Aprile 29, 2026
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Consulenti finanziari e trattamento provvigionale, dove porta la partnership tra Anasf e Assoreti?

I principali attori che rappresentano, per statuto, gli interessi dei consulenti finanziari hanno già anticipato una ennesima limatura delle provvigioni. Marucci (Federpromm): “Le reti di consulenza finanziaria sono gonfie di utili, impossibile tollerare altre riduzioni dei margini”.

“Riflettere sul proprio pensiero, ovvero sviluppare una analisi critica del proprio vissuto in funzione della situazione oggettiva,  delle condizioni di lavoro e della struttura  dei processi di condizionamento legati alle differenziazioni di ruolo e di classe sociale”, così Manlio Marucci, presidente di Federpromm  (affiliata Uiltucs) lancia una provocazione ad alcune prese di posizione espresse dai rappresentanti  delle organizzazioni del “calcolo combinato”, e cioè Anasf ed Assoreti.  “Dopo 12 anni di continui tagli ai margini provvigionali – sostiene Marucci – e dopo alcune stagioni in cui il sistema banca-rete ha conseguito e distribuito alle capogruppo utili da capogiro, dobbiamo sentire ancora parlare di limature dei margini provvigionali, quando invece il sistema dovrebbe distribuire corposi premi di produzione ai consulenti finanziari per come questi hanno saputo reggere e aumentare il fatturato persino in occasione della pandemia che, invece, ha ridotto sul lastrico intere categorie produttive e apparati industriali”. “Certe dichiarazioni non sono più tollerabili – prosegue il presidente del sindacato dei consulenti e agenti del credito – e non escludiamo l’apertura, per la prima volta in questo settore “dorato”, di una vera lotta professionale e sindacale sulla base di una piattaforma di rivendicazioni categoriali concrete e non più rinviabili”.

Manlio Marucci

Cosa ha generato questa presa di posizione di Marucci? Per comprenderne bene la genesi, dobbiamo individuare i fatti, ed in particolare l’enfasi con la quale Anasf ha riqualificato – o semplicemente chiarito, una volta per tutte – il proprio rapporto con Assoreti. Nel sito dell’associazione è possibile leggere un intervento del presidente Conte, il quale affermava a Luglio 2020 “….mettere il consulente finanziario al centro della scena. Come farlo? Sicuramente facendo sistema, anzi mettendo in crisi il sistema (…). Un sistema messo in crisi inizia, infatti, a distinguere ciò che è da fare da quello che non lo è, ciò che è strategico da tutto il resto; così facendo arriva a fare una scelta e a quel punto prende le relative decisioni. Questo è il processo virtuoso al quale dobbiamo tendere. Ma non da soli. Fare sistema significa infatti interessare all’azione tutti gli stakeholder che sono prossimi alla nostra attività. Anzitutto Assoreti, nostra partner professionale. Non possiamo pensare di camminare separati, è assolutamente sconveniente per tutti che ci sia questa divisione (ammesso che ci sia), bisogna convergere invece per le stesse finalità e per gli stessi obiettivi”.

Luigi Conte

Pertanto, per bocca di Conte, Assoreti è “partner” indispensabile di Anasf, ed insieme “sono sistema”, percorrendo e condividendo identici obiettivi. Non c’è niente di moralmente discutibile in questo, si tratta di una strategia da cui certamente deriveranno degli effetti per la categoria, e Assoreti non è “il nemico” dei consulenti finanziari. Da questa partnership, però, derivano anche precise responsabilità storiche per Anasf, perché ogni scelta del “sistema” ricadrà ineluttabilmente su entrambe e, quindi, anche su Anasf.

