Aprile 23, 2026
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Mercati: la forte correzione suggerisce che il peggio è alle spalle?

Secondo Didier Bouvignies di Rothschild, la crisi geo-politica sarà più grave rispetto a quella causata dall’annessione della Crimea nel 2014. Il forte deterioramento dello scenario e le sue conseguenze sui mercati finanziari richiedono un’attenta analisi della situazione.

Di Didier Bouvignies*

La situazione tra Russia e Ucraina appare complessa e soggetta a rapidi cambiamenti in base alle risposte delle varie istituzioni. Tuttavia, alla luce della manifestata volontà di smilitarizzare l’Ucraina sono attualmente ipotizzabili due scenari. Il primo implica la rimessa in discussione dell’indipendenza dell’Ucraina, con la destituzione del Presidente Zelenski e l’instaurazione di un nuovo governo filorusso simile a quello della Bielorussia; Il secondo presuppone che il Presidente Putin spinga le sue velleità bellicose fino ai Paesi Baltici o alla Polonia. L’appartenenza di questi stati alla NATO implicherebbe conseguenze molto più drammatiche e suggerirebbe un conflitto armato di ampia portata, a differenza del primo scenario.

Il primo scenario, che al momento sembra il più plausibile, implica che la risposta occidentale si limiterebbe a calibrare solo diverse sanzioni economiche. Bisogna però tenere a mente che le sanzioni attuate dopo l’annessione della Crimea non hanno ottenuto l’effetto dissuasivo previsto, e che la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia rimane una questione centrale (il 40% delle importazioni europee di gas e il 25% di petrolio provengono dalla Russia). Inoltre, da un punto di vista economico, il più vasto stato al mondo pesa relativamente poco sulla scena mondiale dopo il crollo del rublo. Non è infine da escludere il rischio di interruzione delle forniture, anche se storicamente la Russia non le ha mai sospese. Un conflitto armato potrebbe in ogni caso danneggiare gli oleodotti che attraversano l’Ucraina.

A questo punto, la conseguenza più importante sarebbe un rallentamento della crescita, catalizzato da un aumento dell’inflazione legato all’aumento dei prezzi dell’energia. Questa situazione potrebbe gravare sul prezzo dei fattori produttivi delle aziende e sul potere d’acquisto delle famiglie, ma con una crescita per il 2022 stimata al 4% questo nuovo paradigma non sarebbe in grado di rompere la dinamica positiva, che rimane robusta grazie all’elevato livello di risparmio (quasi il 10% del reddito disponibile delle famiglie) e alle scorte ancora relativamente basse delle imprese.

Gli ultimi accadimenti potrebbero spingere le banche centrali a mettere in discussione la loro stretta monetaria, considerando che l’aumento delle materie prime esercita naturalmente un effetto recessivo. La questione sarà molto più rilevante per la Bce che per la Fed, a causa del limitato impatto dell’escalation militare sull’economia americana, della sua autonomia energetica e delle minori ripercussioni sui prezzi di questo conflitto europeo.

Relativamente ai mercati finanziari, le conseguenze della crisi restano per il momento difficili da misurare. Tuttavia, bisogna tener presente che nei 19 eventi geopolitici che si sono verificati dal 1945 a oggi, nel 78% dei casi, i mercati sono tornati positivi dopo tre mesi, con un calo medio dal punto massimo al punto minimo di circa il 9%, corrispondente al crollo già osservato dall’inizio di febbraio. Fanno eccezione due casi: la guerra del Golfo nel 1990 e la guerra del Kippur nel 1973, con crolli rispettivamente dell’11% e del 15%.

Negli ultimi giorni, i mercati sono andati giù pesantemente e hanno cancellato i guadagni dell’ultimo anno, mentre gli indicatori tecnici suggeriscono che il sentiment degli investitori è sceso fortemente dalla flessione dei mercati di novembre e si sta avvicinando al livello di capitolazione. Anche se questa crisi sarà probabilmente di maggiore portata rispetto a quella causata dall’annessione della Crimea nel 2014, in un contesto in cui le preoccupazioni per l’inflazione sono centrali, la forte correzione dei mercati può comunque suggerire che gran parte delle perdite è ormai alle spalle. Ricordiamo inoltre che, a differenza delle crisi passate, la ricerca di protezione in questo momento di tensione, il cosiddetto fligh to quality, è meno orientata verso i titoli di Stato a causa dell’inversione di tendenza delle politiche monetarie, che diventerà inevitabilmente la principale fonte di dibattito una volta che la situazione si sarà calmata.

