Aprile 23, 2026
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La professione di consulente finanziario e il ricambio generazionale che non c’è

La categoria dei consulenti finanziari ha bisogno di nuova linfa, ma le reti sembrano non accorgersene.

Di Alessio Cardinale

La figura del consulente finanziario, per lungo tempo denominato promotore finanziario (e prima ancora consulente, ma in modo informale e auto-attribuito), è nata cinquant’anni fa, in un’epoca in cui vendere un fondo comune di investimento equivaleva a piazzare un’astronave ad una tranquilla famiglia italiana della classe media. Al suo inizio, e per almeno trent’anni, il lavoro di consulente si è svolto mettendo in grande risalto le tecniche di vendita più sofisticate – ma mai ingannevoli – per quei tempi, prese in prestito dai maghi del marketing a stelle e strisce e soprattutto dall’esperienza di chi ha fatto nascere questa professione, l’americano Bernie Cornfeld. Dalle ceneri della sua IOS, prima grande rete di vendita con migliaia di agenti sparsi in tutto il mondo, nacque Fideuram (che era l’acronimo di “Fiduciaria Euro Americana”).

Fin dalle sue origini, pertanto, il mestiere di consulente finanziario – allora semplice venditore di fondi “porta a porta”, come amano ripetere ancora oggi alcuni detrattori di dubbia competenza e professionalità – riservava ai candidati dei contenuti a forte impatto emotivo, del tutto inadatti a chi non sapesse veramente mettersi in gioco e “denudare” il proprio io di fronte ai colleghi più anziani. Non sorprenderà, pertanto, che a cominciare dai primi anni ’80 chi veniva selezionato per sostenere un colloquio di inserimento non parlava in prima battuta con un manager, ma con uno psicologo, che verificava le capacità del candidato di imbastire nuove relazioni, sondare le esigenze più profonde delle persone, sapere ascoltare i loro messaggi espliciti o impliciti, imparare ad utilizzare le domande chiuse/aperte e a creare curiosità verso strumenti di investimento che ai risparmiatori di allora sembravano pura fantascienza.

Inoltre, si doveva comunicare – e motivare – al cliente potenziale la presenza di commissioni di ingresso anche del 7,5% (i primi pionieri raccontano di front fee del 10% negli anni ’70), e questo faceva dei consulenti finanziari ante Legge 1/91 dei venditori mitologici. Oggi una commissione di quel tipo ci fa gridare allo scandalo, ma bisogna contestualizzare il periodo storico: il management fee, ossia la “base stabile” del reddito ordinario del consulente,  neanche esisteva (sarebbe stata una conquista successiva di Anasf e delle sigle sindacali del tempo, di cui oggi beneficiano tutti), e il valore delle quote dei primi fondi di investimento si è moltiplicato per venti, ammortizzando largamente quelle commissioni così “preistoriche”.  

Il marketing operativo del neofita prevedeva sia il contatto “a freddo”con i potenziali clienti (le famose “telefonate a freddo” immortalate nel film “Wall Street” degli anni ’80), sia il contatto “a caldo” con persone già conosciute con cui era meno difficile ottenere un appuntamento insieme al proprio supervisore. Inoltre, si stava tutto il giorno fuori a fare appuntamenti – almeno 4 ogni giorno, era la regola aurea per un buon avviamento dell’attività – si conoscevano tante persone nuove e si andava in ufficio solo ad inizio e a fine giornata, per consegnare i contratti oppure per confrontarsi con i colleghi sull’efficacia delle tecniche di marketing operativo. Le postazioni di lavoro si condividevano – solo un “anziano” poteva averne una tutta sua – così come tutti i costi dell’ufficio. Lavorare dentro una filiale bancaria non era neanche lontanamente immaginabile. I supervisori, tutti di grande esperienza, tiravano su i nuovi entrati a forza di riunioni, incontri motivazionali e, soprattutto, a furia di costante affiancamento commerciale. Erano anche veri maestri di vita, i supervisori, ed oggi se ne sente la mancanza.

L’offerta di prodotti finanziari era ai minimi termini: un fondo comune obbligazionario (da assimilare ai BTP), uno azionario globale (azioni) e uno bilanciato (fifty-fifty tra il primo ed il secondo), con i quali si proponevano alternative, tutt’altro che fantasiose o ingannevoli, agli strumenti di risparmio più usati allora dagli italiani. Infatti, si lavorava contro i titoli di stato al 12-15%, in una Italia in cui ognuna delle principali città (Milano, Torino, Roma, Napoli e Palermo) aveva la propria borsa valori. Insieme ai fondi comuni si vendevano soprattutto sogni e ideali di risparmio, e non c’è dubbio che i concetti basilari dell’Educazione Finanziaria siano nati proprio in quel tempo, nel quale si parlava già di risparmio per obiettivi, e di sogni di vita vera che spesso si avveravano: nonostante le commissioni di ingresso molto elevate, i primi “risparmiatori/pionieri” che hanno creduto in quella innovazione di prodotto hanno comprato casa dopo appena qualche anno, grazie ai rendimenti stratosferici realizzati in quegli anni dai mercati finanziari.

Tutto questo oggi è un lontano e nostalgico ricordo.

Intendiamoci, i sistemi cambiano, si evolvono e si adattano ai tempi. E migliorano anche. E’ un fatto quasi naturale, che rientra nelle dinamiche di qualunque sistema produttivo. Le regole che hanno disciplinato per anni la professione dei consulenti finanziari, però, sono cambiate troppo in fretta, chiudendo la professione all’interno di una sfera di cristallo dove gli attuali consulenti invecchiano e dove migliaia di giovani, che sulla consulenza finanziaria potrebbero puntare dopo gli studi universitari, non riescono a fare ingresso e ad assicurare così al sistema quel passaggio generazionale che, invece, da sempre garantisce longevità alle altre professioni più rinomate. Infatti, la competizione tra banche/reti, incanalata verso il recruiting di consulenti con masse consolidate o di bancari con potenzialità di portafoglio ed esperienza, si rivela un gioco a somma zero, perché escludendo i giovanissimi – che non hanno né masse né esperienza – determina una lenta e inesorabile diminuzione del numero dei consulenti attivi.

Ancora oggi, ai parametri di qualità dei professionisti (solo a titolo di esempio: competenze specifiche acquisite, tasso di fedeltà della clientela, aggiornamenti professionali svolti, assenza di reclami, presenza sul web, capacità di diffondere contenuti, proattività nelle iniziative di attrazione della clientela etc) vengano preferiti dei parametri meramente quantitativi di natura tipicamente commerciale, primo tra tutti quello del portafoglio medio pro capite. Eppure, sono davvero pochi i clienti che soppesano il valore di un consulente in base al portafoglio da lui amministrato (quanti di loro ve lo chiedono, quanti di loro lo conoscono?), preferendo di gran lunga qualità come correttezza, puntualità, prontezza, prossimità, chiarezza, precisione e percezione di esclusività della relazione.

