Gennaio 21, 2026
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Barcellona, quanto costi? Vademecum per studenti universitari e genitori “investitori”

Barcellona è la città ideale per i giovani che vogliono studiare all’estero. Meglio però analizzare i costi per i genitori “investitori” ed il loro impatto sul “rendimento familiare atteso”.

di Marco d’Avenia

Barcellona è una città ambita da molti studenti universitari che vogliono intraprendere il progetto l’Erasmus, programma di interscambio culturale fra atenei promosso dall’Unione Europea, o anche un intero corso di studi nelle più disparate discipline. Tra cibo delizioso, cultura e tanta movida, però, si potrebbe facilmente far perdere il controllo delle proprie finanze ai genitori, ossia a coloro che finanziano gli studi universitari all’estero dei propri figli. Per costoro, infatti, il (molto) denaro speso per i figli durante gli anni dell’università è un investimento da cui si attende un “rendimento familiare” completamente diverso da quello atteso dai risparmiatori propriamente detti, poiché racchiude in sé una serie di risultati di natura non squisitamente numerica: istruzione internazionale, opportunità lavorative e raggiungimento dell’indipendenza economica. Ecco perché è importante scrivere una guida – senza pretesa di esaustività, sennò servirebbe un libro – che possa aiutare studenti e genitori a ponderare questa importante scelta.

La città catalana è una metropoli che non ha certo bisogno di presentazioni, e propone un ventaglio di opportunità davvero eccezionale. Barcellona ha infatti in sé una forte vocazione turistica, ma è al contempo uno dei principali centri europei per la chirurgia estetica e per la fecondazione eterologa e assistita, con capacità occupazionali di tutto rispetto per giovani medici. Essa, inoltre, è la culla di interessanti start-up che vogliono affacciarsi al panorama imprenditoriale, per cui la città attrae molti giovani neo-imprenditori, tutti provenienti dall’alta formazione universitaria, desiderosi di confrontarsi con coloro che hanno già avviato con successo nuovi progetti imprenditoriali avvalendosi dei più moderni strumenti di finanziamento (Lending e Equity Crowdfunding e Private Equity).

Prima di fare le valigie e prendere l’aereo, però, ci sono un paio di considerazioni da fare. Lo studente universitario in Erasmus, per esempio, deve prima conoscere in quali termini l’Unione Europea finanzierà il viaggio-studio. Il bando, infatti, distingue tre categorie di Paesi: Gruppo 1 (paesi con costo della vita alto, ad esempio Svizzera, Danimarca, Lussemburgo), Gruppo 2 (paesi con costo della vita medio, ad esempio Germania, Paesi Bassi, Portogallo) e Gruppo 3 (paesi con costo della vita basso, ad esempio Romania, Slovenia, Turchia). Ebbene, la Spagna è inserita nel Gruppo 2. Ora, presumendo una permanenza di un anno, il contributo Erasmus è pari a 3.600 euro (200 euro x 12 mesi), che saranno però erogati in un’unica soluzione poco prima di partire. In più, presentando il proprio ISEE, è possibile ottenere un ulteriore supplemento economico qualora la famiglia dello studente ricada in una fascia di reddito sfavorita. Questo può andare dai 400 euro per ogni mese trascorso in Erasmus, se il reddito annuale risulta inferiore a 13mila euro, ai 150 euro mensili nel caso in cui l’Indicatore della Situazione Economica Equivalente sia compreso tra i 40mila e i 50mila euro. Anche l’importo legato all’ISEE non verrà erogato mensilmente, ma diviso in due tranche. La prima metà verrà infatti erogata assieme al finanziamento Erasmus, mentre la seconda a periodo di scambio concluso. In ogni caso, non ricevere il contributo con regolarità, ogni 30 giorni, per molte famiglie potrebbe rappresentare un problema, poiché il rischio di perdere il controllo sul proprio budget mensile è molto alto.

Una volta chiarito il funzionamento del programma Erasmus, concentriamoci sugli stessi tradizionali parametri di confronto che abbiamo indicato nei precedenti articoli di questa speciale serie “Città straniera, quanto mi costi?”, allorquando abbiamo parlato di Londra, New York e della Tunisia: costi dei voli aerei, abitazione, cibo e trasporti. Relativamente al volo, raggiungere Barcellona non comporta un impegno economico proibitivo, poiché le compagnie propongono prezzi allettanti per chi vuole imbarcarsi verso Barcellona con un biglietto di sola andata. Da Roma la tariffa è pari a circa 30 euro (stesso discorso per Milano) mentre per quanto riguarda Palermo si sale a circa 55 euro (100 euro circa da Napoli). Naturalmente, queste tariffe risentiranno molto della stagione in cui si deciderà di partire e dei servizi che si andranno ad aggiungere al biglietto, come il numero dei bagagli al seguito oppure la classe in cui si sceglierà di viaggiare.

Per vivere discretamente a Barcellona, senza far lievitare il budget a disposizione, è bene scegliere dove abitare senza allontanarsi troppo dal proprio ateneo, evitando però di prendere casa in una zona dove potrebbero esserci troppi studenti e dove, di conseguenza, i prezzi degli affitti sono aumentati per via della forte domanda. La nostra guida ha preso in considerazione, per questi motivi, il quartiere Collblanc, quadrante poco lontano dalla zona universitaria ma più abbordabile. Qui, secondo un noto portale online di ricerca affitti, un monolocale di 30 metri quadrati ammobiliato, con angolo cottura e due posti letto (camera condivisa), bagno privato e aria condizionata viene a costare circa 850 euro al mese. Se non si desidera condividere l’alloggio, nei principali quartieri della città l’affitto delle stanze singole in appartamenti condivisi oscilla tra i 400 euro (senza bagno privato) ai 600 euro mensili (con bagno privato); tutto questo escluso il costo delle bollette della luce, che per una casa media beneficiano di un Voluntary Price for Small Consumers (PVPC) pari a 292 kWh all’anno e 51,64 euro al mese (per lo smartphone c’è il roaming europeo, per cui si può usare tranquillamente il numero italiano). L’affitto, dunque, non è certo un aspetto da prendere sottogamba in una città come Barcellona, e nei quadranti più centrali della metropoli catalana il costo per le medesime soluzioni esaminate può aumentare anche sensibilmente. Ma in ogni caso stiamo parlando di un mercato degli affitti che ha costi inferiori del 45% rispetto a quelli di Londra e Dublino, e del 70% rispetto a quelli di New York.

Una volta presa casa, sarà poi necessario organizzarsi per muoversi in città e fare la spesa. Chi vuole esplorare la dinamica e vivace Barcellona non può prescindere dal sottoscrivere la propria “T-Jove Card”, una tessera che consente agli under-30 di viaggiare illimitatamente per 90 giorni al costo di 42,70 euro sui mezzi pubblici. È possibile ottenere la propria card online oppure recandosi direttamente agli sportelli dedicati della TMB, l’azienda che gestisce i trasporti di Barcellona. In più, c’è da dire che nella città spagnola la metro è molto efficiente e permette di raggiungere tutti i luoghi d’interesse in poco tempo. Fare la spesa, poi, è parimenti a buon mercato rispetto ad altre capitali europee: un caffè costa in media 1,25 euro, una baguette 0,75 euro, 1 litro di latte viene invece 1,70 euro, una dozzina di uova 1,60 euro, un boccale di birra circa 3,00 euro, un pacco di zucchero costa 0,81 euro mentre i pomodori viaggiano su una media di 1,75 euro al kg. Possiamo dunque riassumere che una spesa mensile per cibo e altri beni di prima necessità si attesta sui 270 euro al mese.

