Aprile 23, 2026
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Coronavirus: Big Pharma spinge sul vaccino, ma il problema è la terapia. Fatturati da capogiro

Moderna dichiara di poter arrivare, entro fine 2021, a produrre fino ad un miliardo di dosi, per un fatturato complessivo pari a circa 25 miliardi. Pfizer-Biontech dichiarano una produzione pari a 1,3 miliardi di dosi entro il prossimo anno, per un fatturato pari a circa 26 miliardi. Azioni previste in rialzo anche nel lungo periodo se gli anticorpi non saranno permanenti.

Nel pieno di una gravissima seconda ondata che molti, fino a meno di due mesi fa, bollavano come previsione estrema, tutti gli occhi rimangono puntati sui diversi vaccini ormai in dirittura d’arrivo e sui quali i mercati finanziari ci hanno regalato, metaforicamente parlando, belle giornate di sole. Nell’attesa che Pfizer, Moderna ed altre case farmaceutiche comincino la produzione e la distribuzione del vaccino su vasta scala, purtroppo non si sono ancora individuati i farmaci idonei alla terapia più efficace e standardizzata, ed il tasso di mortalità rimane ancora elevato.

Dal momento che i fatti umani sono spesso guidati da scelte di natura prettamente economica, il motivo – o i motivi – per cui si sia preferito indirizzare gli sforzi della ricerca mondiale verso tale strategia (prima il vaccino, poi la cura) sono sempre meno misteriosi. Del resto, non si comprende la logica attraverso la quale fiumi di denaro – quasi un miliardo di euro di finanziamenti governativi, ad oggi – siano arrivati alle varie equipe di Big Pharma (Pfizer e Moderna, soprattutto) per aiutare chi ancora il Covid-19 non l’ha contratto, mentre sulla possibile cura le cifre impiegate, al confronto, rimangono irrisorie. Infatti, sul versante della terapia, si è preferito prestare attenzione a farmaci già esistenti ed in circolazione – o ad una combinazione di essi – e non a molecole nuove, in grado di guarire in tempi rapidi, e con meno complicanze possibili, chi il Covid-19 l’ha già contratto e rischia la vita.

Lo sviluppo del vaccino è un processo più lungo, che normalmente richiede circa 5 anni e molti test da effettuare su migliaia di persone. Data l’attuale emergenza, però, è stato proposto un periodo di tempo più ristretto, compreso tra 12 e 18 mesi, e trattandosi di un’emergenza sanitaria che interessa tutto il mondo la capacità di produzione dovrebbe essere garantita prima del termine degli studi clinici e ripartita globalmente per garantire anche un’equa distribuzione in tutti i paesi del mondo. 

Sulla scia di questa strategia preferenziale verso il vaccino, circolano numerose informazioni che sollecitano una visione favorevole al concetto di “vaccinazione di massa”, l’unica che possa bloccare il virus per sempre. L’ipotesi è corretta, ma c’è da dire che lo stesso risultato si potrebbe raggiungere trovando la cura più efficace, che consentirebbe, a costi più bassi, di affrontare il Coronavirus con serenità, conducendo una vita normale senza pensare di poter morire da un momento all’altro. Unica controindicazione della strategia pro-cura (prima la cura, poi il vaccino) è quella che il Covid-19 potrebbe rimanere in circolazione per maggiore tempo, dal momento che molte persone, sicure di potersi curare rapidamente in caso di contagio, non ricorrerebbero al vaccino. Anche questa ipotesi è corretta, ma è altrettanto corretto prevedere che sarà molto difficile attuare una vaccinazione di massa come è accaduto, ad esempio, per il Morbillo, che necessitava di una copertura pari al 95% della popolazione. Secondo un sondaggio recente, negli Stati Uniti solo il 50% dei cittadini intervistati si è dischiarato disposto a fare il vaccino.  

Su tutto, però, non è stato chiarito un punto fondamentale, e cioè se i vaccini di imminente distribuzione proteggono solo dallo sviluppo della malattia da Covid-19 vera e propria, o se tengono il virus del tutto fuori dal corpo. Il secondo caso sarebbe quello più auspicabile, dal momento che scongiurerebbe la trasmissione del virus da persona a persona, accelerando la fine della pandemia.

Tornando ai nostri temi, lo scorso 9 Novembre Pfizer ha annunciato che il suo vaccino sperimentale contro il Coronavirus, sviluppato dalla tedesca BioNTech, si è rivelato molto più efficace del previsto nell’ultima fase di test su esseri umani. La notizia è stata accolta da grande ottimismo sia tra gli operatori che tra gli investitori in Borsa, ed ha generato ordini per miliardi di dollari da parte dei governi. Eppure, i tempi per distribuire il vaccino alle masse saranno piuttosto lunghi, per via delle procedure di autorizzazione da parte delle autorità sanitarie e della capacità di Pfizer di produrre materialmente i vaccini per alcuni miliardi di persone e distribuirlo in tutto il pianeta.

L’annuncio, comunque, ha fatto salire sensibilmente sia le azioni Pfizer, cresciute del 10% nella prima seduta, e di Biontech, salite del 15%. La tedesca Biontech, da sola, oggi vale 25 miliardi di dollari, nonostante un fatturato 2019 pari a 110 milioni di euro e perdite a bilancio per 180 milioni.

Il clima euforico di borsa, naturalmente, ha trascinato al rialzo anche le azioni dell’azienda americana Moderna, che già stipulato accordi anche con l’Unione Europea per 300 milioni di dosi.

Qual è il giro d’affari immediato che scaturisce per Pfizer e Moderna, grazie a questi accordi? Il vaccino Moderna costerà intorno ai 25 euro, mentre quello di Pfizer-Biontech poco sotto i 20 dollari. Pertanto, la commessa di Moderna con l’UE porterebbe all’azienda americana un fatturato di 7,5 miliardi, e le proiezioni per la Pfizer non sono da meno.

Un pò in sordina, c’è anche il vaccino di Astrazeneca, messo a punto dall’Università di Oxford e dall’Italiana Irbm, che sta per concludere i test di fase III ed è già allo studio dell’Ema. Il farmaco è basato sull’azione di un Adenovirus e richiede una sola somministrazione; in più, costerebbe solo  4-5 euro ed , entro gennaio 2021 la società inizierà la commercializzazione, per cui si prevede una domanda sostenuta, soprattutto da parte dei paesi più poveri (ai quali sarà garantita la diffusione anche gratuita a carico dei paesi più ricchi).

Nel frattempo, il marketing istituzionale delle diverse aziende operative nel campo del vaccino anti-Covid ha cominciato a diffondere i suoi messaggi “promozionali”, soprattutto attraverso i media, scatenando una specie di gara al rialzo sul grado di efficacia di ciascun vaccino. E così, Pfizer-Biontech, che aveva inizialmente annunciato un’efficacia di poco superiore al 90%, dopo l’annuncio di Moderna (efficacia al 94,5%) ha comunicato una percentuale del 95%. La Russia, dal canto suo, ha sbandierato un notevole 92%.

Ma la battaglia si combatte anche – e soprattutto – sulle proprietà in base alle quali la distribuzione di ciascun vaccino potrà essere più o meno difficoltosa. il vaccino Pfizer-Biontech, per esempio, necessita di temperature pari a -75°C (tra i -70°C e i -80°C), e solo negli ultimi giorni prima dell’iniezione può essere portato in un normale frigorifero ad una temperatura di 4°C (dove può resistere per cinque giorni). Il vaccino Moderna, invece, può essere conservato a -20°C anche per sei mesi di stoccaggio, e poi deve restare conservata tra i 2°C e gli 8°C fino a trenta giorni (e persino a temperatura ambiente per mezza giornata).

