Aprile 21, 2026
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Federpromm: la nomina di Marino alla vigilanza di OCF non mette a rischio la neutralità dell’authority

La nomina di un esponente politico alla vigilanza dell’OCF può pregiudicare la neutralità dell’Authority? No, secondo Manlio Marucci di Federpromm: “l’allora ministro delle finanze prof. Savona divenne presidente Consob tra mille polemiche, ma la rappresenta egregiamente ancora oggi e le polemiche sono sepolte nel dimenticatoio”.

Articolo e intervista a cura di Massimo Bonaventura

Di recente, la segreteria del sindacato Federpromm – che rappresenta gli interessi dei consulenti finanziari in Italia – è intervenuta con una nota in merito alla nomina del senatore Mauro Maria Marino (Italia Viva-Psi) alla vigilanza dell’OCF (Organismo unico dei consulenti finanziari), non nascondendo un monito in relazione alla potenziale perdita di neutralità dell’Authority. Tuttavia, secondo Federpromm, il “bilancio” complessivo di questa nomina non è affatto negativo.

Nella nota, infatti, si afferma che “con la nomina alla vigilanza del senatore Mauro Maria Marino si avvia un nuovo percorso per il ruolo istituzionale assunto da tale organismo. Una compagine di governance che vede nuove figure professionali alla guida di tale istituzione in rappresentanza delle varie associazioni professionali di categoria che sicuramente darà nuovo impulso alla crescita del settore. Apprezzabile anche la nomina a presidente onorario di tale istituzione della prof.ssa Carla Bedogni, che costituisce una garanzia come figura storica nel dare continuità al suo ruolo pubblico di vigilanza, ma dispiace constatare come sia stata esclusa la figura di Massimo Scolari in rappresentanza dell’associazione Ascofind, figura di alto profilo e competenza professionale”. “Inoltre – aggiunge la nota della segreteria generale di Federproomm-Uiltucs – la nomina di un esponente politico e non tecnico può essere vista come una posizione non neutrale, non presente nella realtà di altre Authority, indipendentemente dalle competenze universalmente riconosciute al Sen. Marino” (che in passato ha maturato una significativa esperienza istituzionale anche in altri organismi di vigilanza, n.d.r.). “Pertanto – conclude la nota del sindacato – ci auguriamo che la nuova composizione della rappresentanza dell’Organismo sia anche una valida occasione per rendere maggiormente funzionale il suo ruolo istituzionale di vigilanza e neutralità nelle decisioni che verranno assunte”. 

La nota di  Federpromm – del tutto incidentalmente – apre una discussione su un tema che rischia di passare inosservato. Infatti, con le elezioni politiche di questi giorni, centinaia di parlamentari si troveranno in esubero, poiché nella nascente legislatura, per effetto della riforma costituzionale, il numero degli eletti sarà ridotto da 945 a 600. Pertanto, è alta la probabilità che molti di essi, dopo essersi allontanati per lungo tempo dalla precedente vita lavorativa, vorranno legittimamente mettere l’esperienza acquisita durante gli anni di attività parlamentare a servizio di qualche incarico di prestigio. Tra questi, i ruoli apicali nelle authority sono tra i più ambiti, perché consentono di dare continuità all’impegno personale già iniziato nei settori di interesse pubblico.

Naturalmente, al netto della innegabile competenza di molti ex parlamentari – alcuni dei quali sono a tutti gli effetti degli autorevolissimi “tecnici” del proprio settore professionale di origine – la provenienza dal mondo della politica di questi professionisti pone degli interrogativi in relazione agli effetti che il loro ingresso potrebbe determinare sull’indipendenza delle varie authority, soprattutto se la nomina avviene in assenza dei requisiti di esperienza e competenza richiesti da un ruolo che – va ricordato – è prettamente tecnico. Infatti, nelle Authority è fondamentale che i propri soggetti apicali abbiano maturato una esperienza specifica nel settore per il quale vengono eletti, e non devono essere condizionati in alcun modo dalla politica. P&F ne ha parlato con Manlio Marucci, presidente di Fedepromm.