Da molti anni le reti preferiscono investire sui bancari con portafoglio clienti (i c.d. private bankers), che richiedono un investimento inferiore rispetto a quello previsto in termini di tempo (da tre a cinque anni) e di denaro (tra 50.000 e 75.000 euro) per un promettente neolaureato senza esperienza, ma il sistema ha gradualmente eliminato sia la figura del praticante sia quella del supervisore da affiancamento, determinando di fatto il crollo dell’architrave su cui si reggeva il ricambio generazionale della categoria. Basterebbe un solo supervisore “vecchio stampo” per fare crescere, ed anche in fretta, sia i bancari che i giovani neolaureati; entrambi, infatti, hanno caratteristiche simili: sono impreparati a diventare “imprenditori di se stessi” e sono bisognosi di un lungo periodo di adattamento al lavoro autonomo. Eppure, la presenza di giovanissimi all’interno di un ufficio di consulenti finanziari avrebbe più vantaggi che costi: darebbe all’ambiente di lavoro una “scarica motivazionale” formidabile, stimolando nuovo entusiasmo negli “older” e la loro naturale propensione a fare da tutor, trasmettendo quotidianamente il mestiere a coloro che sono destinati ad “ereditare” il loro portafoglio clienti nel momento della pensione.

Proprio oggi, in uno scenario di guerra e in una fase storica di mercato che non si vedeva da almeno vent’anni, è il momento giusto per fare molto di più in tema di passaggio generazionale, investendo moltissimo sui giovani e creando una tutorship sistemica prima ancora che individuale.

Ogni ritardo, in tal senso, diventa complicità in un sicuro declino della professione.

Consulenti finanziari, storie di ordinaria solidarietà. Gaetano Pulvirenti: “se dai, ricevi”

Nelle reti di consulenza finanziaria non mancano gli episodi di concreta solidarietà verso i colleghi colpiti da eventi di una certa gravità. A volte, questi episodi danno vita ad iniziative sociali più ampie e “trasversali”.

Sebbene per molti l’ambiente di lavoro dei consulenti finanziari sia ammantato dalla naturale riservatezza tipica della materia – che nelle aziende operanti nella consulenza d’investimento alla clientela privata è spinta ai massimi livelli di privacy – quello che accade negli uffici degli ex promotori non ha niente di diverso dagli eventi quotidiani di qualunque contesto lavorativo. I colleghi dei vari gruppi, infatti, vivono insieme gran parte della propria giornata e condividono umori, emozioni ed esperienze. Anche quelle più spiacevoli e dolorose, che fanno scattare sentimenti di sincera solidarietà verso il collega che ne è colpito.

A volte, questi eventi danno vita ad iniziative che superano i confini dell’ufficio locale e diventano “trasversali”, facendo intravedere in lontananza un sentimento comune di appartenenza alla categoria dei consulenti finanziari che oggi manca quasi del tutto. Infatti, il clima di competizione tra le reti non ha aiutato, fino ad oggi, a sviluppare una “coscienza etica trasversale” che possa accomunare tutti i professionisti di tutte le reti, senza distinzione di brand, portafoglio medio e anzianità professionale. Ogni rete fa storia a sè, e spesso anche all’interno delle medesime società mandanti – soprattutto quelle con migliaia di professionisti – esistono differenze enormi da una regione all’altra, e ogni gruppo di colleghi, in un certo modo, “si isola” dagli altri salvo trovarsi insieme durante le convention (quando si potevano ancora fare in presenza).

Oggi vi raccontiamo uno di questi episodi, intervistando chi lo ha evidenziato sui social di settore. Gaetano Pulvirenti (nella foto), consulente finanziario siciliano, scrive “….Circa 9 mesi fa un nostro collega è stato colto da ictus, per fortuna non particolarmente grave. Le conseguenze comunque non gli permettevano di svolgere autonomamente l’attività lavorativa. Pertanto, tutti i colleghi hanno dato la disponibilità ad accompagnarlo per le attività lavorative ed extra-lavorative necessarie, organizzando un calendario di reperibilità e dedicando al collega mezza giornata ciascuno per circa due mesi, fino alla sua guarigione. Dopo questa esperienza, abbiamo pensato di costituire un’associazione aperta a tutti “gli uomini di buona volontà”, al fine di donare un po’ del nostro tempo ai più bisognosi. Ed eccoci qui, felici di comunicare la nascita di “Life4Life”. Ciò che ci unisce sono i valori umani, e siamo davvero contenti perché riceveremo molto di più di quello che daremo!”.

Innanzitutto, come sta il collega colpito dall’ictus?
Per fortuna il collega si è totalmente ristabilito.

Nel comune sentire della gente, chi esercita una professione non dovrebbe provare sentimenti ed emozioni verso gli altri. Eppure nell’ambiente dei consulenti finanziari non sono rari i momenti di autentica solidarietà…
Il nostro è un gruppo molto affiatato e ci è sembrato assolutamente naturale metterci a disposizione di un collega in difficoltà. Tante volte negli ambienti di lavoro si usa la frase “siamo una famiglia“. Non nascondo che quando lo sento dire spesso lo trovo fuori luogo, perché spesso nasconde un’ipocrisia di fondo. Nel nostro caso, invece, posso dire con forza che “siamo una famiglia“, perché ne abbiamo fatto l’esperienza tipica allorquando ci siamo stretti e abbracciati soprattutto quando uno dei componenti è stato in difficoltà, come di recente. Pertanto, non riteniamo di aver fatto qualcosa di eccezionale, ed anzi penso che le emozioni debbano assolutamente far parte della nostra quotidianità. Sentirsi squadra, famiglia, sentirne il calore e la protezione non può che farci vivere meglio la nostra professione e, di conseguenza, la nostra vita. Credo nelle emozioni condivise.

Com’è nata l’idea di far evolvere la vostra esperienza locale, creando addirittura un’associazione e mettendovi in gioco in una vera iniziativa di volontariato?
Dopo due mesi di sostegno al collega ci siamo guardati negli occhi ed abbiamo compreso tutti insieme che sicuramente avevamo ricevuto da quella esperienza più di quello che avevamo dato. Inoltre se eravamo riusciti a dedicare uno spazio alla solidarietà vuol dire che con la giusta organizzazione potevamo continuare ancora a farlo. Pertanto abbiamo pensato di dare un seguito a quella esperienza costituendo un’associazione senza scopo di lucro, che abbiamo denominato “Life4life”.

Gestire un’associazione senza scopo di lucro è un compito impegnativo e richiede del tempo. Che tipo di organizzazione vi siete dati per gestire l’impegno?
Life4Life è una sorta di banca del tempo della solidarietà, dove ognuno mette a disposizione una parte del proprio tempo (che sia quotidiano, settimanale, quindicinale o mensile non importa) a disposizione del prossimo. Nella nostra vita professionale ci occupiamo delle esigenze di privati e imprese, per cui ognuno di noi ha poco tempo per occuparsi di solidarietà concreta verso i più bisognosi. Insieme, però, vediamo in questa associazione la possibilità di “chiudere un cerchio”, occupandoci di vicende umane che altrimenti non potremmo mai conoscere.

Avete già programmato dei progetti di solidarietà specifici da attuare nel 2022? Se sì, in quale settore? 
Abbiamo incontrato la Caritas di Catania e siamo in attesa di partecipare al corso che ci permetterà d’inserirci nelle attività di volontariato in corso. Pensiamo in una prima fase di partecipare alla mensa dei bisognosi che distribuisce quotidianamente circa 700 pasti.

Avete pensato di aprire l’associazione anche ai colleghi di altre reti, e rendere Life4life una iniziativa “trasversale”?
Al momento l’associazione è costituita da alcuni consulenti della Rete Bnl BNP Paribas, ma da subito vorremmo coinvolgere anche i nostri clienti e i consulenti di altre reti sensibili a queste problematiche. Quella che è nata è un’associazione “trasversale”, dove ognuno possa ritrovarsi perché, citando San Francesco d’Assisi, “è dando che si riceve“.

