Aprile 21, 2026
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Atradius, nuovi lockdown e vaccino determineranno la durata della recessione economica

Qualunque previsione di ripresa economica è fortemente dipendente dalla rapidità con la quale il vaccino verrà fabbricato e diffuso in tutto il mondo, al netto di possibili nuovi lockdown. Cina e India in testa a tutti nel 2021.

Amsterdam/Roma – 1 luglio 2020 – A prescindere dagli effetti che il Covid-19 sta avendo nel quotidiano, ci si attende che il suo impatto sulle economie di tutto il mondo provochi la peggiore recessione dal 1980. A rendere questo scenario di previsione ancor più a tinte fosche è la sua vastità, che interessa il mondo intero con quasi tutti i Paesi che dovrebbero registrare una crescita economica negativa nel 2020.

Poiché la recessione interessa le catene di fornitura a livello mondiale, Atradius prevede per quest’anno una contrazione del 15% del commercio globale, il che è storicamente un calo drammatico. Sebbene una concreta ripresa economica non sia stata ancora esclusa per il 2021, il ritmo della crescita resterà piuttosto incerto e dipenderà molto da come si agirà in termini di contenimento dei contagi. Il costo economico di questa recessione sarà elevato, dato il suo impatto sui mercati del lavoro, i fallimenti delle imprese e la posizione fiscale dei Paesi. I governi di tutto il mondo stanno implementando consistenti pacchetti fiscali e una politica monetaria intesa ad aiutare il sistema economico a superare tale recessione nel modo migliore possibile.

Le economie avanzate dovrebbero subire il peso della recessione con un calo cumulativo del PIL del 6,6%. Il Regno Unito, già gravato dalla sua uscita dall’Unione Europea, sta registrando un declino del 10,8%, mentre non si prevede che l’Eurozona si adegui molto meglio, mostrando un calo del PIL dell’8,0%. Si prevede che gli Stati Uniti e il Giappone registreranno cali leggermente meno drammatici rispettivamente del 6,1% e 6,0%.

Anche la crescita nei mercati emergenti diminuirà drasticamente. Il recente e rapido aumento della diffusione del Coronavirus in molte delle grandi economie emergenti dimostra come le previsioni potrebbero peggiorare nei prossimi mesi. La Cina potrebbe essere l’unica grande economia in grado di evitare la recessione quest’anno, tuttavia, con una crescita modesta attesa, potrebbe unirsi al resto del mondo con un trend negativo.

La Russia, che è stata colpita da Covid-19 mentre si trovava in mezzo ad una guerra dei prezzi con l’Arabia Saudita, è gravemente colpita dal basso prezzo del petrolio, la sua principale fonte di reddito e dai blocchi che spingono la domanda di petrolio. La combinazione di tali fattori ha ridotto le sue previsioni di crescita del PIL al -6,2%. Il Brasile ha reagito molto tardi al Covid-19 e ora sta vivendo il più rapido aumento dei contagi di qualsiasi Paese del mondo; dal punto di vista economico, non si prevede un miglioramento, poiché si attende che il PIL diminuirà del 7,5%.

Il Messico, sta vivendo un calo significativo della domanda da parte dei suoi principali partner di esportazione negli Stati Uniti e in Canada. Questo in sintesi il quadro dell’Economic Outlook di Atradius disponibile in lingua inglese sul sito www.atradius.com

Andreas Tesch, Chief Market Officer di Atradius, ha commentato: “I provvedimenti di lockdown adottati in tutto il mondo, ove necessari, hanno avuto un impatto enorme sull’economia globale. È chiaro tuttavia che la loro efficacia sarà un requisito fondamentale per consentire al mondo di tornare più rapidamente alla crescita. Durante questo periodo eccezionale, un’attenzione particolare alla gestione del credito è essenziale per il successo”.

Portafogli, attendere o ribilanciare? Il PIL del mondo indica la rotta, ma stare fermi non paga abbastanza

Forti dell’esperienza fatta durante la crisi del 2008, oggi è bene non raccontare ai risparmiatori la storia che è meglio tenere il portafoglio così com’è per riprendere presto il valore perduto, bensì essere attivi e, se serve, consigliare di cambiare le proprie abitudini di investimento.

C’è chi sostiene che in ogni crisi finanziaria, quale che sia la sua natura, la mossa migliore sia tenere tutto e aspettare che passi. Altri, invece, ritengono che sia meglio creare o sfruttare la liquidità per essere pronti a qualsiasi scenario. Allo stesso modo, i consulenti finanziari, in questo momento, si dividono tra quelli che stanno dicendo ai propri clienti di tenere tutto così com’è finchè il mercato non tornerà a salire, e quelli che, al contrario, consigliano di aumentare gradualmente la componente azionaria del portafoglio.

Tutto questo, MIFiD permettendo, naturalmente…

Pertanto, in questo frangente di crisi sanitaria che sta infettando anche l’economia mondiale, ci si chiede  quale sia il miglior consiglio che un risparmiatore possa ricevere tra quello di tenere tutto senza cambiare nulla oppure modificare il portafoglio. E mentre si cerca la risposta, i listini sono venuti giù (una catastrofe, dall’inizio dell’anno) e la pandemia fa il resto, in quanto a paura irrazionale. E di fronte la paura, i più scappano, mentre gli altri, al massimo, restano immobili. Pochi hanno il coraggio di muoversi, ben sapendo che nell’ottica di lungo periodo stare fermi non paga, dal momento che tutti gli strumenti finanziari affidabili – persino quelli targati H2O – riprendono inesorabilmente quota, soprattutto se sono sufficientemente esposti verso il mercato azionario in un orizzonte temporale di almeno 36 mesi.

La vera domanda, semmai,  è “quanto durerà l’emergenza?”. In soldoni, quanto dovranno attendere gli investitori prima di recuperare la temporanea minusvalenza odierna? Posta in questo modo, la questione diventa finalmente costruttiva, e ci consente di dire al cliente “…le cose sono andate malissimo per via della pandemia, ma ho un piano!”.

Forti dell’esperienza fatta durante la crisi del 2008, oggi è bene non raccontare ai clienti la storia che è meglio tenere il portafoglio così com’è per riprendere presto il valore perduto, bensì essere attivi e, se serve, consigliare di cambiare le proprie abitudini di investimento. L’approccio interventista non è esattamente nelle corde di tutti i clienti, però prevede la possibilità di prendere decisioni proprio nei momenti più gravi delle crisi dei mercati, ed è premiante laddove ci si basa esclusivamente sull’analisi quantitativa e sul lungo periodo, senza pretendere di sapere dove i mercati potranno andare nel breve periodo, come fanno gli improbabili guru trentenni della finanza che pullulano in Rete.

Non v’è dubbio che questa sia una crisi differente, generata dall’intervento di un fattore esterno ai mercati che incute paura riguardo al binomio perfetto della vita: salute e denaro. Nonostante questo, però, è sorprendente come la profondità della discesa dei mercati, in proporzione al terrore dettato dal Coronavirus, non sia stata così estesa: nel 2008 andò molto peggio, soprattutto per le materie prime e per alcuni listini, che arrivarono a perdere anche il 70%; mentre oggi ci troviamo con un calo medio delle borse inferiore al 30% (massima profondità -45% circa, soprattutto dopo l’uscita geniale della Lagarde), con il corollario del prezzo del petrolio in caduta libera o quasi.

L’universo del Risparmio Gestito ha risentito moltissimo del calo generalizzato, ma complessivamente ha tenuto. Un caso a parte è rappresentato dai fondi targati H2O, che fino al 2019 avevano ottenuto risultati strabilianti ma, con l’arrivo della pandemia, l’approccio stile hedge fund – attuato mediante operazioni a leva sia al rialzo sia al ribasso – ha causato perdite rilevanti ai sottoscrittori (-50% e oltre su alcuni fondi azionari, obbligazionari e a ritorno assoluto) ed ha costretto la società ad inviare loro una lettera di scuse.

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Qualcuno si chiede, in vista di una ripresa possibile, se sia bene affidarsi alla selezione di società con buoni dividendi. Non è detto, in alcuni casi le aziende con cedole generose finiscono con il rivelare, in un momento in cui è bene conferire solidità all’azienda e rinviare i dividendi al 2021, una mossa rinunciataria verso il reinvestimento degli utili ed il rafforzamento dell’azienda per il futuro, con conseguente creazione di maggior valore quando l’economia si riprenderà.

In ogni caso, la crisi in atto sta facendo saltare anche i dividendi già deliberati. Eni, per esempio, ha perso fino al 50% del proprio valore, e la distribuzione di una cedola non sarebbe un elemento favorevole da prendere in considerazione per chi vuole acquistarla adesso. Peraltro, nel caso in questione, il prezzo del petrolio – oggi più che mai – dipende da chi ha il minore costo di estrazione, cioè i paesi arabi, per cui il prezzo dell’azione ENI (così come di altri titoli petroliferi) dipenderà dalla eventuale volontà di Arabia Saudita & co. di tenere sotto scacco il prezzo mondiale dell’oro nero.

