Luglio 21, 2026
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Trump vs Cina, Canada, Messico ed EU: quale strategia di investimento azionario, e quale portafoglio?

L’imposizione di nuovi dazi da parte di Trump su Cina, Canada, Messico ed Europa crea incertezza nei mercati, ma allo stesso tempo apre opportunità per strategie di investimento mirate.

Le recenti misure tariffarie introdotte dal presidente Donald Trump stanno generando preoccupazioni significative riguardo al loro impatto sull’economia globale. Secondo il quotidiano The Times, l’imposizione di dazi del 25% su importazioni da Canada e Messico, e del 10% su quelle cinesi, potrebbe causare effetti paragonabili alle interruzioni economiche provocate dalla pandemia di COVID-19.

Queste politiche protezionistiche rischiano di innescare guerre commerciali, con conseguenze economiche potenzialmente gravi per tutte le parti coinvolte, in particolare per le economie di Canada e Messico, fortemente dipendenti dagli Stati Uniti. Alcuni economisti prevedono possibili recessioni in questi paesi se i dazi del 25% dovessero persistere. Anche l’Unione Europea potrebbe essere coinvolta in questa escalation tariffaria, con possibili ripercussioni sulle sue esportazioni verso gli Stati Uniti. Settori come l’automotive, l’elettronica e la moda potrebbero essere particolarmente colpiti, con un impatto stimato di 102 miliardi di dollari solo per l’UE. Pertanto, anche alla luce delle poco rassicuranti dichiarazioni del presidente USA, gli investitori e i risparmiatori dovrebbero aggiornare la propria asset allocation strategica, e riposizionare i propri portafogli di investimento in modo da minimizzare i danni o trarre profitto dalle opportunità che un simile scenario comunque comporta. In termini strategici, innanzitutto, ecco alcune possibili decisioni da adottare per i portafogli azionari.

1. Investire in settori resilienti ai dazi. Alcuni settori tendono a essere meno colpiti o addirittura favoriti da tensioni commerciali, come quello della Tecnologia. Infatti aziende come Microsoft, Amazon e Google (Alphabet), che offrono servizi digitali e cloud, sono meno esposte alle tariffe sui beni fisici. Allo stesso modo il settore Sanità/farmaceutico, dove compagnie come Pfizer, Johnson & Johnson e Eli Lilly vendono globalmente e hanno un mercato meno influenzato dai dazi; così come quello dei beni di consumo non ciclici, che producono beni essenziali (es. Procter & Gamble, Coca-Cola o Walmart).

2. Puntare su aziende con supply chain localizzata. Le aziende che producono principalmente negli Stati Uniti e dipendono meno da importazioni (ad esempio alcune realtà del settore manifatturiero o della difesa) potrebbero beneficiare di un ambiente protezionistico.
3. Investire in aziende che beneficiano della sostituzione delle importazioni. Se alcuni prodotti importati diventano più costosi a causa dei dazi, le aziende nazionali che offrono alternative potrebbero trarne vantaggio. Nel settore agricolo e alimentare, per esempio, se i dazi colpiscono prodotti alimentari esteri, i produttori agricoli statunitensi potrebbero aumentare vendite e margini. Nell’Automotive, alcune case automobilistiche potrebbero beneficiare di una maggiore domanda interna se le importazioni vengono penalizzate.

4. Puntare su asset rifugio in periodi di incertezza. Nei settori dell’Oro e dei metalli preziosi in generale, aziende minerarie come Barrick Gold o Newmont Mining tendono a guadagnare quando c’è incertezza economica. Anche le c.d. utilities e le infrastrutture sono settori considerati “difensivi” e meno legati ai cicli economici.
5. Diversificazione globale per ridurre il rischio. Se i dazi colpiscono il mercato USA, diversificare investendo in mercati emergenti o in economie meno coinvolte nella guerra commerciale può essere una buona scelta.

