Luglio 26, 2026
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L’inflazione italiana prende fiato ad aprile, ma il trend rimane al rialzo

Le riduzioni delle tasse governative su energia e carburante sono riuscite a fermare l’aumento dell’inflazione complessiva solo temporaneamente. Possibile una stabilizzazione dell’indice dei prezzi al consumo dopo il secondo trimestre.

Di Adriana Cardinale*

Il rallentamento dell’economia italiana nel primo trimestre ha ceduto il passo ad una lieve contrazione, quando l’impatto della guerra in Ucraina ha aggravato altri fattori negativi che avevano già colpito consumatori e imprese. Nonostante le misure compensative messe in atto dal governo, pertanto, sembra altamente probabile una recessione tecnica.

La stima preliminare del PIL del primo quadrimestre 2022 indica una contrazione dello 0,2% su base trimestrale (+5,8% il dato annuale mese su mese), in linea con le aspettative di consenso. Sebbene i dati non lo abbiano ancora confermato, pare che la domanda interna abbia dato un contributo positivo alla crescita trimestrale, soprattutto grazie alle costruzioni – alimentate dai bonus, ogni città è un grande cantiere – ma a frenare sono state le esportazioni nette e i consumi privati, questi ultimi rallentati dalla diminuzione del reddito reale dei consumatori e del livello di fiducia, che ha raggiunto il livello più basso da Novembre 2020.

A livello di macro-settori, è andata bene l’Agricoltura, stabile l’Industria e male il settore dei servizi, ed è possibile che il consuntivo economico del terzo trimestre alla fine sarà uguale a quello precedente, nonostante le misure introdotte dal governo per stemperare gli effetti di una inflazione elevata di lontana memoria – neanche gran parte dei millennials se la ricordano – e del caro-energia che peserà molto quest’anno sull’equilibrio finanziario delle famiglie. Del resto, anche la fiducia delle imprese è ai minimi termini, dal momento che la bassa disponibilità di attrezzature e materiali è ancora di ostacolo alla produzione. Inoltre, la fiducia dei consumatori è nuovamente scesa, sebbene una buona novella sembra arrivare dal settore turistico, che per questa estate e inizio autunno si prevede in grande crescita.

Nel dettaglio, secondo l’ISTAT l’inflazione ad Aprile si è abbassata al 6,2% su base annua dal 6,5% di Marzo), grazie alla riduzione temporanea della tassazione sui carburanti e sui prezzi regolamentati dell’energia, ma senza queste misure l’inflazione complessiva sarebbe aumentata di nuovo. Le pressioni inflazionistiche maggiori provengono dal comparto energia (+42,4%) e dai generi alimentari (6%), mentre nei servizi il tasso di inflazione è stato solo del 2,1%. Le previsioni degli economisti indicano probabili ulteriori pressioni sul fronte dell’inflazione core, dal momento che le imprese riverseranno sui prezzi alla produzione i maggiori costi che hanno ridotto i margini di profitto. Di conseguenza, il governo sarà sottoposto a crescenti pressioni politiche per allargare i cordoni della spesa pubblica e compensare famiglie e imprese, magari prorogando fino a giugno i tagli alle tasse sui carburanti. Questo – attenzione – non farebbe diminuire l’inflazione, ma solo farla stabilizzare intorno al 6,5%, salvo nuovi e più gravi sviluppi dalla guerra in Ucraina e dal caro-petrolio/gas.

In definitiva, il dato peggiore di tutti è quello del sentiment, ossia cosa frulla per la testa degli investitori e cosa sentono “di pancia” i consumatori: nessuno di loro riesce ad abituarsi all’idea di una guerra combattuta sul campo, che si riteneva essere ormai un retaggio del secolo scorso, una cosa da raccontare a figli e nipoti. Invece, di fronte all’atteggiamento della Russia di Putin – e per alcuni anche dell’Ucraina e di Zelensky, ma non entriamo nel merito – persino la Cina ci sembra un tranquillo approdo di pace, equità sociale e democrazia progressista.

* Segreteria di redazione P&F

“Fine guerra mai”. I mercati si adegueranno come nella pandemia?

Nel conflitto scatenato dalla Russia rischiano di prevalere sulla pace gli inconfessabili interessi delle grandi corporations e gli obiettivi di politica internazionale, ma i mercati si adegueranno anche a questo.

di Alessio Cardinale*

Se c’è qualcosa che abbiamo imparato negli ultimi due anni, è che la narrazione sugli eventi più gravi della nostra Storia Moderna si sia ridotta al lumicino: nulla sappiamo sulle origini del Covid-19, e nulla sappiamo sulle cause più segrete di questo conflitto armato, tranne che entrambi gli eventi sono accaduti e producono danni. L’informazione ufficiale, infatti, ci racconta solo metà della storia e si ferma in superficie, ed espone con dovizia di dettagli – molti da verificare, vista la insolita scarsità di giornalisti inviati sullo scenario di guerra – solo gli effetti di questi eventi. Per esempio, a distanza di ben due anni dallo scoppio della pandemia, nessuno dei governi del mondo e nessuna organizzazione sovranazionale ha compiuto una seria indagine sulla origine del Coronavirus, nonostante la Scienza e i mezzi di investigazione a disposizione abbiano fatto passi da gigante; però hanno trovato a tempo di record un vaccino – sulla cui reale efficacia l’informazione non è stata trasparente – e poi lo hanno anche messo in produzione e distribuito in tutto il mondo.

Persino in occasione della diffusione dell’HIV, ben quaranta anni fa, fu possibile identificare l’origine del virus e il c.d. paziente zero, e gli strumenti di indagine non erano certamente quelli di oggi; nel caso del Coronavirus, invece, tutto rimane avvolto dal mistero più fitto, ed è ormai evidente che alla versione del passaggio da animale – i famosi pipistrelli del mercato di Wuhan – a uomo la gente non abbia abboccato. Del resto, dopo l’inganno delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein – con cui l’Occidente si è di fatto impadronito dell’Iraq e del suo petrolio – si tende a non credere più alle versioni di USA, Regno Unito ed Unione Europea, e invece si attribuisce sempre più credito allo scenario del “fine virus mai“, che innegabilmente ha spostato enormi ricchezze dai consumatori a specifici settori industriali, grazie alla scelta di produrre il “rimedio” a più alto margine finanziario, ossia il vaccino, anzichè la terapia farmacologica, che è il vero grande assente di questa pandemia insieme alla verità sulle sue origini. I media, infatti, inondano ogni giorno la comunicazione con la narrazione riguardante i vaccini, ma pochissime sono le notizie riguardanti la ricerca sui farmaci efficaci per attaccare l’infezione in modo specifico e curare chi si è contagiato.

Allo stesso modo, non si sente parlare di iniziative diplomatiche volte alla cessazione dei combattimenti, semplicemente perchè non ce ne sono se non di facciata, e gli sforzi di tutti sembrano indirizzati più al mantenimento della conflittualità internazionale che alla mediazione. Nonostante il palpabile oscurantismo dell’informazione ufficiale, però, qualche riflessione è ancora possibile farla, e non abbiamo bisogno della Scienza per comprendere il groviglio di interessi industriali e politici che gravitano attorno a questi due eventi – pandemia e guerra – che stanno avvenendo in rapida successione, ed anzi l’uno dentro l’altro, dal momento che la pandemia è lontana dall’essere dichiarata estinta. Inoltre, la sensazione che Biden e lo stesso Zelensky non abbiano tanta voglia di porre fine a questa guerra – il c.d. “fine guerra mai“, con il suo naturale portato di produzione di armi, distruzione e business della ricostruzione – ormai è forte, così come è evidente che il completo fallimento della diplomazia internazionale