Prof. Marucci, ritiene che la recente nomina del senatore Marino alla vigilanza di OCF possa costituire, in linea di principio, un precedente capace di mettere a repentaglio l’indipendenza delle authority nel campo della Finanza?
Le qualità professionali del senatore Marino non sono in discussione. Ricordiamo che ha ricoperto un ruolo istituzionale come presidente nella Commissione Finanze e Tesoro del Senato, che è stato sostenitore di diversi disegni di legge nel settore finanziario, nonché membro di Commissioni d’inchiesta parlamentari sul sistema bancario italiano. Pertanto, la nomina del senatore Marino alla vigilanza dell’OCF non mette certamente a repentaglio l’indipendenza di questa Authority. Tuttavia, c’è un problema di fondo, e cioè quello di inquadrare le nomine tecniche delle Authority in generale all’interno del contesto politico che il paese sta vivendo da molti anni, durante i quali il Parlamento non ha saputo affrontare in modo organico sia la gestione del potere che il passaggio generazionale nelle istituzioni che costituiscono il collante delle attività produttive e di controllo della nostra società. E’ chiaro che le Authority – proprio per la loro funzione istituzionale – devono essere autonome e non condizionate da decisioni politiche, soprattutto nel settore finanziario. 

Perché è un bene che la politica resti fuori dal mondo della consulenza finanziaria, limitandosi a raccoglierne le istanze evolutive?
Proprio per limitare le eventuali interferenze, che potrebbero influenzare il processo di crescita e di indipendenza delle strategie di mercato e perseguire obiettivi di crescita in tutto il settore dell’intermediazione creditizia e finanziaria, è indispensabile che la politica non debba far pesare il suo ruolo, che è strettamente influenzato dai rapporti di forza tra le varie correnti ideologiche e di pensiero, a volte non rispondenti allo sviluppo del settore. A mio parere, qualora la politica esercitasse una pressione sulle scelte autonome perseguite dalle imprese di produzione e distribuzione di strumenti finanziari, si porrebbero problemi di funzionamento e funzionalità per l’intero settore, con probabili problemi di crescita e di confronto sui mercati internazionali.

Le nomine politiche alle autority sono state spesso oggetto di proteste da parte delle associazioni dei consumatori. A suo parere è necessario avviare una riforma che liberi questi organismi da qualsiasi condizionamento politico?
Ricordo la polemica a suo tempo emersa con la nomina a ministro delle finanze del prof. Savona, poi ricondotto alla funzione di presidente della Consob, ancora oggi da lui rappresentata egregiamente. Tuttavia sono convinto che vada applicato anche in questo caso il concetto di “check and balance” (controllo e bilanciamento reciproco), ovvero quell’insieme di meccanismi politico-istituzionali finalizzati a mantenere un corretto equilibrio tra i vari ordinamenti dello Stato. 

Il settore della consulenza finanziaria fino ad oggi non ha subito influenze dalla politica nel suo divenire, o almeno questa è la sensazione dall’interno. Ritiene che sia vero, oppure è già successo e semplicemente non ce ne siamo accorti?
E’ una vecchia storia, che limita il giudizio di valore sulla portata politica del problema. In una società in cui l’intelaiatura dei rapporti strutturali, di norme giuridiche interconnesse tra loro e a volte disfunzionali, in cui il settore della finanza e della consulenza finanziaria sono strumenti primari che vanno assumendo un ruolo sempre più centrale nei confronti del sistema economico, ritengo che la politica tradizionale, ossia quella di origine parlamentare, non abbia influenzato il sistema finanziario se non partecipando, dall’alto del proprio ruolo istituzionale, alla formazione di leggi e regolamenti grazie ai quali oggi in Italia si danno garanzie alla funzione del risparmio privato. Se c’è stata influenza politica, è sicuramente attribuibile a quella europea, che con le due MiFID ha messo il cappello sul risparmio e sulla consulenza finanziaria già da molti anni, con alterne fortune, nell’intento di creare un sistema finanziario europeo  che potesse competere con quello americano. Ma questa è un’altra storia.

L’UE futura colonia di USA, Cina e Russia? Senza una NEP (Nuova Politica Economica) è inevitabile

“Bisogna capire che tipo di modello di società si vorrà realizzare una volta passata la bufera del Covid19: ancora capitalismo di ultima generazione, oppure una  transizione obbligata verso una  società di tipo socialista o di vera democrazia partecipata?”

Di Manlio Marucci*

Saremo condannati a non far altro che sanare piaghe”. Così si espresse  Lenin al congresso del PC nel marzo del 1921, dopo che l’armata rossa, con tremenda ferocia,  soppresse  l’ammutinamento dei marinai e della guarnigione dei socialisti rivoluzionari di Kronstadt . Una triste storia, che diede vita poi a quel processo  di riforme obbligate che va sotto il nome di NEP (Nuova Politica Economica), con il ritorno al sistema  capitalistico e al libero commercio.  Una pagina amara che forse è utile ricordare per la sua similitudine con questa fase storica e socio-politica che sta attraversando l’Europa.

