Aprile 17, 2026
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Consulenti e professionisti alle prese con l’autopromozione. Capitolo primo: eventi e referenze

Quali sono gli strumenti con i quali il consulente del patrimonio trasmette al mercato il proprio carisma professionale? Il marketing di contatto richiede organizzazione e attenzione ai particolari.

Circa due anni fa, in questo periodo, scrivevamo come la pandemia stesse determinando un ritorno di interesse, tra i consulenti finanziari e, in misura minore, tra i liberi professionisti, di una sorta di “marketing distanziale” che per tre decenni – tra il 1975 ed il 2005 – si era attuato esclusivamente con il telemarketing ed i successivi appuntamenti in presenza. Oggi, dopo cinque ondate di contagio, tre campagne vaccinali e continue restrizioni ci siamo ricreduti, e possiamo dire che certi vagheggiamenti ad un futuro iper-tecnologico della comunicazione interpersonale sono da rinviare a quando i figli dell’attuale “generazione Zero” – individui nati tra il 1996 e il 2015 – cominceranno ad interagire in ambito lavorativo.

Ad occhio e croce, ci vorranno almeno altri 25 anni.

Pertanto, nonostante gli eventi degli ultimi anni abbiano costretto tutti a modificare le modalità di mantenimento della relazione, possiamo affermare che il buon vecchio incontro in presenza con la clientela potenziale – da sempre ottenuto con impegno e sudore della fronte – non è stato sostituito neanche un pò da improbabili “video-appuntamenti” di primo contatto. Soprattutto, possiamo certificare che per consulenti finanziari e professionisti in generale non esiste un “tele-video marketing” capace di sostituire il vecchio telemarketing; quest’ultimo, peraltro, è stato abbandonato quasi del tutto, e oggi viene utilizzato esclusivamente, con modalità commercialmente molto aggressive, da operatori di call center che vendono contratti di servizio con chiusura telefonica immediata. Tutto ciò ha segnato irrimediabilmente il distacco degli ex promotori finanziari da tale metodologia di contatto, che era ormai ampiamente in disuso e che le professioni tradizionali, tra l’altro, non avevano mai utilizzato.

A onor del vero, resistono alcune sacche di attività bancaria in cui il telemarketing viene usato dalle banche per promuovere i servizi di small business agli esercizi commerciali che ricadono nell’area dove è ubicata la filiale, ma con la tendenza irreversibile allo smantellamento degli sportelli bancari territoriali, anche questa esperienza è destinata a perdersi per sempre. Anche nell’attività di intermediazione immobiliare il telemarketing “a freddo” è ancora largamente usato, ma anche in questo settore stanno accadendo profonde mutazioni dei costumi – i siti web specializzati nella compravendita e locazione immobiliare, per esempio – che consentono ai venditori più evoluti (e con parecchio tempo personale da spendere) di risparmiare la commissione dell’agenzia immobiliare.

Di contro, l’esperienza di questi ultimi due anni ha segnato ancora di più un confine netto tra l’efficacia delle relazioni virtuali in campo sociale, e la totale inefficacia degli stessi contatti virtuali nelle relazioni in campo commerciale. Infatti, al contrario di ciò che hanno imposto i social network – che ci spingono a regalare la condivisione della nostra vita più intima a perfetti sconosciuti che chiamiamo “amici” – in questo settore così delicato come la consulenza patrimoniale (così come in quella legale, fiscale) siamo ancora lontanissimi dall’avere la possibilità di acquisire clientela senza averla mai incontrata fisicamente almeno una volta. Prova ne sia che i siti web personali e le pagine Facebook/Linkedin, da soli, sono ottimi strumenti di diffusione della propria reputazione e autorevolezza tra i colleghi, ma si rivelano modestissimi veicoli di acquisizione di nuova clientela qualora ci si limiti a gestirli – con grande dispendio di tempo, peraltro – senza dedicarsi contestualmente alle principali attività di marketing operativo e di contatto.

