, troppa inflazione riduce l’attrattiva della zona della sterlina. Gli investitori chiedono quindi un premio di rischio per investire nel Regno Unito. Il rendimento a 10 anni richiesto dal mercato è in aumento, mentre la sterlina ha perso il 6% del suo valore contro il dollaro da maggio. Questa doppia penalità finanziaria porta a un terribile circolo vizioso: più la sterlina cade, più le materie prime importate diventano costose, spingendo in alto i prezzi alla produzione e al consumo

Per fermare questo circolo vizioso e ripristinare la credibilità della BoE e della sua moneta, Bailey dovrà prendere una decisione difficile: aumentare i tassi di interesse prima del previsto e probabilmente più di una volta. In un contesto di rallentamento economico e di inflazione record dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia, questo cambiamento di politica monetaria potrebbe innescare una recessione alle porte dell’Europa. Tagliare la mano per non perdere il braccio… dall’altra parte della Manica e dell’Atlantico, né Lagarde né Powell possono vantarsi di essere indifferenti al destino britannico. 

Fonte: Newsletter DNCA dell’11 Ottobre 2011 – DNCA Finance, Via Dante, 9 Milano

100 giorni di Brexit. In aumento le ripercussioni economiche per il Regno Unito

I danni maggiori nella finanza e nei comparti interessati dalle barriere non tariffarie. La Brexit costerà all’economia britannica più di 40 miliardi di sterline entro la fine del 2022, e la sterlina resta lontana dai livelli pre-Brexit.

di Volker Schmidt*

All’inizio di gennaio 2021, il periodo di transizione dell’accordo sulla Brexit è giunto a termine e il Regno Unito ha lasciato per sempre l’UE. Questo non solo ha reso il Regno Unito un paese terzo, alterando profondamente le relazioni con l’Unione Europea, ma ha anche modificato l’accesso del Regno Unito al mercato unico. Oggi, 100 giorni dopo, è ormai chiaro che Brexit sta causando cambiamenti economici di vasta portata, che sembrano destinati a durare nel tempo.

Secondo le ultime proiezioni della Commissione europea, Brexit costerà all’economia britannica più di 40 miliardi di sterline entro la fine del 2022, che corrispondono a circa il 2,25% del Prodotto interno lordo del Regno Unito, pari a 2,85 trilioni di sterline. A titolo di paragone, per gli stati dell’UE è prevista una perdita media di circa lo 0,5%. A pesare sull’economia sono, in particolare, le condizioni commerciali dell’accordo. Anche se il Regno Unito e l’UE hanno stretto un accordo di libero scambio che esclude la possibilità di imporre dazi, il carico burocratico sta aumentando notevolmente. Per esempio, le aziende britanniche devono dimostrare che le merci esportate nell’UE sono state prodotte prevalentemente nel loro paese: in un’economia globalizzata, con catene di produzione complesse, questo non è affatto facile.

Oltre a questo, ci sono i controlli sanitari e di sicurezza, l’Iva sulle importazioni e altri intralci che comportano rallentamenti e ostacolano il commercio. Molte aziende, soprattutto piccole e medie, non sono in grado di affrontare le sfide burocratiche e hanno temporaneamente sospeso le loro esportazioni. Secondo il New York Times, le esportazioni che hanno attraversato la Manica in gennaio sono crollate di oltre due terzi rispetto all’anno precedente. I produttori di pesce, carne e prodotti lattiero-caseari sono stati particolarmente colpiti e vi sono casi di deperimento di tonnellate di alimenti che non sono riusciti a superare il campo minato burocratico e raggiungere i porti di Francia e Olanda.

Londra continua a perdere terreno come centro finanziario. Anche l’industria finanziaria britannica, che per molto tempo è stata il più importante e il più grande centro di negoziazione di titoli in Europa, sta risentendo delle conseguenze di Brexit. Praticamente da un giorno all’altro, il trading azionario si è spostato nell’Europa continentale, in particolare ad Amsterdam e Parigi, mentre il trading di derivati è in larga parte migrato a New York. Il colosso del settlement, Euroclear, ha recentemente completato il trasferimento a Bruxelles di circa 50 titoli irlandesi, per un valore equivalente di circa 100 miliardi di euro, prima gestiti a Londra. In precedenza, per gestire le transazioni sui titoli l’Irlanda si affidava alla filiale di Euroclear “Crest”, con sede nel Regno Unito.