In ogni caso, i risparmiatori si trovano in un momento particolare sia dal punto di vista finanziario che umano, ma oggi hanno la possibilità di fare scelte più razionali, anche per via della maggiore disponibilità del proprio consulente che, come il cliente, si trova a casa, ha molto tempo in più da spendere e, come tutti, ha molta difficoltà a dire che è in riunione o in mezzo al traffico.

Ritornando alla domanda precedente (tenere tutto senza cambiare niente oppure modificare il portafoglio), avere un piano segnerà ineluttabilmente i tempi di recupero del valore: nel lungo periodo, se si rimane immobili ci vorrà più tempo; se si interviene, ce ne vorrà di meno. Quanto di meno? Lo sa solo l’Onnipotente, però qualcosa possiamo dirla anche noi. Per esempio, possiamo dire che molto dipenderà dalle modalità della ripresa post-Covid19, che non sappiamo come sarà, e quanto tempo durerà, e soprattutto come sarà diversificata in ogni singola area geografica del mondo (anche se uno scenario a doppio traino alternato Cina-USA si va già delineando).  Volendo cercare un indicatore buono per tutti nel brevissimo periodo, solo l’ufficialità dei dati sul PIL potrebbe portare un secondo e breve scossone alle borse. Queste hanno certamente incorporato, nelle quotazioni, le previsioni di un Prodotto Interno Lordo “da guerra mondiale”, tuttavia c’è ancora un po’ di incertezza sulla sua esatta entità, paese per paese. In Italia, per esempio, il M.E.F. parla di un PIL negativo del 5.5% nel primo trimestre e del 10.5% nel secondo, mentre il dato annuale si porterà al -8.0%, con un recupero parziale del 4.7% nel 2021. Un saldo negativo, pertanto, del 3.3% nel biennio 2020-2021, e lo spettro di una recessione tutt’altro che “tecnica”, ma strutturale, dalla quale ci si potrà risollevare rapidamente solo con misure altrettanto strutturali nella loro eccezionalità. Come unica consolazione, le importazioni cadrebbero più delle esportazioni, dando luogo ad un contributo netto alla crescita di segno positivo da parte  del commercio estero, e ad un ampliamento del surplus delle partite correnti nella bilancia dei pagamenti.

L’Eurozona, nel complesso, dovrebbe vedere il PIL ridursi del 7,5%, con la Spagna a -8%, la Francia a -7,2% e la Germania  a -7%, mentre per gli Stati Uniti la contrazione del 2020 sarebbe del  5,9%. La Cina (+1,2%) e l’India (+1,9%), invece, dovrebbero salvarsi dalla recessione in quanto tale, ma le percentuali “risicate” rispetto agli usuali +5-7% sono comunque sorprendenti. 

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La pandemia, nel suo complesso, si abbatterà sull’economia mondiale con un PIL globale previsto in calo del 3% dal World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, e si tratta di risultato peggiore di quello della crisi finanziaria del 2008. Per questo motivo, a prima vista, non si comprende come le borse mondiali non siano scese molto di più di quanto effettivamente hanno fatto. Probabilmente, rispetto al 2008, la risposta corale delle banche centrali – in grande affanno e disarmoniche in occasione della crisi dei mutui subprime – ha fatto la differenza, limitando i danni.

A monte di tutto, non dimentichiamoci del “fattore esterno”, e cioè del Covid19: una eventuale ripresa del contagio, in autunno o anche prima – se scambieremo l’allentamento delle restrizioni come un insensato “liberi tutti” – potrebbe segnare una nuova fase di paura irrazionale ed un nuovo crollo dei mercati che, questa volta, non incontrerebbe ostacoli in nessun Quantitative Easing umanamente concepibile.  

Eurozona, italiani con le ossa rotte. Ce lo dice lo spread di reddito

Mentre l’Olanda continua ad agire come una sorta di paradiso fiscale in piena UE, l’Italia è ancora troppo divisa politicamente per opporre, dopo vent’anni di passività imbarazzante, la forza sufficiente per riformare una Unione troppo “germanizzata” fin dalla sua nascita. Il sentimento anti-europeo, nel frattempo, cresce a dismisura.

Se la pandemia del Coronavirus ha avuto un merito, questo è certamente quello di aver risvegliato le coscienze anche di quanti, fino a due mesi fa, ritenevano che l’UE fosse un progetto comune costruito nell’interesse ed al servizio di tutti. In tutta evidenza il Covid19 è stato – ed è tutt’ora – l’imprevisto inatteso, la forza oscura che ha evidenziato come l’Italia fosse proiettata artificiosamente a continuare la sua perenne “recessione controllata”, a causa della quale ha già perso le sue migliori risorse umane e, adesso, rischia di perdere le sue grandi aziende, divenute pericolosamente allettanti per i concorrenti tedeschi o francesi.

Con la stessa chiarezza, il mondo ha capito che l’unione monetaria sia stata fatta su misura della Germania che detta la linea del comando e dei suoi alleati di ferro, tra i quali l’Olanda sembra avere il compito di fare il “lavoro sporco” – generalmente quello di annunciare, in maniera aggressiva, le intenzioni della Merkel e dei conservatoti tedeschi – mentre la Francia ha sempre avuto un ruolo di “socio di maggioranza relativa”, il vero partner forte da invitare al banchetto dell’Euro ma anche da tenere buono.

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Ci si chiede ancora – distrattamente, ormai, ma la domanda è sempre nell’aria da almeno dieci anni – se Romano Prodi, unico personaggio politico italiano a non avere profili social ufficiali, avesse compreso diciotto anni fa che l’Unione Europea sarebbe nata per essere una sorta di “Commonwealth” tedesco. La risposta non può che avere una duplice sfumatura: se lo aveva capito, ha trascurato del tutto gli interessi politici del Paese barattandoli con quelli personali; se non lo aveva capito, è stato ingenuo – per usare un eufemismo – ed anche un pessimo premier.

Di certo, nessuno in questi anni di inesorabile declino italiano, causato dai meccanismi di funzionamento dell’UE (che Prodi conosceva bene), lo ha visto ergersi a difesa dell’Italia, tradita proprio da quei politici europei di cui si fidava e tesseva pubblicamente le lodi. Sarebbe stato più logico, viste le circostanze emergenti, che lui spendesse l’autorevolezza acquisita in campo internazionale per denunciare pubblicamente questi squilibri e difendere gli interessi del Paese. Invece, nulla di tutto questo. Pertanto, si propende per la prima ipotesi (interessi politici personali), e questo influenzerà per sempre l’opinione che gli italiani avranno di lui.

I dati, purtroppo, confermano impietosamente quanto detto finora in linea di principio. Per esempio, secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 1999 (al momento dell’ingresso nell’euro) il reddito pro-capite degli italiani era pari al 96% di quello tedesco; nel 2018, era sceso al 72%, ossia il 25% in meno. Pertanto, o i tedeschi sono stati bravissimi ad arricchirsi, aumentando i proprio redditi, e gli italiani no (rimanendo fermi allo stesso livello di allora), oppure l’Unione Monetaria ha avvantaggiato la Germania a discapito dell’Italia.

Dal momento che gli italiani, per far soldi con l’imprenditoria, non sono secondi a nessuno in Europa, si propende per la seconda ipotesi.

Relativamente al bilancio delle partite correnti, tra il 1993 ed il 1999 l’Italia ha sempre avuto un surplus positivo, toccando il massimo nel 1996 (+2,9% sul PIL), allorquando il nostro Paese cessò di far fluttuare liberamente la Lira e rientrò nuovamente nel Sistema Monetario Europeo da cui era uscita quattro anni prima. Nello stesso periodo, la Germania ha quasi sempre registrato partite correnti deficit, ma dal 2000 al 2013 la situazione si è capovolta: l’Italia colleziona 12 deficit (fino al -3,5% sul PIL nel 2010) mentre la Germania beneficia di 12 anni di surplus (fino al portentoso +7% nel 2012).

Se non è la moltiplicazione dei pani e dei pesci, poco ci manca.