La sensazione, a voler essere un pò complottisti, è che questi ultimi due anni e mezzo abbiano consentito alle corporation più potenti di mettere in atto una sorta di “turnazione” per dividersi i mega profitti ottenuti grazie alla pandemia e alla guerra. Secondo questa improbabile (ma non impossibile) teoria del complotto, il primo turno sarebbe toccato a Big Pharma, che con il business dei vaccini ha messo a segno un jackpot stimato in 35 miliardi di dollari fino ad oggi, destinato ad arrivare ai 100 miliardi entro cinque anni grazie al richiamo annuale che verrà adottato, si stima, da almeno 5 miliardi di individui ogni anno a partire dal prossimo autunno. Il secondo turno sarebbe andato agli estrattori di materie prime fossili, cioè gas e petrolio, da anni alle prese con il differenziale geografico sui costi di estrazione – bassi nei paesi arabi, alti in USA – e, di conseguenza, sul differenziale sugli utili. In particolare, gli stati del Golfo beneficiano di un costo di estrazione di circa 19-22 dollari al barile, mentre gli USA estraggono il loro Shale Oil (petrolio prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso) ad un costo superiore a 45 dollari al barile. E’ evidente, quindi, che gli aumenti vertiginosi sul prezzo del petrolio stiano portando nelle casse dei petrolieri di tutto il mondo utili da capogiro, e solo un aumento mai visto prima della produzione da parte dell’OPEC potrebbe oggi far abbassare il prezzo in costanza di conflitto armato Russia-Resto del Mondo dagli attuali 116 dollari (Brent) ad una quota più sostenibile di 70-80 dollari.

Per fare un esempio in casa nostra, non va male neanche per Eni, che nell’anno dello scoppio del Covid aveva chiuso il bilancio con una perdita di 750 milioni di euro, ma già nell’ultimo trimestre 2021, e cioè quando i venti di guerra sulle fonti energetiche cominciavano a soffiare sul prezzo del gas, aveva aumentato il profitto del 631% rispetto allo stesso periodo del 2020. Oggi, a distanza di due anni dall’inizio dell’emergenza pandemica, Eni chiuderà l’esercizio 2022 con un profitto pari a 4,6 miliardi di euro – il miglior risultato dal 2012 – e ciò è merito dei contratti a lungo termine sulle forniture di gas firmati a suo tempo da Paolo Scaroni e stipulati a prezzi competitivi proprio con la Russia di Putin. Ebbene, secondo una recente inchiesta televisiva trasmessa da RAI3, nessuno conosce il prezzo a cui Eni acquista il gas dalla Russia, poichè i contratti sono segretati; però sappiamo che verrà staccato un utile per azione pari a 0,88 euro, di cui lo Stato beneficerà in proporzione alla sua quota del 30%. Tuttavia, ne beneficeranno anche (e soprattutto) gli azionisti privati con il loro 70%, tra cui tre fondi americani che da soli si spartiranno circa 400 milioni di utili. Tutto legale, per carità, ma questo la dice lunga sul fatto che gli interessi forti di cui parliamo ce li abbiamo anche in casa. Peraltro, a proposito di interessi forti, l’ultima intesa firmata da Eni è stata con l’Egitto, e cioè con il paese che sta ostacolando il processo a carico dei quattro agenti dei servizi segreti egiziani (Nsa) accusati di aver sequestrato, torturato e ucciso il nostro Giulio Regeni

Il terzo turno, infine, sarebbe toccato all’industria delle armi, che scaldava le polveri già da un pezzo e con questo conflitto così esteso politicamente al di fuori dei confini ucraini sta realizzando utili immensi anche per gli anni a venire. Relativamente alle quote di mercato, gli Stati Uniti detengono la leadership mondiale di esportatori di armi, raddoppiando la distanza proprio con la Russia, che è comunque al secondo posto sia come utilizzatore diretto, sia per via delle richieste provenienti dai clienti del Medio Oriente. L’Italia, nel 2019, era nella top 10, al nono posto, ma con quote di mercato in calo. Usa e Russia, insieme a Francia, Germania e Cina, valgono tre quarti del mercato. In particolare, gli Stati Uniti hanno una quota di mercato del 36%, mentre la Russia è al 25-27%. La Cina, dopo il +195% del realizzato tra il 2004 ed il  2013, nell’ultimo periodo ha visto crescere i suoi affari solo del 2,7%, mentre il fatturato europeo quota un buon 27% del mercato mondiale. 

Relativamente ai mercati, mentre in Europa le tensioni sul fronte ucraino continuano a pesare sul mercato, il presente vede un cambio di posizione della Federal Reserve, e le dichiarazioni di diversi presidenti della FED sembrano confermare la volontà di abbassare drasticamente il bilancio federale e di aumentare i tassi fino a 300 bps entro la fine dell’anno per contenere una inflazione che ha già superato il 7%. Del resto, la narrazione sui crimini di Bucha ha determinato un ulteriore ciclo di sanzioni contro la Russia, in vista dello spostamento del fronte sul vero obiettivo di Putin, ossia la conquista dei territori del Donbass ricchi di materie prime. Se così stanno le cose, non appena la Russia avrà consolidato l’occupazione di quei territori aumenteranno le probabilità della sospensione del conflitto armato e del ritorno della diplomazia. Ciò darà respiro ai mercati finanziari e alle quotazioni, facendo rimanere sullo sfondo la Cina, con il suo carico di mistero sulle sue  future mosse nello scacchiere economico internazionale. 

Pertanto, come si comporteranno i mercati finanziari se anche il conflitto dovesse durare molto di più di quanto non fosse previsto all’inizio? L’esperienza insegna che anche loro si adegueranno a questo trinomio terribile – pandemia, inflazione e guerra – a condizione di mostrare uno spirito di adattamento che neanche in occasione della pandemia si era visto. Per cui ci vorrà più tempo, poichè la congiuntura economica precedente allo scoppio della pandemia era completamente differente da quella che ha preceduto l’inizio del conflitto in Ucraina. Infatti, alla pandemia si è arrivati con un ampio margine di manovra delle banche centrali per adottare politiche monetarie accomodanti, ma l’emergenza sanitaria ha generato interruzioni nella produzione e nelle catene di approvvigionamento di materie prime e semilavorati, e quindi una elevata inflazione per via della domanda dei consumatori che continua ad essere robusta.

La situazione non è facile, poichè mentre si discuteva su come far scendere l’inflazione è arrivata la guerra a mutare gli scenari (che non erano proprio rosei) e a dettare un cambiamento dell’agenda delle banche centrali. Tuttavia, la congiuntura economica non concede più spazio per politiche monetarie accomodanti, e le frizioni sul prezzo di gas e petrolio non fanno altro che alimentare le aspettative di aumento dei prezzi al consumo in molti dei settori che compongono il c.d. paniere.

Come ne usciremo?

* Editore e direttore editoriale di  Patrimoni&Finanza

 

Newsletter n° 3: “Dei disastri e delle opportunità”

La cosa peggiore che possa capitare agli operatori dei mercati finanziari è non poter intravedere né l’entità del disastro, né la sua fine in ordine di tempo. Solo quando tutto sarà più chiaro, si comincerà finalmente a riparlare di opportunità.

Il secondo trimestre dell’anno si è aperto confermando i principali fattori di rischio che hanno influenzato i mercati nelle settimane precedenti. Infatti, gli investitori sono preoccupati da un restringimento troppo rapido e aggressivo delle condizioni finanziarie da parte della FED che intende rallentare l’economia per spegnere l’inflazione “rovente”. Peraltro, le minute dell’ultima riunione del FOMC (15-16 marzo) sono state appena pubblicate, evidenziando che diversi membri del Comitato di politica monetaria volessero alzare il costo del denaro di 50bps, invece dei 25bps poi votati per via della maggiore incertezza sulla fine del conflitto Russia-Ucraina. Di conseguenza, molti analisti ritengono che fin dai prossimi meeting delle banche centrali – della Fed in particolare – i rialzi di 50bps saranno la norma. A questo si aggiunge la volontà della Federal Reserve di ridurre il bilancio in modo repentino, nella misura di 95 miliardi ogni mese, e questo peggiora lo scenario generale.