In  questa attuale fase di transizione, le trasformazioni  del  processo di sviluppo sono dominate variabili biologiche (e forse chimiche), i rapporti di scambio a livello mondiale sono condizionati  da un sistema finanziario governato dalla speculazione selvaggia e le politiche economiche dei vari Stati sono orientate su come mantenere posizioni di potere e di privilegio. In un sistema così, nasce l’esigenza di comprendere che tipo di modello di società si vorrà realizzare una volta passata la bufera del Covid19: ancora capitalismo di ultima generazione, o transizione obbligata verso una  società di tipo socialista o di vera democrazia partecipata ?

John Adam (1735-1826) così definiva l’idea futura di società:  “Ci sono due modi per conquistare e rendere schiava una nazione. Uno è tramite la spada. L’altro è tramite il debito”. Una locuzione quanto mai efficace nell’attuale contesto, soprattutto per  il nostro paese.  E se il debito fosse un falso problema? Per comprendere bene il fenomeno, e soprattutto il modo in cui il debito influenza  i vari aspetti  della società, bisogna risalire alla istituzione del sistema monetario, alla formazione del denaro e alle politiche che lo governano. In proposito ci aiutano alcuni dati. In un mondo in cui l’1% della popolazione possiede il 40% della ricchezza planetaria, 34.000 bambini muoiono ogni giorno di povertà e di malattie e il 50% della popolazione mondiale vive con meno di 2 dollari al giorno, ci vuol poco a capire che c’è qualcosa di veramente sbagliato in un siffatto sistema economico. Già nel lontano 1913, nel documento intitolato “Modern Money Mechanies” (La Tecnica Moderna della Moneta), si descriveva minuziosamente la procedura ufficiale per creare moneta (c.d. sistema a riserva frazionaria), mediante la quale la FED acquistava già allora i titoli del Tesoro attraverso miliardi di banconote della Federal Reserve create dal nulla (semplicemente stampate) e depositate su un conto corrente, trasformandole così in “moneta a corso legale”.

Oggi questa transazione moneta-titoli avviene elettronicamente, senza l’utilizzo di carta moneta, e solo il 3% della massa monetaria esiste in valuta fisica. L’altro 97% vive essenzialmente solo nei computer. Il problema è che quando la FED acquista questi titoli con moneta che ha creato essenzialmente dal nulla, il Governo in realtà sta promettendo di restituire quei soldi alla FED. Lo stesso sistema è stato adottato poi da tutti i Paesi , compresa la BCE; in questo senso, quindi,  Il denaro  viene creato dal debito, il quale diventa, per la collettività che lo deve utilizzare, una forma di schiavitù della società moderna, indipendentemente dal regime politico e di governo (cit. a ZEITGEIST:  https://youtu.be/H_oMPNYP9EM).

In questo momento di grave emergenza planetaria, sull’argomento si è aperto un vivace dibattito che sta coinvolgendo scuole di pensiero  di diversi orientamenti: economisti, banchieri, sociologici, politologi, governanti, scienziati, intellettuali di grido, giornalisti ed accademici; ma anche tecnici ed esperti  di comunicazione e  persino  la Chiesa. Ognuno di questi cerca di far prevalere la propria tesi, in ciò impedendo il perseguimento di una linea unitaria che consenta il superamento della pandemia ed il ritorno alla normalità. Tra gli interventi più significativi vale la pena ricordare quello di  Mario Draghi“…..Se è vero che nel tempo presente e futuro i debiti pubblici devono salire in tutto il mondo senza limiti, è però anche vero che, a fronte di questo processo incrementale, limiti possono pur sempre essere drammatici per l’Italia..” – oppure quello di Giulio Tremonti  – “……Al posto del Global Order si sta formando un Global Disorder, e la cassetta degli attrezzi è vuota…”). Degne di nota anche la proposta di Assonime  – “…..creare un nuovo soggetto, nella forma di un fondo di investimento a capitale prevalentemente pubblico, che possa supportare le imprese italiane nella difficile fase di ripresa dell’economia dalla crisi del Covid-19 attraverso nuove iniezioni di capitale e di liquidità, trasformabili in capitale a determinate condizioni…”, quella del Copasir  sul rischio derivati – “….Il Governo ha finito le cartucce a disposizione, ma il sistema creditizio va protetto dalla speculazione, altrimenti va in default tutta la baracca” – e quella di Paolo Savona – “…poggiare il peso interamente sull’indebitamento nelle sue varie forme aggrava il problema storico della leva finanziaria squilibrata della nostra economia, che viene considerato un freno a un maggiore saggio di investimento produttivo”. Non meno importante la tesi dell’AD di Banca Intesa Carlo Messina  – “….Le aziende hanno bisogno di finanziamenti a fondo perduto. Non bastano aiuti che aumentano i debiti, che vanno restituiti. Non è accettabile pensare di fare affidamento solo alle soluzioni in discussione sui tavoli europei”.