Fa ancora più impressione scorrere la classifica delle regioni dell’UE secondo il loro reddito medio disponibile a parità di potere d’acquisto: occorre scendere fino alla ventesima posizione per trovare una regione non di lingua germanica, e cioè la provincia autonomia di Bolzano, che – ironia della sorte – è un territorio parzialmente germanofono. La regione di Parigi, per esempio, è soltanto ventitreesima, ed in cima al podio si trova il Lussemburgo (la cui lingua ufficiale è di derivazione germanica). La cosa non deve sorprendere, perchè in Italia gli stipendi si sono ristretti mentre all’estero, in particolare in Germania e Francia, si sono allargati. Infatti, se nel 2010 la retribuzione media del lavoro dipendente in Italia era di 30.272 euro, nel 2018 è scesa a quota 29.182 (il 3,6% in meno), mentre quella del lavoratore dipendente tedesco è salita nello stesso periodo di ben 3.825 euro, a quota 39.446 euro, portando il vantaggio retributivo della Germania ad un +35,17% rispetto all’Italia.

E’ questo il vero “spread” da tenere in conto per avere la misura del vantaggio accumulato dalla Germania (ed anche dalla Francia) in materia di reddito disponibile e, simmetricamente, dell’arretramento subito dall’Italia, che ha visto crollare il reddito disponibile reale dell’8,7% dal 2008 al 2017 (vedi tabella qui a fianco), facendoci scivolare nelle ultime posizioni della classifica dei paesi dell’Unione europea.

Tutto questo – ricordiamolo – a parità di potere d’acquisto; ciò significa che il dato è depurato dalle differenze dei prezzi dei beni che, peraltro, in Italia e Germania sono praticamente identici: con 100 euro di spesa riempi il carrello con gli stessi prodotti, per una settimana o giù di lì, sia in Italia che in Germania.

Un dato sorprendente è quello dei paesi che non hanno adottato l’euro ma geograficamente stanno dentro l’Unione Europea; ebbene, queste nazioni vivono molto meglio dei propri vicini: il PIL pro-capite medio dell’EFTA (l’accordo di libero scambio fra Norvegia, Liechtenstein, Islanda e Svizzera) è infatti pari a 62.534 dollari, mentre quello dell’Unione Europea è pari a 37.800 dollari (il 40% in meno).

Non è un caso che sia l’Islanda che la Svizzera abbiano ufficialmente abbandonato il progetto di adesione all’Unione Europea.

In termini di forza economica e competitività, inoltre, il Regional Competitive Index (RCI) dell’UE  vede l’Italia, una volta regina delle esportazioni a cavallo della Lira, soccombere miseramente dopo 18 anni di unione monetaria – e di politica accondiscendente, è il caso di precisarlo – ed acquisire un enorme gap (ritardo) di competitività con la Germania, che non era mai stato così marcato come adesso.

La Germania e i Paesi Bassi – cioè, proprio i due paesi che più si sono distinti nel boicottare ostinatamente, nonostante le migliaia di morti da Covid19, qualunque soluzione unitaria  – hanno tratto enormi benefici dall’Euro nei vent’anni trascorsi dalla sua introduzione, mentre per quasi tutti gli altri membri la moneta unica ha rappresentato un freno alla crescita economica. Secondo lo studio tedesco – sì, proprio così – intitolato 20 years of the euro: winners and losers del Centrum für europäische Politik (Cep), tra il 1999 ed il 2017 il PIL del nostro Paese è diminuito, in valori assoluti, di 4.300 miliardi di euro, pari a 73.600 euro pro capite, mentre i tedeschi, grazie all’ingresso nell’Eurozona, si ritrovano più ricchi di 23mila euro pro capite (e gli olandesi di 21mila).

E così, mentre l’Olanda si ostina ad opporsi agli eurobond – continuando però ad agire come una sorta di paradiso fiscale in piena UE e attirando capitali europei con modalità oggettivamente sleali – l’Italia sembra essere ancora troppo divisa politicamente per opporre, dopo vent’anni di passività imbarazzante, la forza sufficiente per imprimere un impulso fondamentale a necessarie trasformazioni, senza dare per scontata come unica soluzione quella di una uscita dall’Euro che, senza fronte politico comune (e di larga scala, opposizioni comprese) finisce con l’essere l’unica percorribile per liberarsi di questa “trappola” monetaria.

Il sentimento anti-europeo, nel frattempo, è cresciuto a dismisura, e appare non più controllabile. Coloro che al di là delle Alpi si oppongono ancora ad un progetto di Europa Federale, magari da raggiungere a tappe forzate, forse farebbero bene a temerlo.

Borse e mercati, nel dopo quarantena eventi estremi. Risparmio, tutti gli scenari possibili

E’ difficile stimare adesso quando la ripresa economica darà i suoi frutti, e quando sarà possibile riprendere il trend di crescita globale che ci accompagna da decenni, però è possibile stilare un elenco di probabili eventi che ci porteremo dietro per tutto il 2020. Approccio prudente agli investimenti, ecco perché.

La diffusione della malattia polmonare causata dal Coronavirus sta tenendo in pugno il mondo più di qualsiasi altro evento dalla fine del secondo Dopoguerra. Infatti, la chiusura su vasta scala di attività di produzione e distribuzione industriale, dei maggiori servizi pubblici e le restrizioni alla circolazione di persone – tutte misure tipiche del più classico scenario di guerra – sono ormai una realtà quotidiana in decine di paesi; ad eccezione della Cina, dove tutto sarebbe nato, e dove l’economia e la vita pubblica al di fuori della provincia più colpita (Hubei) sembrano tornare alla normalità. Allo stesso modo, le soluzioni adottate dai governi di tutto il mondo per contenere la pandemia sono stati senza precedenti nella storia, sia riguardo agli enormi pacchetti fiscali sia ai massicci aiuti di politica monetaria delle banche centrali.

I prezzi del petrolio e dei metalli industriali sono letteralmente crollati, mettendo in profonda crisi i paesi produttori ed esportatori. Tuttavia, il crollo del prezzo del petrolio era cominciato prima dell’emergenza, allorquando l’Arabia Saudita aveva iniziato una guerra dei prezzi dopo il fallimento delle trattative su un nuovo taglio della produzione di petrolio nell’ambito dell’OPEC Plus.

Relativamente alla crescita e all’indebitamento globalE, anche prima del Covid19 l’economia mondiale era alle prese con una crescita debole e debiti stellari, che adesso stanno diventando più grandi. La questione, ovviamente, preoccupa molto, anche perché gli imponenti pacchetti fiscali in fase di attuazione non sembrano essere veri e propri pacchetti di stimolo agli investimenti e alla crescita futura, bensì  misure destinate esclusivamente a limitare i danni dell’oggi. Pertanto, risulta difficile stimare adesso quando la ripresa economica darà i suoi frutti e quando sarà possibile riprendere il trend di crescita globale che ci accompagna da decenni, però è possibile stilare un elenco di possibili (e probabili) eventi che ci porteremo dietro per tutto il 2020, dando per scontata una ripresa “robusta” solo a partire dal primo o secondo trimestre del 2021.

Intanto, partiamo col dire che si tratta di un triplice shock per l’economia globale: shock di offerta, shock di domanda, shock sui prezzi petroliferi. Tale nefasta congiuntura porterà alla recessione l’economia USA – da sempre stimolo della domanda globale – per due o tre trimestri, mentre la Cina dovrebbe limitarsi ad un solo trimestre di PIL negativo.

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A proposito di Prodotto Interno Lordo, sarà bene prepararsi allo shock derivante dal balletto dei numeri ufficiali, non appena usciranno: vedere un PIL negativo della Cina od un -9% degli USA (così come un -12% dell’Italia) aumenterà per alcuni giorni la volatilità dettata da reazioni emotive, dal momento che, ad oggi, non si comprende se i mercati abbiano scontato questi effetti, oppure no.

Lo scenario di breve rimane negativo per gli asset rischiosi, perché permane incertezza sullo sviluppo e sulla persistenza del virus. Pertanto, è lecito immaginare che consumi e investimenti rimarranno depressi per un pò di tempo, così come le previsioni sulle stime degli utili aziendali. La combinazione dei dati sul PIL e di quelli sui consumi-utili potrebbe causare un ritorno dei minimi di borsa e di volatilità estrema, come nei giorni peggiori (9-13 Marzo 2020) dei mercati, dal momento che i tempi di ripresa rimarranno finchè la diffusione del virus non sarà sotto controllo e, soprattutto, non verranno trovate terapie risolutive ed un vaccino veramente efficace su tutta la popolazione mondiale.

La pandemia, però, non finirà di produrre effetti nel breve periodo. Probabilmente, almeno per alcuni anni, assisteremo ad una maggiore propensione al risparmio da parte delle famiglie, per ristabilire sicurezza contro gli eventi tragici che prima si pensava appartenessero solo al mondo cinematografico; ma anche una contrazione dei viaggi (sia per lavoro che per vacanza) e minore afflusso – e quindi una profonda trasformazione delle abitudini di spesa e del ciclo dei ricavi – negli esercizi pubblici come bar, ristoranti, palestre e supermercati.