* Responsable de gestión Rothschild & Cie Gestion

Guerra in Europa, volatilità garantita. Si teme una nuova Cecenia, ma niente recessione

Le sanzioni comminate alla Russia dall’Unione Europea e dagli altri paesi occidentali tradiscono la previsione di un conflitto dagli effetti durevoli. I mercati finanziari dovranno adattarsi rapidamente, sopportando il ritorno della volatilità.

Di Massimo Bonaventura

“L’aggressione della Russia verso l’Ucraina sarà una nuova Cecenia”? E’ questa la domanda che tutti gli analisti, in buona compagnia dei gestori di asset management, si stanno facendo in queste ore, e la sensazione che siamo di fronte ad un conflitto dagli effetti durevoli sull’economia mondiale è sempre più viva, tanto da far intravedere lo spettro di uno scontro bellico simile a quello che la Russia ha portato avanti per un decennio (1999-2009) contro i separatisti ceceni. Del resto, lo stile della propaganda russa per giustificare un atto vile come la guerra è identico a quello usato a fine millennio: gli ucraini, come i ceceni, definiti “terroristi e neonazisti”, e via con le bombe.

Pertanto, solo tra qualche mese sapremo quanto avrà avuto da perdere la Russia, e quanto il resto del mondo da questa aggressione che, se ci fosse stato un briciolo di buona fede politica da parte di Putin, avrebbe trovato migliore – e pacifico – contenitore nella Assemblea della Nazioni Unite. Nel frattempo, gli stati occidentali si chiedono in che modo poter ovviare alle probabili ritorsioni che la Russia indirizzerà ai paesi europei attraverso le forniture di gas. L’Europa, infatti, ha fatto sapere (tramite la Von Der Leyen) che fornirà armi all’Ucraina, ma contestualmente, con un sofisticato atteggiamento diplomatico, ha tenuto fuori alcune banche russe dallo “spegnimento” del canale bancario internazionale Swift per consentire i pagamenti del gas, quasi a voler comunicare allo zar Putin che le porte non si sono chiuse del tutto, e che al gas russo l’Europa non può rinunciare.

C’è da dire che, al momento, l’UE importa circa il 40% del suo gas dalla Russia. Questo Putin lo sa bene, e certamente un tale livello di dipendenza energetica dell’Europa  – la vera forza strategica della Russia, più efficace di qualunque missile  intercontinentale – permetterà il perpetrarsi di un ricatto potenziale contro le sanzioni economiche imposte dall’Occidente. Peraltro, da quando il Cremlino ha ridotto del 25 per cento le forniture i prezzi del gas nell’Unione europea sono quadruplicati, facendo impennare anche i prezzi dell’energia elettrica che viene prodotta attraverso il gas naturale.

Pertanto, la vera incognita non è la guerra in sé, bensì la durata del suo proseguimento e il grado di coinvolgimento degli altri paesi – dall’Europa al Giappone, passando dall’Australia – che in queste ore stanno manifestando la volontà di sostenere in tutti i modi l’Ucraina, che Putin vorrebbe annessa alla Russia. Ebbene, se la guerra dovesse rimanere confinata in Ucraina, è probabile che i mercati finanziari abbiano già scontato tale scenario nelle quotazioni; ma se così non fosse, la situazione si farebbe grave, e la sommatoria di alta inflazione, inasprimento della politica monetaria di Bce e Fed, i problemi sulle filiere di approvvigionamento delle materie prime e semilavorati, e la pandemia che non accenna a finire sono tutti elementi che mettono paura ai mercati.