LEGGI ANCHE: Tempi duri per gli energy e commodity fund. High Yeld europei da preferire a quelli americani

In tutto questo fermento di idee, mi preme segnalare anche una proposta avanzata dall’associazione Moneta Positiva, che si è fatta promotrice di un comitato per un “Piano di Salvezza Nazionale” che si può leggere nella sua interezza al link https://pianodisalvezzanazionale.it/

Mentre il dibattito in corso tra i paesi dell’UE non trova una linea di azione unitaria, e gli USA varano un piano di intervento di ampia portata, ci si chiede se i  1.800 miliardi di euro stanziati dalla UE saranno sufficienti  per far ripartire l’economia dell’intero continente,  oppure se questi aiuti saranno usati prevalentemente  dalla Germania e pochi altri a scapito di tutti gli altri, soprattutto dell’Italia.

Del resto, se viene meno quel processo di unità politica tra tutti i 27 paesi dell’UE, sulla scorta della quale affrontare tutte le riforme necessarie (in primis quella fiscale), la stessa UE sarà inevitabilmente una semplice appendice coloniale, funzionale agli interessi  internazionali di USA, Russia, Cina e Giappone, ossia delle grandi potenze economiche che oggi sono veramente indipendenti da qualunque condizionamento esterno.    

 

 

Manlio Marucci, Presidente Federpromm-Uiltucs

Covid-19, il governo dei mercati in mano ai peggiori di sempre. L’Europa dei burocrati sorride alla speculazione

Le borse andavano chiuse fin da lunedì 9 Marzo, e non lasciate crollare liberamente fino ad oggi. La sospensione delle vendite allo scoperto, dopo un ribasso del 27% in quattro giorni, risuona come una offesa all’intelligenza degli investitori evoluti.

Editoriale di Alessio Cardinale

Se qualcuno aveva paura del dopo-Draghi, bisogna riconoscere che non sbagliava affatto. Christine Lagarde, infatti, non avrebbe potuto mostrare, così presto, il suo volto peggiore, se non di fronte alla grande paura di una pandemia mondiale che ci ha insegnato a conoscerla, risparmiandoci anni di aspettative tradite.

Il tempo ci dirà che dovremmo ringraziarlo, il Covid-19, per averci almeno restituito con rapidità la caratura del nuovo presidente della BCE, che al suo primo test – piuttosto impegnativo, bisogna riconoscerlo – è stata costretta a presentarsi come il peggior burocrate della storia dell’Unione Europea: senza autorevolezza, coraggio e nervi saldi, incapace di offrire ai mercati un segnale di forza che scongiurasse l’avverarsi della peggiore giornata di borsa di sempre.

Sì, perché la borsa funziona come una macchina del tempo: una sola frase, pronunciata frettolosamente e senza riflettere, è capace di innescare il “flusso catalizzatore spazio-tempo” con il quale gli operatori anticipano gli effetti sul prezzo futuro di una merce, di una materia prima, di un’azienda o del mercato intero. Il presidente della BCE, questo, dovrebbe saperlo; pertanto, terzium non datur: o ha mostrato tutta la sua impreparazione a ricoprire il ruolo (ed anche cinica scorrettezza, diffondendo le sue dichiarazioni a mercato aperto), oppure si è piegata ai desideri di quanti hanno realizzato, in soli dieci giorni, una enorme ricchezza vendendo allo scoperto un pò ovunque.

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Se fossimo maliziosi, potremmo pensare che la mossa della “signora in bianco” abbia involontariamente favorito i grandi gruppi francesi, sempre pronti ad appropriarsi delle migliori aziende italiane, che oggi potrebbero essere scalate a prezzi di saldo. Ma dal momento che non lo siamo (maliziosi), non lo pensiamo; però sta venendo fuori che la posizione della Lagarde, in merito ai rapporti di forze all’interno dell’UE, sia molto vicina a quella tedesca.