C’è da dire, inoltre, che l’adozione generalizzata di un improbabile tele-video marketing presupporrebbe l’esistenza di un contesto totalmente irrispettoso della privacy, che difficilmente potrà mai realizzarsi in questa epoca di transizione – con i babyboomers ancora saldamente al comando dei patrimoni familiari e i millennials in “emersione lenta” – poichè non esiste neanche lontanamente una abitudine sociale consolidata a ricevere e rispondere a videochiamate provenienti da utenti sconosciuti, e prevalgono nettamente le telefonate vocali. Pertanto, per consulenti finanziari e professionisti rimangono i canali di mercato diretti e indiretti sui quali si è lavorato di più, ossia:
1) le referenze individuali provenienti, più o meno spontaneamente, dai clienti già esistenti,
2) l’organizzazione di eventi di interesse, come i c.d. salotti finanziari o gli happening culturali con finalità commerciali (teatro, editoria, cene di beneficienza),
3) il lavoro in team con altre categorie professionali (studi associati), 
4) le attività intellettuali a scopo reputazionale (partecipazione a convegni, self editing, articoli, e-book e libri),
5) i video di autopromozione e i c.d. webinar per investitori più evoluti.

Tutti questi canali hanno in comune un mix di fattori, senza i quali nessun “carisma” professionale potrà mai essere trasmesso. Infatti, oltre alle note qualità morali ed il rispetto dell’etica professionale, servono una preparazione ai massimi livelli, grande esperienza sul campo, capacità di trasmettere concetti complicati in modo semplice, capacità di entrare subito in empatia con gli utenti e buone doti di public speaking. Tuttavia, questi canali di mercato presentano caratteristiche molto differenti tra loro, che vale la pena analizzare separatamente. In questa prima parte ci occuperemo del canale n. 1, ossia la capacità di acquisire referenze, ma poichè il canale n. 2  (eventi e happening commerciali) può essere considerato come una raffinata declinazione del primo, li tratteremo insieme. Infatti, l’organizzazione di qualunque evento commerciale prevede una platea mista di invitati: i “già clienti”, e i “non ancora clienti“, che si spera di acquisire e che sono stati segnalati dai già clienti e a loro volta invitati. Il canale n. 3, sebbene realizza il proprio scopo nell’ottenimento di reciproche referenze derivanti dalla sinergia tra professionisti di diversa specializzazione, richiede una trattazione individuale per via delle maggiori esigenze di organizzazione commerciale e di disciplina giuridica. 

In linea teorica, il c.d. Event Marketing è una evoluzione della vecchia modalità con cui “anticamente” i consulenti finanziari chiedevano una o più referenze, facendosi dare il numero telefonico di familiari e amici del cliente, senza offrire nulla in cambio se non la propria riconoscenza. Con l’organizzazione di eventi dal concreto sapore culturale, invece, il professionista ottiene referenze attraverso una modalità più coinvolgente per il mercato potenziale, dando in cambio agli invitati un’occasione di socialità ed un servizio utile, solitamente l’esposizione di uno o più temi di educazione e informazione finanziaria (di cui ci occuperemo in un capitolo a parte, sotto un’altra ottica). Inoltre, attraverso l’organizzazione di eventi il professionista non ha la sensazione di essere in una posizione d’inferiorità nei confronti del cliente, poiché egli investe per lui tempo e denaro, e adotta un approccio socialmente utile che gli consente di superare le possibili obiezioni che sono insite nella richiesta di referenze fine a se stessa. Organizzando un evento, quindi, il consulente ha l’opportunità di “saltare un passaggio”, presentandosi fisicamente e visivamente alla clientela che desidera acquisire grazie alla collaborazione attiva dei “già clienti“.

In generale, pianificare e promuovere eventi di successo richiede estrema attenzione ai minimi dettagli, poiché il fallimento è sempre dietro l’angolo e nulla va lasciato al caso. L’eventuale insuccesso, infatti, è legato alla sottovalutazione di aspetti che solo apparentemente sembrano sacrificabili e di poco conto. Innanzitutto, non ha molto senso organizzare un solo evento “tanto per vedere come và e fare un pò di costi da scaricare”; è fondamentale, invece, progettare una vera e propria campagna di event marketing – magari condividendo costi e risultati con alcuni colleghi – pianificando promozione e investimenti in termini di budget, energie, persone, tempo e immagine. Inoltre, qualunque evento deve passare attraverso un “messaggio emozionale”, veicolato da dettagli decisi a tavolino: il catering, la disposizione degli ospiti in sala, il buffet, la musica di sottofondo, l’amenità del luogo prescelto per l’evento, e persino le luci. Tutto questo va armonizzato con il prodotto/servizio che si vuole lanciare, e che diventa lo snodo centrale dell’intrattenimento (senza disdegnare le occasioni di interazione divertenti, che generano emozioni positive e aiutano gli ospiti a ricordarsi di voi e della serata).

