Il premio al rischio azionario negli Stati Uniti intorno al 5%, con una differenza di circa l’1% rispetto all’obbligazionario decennale, rende preferibili i bond, che presentano una volatilità più bassa.
di Alberto Conca, gestore Zest Asset management Sicav e responsabile investimenti Lfg+Zest
Oggi il premio al rischio nell’equity Usa si attesta intorno al 5%, mentre la differenza tra il rendimento azionario atteso e il rendimento obbligazionario decennale è ai minimi dal 2008, poco sopra l’1%. In queste condizioni, sono più attraenti le obbligazioni, perché offrono rendimenti attesi simili a quelli azionari, ma con una volatilità ridotta.
La debolezza del mercato azionario statunitense è legata a una serie di fattori chiave per l’economia Usa: prima di tutto l’elevato debito pubblico, ma anche le tendenze demografiche, i tassi di interesse e la redditività delle imprese. Quanto al debito pubblico, il governo americano sta spendendo a livelli senza precedenti e, secondo le nostre analisi, questo porterà il rapporto debito/Pil al 165% entro il 2035: con questi numeri è logico supporre che un momento di tensione o di paura sui mercati finanziari, causato dall’enorme accumulo di debito, non è una quesitone di se, ma di quando.
Un altro dato che evidenzia l’andamento insostenibile del debito americano è la crescita nominale del debito rispetto a quella del Pil: il primo si attesta al 9,12%, mentre il secondo è al 5,97%. Ciò che è più preoccupante è il costo del servizio del debito, vale a dire gli interessi che il governo degli Stati Uniti paga annualmente sul suo debito: negli anni ’80 e ’90, quando i tassi di interesse erano superiori al 10%, le spese per interessi rappresentavano il 21% della spesa pubblica. Oggi, con un costo medio del debito intorno al 3%, l’onere degli interessi è al 16% e un semplice aumento dei tassi di cento punti base statunitensi ci riporterebbe a quei livelli. È ormai imperativo che questa voce di bilancio venga controllata prima che diventi ingestibile.
Una terza variabile da considerare è la scadenza del debito attualmente emesso. La metà del debito è destinata a scadere entro tre anni e ciò significa che se gli attuali tassi di interesse rimangono a questo livello per un periodo prolungato, il costo del servizio del debito probabilmente aumenterà verso il 21%, se non addirittura superiore. Al quarto punto, invece, dobbiamo tenere in considerazione è il “moltiplicatore del debito“, che descrive il numero di unità di Pil generate da un’unità aggiuntiva di debito. Dal 2003/2004 è stata superata la soglia di efficienza, in base alla quale 1 unità di debito genera 1 unità di Pil. Oggi, ogni unità di debito crea meno del 60% di quell’unità in termini di Pil e ciò significa che sono necessari importi sempre maggiori di debito per aumentare il Pil. Al quinto punto, infine, nel lungo termine riteniamo che la crescita del Pil si normalizzerà a livelli inferiori a quelli registrati finora e, di conseguenza, le valutazioni azionarie ne risentiranno negativamente; questo perchè all’aumentare del rapporto debito/Pil la crescita diminuisce.

Oltre al debito, altri due driver importanti per lo sviluppo del paese sono della forza lavoro e l’aumento della produttività. Il tasso di crescita quinquennale della popolazione a partire dal 1991 è sceso dall’1,35% allo 0,5%, quindi la crescita potenziale degli Stati Uniti sta diminuendo anche a causa del rallentamento della crescita demografica, nonostante l’impatto positivo dell’immigrazione. Per quanto riguarda la produttività americana, il tasso di crescita dagli anni ’60 ad oggi si attesta all’1,31%. Sommando queste la crescita della popolazione (0,5%) e la crescita della produttività (1,31%), possiamo affermare che la crescita degli Stati Uniti descritta da queste due variabili è leggermente inferiore al 2%.