Ma i cambiamenti imposti da Brexit sono solo agli inizi. Le regole sulle future relazioni commerciali sono ancora in fase di trattativa e gli scontri sulle disposizioni speciali per l’Irlanda del Nord mostrano che il capitolo Brexit è tutt’altro che concluso. Per evitare controlli alle frontiere tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, l’accordo di uscita dall’Unione Europea prevede che le regole del mercato unico dell’Unione continuino ad applicarsi all’Irlanda del Nord. A tal fine, un confine commerciale tra Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito doveva essere introdotto alla fine del periodo di transizione e comunque al più tardi all’inizio di aprile. Ora, però, il governo britannico ha esteso unilateralmente questo periodo di proroga, cosa che l’UE considera come una violazione dell’accordo. Poiché il governo britannico non ha ancora revocato il suo comunicato, l’UE sta portando la questione alla Corte di giustizia europea. Se la Corte dovesse pronunciarsi a favore dell’UE, potrebbero essere imposte sanzioni finanziarie. Di conseguenza, il clima tra Londra e Bruxelles sta diventando sempre più teso.

Nonostante il rialzo, la sterlina britannica è lontana dai livelli pre-Brexit. La sterlina britannica ha notevolmente recuperato rispetto all’euro da quando il Regno Unito ha lasciato l’UE. Mentre la valuta britannica era ferma a circa 1,10 a dicembre, oggi una sterlina vale già 1,16 euro. Questo è certamente dovuto in parte alla campagna vaccinale, molto più efficace nel Regno Unito: non solo è stato vaccinato il gruppo a rischio over 70, ma complessivamente un britannico su quattro ha ricevuto la vaccinazione. In secondo luogo, la valuta è sostenuta dal fatto che l’incertezza che circondava Brexit è quasi scomparsa. Ora, secondo l’opinione diffusa di molti sostenitori di Brexit, Londra ha di nuovo il controllo della propria politica estera e del proprio destino economico, e questo si riflette non soltanto nel successo della campagna vaccinale, ma, per il futuro, anche nelle rinnovate relazioni commerciali fuori dall’Europa, per esempio con Cina e Stati Uniti. Tuttavia, è anche vero che la ripresa della sterlina è partita da un livello estremamente basso in termini storici ed è ancora lontana dai livelli pre-Brexit di oltre 1,40 euro. Nel breve termine, la forza della sterlina potrebbe certamente acquisire ulteriore slancio, ma nel lungo termine, resta da vedere se Londra può trarre un vantaggio economico sostenibile dall’apparentemente sovranità riconquistata e dal vantaggio sui vaccini. 

* Senior Portfolio manager di Ethenea Independent Investors

Con la Brexit il business abbandona Londra. Volker Schmidt: processo irreversibile

Secondo Volker Schmidt di Ethenea, Londra ha già perso il suo status di centro finanziario europeo, e questo processo probabilmente sarà irreversibile.

Sebbene l’accordo su Brexit sia in vigore solo da poco tempo, ha già avuto un impatto sul settore finanziario: “Per decenni Londra è stata considerata il centro del trading azionario transnazionale, ma con Brexit e la fine del periodo di transizione, sembra non essere più così”, afferma Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager di Ethenea Independent Investors.

Aquis Exchange, la seconda piattaforma di trading per le azioni europee nel Regno Unito, ha dichiarato che all’inizio di gennaio il 99,6% delle negoziazioni è stato effettuato attraverso la piattaforma gemella di Parigi. Lo stesso è da Cboe Global Markets, Inc. (precedentemente Chicago Board Options Exchange): circa il 90% delle operazioni di trading azionario dell’Unione Europea è stato eseguito ad Amsterdam, aggiunge Schmidt, quando nel 2020 quasi l’intero volume era stato gestito da Londra.

“Nel complesso, soltanto nel primo giorno di trading dell’anno, circa 6 miliardi di euro sono stati spostati da Londra all’Europa continentale”, spiega Schmidt. “In questo modo, non solo il Ministero delle Finanze britannico di conseguenza perde il relativo gettito fiscale, ma è ragionevole supporre che in futuro le società preferiranno quotare le loro attività nel mercato comunitario per beneficiare di condizioni di trading più fluide e senza intoppi. Questo dimostra chiaramente che Londra ha già perso il suo status di centro finanziario europeo e questo processo probabilmente sarà irreversibile”.