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Sul versante geo-politico internazionale, Ursula Von Der Leyen ha incontrato a Kiev il presidente ucraino Zelensky e gli ha ribadito il sostegno incrollabile nella lotta contro l’invasione russa, soprattutto in risposta alle violazioni e agli abusi del diritto umanitario da parte delle truppe russe. Per gli stessi motivi, l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato la sospensione della Russia dal Consiglio per i diritti umani. Tutto questo, è evidente, getta benzina sul fuoco, aumenta le preoccupazioni dei mercati e segna la sconfitta definitiva della diplomazia, grande assente in questa guerra il cui grado di coinvolgimento politico sta diventando sempre più mondiale.

I mercati finanziari globali, invece, sono più che mai desiderosi di un accordo almeno sulla fine al conflitto armato, ma Zelensky ha fatto sapere che “se ne parlerà dopo la grande battaglia sul Donbass”, in ciò rivelando assoluto disinteresse per il canale diplomatico anche di fronte all’arretramento delle truppe russe dalla capitale ucraina. Pertanto, bisogna essere preparati a rivedere le decisioni di politica monetaria qualora la pressione sui prezzi dell’energia e il conflitto Russia-Ucraina dovessero comportare un rallentamento marcato dell’economia mondiale.

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A ben vedere, si tratta dell’incubo peggiore per le banche centrali, che amano i cicli economici regolari (e senza strappi, sia in aumento che diminuzione) e odiano doversi destreggiare all’interno di un contesto che lascia aperta la possibilità di agire rapidamente sia con una stretta che con un allentamento, o peggio ancora con una alternanza di azioni simmetricamente contrarie. Relativamente alla Cina – che formalmente ha assunto un atteggiamento fin troppo prudente sulla guerra, ma tradisce spesso la sua simpatia per la Russia di Putin e per le sue materie prime – i dati rivelano una contrazione della propria attività manifatturiera per la prima volta in cinque mesi, per via del contagio galoppante che, nel paese che ha adottato la politica del “contagio zero”, costringe intere città (e fabbriche) a chiudere dalla mattina al pomeriggio finchè nella zona anche l’ultimo contagiato non si sarà negativizzato.

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Nel frattempo, l’inflazione in USA continua a salire +6.4% rispetto a un anno prima, ai massimi dal 1983. In Italia siamo a +6.7% su base annua, e in Europa non si scherza. Colpa delle frizioni sulle materie prime, petrolio e gas in primis, che costringono i capi di stato ad intraprendere azioni di sostegno straordinario sui prezzi, i quali non accennano a scendere a causa della situazione Russo-Ucraina.

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Del resto, la Russia costituisce il secondo più grande esportatore di greggio del mondo, e fornisce all’Europa oltre il 40% del suo fabbisogno totale di gas e il 27% delle importazioni di petrolio.

In definitiva, la situazione si potrebbe riassumere citando una frase che Boris Jonhson pronunciò nel (lontanissimo) 2004: “Non ci sono disastri, ma solo opportunità. E, in effetti, anche opportunità per nuovi disastri”.

Mercati globali: il “long Covid dell’economia” domina gli scenari più della guerra

In Europa crescono i timori  per gli scenari di guerra, in Cina dominano le preoccupazioni per il destino dei titoli cinesi quotati negli USA, mentre in Giappone si rilancia l’economia. La guerra in Ucraina fa da sfondo, e nulla più.

Servendoci degli scenari elaborati da  T. Rowe Price sui principali player mondiali del mercato azionario (ex USA), proviamo ad effettuare una analisi lucida di quanto sta accadendo nei  più importanti mercati mondiali. In tal senso, se il biennio 2020-2021 era stato dominato dalla pandemia, questo 2022 è solo in apparenza “sconnesso” dagli effetti durevoli (problemi alla produzione e inflazione) del Covid-19 che, come in numerosi cluster di ex contagiati, continua a farsi sentire anche dopo qualche tempo. Si potrebbe parlare di un “long Covid dell’Economia mondiale”, che fa sentire i  propri effetti sul malato anche molti mesi dopo la sparizione del virus – identificabile nella contrazione delle catene di approvvigionamento di materie prime e semilavorati – e mai definizione potrebbe essere più calzante di questa.

Ma una cosa deve essere chiara: il conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina non ha niente a che vedere con gli effetti della pandemia, neanche in termini anche vagamente indiretti, poiché si tratta di un’azione pianificata da molti mesi – probabilmente da qualche anno – e rinviata a causa dell’esplosione generalizzata del contagio che avrebbe fatto del conflitto armato “old-style” una mossa ancora più inopportuna di quanto non lo sia adesso in termini di principio e in termini pratici (visti gli sviluppi negativi assai inaspettati per Putin).

EUROPA e Regno Unito – L’attività economica dell’Eurozona è sembrata rallentare a marzo, con l’indice composito dei gestori degli acquisti S&P Global che è sceso a 54,5 da 55,5 di febbraio (N.d.R. le letture PMI superiori a 50 sono comunque segnali di espansione). I costi e i prezzi praticati dalle imprese sono aumentati a tassi record a causa dell’impennata dei prezzi delle materie prime e dei ritardi della catena di approvvigionamento dovuti al conflitto in Ucraina, mentre la fiducia delle imprese è crollata a causa della crescente preoccupazione per le prospettive economiche.

Le azioni in Europa si sono indebolite a causa dell’invasione russa in corso dell’Ucraina e della prospettiva di una politica monetaria più restrittiva. I rendimenti obbligazionari core dell’eurozona sono aumentati, dopo il rialzo dei Treasury statunitensi  a seguito dei commenti del presidente della Fed  Jerome Powell e delle aspettative per rialzi dei tassi più aggressivi. Anche i sondaggi dei gestori degli acquisti della zona euro, più forti del previsto, hanno spinto i rendimenti al rialzo. In questo contesto, il rendimento del bund decennale tedesco ha raggiunto il livello più alto dal 2018. Anche i rendimenti dei Gilt britannici hanno per lo più chiuso al rialzo, generalmente in tandem con i Treasury statunitensi. Tuttavia, le notizie di una minore offerta di Gilt per il prossimo anno fiscale sembravano mitigare in una certa misura questo aumento dei rendimenti.

L’Occidente impone più sanzioni alla Russia e agli Stati Uniti per fornire all’Europa più gas naturale. Questa è una mossa del tutto logica, poiché i paesi occidentali hanno concordato in diversi vertici di fornire maggiore supporto militare all’Ucraina, rafforzare le truppe ai confini europei ed estendere le sanzioni alle istituzioni, alle aziende e agli individui russi. Le misure economiche includevano l’impedire alla banca centrale russa di vendere le sue riserve auree per rafforzare la valuta e pagare l’invasione dell’Ucraina. I leader dell’Unione europea (UE) si sono concentrati sull’inasprimento delle sanzioni esistenti e sulla repressione dell’evasione, ma si sono fermati prima di imporre ulteriori limiti alle importazioni di energia russa. Di conseguenza, gli Stati Uniti hanno deciso di fornire all’UE altri 15 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto quest’anno, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza del blocco dalla Russia.

L’inflazione nel Regno Unito ha raggiunto il massimo da 30 anni a febbraio, esercitando pressioni sulla Banca d’Inghilterra affinché continui ad aumentare i tassi di interesse. L’indice dei prezzi al consumo è aumentato di un tasso annuo del 6,2%, superando la previsione mediana del 6% tra gli economisti intervistati da FactSet, trainato al rialzo principalmente dall’aumento delle bollette energetiche delle famiglie e dai prezzi della benzina. Anche i prezzi dei generi alimentari sono aumentati fortemente.