Relativamente ai portafogli di investimento esclusivamente azionari – o per la parte azionaria di un portafoglio titoli complessivo che comprenda anche strumenti monetari/obbligazionari – è fondamentale mettere in atto strategie diverse in base al livello di rischio e all’orizzonte temporale. Senza entrare eccessivamente nel tecnico, ci si può concentrare su tre tipologie di portafoglio sostenibili alla luce dei nuovi dazi imposti da Trump: Portafoglio Azionario Difensivo (bassa volatilità, protezione dal rischio), Portafoglio Azionario Bilanciato (mix di stabilità e crescita) e Portafoglio Azionario Aggressivo (massima crescita e speculazione).

Portafoglio Difensivo (bassa volatilità, protezione dal rischio)
Obiettivo: minimizzare l’impatto delle tensioni commerciali proteggendo il capitale con asset rifugio e settori resilienti. Composizione:
– 40% ETF su beni di consumo non ciclici (es. XLP – Consumer Staples Select Sector SPDR)
– 20% Utilities e infrastrutture (Duke Energy, NextEra Energy)
– 20% Oro e metalli preziosi (ETF GLD – SPDR Gold Trust, Newmont Mining)
– 10% Settore farmaceutico (Pfizer, Johnson & Johnson)
– 10% Liquidità o obbligazioni a breve termine (ETF TLT – Treasury Bonds)
Motivazione: Protegge da recessione e volatilità derivante dalla guerra commerciale, con asset stabili e beni essenziali.

Portafoglio Bilanciato (Mix di Stabilità e Crescita)
Obiettivo: Bilanciare protezione e opportunità di crescita nei settori meno colpiti dai dazi.
Composizione:
– 30% Settore tecnologico USA (Microsoft, Apple, NVIDIA)
– 20% Settore sanitario (UnitedHealth, Merck, ETF XLV)
– 20% Settore industriale USA (che beneficia del protezionismo) (Caterpillar, Lockheed Martin)
– 20% Oro e obbligazioni per stabilità (GLD – oro, TLT – Treasury Bonds)
– 10% Mercati emergenti (ETF EEM – MSCI Emerging Markets, che possono beneficiare dallo spostamento dei flussi commerciali)
Motivazione: Diversifica tra crescita e protezione, puntando su aziende USA che non dipendono troppo dalle importazioni.

Portafoglio Aggressivo (Massima Crescita e Speculazione)
Obiettivo: Sfruttare opportunità speculative e settori che potrebbero beneficiare dai dazi.
Composizione
– 40% Tecnologia USA e AI (NVIDIA, AMD, Microsoft)
– 20% Materie prime ed energia USA (Occidental Petroleum, ExxonMobil)
– 15% Settore agricolo USA (favorito dai dazi sui prodotti esteri) (Deere & Co, Archer-Daniels-Midland)
– 15% Mercati emergenti non colpiti dai dazi USA (India ETF – INDA, Brasile ETF – EWZ)
– 10% Cash e opzioni su volatilità (ETF VIX per copertura, liquidità per opportunità di acquisto)
Motivazione: Alta esposizione a settori con forte crescita e volatilità, cercando di sfruttare il cambiamento dei flussi commerciali.

Gli USA nella morsa del debito. Gestire i portafogli in modo coerente ai trend macroeconomici

Il debito pubblico americano cresce di 416 milioni di dollari ogni ora, e gli Stati Uniti non lo pagheranno mai completamente. Aggiornare i portafogli per gestire i rischi di oltreoceano.  

A cura di Colibrinvest

E’ notizia di pochi giorni fa che il debito pubblico americano abbia toccato nuovi record, e questa tendenza va avanti da decenni. Ma come può durare tutto questo? Il debito pubblico non può crescere all’infinito e, a un certo punto, il sistema potrebbe collassare se non si interviene. Il problema non è solo degli Stati Uniti, ma anche di molti altri Paesi del G20. È un problema di cui si parla molto da vicino, ed è quindi necessario sapere quali sono le strade per gestire questi debiti pubblici esorbitanti e capire cosa possiamo aspettarci, per potersi preparare a non essere vittima di queste dinamiche economiche.