Di conseguenza, il costo del debito corporate potrebbe diventare “strutturalmente” più elevato per via del maggiore premio richiesto per il rischio, mentre relativamente alle azioni ci sarà maggiore cautela nel distribuire dividendi, a causa dei margini operativi (anche questi strutturalmente) più.

La pandemia, inoltre, sta portando con sé una certa riduzione del grado di globalizzazione e correlazione dei mercati, e questo potrebbe designare il ritorno in grande stile dell’inflazione, determinato dall’eccesso di spesa pubblica e dall’aumento di massa monetaria ottenuto grazie ai QE delle banche centrali.

Nonostante tutto questo, l’opinione generale è che grazie alle soluzioni “aggressive” di politica monetaria e fiscale adottate, i mercati abbiano già visto il peggio, ma lo scenario tratteggiato finora richiede prudenza. Infatti, ipotizzare un altro trend delle borse perennemente al rialzo per i prossimi anni è del tutto fuori luogo, perché il recupero dalla recessione sarà più lento, e gli utili aziendali recupereranno altrettanto lentamente a causa della distruzione dei modelli economici tradizionali (shock contestuale di domanda e offerta).

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L’inflazione, poi, condurrebbe ad un rialzo strutturale dei tassi di interesse per via dell’enorme massa di emissioni di titoli di Stato. Pertanto, è preferibile mantenere un approccio complessivamente prudente, privilegiare i titoli che distribuiranno un più alto dividendo e diminuire gli investimenti nel settore finanziario, che subirà perdite sui crediti. Un asset che promette qualcosa in più è quello delle commodities e dei metalli preziosi, che vedono valutazioni ai minimi storici ed erano già a sottopesati in tutti i portafogli.

Le azioni dei paesi emergenti – tema “caldissimo” appena prima lo scoppio della pandemia – sembrano trovarsi su livelli di valutazione dai quali in passato hanno di nuovo ripreso a salire (1998, 2008 e 2015), ma potrebbero scendere ancora al di sotto di questi livelli prima di consolidarsi e ripartire, anche perché non si può stimare con certezza quanto tempo durerà l’emergenza sanitaria e, soprattutto, molti dei paesi emergenti non dispongono  delle risorse finanziarie e delle reti di sicurezza sociale delle nazioni industrializzate per attutire le conseguenze di una crisi economica prolungata. Stesso discorso per le valute emergenti, che da inizio anno si sono svalutate del 20% circa rispetto al dollaro USA (vedi paesi dell’America Latina, del Sudafrica, dell’Indonesia e della Russia).

In definitiva, al momento è quasi impossibile fare una previsione sull’andamento dei corsi e sulla crescita economica dei prossimi mesi: quasi tutti gli scenari sembrano possibili, da una temporanea depressione economica globale ad una profonda recessione, fino a un ritorno rapido alla normalità.

In queste condizioni, è possibile ipotizzare persino un ritorno d’amore dei risparmiatori verso il reddito fisso, ed una certa disaffezione verso il risparmio gestito; ma con un elemento di novità, dettato da una maggiore propensione all’accantonamento assicurativo ed alle coperture non vita (sanitarie ed infortuni), che dovrebbe compensare il minor gettito da commissioni che certamente deriverà per le banche e i professionisti della finanza familiare dalla distribuzione di OICR e gestioni patrimoniali.

Pensioni, giù PIL e prestazioni future. Aumentare i benefici fiscali della previdenza integrativa

A causa degli effetti della pandemia, le pensioni future potrebbero essere pari al 50% della retribuzione percepita. Se verranno chiesti altri sacrifici ai contribuenti, sarà necessario stimolare il ricorso alla previdenza integrativa concedendo benefici fiscali immediati ai sottoscrittori di fondi pensione.

Articolo di Filippo Foggetti

La recessione economica causata dall’emergenza Coronavirus impatterà certamente sul sistema previdenziale, sia pubblico che privato, soprattutto in quanto a sostenibilità finanziaria e adeguatezza delle prestazioni. Infatti, mentre le performance dei fondi pensione – che funzionano sostanzialmente come dei programmi di accumulo in fondi o sicav, soprattutto azionarie – possono essere verificate con immediatezza grazie ai risultati dei mercati di riferimento (azioni, obbligazioni etc), il criterio dominante del nostro sistema previdenziale pubblico è ancora quello della c.d. Ripartizione, nel quale i contributi versati dai lavoratori in attività alimentano e danno copertura a gran parte delle pensioni di chi è già in quiescenza. Pertanto, la questione principale – che non è affatto cambiata rispetto a qualche settimana fa, ma solo peggiorata  – riguarda la tenuta del sistema allorquando il livello occupazionale, per via degli effetti economici della pandemia sul sistema produttivo, si sarà abbassato e, soprattutto, quando le conseguenze in termini di PIL saranno conclamate in dati negativi. Da lì in poi, la differenza tra il mantenimento dei parametri attuali e l’adozione di nuove misure restrittive potrà farla solo la capacità dello stessa sistema di riprendere i livelli da cui era partito, ed in quanto tempo.

Il Coronavirus, purtroppo, ha creato un vero shock demografico proprio all’interno della categoria dei pensionati, e si calcola che, ad emergenza conclusa, l’INPS beneficerà di un “risparmio” annuale, derivante dal tragico conteggio delle pensioni da non erogare più (al netto delle reversibilità), di circa 300 milioni di euro, ma questo non sarà sufficiente a coprire le maggiori uscite per cassa integrazione e sovvenzioni di emergenza.

La questione diventa fondamentale in termini di PIL. Infatti, secondo le recenti riflessioni pubblicate dall’OCSE, “il Coronavirus è il più grande pericolo dai tempi della crisi finanziaria del 2008, ed espone l’economia mondiale ad una minaccia senza precedenti, con una crescita del PIL mondiale che dovrebbe prima arrestarsi e poi, a consuntivo, evidenziare un risultato negativo o pari a zero. Il ciclo economico, infatti,  potrà  fare affidamento nella piena ripresa della produzione e distribuzione soltanto nel terzo quadrimestre dell’anno”. Inoltre, secondo le recenti stime di Goldman Sachs sull’impatto del Coronavirus nell’area Euro, il PIL europeo dovrebbe chiudere quest’anno a -9% (per poi rimbalzare a +7.8% nel 2021), mentre quello del nostro Paese chiuderebbe il 2020 a -11,6% (e rimbalzare del +7.9% nel 2021). Ebbene, in Italia il PIL costituisce anche il fattore di rivalutazione nel metodo di calcolo contributivo delle pensioni, dal momento che i contributi che il lavoratore e il datore di lavoro versano ogni anno vengono rivalutati di una misura collegata all’andamento, appunto, del Prodotto Interno lordo. In particolare, la rivalutazione è pari alla media delle variazioni del PIL nell’ultimo quinquennio, ed il coefficiente viene applicato ai contributi versati, rivalutati e accantonati al primo giorno dell’anno. Pertanto, il PIL negativo del 2020 potrebbe incidere notevolmente sulla media delle rivalutazioni, e rendere ancora più inadeguati i futuri trattamenti previdenziali.

Per determinare più concretamente il concetto di cui sopra, secondo l’ANIA (Associazione Nazionale Imprese Assicuratrici), a parità di contributi versati ogni punto in meno di PIL determina, dopo 35 anni, una rendita pensionistica più bassa del 16%. Pertanto, i piani di welfare aziendale diventano fondamentali proprio nel dare sostegno alle future pensioni, attraverso forme previdenziali complementari di tipo collettivo.

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In sintesi, gli effetti della pandemia stanno peggiorando, e non di poco, un sistema pensionistico italiano già asfittico; infatti, lo scenario su cui il Coronavirus è piombato era quello in cui all’allungamento della vita media della popolazione, ed al conseguente allungamento temporale del pagamento delle pensioni, si contrapponeva un rallentamento della crescita economica ed una diminuzione delle entrate contributive. La necessità di riequilibrare dal fallimento questo sistema aveva richiesto l’adozione di riforme strutturali che tenessero sotto controllo la spesa pubblica e, contestualmente, favorissero un modello di previdenza complementare in affiancamento a quello pubblico. Ma in questo scenario, anche l’adesione a forme di previdenza complementare è a rischio, penalizzando una tendenza che in Italia andava gradualmente affermandosi anche grazie agli “stimoli indiretti” provenienti dalle modifiche normative del settore pubblico. In particolare, in Italia si era agito sull’innalzamento dei requisiti per andare in pensione (età e numero di anni lavorativi; sul sistema di calcolo della pensione (contributivo e non più retributivo) a partire dal 2012 e sulla rivalutazione della pensione esclusivamente in base all’inflazione (che si è quasi azzerata e rimarrà bassa fino all’uscita dall’emergenza).