L’immigrazione ha un effetto positivo sulla crescita della popolazione. Il fenomeno è stato estremamente forte negli ultimi anni negli Stati Uniti, ma si è accompagnato a una riduzione del tasso di crescita dei salari, tornato vicino al 4%. Questo livello è considerato una soglia, perché si stima che un aumento salariale al di sopra di questo valore sia inflazionistico, mentre un valore inferiore non ha alcun effetto sull’indice dei prezzi. Attualmente, il ritorno a questo ritmo può aiutare l’economia americana a sgonfiarsi. Altra variabile importante per la crescita Usa è il livello dei tassi di interesse reali, che influenza le aspettative di inflazione. Oggi le aspettative di inflazione sono tornate sopra al 2% e siamo usciti dal contesto dei tassi d’interesse a zero. Questo cambiamento è evidente anche nella quantità di moneta in circolazione. La sostanziale espansione monetaria immessa nel sistema nell’ultimo decennio ha trainato la crescita, portando a un aumento generalizzato dei prezzi. L’ultimo motore della crescita economica è la redditività delle imprese. Nel medio-lungo termine, le società hanno registrato una crescita degli utili di circa l’8-10%. Tuttavia, nel corso di questi anni, la crescita non è stata sempre costante, in quanto le diverse fasi del ciclo economico hanno prodotto risultati diversi.
Oggi in quale fase del ciclo economico ci troviamo? A novembre 2023 abbiamo raggiunto un drawdown del -24%, indicando che la probabilità di una recessione nei prossimi 18 mesi è vicina al 50%. Per definire la corretta valutazione del mercato, è essenziale considerare la possibilità di una recessione nei prossimi dieci anni. Considerando i principali driver della crescita economica negli Stati Uniti e le prospettive di rendimento dell’S&P 500, partendo dalle valutazioni attuali, possiamo affermare che l’asset allocation preferibile dovrebbe favorire i titoli di Stato o i Corporate bond. Se le azioni dovessero attraversare un periodo di volatilità e qualche correzione in ritardo, ci sarà margine per aumentare l’esposizione azionaria. Per il momento, le obbligazioni societarie e i titoli di Stato offrono un profilo di rendimento corretto per il rischio superiore.



A ben vedere, però, l’inflazione elevata ed il conseguente aumento dei tassi di interesse sono solo le ultime concause che hanno determinato la debacle dei bond in tutto il mondo, e la congiuntura odierna altro non è che il frutto di un ciclo finanziario tanto inusuale quanto inaspettato. Infatti, allorquando la Bce ha avviato la sua politica dei tassi d’interesse a zero (e addirittura negativi), nessuno si sarebbe aspettato che il calo dei rendimenti, da fenomeno temporaneo, sarebbe durato per dieci anni, definendo un fenomeno a tutti gli effetti strutturale. Tuttavia, tale fenomeno è stato alimentato da una serie di politiche espansive che, rendendo possibile tagliare i tassi di intervento delle banche centrali, hanno così eliminato del tutto i meccanismi spontanei di mercato, appiattendolo alla soglia zero per un intero decennio grazie ai generosi Quantitave Easing. In tal modo, le quotazioni delle obbligazioni, “drogate” dagli acquisti seriali da parte delle banche centrali, sono state caricate a molla verso l’alto per lungo tempo e poi crollate in soli sei mesi, rimaste improvvisamente orfane dei tassi d’interesse ultra-bassi e dell’inflazione super moderata.
L’elenco delle concause non è terminato. Sul banco degli imputati, infatti, siedono anche nefaste decisioni di politica internazionale – soprattutto da parte degli USA – che hanno creato forti tensioni geo-politiche tra Stati Uniti e Cina e posto un freno alla globalizzazione. Questi eventi sono arrivati ben prima delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento causate da Covid-19 e dai lockdown, che in Cina continuano ancora facendo più danni all’economia cinese di quanti non ne deriverebbero se si permettesse al virus di circolare liberamente. Ad aggravare lo scenario, la guerra in Ucraina con le conseguenti sanzioni senza precedenti degli stati occidentali contro la Russia, che hanno fatto venire alla luce gli anni di sottoinvestimenti dell’Europa nell’estrazione di petrolio, gas e metalli industriali. Le banche centrali – in particolare Fed e Bce – hanno reagito molto tardi, dimostrando una certa incapacità a gestire gli eventi, e anche se adesso stanno cercando di riprendere il controllo della situazione, l’economia mostra ancora di risentire delle loro mosse da principianti.
