Maggio 10, 2026
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Mercato dell’arte in recessione imminente. Ecco perchè

Il 2023 è candidato ad essere l’anno in cui anche il mercato dell’Arte conoscerà la sua recessione. Scambi crollati e prezzi in discesa generalizzata, tranne quelli dei capolavori.

Di Alessio Cardinale

Il dibattito sull’eventuale impatto di una recessione sul mercato dell’arte ha trovato conferma nei dati complessivi, ma le cose non sono andate poi così male. Infatti, il primo semestre 2023 ha risentito della “gelata” che ha raffreddato il sistema, e l’ultima asta di Christie’s di giugno, a Londra, ha registrato un calo del 66% rispetto all’anno scorso, ed un calo globale del 23% rispetto al primo semestre 2022. Tuttavia, i risultati del settore del lusso risultano in aumento (+43% per Christie’s), e si è consolidato l’apporto del collezionismo asiatico, grazie al quale il mercato non ha offerto dati peggiori.

Su tutto, sebbene il contesto socio-economico sia estremamente precario, i capolavori della storia dell’arte si confermano un investimento senza ombre, poiché continuano ad aumentare anno dopo anno il proprio valore; ed anzi, una congiuntura come quella attuale li fa apparire ancora di più come bene-rifugio per i clienti più ricchi, i quali hanno beneficiato dei guadagni realizzati dal 2020 al 2022 e non hanno sentito il bisogno di modificare i propri modelli di spesa. Di conseguenza, l’investimento nell’Arte, ancora una volta, non appare connesso alle variabili dei mercati finanziari, manifestando una marcata de-correlazione e una valida funzione di protezione dei grandi patrimoni nei periodi molto difficili come quello che stiamo attraversando.

Tra i momenti più significativi di questo 2023 c’è stata la doppia vendita, a distanza di poco più di un mese, di due grandi opere di Klimt da parte di Sotheby’s. “Lady with a Fan” (99,2 milioni di euro a giugno) e “Island in the Attersee” (48,9 milioni a maggio) sono rispettivamente il secondo e il quinto quadro di Klimt più cari ad essere passati di mano in asta (al primo posto “Birch Forest”, venduto nel 2022 da Christie’s per 104,3 milioni). Per la cronaca, il mercato di Klimt è in crescita da vent’anni, con un indice di prezzo quasi triplicato (da 100 a 268,5, dati Artprice).

Naturalmente, ci si riferisce alle opere d’arte tradizionali, quelle da sfoggiare in una bella parete. L’arte contemporanea speculativa (NFT), invece, rimane altamente volatile e difficilmente può essere considerata come un bene-rifugio. Rispetto all’arte tradizionale, però, ha il vantaggio di essere più “liquida” nel mercato secondario, e non avere quella intrinseca “illiquidità” che costringe i collezionisti ad attendere tempi più lunghi prima di vendere un dipinto in tela e cornice. Ciò dipende dal fatto che nel mercato dell’Arte domina la sfera dei sentimenti e delle emozioni; per cui, se chi compra prova scarso entusiasmo per un’opera, non la comprerà nemmeno se è a buon mercato.

La de-correlazione tra il mercato dell’Arte e quello azionario, tuttavia, non è assoluta. Esiste, infatti, un collegamento tra aumento della ricchezza generata dalle plusvalenze azionarie e aumento degli scambi di opere d’arte, ma c’è uno sfasamento temporale tra le due grandezze: chi realizza grossi guadagni in borsa nelle fasi di mercato al rialzo, comincia a diversificare nell’Arte con un gap temporale di due anni, poiché prima fa di tutto per conseguire il massimo profitto nelle azioni. Al contrario, una congiuntura negativa dell’economia mondiale porterà una diminuzione degli scambi in Arte con un “ritardo” di pari durata. Ebbene, nonostante le borse internazionali abbiano cominciato il loro lungo trend al rialzo nel 2011 – grazie alle continue politiche monetarie espansive messe in atto dalle banche centrali fino al 2021 – gli investimenti alternativi (come quello in opere d’arte) hanno cominciato ad aumentare scambi e prezzi nel 2013. Il 2023, pertanto, è candidato ad essere l’anno in cui anche il mercato dell’Arte conoscerà la sua recessione.

L’aumento rapidissimo dei tassi di interesse, che a lungo sono stati talmente bassi da incoraggiare l’indebitamento per l’acquisto di beni di investimento alternativo, sta altrettanto velocemente riducendo la quantità di denaro in circolazione, e questo certamente  influisce sugli scambi di opere d’arte e, molto presto, sui prezzi. Questo ha creato una profonda spaccatura tra i nuovo modelli di business – quelli basati sulla tecnologia e sugli NFT – e i vecchi modelli, e cioè quelli che consentono ad un ristretto gruppo di miliardari e deca-milionari di decretare il successo di un’asta. Costoro, infatti, sono ancora in grado di spendere cifre importanti, ma il crollo dei mercati azionario e obbligazionario ne ha ridotto il numero e la predisposizione all’investimento alternativo. Sotto di loro, in basso, un’orda di venditori che non può far altro che aspettare tempi migliori, tra due o tre anni (se va bene).

Gli HNWI guidano gli incrementi di valore nel mercato dell’Arte

I maggiori incrementi di valore nel mercato dell’Arte si sono verificati nella fascia alta di prezzo, con la spesa dei collezionisti HNWI che ha contribuito a guidare la ripresa nel post-pandemia.

di Clare McAndrew*

Lo studio denominato “A Survey of Global Collecting in 2022 presenta i risultati della ricerca sulle attività e sui comportamenti di acquisto dei collezionisti con un patrimonio netto elevato (HNWIHigh Net Worth Individuals) nel 2022. Le informazioni presentate in questo studio sono basate principalmente sui dati del sondaggio raccolti e analizzati direttamente da Arts Economics (www.artseconomics.com) in collaborazione con UBS.

Il mercato dell’arte, insieme a molte altre industrie del lusso, ha vissuto anni turbolenti con una contrazione delle vendite nel 2020 a causa delle condizioni senza precedenti poste durante la pandemia di COVID-19. A questo è seguito un rimbalzo migliore del previsto nel 2021, con un’espansione delle vendite aggregate di quasi il 30%, recuperando i valori persi e superando i livelli pre-pandemici del 2019 per raggiungere i 65,1 miliardi di dollari.

In particolare, alcuni dei maggiori incrementi di valore si sono verificati nella fascia alta del mercato, con la spesa dei collezionisti HNWI (High Net Worth Individuals) che ha contribuito a guidare la ripresa del mercato. Nonostante le nuove varianti COVID-19 e le restrizioni in Cina, sia i collezionisti che il commercio d’arte hanno iniziato il 2022 con una prospettiva ottimistica, poiché le vendite e gli eventi hanno ripreso un ritmo più regolare nella maggior parte delle regioni. Tuttavia, la prima metà dell’anno si è rivelata più impegnativa del previsto, con un contesto di instabilità politica ed economica, il perdurare degli effetti della pandemia in alcune regioni, l’intensificarsi della guerra in Ucraina, l’accelerazione dei tassi di inflazione, i problemi di approvvigionamento, nonché l’indebolimento della spesa dei consumatori e la crisi del costo della vita. Pertanto, il commercio transfrontaliero internazionale di opere d’arte ha registrato una forte ripresa. Le importazioni globali di arte e antiquariato sono aumentate del 41% nel 2021 e le esportazioni sono aumentate del 38%, con incrementi a due cifre che continuano nella prima metà del 2022 rispetto allo stesso periodo del 2021.