Con la pandemia, però, è cambiato ogni scenario, e adesso resta da vedere come ai futuri pensionati  verrà richiesta una condivisione dei sacrifici, in termini contributivi ma, soprattutto, relativamente all’età di uscita dal lavoro. Se ciò accadrà, servirà questa volta dare una contropartita immediata, uno “stimolo” ad accantonare cifre più consistenti negli strumenti di previdenza integrativa, in particolare nei fondi pensione, per i quali si dovrà agire in termini di maggiore risparmio fiscale. Infatti, oggi i versamenti nei prodotti previdenziali sono deducibili dal reddito IRPEF fino ad un importo massimo di 5.164,57 euro all’anno, ed è possibile portare in deduzione, nei limiti dello stesso importo, anche i versamenti effettuati a favore di familiari fiscalmente a carico. Sul risultato netto maturato in ciascun anno, inoltre, grava un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi nella misura del 20% (anziché del 26%), e la pensione integrativa percepita godrà di un regime fiscale agevolato. I prodotti previdenziali, inoltre, sono esenti dal pagamento dell’imposta di bollo, sono impignorabili ed insequestrabili (a meno che non si ricada in condanne risarcitorie di natura penale), e la posizione maturata non entra a far parte del patrimonio ereditario: non è quindi assoggettabile a imposta di successione. Nonostante questi stimoli, però, la previdenza integrativa in Italia ha sempre subito la “concorrenza” del sistema pensionistico pubblico e, nei fatti, non è decollata, ed è stata “venduta”, dai tradizionali canali distributivi, come un semplice mezzo di risparmio fiscale. Ebbene, è prevedibile che la concorrenza interna delle pensioni pubbliche, nei prossimi anni, sarà meno forte per via di probabili modifiche peggiorative, e ciò potrà stimolare ulteriormente il ricorso alla previdenza integrativa; ma se si vuole veramente dare una “svolta”, e rendere nei fatti “obbligatorio” l’accantonamento in fondi pensione, sarà necessario potenziare la “leva commerciale” che determina il successo di questi strumenti, e cioè il risparmio fiscale.

Peraltro, per ottenere un buon risultato in termini di adesione, non sarebbe neanche necessario raddoppiare l’importo deducibile dal reddito IRPEF, ma anche soltanto accorciare i tempi di attesa (pochi mesi, uno o due al massimo) per vedere tradotto il risparmio fiscale derivante dal primo accantonamento annuale – se effettuato, per esempio, in unica soluzione – in una busta paga più “pesante”.

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Nelle more, è probabile che, a causa degli effetti del Coronavirus, i fondi pensione con adesione volontaria – quelli, ad esempio, sottoscritti dal “popolo delle partite IVA” – nel 2020 vedranno un crollo degli accantonamenti, per poi riprendere vigore non prima del 2022. Molte categorie di professionisti, infatti, dovranno pensare a come far fronte al crollo dei ricavi ed a come soddisfare le necessità primarie della famiglia, prima ancora di dare continuità all’accantonamento, e si teme che questa fase di “stop” durerà almeno due anni. Inoltre, la composizione media del portafoglio scelto dal contribuente fondo-pensionistico, esposta in misura sensibile negli asset azionari, determinerà una performance 2020 certamente negativa, e solo la capacità di ripresa dei paesi colpiti dalla pandemia potrà dirci se il minus del 2020 verrà recuperato, ed in quanto tempo.

In definitiva, serve un po’ di coraggio nel proporre un nuovo modello capace di mantenere la sostenibilità del sistema pensionistico e dare in cambio dei vantaggi concreti; e non c’è migliore occasione, per farlo, di una pandemia.

La BCE finalmente si muove sulle orme di Draghi. Mercati pronti per il “grande rimbalzo”?

Dopo i crolli delle ultime settimane, e dopo la mossa della BCE ed il rilancio della FED, sembra possibile restituire fiducia ai mercati azionari, pronti a quello che viene definito come il “grande rimbalzo”.

Dopo un attendismo inopportuno e la generale impreparazione ad affrontare un momento così difficile – nel quale, poco alla volta, il patto d’acciaio franco-tedesco sta venendo fuori – La Lagarde ha fatto la sua mossa (dopo aver atteso il benestare della Merkel, che ha tentennato e messo paletti alle richieste del premier Conte), ed ha varato – comè noto – l’adozione di misure economiche ispirate al “Draghi style”.

Il nuovo QE (quantitative easing) annunciato dalla Banca Centrale Europea sembrava avere proporzioni mai viste prima. Infatti, il ‘Pandemic Emergency Purchase Programme’  consiste in un piano di acquisto di 750 miliardi di euro di titoli per sconfiggere l’emergenza economica innescata dal coronavirus, e scuotere l’Europa dal rallentamento di tutte le attività economiche. Gli ha fatto eco Trump ed il suo programma di acquisto per 2.000 miliardi di dollari – si sa, in America le cose si fanno in grande, oppure non si fanno affatto – che oggettivamente ha dato un pò di entusiasmo ai mercati impauriti dai precedenti errori del duo Lagarde-Merkel.

Il rischio recessione – che sarebbe meglio definire come “certezza” – ha quindi convinto la Germania (di cui la Lagarde appare oggi come una semplice portavoce) ad annunciare che “tempi straordinari richiedono azioni straordinarie”, e cioè la riedizione degli strumenti con i quali Mario Draghi aveva già salvato Italia ed Europa nel 2012.

Il nuovo programma di acquisto titoli, che mira a dare ossigeno a famiglie e imprese dopo la delusione del timido piano da 120 miliardi annunciato qualche giorno prima, proseguirà senza limiti fino a che la fase critica dell’epidemia non sarà finita, e ha già avuto immediati effetti positivi sullo spread BUND/BTP. A costringere la BCE ad agire con queste proporzioni è stato l’aumento vertiginoso dello spread italiano, che è arrivato a quota 320 nonostante Bankitalia stesse da giorni comprando BTP per arginare il crollo dei corsi. La speculazione internazionale, infatti, dopo essere stata bloccata dal (tardivo) divieto generalizzato di vendere allo scoperto, si era velocemente spostata sul debito italiano, scommettendo su un calo del PIL italiano del 2020 compreso tra -6 e -10%.  In più, in questi giorni si erano allargati anche i differenziali di paesi  come la Francia e l’Olanda, facendo intravedere il rischio di mettere in discussione la tenuta dell’intera Eurozona.

E’ stato questo, probabilmente, a convincere la Merkel  a dare il benestare alla BCE per il nuovo QE, e questo la dice lunga sul ruolo dell’Italia in Europa….

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Adesso rimane da affrontare il capitolo più delicato, e cioè come restituire continuità di fiducia ai mercati azionari, crollati pesantemente sotto i colpi dei ribassisti ma pronti a quello che da qualche giorno viene definito come il “grande rimbalzo”.

Trattandosi di una recessione tecnica, causata da un fattore esterno all’economia (nel 2008 si trattò, invece, di un fattore interno, e cioè i titoli “tossici” sui mutui c.d. subprime), la sua durata massima dipenderà dalla velocità con la quale si sarà capaci di controllare e debellare il contagio del Coronavirus. Si va dai nove mesi pronosticati dai più pessimisti ai tre-quattro mesi degli ottimisti, ma in ogni caso il mercato sconta già aspettative di forte ripresa del PIL mondiale nel 2021. Goldman Sachs, per esempio, prevede una borsa USA in veloce recupero fino ad un poderoso +60% nei prossimi mesi, con “strappi” violenti al rialzo nelle migliori giornate di inizio ripresa. La Borsa Europea, probabilmente, avrà un andamento simile ma poi più cauto, con pochi strappi.

Su tutto, la marea di liquidità che affluirà sui mercati, che all’inizio privilegerà la ripresa dei corsi obbligazionari (oggi inaspettato terreno di opportunità fino a tre settimane fa neanche immaginate), per poi spostarsi rapidamente verso quelli azionari.

Virus permettendo, naturalmente.

Covid-19, è recessione tecnica. Dopo le rapide mosse della FED la BCE resta a guardare. Per quanto ancora?

La fase attuale non ha niente a che vedere con la grande crisi del 2008, che rischiava di distruggere il sistema alla radice; quella crisi non arrivò in una manciata di settimana, ma ci mise un anno prima di minacciare la solidità delle grandi banche e istituzioni americane.

Mentre il Governo Conte vara la madre di tutte le manovre economiche italiane per sostenere l’Economia nel mese di Marzo (farà la stessa cosa ad Aprile, annunciando interventi successivi per complessivi 350 miliardi), con la seconda mossa in pochissimi giorni la Fed abbassa i tassi quasi a zero e annuncia  la riapertura del QE (quantitative easing) per una cifra di 700 miliardi di dollari di acquisti – tra T-bond e mutui immobiliari – al fine di combattere gli effetti della pandemia sull’economia americana e, conseguentemente, su quella mondiale. L’intervento complessivo annunciato è di 1.500 miliardi di dollari, e sappiamo bene che i consumi degli Stati Uniti hanno un effetto trainante su buona parte delle economie asiatiche e su parte di quella europea.