C’è da dire, a loro parziale discolpa, che una buona percentuale dell’inflazione non è causata dalla politica monetaria, poiché dipende da uno shock di offerta che non è sotto il controllo diretto delle banche centrali. Questo crea oggi un aspetto positivo, e cioè il ritorno di rendimenti assoluti finanziariamente significativi per le obbligazioni dell’area euro e di quelle statunitensi, restituendo una certa serenità agli investitori, sia privati che istituzionali. I primi, infatti, potrebbero trovare conveniente non aumentare l’entità degli asset azionari presenti nel proprio portafoglio – come invece accaduto soprattutto negli ultimi cinque anni – pur di ottenere rendimenti reali decorosi, magari forzando la mano ed eccedendo in quei comparti in cui non avevano voluto investire nei decenni passati. I secondi – in particolare le compagnie di assicurazione e le casse previdenziali – potranno reinvestire le obbligazioni in scadenza con altre recanti lo stesso rendimento netto, e le grandi aziende potranno remunerare la tesoreria iscrivendo aspettative superiori rispetto al recente passato.
Tuttavia, se oggi il rendimento dei portafogli obbligazionari ha nuovamente un livello medio del 3,0%, ciò è avvenuto a caro prezzo, poiché i risparmiatori hanno imparato sulla propria pelle, in soli nove mesi, che anche le obbligazioni possono crollare rovinosamente come le azioni. Paradossalmente, questo potrebbe rendere il ricorso ad un maggiore peso di azioni nei portafogli come strutturale nelle abitudini di investimento degli italiani, una sorta di “passaggio evolutivo” che permetterà in futuro un adeguato livello di confidenza con gli strumenti più volatili ed un più alto grado di tolleranza verso di essi, grazie ai quali i rendimenti medi di lungo periodo dei portafogli – guerra ed errori delle banche centrali permettendo – potrebbero aumentare.
In ogni caso, il ritorno di interesse verso le obbligazioni permette la “rinascita” dei portafogli bilanciati, poco attenzionati durante questi ultimi dieci anni per via delle circostanze narrate. Infatti, nell’ultimo anno la performance dei fondi (teoricamente) bilanciati è crollata miseramente a causa del doppio crollo di azioni e obbligazioni, evento piuttosto raro in finanza poiché, di regola, i due comparti si muovono in direzioni opposte e permettono una sufficiente diversificazione anche con i tassi a zero. Ma anche questo fenomeno è figlio dei continui interventi sui mercati da parte delle banche centrali, le quali hanno così creato artificialmente un contesto di tassi d’inflazione permanentemente bassi e, soprattutto, oscillazioni dei prezzi delle obbligazioni molto al di sotto delle media storica.
Quanto durerà questa nuova attrattività del comparto obbligazionario, dal momento che lo shock di offerta (che tiene alta l’inflazione) è certamente un fenomeno temporaneo e le banche centrali stanno apertamente perseguendo l’obiettivo di tornare ad una inflazione del 2% entro il 2024? La risposta non è facile, poiché il contesto attuale è dei più complicati degli ultimi cinquant’anni. Infatti, a causa dei rialzi aggressivi dei tassi di interesse la congiuntura potrebbe rallentare in maniera sensibile, ma non così l’inflazione, mantenuta elevata finchè dureranno le interruzioni nelle catene di approvvigionamento, in particolare dalla Cina. In base a questo scenario, le banche centrali dovrebbero lottare contemporaneamente contro recessione e inflazione, finendo con il privilegiare uno solo dei due obiettivi, che è dichiaratamente quello di far scendere l’inflazione anche a costo di causare una recessione più profonda di quanto non si preveda già adesso.
Luca, qual è lo stato di salute della consulenza finanziaria indipendente in Italia?
quale approccio usare, per esempio, in un periodo come quello di questi primi sei mesi del 2022, dove i portafogli bilanciati hanno una performance intorno al -12%/-13%, mostrando due caratteristiche ben visibili: da un lato il peggior risultato degli ultimi 40 anni per un portafoglio multi asset, dall’altro la sostanziale assenza di variabilità del risultato anche variando il mix tra azionario e obbligazionario. La liquidità va aumentata (fino ad un 20%-25%) proprio per i periodi in cui vi sono le correzioni, in cui va usata per approfittare di quotazioni più basse. In questo modo, i nostri portafogli si sono saputi difendere meglio rispetto ad allocazioni standard. Inoltre, nell’attuale contesto di mercato, abbiamo visto nei comparti value e in quelli difensivi le soluzioni più adatte per l’azionario, oltre ad una duration più corta in ambito obbligazionario.