Vivere a Barcellona, comunque, comporta per chiunque l’opportunità di uscire per mangiare fuori con amici e colleghi di studio, e la città mostra anche in questo caso i suoi vantaggi: un menù del giorno può costare persino 10 euro a persona, e un menù alla carta 25 euro (in un ristorante standard). L’entrata per una discoteca varia da 15 a 40 euro (a seconda del tipo di locale e dal numero di drink inclusi); i biglietti del cinema da 7-10 euro, del teatro da 12 fino a 50 euro e gli ingressi ai musei da 5 a 15 euro.

E’ tempo di aumentare il peso delle obbligazioni decennali in portafoglio. Ce lo dice l’America

Riuscirà l’indice S&P500 a performare in misura pari a cinque volte rispetto al Treasury decennale, come nel decennio appena trascorso (e quindi il 19,4% annuo)? Chi può, faccia adesso la propria mossa.

Fino a tutto il 2021, e cioè fino a quando i tassi di interesse sono stati vicini allo zero o addirittura negativi, la motivazione per aumentare l’asset azionario all’interno dei portafogli era scontata e rendeva il lavoro degli asset manager decisamente meno complicato; dopo un anno di rialzi dei tassi da parte delle banche centrali, tuttavia, si è tornati a rivalutare la componente obbligazionaria/monetaria, ma ciò ha nuovamente attribuito maggiore “complicazione” all’asset allocation.

In ogni caso, oggi soffia un vento favorevole per le obbligazioni, in particolare per una strategia buy-and-hold con i bond governativi. In USA, per esempio, il recente acquisto di Treasury e l’utilizzo di rendimenti correnti nettamente più elevati offre un’opportunità mai vista negli ultimi anni. Secondo alcuni analisti, infatti, ai corsi attuali sarà possibile ottenere due terzi dell’apprezzamento a lungo termine del mercato azionario sopportando il solo “rischio di credito” tipico delle obbligazioni, che non è minimamente paragonabile al più elevato “rischio di capitale” insito nelle azioni. Naturalmente, decidere come o se aumentare i pesi nelle obbligazioni richiede un’analisi accurata e ponderata, ma un rendimento del Treasury decennale al 3,88% (al 23 febbraio) è troppo attraente per non valutarne gli effetti benefici in un portafoglio con orizzonte temporale di pari durata (o almeno quinquennale).

Ma decidere quanto patrimonio detenere in titoli del Tesoro richiede di valutare qualcosa di più dei semplici rendimenti, dovendo, dovendosi prendere in considerazione l’orizzonte temporale, la tolleranza al rischio e altre variabili che sono valide anche per  il settore obbligazionario. È poi importante formulare alcune ipotesi su come si svilupperanno i rendimenti azionari all’interno di un orizzonte temporale dettato dalla scadenza obbligazionaria media del portafoglio. Relativamente al mercato USA, per esempio, ci verrebbe in aiuto il confronto tra l’andamento decennale del mercato azionario statunitense (misurato attraverso l’indice S&P 500) e la detenzione di un Treasury a 10 anni. Quest’ultimo, acquistato un decennio fa, aveva un rendimento annuo appena inferiore al 2%, ed ha quindi performato il 2% fino ad oggi, mentre l’S&P500 ha guadagnato il 10,2% annuo nell’ultimo decennio.

Ebbene, oggi l’attuale rendimento del Treasury a 10 anni è pari al 3,88% (al 23 febbraio), e questo dato rappresenta la previsione affidabile del rendimento atteso per un Treasury Note a 10 anni per il prossimo decennio. Risulta evidente, quindi, che si tratti di un rendimento atteso pari al doppio di quello su cui gli investitori obbligazionari potevano contare dieci anni fa; questo dato, da solo, dovrebbe far capire quanto sia importante adesso valutare positivamente un aumento di peso dell’asset obbligazionario in qualunque portafoglio che, per scelta dell’investitore, non debba essere esclusivamente azionario.

E’ chiaro che dagli asset azionari ci si aspetta un premio al rischio, che si traduce in una maggiore performance delle azioni rispetto alle obbligazioni. Tuttavia, il punto è questo: riuscirà l’indice S&P500 a performare in misura pari a cinque volte rispetto al Treasury decennale, come nel decennio appena trascorso (e quindi 5 volte il 3,88%, ossia il 19,4% annuo)? Chi può dirlo, tutto è possibile, ma è oggettivamente più complicato pensare che ciò possa accadere, ed è più saggio attendersi nei prossimi dieci anni un rendimento dello S&P500 in linea con quello dei dieci anni trascorsi. Ciò rilancia prepotentemente il valore di quel 3,88% del Treasury decennale, e probabilmente ci suggerisce che la tendenza del rendimento del Treasury a riallinearsi verso il 2% – quest’ultimo fortemente voluto dalla FED – potrebbe riservare gradite over-performance proprio del comparto obbligazionario governativo, e ciò potrebbe accadere non appena l’inflazione si abbasserà ai livelli considerati sostenibili dalla banca centrale americana.

Medesimo ragionamento, sia pure con i dovuti distinguo, si può fare in relazione all’Europa, dove non sarebbe difficile effettuare un confronto tra indice azionario principale e andamento dei vari bond decennali, ma l’analisi sconta la presenza delle diverse emissioni di ciascun governo  dell’Unione, per cui lo studio risulta necessariamente più complicato. Il risultato, però, è del tutto simile in termini di raffronto tra diversi mercati (azionario e obbligazionario) e relative conclusioni. L’unica differenza rispetto agli Stati Uniti è che le azioni europee appaiono a sconto del 18% rispetto alle omologhe USA, per cui gli asset manager del vecchio continente mostrano al momento di voler privilegiare gli asset azionari, ma questa tendenza durerà poco, fino al completo “assorbimento” del differenziale di prezzo delle azioni.

Una volta finito il rally, gli equilibri si ricomporranno. Chi può, faccia adesso la propria mossa.

Andrea Scauri: stop ai rialzi delle banche centrali a inizio 2023

La continuazione di questo rally è legata alle aspettative di un cambio di rotta della Fed. Biotech, green capex, cybersecurity, difesa e concessioni, i settori su cui Lemanik punta per il proprio portafoglio.

“L’indebolimento della crescita globale continuerà per i prossimi due-tre trimestri, a causa del peggioramento degli indicatori macro, inasprimento delle condizioni di credito, riduzione della liquidità, crisi energetica nell’Ue. I messaggi delle banche centrali sottolineano che le politiche monetarie restrittive non sono ancora terminate, ma ci sono segnali che indicano una pausa nel ciclo di rialzi nel primo semestre del 2023 e una conseguente stabilizzazione dei costi di finanziamento”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik European Special Situations.