Il debito pubblico statunitense è ai massimi di sempre. Il rapporto con il PIL ha toccato i massimi segnati negli anni ’40, dopo la Seconda Guerra Mondiale. In passato, i livelli di deficit erano così elevati solo in periodi di grandi difficoltà economiche; oggi, nonostante le entrate del governo dal 2012 siano raddoppiate – passando da 2.450 miliardi di dollari a quasi 5.000 miliardi stimati per la fine del 2024 – gli Stati Uniti hanno sempre speso molto di più rispetto alle entrate, creando deficit costante fin dal 1970 con l’eccezione del quadriennio 1998-2001, in cui il governo ha speso meno di quanto ha incamerato con le tasse dei cittadini. Inoltre, il deficit tende a crescere sempre di più anno dopo anno: il record, a parte il periodo delle restrizioni pandemiche, è stato toccato nel 2023 e nel 2024.

Chiaramente, per spendere più soldi di quelli che entrano nelle casse dello stato, il governo deve prendere i soldi a debito, emettendo obbligazioni (Treasury) e aumentando così il debito pubblico. Il debito non è mai un problema in sé, ma ciò che conta è che sia sostenibile. Ebbene, per gli Stati Uniti il costo degli interessi sul debito supera i mille miliardi di dollari in un anno. Il governo, nel 2023, ha incassato 4.440 miliardi di dollari e ne ha spesi 6.130. I restanti 1.690 miliardi sono quindi un deficit, e di questi ben 1.025 miliardi sono stati spesi solo per mantenere il debito pubblico. Non per aumentarlo, ma solo per poterlo mantenere. La maggior parte del deficit è quindi causata dagli alti costi degli interessi del debito pubblico, e così si spiega come il mantenimento del debito sia la seconda voce in termini di spesa totale per il governo degli Stati Uniti.

Si spende più per il debito che per la salute e la difesa degli Stati Uniti. Se si continua così, la spesa per gli interessi sarà presto il costo principale da sostenere con le tasse dei cittadini. Continuare a indebitarsi per pagare gli interessi, assomiglia molto a ripagare il debito con una carta di credito, facendo un debito con un’altra carta di credito. Il problema è che uno Stato molto indebitato ha pochi margini di manovra, e se le finanze pubbliche, per un motivo o per l’altro, sono percepite come non solide, allora i tassi di interesse dovranno crescere per attirare nuovi capitali. Lo abbiamo visto in

passato: nei periodi di crisi l’economia rallenta, le entrate fiscali diminuiscono e il governo ha bisogno di creare denaro per stimolare la crescita, e lo fa acquistando Treasury o obbligazioni. Tuttavia quando si stampa troppa moneta, come durante i lockdown, ci sono più soldi che corrono dietro lo stesso numero di beni e servizi, la domanda supera l’offerta e così i prezzi salgono. Negli Stati Uniti i prezzi sono saliti del 20% in poco più di tre anni (in Italia del 18% nello stesso periodo). Per contrastare l’alta inflazione, la banca centrale è stata costretta ad alzare i tassi di interesse, andando a pesare ancora di più sui costi del debito.

Ci troviamo alla fine di un lungo ciclo, iniziato negli anni ’80. Negli ultimi 40 anni, i tassi d’interesse sono stati costantemente abbassati, permettendo ai debiti pubblici di crescere in maniera smisurata senza creare un vero problema: se raddoppio il debito, ma i tassi di interesse si dimezzano, la spesa per interessi non è un vero problema, ed è quello che è successo in molti dei Paesi occidentali. Al contrario, oggi ci troviamo in uno scenario totalmente diverso, con debito pubblico e tassi di interesse elevati per tenere sotto controllo l’inflazione. Ma non è possibile pensare ai prossimi 10 o 20 anni nello stesso modo in cui sono stati affrontati negli ultimi 40 anni. Dobbiamo anche valutare i nostri portafogli di investimento con logiche diverse. Infatti, la maggior parte delle teorie di investimento si basano su un’unica fase del ciclo del debito a lungo termine, a partire dagli anni ’80, con un debito crescente e tassi di interesse in diminuzione.