Consulenti finanziari e ricambio generazionale. Federpromm: ad oggi solo soluzioni tampone

Secondo Federpromm-Uiltucs occorre affrontare in modo organico le contraddizioni  del modello del contratto dì agenzia per superare il problema dei giovani consulenti  finanziari.  

“Il ricambio generazionale nell’ambito della consulenza finanziaria è certamente uno degli aspetti  su cui riflettere per il futuro della professione, se si pensa che meno del 2% dei consulenti è attualmente composto da giovani sotto i 30 anni e che l’età media  si attesta generalmente  oltre  i 50 anni”. E’ quanto afferma Federpromm-Uiltucs nel comunicato stampa di oggi.

“Recentemente  – si legge nel comunicato – tali problematiche sono state sollevate da  una vasta platea di interlocutori, dalle  associazioni di tendenza  alle organizzazioni di categoria, che si mostrano preoccupate degli scenari futuri e della perdita di forza lavoro intellettuale per la professione svolta dal consulente finanziario, e scalpitano per trovare ‘soluzioni tampone‘ al fine di mantenere  un organico  nelle reti  di collocamento che sia in grado di potenziare il loro business  e i loro affari.  Meraviglia, infatti, anche l’interesse dei media nel veicolare una comunicazione a senso unidirezionale, che non mette in rilievo i veri problemi strutturali che hanno determinato nel tempo questa situazione. “Prospettare ipotesi solo sul piano formativo con le università  o invogliare i giovani con borse di studio e minimi appannaggi  economici non fa altro che renderli precari nel circuito delle relazioni  e nella intelaiatura dei rapporti  contrattuali all’interno del sistema delle reti“.

Federpromm-Uiltucs  più volte è intervenuta sul tema nei mesi scorsi, mettendo in evidenza le reali contraddizioni che lo stesso sistema ha messo in piedi fin dal 1991 con la legge sulle Sim, con l’applicazione del modello dei contratti di agenzia, senza rendersi conto che prima o poi tale sistema sarebbe “entrato in tilt”. 

“Tuttavia – continua il comunicato – pur riconoscendo l’interesse delle riflessioni proposte, e senza voler fare polemiche, resta il fatto che la professione di consulente finanziario presenta per un giovane momenti di difficoltà che non possono essere ignorati, primo fra tutti proprio la sua definizione a livello contrattuale, e cioè il contratto di agenzia che,  come detto,  porta necessariamente il consulente a  individuare possibili potenziali sottoscrittori prevalentemente sui prodotti e servizi della casa mandante  a cui è legato dal vincolo di “monomandato”. Questo vincolo non permette allo stesso consulente di  prospettare al cliente una visione a tutto campo dei servizi e prodotti finanziari presenti sul mercato, anche se gli attuali obblighi normativi prevedono la best execution per la tutela dello stesso cliente. Inoltre, quanto raccolto va a formare un pacchetto di clienti la cui titolarità è della casa mandante e non del consulente“.

“Pertanto – conclude Federpromm – definire ‘lavoro imprenditoriale’ la consulenza finanziaria è un po’ azzardato, nonostante sia importante navigare in tale direzione e cercare soluzioni adeguate che comunque vedano una revisione del contratto di agenzia e di conseguenza del rapporto di monomandato. Revisione senza dubbio laboriosa, che però non è risolta neanche dalla figura del consulente c.d. indipendente, cui deve aggiungersi una garanzia di reddito per i primi mesi di attività messa potenzialmente in campo soprattutto dalle reti. Non si tratta di lavorare per alzare il numero dei consulenti, quanto piuttosto dare alla professione una dignità e un riconoscimento che ne premi la professionalità, importante per l’economia del Paese”.

Il “codice” MiFID e l’asimmetria informativa. L’educazione finanziaria ha un valore economico?

Oggi esiste un sistema stabile di monitoraggio, sorretto da analisi statistiche di buon livello scientifico e da indagini comparative dei livelli di educazione finanziaria presenti in altri paesi del mondo. Tuttavia, il compito di educare gli italiani in materia di finanza personale rimane pressoché impossibile. Ecco perchè.

Di Alessio Cardinale

L’Educazione Finanziaria, la tutela dei consumatori in materia di servizi e strumenti finanziari, nonchè le politiche di Inclusione Finanziaria sono da qualche anno riconosciute come elementi fondamentali di conoscenza degli individui e di stabilità del sistema finanziario europeo. Fin dal 2010, ai più alti livelli mondiali, questi principi sono stati “sdoganati” dai vari G20 nel frattempo effettuati (Inclusione finanziaria innovativa nel 2010, Tutela finanziaria dei consumatori nel 2011 e Strategie nazionali per l’educazione finanziaria nel 2012).

Di recente, 26 paesi ed economie (di cui 12 membri dell’OCSE), provenienti da Asia, Europa e America Latina hanno dato vita alla seconda indagine internazionale sull’alfabetizzazione finanziaria, stabilendo che la sua diffusione sia uno dei tre obiettivi principali, e che l’Italia non sia messa proprio bene. Infatti, secondo l’International Survey of Adult Financial Literacy e Global Financial Literacy Survey (Rapporto 2020), gli italiani che investono sono in larghissima parte degli “analfabeti finanziari”, e non conoscono concetti basilari come quelli di inflazione, interesse (semplice e composto) e diversificazione.

Da circa cinque anni, il problema della scarsa educazione finanziaria degli italiani viene discusso finalmente con una certa assiduità, ed è entrato a pieno titolo anche nel novero delle politiche a sfondo sociale degli ultimi governi lungo il corso delle ultime legislature. Pertanto, nel loro complesso, esiste oggi un sistema stabile di monitoraggio, sorretto da diffuse dichiarazioni di principio, da analisi statistiche di buon livello scientifico e da indagini comparative dei livelli di educazione finanziaria presenti in altri paesi del mondo.

Tuttavia, il compito di educare gli italiani in materia di finanza personale, così restando le cose, rimane pressoché impossibile. Infatti, oltre al fatto che le basi della buona gestione del denaro e dei risparmi non sono state ancora inserite a pieno titolo – insieme alla “grande assente”, e cioè l’educazione civica e solidale – quale materia fondamentale fin dalle scuole elementari (al pari della lingua italiana o della matematica), l’attuale “corredo educativo” disponibile agli investitori e agli stessi consulenti finanziari è composto da un coacervo di norme che, attraverso i profondi cambiamenti avvenuti negli ultimi trent’anni, oggi costituisce un vero e proprio “codice”.

Soltanto la MiFID II, per esempio, è articolata in 1.400 norme distribuite su circa 7.000 pagine, ed un intero corso di laurea triennale sarebbe appena sufficiente a disciplinare la conoscenza della materia anche per gli studenti più brillanti. Eppure, il sistema finanziario europeo, nel quale l’Italia è entrata a far parte ratificando le MiFID, pretende che, prima di sottoscrivere un servizio di investimento, un investitore debba leggere e comprendere da solo la complessità della materia che disciplina il prodotto che andrà ad utilizzare per gestire i propri risparmi, limitandosi ad assimilare la “traduzione” effettuata, con grande spirito di sacrificio – e relativi rischi connessi alla mancata comprensione in buona fede da parte del cliente di elementi fondamentali dell’investimento – proprio dai consulenti; i quali, essendo il terminale della comunicazione di questa lunga catena di distribuzione della conoscenza finanziaria (UE, ESMA, BCE, CONSOB, Sistema Bancario, reti di consulenza, consulenti, investitori), detengono un compito molto delicato, che li espone ad un altissimo livello di responsabilità rispetto al trattamento economico ricevuto. Nessun compenso, infatti, è previsto per l’educazione finanziaria da impartire ai singoli risparmiatori, così come nessuna disciplina organizzata è prevista in capo al sistema bancario e allo stesso Stato.