Quali effetti possono attendersi i consulenti? E’ presto per dirlo, ma l’inizio sembra non essere dei più felici. Infatti, Advisor Online, in un articolo di Dicembre 2020, riporta un altro fatto importante, condito da altrettante dichiarazioni di Conte. “…Il 21 dicembre partirà il primo tavolo inter-associativo tra Anasf e Assoreti, che metterà a punto un programma per consentire ai giovani talenti di entrare nella professione. Lo ha annunciato il presidente di Anasf Luigi Conte nel corso dell’evento di apertura dell’edizione digitale di ConsulenTia 2020. (…..) E anche sulla sostenibilità economica della professione si è creato un asse tra le due associazioni. I consulenti infatti lamentano costi alti e ritorni bassi. Il numero uno di Assoreti, Paolo Molesini,  ‘si aspetta che, in questo momento di mercato dove i rendimenti sono non semplici da cogliere, si assisterà a una limatura dei margini, ma che sarà inferiore all’aumento delle masse in gestione. Luigi Conte ha concluso spiegando che è ‘interesse comune poter offrire i servizi giusti alla clientela e dall’altro lato avere le giuste remunerazioni. …..’”.

Pertanto, mentre Assoreti preannuncia un evento concreto, e cioè quello di una ennesima limatura dei margini alle reti, Anasf, per bocca del suo massimo esponente, risponde con un principio astratto, quello delle “giuste remunerazioni”, che non si sa bene cosa voglia dire con esattezza. Conte, però, chiarisce il concetto in un altro articolo, pubblicato nella rassegna stampa del sito di Anasf, nel quale egli afferma “….Auspichiamo che questa riduzione garantisca ai CF un futuro remunerativo e proporzionale agli sforzi fatti per offrire in modo professionale i servizi attesi alla clientela”.

Oggettivamente, e con tutta la buona volontà, non si comprende come una riduzione dei guadagni possa garantire ai consulenti finanziari un futuro remunerativo e proporzionale agli sforzi fatti, quando a tali sforzi, testimoniati dagli utili distribuiti copiosamente alle capogruppo, dovrebbe corrispondere un aumento dei margini, o almeno una stabilizzazione, e non certo una diminuzione. Inoltre, la motivazione con la quale in questi ultimi 13 anni si è voluto giustificare il progressivo taglio dei margini – quella dell’aumento delle masse amministrate pro capite, che riduce gli effetti dei tagli, ma solo in valore assoluto (a parità di masse, i margini sono diminuiti del 50% circa dal 2008) – non è accettabile neanche in linea di principio, perché l’aumento delle masse è merito indiscutibile dell’impegno degli stessi consulenti finanziari (senza i quali le masse sarebbero confluite alle banche tradizionali, e non alle reti) e, in nome di quelle masse, sono stati sacrificati sull’altare del portafoglio medio sia i praticanti PF, di cui oggi anche il sistema Anasf-Assoreti comincia a sentire la mancanza, sia migliaia di CF con portafoglio sotto la media ma costretti ad uscire dal mercato per iniziativa delle mandanti.  

Vito Ferito

Sul tema, Vito Ferito, Direttore Commerciale Gamma Capital Markets, è intervenuto di recente chiedendosi “…perchè il cliente sta pagando così tanto se il servizio al consulente viene pagato sempre meno? Un’altra verità scomoda con cui dobbiamo fare i conti è che la parte di costo complessivo sostenuto dal cliente, che viene retrocessa ai consulenti finanziari, rimane bassa e si contrae sempre di più. Come abbiamo visto alcuni livelli di costi complessivi sostenuti dagli investitori non sono giustificabili e dovrebbero scendere: è pur vero che i costi medi per il cliente stanno, di fatto, scendendo, ma sono i margini (sia assoluti che in percentuale del costo complessivo sostenuto dal cliente) dei consulenti che scendono ancora di più”. “Un’altra tendenza che noto ultimamente – prosegue Ferito – è quella dell’aumento di varie voci commissionali diverse dalle commissioni di gestione, come ad esempio la shareholders fee o le spese amministrative. E’ risaputo, infatti, (…..) che ogni centesimo in più delle altre voci costituisce un margine netto per la mandante o la SGR del gruppo. (….) Ai consulenti vengono lasciate le briciole….”.

