Francoforte chiude ufficialmente la fase storica dei tassi negativi con una stretta più forte del previsto, ma porta con sè anche lo scudo anti-spread. Draghi lascia l’Italia in pessime condizioni.
Sorprende ma non troppo i mercati la decisione del Consiglio direttivo della Bce, che ha deciso per un rialzo di 50 basis point anzichè i 25 previsti fino a pochi giorni fa. L’aumento pesa sui tre tassi di interesse di riferimento, nel quadro di “misure fondamentali per assicurare un ritorno dell’inflazione verso il suo obiettivo del 2% a medio termine”. Piazza Affari, che scambiava in forte ribasso dopo le dimissioni del presidente del Consiglio Mario Draghi, ha recuperato più di un punto percentuale nel finale (dopo l’annuncio della Bce sui tassi), mentre le borse USA aprivano in continuità con la striscia positiva degli ultimi giorni.
Il Consiglio direttivo Bce ha comunicato, in una nota, che ha “ritenuto opportuno adottare un primo intervento più ampio nella normalizzazione dei tassi di riferimento rispetto a quanto segnalato nella riunione precedente”, con una “decisione che si basa sulla valutazione aggiornata del Consiglio direttivo sui rischi di inflazione” anche nell’ottica di una “efficace trasmissione della politica monetaria”. La Bce, così, chiude in un colpo solo la fase storica dei tassi negativi inaugurata da Mario Draghi, e annuncia lo scudo anti-spread, ossia lo “strumento di protezione del meccanismo di trasmissione della politica monetaria (Transmission Protection Instrument, TPI) che assicurerà che “l’orientamento di politica monetaria sia trasmesso in modo ordinato in tutti i paesi dell’area dell’euro” ed “è un presupposto affinché la Bce possa adempiere il mandato di mantenere la stabilità dei prezzi”.
In sintesi, la mossa della Bce sui tassi si basa su una valutazione del Consiglio direttivo relativa ai rischi di inflazione e al possibile sostegno aggiuntivo fornito dal TPI. Nella mente dei tecnici Bce, questo mix tra analisi previsionale e strumenti di protezione per i paesi più indebitati dell’area Euro dovrebbe essere sufficiente per rafforzare le aspettative di minore inflazione “assicurando che le condizioni della domanda si adeguino in linea con il conseguimento dell’obiettivo di inflazione nel medio periodo”. Tale obiettivo, ricordiamolo, è del 2%, ed oggi siamo parecchio lontani.
In ogni caso, la mossa accontenta sia i falchi che le colombe, a cui piace molto lo scudo anti-spread e molto meno un rialzo di mezzo punto. Per quel che riguarda il TPI, invece, esso rappresenta “un ulteriore strumento a disposizione del Consiglio direttivo attivabile per contrastare ingiustificate, disordinate dinamiche di mercato che mettono seriamente a repentaglio la trasmissione della politica monetaria in tutta l’area dell’euro”. In concreto, quindi, la Bce acquisterà i titoli governativi dei paesi che, come l’Italia, sono le prime vittime della speculazione di mercato, con conseguente allargamento dello spread rispetto al BUND tedesco. “La portata degli acquisti del TPI” – secondo il Consiglio direttivo – “dipenderà dalla gravità dei rischi per la trasmissione della politica monetaria. Gli acquisti non sono soggetti a restrizioni ex ante. Salvaguardando il meccanismo di trasmissione, il TPI consentirà al Consiglio direttivo di assolvere più efficacemente il mandato di preservare la stabilità dei prezzi”.
Prima che scatti lo scudo, però, Il Consiglio direttivo Bce ha ricordato che c’è un altro strumento a sua disposizione, e cioè la possibilità di reinvestire il capitale rimborsato sui titoli in scadenza del portafoglio del PEPP (pandemic emergency purchase programme) che “rimane la prima linea di difesa al fine di contrastare i rischi per il meccanismo di trasmissione connessi alla pandemia”. Pertanto, l’avvio del principale strumento di difesa dello spread italiano e spagnolo, secondo la stessa nota del Consiglio Bce, verrebbe usato solo in seconda battuta, dopo la leva – del tutto secondaria, in quanto a efficacia – determinata dall’acquisto dei titoli effettuato grazie alla liquidità generata dal rimborso dei titoli in scadenza precedentemente inseriti nel portafoglio del PEPP.
Questo non fa ben sperare per l’Italia, che in autunno sconterà il consuntivo del governo Draghi: 200 miliardi di debito in più; spread a più del doppio del governo precedente; crisi energetica conclamata e Commissione Europea che chiede risparmi per il 15% dei consumi abituali; inflazione all’8,6% e saldo delle partite correnti a – 8,6 miliardi di euro nel primo quadrimestre dell’anno (dopo oltre un decennio di attivo). Se fossimo malpensanti, diremmo che Draghi non vedeva l’ora di lasciare l’incarico per non dover gestire l’autunno “di fuoco” (e freddo) che ci aspetta. Del resto, la crisi di governo l’ha aperta lui stesso, nonostante avesse una maggioranza netta anche senza la Lega e il M5S. La politica non smette mai di sorprenderci.



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