Insomma, se ne parla tanto e si fa davvero poco per consulenti finanziari e risparmiatori, e non è certo colpa delle reti non si riesce ad andare oltre alle mere dichiarazioni di intenti. Persino la campagna culturale mondiale a beneficio degli obiettivi di sostenibilità (ESG), improntata su basi emozionali di forte impatto collettivo, sembra culturalmente più accessibile di quella sull’Educazione Finanziaria.

Nonostante questo problema di base, il sistema (e chi lo regolamenta) si preoccupa ancora oggi di inondare il risparmiatore di informazioni difficili e talvolta incomprensibili. In concreto, all’atto dell’apertura di un nuovo rapporto (es. conto corrente più deposito titoli), un investitore viene sottoposto ad un bombardamento cartaceo di informazioni – per lo più indecifrabili – che totalizza circa 50 pagine e una quindicina di firme. Il sistema MiFID, pertanto, dà per scontato che l’investitore medio, grazie alla lettura di questa massa enorme di informazioni, comprenderà  in maniera semplice la tutela implicita contenuta negli strumenti finanziari, il concetto di conflitto di interessi e la sua disciplina, i costi applicabili ai servizi sottoscritti/da sottoscrivere ed il concetto di best execution, che viene proposto con un inopportuno inglesismo anziché in una più accessibile traduzione in lingua madre.

Ebbene, Un sistema basato su tale enorme asimmetria informativa tra chi offre prodotti finanziari e chi li compra al dettaglio necessiterebbe, da parte delle stesse autorità finanziarie, di una proditoria semplificazione – anche concedendo una delega formativa al sistema bancario, sotto il controllo della Consob – oppure di una fase preliminare di spiegazione e trasferimento della conoscenza all’investitore come “condizione di procedibilità” all’investimento (ad esempio, attraverso un test preliminare).

Peccato che questa funzione non sia prevista, nonostante i consulenti finanziari facciano un lavoro egregio – e non retribuito, al pari delle mansioni amministrative – di informazione ed educazione finanziaria, districandosi anche loro tra mille regolamenti e continui aggiornamenti che, naturalmente, non arrivano alla clientela e si fermano all’interno del sistema. Gli investitori, infatti, non provano neanche più a leggere i contratti, rassegnati a “non voler capire” nulla di fronte ad un sistema che percepiscono come immutabile, come una creatura talmente “elevata” da richiedere un atteggiamento dogmatico e, quindi, l’assoluta inutilità di osservare le più elementari regole di informazione e controllo.

Viste queste premesse, se davvero il sistema finanziario europeo è determinato a “educare” il popolo dei risparmiatori fino a far loro acquisire un buon grado di autonomia, e se davvero si vuole fare dei consulenti finanziari gli attori principali dell’educazione finanziaria, le regole andrebbero riviste fin dalle basi, attribuendo un valore economico – e degli obiettivi di quantità/qualità, naturalmente – all’attività di educazione finanziaria svolta dai consulenti, oppure creando delle figure professionali regolarmente retribuite dal sistema, presenti in ogni rete di consulenza finanziaria e “a servizio” dei consulenti, soprattutto di quelli giovani, chiamati ad assicurare il ricambio generazionale della categoria ma non ancora pervenuti.

Reti del risparmio gestito, boom di raccolta e utili. Adesso niente più alibi sul ricambio generazionale

Dopo i risultati 2020 di raccolta e utili, Assoreti e le consociate non possono più tardare nell’avvio di un piano di investimento sul ricambio generazionale dei consulenti finanziari. Manlio Marucci: “Ci auguriamo un dibattito con Assoreti su questo tema, preannunciando che non verranno più accettati  nuovi tagli ai margini di ricavo dei consulenti”.

Fino a 15-20 anni fa, prima dell’era MiFID, la principale – meglio dire esclusiva – competenza distintiva richiesta ad un aspirante promotore finanziario era la capacità di attrarre un buon numero di clientela potenziale, possibilmente di buon livello, con la quale imbastire una relazione; e se il candidato era troppo giovane per essere credibile, c’erano i supervisori più “anziani” che intervenivano in affiancamento, accompagnando (letteralmente) il neo promotore presso il cliente prospect e colmando così il “vuoto di esperienza” che rendeva difficile la concessione di fiducia.

Poco prima dell’avvento della MiFID, la figura del supervisore, fondamentale per effettuare la formazione sul campo del nuovo collega e per ridurre al massimo l’avviamento commerciale del nuovo professionista, veniva eliminata al pari di quella del praticante, e le maggiori risorse finanziarie derivanti da quel taglio generalizzato venivano dedicate al reclutamento dei bancari operativi negli uffici titoli. Questi ultimi, infatti, assicuravano alle reti – nel frattempo quasi tutte trasformatesi in banche – l’arrivo di portafogli più consistenti in minor tempo, e soprattutto un accorciamento del “ciclo della fiducia” presso la clientela di livello medio-alto, difficilmente raggiungibile per un giovane consulente alle prime armi.

Oggi, con le reti concentrate da anni a far migrare dalla concorrenza consulenti esperti e con portafoglio, lo scenario che prevede la formazione sul campo di nuove leve è diventato quasi inconcepibile e, salvo sporadici esempi di un paio di reti che ci stanno provando, non c’è ancora la “volontà politica”, da parte di Assoreti e delle sue consociate, ad effettuare investimenti concreti e aumentare così la base dei consulenti, affiancando i giovani e i giovanissimi agli anziani che tra dieci anni andranno in pensione. L’età media dei consulenti, infatti, è molto elevata (circa 56 anni), e sembra che l’unico interesse delle mandanti sia quello di assicurare la futura concentrazione dei portafogli dei colleghi vicini all’uscita nelle mani professionisti appartenenti alla fascia d’età precedente (40-50enni). Ma così facendo, è evidente, tra 15 anni il numero dei consulenti attivi potrebbe crollare dagli attuali 33.000 a circa 12.000, con problemi di tenuta economica dello stesso Organismo Unico. Senza contare, a monte di tutto, la perdita di quella ricchezza collettiva che il giusto ricambio generazionale, invece, potrebbe trasmettere alle nuove generazioni di consulenti, assicurando loro – e all’economia italiana – altri decenni di prosperità.

Pertanto, grazie ai conti economici della mandanti gonfi di ricavi e di utili, non esiste più alcun alibi per non intervenire concretamente – senza operazioni “di facciata” – e garantire la costituzione di un meccanismo strutturale di ricambio generazionale della categoria. I soldi per farlo, a carico delle società aderenti ad Assoreti, ci sono. Infatti, le società mandanti italiane quotate in Borsa (Anima, Azimut, Banca Mediolanum, Banca Generali e Fineco) che operano nel settore del risparmio gestito o nella consulenza finanziaria, da sole, gestiscono una montagna di denaro e macinano utili e profitti per i loro azionisti. Recentemente, esse sono finite sotto la lente degli analisti internazionali, che ne hanno tessuto le lodi. Gli esperti di Goldman Sachs, per esempio, hanno alzato il rating sul titolo Banca Mediolanum da neutral a buy (cioè “comprare”), fissando il prezzo obiettivo a 8,7 euro contro il valore di circa 7,3 euro attuale. Gli stessi analisti americani si sono occupati di Banca Generali, sul cui titolo la casa d’affari statunitense ha fissato un rating buy (comprare) e un prezzo obiettivo di 32,7 euro (prezzo attuale circa 27 euro).