L’impatto sulle catene di approvvigionamento – Uno dei punti chiave dell’accordo Brexit riguarda l’assenza di dazi nel commercio bilaterale tra Regno Unito e Unione Europea. Tuttavia, poche settimane dopo, i problemi stanno diventando sempre più evidenti. “Da un lato, i piccoli commercianti al dettaglio e le aziende di trasporto si stanno lamentando della crescente burocrazia e dell’aumento di carte che questo comporta”, afferma l’esperto di Ethenea. “Ci sono code alla frontiera, camion che vengono respinti e catene di approvvigionamento che stanno collassando. Molte società di trasporto hanno provvisoriamente sospeso le consegne. Ma anche le grandi aziende sembrano essere state colte alla sprovvista dalle incertezze e sembrano non essere adeguatamente preparate. Affinché le merci possano beneficiare del trattamento duty-free, è necessario dimostrarne la provenienza dall’Unione Europea o dal Regno Unito”, spiega Schmidt.

“Tuttavia, se le merci vengono importate nel Regno Unito e successivamente esportate nell’Unione Europea – con poca o nessuna ulteriore lavorazione – si applicherebbero i dazi doganali. Marks & Spencer, ad esempio, ha il suo marchio di dolciumi “Percy Pig” prodotto da Katjes in Germania, li importa nel Regno Unito e da lì li distribuisce anche in Irlanda: d’ora in poi dovranno pagare i dazi doganali. Per questo motivo, in futuro, le aziende si troveranno di fronte alla scelta di pagare gli oneri doganali o di riorganizzare le loro catene di approvvigionamento, in modo che i magazzini possano essere riforniti senza dover coinvolgere le strutture britanniche. Quest’ultima sarà una sfida enorme soprattutto per le piccole e medie imprese”.

Volker Schmidt

Diritti di voto revocati agli investitori – “L’11 marzo 2019, le compagnie aeree Ryanair e Wizzair hanno annunciato che in caso di Brexit avrebbero revocato i diritti di voto ai loro azionisti britannici e all’inizio di quest’anno hanno effettivamente implementato la revoca,” afferma Schmidt. “Alla base di questa decisione c’è il regolamento secondo il quale i voli all’interno dell’UE possono essere operati solo da compagnie possedute per la maggioranza da azionisti dell’Unione Europea o almeno sotto il loro controllo. Nel peggiore dei casi il risultato sarebbe stato lo stop dei voli. Nonostante Ryanair abbia sede in Irlanda, un gran numero dei suoi azionisti, principalmente investitori istituzionali e fondi, provengono dal Regno Unito. Lo stesso discorso vale per Wizzair che ha sede in Ungheria”.

“Questi sono solo i primi effetti e ce ne saranno molti altri, alcuni dei quali del tutto inaspettati”, conclude Schmidt. “Riteniamo quindi opportuno essere flessibili e diversificati in tutti i settori, per essere pronti in caso di eventuali futuri sviluppi”.

2020, fuga da Londra. Restrizioni e PIL in discesa: è la fine del “sogno londinese”?

Le nuove restrizioni di blocco del Regno Unito potrebbero rimanere in vigore per diversi mesi, fino a quando i vaccini non saranno stati introdotti in tutto il paese, ha detto Matt Hancock. Ecco gli scenari di medio termine.

Nel Regno Unito, circa 16 milioni di persone stanno ora vivendo sotto misure più dure (livello 4) dopo che Boris Johnson ha abbandonato l’ipotesi di un allentamento delle restrizioni natalizie e ha imposto ciò che equivale a un nuovo lockdown generale su buona parte del paese, mentre il governo sta lottando per contenere un nuovo ceppo del coronavirus che mostra segnali di maggiore aggressività e rapidità di diffusione.

Domenica, il segretario alla sanità Matt Hancock ha detto che le ulteriori restrizioni per l’Inghilterra annunciate da Johnson sabato sera potrebbero dover rimanere per “i prossimi due mesi” mentre verrà lanciata la distribuzione su larga scala del vaccino. “Ciò che è veramente importante è che le persone non solo seguano le nuove regole, ma agiscano come se avessero il virus e si chiudessero presso la propria casa per non di diffonderlo ad altre persone”, ha aggiunto Hancock. “Sappiamo che con questa nuova variante si può essere contagiati più facilmente, anche da una piccola quantità di virus presente. Questo è il problema fondamentale”.

Le nuove restrizioni potrebbero rimanere in vigore nelle zone interessate per diversi mesi, fino a quando i vaccini non saranno stati introdotti in tutto il paese. Infatti, nelle zone dove è iniziata questa nuova variante del virus (nel Kent) i casi sono continuati a salire, mentre nel resto del Paese il blocco di Novembre ha funzionato in modo molto efficace.