Relativamente alle previsioni di produzione, Moderna dichiara di poter arrivare, entro fine 2021, a produrre fino ad un miliardo di dosi, per un fatturato complessivo pari a circa 25 miliardi. Pfizer-Biontech dichiarano una produzione pari a 1,3 miliardi di dosi entro il prossimo anno, per un fatturato pari a circa 26 miliardi.

Cifre da capogiro, soprattutto se consideriamo la possibilità che gli anticorpi sviluppati non siano permanenti, e quindi saranno destinati a scomparire nel giro di pochi mesi. In questo caso, il fatturato sarebbe da replicare per “enne anni”, con indubbi benefici economici strutturali per Big Pharma e per i suoi azionisti, grandi e piccoli.

Compravendite e locazioni, Tecnocasa: il mercato immobiliare esiste e resiste

Dopo la fine del lockdown il mercato si è messo in moto velocemente, sorprendendo gli stessi operatori del settore. A fine anno faremo i conti con gli effetti della pandemia sull’economia e sull’occupazione, tuttavia la nuova ondata in corso rende difficile fare previsioni e stimare le conseguenze sanitarie ed economiche.

Di Fabiana Megliola, responsabile Ufficio Studi Tecnocasa

Ad inizio 2020 il Coronavirus ha messo in pausa le nostre vite innescando scenari imprevedibili a livello sociale, sanitario ed economico. Ha spiazzato certezze ed indotto cambiamenti repentini negli stili di vita degli italiani che si sono ritrovati all’improvviso costretti a chiudersi in casa, a lavorare in smart working, a familiarizzare con la DAD insieme ai figli e a trasferire la vita sociale su uno schermo.

Le città si sono improvvisamente svuotate dai cittadini e dai tanti turisti che ogni anno affollavano le nostre strade. E così le mura domestiche sono diventate veramente un rifugio, in grado non solo di difendere i nostri capitali ma anche la nostra salute e quella altrui. Stare a casa è diventato l’imperativo categorico e ha travolto il mercato immobiliare; un mercato che si era appena lasciato alle spalle un decennio di crisi che aveva ridimensionato prezzi e volumi, e che si stava lentamente riprendendo, ma che il Covid ha rimesso alla prova, facendogli rialzare la testa velocemente e reinventandolo in base ai cambiamenti imposti dalle circostanze.

Compravendite – Il primo effetto dell’emergenza sanitaria si è visto, in prima battuta, sul numero delle compravendite. Nel primo semestre del 2020 le compravendite residenziali in Italia sono state 233.229, con un decremento del 21,8% rispetto allo stesso periodo del 2019.

Tempi di vendita – I tempi di vendita attualmente si sono portati nelle grandi città a 112 giorni, nei capoluoghi di provincia a 149 gg ed infine a 154 gg nei comuni dell’hinterland delle grandi città. Tra le metropoli le tempistiche più lunghe si registrano a Bari (178 gg) e Verona (142 gg). Le città “più veloci” sono Milano (56 gg) e Bologna (57 gg). Rispetto ad un anno fa si registra un miglioramento per tutte le realtà, anche se da settembre iniziano ad esserci dei rallentamenti dovuti soprattutto ad una maggiore prudenza da parte dei potenziali acquirenti.

Prezzi – Gli effetti della pandemia si sono iniziati a vedere sui prezzi, anche se solo nel 2021 si avrà il polso della situazione. Nel primo semestre del 2020 le quotazioni immobiliari nelle grandi città sono diminuite dell’1%. Si arresta così una crescita iniziata nel secondo semestre del 2017 e confermatasi nei semestri successivi. In tutte le grandi città si registrano prezzi in ribasso ad eccezione di Milano e Verona che mettono a segno un aumento rispettivamente del 2% e dello 0,4%. La città che ha visto la contrazione dei prezzi più importante è stata Genova con -4,4%. Le aree semicentrali hanno evidenziato un risultato migliore, peggiorano le periferie e le aree centrali. Queste ultime in seguito alla contrazione degli investimenti soprattutto nella componente turistica, le prime per una minore disponibilità di spesa dei potenziali acquirenti.

Tiene il segmento del lusso, in particolare le soluzioni con spazi esterni sempre più richiesti e ricercati dopo il lockdown. Alcune periferie, con un’offerta di soluzioni indipendenti e di nuova costruzione hanno visto una leggera ripresa. I capoluoghi di provincia hanno visto un ribasso dei prezzi del -1,4%, regge meglio l’hinterland delle grandi città con -0,2%. Queste ultime realtà, attirando chi non riesce ad accedere al mercato cittadino, avevano dato segnali di ripresa dei valori già nel semestre precedente. Adesso sono diventate maggiormente attrattive per chi è alla ricerca di maggiore spazio, indipendenza e aree verdi.

Hanno tenuto l’hinterland di Milano, di Firenze e di Verona, quest’ultimo in particolare trascinato dalle località turistiche. L’analisi per aree geografiche evidenzia un decremento dei prezzi per le località del Nord (-0,9%), seguite da quelle del Sud Italia (-1,3%) e del Centro Italia (-2,2%).

Domanda, disponibilità di spesa e offerta – Il trilocale si conferma la tipologia più ricercata nelle grandi città, con un lieve aumento della concentrazione delle richieste tra gennaio e luglio 2020. Raccoglie infatti 41% delle richieste, seguito dal quattro locali con il 23,7% delle preferenze e dal bilocale con il 22,9% delle scelte. Si assiste ad un aumento dell’interesse per le soluzioni indipendenti e per quelle con spazi esterni (giardino, terrazzo).

La maggiore concentrazione della disponibilità di spesa si rileva ancora nella fascia più bassa, fino a 119 mila € (26,0%). Segue con il 23,2% la fascia tra 120 e 169 mila € e con il 22,1% il range compreso tra 170 a 249 mila €. A Milano si segnala un aumento della percentuale di chi desidera spendere più di 250 mila €.

L’analisi dell’offerta evidenzia che, nelle grandi città italiane, la tipologia più presente è il trilocale, con la percentuale del 32,3%, a seguire il quattro locali con il 24,4%. In aumento, rispetto a gennaio 2020, le percentuali di offerta di monolocali e bilocali, mentre è in calo quella dei cinque locali. Questo trend è stato rafforzato anche dal Covid: è probabile che chi possiede degli appartamenti grandi decida di non venderli e che quelli presenti sul mercato siano assorbiti più velocemente. L’aumento della concentrazione di bilocali sul mercato è sicuramente un effetto legato alla pandemia che penalizza i tagli più piccoli.

Analisi socio-demografica – L’analisi delle compravendite realizzate dalle agenzie del Gruppo Tecnocasa, aggiornata a settembre, non rileva significative variazioni anche se rispetto ad un anno fa c’è stata una contrazione della componente ad uso investimento ed un aumento di acquisti di casa vacanza: dopo il lockdown infatti, in tanti si sono riversati sul mercato ad acquistare una casa al mare, in montagna e al lago mentre gli investitori che avevano intenzione di realizzare short rent si sono messi in attesa. Nei primi 9 mesi del 2020 si evidenzia una leggera flessione della percentuale di acquisti per investimento, che si attesta sul 16,8% contro il 17,5% registrato nello stesso periodo del 2019.