Tuttavia, nonostante l’aggressione russa sia più estesa del previsto e le sue richieste per un cessate il fuoco addirittura improponibili, sembra improbabile che tutto ciò possa causare una recessione, dal momento che le ripercussioni sul commercio e le attività sarebbero ampiamente compensate dai fondamentali economici molto solidi e dalla ripresa economica ancora in atto, che genera la attuale crescita significativa del reddito da lavoro. Nel breve periodo, però, l’instabilità dei mercati è garantita, poiché gli scambi azionari basati sull’ipotesi di una guerra lampo e di una soluzione rapida del conflitto lasceranno il posto, nei prossimi giorni, ad una serie di notizie contraddittorie che vanno dalla esclusione della banca centrale russa dai circuiti internazionali all’alert nucleare. Inoltre, la violenza della correzione della Borsa russa e il crollo del rublo sono segnali importanti, e senza l’apertura di una trattativa concreta il mercato rimarrà vulnerabile.

In una situazione del genere, molto dipende dall’atteggiamento delle banche centrali, che potrebbero passare dalle politiche restrittive a nuovi scenari temporaneamente accomodanti. Infatti, Christine Lagarde ha già annunciato che la Bce metterà a disposizione la liquidità necessaria per far fronte ai costi della crisi, e i bond dovrebbero festeggiare. Ma per quanto?

La crisi Ucraina affonda i listini mondiali. In caso di guerra recupero in breve tempo

Secondo alcuni analisti, in caso di guerra in Ucraina i mercati recupererebbero le perdite in poco tempo, in linea con le statistiche storiche, riportando i valori in linea con la congiuntura economica mondiale.

Mentre ora dopo ora sale la tensione al confine ucraino e il rischio di un’invasione della Russia si fa più concreta, analisti e gestori si interrogano sul “dopo”. Infatti, nonostante il lavoro febbrile delle diplomazie, la situazione sembra ormai precipitare verso una occupazione territoriale come non se ne vedevano dagli anni ’70, e l’unica speranza di evitare la strada dell’aggressione militare è adesso legata all’accettazione, da parte del governo ucraino e dei maggiori Paesi dello scacchiere mondiale, di una “resa anticipata” nel nome di superiori interessi economici e di un ingresso ufficiale dell’Ucraina nella sfera di influenza economica della Russia.

Del resto, da quando è salito al potere Putin non ha mai fatto mistero che l’Ucraina, per via della sua importanza strategica, fosse una specie di “regione ribelle” della Russia, mai veramente uscita da quella che una volta era l’URSS. Un po’ come Taiwan per il governo cinese, con i dovuti distinguo.

I mercati mondiali, naturalmente, risentono dell’acutizzarsi di queste tensioni, con il prezzo del petrolio che decolla e l’oro che sta a guardare dopo una bella corsa durata otto anni (+100%). Le circostanze, in ogni caso, consigliano prudenza agli investitori in azioni non mediate dal risparmio gestito, suggerendo un alleggerimento delle posizioni sostituendo con titoli di Stato a breve termine o valute rifugio come dollari e yen. Mentre scriviamo, a Piazza Affari il Ftse Mib cede il 3,57%, in linea con Francoforte (-3,53%) e Madrid (-2,92%). Male anche Parigi (-3,34%) e Amsterdam (-2,72%). In particolare, in Italia il rischio di una guerra colpisce soprattutto i titoli bancari, poiché una delle prime sanzioni che verrà applicata dall’Unione Europea alla Russia in caso di aggressione militare sarà la chiusura totale delle operazioni interbancarie verso le banche russe, che verranno isolate finanziariamente facendo cessare di colpo le attività economiche tra Russia e UE.

Secondo alcuni analisti, tuttavia, in caso di guerra in Ucraina i mercati dopo un breve periodo di tensione generalizzata recupererebbero le perdite in poco tempo, in linea con le statistiche storiche che vedono le borse arretrare pesantemente solo nelle prime due settimane, per poi recuperare rapidamente (o meno) a seconda della congiuntura mondiale, che in questo momento è lanciata verso la continuazione della crescita economica dell’area Euro, USA e Giappone, sia pur all’interno di un quadro inflattivo da tenere sotto controllo. Per esempio, la storia dei crolli di borsa degli Stati Uniti in concomitanza con eventi bellici del secolo scorso ci racconta che l’episodio più vistoso corrisponde alla Prima Guerra del Golfo, quando l’Iraq invase incautamente il Kuwait e lo S&P500 fece -16,9%. Al secondo posto l’attacco alle torri gemelle (-11,6%).