Nel Regno Unito, nonostante le speranze iniziali che l’economia potesse realizzare una ripresa a “V”, alcuni analisti stimano che il PIL inglese e l’occupazione non torneranno ai valori precedenti alla crisi prima del 2024, e le previsioni sulla città di Londra non sembrano discostarsi molto da questi scenari nel medio termine. L’economia del Regno Unito, infatti, soffre il più grande calo annuale di tutte le nazioni del G20, nonostante la ripresa della crescita nel terzo trimestre. Il prodotto interno lordo britannico è aumentato del 15,5% nel terzo trimestre del 2020, trainato dalla riapertura di negozi e strutture ricettive dopo il primo blocco nazionale, che aveva causato un crollo del 19,8% nel secondo trimestre. Tuttavia, l’OCSE ha rilevato che l’economia del Regno Unito, nonostante il balzo di oltre 15 punti, era arretrata del 9,6% alla fine del terzo trimestre nel 2020 rispetto allo stesso punto dell’anno scorso.

A livello mondiale, il PIL dell’intera area del G20 è rimasto notevolmente al di sotto dei livelli dello stesso trimestre dell’anno precedente. Solo la Turchia e la Cina hanno registrato una crescita del PIL rispetto allo stesso periodo del 2019, nonostante l’impatto della pandemia, registrando rispettivamente una crescita del 5,4% e del 4,9%. Nel terzo trimestre, l’area del G20 ha registrato un rimbalzo totale dell’8,1 per cento; tra i 20 paesi, l’India ha registrato il rimbalzo trimestrale più corposo, poiché la sua economia è balzata del 21,9% dopo un calo del 25,2% nel trimestre precedente.

All’interno di questo quadro generale, l’OCSE ha previsto che la ripresa economica del Regno Unito sarà inferiore rispetto a ogni altra grande economia, e questo sembra incidere sensibilmente sulla percezione di quel “sogno londinese” che, sulla scia di una iper-occupazione, faceva di questa “città-stato” il mito dei flussi migratori giovanili in cerca di prima occupazione (soprattutto nel comparto alimentare e dell’intrattenimento, il cui livello di occupazione è sceso del 40% nel secondo trimestre) e dei millennials di ogni paese europeo in cerca di una maggiore valorizzazione delle proprie competenze professionali. Del resto, solo gli italiani residenti stabilmente a Londra, poco prima della Brexit, erano circa 400.000, e cioè il 5% della popolazione residente.

Con l’ipotesi di un lento recupero triennale, gli scenari di medio termine sono più foschi, ma non così duri da far prevedere il declino di una leadership economica tutto sommato recuperabile da qui a 3 o 4 anni.

In ogni caso, Londra dovrà ancora scontare gli effetti negativi della Brexit. Insieme a questi, però, anche quelli positivi, derivanti da una maggiore competitività che, una volta cessata l’emergenza sanitaria, tornerà a venir fuori grazie anche ad una probabile attrattività fiscale messa su per attirare capitali e aziende straniere in suolo britannico. Pardon, londinese.

Patrimoni&Finanza, i contenuti della settimana dal 21 al 28 Dicembre 2020

Questa settimana torna la Brexit a far parlare di sè, con il suo carico di problemi irrisolti anche per la capitale del Regno Unito. Inoltre, una analisi “spietata” sulla Consulenza Finanziaria (che non è ancora quella che dovrebbe essere) e, tra le altre cose, un focus sulle azioni del comparto Healthcare. 

Questo ed altro ancora, su Patrimoni&Finanza, con il consueto approfondimento.

La consulenza finanziaria che non c’è. Diario di un sistema che non impara dai propri errori

MiFID & disastri. Secondo Maurizio Nicosia, “Imbrigliare la consulenza finanziaria, per sua natura sartoriale, in una griglia rigida di regole asfissianti, rischia di procurare più danni che benefici sia ai clienti che agli stessi consulenti”. LEGGI

Volker Schmidt: con la Brexit sterlina giù e probabili tassi negativi

La Gran Bretagna accusa il peggior crollo del Pil degli ultimi tre secoli. Un nuovo slittamento della data del 31 dicembre per la fine dei negoziati con l’Ue sarebbe il peggior scenario possibile. LEGGI

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USA, la pandemia frutta 400 miliardi al club dei più ricchi. Immagine di un modello capitalistico iniquo