Mercato delle locazioni – Il segmento delle locazioni è quello che è stato maggiormente impattato dalla pandemia. La diminuzione di lavoratori e studenti fuori sede a causa dello smart working e della chiusura degli atenei e, soprattutto, il venire meno dei flussi turistici hanno determinato un calo della domanda e una maggiore offerta sul mercato. Infatti, molti appartamenti destinati all’affitto turistico sono stati immessi sul mercato residenziale calmierandone i valori.

Nel primo semestre del 2020 i canoni di locazione delle grandi città sono in diminuzione: -0,2% per i monolocali, -0,9% per i bilocali e per i trilocali. I ribassi più importanti si sono avuti a Milano, Bologna, Roma e Firenze le metropoli che più di tutte le altre hanno sofferto la diminuzione di inquilini e la contrazione dei flussi turistici. Nei capoluoghi di provincia si segnala un aumento dei canoni di locazione dello 0,3% per i bilocali e dello 0,7% per i trilocali. L’analisi sui contratti di locazione evidenzia che c’è stata una contrazione di quelli stipulati per motivi di studio e lavoro. Interessante il dato che vede un leggero aumento dei contratti transitori e a canone concordato che ora rappresentano il 18,8% ed il 30,8%.

Previsioni – Per la fine dell’anno, nonostante un mercato che sembra essersi rimesso in moto grazie anche ai mutui convenienti, ci aspettiamo una contrazione di almeno 100 mila compravendite rispetto al 2019 ed un ribasso dei valori tra -3% e -1%. Il 2021 potrebbe registrare un recupero nella seconda parte dell’anno e chiudere in sostanziale stabilità, con alcune realtà con valori in ripresa. Inoltre, il nuovo trend della domanda che vede una maggiore richiesta di spazi esterni potrebbe determinare un incremento dei valori per gli appartamenti con giardino e terrazzo che, soprattutto nelle grandi città, sono difficili da reperire.

In definitiva, in questi mesi appena trascorsi abbiamo comunque visto un mercato immobiliare vivo, che esiste. L’auspicio è che resista ancora. 

Lagarde: niente illusioni, l’economia va traghettata fino all’arrivo del vaccino. Tempi lunghi

Secondo il numero uno della Bce, la pandemia ha prodotto una recessione “insolita” e la ripresa sarà “instabile”. L’Eurotower pronta a “ricalibrare gli strumenti” per fronteggiare la crisi. Attenti all’effetto “spiazzamento” della spesa privata.

Lunedì 9 novembre Pfizer ha annunciato che l’efficacia del vaccino contro il Coronavirus è superiore al 90%. In base alle proiezioni attuali, Pfizer e BioNTech prevedono di produrre fino a 50 milioni di dosi di vaccino nel 2020, e fino a 1,3 miliardi di dosi nel 2021. Il vaccino richiede la somministrazione di due dosi per persona. Sia Pfizer che BionTech avevano siglato a luglio un accordo con il governo Usa, del valore di quasi $2 miliardi, per la fornitura di 100 milioni di dosi.

“La pandemia ha prodotto una recessione insolita e probabilmente genererà una ripresa instabile”. Cosi il numero uno della Bce, Christine Lagarde, ha definito la situazione dell’Eurozona al Forum (virtuale) di Sintra, ricordando che il direttivo è pronto a “ricalibrare i propri strumenti”, al prossimo direttivo di dicembre e che la sfida che la banca centrale si trova di fronte “sarà traghettare l’economia” compensando i gap produttivi fino a quando vaccini saranno ben sviluppati e la ripresa potrà guadagnare slancio”.

Lagarde ha gettato acqua sul fuoco sui facili ottimisti che sembrano aver contagiato i mercati alla notizia dei progressi del vaccino Pfizer. “Anche se le ultime notizie su un vaccino sembrano incoraggianti – ha detto – potremmo ancora dover affrontare cicli ricorrenti di accelerazione della diffusione virale e di restringimento delle restrizioni fino al raggiungimento di un’immunità diffusa”. “Quindi – ha aggiunto – il recupero potrebbe non essere lineare, ma piuttosto instabile”.

Simili sono state le dichiarazioni rilasciate alla Cnbc da Klass Knot, esponente del Consiglio direttivo della Bce: “Quella sul vaccino è una notizia assolutamente positiva, ma il concretizzarsi dell’impatto economico della buona notizia potrebbe richiedere un po’ di tempo e, comunque, non avverrà nell’arco di una notte. La vaccinazione di massa comporterà un ammontare significativo di tempo, e ciò significa che l’outlook economico per il 2021 continuerà a essere irregolare per molto tempo, fino a quando gli effetti benigni del vaccino diventeranno finalmente disponibili a pieno”.

Lagarde mette in guardia dal rischio di “crowding-out”, ovvero di “spiazzamento“, col quale gli economisti intendono la riduzione della spesa privata (sia di investimento sia di consumo) a seguito di un aumento della spesa pubblica. “In primo luogo, mentre la politica fiscale è attiva nel sostenere l’economia, la politica monetaria deve ridurre al minimo gli effetti di ‘spiazzamento‘ che potrebbero creare ricadute negative per famiglie e imprese“, ha detto Lagarde, entrando poi nel merito di questi rischi: “Le famiglie potrebbero avere più paura per il futuro e aumentare il loro risparmio precauzionale. Le imprese che sono sopravvissute fino ad ora aumentando l’indebitamento potrebbero decidere che rimanere aperte non ha più senso per gli affari”.

Tutto ciò “potrebbe innescare un ‘moltiplicatore di uscita delle imprese‘, in cui la chiusura di attività commerciali soggette a restrizioni sanitarie riduca la domanda di attività complementari, provocando a sua volta una riduzione della produzione di tali imprese“. Per evitare questi rischi, in vista del direttivo di dicembre, Lagarde chiarisce che “tutti i settori dell’economia devono avere fiducia che le condizioni di finanziamento rimarranno eccezionalmente favorevoli per tutto il tempo necessario, soprattutto perché l’impatto economico della pandemia si estenderà ora fino al prossimo anno”. “Attualmente – precisa Lagarde – esistono tutte le condizioni affinché il settore pubblico e quello privato adottino le misure necessarie. La curva dei rendimenti sovrani ponderata per il Pil è in territorio negativo fino alla scadenza di dieci anni. Ma è importante garantire – spiega ancora Lagarde – che le condizioni di finanziamento rimangano favorevoli”.

Alla domanda sulla possibilità che i tassi vengano ulteriormente ridotti, Knot ha risposto: “Non vogliamo escludere nessuna misura, riguardo al meeting di dicembre”. Lagarde dal canto suo ha fatto la precisione: “Sebbene tutte le opzioni siano sul tavolo, il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Program) e le operazioni di TLTRO hanno mostrato la loro efficacia in questo contesto, e possono essere aggiustati in modo dinamico per reagire all’evoluzione della pandemia. E’ dunque probabile che rimangano i principali strumenti di aggiustamento della politica monetaria”.

Agenti di commercio e consulenti finanziari: le organizzazioni chiedono più tutele, ma in ordine sparso

Anasf, Assopam, Federagenti e Fiarc, da un lato, e Federpromm più Anaaf, dall’altro, chiedono al Governo maggiori tutele per le categorie rappresentate. Lo fanno, però, in ordine sparso, come due tribù indiane avversarie, ciascuna dalla propria riva del fiume di un Italia che, serenamente, va in pezzi.