Bank of America-Merrill Lynch ha analizzato le prospettive delle reti di consulenti finanziari, promuovendo Azimut e attribuendo al titolo un rendimento complessivo del 24%, suddiviso tra rialzo futuro del prezzo delle azioni (+18%) e incasso dei dividendi (+6%). Gli analisti di Berenberg, invece, si sono concentrati su Fineco, stabilendo un prezzo obiettivo di 15,5 euro ed un margine di guadagno del 17% rispetto al rapporto prezzo-utile (PE) atteso nel 2021.

Manlio Marucci

Contattato da Patrimoni&Finanza, interviene sul tema Manlio Marucci, presidente di Federpromm. “a 12 anni dalla nascita del sistema MiFID, il bilancio per i consulenti finanziari è piuttosto sconfortante in termini di garanzie contrattuali ed economiche. Infatti, alla crescita di ricavi e utili delle mandanti non si è accompagnata, in proporzione assoluta, una uguale crescita del reddito dei consulenti, i cui margini di ricavo sono stati più volte rivisti al ribasso in questi anni sulla scorta dell’alibi di una maggiore raccolta”. “In un sistema economico sano, non si è mai visto che all’aumento dei ricavi e degli utili di sistema debbano corrispondere dei tagli al reddito delle risorse umane ivi impiegate. Dati alla mano, si potrebbe dire che i consulenti abbiano finanziato di tasca propria lo sviluppo economico complessivo delle proprie mandanti e, soprattutto dopo la crisi del 2008, abbiano sanato il loro conto economico, subendo anche il carico di mansioni amministrative prima eseguite dalle sedi e oggi evase, senza alcun corrispettivo, proprio dai consulenti”. “Alla luce dei dati di consuntivo 2020 sulla raccolta, non possiamo che auspicare l’apertura di un dialogo con ABI e Assoreti, al fine di evitare, da un lato, futuri attriti sui rispettivi rapporti di forza e, dall’altro, di avviare una nuova stagione di profondo rinnovamento che risolva, in primis, il problema urgente del mancato ricambio generazionale nella categoria”.      

Consulenti finanziari, al via il sondaggio conoscitivo di Federpromm sulle istanze della categoria

E’ in rete il primo sondaggio Federpromm sui consulenti finanziari, finalizzato a raccogliere esigenze ed istanze dei professionisti della finanza in Italia. Obiettivo: garantire maggiore trasparenza e rappresentatività alla categoria.

Federpromm, la federazione dei consulenti finanziari, del credito e delle assicurazioni, lancia il suo primo sondaggio conoscitivo sui consulenti finanziari italiani. Ideato e progettato da Nicola Scambia, delegato Federpromm, l’indagine – cui è possibile partecipare anche in perfetto anonimato – ha l’obiettivo di garantire maggiore trasparenza e rappresentatività alle istanze dei professionisti della Finanza.

“Sappiamo bene che non è il primo sondaggio sui consulenti finanziari”, spiega Nicola Scambia, “ma è la prima volta che le informazioni sono destinate ai consulenti stessi, e non restano riservate alla dirigenza di banche e reti». “L’obiettivo è quello di favorire il confronto interno alla categoria, ma anche di raccogliere le esigenze e le preoccupazioni reali di chi svolge questa professione, affinché Federpromm possa fornire un apporto motivato e costruttivo nella gestione delle vertenze e delle revisioni contrattuali”.

Il sondaggio contiene 10 domande sul livello di soddisfazione dei consulenti, sulle condizioni di lavoro e sulle aspettative economiche e professionali. Per garantire la riservatezza delle informazioni, le risposte saranno elaborate in maniera aggregata e anonima.

L’indagine, a cui è possibile accedere a questo link, terminerà il prossimo 6 Dicembre, ed i risultati saranno condivisi individualmente con tutti i partecipanti al sondaggio che lo richiederanno. Federpromm si farà carico di inviare i risultati sintetici agli amministratori delegati delle reti che ne faranno richiesta.

Secondo Manlio Marucci, Segretario di Federpromm, “In un contesto di ampia trasformazione, che sta coinvolgendo tutto il settore dell’Intermediazione creditizia e finanziaria, il ruolo dei consulenti finanziari viene molto spesso condizionato dalle incertezze sul futuro e dall’assenza di nuove prospettive. Pertanto, Federpromm ha ritenuto di dare spazio al sondaggio ideato dal nostro delegato Nicola Scambia, e di aprire alle riflessioni dei colleghi che desiderano esprimere idee ed opinioni, augurandoci che siano tanti. Rnicola scambia, reti, professionisti, trasparenza, rappresentanza,icordiamo che Federpromm è un sindacato, non una semplice associazione, e si batte fin dalla sua fondazione per la tutela soggettiva dei professionisti del risparmio e del patrimonio delle famiglie italiane. Questo sondaggio è utile per rafforzare il potere di rappresentanza delle loro istanze”.

Risparmio gestito e Consulenza Finanziaria: modelli industriali e rispettivi cicli di vita in completa antitesi

Quella dei consulenti finanziari è l’unica categoria produttiva al mondo capace di vedere diminuire, nel tempo, i propri margini di ricavo a fronte dell’esplosione della clientela e della domanda. Due modelli e due cicli di vita diversi tra loro, in cui uno sta “cannibalizzando” l’altro in nome della sua sopravvivenza.

Di Massimo Bonaventura

Viste sotto l’ottica “industriale”, quelle del Risparmio Gestito e della Consulenza Finanziaria sono due “industrie” che, in generale, gli addetti ai lavori tendono quasi a confondere tra loro, visto lo stretto legame commerciale tra banchereti e consulenti finanziari. In realtà, a molti sfugge che il mercato degli strumenti di risparmio gestito e quello della Consulenza Finanziaria sono ben distinti tra loro, ed ognuno di essi obbedisce a logiche e meccanismi completamente differenti.

In particolare, oggi il futuro della Consulenza Finanziaria e dei suoi professionisti risiede nella capacità che essi avranno di contrastare la sostanziale inattività delle reti nel mettere in campo seri programmi di ricambio generazionale, sul quale sembra non ci sia una volontà politica, almeno fino ad oggi.

In discussione c’è l’attuale modello industriale del Risparmio Gestito, che è pericolosamente ancorato alle caratteristiche proprie della fase di Maturità, mentre è evidente che le due MiFID, che non sono state capaci di rilanciare il sistema, adesso lo spingono verso una fase inarrestabile di declino.

In pratica, è come un cane che si morde la coda: per sopravvivere, i gruppi bancari proprietari delle reti diminuiscono periodicamente i margini di ricavo dei consulenti – ai quali peraltro vengono “scaricate” mansioni amministrative non retribuite – e garantiscono utili e stabilità al proprio conto economico, ma contemporaneamente non investono alcunchè sui giovani, i quali dovrebbero garantire il ricambio generazionale e la continuità nel tempo della categoria.