Ecco cosa, in tutta evidenza, avrebbe determinato il cambio di direzione di Federpromm. Manlio Marucci, infatti, afferma che “è maturo il processo di cambiamento che sta interessando alla radice la categoria dei consulenti finanziari non autonomi, che non sono lavoratori subordinati alle reti di consulenza finanziaria, ma veri professionisti dotati di una propria autonomia all’interno di un sistema regolamentato, e oggi avanzano serie perplessità sulla natura “logicamente combinata” della partnership tra Anasf ed Assoreti”.  “Affrontare il problema dei cambiamenti strutturali dei CF – sostiene Marucci – per Federpromm significa, ad esempio, la libertà di assegnare i clienti ai colleghi graditi al CF uscente oppure, in caso di cambio da una società mandante ad un altra, di stabilire una norma che inibisca alla mandante qualunque attività di concorrenza sleale sulla clientela per un periodo non inferiore ad un anno”.  

“Altra elementare forma di tutela – aggiunge il presidente di Federpromm – è quella di porre le condizioni  sul piano contrattuale dell’impossibilità di revocare il mandato se non per giusta causa”. Inoltre, vista l’importanza inconfutabile dei CF all’interno di questo sistema, sarebbe corretto avere un loro rappresentante nel CdA della rete o negli organismi di compliance, eletto democraticamente, in rappresentanza degli interessi dei CF”. “Non solo – prosegue Marucci – In caso di ingresso presso un  nuovo intermediario (mandante) con contratto di agenzia, il pagamento dei bonus andrebbe garantito in totale assenza di condizioni-capestro, trattandosi di un investimento in termini quali-quantitativi della rete in una nuova risorsa umana, e non di un semplice meccanismo condizionato dal do ut des per le masse amministrate. Inoltre, i c.d. patti di stabilità dovrebbero essere inibiti o pagati profumatamente, in proporzione al portafoglio complessivamente considerato anno per anno e per tutta la durata del patto, esattamente come un bonus di ingresso”.

“Infine – conclude Marucci – a livello professionale, come era già previsto dalla Riforma Dini del 1995 sulla riforma delle pensioni,  andrebbe rivista la previdenza obbligatoria dei CF, consentendo così di avere una propria Cassa di previdenza autonoma in cui far confluire tutti i contributi versati fino ad oggi alla Fondazione Enasarco. In alternativa, istituire un Fondo Pensione di tipo negoziale attraverso un Accordo Economico Collettivo (AEC) di tutti gli operatori dell’intermediazione finanziaria, creditizia ed assicurativa, e ciò anche al fine di superare tutte le contraddizioni esistenti legate  a tali figure professionali. Un obiettivo che Federpromm-Uiltucs ha posto tra le sue principali attività sul piano sindacale anche per gli anni a venire”.

Euforia ingiustificata sui mercati azionari Usa. Maurizio Novelli: colpa degli algoritmi

La seconda ondata di Covid-19 aumenta sensibilmente il rischio di una doppia caduta del ciclo. I dati “aggiustati” su consumi, disoccupazione e produzione Usa rendono positivo un contesto che non lo è.

“La seconda ondata di Covid-19 sta producendo ulteriori danni sensibili all’economia di Europa e Stati Uniti e aumenta sensibilmente il rischio di una doppia caduta del ciclo nonostante l’euforia speculativa sui mercati finanziari. I motivi alla base del comportamento euforico potrebbero trovare una spiegazione nell’elevata presenza di strategie passive basate sull’uso di algoritmi che non comprendono la realtà”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

L’intelligenza artificiale non si fa molte domande sui dati macro recentemente pubblicati dal governo americano. Appare alquanto strano che le vendite retail siano in forte espansione (+5,8% su base annua vs il 3,5% del 2019) mentre si assiste a un aumento della disoccupazione, a un calo significativo della fiducia dei consumatori, a un aumento della propensione al risparmio e a una contrazione del credito al consumo. Ma andando in profondità nell’analisi si scopre che il governo americano ha modificato il calcolo dell’effetto di destagionalizzazione di questo dato proprio questa primavera, procurando una forte distorsione di calcolo di un dato che rappresenta circa il 70% del Pil. I macroeconomisti sanno che questo dato è distorto e non riflette la realtà delle cose ma le macchine, dotate di intelligenza artificiale, non lo sanno. Nella realtà i consumi calcolati dal real consumer spending sono giù di circa il 3,5%.