Andrea, ritenete che i mercati finanziari possano scendere ulteriormente?
fenomeni correttivi più marcati, perché l’aumento della disoccupazione avrebbe effetti sui consumi statunitensi e quindi, a cascata, sugli utili aziendali, che bisognerà osservare con attenzione nei prossimi trimestri. Relativamente alle obbligazioni, tutto dipende da quanto sarà persistente il contesto inflattivo. L’impressione è che le banche centrali forzeranno l’aumento dei tassi finché non si “romperà qualcosa” sul piano macroeconomico; quindi livellamenti di prezzo sono ancora possibili. Le materie prime invece dovrebbero essere le ultime a cedere, come si confà ad ogni ciclo economico maturo.
considerare: non avere paura dell’azionario ma essere ben consapevoli delle sue caratteristiche, definendo l’esposizione attraverso tranche progressive nel tempo, in logica di accumulo, utilizzando strumenti ben diversificati e poco costosi, in modo da poter raccogliere appieno il potenziale di rendimento dell’economia nel medio-lungo periodo. Per fare questo lavoro, e individuare gli strumenti più efficienti, per l’investitore è importante avere accanto un consulente indipendente, che aiuti anche a sapere come affrontare una di quelle situazioni che l’investitore medio vive una o al massimo due volte nella propria vita.
soluzione. L’aumento del costo della vita può essere contrastato nel breve con strumenti di finanza personale, riducendo ad esempio le proprie spese. È invece possibile ottenere l’obiettivo nel medio lungo termine, esponendosi con un portafoglio finanziario diversificato a diverse asset class, dall’azionario all’obbligazionario alle materie prime. D’altro canto, nei periodi di deflazione degli anni scorsi si sono creati rendimenti che servono per coprire gli alti valori di inflazione odierni. Ricordiamo che gli scenari economici in cui un investitore si può trovare sono governati da due coordinate: crescita/decrescita e inflazione/deflazione. Un portafoglio ben composto deve contenere asset capaci di dare del rendimento in ognuno di questi scenari (che combinati sono 4).
Secondo il vostro modello di analisi, è già arrivato il momento di investire sulle obbligazioni? Se sì, di quale tipo e con quali strumenti?
delineare le tempistiche di uscita “dal tunnel”, ma resta valida la massima secondo cui i mercati inizieranno a scontare la fine della debolezza economica con almeno 6 mesi di anticipo rispetto ai dati macro. Il 2022, quindi, potrebbe essere un anno ancora contraddistinto da volatilità e alti e bassi, con qualche strascico probabilmente anche nell’inizio dal 2023. Ma il calo dell’attività economica avverrà in modo “ordinato”, già nella prima parte del prossimo anno si dovrebbe poter vedere un miglioramento del contesto generale dei mercati, a partire da quello statunitense. 
In breve, gli operatori di mercato cominciano a scontare una durata lunga sia della guerra – subito trasformata in una “guerra per procura” tra la NATO per mezzo dell’Ucraina e la Federazione Russa – sia dell’inflazione, la quale ci metterà parecchio prima di arretrare verso un tasso più sostenibile per via delle prolungate tensioni sul prezzo delle materie prime energetiche (che stanno arricchendo i paesi produttori e impoverendo quelli importatori netti). Persino gli analisti più inclini a comparsate nei Tg economici e nelle interviste sui media che si occupano di finanza oggi stanno cautamente defilati nel nome di uno dei più famosi motti di Warren Buffet: “In finanza è meglio non dire nulla che dire sciocchezze”. In tal senso, anche il silenzio dell’oracolo di Omaha rivela il fatto che, questa volta, neanche lui ha una vaga idea di come uscire da due fenomeni profondamente diversi per natura e cause ma con medesimi effetti sui mercati, accomunati come sono da un tempismo diabolico.
L’inflazione, infatti, è figlia di uno degli effetti principali della pandemia, ossia il blocco della produzione nei mesi di marzo, aprile e maggio 2020 ed il forte rallentamento delle rotte di distribuzione causato dalle restrizioni imposte dal contagio; la guerra scatenata da Putin, invece, è un atto ostile contro l’umanità – ogni guerra lo è, anche se geograficamente localizzata in una data regione del mondo – cui tutti noi non eravamo abituati ad assistere così vicino a casa, e verso la quale abbiamo una evidente impreparazione psicologica da quando è caduta la Germania nazista di Hitler (al contrario degli Stati Uniti, che non hanno mai smesso di fare guerre proprio a partire da quel momento).