I mercati hanno registrato un forte rimbalzo dall’inizio di ottobre, grazie all’estremo posizionamento ribassista e alla stabilizzazione dei rialzi dei tassi. Dopo il recente rimbalzo, il posizionamento degli investitori è ora meno estremo e invita a una maggiore cautela nel breve termine in assenza di segnali positivi sul fronte macroeconomico. I dati macro continuano a segnalare un deterioramento delle condizioni: negli Stati Uniti, l’indice PMI composito per il settore manifatturiero è sceso da 50,4 a 47,6 a novembre, mentre il settore dei servizi è sceso da 47,8 a 46,1. Soprattutto, i nuovi ordini del settore privato sono scesi al ritmo più veloce da maggio 2020, quando la prima ondata della pandemia Covid-19 ha colpito. In Europa, gli indici PMI sono stati complessivamente leggermente superiori alle attese, ma sono rimasti saldamente al di sotto della soglia dei 50 punti, ovvero la linea di demarcazione tra espansione economica e recessione economica.

Per quanto riguarda i tassi statunitensi, il rendimento del decennale Usa è sceso di -30 pb al 3,75%, così come l’inflazione attesa, scesa di -25 pb al 2,3%. L’inversione della curva dei tassi Usa 10Y-2Y è leggermente aumentata, segnalando così un aumento della probabilità di recessione. In Europa, il rendimento del bund tedesco si è ridotto di -18pb all’1,96%, mentre il rendimento del titolo decennale italiano è sceso di -42 pb al 3,9%, con un restringimento dello spread BTP-Bund. Inoltre, il rallentamento del ritmo dei rialzi dei tassi a breve termine sembra meno evidente grazie alla recente tenuta degli indici dei responsabili degli acquisti e a un’inflazione che si è dimostrata più resistente rispetto agli Stati Uniti. I commenti più recenti della Bce sembravano aprire la porta a un allentamento dei tassi a 50 pb nella riunione del 15 dicembre, anche se il membro del Consiglio direttivo Isabel Schnabel ha rimesso sul tavolo un rialzo di 75 pb. Anche la banca centrale svedese (Riksbank) ha aumentato i tassi di 75 pb la scorsa settimana con una mossa da falco, mentre è già in atto una pausa nelle banche centrali dei paesi CE3 (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria).

Negli USA, i verbali dell’ultima riunione del Federal Open Market Committee (FOMC) hanno rafforzato le aspettative che il Comitato intenda aumentare i tassi di 50 pb alla riunione del 14 dicembre (da 75 pb alla riunione di novembre). Nel complesso, se da un lato l’attesa riduzione della pressione sui tassi d’interesse è coerente con la stabilità dei multipli di mercato dopo il forte de-rating di inizio anno, dall’altro i fondamentali offrono ancora poco supporto, con una continua scarsa visibilità sull’entità e la durata dell’attuale rallentamento economico. Confermiamo la nostra opinione secondo cui la continuazione di questo rally è legata alle aspettative di un cambio di rotta della Fed.

Nel frattempo, però, l’attenzione deve essere rivolta agli utili societari e alla guidance che si terrà nel febbraio 2023, con i risultati del quarto trimestre. I rischi sono ancora inclinati verso il basso. “In un contesto macro e geopolitico ancora fragile e sulla scia del recente rimbalzo dei mercati azionari, abbiamo modificato parzialmente la nostra asset allocation”, evidenzia Scauri. “Abbiamo ridotto in modo sostanziale il nostro posizionamento sui titoli finanziari; le posizioni chiave del nostro portafoglio si concentrano invece su biotech, con Vivoryon che rimane una delle partecipazioni principali del nostro portafoglio; Green capex: con titoli come Danieli che beneficeranno di un ciclo di investimenti a lungo termine nei rispettivi settori; Difesa, con Thales che è a nostro avviso il nome migliore per sfruttare l’atteso aumento della spesa per investimenti nei paesi europei; Concessioni, con Getlink (Eurotunnel) che è stato ridotto e sostituito da Sacyr; Cybersecurity, un tema chiave in questo scenario”.

Lemanik: la risalita dei tassi sosterrà i titoli del settore bancario

Secondo Andrea Scauri, le azioni su cui puntare di più sono quelle di società quotate di piccola e media capitalizzazione. Ricostruire le posizioni su titoli che scontano già i timori di recessione.

“Il posizionamento molto cauto degli investitori, le valutazioni di mercato che stanno già scontando un marcato rallentamento dell’economia e la convinzione che le banche centrali non vogliano innescare una recessione e siano quindi pronte a intervenire nuovamente per limitare i rialzi dei tassi, se la situazione lo richiede, ci portano a confermare la view costruttiva sull’equity”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.

I mercati azionari globali hanno registrato una performance relativamente buona a luglio, soprattutto grazie all’idea diffusa che l’inflazione abbia raggiunto il suo picco a giugno, alle minori aspettative sul ritmo dei rialzi dei tassi da parte della Fed e a un posizionamento e a un sentiment già molto cauti, sebbene in un contesto di bassi volumi. Inoltre, il mercato europeo ha probabilmente iniziato a prevedere che lo scenario peggiore di un’interruzione completa delle forniture di gas dalla Russia possa essere evitato. La volatilità dei mercati è diminuita e le principali materie prime hanno seguito lo stesso trend, gas a parte.

Per quanto riguarda i tassi di interesse, il rendimento del decennale statunitense è sceso di 30 pb al 2,7%, mentre le aspettative di inflazione sono aumentate, portando a un calo dei tassi reali statunitensi allo 0,2% dallo 0,67% del mese scorso. In Europa, il rendimento del bund tedesco è sceso di 43 pb, attestandosi ora allo 0,90%, mentre l’incertezza politica in Italia, dopo le dimissioni del premier Mario Draghi, ha portato a un allargamento dello spread BTP/Bund, con il rendimento del decennale italiano costante al 3,25%. Per la seconda volta consecutiva, la Fed ha alzato i tassi di interesse di 75 pb, portandoli al 2,25-2,5% (dall’1,5-1,75%), avvicinandoli al loro livello “neutrale” e ha avvertito che sarà necessaria una nuova stretta. La Bce ha invece aumentato i tassi di interesse di riferimento di 50 pb, più della guidance di 25 pb prevista a giugno. “Riteniamo che la fine dei tassi di interesse negativi nell’UE sosterrà la redditività del settore bancario”, sottolinea Scauri.

In Italia, l’incertezza politica si è diffusa dopo le dimissioni del Primo Ministro Mario Draghi, con le elezioni previste per il 25 settembre. Le principali conseguenze sul mercato sono un nuovo allargamento dello spread a causa dell’incertezza politica (anche se è probabile che la Bce agisca per limitare questo allargamento), un aumento del rischio nell’attuazione dei progetti del PNRR (raggiungendo le tappe fondamentali alla fine del 2022, l’Italia probabilmente otterrà 19 miliardi di euro di fondi Ue in più – pari all’1% del Pil – mentre nel 2023 riceverà 34 miliardi di euro, ossia il 2% del Pil) anche in virtù del fatto che l’Italia non ha ancora raggiunto il suo obiettivo (pari al 2% del Pil) anche come possibile conseguenza di un’importante battuta d’arresto in alcune riforme, nonché di ritardi in questioni politiche fondamentali. Nonostante questo, è probabile che l’Italia sarà in grado di negoziare a livello europeo una proroga delle scadenze e che qualsiasi futura coalizione di governo sarà interessata a portare avanti i progetti e le riforme del Piano di rilancio.