GIAPPONE – I mercati azionari giapponesi sono aumentati durante la settimana, con l’indice Nikkei 225 in rialzo del 4,93% e l’indice TOPIX più ampio del 3,78%. Il sentiment è stato rafforzato dalle aspettative di ulteriori stimoli economici e dalle rassicurazioni da parte della Bank of Japan (BoJ), che manterrà politiche monetarie molto accomodanti. Il rendimento del titolo di Stato giapponese a 10 anni è salito a un massimo di oltre sei anni dello 0,24%, dallo 0,21% della settimana precedente, nel mezzo di un’ondata di vendite globali di obbligazioni quando le principali banche centrali hanno iniziato ad aumentare i tassi di interesse. Lo yen si è indebolito a un minimo da oltre sei anni di circa 121,58 JPY rispetto al dollaro USA, da 119,23 della settimana precedente, principalmente a causa delle prospettive divergenti di politica monetaria per il Giappone e gli Stati Uniti.

Il governo annuncerà ulteriori misure per rilanciare l’economia, anche sulla scorta delle crescenti pressioni sul primo ministro Fumio Kishida affinché agisca per attutire l’impatto dell’aumento dei prezzi del carburante e delle materie prime su famiglie e imprese. L’indice principale dei prezzi al consumo di Tokyo, un indicatore anticipatore della media nazionale, è aumentato dello 0,8% a marzo rispetto all’anno precedente. Il governatore della BoJ Haruhiko Kuroda ha affermato che è troppo presto perché la BoJ cambi la sua posizione accomodante, con l’inflazione che rimane al di sotto del suo obiettivo del 2%, anche se ha ammesso che l’inflazione al consumo potrebbe accelerare intorno a quel livello da aprile, guidata principalmente dall’aumento dei costi energetici. Inoltre Kuroda ha ribadito la sua opinione secondo cui uno yen debole è generalmente positivo per l’economia giapponese, poiché le società nazionali beneficiano di un aumento del valore dei profitti esteri.

Anche in Giappone le gravi interruzioni della catena di approvvigionamento hanno continuato a rappresentare un ostacolo, e le aziende del settore privato hanno segnalato che le pressioni sui prezzi si stanno intensificando, principalmente a causa dell’aumento dei prezzi delle materie prime, e hanno segnalato un più debole ottimismo per quanto riguarda le prospettive per il prossimo anno qualora il conflitto Russia-Ucraina dovesse perdurare e amplificare il suo impatto economico nell’interscambio commerciale.

CINA – I mercati cinesi sono crollati a causa dei timori di rimozione dalla quotazione per le società cinesi quotate negli Stati Uniti derivanti da una ribollente disputa bilaterale sugli standard di revisione. Per la settimana, l’indice CSI 300 a grande capitalizzazione è sceso del 2,1% e lo Shanghai Composite Index ha perso l’1,2%, secondo Reuters. In particolare, le preoccupazioni per il destino dei titoli cinesi a doppia quotazione hanno continuato a smorzare il sentiment. Le autorità di regolamentazione cinesi hanno incaricato alcune delle società quotate negli Stati Uniti del paese di preparare documenti di audit per l’anno finanziario 2021, ha riferito Reuters, citando fonti anonime. Secondo quanto riferito, le società includevano il principale motore di ricerca cinese Baidu, le piattaforme di e-commerce Alibaba e JD.com e la società di social media Weibo.

La notizia delle istruzioni delle autorità di regolamentazione cinesi alle società con doppia quotazione sembrava segnalare una certa disponibilità da parte di Pechino a capitolare alle richieste di Washington di risolvere una situazione di stallo di lunga data sugli standard di revisione. Tuttavia, gli analisti hanno notato che non è chiaro se i colloqui tra i regolatori di entrambe le parti si sarebbero concretizzati in qualcosa di chiaro. In una dichiarazione, il Public Company Accounting Oversight Board ha aggiunto che “non è chiaro” se la Cina consentirebbe alle autorità di regolamentazione statunitensi di rivedere gli audit delle società cinesi quotate negli Stati Uniti.

Per anni, gli Stati Uniti hanno chiesto l’accesso ai libri contabili delle società quotate negli Stati Uniti, ma Pechino ha rifiutato di dare accesso agli audit aziendali adducendo motivi di sicurezza nazionale. All’inizio di marzo, la Securities and Exchange Commission (SEC) degli Stati Uniti ha nominato cinque società cinesi che potrebbero subire il delisting ai sensi della Holding Foreign Companies Accountable Act, una legge che obbliga la SEC a revocare le azioni delle società se le autorità di regolamentazione statunitensi non possono rivedere i loro audit per tre anni consecutivi.

USA, i rendimenti obbligazionari salgono sui commenti della Fed

Per lo S&P500 record di acquisti nell’ultima ora di negoziazione per cinque giorni di borsa consecutivi. Le preoccupazioni per una svolta sempre più aggressiva da parte della Fed pesano sul sentiment azionario e provocano vendite sostenute nel mercato obbligazionario.

Negli USA la scorsa settimana i principali benchmark hanno chiuso per lo più al rialzo, con l’indice S&P 500 a grande capitalizzazione che ha raggiunto il livello più alto, nelle giornate di venerdì, dal 10 febbraio. In particolare, i titoli di tecnologia dell’informazione hanno sovraperformato, aiutati dai guadagni di Apple in seguito alla notizia delle aspettative degli analisti per forti vendite dell’iPhone 13. Un continuo aumento dei prezzi di molte materie prime ha spinto i settori dell’energia e dei materiali, mentre i titoli sanitari hanno sottoperformato, trascinati al ribasso in parte da un calo nel gigante farmaceutico Pfizer.

L’attività di mercato è stata generalmente contenuta, ma c’è stata una notevole tendenza all'”acquisto in chiusura” per gran parte della settimana. Bloomberg ha riferito che l’S&P 500 ha guadagnato un terzo dell’uno per cento nell’ultima ora di negoziazione per cinque giorni consecutivi, la serie più lunga in due decenni. Ciò è conseguenza delle preoccupazioni per una svolta sempre più aggressiva da parte della Federal Reserve, che pesano sul sentiment azionario e provocano contemporaneamente vendite sostenute nel mercato obbligazionario.

Lunedì, il presidente della Fed Jerome Powell ha ripetuto in un discorso alla National Association for Business Economics che la banca centrale potrebbe effettuare aumenti dei tassi superiori a 25 punti base (0,25 punti percentuali) nelle riunioni future per tenere sotto controllo l’inflazione. All’inizio della giornata, tuttavia, il presidente della Fed di Atlanta Raphael Bostic ha affermato che “livelli elevati di incertezza” hanno mitigato la sua fiducia che un “percorso dei tassi estremamente aggressivo” sia appropriato per la Fed.

Anche gli sviluppi della guerra della Russia contro l’Ucraina sono rimasti nel radar degli investitori. Pesanti combattimenti sono continuati a nord di Kiev e gli ufficiali ucraini hanno respinto la richiesta russa che le loro forze a Mariupol si arrendessero. Mentre i timori che la Russia possa schierare armi nucleari a basso rendimento se la sua avanzata fosse rimasta in stallo ha ostacolato il sentiment, le azioni sembravano prendere il piede giusto giovedì pomeriggio scorso, dopo che un consigliere del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha espresso “cautato ottimismo” sui colloqui di cessate il fuoco.

I dati economici della settimana hanno avuto un tono poco incoraggiante. Gli ordini di beni durevoli sono scesi del 2,2% a febbraio, il primo calo in cinque mesi e molto più del calo previsto dal consenso intorno allo 0,5%. Mercoledì mattina le azioni sembravano reagire negativamente alla notizia che le vendite di nuove case di febbraio sono diminuite del 2,0%, nonostante un aumento delle scorte ai livelli più alti dal 2008, e le vendite complessive di case di febbraio, riportate venerdì, sono diminuite del 4,1%, sfidando le aspettative di circa l’1% guadagno. Al contrario, l’indicatore dell’attività manifatturiera di IHS Markit è aumentato molto più del previsto a marzo, e ha raggiunto il livello più alto da settembre 2020, mentre il suo indicatore dei servizi ha indicato la maggiore attività da luglio 2021. Nel frattempo, le richieste di sussidi di disoccupazione settimanali sono diminuite molto più del previsto, e hanno raggiunto i livelli visti l’ultima volta nel settembre 1969.