Se la crescita continua allo stesso ritmo nella seconda metà del 2022, il commercio transfrontaliero potrebbe raggiungere livelli record nei principali mercati dell’arte. La raccolta annuale di Forbes sui miliardari più ricchi del mondo ha mostrato un forte aumento della ricchezza dei miliardari durante la pandemia, con alcuni settori come la tecnologia, l’e-commerce e la salute. Tuttavia, i dati pubblicati a marzo 2022 hanno mostrato una contrazione sia del numero di miliardari (in calo del 3% rispetto al 2021) sia della loro ricchezza collettiva (anch’essa in calo del 3%), con forti perdite in Russia a seguito dell’invasione dell’Ucraina (34 miliardari in meno) e Cina (87 miliardari in meno, a causa della regolamentazione del governo e del maggiore controllo delle società tecnologiche).

Ma anche con queste perdite, la ricchezza dei miliardari è più che raddoppiata in dieci anni ed è ancora cresciuta nel 2022, con i primi dieci miliardari che hanno aumentato la loro ricchezza complessiva del 13% da marzo 2021 a marzo 2022 .

Secondo il sondaggio, la spesa dei collezionisti HNWI nel 2022 ha mostrato una forte fiducia nel mercato e una significativa intenzione di acquisto. La maggior parte dei collezionisti HNWI intervistati (78%) è ottimista sulla performance del mercato dell’arte globale nei prossimi sei mesi, con un aumento del 4% rispetto a sondaggi simili alla fine del 2021 e una quota leggermente maggiore rispetto a quanto era ottimista sul mercato azionario. Il 55% prevede di acquistare opere d’arte nei prossimi 12 mesi e il 39% spera di vendere opere delle proprie collezioni. La pandemia sembra anche aver incoraggiato le donazioni filantropiche tra alcuni collezionisti, con il 45% che intende donare opere a un museo nei prossimi 12 mesi, rispetto al 29% nel 2020.

In tutti i mercati, la spesa media dei collezionisti HNWI nella prima metà del 2022 è stata superiore all’intero anno nel 2021 e alla media nel 2019 prima della pandemia. Le previsioni per il resto dell’anno indicano le intenzioni di spesa in aumento, il che potrebbe spingere la spesa mediana totale per il 2022 a più del doppio del livello del 2021. Anche gli acquisti nella fascia alta di prezzo sono aumentati. La quota di collezionisti HNWI che acquistano opere con un prezzo superiore a 1 milione di dollari è quasi raddoppiata (dal 12% nel 2021 al 23% nella prima metà del 2022), e risultano molto apprezzate le opere di arte digitale, che rappresenta il 17% della loro spesa totale, di cui il 10% legato a un NFT (Non Fungible Token).

Ci sono stati sottili cambiamenti nei comportamenti dei collezionisti HNWI per quanto riguarda gli eventi, con il numero di partecipanti che è rimasto costantemente inferiore rispetto al 2019 e un leggero spostamento verso eventi più locali. I collezionisti hanno partecipato a 41 eventi legati all’arte nel 2019, tra cui sei mostre in galleria e cinque fiere d’arte. Sono scesi a 37 nel 2022 (compresi quelli già frequentati e programmati per il resto dell’anno). L’impatto ambientale del collezionismo è una preoccupazione crescente, e i sondaggi hanno dimostrato una crescente consapevolezza dell’importanza delle opzioni sostenibili quando si tratta di acquistare opere d’arte e di gestire gli incassi. Infatti, i collezionisti HNWI sono disposti a pagare un premio per la sostenibilità, con una maggioranza (57%) disposta a pagare fino al 25% in più per opzioni che riducono l’impatto ambientale dei loro acquisti, rispetto al 45% nel 2019.

Nonostante la maggiore consapevolezza e le preoccupazioni sulla sostenibilità, la maggior parte dei collezionisti è disposta a viaggiare di più: il 77% ha affermato di aver pianificato di recarsi a più fiere, mostre o eventi all’estero il prossimo anno; L’11% ritiene che i propri piani di viaggio rimarranno gli stessi; e solo il 12% prevede di viaggiare di meno. Per coloro che avevano intenzione di viaggiare di meno, il motivo più importante per farlo erano i rischi rimanenti relativi al COVID-19 (83%), mentre il 63% pensava che fosse importante o molto importante viaggiare di meno per ridurre la propria impronta di carbonio.

* Fondatrice di Arts Economics

Arte, mercato sempre più frammentato. Gli ultra-ricchi tra “blue-chip” e il “compra e rivendi”

La fiammata delle quotazioni degli artisti emergenti incoraggia un tipo di mercato “compra e rivendi subito”, ma scoraggia chi acquista per ottenere un rendimento di lungo periodo che non è solo esclusivamente  finanziario.

Per il mercato dell’arte, l’accelerazione della rivoluzione digitale avvenuta nell’anno di inizio della pandemia ha segnato un punto di svolta importante, attribuendo inaspettati spazi di crescita commerciale. A fine 2019, infatti, ci si attendeva per l’anno successivo quotazioni in leggera discesa e scambi più rarefatti dopo una performance decennale da + 110%; invece, a parte il periodo Marzo-Giugno 2020, gli scambi si sono trasferiti verso le aste online – modalità già utilizzata da anni nelle maggiori case d’asta tradizionali, insieme a quella telefonica – e il mercato ha ripreso vigore grazie alle novità più “estreme” rappresentate anche dall’Arte Digitale e dagli NFT (Non Fungible Token).

La crisi di aspettative generata inizialmente dalla pandemia  sugli investimenti finanziari e immobiliari, poi, ha destinato un buon flusso di liquidità sull’Arte, così come su altri “beni rifugio” (dall’Oro ai gioielli agli orologi di pregio), e sia il 2021 che questo scorcio di 2022 stanno rivelando un aumento – sia in Italia che all’estero – delle compravendite di opere d’arte e di oggetti da collezione da parte dei privati. Questo è un tratto molto significativo della profonda trasformazione in corso da qualche anno, grazie alla quale il mondo dell’arte, prima riservato ai soli collezionisti, ha progressivamente attratto anche il privato, generando una platea sempre maggiore di soggetti che comprano opere d’arte a scopo di investimento. Infatti, il timore che la sistemazione dei conti pubblici disastrati nei due  anni di pandemia debbano avere uno sbocco naturale in una imposta patrimoniale sta spingendo sempre più risparmiatori a destinare parte dei propri risparmi su beni che possano accrescere il proprio valore nel tempo e, soprattutto, possano essere facilmente sottratti all’imposizione fiscale (così come ai creditori).