Gli ospiti, del resto, vogliono essere sicuri di presenziare a un evento con contenuti di valore, sennò declinano l’invito o, peggio ancora, non si presentano.

Naturalmente, il successo degli eventi in cui è coinvolto il pubblico non elimina del tutto la possibilità di utilizzare la vecchia modalità di richiesta nominativi, ossia quella “in posizione di inferiorità“, ma la sua efficacia è limitata ad una cerchia molto ristretta di clienti – i “super-soddisfatti” – con i quali il professionista ha stretto un legame molto forte, che va al di là della ordinaria consulenza finanziaria e coinvolge spesso altri aspetti delle problematiche familiari, dagli studi dei figli all’estero ai passaggi di quote aziendali fino alla pianificazione successoria. Anche con questo tipo di clienti, tuttavia, è spesso necessario sollecitare con garbo i nominativi di persone appartenenti alla loro schiera di relazioni e professionalmente interessanti, poiché la referenza non avviene in modo spontaneo. La circostanza non deve trarre in inganno: se il meccanismo del  “passaparola spontaneo” non si è instaurato, ciò non è dovuto a mancanza di fiducia nel professionista, ma ad un malinteso senso della riservatezza (“…temo che il mio amico/parente possa venire a conoscenza della mia situazione patrimoniale…”)  o alla naturale scarsa abitudine a farlo. In questi casi, sarà sufficiente spiegare con grande trasparenza il motivo della richiesta, rassicurare sul mantenimento della privacy e ascoltare eventuali obiezioni.

Comunque avvenga la segnalazione di clientela potenziale, la  cura del c.d. follow up (attività di contatto post evento) è un comune denominatore. Infatti, bisogna dare seguito in breve tempo alla referenza e aggiornare subito il cliente che ha fornito attivamente il contatto, raccontandogli le proprie impressioni e, mantenendo comunque la riservatezza sulle informazioni eventualmente acquisite, rendendolo partecipe dell’eventuale successo. Inoltre, le attività di follow up vanno pianificate prima dell’evento, decidendo preventivamente cosa comunicare agli ospiti nei giorni immediatamente successivi (entro 48 ore al massimo). Tale attività può avere molte sfaccettature: l’invio di un ringraziamento personalizzato con allegate le slide degli interventi, oppure un video riassuntivo o qualunque altro segnale di conferma, che rinnova le emozioni e prepara l’ospite ad un successivo contatto individuale in occasione del quale, magari, chiedergli di identificare eventuali punti critici da non ripetere.

Consulenti finanziari senza confini geografici. Ennio Giganti, dall’Italia all’Europa, con lo Sport nel cuore

I consulenti finanziari “senza confini” sono professionisti di lungo corso, con una significativa esperienza alle spalle ed oggi molto richiesti da una clientela di alto livello per via della competenza acquisita negli anni. Patrimoni&Finanza ha intervistato alcuni di loro, chiedendo di raccontare la loro storia personale.

Da una storica dinamicità di contatto all’esterno, la professione del consulente finanziario  si è gradualmente “bancarizzata”, e negli ultimi 10 anni consulenti e clienti si siano abituati ad incontrarsi presso le filiali (o i centri finanziari) sulle quali le banche reti hanno investito molto per fidelizzare sia gli uni che gli altri. Tra i professionisti, però, resiste una nutrita schiera che ha deciso di dare continuità al “vecchio rito” dell’incontro presso l’abitazione del cliente. Si tratta dei “consulenti finanziari senza confini geografici”, e cioè di quei professionisti della pianificazione patrimoniale che hanno fatto dell’auto, del treno e/o dell’aereo il proprio mezzo ordinario di collegamento con le persone a cui prestano abitualmente consulenza.