Continuando di questo passo, invece, sembra quasi che il vero obiettivo sia la scomparsa dei consulenti finanziari, da attuare a mezzo di una loro progressiva “disintermediazione” dai prodotti finanziari, grazie anche alla tecnologia online e alla sempre maggiore familiarità delle nuove generazioni di investitori-risparmiatori con gli strumenti online di gestione dei propri risparmi.

Lo studio del ciclo di vita in cui si trovano i due settori, poi, chiarisce ancora meglio il problema. Il settore del Risparmio Gestito si trova alla fine del suo ciclo di vita, e cioè in fase in declino, dal 2008, e spiace dire che a contribuire a questo cambio di rotta sia stata la politica europea della MiFID, calata dall’alto e creata al solo scopo di competere con il più efficiente sistema finanziario americano. Il settore della Consulenza Finanziaria, invece, si trova all’inizio del suo ciclo di vita. Si potrebbe dire che esso non sia ancora nato, e che la gestazione rischia di avere un esito infausto, con il “bambino” che rischia di non vedere mai la luce oppure, passatemi il termine, di essere “cannibalizzato alla nascita”. Infatti, senza ricambio generazionale non si può passare dalla fase di declino a quella di rilancio, ma garantire solo una gestione delle masse e della clientela fino alla scomparsa dal mercato, per raggiunti limiti di età, di oltre 20.000 consulenti.

I segnali di quella “volontà politica” di cui parlavamo prima, e cioè di rallentare il ricambio generazionale tra i consulenti – bloccando così il ciclo di vita della Consulenza Finanziaria – ci sarebbero tutti, e li vediamo ogni giorno leggendo le notizie di settore.  Qualche giorno fa, per esempio, il magazine Bluerating ha parlato di semplice “selezione naturale”  in merito all’azione di “pulizia” che “le mandanti hanno iniziato, chi prima chi dopo, revocando il mandato ai professionisti con portafogli sotto la media e poco dinamici. Questo processo è ormai assodato nelle reti più grandi e affermate sul mercato, mentre le reti di più recente costituzione, che devono ancora crescere, paiono più clementi. Tutto ciò si traduce in una selezione mediamente mirata ai consulenti finanziari con portafogli superiori alla media e in misura marginale verso i professionisti con portafogli minori, a meno che non siano associati ai (pochissimi) giovani di belle speranze”.

Qualche settimana fa, invece, i media specializzati hanno parlato del fenomeno dei bancari in esubero e della corsa delle reti ad acquisire il loro portafoglio clienti. Infatti, il calo degli sportelli può rappresentare l’opportunità per le società mandanti di guadagnare quote di mercato a scapito dei colleghi bancari, che in base alle ultime rilevazioni Assogestioni gestiscono il 70% del patrimonio dei fondi comuni complessivamente collocati in Italia (ai consulenti finanziari il rimanente 30%). Sul punto era intervenuto anche Manlio Marucci, segretario di Federpromm-Uiltucs, secondo il quale “nei prossimi anni si porrà il problema vero del ricambio generazionale e la riqualificazione e formazione di tutto il personale…Troppe contraddizioni sono presenti sul tema, e se queste non vengono affrontate organicamente si rischia il collasso anche a livello delle stesse società di collocamento”.

La verità inconfessabile, però, è un’altra: i bancari in esubero sono circa 25.000, e quelli capaci di “migrare” clientela presso un rete di consulenza finanziaria (tranne rari casi) non sono giovani, ma alle soglie della pensione o giù di lì. Pertanto, ci si troverebbe di fronte ad una “infornata” di nuovi professionisti con una età media superiore ai 55 anni, perfettamente in linea con quella attuale dei 33.000 consulenti attivi e che tanti dubbi genera sulla continuità, entro i prossimi 7-10 anni, dell’intera categoria.

Inoltre, sui bancari di cui il sistema-filiale sta cercando di liberarsi, sussistono molte domande ancora senza risposta:  

  1. Quanti di loro potrebbero avere le caratteristiche per diventare consulenti finanziari?
  2. Quanti di loro erano dedicati alle relazioni con la clientela e alla consulenza agli investimenti?
  3. Perché le reti, anziché investire sui giovani, stanno dirigendo le proprie attenzioni sui più costosi ex bancari, peggiorando il quadro del ricambio generazionale?

In tempi difficili per tutti – e quindi anche per le famiglie-clienti – si dovrebbe investire nella continuità di lungo periodo, affinchè la fase di declino lasci il posto a quella del rilancio. Non sembra questa la direzione in cui si stia procedendo.

Fenomenologia di una crisi di rappresentanza e tutela sindacale per i consulenti finanziari

Di Manlio Marucci*

L’assenza di segnali di crescita del numero di consulenti finanziari attivi negli ultimi 10 anni è un dato privo di logica industriale, a meno che non si ammetta che le politiche di reclutamento che si sono convenientemente limitate a “pescare” risorse umane all’interno del sistema non sia la causa della potenziale scomparsa dell’intera categoria entro i prossimi 10-15 anni.

Circa sei anni fa (esattamente il 14 ottobre 2014), pubblicavo un articolo nel quale scrivevo che le complesse dinamiche alla base dei rapporti tra consulenti finanziari e reti di distribuzione dei prodotti di case terze erano già impostate, sul piano giuridico-normativo, sulle modificazioni apportate dai legislatori allo scopo di far  prevalere la trasparenza del mercato e soprattutto la tutela del cliente. Nel medesimo articolo, scrivevo anche che mentre le società mandanti (banche e reti) affinavano i loro piani strategici per mantenere o aumentare le loro posizioni dominanti e le quote di mercato, la funzione svolta dai consulenti finanziari veniva del tutto dimenticata, e trattata alla stessa stregua di una “appendice di comodo” al servizio delle reti di collocamento, priva di ogni elementare tutela sindacale.

In quei tempi, i mezzi di comunicazione amplificavano già i risultati raggiunti nel tessuto produttivo italiano dalle reti di collocamento in termini di crescita economica, di rappresentanza, di qualità dei servizi di consulenza offerti ai risparmiatori e di masse gestite, proprio come oggi; e come oggi nessun risalto veniva dato alla circostanza che tali risultati sono attribuibili grazie al lavoro dei consulenti, al loro impegno professionale, alla costante valorizzazione del loro rapporto fiduciario con la clientela. Tutto questo, come sei anni fa, viene mortificato sempre di più con la riduzione dei margini commissionali, a volte anche significativi, con l’applicazione dei nuovi parametri dettati dalla normativa MiFID II.

Un paradosso dei paradossi: mentre da un lato si richiedono ai consulenti più impegni, più formazione, più responsabilità e più obblighi sul piano degli adempimenti normativi, dall’altro invece si è assistito ad un peggioramento del loro tenore di vita e di crescita economica; un mix di contraddizioni che ha determinato, dal 2014, l’uscita di centinaia di risorse umane per le quali non sussistevano più le condizioni oggettive di mantenere il proprio status ed il livello di benessere riconosciuto dai media.