All’estero, tuttavia, questo mercato esprime valori molto più consistenti. Basta guardare i risultati delle aste tenutesi a maggio a New York da Christie’s Sotheby’s. Per esempio, le opere del XX e XXI secolo della collezione Macklowe sono state battute complessivamente per 922 milioni di dollari, rendendo questa asta – secondo Sotheby’s  – la più preziosa mai venduta in un singolo appuntamento. Oppure, Christie’s ha battuto per 195 milioni di dollari il dipinto “Shot Sage Blue Marilyn” (1964) di Andy Warhol, il prezzo d’asta più alto mai raggiunto per un’opera del XX secolo. Ciò significa che il ruolo di leader di mercato delle case d’asta, aumentato, dalla tecnologia livestream, ha monopolizzato di fatto il mercato dell’Arte, tanto che il numero di visualizzazioni nelle settimane di asta supera abbondantemente i cinque milioni di utenti.

Tuttavia, se gli scambi di opere d’arte di fascia alta sono in piena espansione, i numeri nascondono una progressiva frammentazione del mercato in tre principali segmenti ben distinti tra loro. Il primo è quello delle aste di opere “Blue-chip”, composto da opere di grandi dimensioni di artisti – contemporanei e classici – che hanno fatto la storia dell’Arte nel mondo, dove gli scambi si svolgono con contratti di garanzia (con sconto sul prezzo pre-asta). Il secondo è il segmento che potremmo denominare “aste con paletta”, dove gli scambi vengono effettuati, appunto, alzando la paletta, e dove gli offerenti registrati pagano un extra. Il terzo è rappresentato dall’arte digitale e dei c.d. NFT, che dalle vendite per 82,1 milioni di euro nel 2020, nel 2021 ha raggiunto la cifra record di 17,6 miliardi di euro, con le case d’asta sempre più a caccia di artisti digitali e pronte ad organizzare aste interamente dedicate agli NFT.

Relativamente alle opere “blue-chip”, una recente sentenza di un tribunale federale di New York ha stabilito che le case d’asta non sono più tenute a dichiarare gli accordi di garanzia tra grandi collezionisti, e questo rende la situazione più opaca, scoraggiando gli acquirenti inesperti –  quelli “con la paletta” – dall’avvicinarsi alle opere classiche di grandi dimensioni, il cui segmento, nonostante il numero di ultra-ricchi sia aumentato sensibilmente, adesso soffre di un certo calo di domanda. Infatti, secondo Forbes il numero mondiale di individui che possono spendere 200 milioni di dollari per un’opera d’arte è aumentato da 1.209 nel 2011 a 2.755 nel 2021, con una ricchezza complessiva quasi triplicata da 4.500 a 13.100 miliardi di dollari. Eppure, nello stesso periodo le vendite complessive all’asta di opere d’arte di valore elevato sono diminuite da 32,4 miliardi di dollari a 26,3 miliardi, poiché i rendimenti di questi investimenti non sono più a due cifre come una volta, e oggi non superano il 5%, a cui vanno sottratti i costi. Per i miliardari, il paragone con gli investimenti azionari – le azioni dell’S&P 500 hanno avuto un rendimento medio annuo di circa il 14,7% nell’ultimo decennio – diventa impietoso, al netto dell’elemento emozionale e di status che solo un’opera d’arte può dare a chi la possiede.

Un discorso a parte merita l’arte c.d. emergente, verso la quale gli ultra-ricchi più giovani rivolgono sempre di più le proprie attenzioni, spesso con spregio del pericolo di comprare “l’arte sbagliata”. In questo settore, le quotazioni hanno raggiunto un “livello-bolla” di cui temere per il futuro. I 907.200 dollari battuti da Sotheby’s per un’opera astratta del 2019 dell’artista americana Lucy Bull, per esempio, sono pari a più di dieci volte la sua stima pre-asta. Questa fiammata delle quotazioni degli artisti emergenti allontana i collezionisti più avveduti, poichè incoraggia un tipo di mercato “compra e rivendi subito” che, in teoria, crea l’opportunità di realizzare grossi guadagni nel brevissimo periodo, ma scoraggia i collezionisti tradizionali, che acquistano per ottenere un rendimento di lungo periodo che non è solo esclusivamente  finanziario.

Investimenti alternativi. Il mercato delle opere d’arte, tra mecenatismo e ricerca del profitto

Risulta difficile parlare di mercato dell’Arte senza comprenderne il funzionamento. I meccanismi di quotazione di una opera d’arte sono il risultato di una serie di attività collaterali più importanti delle stesse fasi di produzione, immissione nel mercato e distribuzione.

Nel mercato dell’Arte esiste un fiorente Mercato Primario, nel quale operano galleristi e collezionisti di opere nuove e mai vendute, ed un Mercato Secondario, composto da gallerie nazionali ed internazionali, case d’asta, nel quale le opere vengono rivendute per la prima volta permettendo ai galleristi del Mercato Primario di realizzare un profitto.

Sono diverse le analogie tra il mercato dell’Arte e quello di altri settori dei c.d. investimenti alternativi (auto d’epoca, orologi di pregio, rare wisky, etc), in quanto il modus operandi dei collezionisti si svolge quasi sempre in due fasi: quella dell’accumulo e quella della vendita (o dello scambio). Nessuno di questi collezionisti, infatti, si priverà mai di tutti gli esemplari, e finirà per venderli solo se troverà il “pezzo rarissimo” dei propri sogni. Ma anche in quest’ultimo caso, privarsi di tutti i pezzi di valore per ottenerne uno solo di grandissimo pregio non rientra nel DNA del collezionista, il quale non riesce a staccarsi mai del tutto dalla fase di accumulo e dal sogno di possedere un “contenitore” con molti esemplari da ammirare, per esempio, nella propria pinacoteca personale o nel garage di auto d’epoca super-attrezzato.

Relativamente alle opere d’arte, in particolare, l’orizzonte temporale è più lungo della maggior parte degli investimenti alternativi, ed il rendimento medio è stato elevato nel tempo, attraversando due serie storiche ben distinte. La prima, lunghissima (dal 1900 al 1980 circa) ha garantito agli investitori – un segmento di elìte, in un mercato per pochi – un rendimento medio annuo del  17%. Nella seconda (dal 1980 ad oggi), caratterizzata dalla espansione del numero di collezionisti conseguente all’allargamento della fascia di “nuovi ricchi”, il rendimento è stato anche superiore.