Invece, quello che dobbiamo capire è come investire in uno scenario simile a quello degli anni ’40, con un enorme debito e alti tassi di interesse. Negli anni ’40, il debito fu ridotto da un lavoro congiunto di politiche fiscali, quindi del governo, e di politiche monetarie, cioè della banca centrale. Ma il tutto non è stato assolutamente gratuito. Infatti, tra la fine del 1930 e la metà del 1970 il Treasury decennale ha avuto un andamento reale negativo. Durante quel periodo, la banca centrale che intervenne acquistando abbastanza titoli di Stato da poter abbassare i tassi di interesse ad un livello che fosse costantemente inferiore rispetto al livello dell’inflazione. Questo permise al governo di spendere grandi quantità di denaro e stimolare l’economia, svalutare una grande porzione di debito pubblico, far crescere il PIL più rapidamente del debito e riuscire a ridurre significativamente il rapporto debito/PIL. A pagare il conto, però, sono stati tutti i titolari di bond governativi USA, che hanno ricevuto sì il valore nominale di ciò che avevano investito, ma con quel denaro hanno potuto acquistare beni e servizi in misura inferiore rispetto a prima, vista la crescita dei prezzi. In particolare, a causa dell’inflazione, nel periodo 1941-1952 i Treasury decennali portati alla scadenza persero circa un terzo del loro potere di acquisto.

Oggi sembra difficile che la Fed o la Bce possano ricominciare ad aiutare i governi, e certamente ciò non accadrà prima che l’inflazione sia definitivamente sotto controllo. Alcuni segnali cominciano ad arrivare, e la Bce ha già iniziato a tagliare i tassi mentre sembra che la Fed si stia avvicinando al suo primo taglio. Powell ha anche annunciato una riduzione del Quantitative Tightening, e prima o poi la recessione darà alle banche centrali il motivo per intervenire nuovamente. Dobbiamo quindi imparare a gestire i nostri portafogli di investimento in modo coerente con i grandi trend macroeconomici.

Creare un portafoglio alternativo investendo in Startup e PMI innovative. Che metodo utilizzare?

Il “focus investor” o “investimento selettivo” è una strategia idonea a creare un portafoglio totalmente decorrelato e orientato alla crescita nel lungo termine. Gli esempi di Charles Munger e Warren Buffet.

Di Alberto Villa*

Per trattare l’argomento proposto dal titolo, conviene partire dal presente. I mercati azionari, infatti, dopo aver scontato nei propri indici le previsioni di effetti positivi della vaccinazione di massa sulle economie e sugli utili aziendali, soffre adesso l’assenza di nuovi spunti macro capaci di dare continuità al trend rialzista pluridecennale che sembra essere arrivato al capolinea.

Nessuno sa quanto possa durare questa fase di assestamento, e molti danno per scontata una prossima (e ampia) correzione del mercato. Qualunque cosa succeda, potrebbe essere arrivato il momento di valutare un comportamento “innovativo” nella composizione di un portafoglio di investimento, prendendo in considerazione una strategia notevolmente differente rispetto alle classiche due strategie di investimento azionario: a) la gestione attiva e b) gli investimenti-indice (gestione passiva). I gestori dei fondi comuni di investimento, naturalmente, sposano la prima 

strategia, poiché preferiscono gestire attivamente l’acquisto e la vendita di azioni e creare un asset di titoli sulla scorta delle previsioni di mercato di specifici settori e/o aree geografiche. L’investimento-indice, invece, è dominato dall’approccio “buy-and-hold”, cioè “acquista e conserva”. Esso consiste, per esempio, nell’acquistare quote di alcuni ETF (Exchange Traded Fund), che replicano fedelmente gli indici sui quali si intende diversificare il portafoglio nel lungo periodo, e tenerli per molti anni salvo eventi straordinari che ne consigliano l’alleggerimento o la vendita.

Ovviamente, esistono sostenitori del primo e del secondo metodo. In entrambi i casi, per l’investitore finale il principio sarà comunque quello di minimizzare il rischio attraverso la più ampia diversificazione. In riferimento ad entrambe le strategie, il pensiero comune è che in un portafoglio diversificato alcuni titoli saliranno e altri scenderanno, e che i rialzi dei primi superino i ribassi dei secondi. Questo tipo di approccio è utilizzabile nel caso di un portafoglio costituito da startup?

In linea di fatto e di principio, la “legge” della diversificazione vale anche in questi asset. Infatti, non è conveniente, né opportuno, avvicinarsi alle startup acquistando azioni di una sola o due società al massimo, qualunque sia la quota complessiva del patrimonio che si vorrà destinare a questi asset.