 Editoriale di Alessio Cardinale

Sebbene con due documenti separati, i due maggiori raggruppamenti associativi e sindacali a sostegno delle “categorie Enasarco” degli agenti di commercio e dei consulenti finanziari intervengono, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, per chiedere al Governo maggiori tutele di fronte al nuovo periodo di lockdown delle attività.

Infatti, come sappiamo, il nuovo DPCM introduce fino al 3 dicembre 2020 regole più restrittive rispetto al decreto del 24 ottobre, dividendo l’Italia in tre aree a seconda del rischio. A seconda dei casi e con differenti modalità, sono previste la chiusura degli esercizi commerciali e la limitazione della mobilità sia per il trasporto pubblico che per quello privato, con evidente nocumento per le due categorie degli agenti di commercio e dei consulenti finanziari, che proprio della mobilità costruiscono, giorno per giorno, la propria attività anche in territori posti al di fuori del proprio comune e, spesso, della propria regione.

Per questo motivo, la scorsa settimana abbiamo visto insorgere le sigle ANASF, ASSOPAM, Federagenti e FIARC le quali, in una nota congiunta, comunicavano come dalle stime previsionali fosse emerso che “….agenti di commercio, consulenti finanziari, agenti in attività finanziaria e aziende mandanti saranno costrette a pagare il prezzo più alto, con inevitabili fallimenti o la cessazione di migliaia attività, trattandosi di professionisti dell’intermediazione che per lo più, hanno come clientela imprenditori che operano nei settori oggetto di chiusura totale o parziale”. E poi “….chiudere un esercizio commerciale significa colpire tutta la filiera, e limitare la mobilità significa complicare l’attività comprimendo in modo drammatico le provvigioni. Migliaia di colleghi hanno già chiuso per sempre. Nonostante i nostri continui appelli, ancora una volta dobbiamo segnalare la totale mancanza di attenzione da parte delle Istituzioni verso più di 200.000 imprese dell’intermediazione operanti sul territorio”.

Alla luce delle circostanze, pertanto, le quattro sigle chiedevano al Governo di “garantire i necessari ristori di Sopravvivenza anche alle categorie rappresentate”, dal momento che le stesse non godono di alcun ammortizzatore sociale e non devono essere considerate “categorie di serie B”.

Quasi contemporaneamente, Federpromm  e Anaaf chiedevano, con una propria nota al Governo, l’estensione dei benefici economici legati all’emergenza epidemiologica da COVID-19  anche per gli agenti finanziari che operano come società, aggiungendo un ulteriore tassello al precedente grido di allarme e rafforzando, forse involontariamente, l’azione di moral suasion delle altre sigle. “Con le recenti modifiche apportate al decreto-legge dell’8 aprile 2020,n,23 convertito con modificazioni dalla legge 5 giugno 2020,n.40 relativo agli interventi pubblici volti a mitigare gli effetti economici dell’emergenza epidemiologica derivanti dal coronavirus in cui sono stati inseriti anche le persone fisiche esercenti attività di cui alla sezione K del codice ATECO, escludendo di fatto gli agenti in attività finanziaria che esercitano la propria attività come persone giuridiche, Federpromm-Uiltucs  unitariamente all’Associazione di categoria Anaaf, (quest’ultima recentemente costituita  in rappresentanza  degli agenti) hanno ritenuto di avanzare alle forze politiche un emendamento  al  testo in discussione al Senato (c.d. Decreto Ristoro, art.13,comma 1),volto ad inserire  anche gli “agenti in attività finanziaria che operano come persone giuridiche“, recita la nota.

Tutto giusto, bello e sacrosanto, direbbe qualcuno. Ci si chiede, però, per quale motivo tutte queste sigle (ed anche tutte le altre, ognuna con pe proprie note in ordine sparso), evidentemente divise fino a qualche settimana fa dai toni aspri della tornata elettorale in Enasarco, non siano state capaci di ritrovare la via del dialogo in una circostanza così grave, con una pandemia che non accenna a diminuire ed anzi, rispetto alla scorsa primavera, mostra maggiore aggressività ed un bel carico di morti tra la Società Civile e tutti i ceti produttivi del Paese.

Unire le forze, in questo frangente, avrebbe conferito maggiore fiducia proprio agli iscritti di Enasarco. Questi ultimi, oggettivamente, non ne possono più di vedere due fazioni che,  come tribù indiane avversarie, si combattono e poi mal si sopportano, ognuna dalla opposta riva del fiume di un Italia che, serenamente, va in pezzi.

La “finanza delle catastrofi” guida il PIL in Europa e USA. Cina pronta a dominare il mondo

Sebbene la seconda ondata di Covid-19 sia ancora in corso, i dati del PIL del terzo trimestre di Europa e USA mostrano una rassicurante capacità di ripresa dai guasti generati dalla pandemia. Il vaccino è ormai  realtà, e così il primo trimestre del 2021 dovrebbe rappresentare il periodo più proficuo per anticipare i trend di economia reale del prossimo anno. La Cina, intanto, va per conto suo.

I recenti dati sul PIL dei paesi europei e degli Stati Uniti fanno ben sperare sulla capacità di ripresa del modello economico occidentale di fronte al più grave evento del terzo millennio. Comunque la si racconti, la c.d. Finanza delle Catastrofi ha prodotto effetti notevoli sul PIL che, a pandemia terminata, dovranno ripetersi (non senza i dovuti “aggiustamenti” in corso d’opera) per confermare il rilancio generalizzato dell’Economia in tutti i settori della produzione e distribuzione.

In estrema sintesi, se ciò che stiamo vivendo fosse la rappresentazione di un film giallo, le indagini si indirizzerebbero verso la Cina, ossia verso l’unico Paese che, dalla pandemia, ricaverà vantaggi enormi, con buona pace degli USA.

Ma procediamo per gradi, ed esaminiamo i dati paese per paese. In Italia, il PIL cresce più delle attese (+16,1% nel terzo trimestre 2020, rispetto al trimestre precedente), riportandoci ai livelli del 2015. Su base annua, però, il dato rimane negativo (-4,7%), ma il Ministro Gualtieri fa notare che il balzo “è superiore a tutte le stime (persino quelle del Governo, ndr) e testimonia la capacità di risposta della nostra economia e l’efficacia delle misure intraprese”.

Anche la Germania ha registrato un terzo trimestre da record (+8,2%), ed ha battuto le previsioni (che davano un + 7,3%) degli economisti in un recente sondaggio della Reuters. Il rimbalzo del PIL tedesco è stato determinato grazie all’aumento dei consumi privati e degli investimenti nei macchinari; a questi si è aggiunto un forte aumento nelle esportazioni, tanto da spingere il governo tedesco a rivedere al rialzo la stima per il PIL di quest’anno (dal -5,8 al -5,5%). Per il 2021, invece, Berlino prevede l’economia in crescita del 4,4%.

La Francia, dal canto suo, ha visto il suo PIL crescere del 18,2% nel terzo trimestre (dopo un calo del 13,7% nel secondo), contro le previsioni degli analisti che avevano previsto una espansione del 15%. Il ministro dell’Economia francese (Le Maire) prevede una contrazione del PIL dell’11% nel 2020, un dato peggiore delle precedenti stime (-10%), Ma non si è “lanciato” ancora nelle stime di crescita del 2021.

In Spagna i dati confermano la tendenza degli altri Paesi, con il PIL su del 16,7% sul trimestre precedente, che supera le previsioni di un + 13,5%. Su base annuale, la contrazione è dell’8,7%, ben al di sotto delle stime che davano un -12,2%.