Risulta difficile parlare di “mercato dell’Arte” senza comprenderne il funzionamento. I meccanismi di quotazione di una opera d’arte sono il risultato di una serie di attività collaterali più importanti delle stesse fasi di produzione, immissione nel mercato e distribuzione. Infatti, un lavoro artistico necessita di una intensa attività di propaganda, pubbliche relazioni e mecenatismo che, fatte salve le differenze nel tempo nel numero e nelle tipologie di collezionisti, non è mai cambiata fin dal Rinascimento. Molto semplicemente, le funzioni svolte bei secoli scorsi dai nobili e dai regnanti – il c.d. “endorsement” – che patrocinavano gli artisti emergenti, oggi vengono svolte dai grandi galleristi e dai fondi specializzati che operano nel Mercato Primario, all’interno del quale le opere dei giovani artisti più promettenti vengono messe in vendita per la prima volta e ricevono la loro quotazione iniziale.

Il Mercato Primario non ha solo la funzione di fissare il primo prezzo. Infatti, il rapporto molto stretto con gli artisti, di cui godono i galleristi, permette di far crescere artisticamente gli autori, e di indirizzare l’offerta primaria di opere da immettere nel Mercato Secondario attraverso una attenta selezione, dopo la quale i lavori vengono esposti in galleria per poter iniziare la promozione vera e propria. Chi opera nel Mercato Primario, pertanto, effettua un investimento importante sui nuovi talenti. Il gallerista, infatti, oltre a pagare direttamente l’artista si occupa di promuoverlo con una impegnativa – anche economicamente – attività di marketing e di comunicazione al fine di arrivare al “cuore” del mercato, e cioè ai critici, ai curatori di collezioni private o di musei, alle gallerie, ai collezionisti ed al pubblico.

In sintesi, spetta al gallerista decidere quali artisti verranno esposti e quali no, e ciò determina una relazione molto stretta tra lui e l’artista, come una sorta di “società artistica” – qualcuno la chiama “joint-venture artistica” – nella quale vige una forte collaborazione.

Sebbene il sogno di ogni artista sia quello di ricevere le attenzioni dei galleristi che operano a livello internazionale, è molto più frequente che il primo mecenate sia un gallerista che opera a livello locale o, al più nazionale. Esiste, infatti, una segmentazione delle gallerie alla quale corrisponde una scala di importanza e, naturalmente, di prezzo medio. I galleristi che si occupano di artisti emergenti, per esempio, si rivolgono ad una clientela con disponibilità economiche limitate o meno incline a spendere grandi cifre per via del futuro incerto dell’artista.

Le dimensioni delle gallerie, inoltre, rappresentano i gradi di crescita del valore economico dell’artista e gli stadi della sua affermazione all’interno del mercato dell’Arte: quando egli approderà ad una galleria internazionale, la sua fama sarà ormai consolidata, ed il valore delle proprie opere salirà fino a stabilizzarsi nella fascia alta di mercato.

In questo particolare momento storico, nel quale il mercato dell’Arte ha mostrato di essere vivo nonostante gli effetti della pandemia, il Mercato Primario è caratterizzato da un eccesso di offerta “in magazzino” determinata dalla necessità dei grandi galleristi di rinviare il lancio degli artisti – emergenti e non – ad un momento più propizio. Il canale online, infatti, se da un lato consente di tenere vivo il circuito di scambi e di aste su opere già esistenti e su artisti già affermati sul Mercato Secondario, richiede una profonda riorganizzazione del Mercato Primario che è ancora in corso. Inoltre, se durante la prima serie storica del mercato (1900-1980) la crescita degli artisti avveniva più lentamente – partiva dalla valorizzazione culturale delle opere e solo in un secondo momento arrivava a quella economica – negli ultimi quaranta anni, e soprattutto negli ultimi venti, il meccanismo di valorizzazione ha subito una drastica accelerazione, con artisti che bruciano le tappe e fanno carriere fulminanti per poi cadere, insieme alle proprie quotazioni, in un tempo altrettanto rapido.

Questo succede perché “l’elemento mercato” oggi predomina su quello artistico e lo condiziona pesantemente, all’interno di un sistema che richiede continuamente nuovi artisti su cui puntare. Pertanto, oggi è più difficile individuare gli artisti più validi, il cui successo non sia semplicemente transitorio e consenta a chi acquista nel Mercato Secondario – in particolare nella case d’asta – un investimento profittevole nel lungo periodo.

Arte e Finanza, i gestori di fondi alla ricerca del valore. Come la logica di prodotto vanifica la ricerca di capolavori

Per trovare valore nell’Arte,  è fondamentale individuare solo gli artisti emergenti il cui grado di ricerca può confermare le aspettative future degli appassionati e del mercato. La Finanza sia al servizio dell’Arte (e non il contrario).

ll mercato dell’arte sembra ormai sempre più proiettato verso una evidente integrazione con i mercati finanziari e con i suoi maggiori players, interessati alle potenzialità delle opere d’arte ed ai loro margini di guadagno nel tempo. Secondo l’ultimo report di Deloitte, infatti, il valore totale degli asset in arte posseduti dai miliardari è di 1.712 miliardi di dollari, pari al 6% del totale dello stock di ricchezza. Eppure, l’adattabilità ai sistemi di finanza tradizionale di questo particolare settore – che più di tutti incarna il c.d. passion investment – non è affatto scontata, e sembra legata a doppio filo agli elementi “emozionali” che l’Arte, a differenze di azioni e obbligazioni, suscita nei suoi appassionati.

Fino ad un ventennio fa, l’acquisto di opere d’arte era una faccenda quasi esclusivamente privata, dovuta a motivazioni di natura estetica e, soprattutto, di status. Il valore economico-finanziario di un’opera aveva una importanza del tutto marginale. Successivamente, cominciarono a diffondersi alcune pubblicazioni che decantavano le sue qualità anti-cicliche, identificando il mercato dell’Arte come un contenitore ideale di scambi di beni rifugio, capaci di difendere il valore del patrimonio nei momenti di recessione (al pari dell’oro e dei diamanti).

Da lì in poi, quindi, un aumento vertiginoso degli acquisti e dei prezzi. Nel 2008, poi, il crollo del mercato finanziario ha generato una spinta notevole verso gli asset alternativi, portando alla ribalta anche gli scambi in altre categorie di passion investment (come le auto d’epoca ed i vini pregiati).

Ma i cambiamenti più profondi sono avvenuti nel meccanismo di attribuzione del valore. Prima del 2000, infatti, la consacrazione commerciale di un artista avveniva esclusivamente grazie al supporto indispensabile dello storico dell’arte o del critico prestigioso, e solo successivamente gli operatori commerciali e i collezionisti, insieme, ne permettevano gli scambi sul mercato; oggi, invece, è quasi sempre il mercato a influenzare le valutazioni dello storico dell’arte, nel senso che l’artista contemporaneo viene prima consacrato dagli operatori commerciali (che lo lanciano ad un certo livello di prezzo), e solo dopo , una volta “comprato”, egli riceve le attenzioni ed il riconoscimento artistico da parte dei musei o della gallerie più prestigiose.