“In questo scenario, che rimane fragile e incerto, abbiamo assunto un atteggiamento più aggressivo da metà luglio in poi, ricostruendo le posizioni su nomi ciclici che presentano valutazioni che scontano già i timori di recessione”, continua Scauri. “Siamo usciti quasi completamente da Atlantia, che era considerata un proxy di liquidità con un rendimento del 2% da qui a ottobre, per avere la potenza di fuoco di concentrarci nuovamente sui nomi ciclici. Tra questi Asml e Orpea, grazie agli ottimi risultati che hanno dissipato le preoccupazioni sulla sostenibilità del core business, banche (Deutsche Bank e Commerzbank, viste le valutazioni depresse). Abbiamo preso poi posizione su Atos, con il recente rifinanziamento annunciato con i risultati del primo semestre che ha dissipato i timori di un aumento di capitale. Infine le società a piccola/media capitalizzazione rimangono una buona parte del portafoglio”.

 

DISCLAIMER: Le informazioni e le opinioni contenute in questo articolo non costituiscono un’offerta o una sollecitazione all’investimento e non costituiscono una raccomandazione o consiglio, anche di carattere fiscale, o un’offerta, finalizzate all’investimento, e non devono in alcun caso essere interpretate come tali. Prima di ogni investimento, per una descrizione dettagliata delle caratteristiche, dei rischi e degli oneri connessi, si raccomanda di esaminare la documentazione fornita dalle fonti ufficiali e/o dagli organi di controllo che vigilano sulla commercializzazione in Italia, nonché la relazione annuale o semestrale e lo Statuto, disponibili presso i collocatori. Infatti, l’investimento in prodotti finanziari o in partecipazioni societarie è soggetto a fluttuazioni anche di grande entità, con conseguente variazione al rialzo o al ribasso dei prezzi e del valore dell’investimento, ed è possibile che non si riesca a recuperare l’importo originariamente investito.

Come investire quando i tassi di interesse aumentano?

I prezzi delle obbligazioni scendono con l’aumento dei tassi di interesse, ma ciò non significa che i bond sono da evitare in assoluto. E’ vero che i treasury sono crollati quando la Fed ha inasprito la politica monetaria, ma questa è solo metà della storia.

L’inflazione elevata e l’aumento dei costi, in particolare per la manodopera, e un’eventuale resistenza agli aumenti dei prezzi, hanno spinto la Federal Reserve ad attuare un ciclo accelerato di aumenti dei tassi di interesse a breve termine, e una riduzione dei suoi acquisti obbligazionari che ha già determinato tassi a lungo termine significativamente più alti quest’anno. Di conseguenza, quando i tassi di interesse salgono, i prezzi delle obbligazioni scendono. Ma ciò non significa che i bond sono da evitare in assoluto, e se è vero che le obbligazioni sono crollate quando la Federal Reserve ha inasprito la politica monetaria, è vero anche che questa è solo metà della storia.

In linea di principio, infatti, la qualità del credito nei paesi occidentali e nelle economie più forti è affidabile, e i default sono rari. Infatti, quasi tutti gli emittenti di obbligazioni pagano gli interessi in tempo, e detenere una parte del portafoglio in obbligazioni è un modo largamente utilizzato per ridurre il livello del rischio complessivo. Pertanto, anche per il mondo delle obbligazioni esistono delle strategie che possono mitigare il rischio anche se l’attuale ciclo dei tassi di interesse probabilmente farà scendere ancora i prezzi.

Ma cosa significa per un investitore che il valore di una obbligazione è sceso? Innanzitutto, chi detiene un’obbligazione e prevede di mantenerla fino alla scadenza, il calo del valore di mercato non cambia il fatto che si riceverà il valore nominale alla scadenza. Chi ha acquistato un’obbligazione con uno sconto (sotto la pari, in gergo, e cioè per un valore inferiore al valore nominale), otterrà un guadagno alla scadenza, e chi ha pagato uno scarto in più (sopra la pari, in gergo), riceverà un rendimento inferiore, ma in ogni caso la fluttuazione giornaliera del prezzo non influisce sul pagamento alla scadenza, poiché gli interessi continueranno ad essere percepiti fino alla scadenza del titolo. Cosa diversa è possedere un fondo obbligazionario, poiché la percezione dell’investimento cambia del tutto: non esistono cedole, non c’è una scadenza, e se si è sottoscritto un fondo a distribuzione dei proventi non si può parlare di cedole, bensì di una ripartizione periodica del montante.

Nei bond, quindi, l’interesse continua a scorrere e, man mano che le obbligazioni maturano, verranno rimborsate al valore nominale e sostituite con obbligazioni più remunerative, in termini di cedole, se nel frattempo i tassi sono aumentati. In teoria, infatti, con l’inflazione ai massimi da 40 anni potrebbe volerci molto tempo prima che la direzione al rialzo dei tassi di interesse (e il conseguente calo dei valori di mercato delle obbligazioni) si inverta, e le nuove emissioni potrebbero essere collocate con cedole più elevate. Nel frattempo, chi ha liquidità da investire oggi può avvicinarsi agli investimenti in fondi obbligazionari (o in obbligazioni individuali) con maggiore fiducia, poiché le quotazioni sono già diventate più interessanti in un’ottica di medio o lungo periodo.

In termini di portafoglio, un modello tradizionale di ripartizione è quello chiamato 60/40, con il 40% investito nel mercato obbligazionario ed il rimanente 60% in quello azionario. Questo modello elementare di asset allocation sembrava ormai antiquata durante il lungo periodo di calo dei tassi di interesse, quando le azioni hanno prodotto alcune delle migliori performance degli ultimi decenni. Oggi pare stia rientrando nelle grazie degli asset allocator più “moderni”, dopo un lungo periodo in cui lo stimolo delle banche centrali, i bassi tassi di interesse e i rendimenti molto bassi (o addirittura negativi) per le obbligazioni a lungo termine hanno spinto il denaro verso le azioni. Infatti, il rendimento medio annuo dell’indice S&P 500, per esempio, negli ultimi cinque anni è stato pari al 15,8% calcolando il reinvestimento dei dividendi, ma lo stesso indice scende al  7,3% di rendimento se lo calcoliamo a 10 anni.

Nel complesso, il recente calo dei bond rende questo il momento ideale per considerare l’aggiunta di una maggiore esposizione al mercato obbligazionario, facendo attenzione al concetto di duration. La duration media di un portafoglio obbligazionario è una misura della sua sensibilità al movimento dei tassi di interesse, tiene conto di premi o sconti al momento dell’acquisto di obbligazioni ed è espressa in un numero di anni. Maggiore è la duration, più volatile sarà il fondo obbligazionario e più tempo impiegherà un ciclo di prezzi al ribasso per invertire, poiché le obbligazioni maturano al valore nominale e vengono sostituite da obbligazioni a rendimento più elevato.

