I dati dell’OCSE sul reddito reale degli italiani fotografano il trentennale fallimento della politica economica che si pensava di migliorare, come per magia, con l’ingresso nell’Euro. Calo preoccupante del numero degli imprenditori, corsa alla libera professione.
Di Alessio Cardinale
Se esistesse un codice etico degli amministratori di stato, quelli italiani probabilmente lo avrebbero già violato. Allo stesso modo, se esistesse la possibilità di presentare una azione di responsabilità – tecnica e non semplicemente politica – contro la mala gestio dei cattivi amministratori, chi ha portato gli italiani ad avere oggi un reddito reale medio inferiore a quello di trent’anni fa dovrebbe quanto meno risarcire i danni morali. Infine, se qualcuno in passato ha sperato che l’Unione Monetaria avrebbe compiuto il “miracolo” – preannunciato temerariamente (e in modo quasi spregiudicato) da Romano Prodi – di risollevare la nostra economia e creare un fantomatico benessere individuale, oggi ha la certezza assoluta che non sarebbe mai potuto accadere nemmeno se la Germania ci avesse ceduto gratuitamente la sovranità sulla Baviera e su tutte le sue risorse.
Infatti, mentre i media si sbracciano per attribuire la colpa di tutti i mali odierni alla “globalizzazione”, adesso che il Covid-19 ha sparigliato le carte e ha fatto intravedere l’inizio di un processo di “de-globalizzazione” la verità viene impietosamente a galla e scopre le macerie fino a ieri nascoste sotto la coperta – sempre più corta – dell’Unione Europea, non lasciando più spazio agli alibi: il nostro Paese, negli ultimi trent’anni, è stato governato da persone scarsamente capaci e poco preparate a rivestire un ruolo che avrebbe richiesto almeno un po’ di attenzione verso l’interesse collettivo; e poi l’ingresso nella Moneta Unica a trazione franco-tedesca, effettuato in assenza di reali condizioni di convenienza finanziaria, ha finito con il coprire di ridicolo i propri accesi fautori della prima ora ed ha accentuato gli squilibri creati dalla mediocre classe dirigente italiana precedentemente all’entrata nell’Euro. Se infine aggiungiamo che tutto questo non ha protetto la Società Civile dall’atavico spauracchio germanico dell’inflazione – che da noi invece ha corso a doppia cifra almeno durante i primi dieci anni di moneta unica, devastando ancora una volta il potere d’acquisto interno – il quadro è completo.

Intendiamoci, dire che i salari reali sono inferiori a quelli di trent’anni fa non vuol dire che in valore assoluto sono gli stessi del 1990, ma che al netto dell’inflazione e della svalutazione monetaria sono poco meno che identici (-2,9%, per l’esattezza) ad allora, a differenza dei salari reali medi di quasi tutti i paesi OCSE ricadenti nell’area Euro i quali, al contrario, hanno riportato un aumento reale significativo. Ciò è affermato a chiare lettere dai dati dell’OCSE pubblicati nel 55mo Rapporto Censis qualche giorno fa: tra il 1990 e oggi, l’Italia è l’unico Paese aderente all’Organizzazione per la
Cooperazione e lo Sviluppo Economico in cui le retribuzioni medie lorde annue sono diminuite (-2,9%) in termini reali, mentre la Lituania, per esempio, nello stesso periodo ha sfoderato un +276,3%, l’Irlanda un +85,50% e persino la Grecia, messa pochi anni fa a ferro e fuoco dalla Troika e sensibilmente impoverita, ha segnato comunque un +30,50%; relativamente alle grandi potenze europee, la Germania ha fatto +33,7% e la Francia +31,1%.
Quanto sopra trova conferma nella serie storica decennale del PIL reale (ossia al netto dell’inflazione), che era cresciuto del 45% negli anni ’70, del 27% negli anni ’80, del 17% negli anni ’90, del 3,2% negli anni ’10 del 2000 e soltanto dello 0,9% negli anni ’20 fino al 2019 (nel 2020 è crollato di quasi il 9% per via della pandemia). Pertanto, il male dell’Italia non è del tutto ascrivibile all’Euro, e trova origine nei decenni non ricompresi nello studio del Censis, e cioè dagli anni ’70 e ’80, allorquando la Lira è passata da un cambio di 174 per un Marco Tedesco ad un cambio di 750 e, poco prima dell’ingresso nell’Euro, di quasi 1.000, svalutandosi di 5,7 volte rispetto alla moneta tedesca. La Moneta Unica e i suoi meccanismi di funzionamento, semmai, hanno dato un colpo ulteriore alla fragile economia italiana, e soprattutto hanno messo in evidenza l’incapacità della nostra classe politica a mettere in atto un serio controllo dei prezzi che, già all’indomani dell’entrata in vigore dell’Euro, cominciavano a lievitare spinti da una speculazione selvaggia.