Di conseguenza, artisti come Jeff Koons o Maurizio Cattelan sono nati letteralmente nelle fiere-mercato mondiali, e successivamente hanno avuto ingresso nei musei. Ma non è tutto. I gestori dei fondi specializzati in Arte stanno già strutturando i propri portafogli associando ai nomi dei “big” (Picasso, Monet etc) quelli di giovani artisti che, secondo i maggiori esperti, presentano margini di rendimento elevati. Una volta acquisite queste opere, i fondi avviano una gestione dei prestiti (lending) ai musei di tutto il mondo, condizionando il trasferimento dei capolavori all’esposizione delle opere delle giovani leve facenti parte del portafoglio, facendo in modo che il passaggio presso un museo di prestigio (o più musei nel corso dell’anno) determini una lievitazione del prezzo dell’artista.

Sembra un meccanismo facile, ma l’apparenza inganna; è fondamentale, infatti, individuare e proporre solo artisti emergenti il cui grado di ricerca artistica presenta caratteristiche tali da confermare le aspettative degli appassionati e rappresentare i futuri capolavori (per niente facile!).

LEGGI ANCHE: Mondo dell’Arte al bivio: tecnologia e finanza “assediano” il mercato dei collezionisti

Con le dovute differenze, il meccanismo di formazione delle quotazioni descritto in precedenza per le opere d’arte somiglia moltissimo a quello che viene attuato nei mercati finanziari, allorquando un titolo azionario o obbligazionario viene immesso in un paniere/indice per la prima volta. Da quel momento, infatti, scatta un aumento della quotazione per via del fatto che sui titoli di quel paniere – che rappresenta un c.d. benchmark per il risparmio gestito – confluisce molta più liquidità in acquisto che su quelli che stanno al di fuori. Al contrario, quando un titolo esce fuori dal paniere-indice, perderà valore perché sarà scambiato (e apprezzato) di meno. Idem per le opere di un artista, se per loro sfortuna dovessero uscire dai “panieri” dei galleristi più autorevoli e dal giro dei musei.

Coloro che operano in finanza, oggi, sono abituati a trattare titoli di qualsivoglia tipologia e rischio, espressi sotto forma di un nome all’interno di una piattaforma telematica. Si tratta della c.d. “dematerializzazione”, che annulla del tutto l’elemento emozionale dettato dal possesso “immateriale” di una tale azione (es. Microsoft). Ebbene, se agli stessi operatori viene fornito il certificato rappresentativo di una singola azione, essi la possono “toccare con mano”, e provare la tipica emozione dettata dal possesso “fisico” del bene e dalla sua storia (non a caso le pareti degli uffici di molti consulenti finanziari sono tappezzate da antichi certificati di vecchie azioni, abbelliti da graziose cornici).

In ogni caso,  vendere e comprare in asta continua ad essere il mezzo più sicuro per investire. il “vecchio” meccanismo dell’asta, infatti, assicura che la formazione del prezzo di vendita sia l’autentico incrocio tra domanda e offerta, ed in più certifica la “storia” di un’opera (particolare fondamentale per i veri appassionati) e consente ai gestori di alimentare il portafoglio dei propri fondi. Arte e finanza, quindi, rappresentano due mondi  adesso ben integrati, ma è importante che la finanza sia a servizio dell’Arte, e non il contrario. In quest’ultimo caso, la seconda verrebbe relegata al rango inferiore di “prodotto vendibile”, determinando una selezione delle opere, da parte dei gestori dei fondi specializzati, basata essenzialmente sulla loro vendibilità e capacità di scambio sul mercato, e non sulle loro qualità artistiche immortali.

In questo consiste la logica finanziaria, che il mondo dei veri appassionati respinge con malcelato sdegno. Infatti, l’investimento in “arte vendibile” finirebbe con l’omologare sia la nuova produzione artistica sia il gusto del pubblico, togliendo spazio alle caratteristiche tipiche di ogni potenziale capolavoro: genio, racconto, capacità creativa, ma anche tracce delle circostanze storiche, culturali, sociali ed economiche dell’epoca in cui l’opera è stata concepita.

LEGGI ANCHE: Come si assegna il valore commerciale ad un’opera d’arte? Ecco i 9 criteri più diffusi per determinarlo

Mondo dell’Arte al bivio: tecnologia e finanza “assediano” il mercato dei collezionisti

Con il supporto dell’information technology, la finanza preme per una maggiore regolamentazione del mercato dell’Arte, ma diversi ostacoli si frappongono alla sua “finanziarizzazione” 

La dodicesima edizione della “Art & Finance Conference”, organizzata da Deloitte e svoltasi lo scorso 14 ottobre nel Principato di Monaco, ha visto come protagonista assoluto il sesto Rapporto su arte e finanza redatto dalla stessa Deloitte con la collaborazione di ArtTactic, nota società di studi sul mercato dell’arte che utilizza le tecniche dell’analisi finanziaria per prestare consulenza in questo particolare settore.

Dal Rapporto emerge come quello dell’Arte sia sempre più un mercato dominato dai c.d. super-ricchi e da pochi autorevoli intermediari che lavorano con grande riservatezza e, conseguentemente, con scarsa trasparenza, in totale assenza di regole.

Questo contesto, però, è proprio l’architrave su cui si regge l’attuale modo di regolare gli scambi, e i “listini segreti” dei maggiori galleristi di ogni parte del mondo continuano a ad essere quello che, in ambito finanziario, è il mercato secondario.

Recentemente, l’agenzia Knight Frank (che cura l’aggiornamento dell’omonimo indice Knight Frank’s Luxury) ha stimato il valore totale degli asset in arte posseduti dai super-ricchi in 1.712 miliardi di dollari, pari al 6% del totale dello stock di ricchezza. Questo dato conferma come il mercato dell’arte dovrebbe crescere di pari passo con la concentrazione di ricchezza a favore dei miliardari del pianeta, riservando soltanto a loro la regolamentazione degli scambi su opere dal costo spesso inarrivabile anche per un facoltoso professionista. A questa visione ”conservatrice” si oppone il mondo della finanza, che alimenta le proprie aspettative di guadagno grazie alla convinzione che il mercato dell’arte, una volta sottratto dal monopolio dei super-ricchi, si riveli sottosviluppato in relazione alle sue potenzialità, e che la causa di questo sia da ricercare nel “mistero” che lo avvolge e nella scarsa trasparenza derivante dalla mancanza di regolamentazione.

Onestamente, è davvero difficile non intravedere una forzatura, strumentale agli interessi di chi progetta nuovi veicoli e strumenti finanziari, in questo tentativo di massificare il valore economico di un’opera d’arte.