In particolare, sono diminuiti ancora di più gli spazi negoziali con gli intermediari, e sono aumentati  i ritmi di lavoro nel rispetto degli adempimenti imposti dalla regolamentazione. Sono aumentati anche i costi ricorrenti (previdenza, formazione obbligatoria, tasse per l’OCF, spese di ufficio etc), mentre il conto economico dei soggetti abilitati non ha fatto che crescere, anche a seguito di fusioni, incorporazioni e acquisizioni che hanno determinato un dominio assoluto nel gestire la gran massa del risparmio delle famiglie italiane

La consistenza dei consulenti abilitati, sulla carta, è pari a 53.299 professionisti, ma quelli attivi con mandato sono molti meno (33.965). Nel 2011, il totale era di 54.581 iscritti all’Albo, con 34.347 mandati attivi, ed il patrimonio totale delle reti di consulenza finanziaria fuori sede era pari a circa 230 miliardi di euro. Oggi (fine maggio 2020), siamo vicini ai 600 miliardi di euro, e ciò dimostra che il modello di business si è rafforzato, ma a fronte di una sostanziale stabilità del numero degli addetti.

In considerazione dei dati di raccolta (triplicati in nove anni), qualunque modello microeconomico avrebbe prodotto un aumento anche degli addetti; ed in particolar modo il modello di consulenza finanziaria italiana, che certamente non può essere vittima di “robotizzazione delle relazioni e dei processi”, come accade nella catena di montaggio di una fabbrica.

L’assenza di segnali di crescita del numero di consulenti attivi, pertanto, è un dato privo di logica industriale, a meno che non si ammetta che le politiche di reclutamento che si sono convenientemente limitate a “pescare” risorse umane all’interno del sistema non sia la causa della potenziale scomparsa dell’intera categoria entro i prossimi 10-15 anni.

Rinviando l’analisi dei soggetti su cui far ricadere “le colpe” – non sono pochi, anche dal lato degli stessi consulenti finanziari, ma non c’è più temo per i processi – sarebbe opportuno promuovere un tavolo permanente (ed urgente) che prenda a cuore le sorti della professione. Un tavolo in cui i consulenti devono far sentire la propria voce, e far valere sindacalmente il proprio ruolo senza alcun timore reverenziale verso le mandanti.

Diversamente, l’età media dei professionisti continuerà a crescere ed il ricambio generazionale non sarà più possibile, al contrario di ciò che i “soloni” dell’alta finanza dicono quotidianamente, strombazzando i propri risultati economici.

Si tratta di cominciare, tutti insieme, una nuova esperienza, quella concretamente sindacale, che le organizzazioni lobbistiche di categoria non hanno mai consentito di avviare. Nessuna di queste, però, ha mai pensato che, se scompaiono i consulenti, muoiono anch’esse.

Forse è il caso che ci riflettano.

* Segretario nazionale di Federpromm – Uiltucs

 

Tra i consulenti finanziari l’insostenibile leggerezza del manager. Ripartire dai fondamentali

La figura del manager di rete è stata trasformata gradualmente da coach al servizio della crescita umana e professionale del consulente, a figura retorica di problem solver al servizio delle direttive del Brand. Di chi è la colpa?

Articolo di Maurizio Nicosia*

Il 10 giugno di 20 anni fa ricevevo il mio primo incarico manageriale in una rete di consulenza finanziaria. In quel preciso momento storico, il manager era spesso il leader “campione”, quello che si era distinto nell’attività e che quindi poteva trasmettere le sue conoscenza e competenze ai colleghi talentuosi ma meno esperti del gruppo.

Erano gli anni 2000, quelli della bolla di Internet (le famose Dot-com), a cui seguì il crollo delle Torri Gemelle. In quel periodo, si cominciavano a manifestare i primi segnali di inquinamento di un ambiente lavorativo basato sull’attenta costruzione delle relazioni, sulle tecniche di comunicazione, sulla costruzione della trattativa e, per i manager e supervisori di allora, sul coaching ai neoarrivati e ai colleghi più giovani.

Già allora si rimpiangevano i c.d. pionieri della consulenza finanziaria, che mettevano al centro l’organizzazione dell’attività strutturata secondo un metodo ben definito: riunioni, colloqui individuali, affiancamento attivo e passivo, trattativa e obiezioni, role playing (a cui tutti partecipavano volentieri, vincendo anche ataviche timidezze personali). E’ proprio durante quegli anni – dicevo – che quel modello ha cominciato ad essere abbandonato, probabilmente per via della crescita sia degli strumenti di investimento a disposizione che delle dimensioni delle reti. Tutto ciò ha spostato il focus dal consulente al brand, facendo piano piano perdere la consapevolezza e la coscienza del ruolo individuale dei professionisti.

A questo percorso di crescita numerica, purtroppo, è corrisposto un percorso inverso in termini di qualità e attenzione alle risorse umane, in cui la figura manageriale è stata trasformata (dalle reti) da coach al servizio della crescita umana e professionale del consulente, a figura retorica al servizio delle direttive del Brand.

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Chi si occupa della fase di selezione riscontra nei candidati l’idea che la serenità all’interno delle proprie strutture venga raggiunta quando la figura manageriale non entra nel merito. Infatti, è maturata in modo prepotente l’idea che il manager sia un inutile orpello con l’unico vero obiettivo di drenare risorse in misura indiretta dai colleghi che coordina, con l’effetto di vedersi riconosciuto dalla struttura soltanto il ruolo di problem solver.

Il ruolo di guida sembra essere ormai tramontato del tutto, ma questo non sembra essere una colpa né del manager né del consulente. Piuttosto, la responsabilità di tutto ricade nella profonda trasformazione di un settore che oggi sembra aver perso di vista i suoi valori fondanti. Negli anni Ottanta e Novanta il mondo della consulenza finanziaria era in fase embrionale, l’età media era bassa, la voglia di intraprendere e sperimentare tanta, il fascino di costruire le basi di un nuovo mondo professionale fungeva da volano a chi desiderava organizzare la propria attività. In tanti ci provavano, e non molti rimanevano nel mercato, per cui il compito di creare una squadra prevedeva necessariamente generosità ed altruismo, elementi inscindibili dal ruolo di manager di un tempo.

Oggi il settore è maturo, soprattutto in termini di età media, si sono strutturate delle rendite di posizione, la voglia di intraprendere è drasticamente calata e i giovani che si propongono trovano alte barriere all’entrata. In più, le società mandanti utilizzano le strutture manageriali quasi come dei terminali commerciali, scollati dalle reali esigenze professionali dei consulenti. Questo, certamente, è ciò che contribuisce a far credere ad entrambi i soggetti, manager e consulenti, che ciascuno non avrebbe poi così bisogno dell’altro, e che tutto procede per il meglio.

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Il sistema, pertanto, oggi sottovaluta regolarmente l’importanza del ruolo del manager e la sua capacità di essere volano della crescita e della formazione delle risorse umane, tra le quali la creazione del gioco di squadra amplifica – e non poco – il risultato dei singoli.

Serve che tutti i colleghi manager si rialzino e ripartano (sempreché possano permettersi di farlo), perché sono gli unici a possedere l’esperienza per tornare sui c.d. fondamentali della professione, e fare così la differenza all’interno dei gruppi di lavoro, sempre più somiglianti ad una sommatoria di individualità che a squadre affiatate operanti in un ambiente stimolante.

* Area manager di una importante rete di consulenza finanziaria

Il consulente finanziario affidabile? Quello che ti fa rimanere sempre connesso al tuo patrimonio

Qual è l’identikit del consulente finanziario affidabile ? Come faccio a sapere che sta veramente facendo i miei interessi e non solo i suoi, o quelli della banca per cui lavora?