Chiarite le premesse, è utile analizzare come un “investitore selettivo” – scuola Munger o Buffett, per intenderci – agirebbe:

– scrupolosa selezione di pochi investimenti, effettuati sulla base dell’effettivo potenziale intrinseco della società, con l’obiettivo di realizzare alti rendimenti nel lungo termine;

– conservazione in portafoglio di queste partecipazioni e, in relazione alle società non quotate (come una startup), “vigile attesa” del momento in cui attuare una exit strategy, che in genere coincide con la quotazione in Borsa;

diversificazione in un ragionevole assortimento di titoli, con differenti rapporti di rischio/rendimento.

Pertanto, è evidente che l’investitore selettivo si differenzi da altre figure quale il Business Angel. Infatti, a differenza del secondo, per il primo l’importante è scegliere le partecipazioni giuste, e attendere il realizzarsi delle condizioni per monetizzare il potenziale incremento di valore intravisto nella fase dell’investimento iniziale. Solo dopo il periodo considerato (non inferiore a 5 anni) sarà possibile vedere questo potenziale, oppure non vederlo affatto e incassare le conseguenze di una scelta errata. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il successo della strategia da “investitore selettivo” ricade sia nelle attività preparatorie (studio del business plan e dei bilanci prospettici, conoscenza del management e delle sue caratteristiche, studio del mercato e dei competitor etc), sia nel calcolo delle probabilità di insuccesso: più questo calcolo è accurato, minori saranno le possibilità di insuccesso; più è accurata la scelta del “mix” di startup, maggiore sarà la probabilità che l’eventuale fallimento si limiti ad una o due iniziative sul mix ideale di 7-10 partecipazioni presenti in portafoglio.

Ritornando alle due strategie “classiche”, è difficilmente immaginabile trovare uno strumento che replichi un indice delle startup o PMI innovative italiane o comunitarie. Così come è impensabile di voler suddividere la somma che si desidera investire in modo paritetico tra tutte le società presenti e ottenere così una buona diversificazione. Esistono holding e società di investimento che predispongono dei portafogli potenziali, ma il problema rimane quello di determinare qual è il reale rischio/rendimento del portafoglio complessivo, poiché per le startup è più complicato determinarlo rispetto agli altri strumenti finanziari più classici, come i fondi comuni di investimento.

Inoltre, con un portafoglio del genere risulta inopportuno concentrarsi sull’andamento del prezzo nel breve-medio periodo, poiché in questo particolare mercato bisognerebbe tenere sotto controllo le variabili che determinano la creazione di valore per ogni singola società nel tempo, e la via meno complicata è quella di una selezione accurata ma numericamente non eccessiva (poche startup, ma buone). Infatti, eccedere con la convinzione che aumentare il numero dei singoli titoli possa ridurre la rischiosità del portafoglio, in un settore come questo può essere un errore che studiosi e investitori del calibro di Buffett o Munger hanno sempre sottolineato.     

Resta una domanda: vale la pena creare un portafoglio composto da questi titoli azionari così poco liquidi e ad alta rischiosità? La risposta è insita nel metodo dell’investitore selettivo. Si tratta di un cambio di paradigma: tutto il sistema finanziario, dai gestori ai consulenti, non vede altro che i prezzi insiti negli strumenti finanziari, non la creazione di valore. Invece, la scrupolosa valutazione della società, del team che la compone e del mercato di riferimento ha lo scopo di svincolare la reddittività dell’investimento dalle tradizionali oscillazioni di prezzo, focalizzando l’attenzione sulla scelta delle “occasioni di valore nel tempo”.

Così facendo, si sceglie un comportamento – e non un semplice insieme di asset – idoneo a realizzare una decorrelazione tra la componente startup e le altre presenti nel patrimonio. Decorrelare un portafoglio di investimento tramite il “comportamento selettivo”, e non tramite una selezione di asset differenti, è il risultato di questo approccio.

* Alberto Villa, Consulente in Finanza d’Impresa, membro A.I.A.F. e Consulente Finanziario Autonomo, collabora con la rete professionale M&V Private Corporate Advisor