Si tratta per lo più di consulenti “di lungo corso”, con una significativa esperienza alle spalle risalente agli albori della promozione finanziaria (1992-93), e che oggi sono molto richiesti per via della competenza acquisita. Patrimoni&Finanza ne ha intervistato alcuni, chiedendo loro di raccontarsi a beneficio dei colleghi più giovani – i c.d. MiFID advisers – e, perché no, di quelli meno giovani ma desiderosi di conoscere la loro esperienza.

Abbiamo incontrato Ennio Giganti, classe 1964, iscritto all’Albo (oggi Organismo Unico) dei consulenti finanziari dal 1993.

Ennio, che ricordi ha dell’epoca in cui ha cominciato ad occuparsi di Consulenza Finanziaria?

Il lavoro era decisamente diverso. Si vendevano solo pochissimi fondi comuni, polizze vita e certificati di deposito che avevano tassi a 2 cifre e che permettevano il raddoppio del capitale investito dopo appena 5 anni. Le polizze con caricamenti provvigionali al 75% servivano per fare sbarcare il lunario ai nuovi promotori, si parlava poco di diversificazione di portafoglio, la formazione era affidata a colleghi con maggiore anzianità o, più raramente, a professori universitari di Economia che del nostro mestiere non sapevano assolutamente nulla.

Cosa le manca di quel periodo?

La semplicità nel processo di acquisizione e amministrazione della clientela. C’era meno burocrazia, la profilatura del rischio era frutto di scelte esclusivamente condivise con il cliente e la nostra principale attività era quella di fare clientela nuova. Oggi, invece, siamo costretti ad occupare il 70% del nostro tempo in mansioni amministrative, e a dedicare minore attenzione alla parte commerciale, di marketing e di pubbliche relazioni.  

Ha avuto dei modelli da seguire, dei colleghi che l’hanno ispirata, oppure ha imparato gradualmente dai propri errori?

in realtà, siamo sempre stati abituati al fai da te, ricevendo da parte delle società mandanti solo una iniziale formazione commerciale. Tutto il lavoro che sta dietro alla ricerca di clientela, per quanto mi riguarda, è stato sempre progettato e messo in pratica grazie alla mia personale iniziativa e, soprattutto, al passaparola, che nel mio caso, ha permesso di ricevere molte gratificazioni.

Quali sono stati i punti di svolta della sua carriera?

Non c’è mai stato un preciso momento di svolta, perchè ho costruito giorno dopo giorno relazioni professionali che poi consolidate nel tempo, che mi hanno portato a trovare clientela a volte anche senza doverla cercare. Per un consulente finanziario, ciò che conta è non smettere mai di alimentare l’attività di relazione con i clienti e con coloro che ancora non lo sono: alcuni non lo diventeranno mai, ma altri sì. E’ la regola fissa di cui ogni ex promotore dovrebbe ricordarsi ogni tanto, prima di chiudersi in ufficio.

Quando ha cominciato a sviluppare clientela al di fuori della sua città, e come è avvenuto (volontà, il caso, la fortuna, le referenze di un amico…)?

Nella nostra professione, nulla avviene per caso, e probabilmente la mia passione per i viaggi, e le referenze di amici e clienti, hanno pesato molto sulla scelta di sviluppare nuovi clienti al di fuori della mia città (Palermo, ndr). Sicuramente, se stai dietro la tua scrivania, nessuno busserà alla tua porta chiedendoti consigli su come investire, quindi la catena di contatti da alimentare quotidianamente è la cosa indispensabile, da associare ad altre caratteristiche come la puntualità, la professionalità e la disponibilità a spostarsi anche per esigenze dalle quali non derivi un introito economico immediato, perché da un incontro di natura squisitamente amministrativa, come quello che serve a risolvere un problema tecnico correlato ad un investimento già in corso, può sempre scaturire la segnalazione di un primo contatto con un potenziale cliente, amico o parente di quello che sei andato a trovare. Ricevere referenze aiuta moltissimo.

In quali città è presente oggi la sua clientela?

Dal punto di vista geografico, ci sono almeno due continenti nel mio portafoglio, Europa e USA. Dagli americani con doppia nazionalità agli svizzeri italiani. In Italia maggiore concentrazione in Sicilia e Lazio, ed in Europa diverse posizioni tra il Regno Unito e la Germania, ma sempre inerenti a famiglie Italiane con doppia residenza, emigrate decenni fa dal piccolo centro in provincia di Palermo da cui ha origine la mia famiglia.