Relativamente al Regno Unito, la situazione è differente, in termini previsionali, per via di una possibile Brexit senza accordo. Il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le previsioni per l’economia, con un calo del 10,4% del PIL nel 2020 e una crescita del 5,7% nel 2021, ma se la “questione Brexit” dovesse essere definita senza un accordo tra Londra e Bruxelles, agli effetti della pandemia dovranno aggiungersi quelli derivanti dall’uscita hard dall’Unione Europea.

Andando oltreoceano, nel terzo trimestre dell’anno il PIL Usa è balzato del 33,1%, sopra le attese degli analisti che avevano previsto un +31% (nel secondo trimestre il PIL era crollato del 31,4%). Si tratta della maggiore espansione di sempre del PIL americano, e sembra di buon auspicio per la campagna elettorale del presidente Trump, in affanno sullo sfidante Biden ed incerto fino all’ultimo sulla sua rielezione.

In Giappone, la Bank of Japan (BoJ) ha lasciato invariata la propria politica monetaria, rivedendo contestualmente al ribasso le stime sul Pil dell’anno fiscale 2020/21. Lo scenario del PIL reale relativo all’anno fiscale 2020/2021 è stato tagliato dal -4,7% al -5,5%, mentre il PIL reale per il periodo 2021/2022 è stato rivisto al rialzo del +3,6% (+1,6% nel 2022-2023).

Un capitolo a parte spetta alla Cina, che si candida ad essere sempre più – e più degli Stati Uniti – l’economia di traino della crescita mondiale. Infatti, la ripresa economica cinese è molto vigorosa in tutti i settori produttivi: i risultati del terzo trimestre del 2020 hanno determinato il rientro in positivo del PIL annuale, balzato al + 0,7 per cento nei primi nove mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2019. Le previsioni adesso vedono una chiusura dell’anno a +2,1% e una crescita del + 7,6 per cento nel 2021.

Pertanto, l’economia cinese passerà indenne l’anno disastroso del Covid, e ciò determinerà enormi vantaggi per il futuro. Del resto, mentre in Europa e USA si profila un secondo lockdown generalizzato, le immagini che arrivano dalla Cina ci raccontano di strade e negozi affollati, poche mascherine, attività a pieno ritmo e normalità. Nel frattempo, il Governo cinese ha già sviluppato una politica che favorisca, nei prossimi cinque anni, la forte crescita dei consumi interni, che sosterranno il PIL aggiungendo “benzina” al tradizionale motore delle esportazioni e, in tutta probabilità, metteranno nell’angolo i sogni di continuità egemonica degli Stati Uniti.

Neanche l’India, devastata dalla pandemia, potrà contrastare questa tendenza. Infatti, per il 2020 si prevede una contrazione della sua economia pari al 9 per cento, e i primi segnali di ripresa non arriveranno prima del 2021.

In definitiva, il vaccino rimane l’unico driver possibile per consentire ad Europa e USA di “tendere l’arco”, e prepararsi a scoccare la freccia della ripresa nel 2021.

La Cina, intanto, ha già scagliato la sua freccia e il suo dominio commerciale, grazie al progetto di distribuire rapidamente (e gratuitamente) un miliardo di dosi del suo vaccino, appare ormai incontrastabile.

Alberto Conca: stime sugli utili 2021 troppo prudenti, col vaccino impennata nella curva dei tassi Usa

Secondo Alberto Conca di Zest Asset Management, il rischio di nuovi lockdown mantiene inalterata la leadership dei titoli growth. La ricca disponibilità di cassa come quota del Pil di famiglie e imprese darà impulso alla ripresa economica e alla risalita dei tassi negli Usa.

 “Il risparmio disponibile da parte di aziende e famiglie, mai stato così alto, potrebbe fare in modo che le stime sugli utili per il 2021 siano troppo prudenti, in particolar modo se ci fosse l’approvazione di un vaccino in tempi brevi, cosa plausibile. La rimozione di tale incertezze potrebbe provocare un’impennata della curva dei tassi negli Stati Uniti. Le aspettative di inflazione e i tassi a 10 anni si sono scollati ultimamente, e si potrebbe assistere a un riallineamento nel caso di ripresa economica”. È l’analisi di Alberto Conca, responsabile degli investimenti di Zest Asset Management, società di gestione svizzera indipendente.

“Quest’anno le famiglie statunitensi hanno aumentato i loro risparmi di ben 300 miliardi di dollari dall’inizio della pandemia, grazie allo stimolo fiscale e al fatto che molti dei servizi non erano disponibili durante il lockdown come ristoranti, aerei, alberghi e altre spese discrezionali. Le aziende hanno tagliato i costi e gli investimenti e ora ci troviamo in una situazione senza precedenti”, sottolinea Conca. “Famiglie e imprese oggi hanno una disponibilità di cassa come quota del Pil che non è mai stata così alta. Questo darà ulteriore impulso alla ripresa economica successiva”.

Questo fattore, unito alla probabile approvazione imminente di un vaccino, porterebbe all’eliminazione delle incertezze di mercato, con una conseguente impennata della curva dei tassi Usa. In questa situazione, il mercato azionario dovrebbe comportarsi meglio di quello obbligazionario, in particolare quello governativo. Inoltre, il mercato dei corporate potrebbe far meglio di quello governativo poiché gli spread hanno ancora margini per restringersi in modo significativo. Gli investitori chiedono ancora un premio al rischio elevato rispetto ai titoli di stato a causa dei rischi sopra descritti. La misura del premio al rischio implicito sul mercato azionario (Erp) si attesta intorno al 4,8% per il mercato statunitense. In Europa è leggermente superiore, il che rende il mercato azionario più interessante a medio termine. Il mercato europeo ha un Erp implicito più elevato a causa della percentuale più bassa di settori ad alta crescita come tecnologia, consumi durevoli e health care e una percentuale più alta di settori cosiddetti value. Quei settori non solo sono cresciuti più velocemente negli ultimi cinque anni, ma anche con minore volatilità.

Alberto Conca

Dopo il forte calo dovuto al diffondersi della pandemia, i mercati azionari hanno smesso di seguire la traiettoria dei nuovi contagi giornalieri. L’imponente supporto monetario e fiscale messo in atto in tempi brevissimi ha aiutato, ma questa non è l’unica spiegazione della decorrelazione osservata. Gli investitori hanno trattato la pandemia come fosse un disastro naturale che ha causato enormi danni economici ma non è stato innescato da uno squilibrio finanziario, come avviene generalmente durante una recessione tradizionale.

L’output economico e la ripresa dell’occupazione sono stati sempre molto più rapidi dopo un disastro naturale rispetto a quello avvenuto dopo la grande recessione del 2008-2009. Durante una recessione indotta da squilibri finanziari, la disoccupazione continua ad aumentare per un periodo considerevole a causa del crescente numero di persone che diventano “disoccupati di lunga durata”, mentre in una recessione indotta da calamità naturali la disoccupazione aumenta solo temporaneamente e le tendenze economiche precedenti, passata l’emergenza,  riprendono rapidamente generando una rapida ripresa dell’occupazione.

“In un mondo in cui la crescita è frenata dalla pandemia, i titoli ad alta crescita sono l’unico porto sicuro”, conclude Conca. “L’approvazione di un vaccino potrebbe cambiare temporaneamente la leadership di mercato, ma le notizie dominanti sono per il rischio di un altro lockdown in Europa. Questo non farà altro che mantenere inalterata l’attuale leadership dei titoli growth”.