Relativamente alla faccenda delle vendite allo scoperto, poi, la Consob di Paolo Savona ha voluto attendere il peggior ribasso di sempre della borsa italiana (-16,92%), quello di giovedì 12 Marzo, ed una correzione complessiva del 27% (in soli 4 giorni, dal 9 Marzo), prima di sospenderle.

Perché tanta attesa, visti i disastrosi risultati del mercato, ampiamente scontati, attesi già da sabato 8 Marzo? Nella delibera con la quale, nella tarda serata di ieri, la Consob ha deciso di sospendere le vendite allo scoperto su 85 titoli quotati sul Mta (mercato telematico italiano), si chiarisce che il divieto è stato deciso ai sensi dell’articolo 23 del Regolamento europeo 236/2012, per l’intera giornata di negoziazione del 13 marzo 2020. L’articolo in questione prevede restrizioni alle contrattazioni se “….la negoziazione ha subito una diminuzione significativa durante un solo giorno di negoziazione rispetto al prezzo di chiusura in tale sede del giorno di negoziazione precedente”, ed in questo caso “…l’autorità competente dello Stato membro di origine per tale sede verifica se sia opportuno vietare o porre delle restrizioni a persone fisiche o giuridiche per quanto riguarda l’avvio di vendite allo scoperto dello strumento finanziario in tale sede di negoziazione o altrimenti porre delle restrizioni alle operazioni su detto strumento finanziario in tale sede di negoziazione allo scopo di impedire una diminuzione disordinata del prezzo di detto strumento finanziario”. Inoltre, nella nota diffusa nella serata del 12 marzo dall’Autorità, si spiega che la soglia indicata dal regolamento è quella di una flessione superiore al 10 per cento.

Ci si chiede, pertanto, per quale motivo Consob non abbia disposto la sospensione già dopo la giornata di borsa del 9 Marzo, in chiusura della quale la flessione dell’indice è stata superiore al 10% e moltissime blue chips hanno perso quasi il 20%. A conti fatti, confidando anche sulla proroga (“…un ulteriore periodo, non superiore ai due giorni di negoziazione successivi alla chiusura del secondo giorno di negoziazione”), la borsa italiana non avrebbe vissuto il suo giorno peggiore (nonostante le uscite della Lagarde), e nel frattempo si sarebbe potuta scoraggiare l’onda lunga dei ribassisti, che ad oggi hanno realizzato performance medie del 200% (e anche più) in una sola settimana.

Raffaele Jerusalmi

A monte di tutto, essendo chiara l’imminente escalation del contagio già durante il weekend del 7-8 Marzo, nessuno si sarebbe scandalizzato se le contrattazioni fossero state sospese anche per una settimana intera, come hanno fatto gli Stati Uniti all’indomani dell’11 Settembre. Ma l’AD di Borsa Italiana Raffaele Jerusalmi, di fronte a chi gli chiedeva di farlo già a fine giornata del 9/3, rispondeva che “….Piazza Affari non ha chiuso neanche sotto i bombardamenti del ’42-‘45”.

A ben vedere, una emergenza così grave è stata gestita  nel modo peggiore da coloro che si sono rivelati, fino ad oggi, come i peggiori attori di governo dei mercati, inclini a ricevere ordini dall’Europa invece di proteggere il risparmio degli italiani. In tal senso, chiudere coraggiosamente la borsa italiana avrebbe costretto le altre borse europee a valutare la stessa scelta, mettendo Germania e Francia di fronte al fatto compiuto e, sulla scorta di un problema di tutti, costringendole a prendere una posizione chiara: per sé stessi o per l’Europa.

Pertanto, la pandemia del Covid-19 ci sta dando almeno tre insegnamenti: il primo è che gli italiani stanno già superando, con il buon senso e grande spirito di adattamento, gli effetti delle misure dettate dall’emergenza; il secondo è che dovranno farcela senza l’aiuto dell’Europa, e con l’ossequioso ministro Gualtieri (che esprime parole di ringraziamento per la Lagarde) al timone del ministero delle Finanze; il terzo, che è un corollario del secondo, è che l’Europa non esiste più nemmeno in quel che rimaneva nell’immaginario collettivo, e che la voglia di imitare il Regno Unito sarà sempre più forte.