Un altro punto è che durante lo scoppio della crisi i disoccupati negli Stati Uniti hanno raggiunto la cifra di circa 27 milioni. Nel mese di aprile il governo americano ha introdotto dei piani separati di sostegno alla disoccupazione. A questo punto il governo federale ha iniziato a far confluire in questi programmi tutti i lavoratori che erano considerati disoccupati per motivi temporanei, facendoli così uscire dalle statistiche ufficiali della disoccupazione. Grazie a questo meccanismo il dato ufficiale sulla disoccupazione Usa è sceso a sei milioni di disoccupati, ma i disoccupati considerati temporanei sono ancora 16 milioni, evidenziando dunque una disoccupazione totale di circa 22 milioni. Anche in questo caso, gli economisti conoscono benissimo la reale situazione in cui versa il mercato del lavoro Usa ma per l’intelligenza artificiale conta solo il dato ufficiale.

I dati sugli ordini di beni durevoli sono un altro indicatore molto importante sulla tendenza del settore manifatturiero e dei consumi. L’analisi statistica dei dati pubblicati negli ultimi due anni evidenzia uno scostamento medio al rialzo del 47% tra il dato mensile preliminare e la sua revisione definitiva, che avviene un mese dopo la sua pubblicazione. Purtroppo la revisione non interessa quasi a nessuno e tutti sono attenti solo al dato preliminare che è quasi sempre sopravvalutato.

“Questi sono solo alcuni casi che evidenziano come sia facile trasformare un dato per renderlo migliore di quello che sembra e come le macchine siano vulnerabili a facili interpretazioni”, sottolinea Novelli. “Se ci si trova in un apparente contesto positivo in cui la disoccupazione scende rapidamente, i consumi salgono a ritmi molto più alti dello scorso anno, il governo federale eroga uno stimolo fiscale di 15 punti di Pil e la Fed inietta una colossale massa di liquidità nel sistema, è evidente che il modello quantitativo interpreta tutti questi dati in modo estremamente positivo. Poco importa se lo stimolo fiscale e monetario non serve a un rilancio dell’economia ma è solo finalizzato a impedire l’insolvenza del sistema, anche in questo caso è solo il dato che conta e non la sua interpretazione. La macchina, dotata di intelligenza artificiale, vede tutti questi stimoli come denaro pronto a sostenere investimenti nell’economia reale, uno scenario a cui poi si aggiunge di questi tempi il tema del vaccino”.

Il problema è che le persone si chiedono se quello che vedono corrisponde alla realtà perché hanno sensazioni di benessere o malessere che dipendono dal loro stato personale, mentre l’approccio quantitativo prende il dato per quello che è. Guardando le cose da questo punto di vista, appare abbastanza chiaro come mai ci sia una spinta così forte verso la gestione passiva e quantitativa da parte dell’industria finanziaria americana, mentre si tenda a ridimensionare l’approccio analitico/discrezionale, che di norma si fa troppe domande in un mondo che deve avere solo certezze. Ma se i comportamenti delle persone sono difficili da gestire e spesso producono crisi e rivoluzioni, anche i comportamenti dei modelli quantitativi sono esposti a fallacità.