Locazioni, in contrazione quelle a canone libero, in aumento quelle con canone transitorio

Tutti coloro che avevano acquistato una casa da destinare all’affitto turistico, e che hanno deciso di collocarla nel settore residenziale, hanno optato per la formula del contratto transitorio per non vincolare l’immobile.

Nel primo semestre del 2020 i canoni di locazione sono in diminuzione dello 0,2% sui monolocali e dello 0,9% per i bilocali e i trilocali. L’effetto della pandemia si è fatto sentire su questo segmento di mercato che dal 2015 non conosceva crisi. Il boom delle locazioni turistiche, infatti, aveva determinato in questi anni una contrazione dell’offerta residenziale e, di conseguenza, i canoni hanno continuato progressivamente a crescere, fino al 2020 quando il Covid ha messo in stand by il turismo, mandato in smart working i lavoratori e costretto le università alla didattica a distanza. Tutto questo ha fatto contrarre la domanda di immobili in affitto aumentando l’offerta.

Nel primo semestre del 2020, il 74,7% ha cercato casa come scelta abitativa, con un lieve aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, quando la percentuale era del 71,4%. In questa categoria rientrano coloro che non riescono ad acquistare o volutamente scelgono l’affitto. Come ci aspettavamo c’è una contrazione della domanda di chi cerca per motivi di lavoro che passa da 25,9% a 22,6%. I lavoratori la cui azienda ha optato per lo smart working hanno deciso di non rinnovare il contratto di affitto in attesa di nuove disposizioni.

Abbastanza invariata la percentuale degli studenti, molto probabilmente perché l’analisi è riferita alla prima parte dell’anno mentre questo target si muove in genere a settembre. Verosimilmente gli effetti della contrazione su questa categoria di inquilini si vedrà nel secondo semestre del 2020. 

La città in cui è più alta la percentuale di chi cerca per motivi di lavoro è Milano, anche se rispetto ad un anno fa si registra un calo che sfiora il 10%. La motivazione è proprio il massiccio ricorso allo smart working nel capoluogo lombardo che ha comportato anche una contrazione dei single che affittano. Questi, rispetto ad un anno fa, passano da 54,5% a 53,8%.

I dati sui contratti stipulati nella prima parte del 2020 registrano una contrazione di quelli a canone libero (in un anno da 55,1% a 52,0%) ed un aumento del concordato (da 29,5% a 31,4%) e del contratto transitorio che passa da 15,4% a 16,6%. Questo dato, molto interessante, evidenzia una delle conseguenze della pandemia e cioè l’aumento del ricorso al canone transitorio: tutti coloro che avevano acquistato una casa da destinare all’affitto turistico e che hanno deciso di collocarlo sul settore residenziale hanno optato per la formula del contratto transitorio per non vincolare l’immobile per troppo tempo e riaverlo a disposizione per ritornare agilmente allo short rent in caso di un’inversione di trend dei flussi turistici.

Interessante anche i dati sul contratto a canone concordato che potrebbe rivelarsi una buona soluzione per inquilini timorosi degli effetti del lockdown e proprietari che ottengono un vantaggio fiscale e una maggiore possibilità di “sostenibilità” del contratto stesso grazie ai canoni calmierati.

L’analisi delle grandi città vede a Milano una netta prevalenza del contratto a canone libero. A Napoli è interessante sottolineare l’incremento del contratto transitorio che è quasi raddoppiato passando da 8,1% a 15,1%. Napoli è una città che negli ultimi anni ha registrato un consistente numero di compravendite immobiliari per motivi turistici che adesso si affittano con la modalità transitoria. A Roma c’è un balzo del contratto a canone concordato che aumenta di un 10% rispetto ad un anno fa.

La tipologia più affittata è il bilocale, con il 39,1%, seguita dal trilocale con il 30,9%.

Sondaggio Banca D’Italia presso gli agenti immobiliari. Effetti del Covid sulle abitazioni anche nel 2021

I giudizi sulle prospettive a breve termine sono migliorati, sia per il proprio mercato di riferimento sia per quello nazionale, pur rimanendo orientati al pessimismo. Una larga quota di agenti prevede che l’epidemia avrà effetti negativi sui prezzi delle abitazioni anche oltre l’anno in corso.

Secondo il sondaggio condotto da Banca D’Italia presso la categoria degli agenti immobiliari, prevalgono le previsioni di un miglioramento generale del mercato, sebbene all’interno di uno scenario ancora pessimista che non lascia intravedere chiari margini di miglioramento se non dopo i primi mesi del 2021.

Nell’indagine effettuata presso 1.403 agenti immobiliari (periodo: dal 31 agosto al 20 settembre 2020), la quota di agenzie che segnala una flessione dei prezzi nel secondo trimestre è ancora lievemente maggiore rispetto a quella che nella precedente rilevazione riportava un calo nel primo trimestre. Sono tuttavia migliorate le condizioni della domanda e le valutazioni sull’andamento dei mandati a vendere, a fronte della stabilità dei tempi di vendita e dello sconto medio sui prezzi richiesti dai venditori.

A seguito dell’epidemia di Covid-19, in particolare, è scresciuta la domanda di abitazioni indipendenti e con disponibilità di spazi esterni, come già evidenziato da tutti i maggiori network immobiliari nelle scorse settimane. I giudizi sulle prospettive a breve termine sono migliorati, sia per il proprio mercato di riferimento sia per quello nazionale, pur rimanendo orientati al pessimismo. Una larga quota degli agenti intervistati, infatti, prevede che la pandemia avrà effetti negativi sui prezzi delle abitazioni anche oltre l’anno in corso.

Più in dettaglio, la pandemia di Covid-19 ha avuto effetti rilevanti sulle caratteristiche prevalenti degli alloggi più richiesti dai potenziali acquirenti e sulle motivazioni di acquisto. Oltre all’aumento della domanda per abitazioni indipendenti e con spazi esterni, sorprende la crescita di coloro che cercano abitazioni di ampie dimensioni.

Rispetto ai mesi precedenti la pandemia, sarebbe lievemente diminuita l’incidenza di potenziali acquirenti intenzionati all’acquisto della prima casa o di un immobile ai fini di investimento, ed al contempo è salita la quota di coloro che sono già proprietari e vorrebbero cambiare casa, soprattutto per trasferirsi dal centro città alla campagna limitrofa e ben collegata, oppure per ottenere un vano in più.

Relativamente alle dinamiche operative ed alla relazione con la clientela, le cause prevalenti di cessazione dell’incarico restano le offerte di acquisto ritenute troppo basse dal venditore (57,8 per cento), nonché la mancanza di proposte di acquisto per via dei prezzi giudicati troppo elevati dai compratori (53,3 per cento degli agenti). Rimane contenuta la quota di coloro che segnalano difficoltà nel reperimento del mutuo (26,2 per cento).

Lo sconto medio sui prezzi di vendita, rispetto alle richieste iniziali del venditore, è rimasto sostanzialmente stabile al 10,9 per cento, ed anche i tempi di vendita risultano pressoché invariati (7,5 mesi). La quota di acquisti finanziati con mutuo ipotecario ha più che recuperato il calo del periodo precedente, e resta elevato (76,8 per cento) il rapporto fra l’entità del prestito e il valore dell’immobile.