In che modo la duration influisce sulla volatilità? Una ricerca in materia di investimenti obbligazionari mostra che una buona regola pratica è posizionare il portafoglio obbligazionario – al pari di quello azionario – sempre nel lungo periodo, in modo tale che se il prezzo dei bond scende in un contesto di tassi in aumento la sostituzione delle obbligazioni in scadenza con obbligazioni dal tasso più elevato compenserà il calo. In pratica, ciò significherebbe poter rimanere investiti in obbligazioni per 10 anni e oltre, e ciò permetterebbe di diversificare con maggiore responsabilità nei fondi obbligazionari invece che nelle singole obbligazioni.

Crowdfunding immobiliare, previsioni di crescita impressionanti

Secondo le previsioni, il mercato del crowdfunding immobiliare crescerà ad un tasso stratosferico del 33,4% l’anno da qui al 2028. Il settore in Europa vale già 7 miliardi di euro, nel 2028 arriverà a 94 miliardi.

Dopo un lungo periodo di gestazione e di deregulation, anche il mercato immobiliare europeo ha finalmente il suo settore “alternative investment”. Infatti, le tutele previste dai nuovi regolamenti dell’UE sul Crowdfunding, che entreranno in vigore il prossimo mese di Novembre, assicureranno un elevato livello di legittimità sia al settore immobiliare che alle piattaforme di investimento, attirando finalmente l’attenzione degli investitori retail che faranno confluire liquidità sul mercato attivando un ciclo di crescita forsennato. Infatti, secondo le previsioni il mercato globale del Crowdfunding Immobiliare crescerà ad un tasso “stellare” del 33,4% l’anno da qui al 2028, ed il valore complessivo in Europa passerà dagli attuali 7 miliardi di euro del 2021 (erano 5 miliardi nel 2020) ai 94 miliardi del 2028.

Il nuovo regolamento UE, del resto, nasce per rafforzare un mercato ancora per pochi e diffuso in modo irregolare nell’Unione, ampliando in modo esponenziale il mercato potenziale e consentendo l’acquisizione di nuove opportunità economiche per tutti gli attori. La necessaria due diligence prevista dai regolamenti per le piattaforme, in particolare, restituirà sicurezza ai investitori nelle loro decisioni di investimento, poiché i requisiti di idoneità e appropriatezza, da verificare preliminarmente, garantiranno il rispetto del migliore interesse dei clienti in ogni momento. Inoltre, il regolamento europeo prevede requisiti specifici per gli operatori del mercato e una loro severa selezione, per cui ci saranno meno partecipanti ma opportunità di investimento più sicure.

Con il nuovo schema europeo, le piattaforme di crowdfunding immobiliare potranno collaborare con i c.d. sviluppatori e con le società di costruzioni di tutta Europa per progetti di importo non superiore a 5 milioni di euro, ed è prevedibile che, con l’aumentare della popolarità presso gli investitori, aumenterà anche la qualità media delle stesse piattaforme, che dovranno gestire la crescita vertiginosa dei flussi di liquidità e, contestualmente, ampliare l’offerta complessiva e assicurare una gamma di progetti immobiliari in grado di soddisfare le esigenze di quanti si avvicineranno al mercato. Inoltre, i costi previsti per gli operatori dalle nuove normative UE spingeranno diverse aziende già operative verso forme di collaborazione o aggregazione che permetteranno di reggere l’urto dei maggiori costi e, soprattutto, di combinare le conoscenze specifiche dei vari territori e i punti di forza di ciascuno, portando il mercato a fare un salto di qualità.  

Sinteticamente, i modelli di investimento consentiti dal Crowdfunding Immobiliare possono essere di due tipi, quello dell’ “Equity” e quello del “Lending”. Nel primo caso, l’investimento viene effettuato in quote della società di costruzione che ha avviato un dato progetto, e il rendimento sarà dato dalla differenza tra prezzo di vendita finale dell’immobile e il capitale investito; nel secondo caso il rendimento dell’investimento si ricava dal tasso d’interesse pattuito con l’azienda che raccoglie i fondi (c.d. sviluppatore) e, in questo modello, l’oggetto dell’operazione non è l’impresa di costruzione ma il prestito che viene erogato ad essa dall’investitore, sebbene in alcuni casi il regolamento del Lending può prevedere un’extra rendimento commisurato al prezzo di vendita degli immobili facenti parte del progetto.

In pratica, il modello dell’Equity è simile ad un investimento di tipo azionario, e quello del Lending è assimilabile ad un investimento obbligazionario, e tutte le piattaforme italiane di Equity sono autorizzate e vigilate dalla Consob.

In termini di protezione della quota di patrimonio investito in Equity o Lending Crowdfunding, questo tipo di investimento offre comunque all’investitore la possibilità di rivalersi sull’asset sottostante nel caso in cui il costruttore non riuscisse a terminare le opere previste nel progetto. Inoltre, la tassazione del Real Estate Crowdfunding è differente a seconda che si investa in piattaforme italiane autorizzate da banca d’Italia oppure in quelle che non hanno tale autorizzazione: nel primo caso i rendimenti sono tassati al 26% e ed il versamento dell’imposta è effettuata dalla piattaforma in qualità di sostituto, nel secondo caso i proventi devono essere dichiarati nel modello unico e verranno tassati ad aliquota marginale. Secondo Pietro Bisconti, founder dello studio Bisconti Avvocati, “con l’entrata in vigore del Regolamento UE 2020/1503 c’è da attendersi nel nostro Paese una forte crescita del Lending Crowdfunding nel settore Real Estate, che avverrà attraverso tre importanti direttive di mercato. La prima è quella dell’aumento del numero di piattaforme di Lending dedicate specificamente al Real Estate; la seconda è quella dettata dall’accesso al Lending per qualunque persona fisica o giuridica che agisca per finalità di tipo commerciale o professionale; la terza riguarda la concreta possibilità che il Lending Crowdfunding consenta ai proprietari di immobili, sia residenziali che commerciali, di avviare progetti di valorizzazione del patrimonio immobiliare reperendo le risorse finanziarie per ristrutturare e poi mettere a reddito o rivendere”.

C’è da dire che il mercato immobiliare europeo del Crowdfunding ha già evidenziato un tasso di sviluppo incoraggiante, sebbene ci si trovi ancora vicini al “punto zero” di una ideale rappresentazione grafica in ascissa e ordinata. Alcuni paesi dell’Europa orientale, come l’Estonia, la Moldova e la Lettonia stanno attirando gli interessi degli investitori e mostrano di avere un grande potenziale per via della concorrenza quasi inesistente, e non appena le piattaforme di Crowdfunding e Crowdlending inizieranno a diversificare il proprio portafoglio e a collaborare tra loro, questo tipo di mercato immobiliare alternativo sarà pronto a diventare una delle principali fonti di raccolta di capitali.