L’annuncio notturno della FED sembra tendere la mano verso una concertazione con la BCE (con la BoI, ossia con la Bank of England, c’è già), la quale invece, per via delle mosse individualiste della Lagarde e della Merkel, appare ancora in balia delle pulsioni tedesche e francesi – con il corollario di proteste generalizzate provenienti da quasi tutta l’area meridionale dell’UE – e sembra non avere ancora preso una decisione sui tassi.

Pare che già questa settimana ci possa essere un ulteriore annuncio, ma l’effetto sui mercati si prevede modesto dopo gli effetti generati dal “patto scellerato” franco tedesco.

Pertanto, se in Europa si rimarrà in balia degli speculatori – che già tanto devono, in termini di ricchezza procurata in brevissimo tempo, alla Lagarde – adesso tutto dipende proprio da colei che ha affossato la borsa italiana lo scorso 12 Marzo. Al momento, infatti, sembra che i buoi siano stati liberati tutti dalle proprie stalle, e che non esista un piano comune che possa sorreggere l’economia europea, ma solo iniziative lasciate ai singoli stati.  Ed è proprio questo approccio che ci dirà se una bruttissima parentesi del trend di crescita possa trasformarsi in una vera e propria inversione di tendenza, lunga e profonda, per tutte le economie europee.

Eppure, secondo gli esperti, tutto indica che si tratti, appunto, di una parentesi, e cioè di una c.d. recessione tecnica che durerà  due trimestri consecutivi di PIL con il segno meno davanti, più corta negli USA e più lunga (grazie alla BCE targata Lagarde) in Europa. Tecnicamente, la settimana scorsa l’indice S&P 500 è passato con grande velocità dallo status di semplice correzione di mercato “toro” a quello di scenario “orso”, e cioè a meno venti punti percentuali dai massimi di periodo. Ma bisogna fare attenzione: passare dal mercato “toro” all’orso per qualche punto non basta per dichiarare un’inversione di un trend di lungo periodo. Infatti, la fase attuale non ha niente a che vedere con la grande crisi del 2008 (con il crac di Lehman Brothers), che rischiava di distruggere il sistema alla radice; quella crisi non arrivò in una manciata di settimane, ma ci mise un anno prima di minacciare la solidità delle grandi banche e istituzioni americane, chiedendo l’intervento coraggioso del Tesoro USA e della Fed. Anche allora, come oggi, esse misero sul piatto migliaia di miliardi di dollari, riuscendo a far riprendere anche un’Europa attonita e, come oggi, dominata da personaggi piuttosto inclini a far prevalere l’interesse di Germania e Francia.

A differenza di quel periodo, però, nel 2012 arrivò Mario Draghi a salvare la barca, mentre oggi ci ritroviamo al timone della BCE la modestissima – per usare un eufemismo – Christine Lagarde.

Tecnicamente, la recessione che si prospetta oggi è generata dalla contemporanea caduta della domanda e dell’offerta. Per quanto riguarda la prima, il consumo di beni e servizi sta subendo una forte contrazione in molti settori, mentre la seconda appare inevitabilmente legata al rallentamento dell’attività economica globale e alle interruzioni nelle catene dei rifornimenti di materie prime e semilavorati. Per un po’ di tempo non dovrebbero esserci problemi di approvvigionamento (tranne che per i prodotti strettamente collegati all’emergenza sanitaria) e si potrà andare avanti con le scorte di magazzino, ma se non si assicura adesso un piano di continuità produttiva e distributiva è difficile non ipotizzare un blocco dei mercati globali.

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Non avendo alcuna esperienza storica recente sulle circostanze che il mondo sta vivendo adesso, si potrebbe ipotizzare che i mercati tenderanno a stabilizzarsi solo quando il resto del mondo potrà – e vorrà – replicare il modello di contenimento cinese del coronavirus (quarantena forzata e misure molto più drastiche di quelle italiane ed europee). Pertanto, ci potrebbero volere da 8 a 10 settimane prima di vedere risultati positivi e avviarsi verso un ritorno alla normalità. Traducendo il tutto in termini di PIL, si prevede una discesa di quello cinese nel primo trimestre 2020, e di quello europeo nei primi due, potendosi parlare di recessione globale “tecnica” solo a cavallo tra il primo ed il secondo trimestre; ma sarà comunque una recessione del tutto diversa da quelle “non tecniche”, ossia quelle generate da forti squilibri nel debito di stati e imprese, che richiedono una durata di almeno 12 mesi. Ed è proprio qui che entra in gioco la BCE, con il suo dannoso attendismo; infatti, occorre agire in fretta attraverso un’espansione monetaria e fiscale, in modo da non mettere in discussione la solvibilità delle medie e piccole imprese. C’è tempo fino a tutta questa settimana, dopo di che i giochi saranno fatti ed ogni intervento, pur avendo effetti positivi sull’economia, sarà tardivo per i mercati azionari dell’UE e per una possibile ripresa immediata dei corsi.

In ogni caso, nonostante gli aggiornamenti siano all’ordine del quotidiano, è opinione comune che sia ormai troppo tardi per vendere, ed anzi l’obiettivo degli asset manager è quello di trovare un buon punto di ingresso, dal momento che una correzione massima del 40% dai massimi, nella quale già ci troviamo, pare avere scontato le aspettative peggiori ed è considerata oggi sufficiente per tornare a comprare.

Covid-19 infetta l’economia mondiale. Mercati nervosi e PIL in discesa, ma una nuova recessione è improbabile

The Economist: la strategia più adeguata sembra essere quella di mantenere le posizioni investite, rimanendo focalizzati sull’asset allocation strategica e prestando attenzione alla gestione del rischio, poiché gli episodi di volatilità potrebbero proseguire.

Per gran parte del mese di febbraio, era sembrato che i mercati finanziari scontassero uno scenario di base che ipotizzava un impatto relativamente temporaneo del COVID-19. La Cina ha adottato subito misure drastiche per contenere l’epidemia di Coronavirus e sostenere l’economia, creando le premesse per una ripresa potenzialmente rapida dell’attività. Le informazioni disponibili avallano questo scenario: il tasso di crescita dei nuovi casi in Cina ha cominciato a rallentare e l’attento monitoraggio dei dati sul consumo di energia elettrica, sul traffico passeggeri e sulle vendite immobiliari nel paese ha evidenziato dei segnali di miglioramento. Ipotizzando uno scenario di contenimento dell’epidemia con un impatto limitato del virus, però, gli investitori avevano cominciato a guardare con un certo favore all’effetto di stimolo delle misure intraprese, ma adesso i mercati sembrano scontare una maggiore probabilità che l’impatto del Coronavirus sia più grave e prolungato.

Peraltro, in ossequi al principio del liberismo economico, gli stessi mercati sono stati “lasciati soli” dalla politica proprio nel momento in cui, invece, serviva una certa concertazione; così, solo quando i mercati finanziari sono stati scossi dal panico da possibile pandemia la politica è entrata (tardivamente) in azione, nella consapevolezza che il PIL globale probabilmente si ridurrà per buona parte di quest’anno.

Di conseguenza, alcune banche centrali hanno tagliato i tassi di interesse a un ritmo visto l’ultima volta nella crisi finanziaria del 2007-09. Il 3 marzo la Federal Reserve ha abbassato il suo tasso ufficiale di 0,5 punti percentuali, due settimane prima della riunione programmata di politica monetaria. Anche le banche centrali in Australia, Canada e Indonesia hanno seguito l’esempio, e a breve vedremo medesima reazione da parte della Banca centrale europea e della Banca d’Inghilterra.

Se i mercati monetari hanno ragione, sono in serbo altri tagli alla Fed. Eppure, c’è la sensazione inquieta che una raffica di ulteriori tagli dei tassi potrebbe non essere la soluzione a questa crisi, anche perché sono già molto bassi. Una regola d’oro nella lotta alle crisi è quella secondo cui, per essere credibili, bisogna avere più munizioni disponibili. Nel 2008-10 il tasso medio globale è diminuito di tre punti percentuali; oggi, invece, al di fuori dell’America i tassi di interesse dei paesi occidentali sono vicini, pari o inferiori allo zero. Perfino la Fed ha un margine di manovra limitato per tagliare ancora di più: una ragione, forse, per cui i corsi azionari non sono riusciti a riprendersi nelle ore successive alla sua ultima mossa.

La tensione deriva anche dalla peculiarità dello shock che l’economia deve affrontare, che comporta effetti sulla domanda, l’offerta e la fiducia. La durata dell’interruzione dipende principalmente dalla gravità dell’epidemia e dalle misure di sanità pubblica adottate per contenerla. Alla luce di tali incertezze, i politici sanno che sebbene i tagli ai tassi di interesse siano un’opzione, hanno anche bisogno di misure fiscali e finanziarie per aiutare le imprese e gli individui a resistere a una stretta temporanea ma lancinante.