Riguardo le locazioni, la percentuale di agenti che ha dichiarato di aver locato almeno un immobile nel trimestre precedente è rimasta pressoché stabile. Il margine medio di sconto rispetto alle richieste iniziali del locatore è marginalmente salito, al 4,0 per cento.

Per quanto concerne le prospettive per le compravendite e i prezzi nei rispettivi mercati di riferimento, il numero degli agenti che giudicano positiva la situazione nel terzo trimestre è aumentato notevolmente rispetto a quello degli intermediari che la ritengono negativa, ma i secondi prevalgono ancora sui primi. A due anni, poi, le attese sono nettamente più favorevoli, e sono aumentati i pareri favorevoli sui nuovi incarichi a vendere e sull’evoluzione dei prezzi di vendita.

Storia della Consulenza Finanziaria in Italia. Dagli anni Ottanta ai giorni del Covid

(SECONDA PARTE) Dal lunedì nero del 19 Ottobre 1987, passando per il crollo del Nasdaq nel 2000, e poi ancora dall’11 Settembre e dalla grande crisi del 2008, la professione del consulente finanziario è riuscita a svilupparsi e a prosperare fino ai giorni nostri. I giorni del Covid.

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(SEGUE DALLA PRIMA PARTE) Durante tutti gli anni Ottanta si verifica un notevole incremento di appartenenti alla categoria, grazie al modello di business “piramidale” e ad un numero sempre maggiore di clienti interessati alla nuova offerta di servizi finanziari non distribuiti dalle banche. Le reti, nel frattempo, cominciano a diversificare la propria offerta, che si struttura adesso su tre categorie di base: fondi azionari, bilanciati ed obbligazionari.

Oggi sembra un’inezia, ma questa primordiale segmentazione – a cui corrispose una altrettanto primordiale applicazione del principio di diversificazione degli investimenti anche nel risparmio gestito – fu allora una specie di rivoluzione, che consentì ai consulenti dell’epoca non solo di moltiplicare a dismisura le opportunità di acquisire clienti e incamerare nuove commissioni, ma anche di riuscire a gestire eventi di borsa catastrofici come il famoso “Lunedì nero” del 19 Ottobre 1987. Inoltre, grazie a questa suddivisione il mercato dei fondi comuni di investimento, prima venduti ad una nicchia di risparmiatori desiderosi di cimentarsi nel preistorico mercato azionario italiano per  limitare i rischi, si aprì anche alla classe media.

ANASF, in quegli anni, si adopera per dare vita ad un nuovo organismo di vigilanza dedicato alla certificazione dei servizi finanziari offerti al pubblico dei risparmiatori, anche perché la raccolta delle reti si attestava già sui 2.500 miliardi (in lire del 1981, ossia circa 5,7 mld di euro odierni), ed i risparmiatori che avevano sottoscritto fondi comuni di diritto estero, certificati immobiliari e gestioni patrimoniali erano già circa 300.000.

Negli anni successivi, una spinta poderosa al settore veniva data sia dall’istituzione dei fondi comuni di investimento italiani, sia dalla regolamentazione della sollecitazione del pubblico risparmio, giunta nel 1990 con un Albo ufficiale che permetteva finalmente ai risparmiatori di poter riconoscere con certezza gli operatori autorizzati ad effettuare proposte di investimento.

Con l’istituzione dell’Albo, però, la definizione di consulente/agente finanziario lasciava il posto a quella di Promotore di servizi finanziari, dal momento che la consulenza finanziaria diventava ope legis un’attività riservata alle sole Sim, distinta dalla sollecitazione del pubblico risparmio.

Il regolamento della Consob concernente l’Albo e l’attività dei promotori di servizi finanziari veniva adottato con deliberazione n. 5388 del 2 luglio 1991 (con operatività a partire dal 5 gennaio 1992) ed è rimasto in vita fino al 2018, anno in cui L’albo unico dei consulenti finanziari passava sotto la gestione dell’Organismo Unico OCF (LIBRO XI, Parte III del regolamento Consob n. 20307/2018).

Gli anni ’90 sono stati, senza ombra di dubbio, gli anni della crescita dei consulenti finanziari e del nuovo modello di business della “banca-rete”, ossia della banca a servizio dei promotori. Fideuram è il precursore di questo processo di trasformazione commerciale, e trasforma la sua SIM in banca, aprendo un buon numero di filiali nelle maggiori città italiane, laddove si concentrava maggiormente la ricchezza e cimentandosi per prima nel reclutamento dei bancari che, forti del contatto e della fiducia della clientela, volessero valutare l’accesso alla professione.

Nonostante il modello Fideuram venisse immediatamente seguito da altre realtà del settore, durante questi anni di forte sviluppo una insana decisione di natura politica portava alla eliminazione della figura del praticante, ruolo indispensabile per un costante ricambio generazionale e, quindi, per la “continuità della specie” degli ex promotori, colpiti oggi da un elevato indice di invecchiamento e da una ineluttabile riduzione degli appartenenti alla categoria già nei prossimi cinque anni. L’età media dei professionisti, infatti, si è innalzata senza freni, e rappresenta adesso la principale barriera all’entrata di risorse umane con portafoglio clienti da creare ex novo.

In molti oggi cominciano a chiedersi il perché di questo enorme errore di valutazione, anche perché gli utili a profusione di quegli anni (e di quelli successivi) avrebbero consentito alle banche-reti di continuare ad investire con scioltezza nella selezione dei migliori praticanti promotori.

Tra il secondo ed il terzo millennio, superata la paura del Millennium Bug (chi se lo ricorda?) e lo shock del famigerato 11 Settembre 2001, si è andati spediti verso il 2007-2008, anno in cui due eventi fondamentali hanno scosso fin dalle fondamenta la categoria dei consulenti finanziari: la crisi mondiale innescata negli USA dalla bolla dei mutui (e dei titoli) c.d. subprime, e l’avvento della MiFID I, che introducendo il divieto di duplicazione dei regimi commissionali (gestioni patrimoniali e fondi di fondi) portava ad una “sforbiciata” del reddito dei promotori in misura pari al 35-40%, facendo nascere nei consulenti l’esigenza di aumentare il proprio portafoglio medio.

Negli anni successivi al 2008, le reti hanno consolidato il proprio modello di business e, complice la nuova era dei tassi di interesse prossimi allo zero, i promotori hanno aumentato notevolmente le masse investite nel risparmio gestito, diventato così  l’insieme di strumenti finanziari preferito da milioni di risparmiatori “orfani” del tasso fisso.

L’entrata in vigore della MiFID II introduce, tra le altre cose, un giro di vite sulle regole di trasparenza relative ai costi pagati dalla clientela. A ben vedere, si tratta di una riforma “calata dall’alto”, cioè dalle Istituzioni che governano l’Offerta (e non dalla Domanda, cioè i clienti), e ciò porta necessarie trasformazioni ma anche autentiche distorsioni (tra le prime, una ulteriore riduzione dei ricavi dei consulenti).

Nell’anno della MiFID II, i promotori tornano ad essere chiamati consulenti, e oggi all’Organismo Unico sono iscritti, in tre distinte sezioni, i consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, i consulenti finanziari autonomi e le società di consulenza finanziaria. (L’albo e le modalità di iscrizione alle tre sezioni sono pubblicati sul sito dell’OCF https://www.organismocf.it). Pertanto, grazie a questa riforma il “piccolo/grande universo sconosciuto” dei consulenti c.d. indipendenti riceve la dignità che molti attendevano, e i mesi successivi vedono gradualmente lievitare sia il numero dei singoli professionisti, sia quello delle società di consulenza (le SCF). Inoltre, con le delibere n. 20503/2018 e 20704/2018, sono state trasferiti dalla Consob all’OCF i poteri sanzionatori e di vigilanza sulle tre categorie di consulenti finanziari.