Infatti, la circostanza che la singola opera di un artista non venga prodotta in serie (parliamo delle opere in senso stretto, eliminando le riproduzioni limitate come litografie ed altro, che non sono “Arte”) è un ostacolo grandissimo per le necessità di standardizzazione tipiche dei prodotti finanziari, creando al massimo le condizioni per un moderato sviluppo del mercato dei prestiti con arte come collaterale (il c.d. Art Lending). Per risolvere il problema, il rapporto Deloitte-ArtTactic  individua due possibili soluzioni; la prima è rappresentata dallo sviluppo di tecnologie, e la seconda dall’estensione al mercato dell’arte delle regole cui devono sottostare gli operatori finanziari. Relativamente al secondo aspetto, il mondo della finanza ripone grande fiducia nelle due direttive anti-riciclaggio imposte dall’UE ed estese, a partire dal 2020 e 2022, anche all’arte, sulla scorta del principio che una trasparenza obbligatoria possa permettere l’individuazione di operazioni di riciclaggio effettuate anche dalla criminalità organizzata. In realtà, la spinta più forte di questo aggiornamento normativo  è quella di ridurre lo svantaggio informativo attuale degli operatori finanziari, desiderosi di massificare il prodotto-arte, nei confronti degli operatori tradizionali (mercanti, galleristi e grandi collezionisti).

Maggiore interesse viene riposto da Deloitte nello sviluppo dell’Information Technology legata al mondo dell’arte, nella convinzione che l’iniezione di dosi massicce di tecnologia permetta finalmente di annullare le barriere all’ingresso che favoriscono oggi i tradizionali canali di business.

Sfortunatamente, la convinzione che la tecnologia porterà ad un mercato più regolamentato e trasparente si scontra con risultati opposti. Il mercato online, per esempio, è addirittura meno trasparente e verificabile di quello delle aste tradizionali.

Dal punto di vista prettamente finanziario, inoltre, i fondi d’investimento in arte possono considerarsi un esperimento fallimentare in termini di sviluppo e di raccolta, per cui la sensazione che si stia cercando di forzare un mercato fisiologicamente dedicato ai detentori di buoni (o grandi) mezzi finanziari rimane viva.

Nel frattempo, però, le mani della finanza si stanno comunque allungando sull’arte, che presto cambierà il proprio status tecnico: da mercato auto-regolato a mercato disciplinato da un regolatore esterno.

Non sappiamo cosa succederà in termini di scambi e di valore, ma è certo che anche i super-ricchi, detentori di grandi patrimoni artistici, dovranno rivedere già adesso parecchi aspetti legati alla gestione di ciò che possiedono.

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Art Lending e cartolarizzazione delle opere: un ponte tra Arte e Finanza per dare trasparenza al mercato

In un mercato regolamentato, il processo di formazione del prezzo di un’opera d’arte diventa più trasparente e aumenta la fiducia nei nuovi investitori. Eppure, in Europa qualcosa (o qualcuno) impedisce ancora oggi l’affermazione di regole chiare per tutti.

Negli ultimi tempi, il dibattito tra “puristi” dell’Arte e professionisti della finanza, relativamente all’approccio che gli investitori dovrebbero assumere in questo particolare settore, si è acceso notevolmente, e ciò è avvenuto in parallelo alla sempre maggiore presenza che le opere artistiche stanno avendo nei portafogli degli investitori professionali. Questi ultimi, in particolare, si avvicinano al mondo dell’arte qualificandola sempre più come una classe di attivi a sé stante, utile a diversificare il patrimonio o a costituire una riserva di valore non correlata ad altri strumenti finanziari come azioni e obbligazioni; i puristi, invece, rifuggono da queste logiche prettamente finanziarie, sostenendo che investire nell’Arte è un fatto essenzialmente emozionale, e che il valore di un’opera risente soprattutto di questo elemento immateriale, che attribuisce profondo fascino all’investimento ed un certo status all’investitore.

Un compromesso tra le due posizioni, certamente, sarebbe il benvenuto, anche perchè  il secondo approccio (quello purista) è causa, da un lato, del dominio incontrastato dei c.d. mercanti, che sono in grado di condizionare l’intero mercato, e, dall’altro, della diffusione di pratiche scorrette (fino alle numerose falsificazioni) di cui molti neofiti sono vittime ogni anno per via della quasi totale assenza di trasparenza.

Di certo, però, chi ha investito il proprio denaro in maniera alternativa (opere d’arte, auto d’epoca e orologi vintage, per esempio), negli ultimi anni ha beneficiato di un trend di mercato molto favorevole. Di conseguenza, sono emersi nuovi attori e prodotti di finanziamento o investimento in grado di soddisfare le diverse esigenze dei clienti anche in questo segmento, creando un vero e proprio ponte tra Arte e Finanza grazie alla diffusione dei contratti di Art Lending e delle cartolarizzazioni di opere d’arte.

L’Art lending offre al possessore di un’opera un finanziamento a tasso fisso garantito da beni artistici. Si tratta di un prodotto piuttosto diffuso negli Stati Uniti ma poco conosciuto in Europa, dove ha ancora un notevole potenziale di espansione. Il suo funzionamento è molto semplice: il proprietario richiede un prestito sulla base del valore dell’opera, che dà in pegno come collateral. In caso di insolvenza del debitore, il finanziatore può entrare in possesso del collateral e rivenderlo per recuperare l’importo del prestito.

Questo prodotto, oltre a non non comportare i tipici costi di transazione o le imposte sulle plusvalenze che si verificano in occasione di una vendita, ha il pregio di permettere al collezionista di continuare a possedere l’opera pur realizzando la liquidità necessaria per ulteriori investimenti. Inoltre, questa operazione protegge il proprietario dalla fisiologica perdita della riservatezza che la vendita attraverso una casa d’asta potrebbe causargli, insieme ad un corollario di domande sulle sue condizioni finanziarie o su nuovi e imminenti acquisti.

Poiché questo tipo di finanziamenti si regge esclusivamente sull’opera d’arte, è di fondamentale importanza, per il soggetto finanziatore, risolvere tutte le questioni inerenti la sua proprietà, la sua liquidità e gli eventuali rischi di falsificazione, attraverso un’accurata due diligence da attuare prima dell’acquisto. Naturalmente, tale processo di verifica viene effettuato con accuratezza dalle case d’asta o da esperti indipendenti, che a fronte di una parcella “impegnativa” sono in grado però di fugare ogni dubbio.

L’Art Lending può essere strutturato con finanziamenti a scadenza a breve o lunga, con un rapporto prestito/valore basso o elevato, con un rimborso rateizzato o in un’unica soluzione e, infine, pro soluto o pro solvendo. Data la carente regolamentazione, i tassi di interesse offerti possono oscillare dal 2,5-3% all’anno per i finanziamenti pro solvendo fino a percentuali a due cifre per i finanziamenti erogati pro-soluto da agenzie di intermediazione.

Esiste il caso in cui gli istituti mettono i titoli garantiti da beni artistici sul mercato, permettendo a privati, family office o altri gestori patrimoniali di investire indirettamente in opere d’arte con rendimenti proficui. In questo caso, i finanziamenti, a loro volta direttamente garantiti da collezioni, prendono il nome di cartolarizzazioni, realizzate attraverso strumenti separati a basso rischio di fallimento.