Il fatto che i miliardari più ricchi del mondo stiano aumentando in modo massiccio la loro ricchezza in un momento in cui milioni di persone stanno affrontando difficoltà, è la prova di un’economia in crisi. LEGGI

Azioni comparto HealthCare, non si vive di solo vaccino. Il profitto a lungo termine viene dalla filiera

Nella corsa per contrastare il virus i veri vincitori potrebbero non essere i produttori del farmaco, bensì quelli della cosiddetta filiera, che guadagnano a prescindere dal successo commerciale delle singole case farmaceutiche. LEGGI

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I vostri figli vogliono fare esperienze di lavoro nel Regno Unito o in Irlanda? Ecco pochi passi, ma essenziali

Senza un buon curriculum, il codice fiscale del paese di destinazione ed un conto bancario estero, è difficile ottenere colloqui di lavoro. Con la Brexit cambiamenti in arrivo per chi vuole lavorare a Londra e in UK

Qualcosa (o qualcuno) ha portato i vostri figli a determinarsi nel voler fare una esperienza di lavoro all’estero? Molti millennials ci provano ogni anno, e pochi tornano indietro. Quelli che lo fanno, poi, rientrano con un curriculum ed una storia personale arricchiti da una forte padronanza linguistica ed un’esperienza di vita molto significativa.

Se i futuri eredi sono passati dalla fase del “sogno-desiderio” a quella della pianificazione (N.B.: voi lo saprete al momento di affrontare la copertura finanziaria, non prima), in questo articolo troverete suggerimenti utili per pensare in maniera “operativa”, e proiettarvi con la mente in quel contesto geografico dove, nel 60% dei casi (il rimanente 40% è distribuito soprattutto tra Spagna, Francia, Portogallo e USA), i vostri figli avranno deciso di recarsi, e cioè tra il Regno Unito e l’Irlanda. Più esattamente, tra Londra e Dublino.

In queste due città (ma anche nelle altre città inglesi e irlandesi; sono poco battute ma bellissime) è veramente difficile non riuscire a trovare lavoro, e Londra, nonostante la Brexit apporterà numerosi cambiamenti, in alcuni periodi dell’anno è addirittura carente di personale in tutti i settori che hanno a che fare con il turismo (ristorazione e alberghi, soprattutto).

Tra Maggio e Dicembre di ogni anno, a Londra il lavoro lo si può trovare anche da casa,  qualunque sia la città in cui vivete, tramite alcuni siti o app specializzate, l’importante è essere pronti a partire da un momento all’altro, saper parlare la lingua in maniere più che decente ed avere già una soluzione abitativa (anche per questo, esistono siti e app specifiche).

E se è vero che chi si presta a svolgere mansioni considerate “umili” (cameriere, banconista, addetto alle cucine, servizi di pulizia etc) trova lavoro entro due settimane dal suo arrivo in territorio anglofono (a Londra anche in 48 ore, chiedendo “porta a porta”), è altrettanto vero che chi è in possesso di una laurea specialistica (es. ingegneri, architetti, manager, avvocati e fiscalisti), padroneggia l’inglese e vuole lavorare nel proprio campo di formazione accademica, non fa fatica a trovare una offerta adeguata, economicamente gratificante e immediatamente contrattualizzata.

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Però, per arrivare preparati, è necessario definire la propria posizione giuridica all’estero. Il lavoro nero, infatti, quasi non esiste (per le aziende non è conveniente rischiare, vista la bassa tassazione, ed i controlli sono severissimi), e presentarsi senza i requisiti è da incoscienti, perché i datori di lavoro pretendono un regolare contratto. A cosa ci riferiamo, più esattamente, quando parliamo di requisiti? A parte l’uso della lingua, si fa riferimento alla residenza, al “codice fiscale” straniero ed al conto bancario dove accreditare gli stipendi.

Sebbene la presenza di tali requisiti sia necessaria in entrambi i paesi, le modalità di utilizzo sono un po’ differenti passando dall’Irlanda al Regno Unito. In ogni caso, è perfettamente inutile partire senza avere un luogo in cui eleggere la residenza ed il domicilio per la corrispondenza. Serve un indirizzo, anche di un amico, o di qualcuno disposto a concederlo “virtualmente” per i primi tempi (giusto il tempo di definire la c.d. proof of address – prova di residenza, che non può essere quella di un albergo).