Per trovare un crollo più grave, bisogna andare a ritroso all’attacco a Pearl Harbor del 1941, che fece scendere la borsa americana del 19,8%. In tutti gli altri casi le perdite sono state molto più contenute, facendo assestare la media complessiva su un modesto -4,6%. Inoltre, sembra che l’Ucraina sia intenzionata  a rinunciare all’adesione alla Nato allo scopo di evitare una guerra con la Russia ed evitare perdite militari, civili ed economiche. Ciò permetterebbe la creazione di una sorta di “stato neutrale”, sul modello svizzero, che potrebbe rappresentare al momento il miglior risultato possibile.

Come gestire il rischio Ucraina in portafoglio

Sette passi per mettere in sicurezza il portafoglio in caso di invasione dell’Ucraina da parte di Putin. L’equilibrio del portafoglio d’investimento non può non tener conto di questo elemento di rischio.

“Personalmente assegno una probabilità inferiore al 50% all’eventualità che la Russia possa invadere l’Ucraina. Tuttavia l’equilibrio del portafoglio d’investimento non può non tener conto di questo elemento di rischio ed è bene considerare con attenzione l’esposizione ad alcune specifiche asset class”: è la posizione di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

Al momento, nonostante lo stallo dei colloqui diplomatici tra Russia, Nato, Ocse e Stati Uniti, gli osservatori considerano ancora prevalenti i fattori a favore dello status quo in Ucraina. Nelle situazioni di incertezza, però, è sempre importante  prendere in considerazione le implicazioni dei possibili scenari di crisi, per non farsi trovare impreparati se gli eventi dovessero precipitare. In uno scenario di escalation sul fronte ucraino – spiega Cribari — vediamo sette fattori di attenzione per il portafoglio.

Il primo consiglio è quello di evitare gli investimenti sui Paesi dell’Europa orientale più esposti al conflitto, in via diretta o indiretta: dall’Ungheria alla Polonia e alle Repubbliche baltiche. Il secondo è quello di evitare, in un primo tempo, un’eccessiva esposizione sull’Eurozona, se non altro per le implicazioni economiche dell’aumento dei costi energetici. Terzo, è prevedibile che, almeno in un primo momento, l’euro si indebolirebbe a favore del dollaro. Quarto, i prezzi delle commodities potrebbero invece crescere, soprattutto il petrolio e, in parte, anche l’oro. Quinto, potrebbero risentirne moderatamente in positivo i titoli della difesa, anche quelli europei. Sesto, sicuramente positivo il tema della cybersecurity. Infine, al settimo punto, una guerra avrebbe conseguenze molto negative per le asset class russe.

Qui il worst case sarebbe l’esclusione dei titoli dal circuito interbancario in dollari.

Finanza e industria delle armi, ovvero la “grande fuffa” degli investimenti etici. 10 titoli azionari da evitare

Risolvere il rebus se siano nate prima le armi e poi le guerre, o viceversa, è perfettamente inutile: si tratta delle facce di una stessa moneta, e non ci sarà soluzione finchè nessuno si farà carico di decisioni coraggiose e molto costose in termini di risorse finanziarie mondiali.

Di Massimo Bonaventura

In un mercato finanziario così proteso, soprattutto a livello di marketing, verso la diffusione degli investimenti c.d. sostenibili, suona strano come quasi nessuno persegua con uguale determinazione l’obiettivo della graduale conversione dell’industria degli armamenti in produzioni pacifiche.

I sostenitori più accaniti dell’Eco-Sostenibilità, infatti, pare si fermino alle energie rinnovabili, ai cambiamenti climatici, alla fame nel mondo, e più recentemente – per i noti motivi – alla salute ed ai sistemi sanitari. Nobilissimi temi – per carità – ma di fronte a quello della produzione di armi (ed il Coronavirus potrebbe tranquillamente essere una di queste, almeno fino a quando il velo di omertà sulle sue origini non verrà a cessare), tutto tace, salvo qualche rara dichiarazione di principio sul disarmo nucleare.

Peccato che, nel mondo, si muore soltanto di armi c.d. convenzionali, avendo fortunatamente relegato le testate nucleari, dopo Hiroshima, al ruolo di deterrente strategico “onorario” nelle due guerre fredde che si combattono dal secondo Dopoguerra: USA vs URSS fino a Gorbaciov, USA (sempre loro) vs Cina al giorno d’oggi.     