Il rendimento del titolo di riferimento del Tesoro statunitense a 10 anni è balzato di circa 35 punti base nel corso della settimana, rispecchiando un forte calo dei prezzi dei Treasury. (Prezzi e rendimenti obbligazionari si muovono in direzioni opposte), ed anche l’ampio mercato delle obbligazioni municipali esenti da tasse è stato svenduto in linea con i Treasury. La volatilità del mercato delle obbligazioni societarie investment grade si è amplificata sulla scorta delle oscillazioni dei mercati azionari e dei Treasury, e i commenti aggressivi del presidente della Fed Powell hanno fatto il resto. Tuttavia, il mercato primario ha mostrato forza, poiché le nuove emissioni sono state generalmente sottoscritte in eccesso. Anche il mercato obbligazionario high yield manifesta debolezza, ma il segmento è stato in qualche modo sostenuto dalla performance degli emittenti energetici, che rappresentano una quota relativamente ampia del mercato. Il volume delle nuove emissioni è stato estremamente leggero, ma alcune operazioni aggiuntive sembravano pronte per fare prezzo se il mercato avesse mostrato segni di stabilizzazione.

Il balzo dei rendimenti obbligazionari, infine, ha avuto un impatto minore sul mercato dei prestiti bancari, dove i pagamenti delle cedole salgono insieme ai tassi di interesse. Il contesto tecnico per i prestiti è stato sostanzialmente positivo, con afflussi sani sia ai fondi comuni di investimento che ai fondi negoziati in borsa, nonostante le aspettative degli investitori di molteplici rialzi dei tassi della Fed nel corso dell’anno.

Gli effetti della guerra in Ucraina sui prezzi delle case in affitto

Se c’è una cosa che è stata messa in chiaro dalle primissime ore della guerra tra Russia e Ucraina, è il timore di una forte ripercussione economica sul nostro Paese. Spaventa l’effetto su mutui e affitti, vista la crescita dei tassi di interesse.

Come sappiamo, la bolletta energetica degli italiani è fortemente dipendente dalla Russia per quanto riguarda la distribuzione del gas, ma non solo: la guerra sta già portando a forti rincari sulle materie prime, primi fra tutti il grano, e sui beni di consumo in generale

Anche il mercato immobiliare sta soffrendo le dinamiche della guerra, come evidenziano i dati forniti da caseinaffitto360, e già dai primi giorni del conflitto i rialzi dei prezzi di mutui e affitti sono stati ben visibili. Il tasso fisso, infatti, ha raggiunto livelli che non si vedevano dal 2019, superando lo storico 1% e contribuendo a diffondere insicurezza e diffidenza in tutto il processo di compravendita. Per fare un esempio, un mutuo a tasso fisso da 126mila euro, estinguibile in venticinque anni, può al momento avvalersi nel migliore dei casi di un TAEG (Tasso Annuo Effettivo Globale) dell’1,44%, con un aumento di circa 7.000 euro di interessi in più (rispetto a qualche mese fa) da corrispondere durante il piano di ammortamento. E il settore degli affitti non è da meno, poichè i prezzi stanno crescendo insieme ai beni di consumo, con maggiorazioni fino al 10%. Questo ostacola non solo gli affittuari, ma anche i proprietari, che si trovano a subire un aumento delle imposte da pagare.

Al momento il mercato immobiliare sembra essere stazionario: gli aumenti dei valori si sono visti, ma non se ne aspettano altri nell’immediato. Tuttavia, se il livello di crescita dei prezzi immobiliari dovesse diventare strutturale, allora l’intervento più incisivo della BCE sui tassi di interesse sarebbe scontato. A questo si aggiunge il problema rappresentato dalle aspettative di durata del conflitto in Ucraina, ed in tal senso le previsioni non sono buone: se la guerra dovesse durare ancora per molto, i tassi potrebbero aumentare fino a 55 punti base tra la fine del 2022 e i primi mesi del 2023, facendo salire il costo del denaro e portando a ripercussioni anche forti sull’economia dei consumi, soprattutto per chi detiene mutui a tasso variabile. Questi, infatti, potrebbero veder aumentare le rate in modo consistente, incidendo sul tenore di vita  dei debitori; per chi ha surrogato a tasso variabile il mutuo vecchio, poi, il tasso attuale potrebbe diventare molto più alto del mutuo precedente.

Tuttavia, i mutui a tasso variabile non sono molto gettonati (soprattutto nelle operazioni di surroga), e la stessa surroga è ormai una pratica in netto disuso.

L’obiettivo della Banca Centrale Europea sembra essere al momento quello di stabilizzare i tassi al 2%, ed è per questo motivo che gli esperti nel settore immobiliare spronano gli italiani a non scoraggiarsi e a comprare casa anche in questo periodo di transizione, in quanto quasi sicuramente ci aspetteranno tassi fissi molto più elevati di oggi (mediamente del 3.5-4%). Un’altra opzione potrebbe essere quella di comprare casa per poi rivenderla successivamente, e beneficiare  con il capitale ricavato di obbligazioni a tasso fisso finalmente redditizie; tuttavia, si tratta di pratiche laboriose e complicate, che non possono essere risolte in tempi immediati: bisogna avere dimestichezza con la gestione del denaro e saper trovare buoni acquirenti, oltre ad essere pratici delle procedure di compravendita.

Con un’inflazione che si prevede raggiungerà ben presto il 5% – e c’è chi teorizza anche punte stabili del 6% – gli affitti, per sopperire soprattutto alle bollette sempre più alte, potrebbero subire aumenti fino al 12%. Devono quindi mutare le logiche di investimento del settore: inflazione, tassi di interesse elevati, incertezza, questi elementi sembrano caratterizzare il futuro delle nostre case. In linea generale, ci attende un forte periodo di precarietà sul mercato immobiliare, in quanto l’aumentato rischio sta facendo traballare la quota  di investitori immobiliari puri, dando maggiore spazio a chi acquista  la prima casa.

Mercati azionari, la view di BlackRock: eccessiva reazione al ribasso

Secondo BlackRock Netherlands, è un contesto difficile per aggiungere rischio in portafoglio. I mercati mostrano una eccessiva reazione al ribasso, e i movimenti di prezzo non si riconciliano con i dati di esposizione alla Russia o ai paesi limitrofi.

Da inizio anno asset manager e investitori hanno assistito a una discesa dei mercati azionari e dei mercati obbligazionari. Contemporaneamente, si è visto anche un apprezzamento del dollaro, tanto che ci si chiede se in questa fase è meglio essere esposti alla valuta americana.

Secondo BlackRock, “ciò che ha funzionato di recente è non avere euro. L’Europa, infatti, è al centro della crisi, non solo al centro della crisi geopolitica ma anche al centro delle conseguenze della crisi. Non avere euro o essere sottopeso azionario europeo sono le due cose che hanno funzionato maggiormente. È un caso evidente di ricostituzione del premio per il rischio, poichè normalmente solo nei paesi emergenti si ha una situazione in cui il mercato azionario si indebolisce mentre la valuta si indebolisce. Solitamente nei paesi sviluppati avviene l’opposto: la valuta che si indebolisce tende a essere associata a mercati azionari più forti. Quello che è successo nel corso delle ultime due settimane è un classico caso di aumento del premio per il rischio associato agli asset europei, che ha fatto sì che l’euro si indebolisse e contemporaneamente l’Europa ex UK sia stata il peggior mercato. Abbiamo sempre detenuto un po’ più di dollari di quella che è la nostra visione strategica di portafoglio in quanto funzionano come hedging nelle fasi di risk-off. Riteniamo che questa proprietà del dollaro permanga, così come per lo Yen e in parte per il RMB. Il mercato inizia a scontare che non vi sono ulteriori sanzioni in arrivo e potrebbe potenzialmente rimbalzare, e se si arrivasse a una tregua negoziata il rimbalzo potrebbe essere significativamente importante. Dobbiamo essere quindi cauti in fasi così volatili a prendere posizioni che siano giustificabili nel medio termine”.