Grazie alla massiccia evoluzione in corso, da qui al 2028 si prevede anche la crescita del livello di internazionalizzazione degli scambi, con un aumento dell’interesse da parte degli investitori transfrontalieri e, di conseguenza, la possibilità per gli operatori di Crowdfunding Immobiliare di lavorare agevolmente con gli sviluppatori in tutto il continente europeo. Su tutto, però, comanderà non la dimensione della piattaforma, bensì la qualità complessiva del progetto, che sarà il fattore decisivo per affermare il Crowdfunding Immobiliare. Per questo motivo, preoccupa la possibilità che le piattaforme non regolamentate possano cercare di offrire rendimenti più elevati rispetto a quelle regolamentate, non subendo alcuna restrizione. Ciò potrebbe creare un’area di mercato speculativo che comunque non dovrebbe impedire alle piattaforme regolamentate di essere più attrattive per via della maggiore affidabilità.

Dal punto di vista dei rendimenti, gli operatori che saranno capaci di sviluppare progetti in autonomia – cioè senza l’ausilio di operatori intermedi – nei mercati in via di sviluppo, assicureranno agli investitori un grande potenziale di crescita del capitale e rendimenti elevati, in grado di aumentare la popolarità del settore e, di conseguenza, l’afflusso di capitali all’interno di un circolo virtuoso. Bisognerà prestare attenzione, però, agli eventuali ostacoli che, lungo il suo cammino, potrebbero individuarsi nel tasso di insuccesso dei progetti. Il superamento della soglia “psicologica” del 2%, infatti, potrebbe avere l’effetto di frenare l’entusiasmo e di rallentare l’afflusso di capitali in previsione di un eventuale inasprimento della regolamentazione da parte delle autorità di mercato.

I fondi sovrani, obiettivi e criteri di gestione. E in Italia, quando ne avremo uno?

Tutti i fondi sovrani sono caratterizzati da alcuni principi ispiratori, uguali per tutti, che guidano le loro scelte di investimento. Mentre il fondo norvegese guadagna nel 2021 ben 111 miliardi di dollari, in Italia si comincia solo adesso  a dare un po’ di concretezza al progetto voluto da Draghi.

E’ notizia di pochissimi giorni fa che il mega-fondo sovrano norvegese, che contiene asset pari a circa 1.400 miliardi di dollari – il più grande del mondo – ha ottenuto un rendimento complessivo sugli investimenti mobiliari superiore al 9% solo nel primo semestre del 2021, grazie alla forte crescita dei mercati azionari globali (ad esclusione della Cina) nei settori dell’energia, della finanza e della tecnologia. Nel dettaglio, il fondo (denominato Norges Bank Investment Management) ha registrato un guadagno di 111 miliardi di dollari (pari a 990 miliardi di corone norvegesi), sovraperformando il proprio benchmark. Ancora più in particolare, gli investimenti nei titoli dell’energia hanno dato un ritorno del 19,5%, ma gli investimenti si sono concentrati maggiormente su alcune bluechip come Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon e Facebook, che hanno permesso di realizzare una performance del 13,7% e compensare le lievi perdite di valore degli asset obbligazionari.

Non è la prima volta che si ha notizia di ottimi risultati di gestione dei fondi sovrani, ma i più non sanno bene cosa siano e come vengano gestiti. Innanzitutto, un fondo sovrano è una vera e propria istituzione finanziaria partecipata dallo Stato, che ha come attività esclusiva quella di gestire il patrimonio mobiliare conferito in totale autonomia dal mondo della politica nazionale e dagli stessi ministeri competenti. Il fondo può gestire rendite e apporti provenienti dalle più disparate fonti statali, come quelle petrolifere e gli avanzi commerciali, e possono anche avere il mandato di promuovere, attraverso investimenti “mirati”, lo sviluppo dell’economia e del tessuto imprenditoriale nazionale.

Nonostante la dotazione di mezzi finanziari e la loro gestione professionale, la storia dei fondi sovrani ci ha regalato alcuni insuccessi – come lo scandalo del fondo di sviluppo malese, che è stato al centro di uno scandalo finanziario e ha imbarazzato non poco il suo advisor americano, Goldman Sachs – e iniziative vincenti (come quella del fondo irlandese ISIF), ma tutti i fondi sovrani sono caratterizzati da alcuni principi ispiratori, uguali per tutti, che guidano le loro scelte di investimento. Il primo criterio è quello di focalizzare l’attività di gestione su progetti di largo respiro e di lungo periodo, con una complessità che richiede necessariamente un intervento pubblico per assorbire una parte di rischio e per attrarre i capitali privati in momenti particolarmente difficili per un certo mercato. Allo stesso modo, e per gli stessi motivi, un fondo sovrano può attrarre anche gli investimenti di altri fondi sovrani stranieri, in modo tale da favorire l’internazionalizzazione delle aziende su cui si investe. Il secondo criterio di gestione riguarda la sostenibilità delle scelte di investimento, che sono diverse da quelle di un tipico fondo privato. Il fondo sovrano, infatti, può anche non conseguire rendimenti di mercato strabilianti, ma in ogni caso il ritorno deve essere superiore al costo del servizio del debito pubblico sommato a quello dell’eventuale impatto economico, sociale e ambientale.

In Italia, dopo l’istituzione nel 2015 del miniFondo Strategico Italiano (FSI, con un capitale sottoscritto di 4,5 miliardi di euro) si parla di fare sul serio solo da un paio d’anni, ma la particolare inclinazione della politica a non delegare il controllo di una simile iniziativa, e le vicende interne legate anche allo scoppio della pandemia, non hanno permesso un dibattito costruttivo. Solo di recente, con l’avvicinarsi della partenza del Recovery Fund (in Italia PNRR), e grazie all’opera di moral suasion del premier Mario Draghi, si è cominciato a dare un po’ di concretezza, individuando nella Cassa Depositi e Prestiti l’istituzione finanziaria più idonea a gestire il fondo sovrano tricolore, che funzionerebbe gestendo sia le disponibilità liquide di “Patrimonio destinato CDP” (44 miliardi per le spa italiane), sia le disponibilità liquide dei contribuenti che investono nei PIR (Piani individuali di risparmio, che consentono l’esenzione fiscale per 5 anni entro un tetto di 150mila euro).

Ma c’è di più. Nel fondo sovrano potrebbero confluire anche parte delle risorse del Recovery Fund ed il risparmio privato raccolto attraverso altre forme di incentivazione fiscale anche diverse da quelle dei PIR. In tal senso, basterebbe coinvolgere anche una piccola parte del risparmio privato italiano – 4.400 miliardi investiti tra titoli, fondi e conti correnti – per dare in dotazione al fondo dai 200 ai 400 miliardi di euro, da investire nel tessuto produttivo italiano, e quindi non più nel debito pubblico, ma nel capitale aziendale e, in definitiva, nella crescita del Paese.

Investire in Startup è questione di metodo, non di emozioni. In arrivo il tool di rating Startup Fixing

L’investimento in startup non può essere dettato solo dalle preferenze di natura emozionale, ma da un metodo razionale e replicabile per qualunque progetto di Equity Crowdfunding. A Settembre disponibile il tool di rating Startup Fixing dell’italiana ProjectBI.