“Quanto tempo durerà la guerra?“
“L’inflazione rimarrà elevata per molto tempo?“
“I fondamentali economici dei paesi sono tali da giustificare per lungo tempo una inflazione elevata?“
“Quali saranno gli effetti sul potere d’acquisto e sui risparmi nel breve e nel lungo periodo?“
“La compressione forzosa verso il basso dei tassi di interessi, nonostante l’alta inflazione, rischia di appiattire il corso dei titoli obbligazionari per molto tempo?“
Pertanto, secondo la CEI, ogni azienda deve fondare la propria attività sui principi di sostenibilità ambientale, sociale e di governance (ESG). Su questa base, la certificazione di conformità alle linee guida per gli investimenti della CEI – che sono state pubblicate nel febbraio 2020 – è affidata a
Recentemente Lemanik Asset Management, società lussemburghese per la gestione del risparmio, ha annunciato che il fondo azionario Global Equity Opportunities e il fondo obbligazionario Selected Bond hanno ottenuto la certificazione Nummus.Info per la conformità alle linee guida per gli investimenti sostenibili ed etici della Conferenza Episcopale Italiana (CEI). In particolare, la certificazione rilasciata da Nummus.Info integra i principi per gli investimenti responsabili dell’Onu (UN-PRI), la normativa europea SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation) e i principi etici identificati dalla CEI nel documento “La Chiesa cattolica e la gestione delle risorse finanziarie con criteri etici di responsabilità sociale, ambientale e di governance“.
Lemanik Global Equity Opportunities, gestito da Filippo Garbarino (nella foto), è un fondo caratterizzato da una strategia azionaria globale long-only e si confronta con l’indice Msci World. Il portafoglio è altamente concentrato ed investito in titoli azionari quotati a livello globale; gli investimenti vengono detenuti nel lungo periodo, di conseguenza il portafoglio ha una rotazione contenuta. L’approccio d’investimento è di tipo bottom-up, vengono preferite società con alta generazione di cassa e modelli di crescita sostenibili ponendo particolare attenzione alla longevità del business model. Dal lancio avvenuto il 1 gennaio 2015 al 31 gennaio 2022, il fondo ha generato un ritorno annuale medio del 10.3% (classe retail) e un ritorno in eccesso rispetto al benchmark di riferimento del 3.53%.
Lemanik Selected Bond, gestito da Alessandro Cameroni (nella foto), è un fondo obbligazionario caratterizzato da un focus sui subordinati finanziari europei. Vengono selezionate obbligazioni di emittenti ad alta affidabilità creditizia, con duration to call contenuta, tra 2 e tre anni. Il prodotto è caratterizzato da un approccio total return a gestione attiva volto ad ottimizzare il profilo rischio paese/rendimento/duration/emittente. Dal lancio della strategia, avvenuto a gennaio del 2012, al 31 gennaio 2022 il fondo ha generato un ritorno annuale medio del 6.6% (classe retail).