Il tema dell’affidabilità del consulente finanziario e dei suoi consigli di investimento è molto sentito da tutte le famiglie italiane che risparmiano. Infatti, visto lo scarso livello di educazione finanziaria ricevuto fino ad oggi, il risparmiatore italiano medio, per evitare un pericolosissimo “fai da te”, è quasi costretto a ricevere le informazioni che servono da chi le possiede: banche tradizionali e consulenti finanziari

Ma non è certamente questo il problema; in fondo, se andate da un avvocato per un parere legale, mica potete rimpiangere di non possedere la sua stessa competenza, sì da poter decidere da soli come difendervi in tribunale….Stessa cosa accade nelle decisioni di investimento: serve la competenza di  un consulente che vi suggerisca strategie e strumenti adeguati. Chi ritiene di poterne fare a meno, non sa a cosa va incontro (oppure lo sa, ma si guarda bene dal rivelarne le conseguenze).

Tra dieci o vent’anni, forse, le nuove generazioni di risparmiatori saranno più “evolute” finanziariamente di quelle che oggi detengono il risparmio, e probabilmente il ruolo di banche e consulenti sarà sempre più, rispettivamente, quello di “sede di esecuzione delle operazioni” e di “consulente puro” per le scelte strategiche di investimento (es. allocazione geografica, settori, orizzonte temporale etc).

Oggi, però, anche l’informazione più elementare è saldamente nelle loro mani, ed è diritto dell’investitore finanziariamente “ineducato” poterla ricevere con le modalità corrette. Il risparmiatore, però, ha anche un dovere, ossia quello di dare le informazioni esatte al consulente, affinchè questo riesca ad elaborare il piano di investimento più adatto alle sue esigenze. Un classico esempio è quello del cliente che si rivolge per la prima volta ad un professionista, ed omette di fargli sapere che, presso un’altra banca, detiene una quantità non trascurabile di altro risparmio o, per esempio, che possiede altri immobili oltre a quello in cui vive, dai quali ricava un reddito aggiuntivo. In casi simili (assai frequenti all’inizio di un rapporto), il professionista sarà indotto ad elaborare una consulenza di investimento solo parzialmente efficace, rispetto a quanto potrebbe fare se avesse informazioni corrette sull’intero patrimonio dell’investitore.

Pertanto, la questione dell’affidabilità del vostro interlocutore finanziario, chiunque esso sia, sta anche nella capacità di raccogliere le informazioni giuste.

C’è da dire che, private bankers a parte -ossia quella particolare tipologia di dipendenti bancari che gestiscono portafogli elevati con un po’ di autonomia professionale – nelle banche tradizionali oggi è veramente difficile trovare un dipendente che riesca ad uscire dalla logica del budget giornaliero (di prodotti, di appuntamenti, di telefonate etc) nello svolgimento del proprio lavoro. I più fortunati di essi hanno un budget settimanale, e quindi puoi trovarli un po’ più rilassati tra lunedì e martedì; dal mercoledì in poi vengono travolti anche loro dall’avvicinarsi della scadenza settimanale del venerdì, allorquando dovranno rendicontare ai superiori l’attività commerciale svolta. Pertanto, la professione di Consulente Finanziario (esercitata sia in forma indipendente che attraverso le reti di consulenza finanziaria) costituisce una validissima alternativa al canale della banca tradizionale, ed anzi si è affermata sempre di più fino a diventare un elemento fondamentale del Risparmio in Italia. Dal 1991, poi, essa viene disciplinata dalla legge e da continui aggiornamenti normativi, e presenta non pochi vantaggi per i risparmiatori: capacità di ascoltare la loro storia personale, grande attenzione alle sue esigenze ed alla sua propensione al rischio, disponibilità anche in orari e giorni inconsueti (se serve, anche la domenica) e profonda conoscenza della materia.  

Questo percorso storico del consulente finanziario che, dal secolo scorso arriva fino all’attuale ruolo di consulente “patrimoniale” (in grado, cioè, di erogare consigli su tutto il patrimonio, compreso quello immobiliare), è il risultato di una lunga evoluzione che, a partire dal 2008, grazie all’intervento di normative europee molto incisive, ha determinato la netta prevalenza dell’interesse del cliente-famiglia rispetto a quello commerciale o “di vendita” a cui questa categoria di professionisti era prevalentemente legata prima di allora. Pertanto, oggi è ancora più semplice rispondere alla domanda “come faccio a trovare un consulente finanziario affidabile?”. Innanzitutto, è bene precisare che, a parte i consulenti c.d. indipendenti  – che vengono pagati esclusivamente dal cliente, non sono legati ad alcuna banca o rete, ma sono ancora pochi in Italia – i consulenti appartenenti ad una rete (es. Banca Fideuram, Banca Generali, Banca Mediolanum, solo per citare quelle con il maggior numero di professionisti) rappresentano il 98% circa del totale dei professionisti del risparmio. Il loro lavoro si svolge, in linea teorica, all’interno di un conflitto di interessi, nel senso che possono distribuire solo gli strumenti di investimento presenti nell’offerta della banca a cui sono legati in via esclusiva. Pertanto, se vogliono affermare la propria indipendenza personale, devono dimostrarlo con i fatti. Per fortuna, le reti di consulenza non distribuiscono più “prodotti della casa”, se non in minima parte, avendo adottato da tempo un sistema che, allo scopo di mitigare al massimo il conflitto di interesse, prevede la distribuzione di strumenti finanziari prodotti da soggetti esterni (le c.d. società di gestione) non legati alle reti da alcun rapporto societario.

Detto questo, per sapere se il vostro interlocutore stia facendo i vostri interessi, potrebbe essere interessante conoscere la sua storia personale e professionale: se lui è tenuto a sapere tutto di voi (è fondamentale, come abbiamo detto, per non commettere errori in fase di scelta degli strumenti da utilizzare), perchè voi non dovreste conoscere tutto di lui?

Naturalmente, questo scambio vicendevole di informazioni si limiterà, se volete, ai dati sensibili e familiari, agli obiettivi di investimento (cosa fare del denaro, nel tempo), e non certo ai fatti afferenti alla sfera della vostra intimità personale. Identica cosa potrete fare voi: da quanto tempo fa questo lavoro? Quanti clienti gestisce e quale portafoglio complessivo? Che tipo di studi ed eventuali specializzazioni ha fatto? E’ sposato, ha figli? Vive vicino, nella sua città, o deve fare molti chilometri per venirvi a trovare? Lavora presso un ufficio proprio o dentro una filiale bancaria?

Statene certi: i professionisti del risparmio non hanno alcuna remora a raccontarsi, e chi non lo fa o mostra una certa riluttanza, potrebbe nascondere qualcosa.

Una volta acquisite informazioni così dettagliate, la relazione sarà basata su una posizione di pariteticità tra consulente e cliente, e capirete ancora meglio che tipo di rapporto professionale ed umano sarà possibile far nascere, stando bene attenti a rimanere sempre “connessi” al vostro patrimonio, e cioè a farvi dotare degli strumenti (es. home banking, rendicontazione periodica trasmessa direttamente dalla banca) che vi consentano, in totale autonomia, di verificare facilmente l’andamento dei vostri investimenti ogni volta che volete, con un semplice click.

A pensarci bene, questo metodo dovrebbe andar bene anche per scegliere qualunque altro professionista a cui potrebbe capitare di rivolgervi, dall’avvocato al commercialista all’ingegnere. Giusto?