Nel frattempo, mentre all’ONU si continua a perdere tempo ed a creare fulgide carriere politiche, gli Stati Uniti consolidano la loro leadership mondiale di esportatori di armi, raddoppiando la distanza con la Russia, che oggi risale al secondo posto per via delle richieste provenienti dai clienti del Medio Oriente. L’Italia, nel 2019, è nella top 10, al nono posto, ma con quote di mercato in calo.

Fece notizia, nel 2017, il comunicato con cui Kalashnikov, l’azienda russa che produce il famigerato fucile d’assalto AK-47, dichiarava di voler aumentare il personale del 30% (da 5.500 a 7.200 unità) per riuscire ad evadere gli ordini in tempi più ragionevoli, adeguandosi così ad una domanda sempre più crescente.

Studi recenti (SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute) hanno messo a confronto il mercato delle armi nel quinquennio 2014-2018 con quanto avvenuto in quelli precedenti, registrando un aumento del volume di vendita al di fuori dei confini nazionali dei produttori, nel periodo 2006-2018, del 23%.

Chi sono i maggiori venditori? Usa e Russia – come dicevamo- ma anche Francia, Germania e Cina. Tutti questi, da soli, valgono tre quarti del mercato. E i clienti più affezionati? I paesi del Medio oriente, che sono cresciuti dell’87 per cento in 10 anni, con la sola Arabia Saudita che ha aumentato del 192% i propri ordini.

Gli Stati Uniti hanno una quota di mercato del 36% (dal 30% del precedente quinquiennio), mentre la Russia è scesa al 21%, contro il 27% del quinquennio antecedente. Ciò spiegherebbe la rabbiosa reazione di Trump contro la Turchia nel 2018, colpevole di voler acquistare aerei da guerra proprio dalla Russia.

Da segnalare anche lo stop alla crescita delle vendite dalla Cina, che dopo il +195% del realizzato tra il 2004 ed il  2013, nell’ultimo periodo (2014-2018) ha visto crescere i suoi affari solo del 2,7%.

Tra i migliori acquirenti, si segnala il terzo posto dell’Egitto, foraggiato anche dalle industrie di armi italiane (nonostante la vicenda di Tullio Regeni sia ancora lontana dall’essersi conclusa), ma soprattutto da quelle russe, francesi e tedesche.

Venendo all’Italia, essa contribuisce al primato europeo che quota un buon 27% del mercato mondiale. A sostenere l’export di armi italiane sono la Turchia (15%), l’Algeria (9%)e Israele (7%). Ma ciò che traina il mercato italiano, in questo periodo, sono le le guerre che hanno devastato la Siria e Yemen, dove il nostro export è cresciuto del 75%. Infatti, le guerre sono necessarie per sostenere la produzione mondiale di armi, la quale, senza conflitti, prima o poi si fermerebbe all’aggiornamento periodico dei mezzi di difesa interni.

In pratica, niente business.

Pertanto, risolvere il rebus se siano nate prima le armi e poi le guerre, o viceversa, è perfettamente inutile: si tratta delle facce di una stessa moneta, e non ci sarà soluzione finchè nessuno si farà carico di decisioni coraggiose e molto costose in termini di risorse finanziarie. Infatti, riconvertire l’industria mondiale delle armi sarebbe, per gli azionisti, una disfatta economica che getterebbe sul lastrico milioni di addetti. Senza contare i profitti che verrebbero a mancare ai grandi azionisti. Ed è chiaro che tutto questo, senza un intervento delle finanze pubbliche (o mondiali, si pensi al FMI) a compensazione delle perdite e in aiuto ai posti di lavoro, non potrebbe mai accadere così su due piedi.

Cosa può fare il mondo della Finanza per sensibilizzare gli investitori contro le industrie delle armi?

Poco o niente, almeno fino a quando si continuerà a “giocare” con l’attuale modo di intendere l’Eco-Sostenibilità ed il concetto di investimento etico nella produzione di strumenti finanziari. Non esiste, infatti, alcuna campagna mediatica, da parte delle grandi banche di investimento, contro i titoli delle aziende produttrici di armi, che spesso sono liberamente quotate in borsa ed inserite in centinaia di portafogli di fondi e sicav.