Bisogna fare attenzione, però: così come accadde per le cartolarizzazioni di mutui c.d. subprime (da cui è scaturita la grande crisi del 2008), chi acquista uno di questi titoli deve fare molta attenzione a conoscere in anticipo quali opere d’arte sono comprese tra i collateral del titolo, il quale sarà regolarmente provvisto di codice ISIN internazionale e sarà scambiato in modo tale da permettere agli investitori di sottoscriverlo facilmente sul mercato, attratti come sono dal fatto che il rapporto rischio/rendimento di questi strumenti è direttamente collegato alle collezioni d’arte a cui sono esposti.

Nei paesi orientali maggiormente industrializzati, il processo di avvicinamento tra mercato dell’arte e mercato finanziario è già una realtà avanzata. Infatti, tra il 2009 ed il 2011 sono nate in Cina delle borse valori specializzate nella compravendita di certificati rappresentativi di opere d’arte. In questo modo, ogni collezionista/investitore ha potuto acquistare e vendere in borsa uno o più certificati, che corrispondono a un “pezzettino” delle opere presenti sul listino; così, anche i collezionisti che non possono permettersi di investire somme ingenti possono diventare comproprietari di opere d’arte e beneficiare dell’eventuale incremento di valore dei certificati quotati in borsa. Tale mercato, però, non è ancora perfettamente regolamentato, e ciò si riflette sul grado di trasparenza delle operazioni e sui valori di borsa delle opere quotate. Ma il Consiglio di Stato Cinese e la Banca Popolare Cinese, di recente, hanno avviato un processo di regolamentazione, che sta già dando i suoi primi frutti, con l’intento di salvaguardare gli interessi degli investitori.

Alcune di queste borse valori, peraltro, sono partecipate da governi e dalle banche locali, e hanno rapidamente assunto la caratteristica di veri e propri centri culturali, come lo Shanghai Culture Assets and Equity Exchange, che organizza mostre, eventi, aste e gestisce un artwork design studio.

Recentemente, in Europa, un tentativo di creare borse valori specializzate in Arte è stato fatto in Francia, (Paris Art Exchange) ed in Lussemburgo, ma dopo una breve operatività entrambe le attività sembrano essersi fermate. Non si conoscono le cause di questo stop (anche se possiamo immaginarlo, visto il cammino accidentato che fino a quel momento le due iniziative avevano sofferto), ma di certo si è persa l’occasione di rendere più trasparente il processo di formazione del prezzo e di aumentare la fiducia degli investitori, estendendone il numero anche a coloro i quali non sono dotati di notevoli mezzi finanziari.

Inoltre, in un mercato regolamentato i costi di transazione e custodia sarebbero decisamente inferiori, così come le spese di assicurazione, e tutto ciò contribuirebbe a rendere il mercato dell’arte più liquido e accessibile.

E’ evidente che, in Europa, gli interessi di pochi attori del mercato impediscono questo ineluttabile processo di regolamentazione.

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Il mercato dell’Arte, conosciamolo da vicino. I vari passaggi dal “produttore” al “consumatore”

Un mercato in rapida ascesa ma ancora privo di regole fisse. Eppure, le sue caratteristiche non sono molto diverse da quelle presenti nei mercati regolamentati.

Come qualunque mercato di beni di consumo (da quello alimentare a quello automobilistico), anche il mercato dell’Arte funziona attraverso diversi “passaggi” nella catena distributiva, attraverso i quali le opere arrivano al “consumatore” finale, che coincide con un collezionista o con un museo.

A monte di tutto, abbiamo due segmenti fondamentali: il Mercato Primario e quello Secondario.

Nel Mercato Primario, le opere nuove vengono proposte per la prima volta ai collezionisti di qualunque tipologia (privati e pubblici) e ai mercanti d’arte, i quali acquistano i lavori direttamente da un artista o dalle gallerie dove egli espone in esclusiva. Nel Mercato Secondario, invece, le opere vengono rivendute, scontando così il primo “passaggio” nella formazione dei prezzi, ed entrano nel possesso delle case d’asta o delle maggiori gallerie specializzate, le quali insieme costituiscono una sorta di “borsa valori” degli artisti contemporanei e non.

Nel Mercato Secondario, inoltre, i prezzi sono più trasparenti, mentre in quello Primario (definito “opaco”) non è facile determinare il costo di un’opera in vendita, perchè i prezzi tengono conto dei fattori interni alle opere  (es. l’autore, il soggetto, le dimensioni, la tecnica, il formato, il “periodo artistico”, lo stato di conservazione) e dei fattori esterni (pubblicazioni, mostre, provenienza, moda del momento, mercato di riferimento, reputazione dell’artista).

La reputazione, in particolare, sembra essere il principale fattore che guida le aspettative dei collezionisti e il loro gusto personale. Infatti, il legame emotivo che si stabilisce con l’opera determina principalmente il suo valore, mentre i fattori relativi al mercato o ai risultati d’asta sono criteri di valutazione meno importanti ma costituiscono comunque dei passaggi obbligati nella formazione del prezzo.

La valutazione di un’opera, però, varia molto a seconda che si prendano in considerazione i soli collezionisti, i galleristi e i mercanti o le case d’asta.

Per i collezionisti i criteri fondamentali sono l’originalità e la capacità di un’opera di creare un legame emotivo, per i galleristi e i mercanti la reputazione e la vita dell’artista è il criterio fondamentale, seguito dall’originalità del lavoro e dal suo posizionamento di mercato. Per le case d’asta, infine, contano solo i risultati d’asta e il valore di mercato di un artista.

Secondo una recente ricerca elaborata su un campione significativo di collezionisti, i fattori che determinano la scelta di comprare o meno un’opera d’arte sono, in percentuale decrescente:

– Qualità del lavoro (57%)

– Prezzo (25%)

– Reputazione (18%)

Inoltre, anche la galleria di riferimento e la sua storia risultano essere fattori importanti per determinare una decisione d’acquisto.

Quanto detto finora ci fa capire come il prezzo di un’opera non coincida con il “valore” che ognuno le attribuisce. Ma è davvero così difficile determinare una regola, uguale per tutti, utile a determinare un prezzo trasparente?

Per quanto riguarda, ad esempio, il classico “olio su tela”, gli esperti la identificano in una equazione molto semplice:

PREZZO = [(base + altezza) * X] *10 

Dove per X si intende un coefficiente variabile, ossia un numero attribuito all’artista e deciso all’interno del Mercato Primario e/o secondo gli accordi con il proprio gallerista.

Per determinare questo coefficiente ci si basa sul curriculum dell’artista (partecipazione a mostre collettive o personali, eventuali premi vinti, pubblicazioni o acquisizioni da parte di musei etc)

A ben vedere, se la formula di cui sopra venisse accettata universalmente, il mercato potrebbe essere regolato in modo più trasparente sulla base della tipologia di opera (olio su tela, pittura su carta, scultura, opera multipla, fotografia etc) e dell’unica vera variabile, quella del coefficiente di valutazione personale dell’artista. Infatti, questo parametro (come tutti i titoli di borsa), è suscettibile di variazione nel tempo: un giovane artista presente nella sua prima galleria partirà da un coefficiente pari a 1 nel calcolo del prezzo al pubblico, ma il gallerista lo acquisterà ad un prezzo inferiore a quello determinato dalla formula, per poter coprire i costi di promozione e di esposizione, e per realizzare un utile significativo.