Volendo, se l’indirizzo di residenza all’estero è esistente, si potrà richiedere via mail (allegando il C.V.) un colloquio di lavoro mentre si è ancora in Italia; ma attenzione: i vostri figli dovranno mettere in conto di dover partire anche dall’oggi al domani, perché tutte le aziende rispondono entro pochi giorni e, se hanno concesso il colloquio, è molto imbarazzante dover chiedere un rinvio della data “perchè ancora non ho lasciato l’Italia”. Piuttosto, meglio pianificare tutto, spedire decine di curriculum ad altrettante aziende e programmare un soggiorno di almeno due settimane; se l’indirizzo di residenza è fittizio, la soluzione di una stanza con bagno in famiglia (c.d. host family) è decisamente più economica di qualunque hotel (tra i 380 euro di Dublino ed i 450 euro di Londra, per una camera con bagno, per 15 giorni).

Relativamente alle questioni burocratico-amministrative, in considerazione della Brexit vale la pena esaminarle a seconda del paese in cui ci si vuole recare.

IRLANDA – Il PPS number è un codice per il quale bisogna fare richiesta se si intende lavorare in Irlanda. Si tratta del Personal Public Service number, ed è un codice alfanumerico di 7 numeri più una o due lettere. Per ottenerlo, bisogna essere già domiciliati in Irlanda. Una volta entrati nel paese, sarà sufficiente recarsi presso il più vicino ufficio della Previdenza Sociale, portando un documento di identità (meglio due: carta d’identità e passaporto o patente di guida) e un documento che attesti il domicilio in Irlanda: una bolletta del telefono o del gas, una dichiarazione del padrone di casa o dell’amico che dichiara la sua presenza presso di lui, oppure ancora una dichiarazione scritta della host family. Una volta ottenuto il PPS, lo si aggiungerà al curriculum e si potranno effettuare tutti i colloqui di lavoro possibili. Relativamente al curriculum vitae, in Irlanda viene usato quello in formato europeo, ma in alcuni ambienti (quello finanziario, per esempio) è apprezzato anche quello in formato inglese.

Nonostante non sia urgente averlo subito, il conto bancario diventa necessario al momento dell’assunzione, perché nessuna azienda irlandese (e tanto meno inglese) effettua il pagamento degli emolumenti su conti esteri. In ogni caso, presentarsi con un conto già attivo non può che migliorare l’immagine personale presso qualunque interlocutore, attribuendo alla ricerca di lavoro la tipica affidabilità di una “scelta definitiva”, e non di una semplice “esperienza temporanea”.

In Irlanda esistono sostanzialmente due tipologie di conti. La prima è quella del c.d. Saving account, che è una sorta di libretto di risparmio, generalmente gratuito, al quale viene associata una carta bancomat (ma non una carta di credito, in quanto il conto non consente di andare in rosso); la seconda è quella del Current account, ossia del conto corrente vero e proprio, che prevede dei costi annuali e da al correntista la possibilità di avere sia la carta di credito che il bancomat. Nel dettaglio, La Bank of Ireland e la Allied Irish Bank (AIB) sono certamente le banche più ramificate in tutti i centri (anche in quelli più piccoli) del paese, e sono le più utilizzate dagli stranieri. Gli orari di apertura degli sportelli sono diversi da quelli italiani, e di solito vanno dalle 10:00 alle 12:30 e dalle 13:30 alle 16:30.

REGNO UNITO (UK) – Con la Brexit, è certo che le cose cambieranno per molti italiani residenti in Inghilterra. A partire dal 2021, infatti, ogni cittadino europeo che vorrà recarsi nel Regno Unito dovrà essere munito di visto, passaporto o permesso di soggiorno (a seconda dei i motivi che lo porteranno a recarsi lì). In questo arco di tempo lungo un anno, ovvero da gennaio 2020 a dicembre 2021, il Governo di Boris Johnson sarà impegnato a trovare un accordo con l’Unione Europea in merito alla circolazione di persone, beni e servizi su territorio inglese.

Per soggiornare per un breve periodo (o come turista), bisognerà munirsi di passaporto biometrico e visto elettronico da richiedere almeno tre giorni prima del volo (la carta di identità non sarà più valida). Il visto si ottiene tramite un’apposita procedura online, ed ha una durata massima di tre mesi, superati i quali sarà necessario procurarsi un permesso di lavoro. Pertanto, le modalità con le quali i vostri figli vorranno regolarizzare la propria posizione (e permanenza) nel territorio del Regno Unito dipenderà dal periodo lavorativo che essi vorranno trascorrere lì: entro i tre mesi, converrà entrare come turista (passaporto e visto) e poi, una volta trovata una occupazione, richiedere il codice N.I.N. (National Insurance Number, l’equivalente del P.P.S. irlandese); se l’opportunità lavorativa ha già le caratteristiche del lungo periodo, conviene richiedere direttamente un visto come lavoratore straniero.