Del resto, consentono laute performance, visti gli utili che ottengono anno dopo anno, ed i gestori a cui piace vincere facile ci si buttano a capofitto.

Nessuno, poi, ha mai proposto fino ad ora di utilizzare uno strumento molto persuasivo, in termini di regolamenti di mercato azionario e obbligazionario, e cioè quello di vietare alle aziende produttrici di armi (anche in modo parziale, rispetto alle produzioni diversificate di altri rami d’azienda del gruppo) la quotazione in borsa e la quotazione delle proprie obbligazioni sul mercato. Per quelle già quotate, le si dovrebbe costringere ad un delisting forzato.

Per avere una idea degli sforzi che occorrerebbe fare per eliminare dalla faccia della Terra le industrie delle armi, è sufficiente misurare il mercato. Infatti, i cento maggiori contractor mondiali hanno realizzato nel 2019 ricavi legati alla vendita di armi e servizi militari per 480 miliardi di dollari, con i primi dieci che pesano per più della metà del totale (240 miliardi). Ecco chi sono, e qual è il peso del settore armamenti sul totale dei ricavi.

1) Lockheed Martin. Il colosso USA (aerei, elettronica, missili, spazio) capitalizza circa 45,2 miliardi di dollari. Secondo i dati del SIPRI, le vendite di armi nel 2011 sono state 36,3 miliardi dollari su di un totale di 46,5 miliardi (78%).

2) Boeing. Il titolo capitalizza sul listino USA 79,6 miliardi di dollari, e le vendite di armi rappresentano quasi il 50% del totale.

3) BAE Systems. E’ la più grande azienda non statunitense del settore (aerei, artiglieria, elettronica, veicoli militari, missili, munizioni, navi). Sul mercato USA ha un valore di 27,5 miliardi di dollari e le vendite di armi sono state pari al 95% del fatturato totale.

4) General Dynamic. Il gruppo diversificato in vari business (artiglieria, elettronica, veicoli militari, armi/munizioni, navi) capitalizza 34,5 miliardi di dollari. Le vendite di armi sono state pari al 75% del fatturato complessivo.

5) Raytheon. Specializzato nella fabbricazione di missili, il gruppo con sede a Waltham, nel Massachusetts, capitalizza a Wall Street  28 miliardi di dollari, e le vendite di armi nel 2011 sono il 90% del totale.

6) Northrop Grumman. Il gruppo (aerei, elettronica, missili, navi, spazio) che produce i droni Global Hawk, capitalizza 21,8 miliardi di dollari e le vendite di armi sono pari all’81% dei ricavi totali.

7) Eads. Il gigante. che opera in vari settori (areo, elettronica, missili, lo spazio) e fabbrica anche l’Airbus, capitalizza 46,6 miliardi di dollari e le vendite di armi sono state il 24% del totale dei ricavi.

8) Finmeccanica. Il gruppo italiano travolto dallo scandalo delle tangenti, vende armi per il 60% del fatturato totale.

9) L-3 Communications. Circa l’83% dei ricavi della società specializzata nell’elettronica proviene dalle vendite di armi.

10) United Technologies. Il gigante USA (più di 100 miliardi di capitalizzazione) fabbrica una vasta gamma di armi, ed in particolare elicotteri militari (tra cui il Black Hawk) per l’esercito americano e il Seahawk per la US Navy. Le vendite di armi sono pari a circa il 20% dei ricavi complessivi.

In attesa che gli organismi mondiali trovino la forza per uscire dalle ipocrite politiche di marketing sugli strumenti finanziari “ecosostenibili” ed “etici” – che distraggono l’attenzione dell’opinione pubblica dai veri problemi – le società di gestione del mondo dovrebbero iniziare a non comprare più questi titoli, e le Istituzioni del mercato dovrebbero pretendere che a nessuna banca di investimenti venisse più consentito di detenere i titoli azionari e le obbligazioni delle aziende produttrici di armi negli strumenti di risparmio gestito, né di poterle negoziare a mercato.

Fino ad allora, senza simili politiche realmente coercitive, il c.d. Risparmio Etico sarà solo “fuffa” per clientela retail poco evoluta, oppure – se vogliamo – il risultato della grande ipocrisia con cui l’industria del Risparmio cerca di creare nuovi argomenti per consolidare il business.