Le recenti ricerche sui criteri di scelta adottati da chi ha investito in startup attraverso le piattaforme di Crowdfunding hanno rivelato che le loro preferenze sono dettate prevalentemente da elementi emozionali, i quali spesso consentono di “superare” persino il naturale sentimento di prudenza che si prova generalmente quando si acquistano azioni nei mercati regolamentati e che guida le nostre scelte. Infatti, è importante essere sempre informati sulle prospettive dell’azienda di cui diventiamo azionisti, ed la circostanza che i titoli siano quotati ufficialmente non deve costituire un deterrente verso la conoscenza di tutti gli elementi utili.

In buona sostanza, si tratta di un processo razionale – almeno così dovrebbe essere, nella maggior parte dei casi – che dà priorità al metodo, e relega l’emotività ad elemento del tutto secondario. Nel campo dell’Equity Crowdfunding, invece, si ha la sensazione che le scelte vengano dettate prevalentemente  da elementi emozionali o irrazionali, come l’interesse per un tema di importanza collettiva (clima, energie alternative, biotecnologie etc) oppure per le applicazioni informatiche di largo consumo. La  stessa Consob, sull’argomento, ha segnalato questa criticità nel suo sito dedicato all’Educazione Finanziaria “…il preponderante elemento emozionale nelle scelte di investimento in startup poste in essere dai risparmiatori, soprattutto non professionali, e il rischio di truffe, sono da tenere in considerazione prima di un investimento…..”.

Pertanto, è necessario uscire dalla “logica emozionale”, ma per farlo correttamente serve un metodo razionale di scelta e replicabile in tutti i progetti dell’Equity Crowdfunding. Su queste basi, la collaborazione di professionisti specializzati in diversi settori della finanza aziendale ha portato allo sviluppo di Startup Fixing, un tool di analisi che racchiude e sintetizza diverse discipline e competenze. Il tool è stato sviluppato da ProjetBI srl, che è essa stessa una startup innovativa italiana già conosciuta per aver creato nel 2018 (per conto di  Giuffrè Editore) la app “Indicatori di allerta”, finalizzata ad individuare precocemente segnali di crisi aziendale alla luce anche della riforma sulla Crisi d’impresa.

Ai fondatori di ProjectBI Carlo Mauri (Commercialista, Revisore ed Analista finanziario) e Roberto Massucco (Ingegnere Gestionale specializzato in sistemi informatici di analisi finanziaria) si è presto unito Alberto Villa, consulente finanziario autonomo, che ha portato il suo contributo di esperienza nella  formazione di assets d’investimenti, rendendo fruibile il tool agli investitori professionali e permettendo loro di beneficiare del set informativo che mette in evidenza, per tutte le proposte d’investimento in startup o in PMI innovative, l’intrinseca rischiosità ed il possibile rendimento atteso.

La fonte dei dati che alimentano il sistema di Startup Fixing sono gli stessi documenti obbligatori presenti  e pubblicamente consultabili nelle diverse piattaforme di Equity Crowdfunding. In particolare, vengono selezionati ed archiviati i dati economico-finanziari presenti nei business plan e nei bilanci. Le informazioni quantitative archiviate nel database passano alla successiva fase di analisi, dalla quale si genera finalizzata una scheda di valutazione sintetica relativa al progetto proposto sulla piattaforma. “Il fulcro di Startup Fixing – spiega Carlo Mauri – si fonda sulla coerenza tra rischio e rendimento, che deve rispettare il postulato fondamentale di ogni scelta di investimento finanziario, e cioè che ad un maggior rendimento corrisponde sempre un maggior rischio”. “Pertanto – aggiunge Mauri – abbiamo individuato dei criteri che ci consentono di apprezzare gli sviluppi del progetto in chiave prospettica, basandoci esclusivamente sulle informazioni di carattere economico e finanziario presenti nei business plan, senza apportare alcuna modifica od integrazione. In particolare, grazie al tool di Startup Fixing, siamo in grado di determinare il rendimento netto teorico atteso, assumendo che la vendita delle quote della startup si realizzerà nell’ultimo anno indicato all’interno del progetto”.

In sintesi, il tool Startup Fixing (che sarà disponibile in rete da Settembre) adotta come criterio di valutazione il metodo universalmente utilizzato per questo tipo di investimenti, denominato “Venture Capital Method”. Per quanto riguarda la verifica dell’adeguatezza del c.d. valore di Pre-Money, dichiarato nel business plan del progetto, al valore futuro dell’azienda, il tool Startup Fixing applica un tasso di attualizzazione implicito derivante dal metodo di attualizzazione dei flussi di cassa (DCF). “In ogni progetto di startup – spiega Carlo Mauri – il rischio maggiore è rappresentato dal valore di Pre-Money, che viene attribuito dagli stessi soci del progetto e, quindi, sconta la possibilità di essere un po’ troppo generoso. Se il valore determinato con il metodo DCF è sufficientemente maggiore rispetto al tasso espressione del rischio del settore di riferimento (che è una grandezza conosciuta), questo significa che chi ha redatto il business plan ha tenuto debitamente conto dell’elevato rischio specifico che inevitabilmente caratterizza progetti di questa natura”. La risultante finale di questo processo di analisi è un rating sintetico, che attribuisce un numero di “stelle” (da 1 a 5) quale espressione qualitativa del giudizio di Startup Fixing in funzione di alcuni parametri fondamentali. Più precisamente, il rating sarà più elevato:

– se il rendimento netto teorico atteso supera (o meno) il benchmark di rendimento predeterminato per questo tipo d’investimenti;
– se il business plan espone la presenza di almeno un brevetto, rendendo più difendibile l’azienda (e i suoi azionisti) dalla concorrenza;
– se la startup non beneficia di finanziamenti da parte di terzi;
– se il valore Pre-Money di partenza, autodeterminato dai fondatori della startup/Pmi, sconta adeguatamente il livello di rischio specifico del progetto in misura tale da ridurre lo stesso valore Pre-money ad un livello più conveniente per l’investitore.

Oggi le startup e le Pmi innovative godono di una particolare attenzione non solo da parte delle autorità italiane ed europee – basti pensare alle generose disposizione in materia fiscale per gli investitori, recentemente emanate dal nostro Governo – ma sempre di più anche da parte degli investitori e dei loro consulenti, e la forte crescita della raccolta fatta negli ultimi due anni lo testimonia. La tendenza ad investire nella c.d. economia reale viene sollecitata sempre più spesso dalle Istituzioni, e si ritiene che nel giro di qualche anno anche il settore delle startup e del Crowdfunding, con le dovute limitazioni in relazione ai profili di rischio, farà parte dei portafogli di tutti i risparmiatori, ma sia le nuove aziende che i futuri distributori (banche, reti, piattaforme indipendenti) dovranno dotarsi di uno strumento di analisi preventiva come Startup Fixing.

Il mattone per investimento convince ancora. Rendimento medio annuo del 5% nelle grandi città

Secondo Tecnocasa, i babyboomers e i tardo-millennials considerano ancora il mattone una modalità per diversificare il proprio portafogli, essendo una tipologia di investimento che ha già subito un forte ribasso delle quotazioni. Attenzione a servizi e zona, con un occhio alla rivalutazione del capitale.