La situazione di oggi è sotto gli occhi di tutti: retribuzioni disincentivanti che i datori di lavoro (compresa la P.A.) offrono in cambio del lavoro di chi ha competenze elevate, e condizioni scoraggianti per tutti coloro che desiderano avviare una impresa, dagli adempimenti burocratici allo scandaloso carico fiscale. Solo negli ultimi dodici anni (dal 2008 al 2020) le forme di lavoro indipendente, tra micro e piccole imprese, si sono ridotte di 719.000 unità (-12,2%), compensate solo in parte dall’aumento del lavoro dipendente (+532.000, +3,1%) che però, a differenza del lavoro indipendente, non crea posti di lavoro in forma diretta. Nello stesso periodo, invece, sono aumentate le libere professioni (+241.000 unità, +20,9%), sebbene nel 2020 il saldo è negativo di 38.000 occupati.
Bastano questi dati per definire l’Italia come un Paese economicamente allo sbando, dove la vocazione imprenditoriale del Secondo Dopoguerra sembra svanita nel nulla, che punta alla progettualità dettata dal PNRR, ossia dal secondo “Piano Marshall” della nostra storia. Il problema è che a gestire questo fiume di denaro ci sarà la stessa classe dirigente di un tempo – al netto di Draghi, che non rimarrà a lungo in sella al governo – mascherata da sigle politiche diverse ma identiche per stile e scarsa visione del futuro.



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“La necessità oggi – afferma Santacroce – è quella di aumentare figure professionali di matrice ESG, come i Sustainability Manager, i Corporate Social Responsibility Manager, i consulenti ESG e gli esperti di
A questo panorama si aggiunge il fatto che il 21 aprile 2021 la Commissione Europea ha avanzato una
Per implementare la richiesta di nuove figure professionali che possano affiancare le PMI ad accogliere le nuove opportunità offerte dal PNRR e dai fondi europei, il prossimo 15 ottobre partirà, in modalità live streaming, il 
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ROMA – A Roma e provincia, un terzo degli acquirenti preferisce i
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Non è la prima volta che si ha notizia di ottimi risultati di gestione dei fondi sovrani, ma i più non sanno bene cosa siano e come vengano gestiti. Innanzitutto, un fondo sovrano è una vera e propria istituzione finanziaria partecipata dallo Stato, che ha come attività esclusiva quella di gestire il patrimonio mobiliare conferito in totale autonomia dal mondo della politica nazionale e dagli stessi ministeri competenti. Il fondo può gestire rendite e apporti provenienti dalle più disparate fonti statali, come quelle petrolifere e gli avanzi commerciali, e possono anche avere il mandato di promuovere, attraverso investimenti “mirati”, lo sviluppo dell’economia e del tessuto imprenditoriale nazionale.
Nonostante la dotazione di mezzi finanziari e la loro gestione professionale, la storia dei fondi sovrani ci ha regalato alcuni insuccessi – come
stessi motivi, un fondo sovrano può attrarre anche gli investimenti di altri fondi sovrani stranieri, in modo tale da favorire l’internazionalizzazione delle aziende su cui si investe. Il secondo criterio di gestione riguarda la sostenibilità delle scelte di investimento, che sono diverse da quelle di un tipico fondo privato. Il fondo sovrano, infatti, può anche non conseguire rendimenti di mercato strabilianti, ma in ogni caso il ritorno deve essere superiore al costo del servizio del debito pubblico sommato a quello dell’eventuale impatto economico, sociale e ambientale.
Ma c’è di più. Nel fondo sovrano potrebbero confluire anche parte delle risorse del 
Dopo un anno estremamente difficile, il sistema delle imprese trasmette i primi segnali di fiducia, facendo registrare un recupero significativo nel primo semestre del 2021: al 30 giugno 2021 sono 16.994 le nuove imprese iscritte a
Prospettive incoraggianti anche dalle previsioni sul valore aggiunto che indicano per il 2021 una crescita pari al 5,3% per
Secondo Sangalli “Occorre rilanciare
Il 2020 era stato un anno difficile da interpretare per l’andamento delle imprese del territorio di Milano Monza Brianza Lodi. Infatti, nonostante la pandemia, il saldo tra iscrizioni e cessazioni risultava positivo (+4.404 unità), sebbene in netto peggioramento sul dato 2019 (+6.725). Relativamente alle imprese attive, a fine 2020 si registravano sul territorio di Milano Monza Brianza Lodi 383.726 unità, primato italiano (con 7,5% del totale nazionale), con la sola
Sul piano settoriale, al 30 giugno 2021 nell’area di Milano Monza Brianza Lodi si osserva una buona crescita delle imprese dei servizi (+2,8%), da sempre settore trainante nel nostro territorio. Anche il commercio torna in terreno positivo (+0,3%) dopo lo stop del 2020, mentre rimane in sofferenza l’
Il trend dei settori economici nel primo trimestre 2021 – Nel primo trimestre 2021 si osserva un deciso cambio di passo per l’industria manifatturiera, con la produzione che ha ripreso a crescere in tutti i territori: +6,8% a Milano, +7,4% a Monza Brianza, +7,8% a Lodi. Risultano ancora forti, invece, gli effetti del lockdown sul terziario. Milano registra una pesante flessione del fatturato per il 
Lavoro e occupazione – Nonostante le politiche di sostegno al mondo del lavoro, gli effetti della crisi si sentono anche sull’occupazione, che a fine 2020 risultava in calo rispetto all’anno precedente: a Milano dell’1,3%, a Monza Brianza dell’0,7%, mentre a Lodi registrava un +1%. Complessivamente il territorio delle tre province registrava un calo del -1,1% degli 