La crisi dei mutui del 2008 è stata anche creata dall’uso di modelli quantitativi fuorvianti sull’effettivo rischio contenuto nei Mortgage Backed Securities (titoli garantiti da ipoteche su immobili). I risultati dei modelli dipendono sempre dai dati che gli si vuole fornire e oggi la situazione non è diversa rispetto al passato. Un altro fattore che accentua il rischio è la velocità di reazione con la quale le macchine, tutte assieme, inviano gli ordini al mercato e come il mercato venga privato della liquidità in pochi secondi. Molti modelli di gestione quantitativa si basano sul concetto di volatilità o sullo scostamento medio di prezzo. Se c’è un’anomalia nella rilevazione di tali dati gli algoritmi interrompono l’attività in attesa di nuove istruzioni e il mercato entra in totale blocco. Questo è spesso il motivo che procura i flash crash, repentine cadute nel vuoto delle quotazioni, che inducono i sistemi operativi a bloccare le contrattazioni. I ribassi sono dunque più ampi e violenti e per gli investitori è praticamente impossibile uscire dal mercato in tali condizioni, dato che la liquidità sparisce e le perdite si ampliano troppo per essere accettate.

L’attuale rischio di liquidità è sottostimato da quasi tutti i modelli quantitativi. Le banche centrali devono dunque intervenire per cercare di risolvere il problema ed evitare il default del sistema, ma soprattutto devono fare in modo che i soldi che sono investiti sui mercati rimangano investiti per sempre. Questo meccanismo tende a generare la percezione che il sistema sia protetto da qualsiasi rischio e induce gli investitori ad accentuare la predisposizione al rischio, disertando gli investimenti nei safe asset, che vengono acquistati dalle banche centrali per concentrare sempre più le posizioni sugli asset di rischio. Ma più si alimenta questo fenomeno e maggiore è il rischio a cui si espone il sistema se qualcosa va storto.

Maurizio Novelli

“Finora siamo riusciti a superare le crisi finanziarie con costi sempre maggiori per l’economia reale e sempre minori per l’industria finanziaria, dato che i salvataggi sono sempre stati sulle spalle di chi paga le tasse. Inoltre, non possiamo ignorare che da ogni crisi si è ripartiti con maggiore debito e maggiore leverage di prima per finanziare una crescita sempre più debole”, conclude Novelli. “Il punto ora è capire se i consumatori degli Stati Uniti saranno disposti ad aumentare ulteriormente il loro indebitamento oltre gli attuali livelli o se si entrerà in una fase di contenimento del debito e di deleverage”.

La consulenza finanziaria che non c’è. Diario di un sistema che non impara dai propri errori

Imbrigliare la consulenza finanziaria, per sua natura sartoriale, in una griglia rigida di regole asfissianti, rischia di procurare più danni che benefici.

Di Maurizio Nicosia*

Nelle scorse settimane ho festeggiato i 20 anni di iscrizione all’albo, e riflettevo sulle motivazioni che mi hanno indotto a lasciare il porto sicuro della banca tradizionale per abbracciare il mondo della consulenza finanziaria. In realtà allora si chiamava promozione finanziaria, e l’idea che il sistema aveva dei promotori finanziari era quella che fossero dei venditori di spazzole.

Chi, come me, aveva vissuto nel mondo delle banche e si occupava di risparmio o investimenti, stava vivendo la trasformazione della banca da anello di congiunzione tra famiglie e imprese a moderno Cerbero commerciale che, attraverso continue pressioni e scadenze quotidiane, traghettava verso l’ignoto gli ignari impiegati, spremendoli come limoni via via che i margini sugli interessi si comprimevano.

Noi bancari di allora eravamo stanchi, e parecchi di noi avevano voglia di unirsi a quei pionieri che avevano fondato la libera professione non avendo neanche gli strumenti migliori per gestire i risparmi. Ma la banca tradizionale, come istituzione, resisteva e reagiva; e così i cattivi, agli occhi dei clienti, continuavano ad essere i promotori finanziari, che faticavano non poco a crescere professionalmente e a consolidare il proprio ruolo sociale, pur cominciando a beneficiare economicamente dell’onda lunga del risparmio gestito, quella che si trascina ancora oggi.