Per ottenere il codice N.I.N., basterà recarsi, previo appuntamento, in uno dei tanti job centre sparsi nella città di Londra (ma sono presenti in tutte le città inglesi) e ottenerlo dopo un breve colloquio. Avere il NIN è un requisito fondamentale per poter lavorare legalmente nel Regno Unito. Le aziende non assumono senza questo numero (ma ai candidati ritenuti affidabili danno un margine di tolleranza di due o tre settimane dall’assunzione, per concedere il tempo necessario ad effettuare il colloquio al job centre e ottenere il codice). Di solito, si può telefonare e richiedere un appuntamento per il Job Centre solo una volta che si è arrivati in Inghilterra; infatti, il call centre (0044, se si fissa l’appuntamento dall’Italia, più il numero 08001412075, attivo tra le 8:00 e le 18:00, dal lunedì al venerdì) non risponde a telefonate da numeri stranieri, ma c’è chi ci prova con successo (tentar non nuoce).

Per quanto riguarda il C.V., quello in formato europeo viene scartato a priori (lo trovano complicato e troppo schematico); meglio prepararne uno in formato inglese.

Relativamente al conto bancario, molte banche inglesi lo aprivano anche senza avere ancora la proof of address; ultimamente, però, la c.d. Brexit ha determinato un giro di vite sulle procedure bancarie, ed oggi è meglio arrivare in banca con la prova di residenza. Anche qui, con un tradizionale Cash o Bank Account, si può avere una carta di debito VISA gratuita e fare tutte le operazioni bancarie di cui si ha bisogno, senza alcun tipo di problema. Peraltro, la gestione di un conto corrente inglese di solito non prevede alcuna commissione o costo di mantenimento, a differenza di quello italiano.

Imprenditori desiderosi di fondare una società a Londra? Via libera, nonostante la Brexit

Le elezioni in UK hanno dato una svolta definitiva al processo di uscita del Regno Unito dall’UE, ma niente paura: chi oggi è indeciso se costituire una LTD in UK, potrà farlo anche dopo, grazie anche alla tradizionale capacità degli inglesi di attrarre denaro e attività produttive dall’estero.

Sono lontani i tempi in cui avevi bisogno di un commercialista, una grande somma di denaro e la pazienza di un santo per costituire una società nel Regno Unito. Anche oggi, dopo il risultato elettorale che ha sancito l’ineluttabilità della Brexit (anche in versione “hard”), è possibile fondare una LTD (Limited Private Company, l’equivalente della SRL italiana) per poco più di di 10,00 sterline se si utilizzano i servizi online. Anzi, la nuova società potrebbe essere registrata e pronta per essere venduta lo stesso giorno della sua creazione.

Pensare che qualcosa possa cambiare in peggio nel dopo-Brexit è oggettivamente fuori luogo. Infatti, è molto probabile, piuttosto, che il Regno Unito si trasformi in un paese fiscalmente ancora più benevolo e accogliente di prima, a causa dei numerosi nodi da sciogliere (trattati commerciali da negoziare con un Trump vicino all’impeachment e l’indipendentismo scozzese alle porte) e  grazie anche al “traino” dell’Irlanda che, proprio in UE, garantisce una tassazione minima per le imprese al 15% (in UK è al 19%). Inoltre, si calcola che al momento circa 700.000 italiani siano residenti in Gran Bretagna e che, solo negli ultimi tre anni, 50.000 di essi abbiano costituito una LTD per esercitare la propria attività commerciale. Non sono da meno i tedeschi (49.000 nuove LTD solo nel 2018).