Il periodo che stiamo attraversando ha messo a dura prova la tenuta delle relazioni con i clienti durante il lockdown. Lei come si è attrezzato, anche per eventuali future restrizioni?

Attraverso la comunicazione a distanza, video telefonate, e utilizzando in larga misura la consulenza a distanza e le firme digitali. Oggi l’80% della mia clientela è completamente digitalizzata, così come il mio archivio: niente più carta, neanche un grammo. Utilizzo moltissimo la tecnologia, e senza di essa non potrei più lavorare, ma la metto sempre in secondo piano rispetto all’attività di relazione.

Come vede la sua professione tra dieci anni, e come si vede lei?

Sarà sempre più smart e ulteriormente votata alla tecnologia. Forse torneremo ad avere più tempo da dedicare alla relazione interpersonale, che rimane insostituibile con una certa fascia di clientela, quella più interessante e oggi più patrimonializzata. La nostra professione richiede un certo livello di apertura mentale al cambiamento, per cui ci dovremo adattare alla clientela più giovane, quella degli attuali trentenni e quarantenni, che hanno caratteristiche totalmente diverse dai loro genitori e, entro pochi anni, li sostituiranno nella gestione del patrimonio familiare. Si tratta di persone con un elevato grado di utilizzo della tecnologia, con competenze maggiori in termini di educazione finanziaria e con un approccio al risparmio sensibilmente differente rispetto alla generazione degli attuali sessantenni. Per cui, la comunicazione sarà più immediata, così come i tempi richiesti per l’elaborazione di soluzioni di investimento. Io mi vedo come adesso, diviso tra la professione di consulente finanziario e la passione sviscerata per il nuoto e lo Sport in generale, che pratico ancora a livello agonistico e che mi aiuta sia in termini di energie personali, sia nelle pubbliche relazioni.

Consulenti finanziari senza confini geografici. Giuseppe Renda, da Palermo all’Italia con entusiasmo

I consulenti finanziari “senza confini” sono professionisti di lungo corso, con una significativa esperienza alle spalle ed oggi molto richiesti da una clientela di alto livello per via della competenza acquisita negli anni. Patrimoni&Finanza ha intervistato uno di loro, chiedendo di raccontarsi un pò.

Quella del consulente finanziario, soprattutto negli anni ’90 e all’inizio dei 2000, è sempre stata una professione molto dinamica, fatta di incontri e relazioni al di fuori dell’ufficio, e si può dire che solo negli ultimi 10 anni consulenti e clienti si siano abituati ad incontrarsi presso le filiali (o centri finanziari), sulle quali le banche-reti hanno investito molto per fidelizzare sia gli uni che gli altri. Tra i professionisti, però, resiste una nutrita schiera che ha deciso di dare continuità al “vecchio rito” dell’incontro presso l’abitazione (o la sede dell’impresa) del cliente, anche se questi dovesse trovarsi a mille chilometri di distanza. E’ il fenomeno – se così si può dire – dei “consulenti finanziari senza confini geografici”, e cioè di quei professionisti della pianificazione patrimoniale che hanno fatto dell’auto, del treno e/o dell’aereo il proprio mezzo ordinario di collegamento con le persone a cui prestano abitualmente consulenza.

Si tratta per lo più di consulenti “di lungo corso”, con una significativa esperienza alle spalle risalente agli albori della promozione finanziaria (1992-93), e che oggi sono molto richiesti da una clientela di alto livello per via della competenza acquisita. Patrimoni&Finanza ha intervistato alcuni di loro, chiedendo di raccontarsi a beneficio dei colleghi più giovani – i c.d. MiFID advisers – e, perché no, di quelli meno giovani ma desiderosi di conoscere la loro esperienza.

Abbiamo incontrato Giuseppe Renda, classe 1972, iscritto all’Albo (oggi Organismo Unico) dei consulenti finanziari dal 1995, che dalla Sicilia (Palermo) è riuscito a sviluppare clientela lungo tutto lo Stivale.

Giuseppe, che ricordi ha dell’epoca in cui ha cominciato occuparsi di consulenza Finanziaria?