L’ultima settimana è stata positiva per i flussi degli strumenti obbligazionari. È il momento di incrementare l’esposizione?
No. Riteniamo che l’attuale situazione porti con sè non solo un’inflazione strutturalmente più alta per lungo tempo ma anche una funzione di reazione dei policy makers che è tesa a sostenere la domanda. Non assisteremo a ciò a cui abbiamo assistito durante il Covid, ma riteniamo che la politica fiscale sarà tendenzialmente un po’ più espansiva. Non crediamo ci sarà il coordinamento fiscale e monetario a cui abbiamo assistito durante il Covid. Un conto è che le banche centrali acquistano bond con bassi
prezzi del petrolio e bassi livelli di inflazione, rischiando di entrare in deflazione, un conto è comprare bond con
livelli di inflazione al 6-8%. Questo genera una situazione in cui abbiamo bassi rendimenti a scadenza negli Stati Uniti e in Europa, e livelli alti di inflazione. La nostra view è positiva sui linkers. Siamo positivi anche sull’obbligazionario cinese, tuttavia vediamo un solo rischio che facciamo fatica a prezzare: la Russia non ha tante cose da vendere e sappiamo che una parte rilevante delle riserve è in RMB. È possibile che la Russia decida di ridurre questa esposizione e questo metterebbe un po’ di pressione sia sul RMB che sul mercato obbligazionario cinese. Riteniamo che la Cina non sia alla ricerca di un RMB più forte, ma stabile o al margine un po’ più debole.

Il rischio di stagflazione come incide sulle politiche delle banche centrali?
Quella attuale è a tutti gli effetti una situazione stagflazionistica: la crescita rallenta e l’inflazione aumenta. Tuttavia se confrontiamo l’attuale contesto con quello degli anni ‘70, riteniamo che l’inflazione sia strutturalmente più alta, seppur non ai livelli degli anni ’70. Inoltre, non riteniamo che, a differenza degli anni ’70, la crescita economica sia significativamente più bassa rispetto al decennio precedente. Crediamo che i tassi di crescita economica siano molto simili al decennio precedente, mentre l’inflazione sarà più alta. Non riteniamo che i tassi reali possano diventare positivi. Ciò che è realistico è pensare che le banche centrali adeguino la politica monetaria all’inflazione: più inflazione si accompagna a tassi nomali più alti, ma tassi reali negativi o al massimo vicino allo zero. Guardando all’andamento dei settori nelle ultime settimane, vediamo deflussi dai finanziari e contemporaneamente flussi su energia e settore sanitario.

le nostre view sui settori
Attualmente siamo più positivi nell’aggiungere posizioni nel campo delle energie alternative. È un settore che ha performato molto bene nel 2020, molto male nel 2021, è partito male nel 2022 e più di recente ha fatto bene. C’è una considerazione di breve termine che va contro l’energie alternative dove in una war economy passano in secondo piano. Tuttavia strategicamente nei prossimi anni l’Europa attuerà una politica energetica che la renderà più indipendente. L’energia importata dal resto del mondo presenta rischi geopolitici e questo porterà a significativi investimenti per cercare di dotarsi di indipendenza energetica. Crediamo che il nucleare rimanga off-limits per i paesi europei tranne la Francia. Il tema delle energie alternative diventa centrale dal punto di vista strategico per l’Europa. Il settore sanitario è un settore difensivo. Presenta una sensibilità alle dinamiche dei tassi di interesse, tuttavia è una sensibilità limitata poichè è un settore che tratta a sconto rispetto al mercato. Presenta cashflow che dipendono relativamente poco dall’andamento ciclico e ci sembra quindi un settore che ha sia valore di hedging di breve che valore strategico. Sul settore mining, siamo strategicamente positivi ma non riteniamo opportuno incrementare l’esposizione in questo momento. Un grande tema è il settore dei finanziari, che abbiamo ridotto non per motivi legati al conflitto quanto piuttosto per via del fatto che i tassi sono saliti molto rapidamente. Riteniamo che attualmente ci sia una eccessiva reazione al ribasso. Se guardiamo ai movimenti di prezzo, questi non si riconciliano con i dati di esposizione alla Russia o ai paesi limitrofi. È un’area dove potenzialmente potremmo aggiungere ma vorremmo vedere segnali come la fine dell’escalation. L’attuale è un contesto difficile per aggiungere rischio in portafoglio. Dovremmo iniziare a vedere segni di de-escalation che ad oggi non abbiamo.

DISCLAIMER
Il presente documento è stato predisposto da BlackRock (Netherlands) B.V.. Ogni ricerca disponibile nel presente documento è stata ottenuta e può essere predisposta da BlackRock per finalità proprie. I risultati di tale ricerca sono resi disponibili solo incidentalmente, non costituiscono consulenza in materia di investimenti e/o una raccomandazione ad investire e sono soggetti a modifica. Non riflettono necessariamente, in tutto o in parte, il punto di vista delle società del Gruppo BlackRock, né viene fornita alcuna garanzia in merito alla loro accuratezza. Il presente documento ha esclusivamente finalità informative, pertanto non costituisce un’offerta o una raccomandazione a investire in fondi BlackRock e non è stato redatto in relazione a tale tipo di offerta. Le note precedenti in nessun modo costituiscono ricerca in materia di investimenti e/o raccomandazione ad investire, acquistare o vendere alcun titolo finanziario. BlackRock non assume alcuna responsabilità in merito alle decisioni di investimento prese sulla base delle informazioni comunicate. Le opinioni espresse sono aggiornate all’8 marzo 2022 e sono soggette a modifiche. Ogni investimento comporta dei rischi.

Deutsche Bank: la crescita dipende dalle riforme. Il debito pubblico cambia pelle

Secondo lo studio di Deutsche Bank, la ripresa economica in Italia si è consolidata dopo l’accordo sulla legge di bilancio, ma i fondi legati al NextGen EU dipenderanno dal raggiungimento di un ampio spettro di obiettivi. Una serie di sfide per l’economia italiana.

Di Alberto Fadelli* e Matteo Fava*

Il successo delle campagne vaccinali europee, unito ai favorevoli effetti stagionali, aveva consentito all’Eurozona di raggiungere elevati livelli di crescita nel terzo trimestre 2021. Tuttavia, un aumento dei casi di Covid-19, unito ai problemi legati all’aumento del costo delle materie prime (soprattutto il forte aumento dell’energia registrato negli ultimi mesi del 2021), aveva comportato un rallentamento nel quarto trimestre, ma una crescita significativa è comunque stata registrata per l’intero 2021. Infatti, secondo i dati Istat nel 2021 l’economia italiana è cresciuta del 6,6% (rispetto a una media dell’Eurozona del 5,2%). Questo lascia il PIL italiano -0,5% al di sotto dei livelli pre-crisi, meglio di Germania (-1,5%) e Spagna (-4,0%). Un impatto positivo sulla crescita nell’Eurozona e in Italia, naturalmente, è atteso dall’attuazione del pacchetto del Next Generation EU, ma l’inflazione rimane un problema, e insieme ad essa anche la situazione Ucraina ha aumentato le aspettative negative relative agli aumenti dei prezzi dell’energia e ad altri problemi legati alle supply chain.