Nel 2021, le banche centrali hanno continuato ad acquistare obbligazioni a volumi record, fornendo un forte sostegno ai
A marzo del prossimo anno scadrà il
“Dati i venti favorevoli forniti dalle banche centrali, prevediamo che l’economia continuerà a riprendersi e sperimenterà un’altra ripresa”, sottolinea Schmidt. “Le prime indicazioni sono che le strozzature della catena di approvvigionamento e ii prezzi elevati dei trasporti e dell’energia si stanno gradualmente attenuando, il che ridurrebbe le
“Il nostro scenario di base prevede un ulteriore moderato aumento dei rendimenti nel prossimo anno”, spiega Schmidt. “Nel 2021, i rendimenti nell’area del dollaro Usa sono aumentati ben più di quelli nell’Eurozona, motivo per cui vediamo un potenziale di recupero alla luce della scadenza del programma Pepp. D’altro canto, l’elevata domanda da parte di investitori istituzionali come compagnie assicurative, fondi pensione, banche e hedge fund, che richiedono obbligazioni sovrane come garanzia per le loro strategie con leva finanziaria, limiterà la possibilità di
“Per quanto riguarda le società, ci aspettiamo utili stabili nel 2022, anche se i maggiori costi di produzione potranno esercitare pressioni sulle imprese che hanno minor potere contrattuale sui prezzi. Pertanto, continuiamo a privilegiare le aziende con margini e modelli di business solidi, che sono maggiormente in grado di trasferire ai clienti i costi di input più elevati, grazie alla loro posizione di mercato. È probabile che gli 
Nel primo semestre 2021, due temi hanno dominato i
“Le misure di politica monetaria adottate dalle banche centrali hanno assicurato condizioni di finanziamento favorevoli. Di conseguenza, gran parte delle aziende è riuscita a finanziarsi sul mercato dei capitali a condizioni interessanti”, spiega Schmidt. “I premi al rischio delle obbligazioni societarie sono scesi in misura significativa e sono vicini ai minimi storici in tutte le classi di rischio. Una serie di banche centrali di minori dimensioni, come la Bank of Canada o la Bank of England, ha nel frattempo iniziato a ridimensionare gradualmente le proprie
“In questa situazione, manteniamo un posizionamento prudente nel portafoglio Ethna-DEFENSIV”, conclude Schmidt. “In un contesto che vede i rendimenti salire solo lentamente e alla luce della crescita economica sostenuta e dell’aumento degli 
Gli analisti di Goldman Sachs hanno soprannominato il potere dell’ex capo della
Alcuni gestori di fondi percepiscono un’opportunità per scuotere l’
La direzione degli spread italiani ha ripercussioni oltre i suoi confini. Essendo il più grande mercato dei titoli di stato dell’eurozona – e uno dei più rischiosi – l’
In quanto nomina tecnocratica,
Anche senza una fiammata politica, la relativa calma nei mercati dipende dalla 
Complici i tassi di rendimento pressoché azzerati presenti nel mercato obbligazionario, rimane ancora una larga fetta di investitori – appartenenti alle più disparate fasce d’età – dedita all’investimento nel
DA 200 MILA EURO – Se si ha a disposizione un capitale superiore a 200 mila euro, si può puntare ad un appartamento di
A
Nonostante il calo dei flussi turistici, la scorsa estate si è registrata una forte domanda di immobili in affitto soprattutto da parte dei residenti locali. Con questo
Con un
garantito migliori risultati negli ultimi anni (fatta eccezione per alcune metropoli), lasciando sul terreno solo il 14,7% del valore degli immobili. In questo caso si potrebbe anche decidere di puntare su quartieri più signorili o su località al top. A Milano, per esempio, ci sono zone centrali in cui gli immobili signorili arrivano anche a 15 mila € al mq, discorso simile per Roma. E nelle 
In un simile contesto, la classe degli investimenti alternativi ha accresciuto la considerazione di cui godeva, in maniera più marginale, tra gli investitori. Molti di loro, con l’attività ed il fatturato azzerati dai lockdown, hanno trovato ristoro vendendo parte dei passion investment (auto d’epoca, opere d’arte, gioielli e preziosi, oro e argento, vini rari, orologi etc) detenuti fino a ieri in portafoglio pensando che non sarebbe mai stato necessario venderli in una situazione di emergenza.
portafoglio di investimento, e ottenere rendimenti positivi indipendentemente dall’andamento dei mercati finanziari, costruendo la possibilità di godere di un “total return” personale.
Il mercato dell’arte, per esempio, consente di fare ottimi affari, poiché la qualità e la rarità sono costantemente premiate dal mercato, ma il livello di spesa per farvi ingresso ed acquistare un’opera con buoni margini di crescita del valore (soprattutto artistico) è mediamente elevato, nel caso di artisti affermati, e meno costoso per quelli meno quotati (i c.d. emergenti). Il rischio, nel secondo caso, è di investire senza avere un ritorno in un tempo ragionevole, oppure di non averne affatto, qualora l’artista non riesca ad emergere.
Krugerrand sudafricano) che valgono tanto quanto il metallo con cui sono coniate, riguarda quelle da collezione o numismatiche, le quali sono valutate per la loro scarsità. Quelle più rare, poi, tendono a fornire ottimi ritorni e sono un eccellente investimento alternativo, con scambi frequenti.