Il mercato immobiliare sta lanciando importanti segnali di ripresa, come hanno dimostrato i dati di chiusura del 2020 e quelli relativi ai primi tre mesi del 2021. Riassumendo, nel 2020 si è registrata una contrazione degli acquisti per investimento (dal 17,9% al 16,5%) mentre è aumentata la percentuale di chi acquista per comprare la casa vacanza. Dalla fine del primo trimestre, in concomitanza con la riapertura dei settori produttivi ed il graduale allentamento delle restrizioni, le reti nazionali di mediazione immobiliare segnalano un rinnovato desiderio di acquisto per investimento, complice il miglioramento della fiducia e anche la liquidità accumulata durante il lockdown.

Secondo l’ufficio studi Tecnocasa, gli investitori – in particolare i babyboomers e i tardo-millennials – considerano ancora il mattone una modalità per diversificare il proprio portafoglio, essendo adesso una tipologia di investimento che ha già subito un forte ribasso delle quotazioni e con ipotesi di stabilità di reddito e valore a lungo termine. Inoltre, nell’ultimo anno la diminuzione dei turisti ha fermato chi acquistava con l’intenzione di fare attività ricettiva, soprattutto nelle grandi città, ma non ha trattenuto coloro che hanno voluto acquistare comunque una casa per puntare sulla sua futura rivalutazione e per ottenere comunque un rendimento da locazione, che resta interessante (2,2% annuo per bilocali e trilocali) nonostante la riduzione dei canoni che si è registrata nel 2020.  

Relativamente ai rendimenti annui lordi, i dati di Tecnocasa restituiscono un risultato del 5,0% per un bilocale di 65 mq nelle grandi città italiane, e le metropoli che spiccano per avere i rendimenti maggiori sono: Genova e Verona, con il 6,2 e il 6,1%, Palermo con il 6% e al terzo posto Bari con il 5,4%. Un target, sempre molto apprezzato dagli investitori, è quello degli studenti, nonostante siano stati in parte assenti dalle aule durante la pandemia. In questo caso i quartieri vicini agli atenei o con essi ben collegati sono stati i preferiti.

Altro aspetto da considerare, il cui peso è aumentato soprattutto dopo la pandemia, è la presenza dei servizi (negozi, supermercati, scuole, ecc) all’interno dei quartieri. Questi elementi consentono di valutare l’acquisto per investimento nell’immediato, ma c’è anche chi decide di investire sul mercato immobiliare scommettendo sul futuro. E in tal caso, ad essere interessate sono le aree sottoposte ad interventi di riqualificazione e che hanno in sè tutte gli elementi per potersi rivalutare. Si potrebbe per esempio guardare ai quartieri che saranno serviti da fermate della metropolitana, in particolare quelli più periferici possono arrivare anche rivalutazioni a due cifre. Nel 2020 e nel primo trimestre 2021, la tipologia immobiliari più acquistata con questa finalità è stata il bilocale, con il 34,4% delle preferenze, a seguire i trilocali con il 26,4%.

In genere, chi investe nel settore immobiliare per il lungo periodo non guarda solo ai rendimenti da locazione, ma anche e soprattutto alla rivalutazione del capitale. A tal proposito, dal 1998 al 2020 (grandi città italiane) la rivalutazione media è stata del 37,1%. Quella che si è rivalutata maggiormente è stata Milano con 103,7%, seguita da Firenze con il 66,0% e Napoli con il 64,3%.

Il valore delle start up nell’Equity Crowfunding. Attenzione alla “coerenza” tra rischio e rendimento

La dottrina aziendale italiana non ha posto molta attenzione sulle corrette procedure valutative di una startup. Negli USA, invece, nuove tecniche di facile e veloce applicazione permettono di stabilire valutazioni ritenute attendibili.

Di Carlo  Mauri*

Il tema della valutazione delle startup è diventato  attuale per effetto della diffusione,  negli ultimi anni, del fenomeno del  “Crowdfunding“, a sua volta   espressione della nuova “economia della condivisione” (Sharing Economy),  in cui  i progetti imprenditoriali vengono proposti, tramite piattaforme autorizzate della  Consob, al largo pubblico  degli investitori al fine di condividere  con loro i vantaggi futuri  ma ovviamente anche  i rischi.

Presupposto per dar luogo  alla raccolta dei capitali è quello di procedere all’autovalutazione  delle startup stesse. Questo valore, definito di “pre-money”, viene fornito quindi  dagli stessi soci fondatori delle startup ed è legato, funzionalmente, alle somme richieste agli investitori. Si tratta di un valore potenziale, in quanto ricavato da grandezze economiche e finanziarie ipotetiche future, poichè le startup solitamente non hanno dei bilanci storici da sottoporre ad analisi. In ogni caso, il valore “pre-money” è sempre indicato nei business plan pubblicati nelle piattaforma di equity crowdfunding, ma non sempre è possibile individuare in maniera esplicitata i criteri da cui tale valore si genera.

Eppure, questa grandezza  è determinante per il successo dell’operazione. Infatti, qualora venissero attribuiti valori troppo elevati, si possono incontrare concrete difficoltà nel raggiungere gli obiettivi di  raccolta; viceversa, nel caso in cui il valore “pre-money” sia troppo basso, si può indurre il dubbio, nel potenziale investitore, di fare un cattivo affare, oltre al risultato di raccogliere una somma assai più modesta.

Il pericolo, pertanto, è quello di allontanarsi dalle corrette procedure valutative, e sul punto è necessario riconoscere che la dottrina aziendale italiana non ha posto  molta attenzione, e gli stessi “Principi italiani di Valutazione” non dedicano una specifica attenzione alle startup. Maggiore interesse, invece, si è manifestato negli USA, dove la prassi internazionale ha sviluppato delle tecniche di facile e veloce applicazione, le quali permettono di stabilire (a torto o a ragione) valutazioni ritenute attendibili dagli operatori professionali.  

Carlo Mauri

Purtroppo, la necessità di creare una metrica condivisa e di facile uso rischia di confondere le scelte degli investitori e dei loro consulenti nel perseguire scelte ragionate e consapevoli. E’ possibile, però, fare una prima considerazione: assumendo come input i dati presenti in piattaforma, ovvero il pre-money e i flussi reddituali prospettici (di solito presenti fino al massimo di 5 anni), si deve sempre trovare  una coerenza tra il “rischio” (implicitamente presente nel  tasso di attualizzazione dei flussi reddituali) e il rendimento espresso dai flussi reddituali stessi. A parità di valore pre-money,  aumentando il rendimento il rischio deve  crescere in modo proporzionale. Ebbene, visto che i flussi reddituali indicati nei business plan presentano spesso tassi di crescita molto elevati, caratterizzati da dinamiche esponenziali, contestualmente si dovrebbe osservare  una misura del rischio di gran lunga superiore (di almeno dieci volte) rispetto a quella presente, per esempio, nelle stime di complessi aziendali di società quotate nei mercati regolamentati. L’assenza di questa “coerenza” tra rischio e rendimento, che  rappresenta uno dei principi cardine della Finanza, è in grado di compromettere  la credibilità dell’intero progetto.

* Commercialista, socio AIAF, Managing Partner di M&V Private Corporate Advisor