Facendo un passo indietro, la legge di bilancio che è stata approvata il 30 dicembre 2021 ha tentato di affrontare gli effetti della situazione pandemica iniziata nel 2020. Il disavanzo previsto per il 2022 è di 201,7 mld. di euro, mentre la spesa in conto capitale è stimata in 147 mld. di EUR. La legge di bilancio include anche le risorse derivanti dallo schema Next Generation EU per l’anno in corso, e le misure chiave includono una riduzione del carico fiscale (allocati 8 mld di EUR all’anno fino al 2024) e una maggiore spesa sanitaria per 2 mld di euro all’anno sul triennio. Rientrano nella norma anche gli interventi a favore delle famiglie, dei giovani e per il sociale. Saranno sostenute misure specifiche, ad esempio, per la tutela del lavoro durante l’uscita dallo stato di emergenza. In ambito previdenziale, invece, sono previste deroghe alla disciplina dell’età pensionabile per il solo anno in corso. Nell’ambito degli investimenti pubblici, con 112 mld di euro di risorse aggiuntive sul tavolo dal 2022 al 2036, gran parte della spesa è relativa alla commessa con RFI (Rete Ferroviaria Italiana/Ferrovie italiane), che ammonta a 10 miliardi di euro, e quella con ANAS (gestore di strade e autostrade). Gli investimenti in mobilità sostenibile nelle principali città ammonteranno a 3,7 mld. di Euro dal 2022 al 2036. La componente di interessi sul saldo di bilancio dell’anno in corso dovrebbe attestarsi invece al 9,5% delle spese totali.

Per quanto riguarda le entrate fiscali, è prevista una crescita del 7% nel 2022 per un totale di 625 mld di EUR, con entrate che raggiungeranno i 646 mld di EUR nel 2024 (equivalenti a una crescita cumulativa del 3,4%). L’andamento previsionale di entrate e PIL avrà un effetto positivo sul rapporto debito/PIL. Si stima che questo abbia raggiunto il 153,5% a fine 2021 (contro una previsione originaria del 155%) con un ulteriore calo previsto nel 2022, al 149,4%, e con il rapporto che dovrebbe scendere ulteriormente a 143,3% nel 2024. Queste previsioni mostrano l’influenza positiva del previsto ritorno a un saldo primario positivo già nel 2023 e di un’ulteriore crescita nel 2024.

I principali interventi previsti dal PNRR riguardano le infrastrutture, per il 75% relativi ad iniziative pubbliche nell’ambito della transizione energetica con un focus particolare nel corso dell’anno sull’economia circolare, la gestione dei rifiuti e lo sviluppo delle tecnologie legate all’idrogeno. In ambito sanitario, l’obiettivo principale per il primo semestre 2022 è l’implementazione di un nuovo modello di assistenza sanitaria territoriale, mentre nel campo dell’istruzione sono compresi obiettivi quali la sicurezza delle infrastrutture, la riforma dell’organizzazione del sistema scolastico, nonché il finanziamento delle attività di ricerca e la rivalutazione dei centri di ricerca incentrati sull’innovazione tecnologica. La transizione digitale includerà l’attuazione degli accordi sulla cyber security nel 2022 e la digitalizzazione del patrimonio culturale del Paese.

Il PNRR sarà finanziato nel corso dell’anno 2022 in due tranche, come concordato con l’UE. Nel secondo trimestre sono previsti circa 24 miliardi di euro e nel quarto trimestre 21,8 miliardi di euro. Per accedere alla prima tranche di risorse, devono essere raggiunti 45 obiettivi, che vanno dalla riforma della pubblica amministrazione al potenziamento del quadro di revisione della spesa e alle regole sugli appalti, ed anche la riforma dell’amministrazione fiscale, la spending review, la strategia relativa all’economia circolare, le procedure per l’efficienza energetica, la diffusione della telemedicina e l’ammodernamento tecnologico.

Il sostegno all’attività economica previsto dal piano ammonterebbe a 5 punti percentuali cumulati di PIL nel quadriennio 2021 – 2024, ma l’attuale situazione in Ucraina rappresenta una minaccia per la crescita del PIL in Europa. Parlando di fonti energetiche, i recenti avvenimenti riguardanti il conflitto tra Russia e Ucraina mettono in pericolo l’approvvigionamento energetico italiano: secondo i dati IEA, l’Europa (nel 2019) dipende dal gas per il 25,66% del totale delle fonti energetiche, mentre l’Italia è più dipendente dal gas naturale, anche per l’assenza del nucleare, con una quota pari al 43,35% nel 2020. Di questo, secondo i dati Eurostat, oltre il 43% proviene dalla Russia. Se i prezzi dell’energia rimarranno su livelli elevati come quelli attuali, a parità di condizioni, il danno alla crescita del PIL potrebbe essere dello 0,7% per il 2022, secondo le ultime stime Istat. Inoltre, nuove proiezioni della BCE sottolineano l’impatto negativo sull’intera economia europea derivante dal conflitto in Ucraina: le stime di crescita del PIL sono state riviste al 3,7% nel 2022, contro una stima del 4,2% fatta a dicembre 2021.

In tema di finanza pubblica, la scadenza media del debito del Paese è nuovamente aumentata nel 2021, a 7,11 anni, e il costo medio si è attestato intorno al 2,3%. Il 28 febbraio 2022 il rendimento di un BTP con scadenza a 7 anni era dell’1,353%, significativamente inferiore al costo medio attuale del 2,3%, quindi alcuni benefici dal rifinanziamento del debito pubblico sono ancora possibili. La figura in basso evidenzia il calo del costo del debito all’emissione negli ultimi due decenni. Alla scadenza media dei titoli di debito emessi si è abbinata una costante diminuzione della quota di strumenti a tasso variabile, il che significa che il debito italiano ha caratteristiche diverse rispetto al passato: le emissioni a tasso fisso rappresentano ad oggi oltre il 70% dell’indebitamento in essere.

In definitiva, le sfide economiche per l’Europa e l’Italia avranno un impatto sulla crescita e sul percorso di ripresa economica e occupazionale nei prossimi anni. Ma i segnali di resilienza esistenti (ad esempio sulla produzione industriale e sulla fiducia dei consumatori) suggeriscono che gli eventuali rallentamenti economici possono essere gestiti, e questo ci dà fiducia per il futuro.

* Alberto Fadelli, Head Chief Investment Office Deutsche Bank Italy
* Matteo Fava, Investment Officer Deutsche Bank Italy

Schmitt, Ethenea: prudenza sull’azionario russo, ma anche su quello cinese

Niente Russia in portafoglio, salvo Inditex, indirettamente, e fuori da Alibaba in Cina. È da escludere un sostegno pronunciato da parte delle banche centrali sui mercati dei capitali.

“Ancor prima che la situazione ucraina si aggravasse, a inizio febbraio avevamo ampliato le componenti di copertura del fondo e ridimensionato la quota azionaria netta, portandola poco sotto il 50%. Tuttavia, continuiamo a porre un’enfasi strategica su azioni selezionate di società con modelli di business particolarmente robusti e promettenti”, spiega Christian Schmitt, portfolio manager di Ethenea e gestore del fondo multiasset Ethna-Dynamisch.

Negli ultimi giorni, l’attenzione dei mercati dei capitali è stata catalizzata dal tema del conflitto in Ucraina, facendo passare in secondo piano tutte le altre questioni. La Russia è strettamente connessa all’economia mondiale, soprattutto nei settori delle materie prime e dell’energia. L’aumento dei prezzi e le carenze continueranno verosimilmente ad alimentare l’inflazione e a mantenerla alta a livello globale. In Europa, in particolare, la guerra e i rincari energetici potrebbero costituire un freno economico sempre più forte.