Esistono tre modi per costituire una società nel Regno Unito, ognuno dei quali ha un costo diverso ma tutti forniscono lo stesso risultato, ossia quello di registrare una società britannica presso la Companies House (registro delle imprese) ai sensi del Companies Act 2006. Ciò può avvenire utilizzando:

– un agente autorizzato dalla Companies House, che fornisce servizi di archiviazione anche online rapidi, sicuri e convenienti (da 15,00 a 149,00 sterline, a seconda del tipo di società da costituire e del numero dei soci da registrare);

– un commercialista (accountant), molto più caro (fino a 1.000,00 sterline) ma più adatto per via della possibilità di fare consulenza anche nella gestione fiscale successiva alla fondazione, e soprattutto perché potrà facilmente reperire una sede figurativa (obbligatoria per la registrazione) per la nuova azienda;

Companies House website

– il sito web della Companies House, semplice da utilizzare ma destinato a chi ha già una prova di residenza in UK da poter indicare nel form di richiesta. Costa 12,00 sterline, e la registrazione online avviene entro 48 ore completando il modulo di domanda IN01 utilizzando il servizio Web Incorporation;

– il servizio postale, ormai in totale disuso, che permette di compilare il modulo di domanda IN01 (stampato dal sito della Companies House) su carta e inviarlo per posta; costa 40,00 e richiede circa 8-10 giorni.

Il servizio online può essere utilizzato solo per costituire una LTD con statuto e articoli “a modello”, il che significa che non è possibile emettere più di una classe di azioni, utilizzare articoli modificati o personalizzati o registrare una società senza scopo di lucro.

Di norma, bastano dalle 3 alle 18 ore lavorative affinché la Companies House registri una nuova società, ma solo se sono stati compiuti tutti i passaggi preliminari, che vanno dalla redazione dei documenti alla prova di residenza all’estero (necessaria per la verifica anti-money-laundering, ossia antiriciclaggio) alla elezione di un indirizzo di residenza in UK, dove domiciliare la posta in arrivo dal Registro. Le aziende partner del registro inglese, di conseguenza, includono nel servizio offerto una revisione preliminare gratuita dello statuto (Articles of Association) e dell’atto costitutivo (Memorandum of Association) per verificare la presenza di errori e provvedono a rettificare e inviare nuovamente la domanda se viene respinta per qualsiasi motivo.

Oltre ai costi obbligatori previsti da ciascun tipo di procedimento, esistono due servizi opzionali molto richiesti. Il primo è un servizio di sede legale, che consente alle persone di utilizzare un indirizzo diverso da quello di casa nei registri pubblici, proteggendo così la propria privacy, e costa dalle 30,00 alle 50,00 sterline all’anno. Il secondo extra è l’acquisto di un indirizzo “di servizio” da un c.d. fornitore di indirizzi. Questo in genere costa da 20,00 a 30,00 sterline all’anno, ma è consigliabile diffidare dei prezzi bassi e rivolgersi a studi che, sebbene un po’ più cari (100 sterline l’anno circa) forniscono un servizio più accurato e affidabile (soprattutto per il successivo invio della posta presso la vostra sede legale. I due extra (sede legale e indirizzo di servizio) possono coincidere, ed in genere i fornitori di questi servizi offrono il pacchetto intero al di sotto delle 200,00 sterline all’anno.

Relativamente al tipo di società da costituire, poi, vi è maggiore flessibilità nello scegliere una società a responsabilità limitata (LTD). Queste pagano l’imposta sulle società a un’aliquota forfettaria del 19%, mentre i dividendi godono di una franchigia di 2.000 sterline e sono tassati da un minimo del  7,5% (per i contribuenti con aliquota di base, fino a 46.350,00 sterline di reddito) ad un massimo del 38,1%.

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Vale anche la pena ricordare che esiste la possibilità di compensare le spese aziendali con i profitti, e quindi ridurre ulteriormente le imposte dovute attraverso la deduzione delle spese consentite.

A monte di tutto, esistono vantaggi reputazionali che derivano dal fare attività commerciale come LTD registrata, perché essa ispira fiducia nei clienti, fornitori e potenziali investitori. Questi benefici derivano principalmente dal fatto che chiunque abbia a che fare con una società registrata è a conoscenza implicitamente degli obblighi di comunicazione e trasparenza previsti dal Companies Act 2006.

Infine, esiste un discreto “mercato” di società inglesi già costituite da qualche anno, messe in vendita con conto bancario aperto  e partita IVA (VAT Number) operativa, appetibili per quegli imprenditori che hanno raggiunto notevoli dimensioni di fatturato e desiderano entrare nel più breve tempo possibile nei mercati esteri facendo base su Londra.

La partita IVA in UK, infatti, non è un diritto-dovere, ma un privilegio che viene concesso solo ad attività commerciale (trading) effettivamente cominciata (con incassi e costi dimostrabili). Pertanto, rilevare una LTD già fornita di VAT è una scelta da valutare con attenzione.

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