Il 2019 scorre con lo spauracchio della nuova rendicontazione da inviare alla clientela (paura poi rivelatasi del tutto superflua), e proprio mentre ci si preparava ad un 2020 di “ordinario sviluppo” e nuova raccolta, arriva la pandemia di Covid-19. Si tratta di un evento ancora in corso, di cui oggi non si intravede la soluzione e che accomuna tutta la popolazione mondiale all’interno di nuove modalità di relazione (social distance) e stringenti regole di vita.

Tuttavia, nonostante il ritorno alla normalità sia ancora lontano, sono molteplici le profonde trasformazioni che la pandemia ha determinato anche nella professione di consulente finanziario, il quale ha dovuto anticipare di qualche anno –  insieme ai propri clienti – una evoluzione dei costumi professionali che, in tutta probabilità, si sarebbe verificata solo con le nuove generazioni di clienti (e di consulenti). In particolare, si è reso necessario tornare ad esplorare le tecniche di marketing operativo, adattandolo alle circostanze, rese necessarie del “dialogo a distanza” con la clientela effettiva e, soprattutto, con la clientela potenziale, la quale adesso va cercata utilizzando gli strumenti della tecnologia.  

Questo ritorno allo studio e all’approfondimento dei temi della “vendita” – da adattare alla comunicazione a distanza, anche video – ci riporta prepotentemente al passato, e ci fa sentire nuovamente figli, nipoti e pronipoti di Bernie Cornfeld e della sua “visione”. Nonostante oggi si dibatta ancora sul suo vero ruolo di presunto truffatore o di vittima della buona fede e dell’inesperienza, del visionario Bernie Cornfeld i consulenti di oggi conservano intatto il suo “corredo genetico” fatto di spirito di iniziativa, diplomazia, attitudine al problem solving, capacità di ascoltare, coraggio e spregio della fatica. Tutto questo consentirà ai consulenti di essere pronti, quando la pandemia troverà la sua fine, per cavalcare la grande ripresa mondiale delle relazioni; per cui, anche oggi, è fondamentale non perdere mai la nostra personale “visione”, proprio come il nostro avo a stelle e strisce, perché il rapido avverarsi delle circostanze potrebbe coglierci impreparati.

Mercati azionari, dagli USA segnali di incertezza. Il megatrend dell’Innovazione parla cinese

Opportunità di breve termine concentrate ancora sul mercato cinese, forte del suo vincente modello di difesa sanitaria e dell’Economia votata all’innovazione. Energia, tecnologia e sanità i settori azionari più promettenti per anticipare la ripresa economica del secondo semestre 2021. 

Comunque andrà a finire questa brutta storia del Covid-19, il ruolo della Cina rimane un caso di scuola: la prima ad esserne colpita, e la prima ad uscirne mantenendo in piedi il suo apparato produttivo ed economico, ed anzi elevandosi a mercato-chiave per gli investimenti finanziari dei prossimi 12 mesi.

Come abbia fatto, ormai, non è neanche un mistero, tranne per chi si ostina – anche tra le fila dei c.d. esperti mondiali – a negare l’evidenza: in Cina si è privilegiata la soluzione “strong” del problema sanitario, per un periodo di due mesi pieni, rinchiudendo i cittadini in casa e sanificando persino le condotte delle fognature; tutto ciò, relegando in secondo piano gli effetti della pandemia sull’economia, e condizionando la ripresa della produttività ad una serie di “restrizioni sostenibili” che, alla fine, hanno fatto la differenza rispetto alle altre economie mondiali e che ancora oggi vengono osservate rigidamente.

Infatti, il governo di Pechino ha sviluppato un sistema di controllo sociale capillare, tracciando e isolando i soggetti risultati positivi, ed eliminando sul nascere il 99,8% dei focolai su tutto il territorio.  Inoltre, le procedure di controllo per gli stranieri-lavoratori che rientrano nel Paese sono ancora piuttosto rigorose e tassative: viene effettuato un tampone prima di imbarcarsi, ed il passeggero è autorizzato a partire solo se l’esito è negativo. Peraltro, il risultato viene immediatamente comunicato alla sede diplomatica cinese del paese dove il cittadino straniero vive ed ha cittadinanza. Una volta tornato in Cina, gli viene effettuato un nuovo tampone all’ingresso, ed anche in caso di esito negativo egli dovrà trascorrere in quarantena 14 giorni presso uno degli alberghi designati dalle autorità, sottoponendosi al monitoraggio dei medici. Alla fine del periodo di quarantena, infine, viene effettuato un ultimo tampone, con obbligo di iscrizione ad una app sanitaria.

Con questa prassi, la Cina è riuscita ad intercettare circa 3.000 contagiati da Aprile ad oggi. Non deve sorprendere, pertanto, che essa sia ripartita immediatamente, ed oggi stia già raccogliendo i frutti della sua strategia. Infatti, nel mese di settembre le esportazioni e le importazioni cinesi hanno registrato livelli da record: importazioni su del 13,2%, e le esportazioni cresciute del 9,9%.

Al di fuori della Cina, il rischio maggiore per le dinamiche di mercato nel breve termine ederiva dall’incerto esito della tornata elettorale negli USA, perché alcuni settori potrebbero reagire in modo diverso a seconda di chi vince. Le grandi aziende tecnologiche, quelle della difesa e le società finanziarie potrebbero registrare performance migliori sotto Trump, mentre le energie rinnovabili e le infrastrutture potrebbero rivelarsi vincenti con Biden. In entrambi i casi, il percorso tracciato sugli investimenti ESG appare ormai senza freni, grazie anche alla pressione degli investitori verso le pratiche ESG ed alla conseguente accelerazione dei flussi azionari verso quella direzione.

In linea generale, pur escludendo i lockdown totali come quelli della scorsa primavera, i prossimi mesi potrebbero essere dominati da temporanee chiusure locali, con possibili rallentamenti nei consumi in tutti i paesi europei. Pertanto, è possibile immaginare che le politiche fiscali e monetarie continuino ad assicurare una generosa tutela degli apparati produttivi, soprattutto di quelli più resilienti. Come il settore sanitario, per esempio, che si è dimostrato più resistente di quelli del turismo, dei viaggi e della ristorazione, pur avendo registrato un crollo delle visite ospedaliere non urgenti.

Relativamente ai c.d. Megatrend, che individuano i settori giusti per allocare risorse finanziarie per il lungo o lunghissimo periodo, la parola d’ordine sembra essere, per tutti, “Innovazione”. Ciò che sta accadendo nel mondo, infatti, determinerà una disruption negli stessi modelli macro-economici  – in quelli micro-economici è già cominciata di brutto – che regolano l’Economia mondiale, richiedendo un livello di innovazione di prodotto che la Cina sembra cavalcare prepotentemente già da qualche anno e sul quale, in considerazione della rapida ripresa in atto, sembra correre quasi da sola.

Il difficile, semmai, è individuare le aziende che beneficeranno maggiormente di questo Megatrend, ma sembra pacifico affermare che quelle appartenenti ai settori sanitario, biotecnologico e iper-tecnologico (quest’ultimo applicato ai grandi problemi del Clima) consentano già di circoscrivere i possibili investimenti da valutare per gli asset di portafoglio di lungo periodo.