Alla luce dei persistenti, se non crescenti, rischi di inflazione e della fin troppo buona situazione occupazionale sul mercato del lavoro, nel prossimo futuro è da escludere un sostegno pronunciato da parte delle banche centrali sui mercati dei capitali. Tutto incide negativamente sui mercati che si trovano già in una situazione tesa. Oltre ai ben noti rischi di valutazione nei singoli segmenti growth dei mercati azionari, si aggiungono ora rischi di crescita, che possono a loro volta penalizzare modelli di business più ciclici. “In questo contesto, nel nostro portafoglio azionario non ci sono significativi punti di contatto diretti con la Russia e le regioni confinanti,” precisa Schmitt. “L’unica eccezione è il colosso spagnolo dell’abbigliamento Inditex, che genera circa il 5% del suo fatturato in Russia con marchi quali Zara e Massimo Dutti: dopo una flessione di quasi il 20% del prezzo delle azioni dall’inizio dell’anno, riteniamo che la valutazione di questo leader settoriale rifletta i rischi e a fine febbraio abbiamo rafforzato la nostra posizione.

Abbiamo invece liquidato completamente la posizione nella holding cinese Alibaba, che si concentra sul commercio online e per la quale abbiamo a lungo ritenuto che molti rischi societari fossero scontati dai prezzi. Tuttavia, i recenti avvenimenti in Russia ci hanno ricordato in modo inequivocabile che il rischio politico negli Stati non liberi è imprevedibile e può oscurare le opportunità di business per molto tempo”.

La guerra, i mercati e le banche centrali: cosa ci aspetta e cosa non dobbiamo aspettarci

La Russia di Putin è disposta a tutto per difendere la sua posizione, e il mito della guerra-lampo è già crollato miseramente. Ecco cosa ci si può aspettare dalle banche centrali e dai mercati nei prossimi mesi del 2022.

Di Massimo Bonaventura

Dopo undici giorni di aggressione militare, L’invasione russa dell’Ucraina si è rivelata più aggressiva ed espansiva di quanto ci si attendesse all’inizio, allorquando gli analisti davano quasi per scontata una guerra-lampo che, se da un lato suscitava lo sdegno generale, dall’altro era l’auspicio di un attacco con scarsi effetti sui mercati mondiali.

Anche noi di P&F siamo stati incantati come Ulisse dal canto di queste sirene, ma adesso è chiaro più che mai che si tratta di un conflitto di ampio respiro geo-politico, anche internazionale, e l’iniziale obiettivo di smilitarizzare alcune zone russofone dell’Ucraina dove si sarebbero consumati crimini contro la popolazione russa del luogo ha rivelato il vero scopo di annettere l’intera Ucraina, rimuovendo e sostituendo la sua classe dirigente. Prova ne sia che l’esercito russo, a parte mostrare assoluta indifferenza verso i “danni collaterali” subiti dai civili, non sta distruggendo le infrastrutture vitali del paese che ha invaso: reti di telefonia cellulare, centrali energetiche, autostrade e ferrovie, porti commerciali e aeroporti civili vengono accuratamente tenuti lontani dal conflitto, ed anzi, come nel caso delle centrali nucleari, addirittura occupate e difese militarmente. Non si tratta certamente di motivi umanitari – che il dittatore finto-democratico Putin sembra sconoscere del tutto – ma di semplice protezione degli asset sottratti all’Ucraina, la cui continuità di funzionamento deve essere assicurata per la futura dominazione sul territorio e per assicurare una economia funzionale agli interessi della Russia.  

Quanto sopra porta a presagire che anche gli effetti sui mercati e sull’economia europea saranno più significative di quanto inizialmente ipotizzato, e gli impatti negativi potrebbero essere più gravi del previsto per le borse, almeno nel brevissimo periodo. La chiusura del “venerdì nero” della scorsa settimana ne è valida dimostrazione, e l’assenza di nuovi spunti e aperture – la continuazione dei colloqui tra delegati russi e ucraini sembra più che altro un negoziato per le condizioni della resa – non fa prevedere una settimana di corposi recuperi. Nonostante ciò, trasponendo la valutazione degli scenari in un’ottica globale, sembra improbabile che questa guerra possa causare una recessione, poiché l’aumento del prezzo del gas e del petrolio è largamente compensato da fondamentali economici molto solidi e da una ripresa economica che non accenna a diminuire. Inoltre, la produzione di beni durevoli appare robusta e le intenzioni di investimento delle imprese non sembrano essere state intaccate dagli eventi, dando stabilità alla crescita significativa dei redditi da lavoro (che sosterranno la domanda dei consumatori, nonostante l’aumento della bolletta energetica).

Le sorti dei mercati azionari appaiono legate al conflitto bellico attivo: non appena questo si attenuerà, la preoccupazione degli investitori diminuirà come d’incanto e assisteremo ad una rapida crescita dei valori di borsa, anche perché gli impatti negativi a breve termine dei prezzi energetici sulle attività produttive mondiali (secondo uno studio recente di UBS Investment Bank) potrebbero tradursi in un freno dello 0,1% sulla crescita globale, e ciò costituisce un freno per le banche centrali nell’utilizzare aggressivamente i tassi di interesse nel tentativo di rallentare l’inflazione senza provocare anche un rallentamento della crescita economica.

In estrema sintesi, lo scenario migliore – e più cinico, visto il coinvolgimento di una intera popolazione e della Comunità Internazionale – è quello che vede una rapida sostituzione della leadership ucraina e una cessione del controllo alla Russia. Lo scenario “di mezzo”, meno probabile ma ugualmente positivo, è quello in cui la Russia si ritira unilateralmente dopo aver raggiunto determinati obiettivi militari e politici. Gli altri scenari purtroppo prevedono una durata più lunga del conflitto, con impatti negativi gradualmente maggiori a seconda del tempo trascorso e del coinvolgimento della Comunità Internazionale, che oggi appare divisa ed ha un atteggiamento ambiguo: da un lato annuncia sanzioni durissime, e dall’altro non le mette in pratica perché manca la necessaria unanimità politica.

Lo scenario peggiore, manco a dirlo, è quello che vede i paesi membri della NATO entrare in conflitto diretto contro la Russia. Per quanto detto sopra relativamente alle sanzioni, un evento di questo tipo è ritenuto improbabile, ma l’eventuale ingresso di Moldavia e Lituania nell’Unione Europea verrebbe interpretata come una sorta di dichiarazione di guerra, poiché questi paesi –così come l’Ucraina – fanno parte di quella “zona cuscinetto” tra Russia e NATO ritenuta strategicamente irrinunciabile da Putin. Nel frattempo, le banche centrali rimangono preoccupate per i rischi di mantenimento rialzo dell’inflazione, e questo potrebbe giocare un ruolo importante nell’influenzare la propensione al rischio degli investitori. Le prospettive per i rendimenti obbligazionari rimangono incerte, dato il contrasto tra lotta all’inflazione elevata e rischio di rallentare  la crescita economica, ma la prospettiva rimane quella di politiche monetarie e fiscali ancora piuttosto accomodanti. Infatti, se la crescita dovesse iniziare ad indebolirsi, le banche centrali dovrebbero assumere un comportamento a metà strada tra la “modalità easing” e quella restrittiva, tardando il più possibile le misure monetarie restrittive allo scopo di evitare la recessione.

A livello valutario, il dollaro americano o e lo Yen sembrano già più apprezzati dell’Euro, che appare sotto pressione anche per via dell’attuale situazione del continente, molto vicino al conflitto sia politicamente che geograficamente. Inoltre, la Russia non è soltanto un grande produttore di petrolio e gas, ma anche di alluminio e fertilizzanti, per cui occorrerà più tempo per riconfigurare le catene di approvvigionamento verso altri paesi produttori di queste materie prime così vitali per l’Europa. Pertanto, le attese sono per uno spostamento dei capitali verso la Cina e i paesi emergenti dell’Asia, che sono meno colpiti dalla crisi e, soprattutto, saranno beneficiari della riconfigurazione delle catene di approvvigionamento delle materie prime precedentemente fornite dalla Russia.