Il coefficiente comincerà a salire di valore solo quando i prezzi di quell’artista troveranno conferme in altre gallerie del Mercato Secondario, dove gli acquisti effettuati da altri collezionisti determineranno una maggior richiesta per  mostre o fiere e, in definitiva, la costruzione del curriculum dell’artista.

Col passare del tempo, l’interesse per il suo lavoro crescerà insieme al progredire del suo curriculum, e con essi il coefficiente valutativo.

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Mercato dell’Arte e Passion Investment in continua esplosione, ma non tutto splende dietro le performance. Occhio alle bolle

L’Arte è un mercato in continua espansione, ma gli incrementi del suo giro d’affari nascondono alcune insidie strutturali che presto potrebbero presentare il conto agli investitori

Articolo di Alessio Cardinale

Mentre in Europa ed in Italia ci si arrovella sulle stringenti normative in materia di strumenti e servizi finanziari, esiste (e resiste) un mercato che, pur avendo lunga storia e tradizione, rimane al di fuori di qualunque seria regolamentazione.

Parliamo del mercato dell’Arte, i cui scambi rientrano a pieno titolo in quello che viene definito ancora oggi Passion Investment (settore che comprende opere d’arte, gioielli e pietre preziose, auto e moto d’epoca, grandi imbarcazioni).

La denominazione passion investment, però, sembra non essere più quella più appropriata. Fino a qualche anno fa, infatti, si definiva come tale qualunque investimento, accessorio ai più classici titoli finanziari, effettuato dai grandi detentori di patrimonio in quei beni capaci di conferire un certo status, prestigio, potere e anche persuasione verso i propri interlocutori; oggi questi beni pare abbiano perso la propria caratteristica di strumenti accessori, conquistando, per via delle specifiche peculiarità (in primis, quella di poterli celare a chiunque, fisco compreso, “ripulendo” ricavi non dichiarati), una fetta di mercato ogni anno più grande.

Secondo i dati comunicati da UBS, nel 2018 il giro d’affari globale del mercato dell’arte è stato di 67,4 miliardi di dollari, contro i 63,7 miliardi dell’anno prima, con un incremento del 5,8%.

Gli Stati Uniti continuano ad essere il mercato più grande (44% dei volumi globali), con una grande crescita anche nelle aste pubbliche, mentre il Regno Unito (21%), malgrado la Brexit, ha riconquistato il secondo posto, superando nuovamente la Cina (19%).

Il canale maggiore è quello dei dealer e delle gallerie, che nel 2018 hanno raggiunto un valore stimato di 35,9 miliardi (+7%).

Le vendite all’asta, invece, hanno raggiunto 29,1 miliardi nel 2018, con un aumento del 3% su base annua. In testa sempre gli Usa, con un incremento del 18% a 11,8 miliardi; segue il Regno Unito con +15% a 5,3 miliardi.

Altro canale importante è quello delle fiere d’arte, con un fatturato aggregato stimato di 16,5 miliardi nel 2018, in aumento del 6% su base annua. Le vendite online, infine, hanno totalizzato 6 miliardi, con una crescita annua dell’11 per cento.

Sebbene, parallelamente, si stia sviluppando anche un discreto mercato di opere d’arte di valore più accessibile a categorie di investitori un tempo escluse, i dati più significativi di questo settore scaturiscono sempre dagli scambi dei c.d. HNWI (High net worth individuals, individui con patrimonio compreso tra 5 e 30 mln di USD), ed in particolar modo di quelli che operano nei cinque mercati principali, ossia Regno Unito, Germania, Singapore, Hong Kong e Giappone. Un dato su tutti: mentre i collezionisti statunitensi hanno un’età media di 50 anni e oltre, nei nuovi mercati asiatici emerge un profilo di età molto diverso. A Singapore ed a Hong Kong, rispettivamente, il 46% ed il 39% dei compratori sono millennials, ed il 93% di loro acquista opere su piattaforme online.

Ma non è tutto oro ciò che riluce, e molte nubi si addensano all’orizzonte.

Infatti, eventi storici come la globalizzazione, l’avvento di internet, la facilità negli spostamenti, il crollo delle ideologie anticapitalistiche e l’aumento di nuovi ricchi, sono tutte cause che hanno contribuito a dipingere l’attuale scenario, generando dei risultati che, alla luce dell’assenza di controlli generalizzati di mercato, rischia di creare la più classica delle “bolle”. Inoltre, sembra che i canoni artistici oggi più osservati siano quelli che rispondono ad una minore cultura ed un maggior glamour, e che prediligono le opere prodotte dagli artisti contemporanei in quantità industriali, più che quelle singole e “immortali” dei grandi artisti della storia. Così facendo, però, diminuisce l’aspettativa media di vita “estetica” di un’opera contemporanea, ed in tal modo il mercato di riferimento si ammanta di una logica puramente speculativa, tipica degli strumenti finanziari tradizionali dai quali si vorrebbe mutuare le caratteristiche ed i ritmi vertiginosi di scambio.

Di conseguenza, anche il mercato dell’Arte si sta scindendo con più chiarezza nei due segmenti delle opere “anticicliche”, di cui fanno parte quelle più stabili e appartenenti ai periodi più classici della Storia dell’Arte (Rinascimento, Impressionismo etc), e delle opere “cicliche” (artisti contemporanei), di gran lunga più speculative e, pertanto, più soggette alle crisi di mercato.

Secondo l’economista Olav Velthuis (intervistato da Georgina Adam), “….Alla base di questo fenomeno ci sono meccanismi di creazione e distribuzione della ricchezza nel mondo. Esistono ricerche che mostrano come il mercato dell’arte benefici della distribuzione iniqua della ricchezza”.

Eppure, nonostante le evidenti frizioni sui prezzi (alle stelle), ancora oggi non si interviene con norme e codici che possano regolamentare gli scambi e la trasparenza delle quotazioni. Questo accade perché, nonostante il mercato dell’arte negli ultimi dieci anni sia lievitato sino a raggiungere un giro d’affari elevatissimo (67,4 mld, contro i 50 del biennio 2015-2016), l’arte è un segmento ancora meno sviluppato rispetto agli altri beni di lusso, che valgono 253 miliardi di dollari all’anno. Pertanto, i governi non intenderanno impiegare, ancora per molto tempo, energie e risorse per legiferare specificamente in materia.

Avrebbe potuto farlo l’Europa, ma si è preferito agire, con le due MiFID, solo per il settore finanziario.

In definitiva, finchè il desiderio di primeggiare con gli USA non porterà l’U.E. a fare opportune riflessioni anche sul mercato dell’Arte, i collezionisti si preparino ad affrontare, nel giro di qualche anno, gli effetti di una bolla epocale.

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