I ricordi sono tanti, sicuramente due sono dominanti. Il primo riguarda il grande entusiasmo che caratterizzava il settore, il secondo è che la maggior parte delle persone non capiva quale fosse il nostro lavoro, abituata com’era ad avere contatti solo con la propria banca di fiducia. Ricordo che spesso si dedicava molto tempo a spiegare la nostra figura professionale ed il contenuto del nostro lavoro, prima di poter consigliare qualunque investimento.

2) Cosa le manca di quel periodo?

Le interminabili ore trascorse con i colleghi, talvolta fino a tarda sera, discutendo e dibattendo su questo o quel titolo, oppure sulle modalità più corrette ed efficaci per contattare nuova clientela. Si cercava di raccogliere informazioni, e di farsi un idea su come fare “auto-promozione”. I colleghi erano veramente un importante strumento di confronto, e probabilmente si commettevano più errori di attuazione del c.d. personal marketing, ma la struttura dell’offerta di strumenti finanziari era talmente ridotta rispetto ad oggi, che paradossalmente si imparava di più, e l’aspetto umano era fondamentale.

3) Ha avuto dei modelli da seguire, dei colleghi che l’hanno ispirata, oppure ha imparato dai suoi errori?

Se fosse possibile scomporre in fattori primi quello che sono oggi, sicuramente si troverebbero le tracce di tutte le persone che ho incontrato nella vita, e di tutti gli sbagli che ho commesso quando non riuscivo ad acquisire tutta la clientela che desideravo avere.

4) Quali sono stati i punti di svolta nella sua carriera?

Un giorno un amico, che purtroppo non c’è più, mi disse: “la fortuna o la sfortuna di uomo, la fa sempre un altro uomo”. Pertanto posso affermare che tutti i punti di svolta di cui la mia carriera ha beneficiato coincidono con la fiducia ricevuta da ogni singolo cliente. Sono proprio loro, in poche parole, i miei “punti di svolta”.

5) Quando ha cominciato a sviluppare clientela al di fuori della sua città, e come è avvenuto (volontà, il caso, la fortuna , le referenze di un amico o altro)?

Direi tutti questi elementi messi insieme, ma credo che l’elemento principale siano state le referenze degli amici e dei clienti, ossia il classico “passa parola”.

6) In quali città è presente oggi la sua clientela?

Principalmente Palermo, Milano e Roma, e Firenze in maniera inferiore anche se in forte crescita.

7) Il periodo che stiamo attraversando ha messo a dura prova la tenuta delle relazioni coi clienti durante il Lockdown . Lei come si è attrezzato?

La tecnologia, attraverso i suoi mezzi (chat, videochiamate etc), e la possibilità data dalla normativa con l’operatività a distanza, mi hanno dato un grande aiuto, soprattutto durante il periodo di chiusura totale e di impossibilità a spostarsi.

8) Che posto ha oggi la tecnologia nella sua professione?

Come dicevo, ha un posto molto importante. E credo, anche se ciò potrebbe sembrare contradditorio, che un uso corretto della tecnologia può rafforzare i rapporti umani. Basta pensare alla possibilità, offerta da molte app, di parlare e vedersi a distanza. Quest’ultima modalità adesso è entrata nell’uso comune di molte persone, anche di quelle più recalcitranti verso l’uso della tecnologia, con il risultato che ci si vede e ci si parla più spesso di prima. In video, magari, ma più di prima.

9) Come vede la sua professione tra dieci anni, e come si vede lei?

Dipende dalla capacità che avremo di educare le nuove generazioni ad un uso corretto della tecnologia e del web, ma anche al confronto attraverso le relazioni interpersonali. La Scuola, in questo, ha un ruolo importante, anche perché la famiglia, purtroppo, ha perso parte della sua centralità nella sua funzione educativa. In ogni caso, ognuno di noi ha il dovere di fare la sua parte. Spesso vedo giovani, giovanissimi e anche molti adulti avere come unico parametro di confronto il mondo virtuale, con le sue informazioni e le sue applicazioni, e questo non va bene. Sicuramente mi vedo impegnato nella missione di rivalutare i rapporti umani autentici, trasmettendo la mia passione verso l’aspetto umanistico delle relazioni, non disdegnando un corretto utilizzo dei mezzi di comunicazione virtuale.