Un modo in cui il virus danneggia l’economia è interrompendo l’offerta di lavoro, beni e servizi.: le persone si ammalano, le scuole chiudono, costringendo i genitori a rimanere a casa. Le quarantene potrebbero forzare la chiusura completa dei luoghi di lavoro. Ciò è accompagnato da notevoli effetti della domanda. Alcuni sono inevitabili: i malati o i soggetti in quarantena escono di meno e acquistano meno beni. Anche le misure di sanità pubblica limitano l’attività economica. Mettere più soldi nelle mani dei consumatori farà poco per compensare questa resistenza. La piena attività, pertanto, riprenderà solo una volta che l’epidemia avrà finito la sua corsa.

Inoltre, sia le aziende che le famiglie dovranno affrontare una crisi di liquidità. Per le prime, in particolare, è fondamentale non depauperare eccessivamente la propria riserva di liquidità per rimanere in piedi. Prendendo in considerazione, ad esempio, un campione di 2.000 società americane quotate in borsa, e immaginando che i loro ricavi si riducano sensibilmente in tre mesi e non riescano più a coprire i costi fissi (che non si riducono), ci si potrebbe attendere che un quarto di esse non avrebbe abbastanza denaro di riserva per sostenerli e dovrebbe cercare di prenderlo in prestito, oppure di ridimensionare produzione e occupazione. Infatti, secondo i ricercatori della Bank for International Settlement (un specie di club di banche centrali), oltre il 12% delle imprese del mondo ricco genera entrate troppo ridotte per coprire il pagamento anche dei soli interessi sul debito.

Molti lavoratori, quindi, rischiano di perdere i loro redditi e il loro lavoro, mentre devono ancora rimborsare i mutui e acquistare beni essenziali. In Cina, che è un mese avanti rispetto al resto del mondo in termini di contagio, un sondaggio tra i responsabili degli acquisti ha rivelato che la produzione manifatturiera a febbraio è scesa ai livelli più bassi dal 2004, ed oggi sembra probabile che il PIL si contrarrà nel primo trimestre per la prima volta dalla morte di Mao Zedong nel 1976. Goldman Sachs ritiene che il PIL globale annuo si ridurrà del 2,5% nel primo trimestre, ma il crollo si interromperà una volta che il virus smetterà di diffondersi, e la velocità e le dimensioni del rimbalzo economico dipenderanno anche dalle condizioni in cui si troveranno i paesi a quella data.

Nel frattempo, i banchieri centrali e i ministeri finanziari si stanno rivolgendo a interventi più mirati, che rientrano in tre grandi categorie: politiche per garantire che il credito fluisca senza intoppi attraverso le banche e i mercati monetari; misure per aiutare le aziende a sostenere costi fissi, come l’affitto e le imposte; misure per proteggere i lavoratori sovvenzionando i costi salariali.

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Questa serie di misure ha lo scopo di proteggere i lavoratori, prevenendo i licenziamenti e mantenendo stabili i redditi. Il governo cinese, per esempio, ha messo in atto un taglio temporaneo ai contributi previdenziali. Il Giappone sosterrà i salari delle persone che sono costrette a prendersi del tempo libero per prendersi cura dei bambini o dei parenti malati. Singapore ha annunciato sovvenzioni in denaro per i datori di lavoro dei lavoratori interessati.

Quali sono gli scenari potenziali, alla luce dell’attuale situazione?

1) un aumento del flusso di notizie negative sull’epidemia, che probabilmente causerebbe un ulteriore aumento del rischio; 2) una stabilizzazione del tasso di crescita dei nuovi casi di COVID-19; in tale evenienza, i mercati potrebbero registrare una parziale inversione rispetto agli ultimi ribassi, e 3) un calo del tasso di crescita dei nuovi casi, che potrebbe indurre gli investitori a ritenere che le misure di contenimento stiano funzionando e a concentrarsi nuovamente su una potenziale ripresa dell’attività, alla luce dello stimolo derivante da un calo generalizzato dei tassi di interesse e dalle misure di sostegno dell’economia adottate un po’ da tutti i paesi.

Qual è la probabilità di una recessione? Le prospettive economiche sono incerte ma, in questa fase, continuiamo a ritenere improbabile una recessione economica negli Stati Uniti o a livello globale. A gennaio l’attività economica evidenziava una tendenza al miglioramento, e crediamo che, in uno scenario in cui l’impatto dell’epidemia di coronavirus si limiti sostanzialmente al primo semestre dell’anno, la crescita potrebbe continuare a mostrare una buona tenuta. Tuttavia, bisogna rivedere al ribasso le previsioni di crescita dell’economia cinese per il 2020 (dal 5,8% al 5,2%), ma la risposta sul piano politico e i segnali di stabilizzazione dell’attività dovrebbero limitare ulteriori rallentamenti. Per quanto riguarda i mercati, la strategia più adeguata sembra essere quella di mantenere le posizioni investite, rimanendo focalizzati sull’asset allocation strategica e prestando attenzione alla gestione del rischio, poiché gli episodi di volatilità potrebbero proseguire.

Se il Coronavirus non si ferma, PIL e mercati a picco. Ma anche il panico si supera con la quarantena

Articolo di Matteo Bernardi#

L’epidemia di Coronavirus ha tutte le carte in regola per gettare nel panico gli investitori del nostro Paese, provocando un rallentamento del PIL dei paesi maggiormente colpiti e forti perdite per chi è esposto sul mercato azionario e liquida frettolosamente i propri investimenti.

Negli ultimi giorni il Coronavirus è arrivato in Italia contagiando centinaia di persone, mettendo in allerta il sistema sanitario e politico italiano. Il governo ha varato un decreto legge per provare a contenere i contagi da coronavirus attraverso l’adozione di misure preventive per evitare una rapida diffusione del virus, il quale, nel caso di una forte diffusione, metterebbe in crisi l’intero Paese (ed il caos di questi giorni creato nei trasporti è una valida prova di ciò che potrebbe succedere in rapida successione).

Un avvenimento di questa portata non crea problemi solamente nel campo sanitario, ma anche in quello economico, ed in particolare sui mercati finanziari, i quali già da venerdì 21 febbraio registrano cali da panic selling, con l’indice FTSE MIB che ha perso oltre il 10%. Avere un capitale investito nel mercato azionario in questo periodo può essere molto stressante, specialmente se si hanno delle aspettative di breve periodo.

Da quando il virus ha iniziato a diffondersi, i mercati finanziari internazionali sono stati colpiti da una forte incertezza, che potrebbe influenzare gli eventi ancora a lungo. Nonostante in Cina venga alimentata l’idea che il focolaio sia sotto controllo e che la maggior parte degli infettati stia guarendo, le conseguenza sul PIL del paese si prevedono già di grave entità, mentre in Italia il virus è appena arrivato, e dunque non si sa ancora come i sistemi di sicurezza del nostro Paese riusciranno a risolvere il problema (l’Italia non è la Cina….), nè quante saranno le persone che contrarranno questa malattia. Di certo, l’impatto che l’infezione avrà sull’economia e sul PIL italiano, già ridotto ai minimi termini, non sarà lieve, a meno che il contagio non venga circoscritto definitivamente entro pochi giorni.

La borsa cinese, la prima che ha risentito dell’evento, ha registrato subito forti vendite che hanno fatto perdere oltre il 10% ai principali indici cinesi. Il panico si è diffuso rapidamente su tutte le piazze asiatiche, e da lì le borse europee e americane, del tutto correlate, hanno agito di conseguenza, registrando diminuzioni di prezzo consistenti.

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E’ un vero peccato per il mercato azionario italiano, che nelle ultime settimane aveva realizzato notevoli rialzi. Il principale indice di Piazza Affari, infatti, aveva superato quota 25.500 punti, traguardo che non veniva raggiunto dal 2008, e ciò faceva ben sperare per il 2020.

In situazioni così critiche, sui mercati finanziari scatta il cosiddetto “panic selling”: gli investitori vendono le proprie attività esclusivamente sulla base delle emozioni e della paura che una situazione fa emergere. Questo fenomeno si amplifica quando esiste già una forte incertezza sui mercati finanziari globali, per cui è difficile ipotizzare un rapido ritorno alla normalità.

Quali sono i suggerimenti per non diventare vittime del c.d. panic selling?

Nonostante le borse mondiali abbiano bruciato oltre 1000 miliardi di dollari a causa del virus Covid-19, un investitore sufficientemente assennato dovrebbe sapere che mantenere i nervi saldi è la cosa più ragionevole da fare, ma non l’unica. Innanzitutto, bisogna analizzare il contesto. Il mercato italiano degli ultimi mesi si è confermato come uno dei migliori d’Europa, mettendo a segno un rialzo generoso che giustifica pienamente la giornata pesantemente negativa (-5,5%) del 24 Febbraio. Il fatto che abbia perso così tanto in un solo giorno significa che hanno prevalso i c.d. ribassisti (hedge fund in testa), accompagnati da una buona dose di risparmiatori che, con scarsa lucidità, hanno preferito liquidare frettolosamente le proprie posizioni nei fondi comuni, innescando il classico effetto domino. Invece, un modo saggio di comportarsi potrebbe essere quello di aspettare di vedere cosa succederà nelle prossime settimane, per valutare attentamente se si tratti di un ribasso di natura straordinaria (e quindi di breve durata), o se invece si tratti dell’inizio, piuttosto turbolento, di una vera fase ribassista.

Si potrebbe pensare (a ragione) che dopo settimane di continui rialzi il mercato sia pronto a ritracciare, ma tale conclusione non è affatto scontata. Amundi, proprio in queste ore, si è espressa rassicurando gli investitori che quello che stiamo vivendo in queste ore è solo un momento delicato, in cui le persone non sanno come comportarsi e preferiscono vendere le proprie attività piuttosto che rischiare di incorrere in perdite maggiori. La famosa casa d’investimenti suggerisce di mantenere le coperture, ed eventualmente di aumentarle nell’attesa di una futura stabilizzazione dei mercati, valutando i prezzi attuali per incrementare le proprie posizioni in attesa che i corsi riprendano quanto di buono hanno fatto finora.

Per rassicurare maggiormente gli investitori, ci viene in aiuto il track record (risultati passati) degli indici di borsa interessati dalle precedenti epidemie. Ebbene, in occasione della famigerata SARS, il picco di brevissimo periodo fu del -10%, ma dopo un mese l’indice MSCI China Index aveva ripreso tutta la quotazione e aveva guadagnato un altro 12% (tre mesi dopo addirittura +30%). Stesso comportamento per gli indici Mexico, Africa e Brasil in occasione, rispettivamente, dell’Influenza Suina, del virus Ebola e della Zika.

Alla fine – è evidente – basta far prevalere il buon senso; in questi casi, chi perde è solo colui che ha bisogno “adesso”, per necessità, di liquidare i propri investimenti. Chi non ha urgenza, stia a casa, lontano dalle tentazioni e, soprattutto, dalla banca o dal proprio consulente finanziario: la “quarantena da panico” è un ottimo rimedio per non diventare vittime designate del panic selling.

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Investimenti e mercati. Non chiamatele emergenti: le ex tigri asiatiche verso il dominio del mondo

Oggi il termine “emergente” non risulta più idoneo a definire la qualità di queste asset class, che è sicuramente superiore a molte altre ritenute tradizionalmente più affidabili.

Con l’espressione Paesi Emergenti ci si riferisce, di solito, a Stati in rapida espansione la cui struttura economica è in ritardo rispetto ai paesi c.d. sviluppati. Si tratta quindi di economie ricche, nelle quali la popolazione cresce velocemente, con i conti pubblici in ordine, ma caratterizzati da forti squilibri sociali, un certo connubio tra malavita organizzata e politica ed un elevato tasso di corruzione (vi ricorda qualcosa…?). Pertanto, i mercati emergenti rappresentano una opportunità di investimento che, a fronte di alte potenzialità di guadagno (in determinate condizioni di mercato), presentano rischi piuttosto elevati.

L’elenco dei Paesi che fanno parte di questo gruppo, come vedremo, è in continuo divenire. Alcuni di essi, infatti, sono diventati a tutti gli effetti “sviluppati”, mentre altri hanno peggiorato la propria condizione, arricchendo la statistica riguardante le regioni più povere del mondo (come il Venezuela, ad esempio).

Tecnicamente, un Paese si definisce emergente quando:

– rappresenta un mercato sufficientemente “grande” in termini di popolazione e superficie geografica;

– ha un tasso di crescita del PIL elevato;

– possiede una grande potenzialità di consumi interni non ancora sviluppati;

– ha una buona infrastruttura commerciale, un sistema politica economicamente liberista ed è aperto agli scambi internazionali.

Sulla base di queste caratteristiche, fino a pochi anni fa era possibile individuare circa trenta paesi c.d. emergenti, che vanno dall’Asia all’Africa, passando per l’est Europa: Cina, Hong Kong, Singapore, Taiwan, Israele, Corea del Sud, Repubblica Ceca, Ungheria, India, Polonia, Turchia, Malesia, Russia, Messico, Thailandia, Cile, Argentina, Arabia Saudita, Egitto, Pakistan, Indonesia, Filippine, Brasile, Sud Africa, Perù, Venezuela, e Colombia. Negli ultimi 30 anni, però, le trasformazioni avvenute in questi stati sono state epocali, e da “arretrati” (rispetto a quelli europei e USA), molti di essi sono diventati “sviluppati”, al pari (se non di più) di quelli occidentali.

Di conseguenza, volendo conservare la definizione di “emergenti”, oggi i gestori professionali possono scegliere tra circa 50 paesi e mercati differenti, ognuno dei quali con differenti opportunità e rischio (compresa la possibilità di fallire, come il Venezuela). Infatti, rivedendo a ritroso gli sviluppi di quei paesi che una volta chiamavamo “tigri asiatiche”, abbiamo assistito a una rapida trasformazione della loro economie e delle loro società civili, tanto che oggi il termine “emergente” non risulta più idoneo a definirli. La qualità di queste asset class è sicuramente superiore a molte altre ritenute tradizionalmente più affidabili, e pertanto il giudizio su dovesse deve ritenersi superato, così come il concetto di maggior rischio ad essi associato.

Trenta anni fa, quelle economie miravano soprattutto a produrre merci a basso costo da fornire alle economie occidentali affamate di materie prime e semilavorati, concentrando la propria ricchezza nelle mani di pochi imprenditori dell’export; oggi, invece, si è sviluppata in quei paesi una classe media che ha spinto i consumi interni, tanto che molti di questi paesi, ormai del tutto “emersi”, superano quelli occidentali in termini di diffusione capillare di beni e servizi all’interno della società.

Sicuramente l’export continua ad essere un tratto distintivo delle loro economie, ma esse si caratterizzano ormai per il consumismo ed il livello di trasformazione tecnologica, che consente a questi paesi di bruciare le tappe del loro sviluppo rispetto a quanto è successo nei paesi occidentali in assenza di tecnologia. Questo consente di poter investire, in campo azionario, su una rosa molto ampia di aziende promettenti e attive nel campo dell’innovazione, oltre a poter valutare i loro strumenti di debito (obbligazioni corporate) ad esse legati. Le aziende che operano nell’e-commerce, ad esempio, stanno cambiando in maniera irreversibile il panorama economico in diversi settori, come le banche, l’alimentare, le vendite al dettaglio, i viaggi e le consegne di cibo a domicilio; ma anche il Cloud computing, l’intelligenza artificiale, l’Internet delle cose, la tecnologia 5G rappresentano tutte opportunità di crescita che molti investitori faticano ancora a cogliere.

Immaginando i prossimi trenta anni, è impossibile non individuare negli ex emergenti altre grandi opportunità, perché la classe media presente in quei paesi, molto popolosi e con un continuo travaso di residenti dalle campagne alle megalopoli, continua a crescere in maniera vertiginosa. Si stima che in paesi come la Cina e l’India (ma anche in Indonesia e nello Sri Lanka), per esempio, le classi media consumatrici aumenteranno di almeno un miliardo di individui nei prossimi 15 anni, ed un altro miliardo di essi migliorerà le proprie condizioni di vita attuali. Ciò si tradurrà in elevati ritmi di sviluppo dei consumi interni e delle relative economie per un lunghissimo periodo, suggerendo di spostare l’attenzione verso gli strumenti finanziari che investono in quei paesi.

Non sono in pochi a prevedere che il mercato europea e quello statunitense, molto presto, potrebbero entrare in una fase di “declino” strutturale e di profonda stagnazione economica. I sintomi ci sono già tutti: tassi negativi, consumi interni in diminuzione, assenza di inflazione e PIL appena positivo; in più, la guerra commerciale USA – Cina, che ci rivela come questa fase di transizione del potere economico mondiale verso gli ex emergenti sia già in atto da qualche anno.

Nel frattempo, occhio al continente africano, su cui Cina e USA hanno già messo le mani da tempo. Entro qualche anno, dopo aver raggiunto una maggiore stabilità geo-politica, saranno alcuni dei maggiori stati africani a diventare i nuovi mercati emergenti su cui puntare.

L’era delle “tigri sub-sahariane” sta per cominciare.