La crisi finanziaria del 2007 ha dato una spallata al sistema, e le reti di promotori, grazie ad una maggiore consapevolezza professionale, hanno ingranato la quarta ed iniziato un inarrestabile corsa che portava alla loro affermazione e alla progressiva erosione delle quote di mercato appartenenti al mondo bancario tradizionale, il quale cominciava a risentire della crisi da mancanza di margini e da asfissia di impieghi alle imprese.

Quello è stato il momento della svolta, e noi ex bancari siamo diventati consulenti nel momento in cui abbiamo realizzato che eravamo gli unici a poter accompagnare le famiglie nelle loro scelte di vita, entrando nelle loro case. Dalla vendita allo sportello di prodotti siamo passati rapidamente alla pianificazione finanziaria, cominciando subito a lavorare sulle esigenze e non sulla vendita dei prodotti da banco. Molti di noi, ancora oggi, conservano le prime schede-incontro dove segnavamo a mano la storia delle famiglie che incontravamo e il piano di azione che rispondesse agli obiettivi della loro vita.

La consapevolezza che esiste un metodo per gestire il ciclo di vita familiare ha contribuito più che mai alla nascita degli odierni consulenti finanziari, che a pieno titolo hanno iniziato un percorso di graduale abbandono della veste di semplici collocatori di prodotti.

Viene da chiedersi, però, cosa abbiano fatto gli intermediari nel loro complesso, mentre i consulenti camminavano – anzi, correvano – lungo questo percorso di sviluppo virtuoso: hanno forse fatto della consulenza la loro bandiera, prendendo le distanze dai disastri comminati al sistema finanziario ed ai risparmiatori negli ultimi trent’anni? Non esattamente. Come rimedio generale, infatti, le massime istituzioni europee ci hanno “donato” le due MiFID. In particolare, si è preteso che la risposta al sistema “combina-disastri” poteva essere trovata nella MiFID II, con la quale l’Unione Europea ha cercato di normare rigidamente i processi di produzione e distribuzione degli strumenti finanziari e persino della consulenza, ingabbiando di fatto il sistema.

Pertanto il legislatore, conoscendo perfettamente le logiche del mondo bancario, ha inserito delle regole che impedissero agli intermediari di produrre periodicamente gli scempi a danno dei risparmiatori. Però, imbrigliare la consulenza, per sua natura sartoriale, in una griglia rigida di regole asfissianti, rischia di procurare più danni che benefici, proprio come si è verificato a marzo, allorquando gli intermediari si sono concentrati non su come tutelare il patrimonio dei clienti e su come gestirlo (bene, dinamicamente) durante le fasi più acute della crisi, ma su come svolgere al meglio il compitino della MiFID II, attivando persino sistemi automatici di blocco degli investimenti “per rischio mercato” al fine di evitare eventuali – e assolutamente improbabili, date le circostanze – responsabilità legali.

Il “sistema MiFID”, pertanto, ha mostrato di saper tutelare se stesso, ma non migliaia di clienti delle reti di consulenza finanziaria, e cioè quelli che tra Marzo e Aprile, a seguito dei fortissimi ribassi di borsa di quei giorni tremendi (ricordate il – 16.94% del 12 Marzo 2020?), manifestavano al proprio consulente la volontà di voler investire per approfittare del crollo del listino – o per “mediare” il prezzo dei loro strumenti finanziari, scesi anche del 40% – ma ciò gli veniva impedito dai blocchi MiFID.

Una cosa mai vista prima di allora: il sistema dei controlli che forza la stessa volontà dei clienti, assumendo così un ruolo “autoritario” che stride fortemente con qualunque regola liberista e democratica su cui dovrebbe poggiare il mondo della Finanza e del Risparmio.

Il progetto sognato di una consulenza finanziaria di parte terza, slegata dal prodotto, si infrange così sul muro della MiFID II e sulla vendita in appropriatezza di prodotti da banco che “marginano” di più, oppure sui processi di fidelizzazione del cliente attraverso il riconoscimento della forza del marchio. A ben vedere, proprio quest’ultimo punto rivela il desiderio  – manifestato già con la MiFID I – del sistema bancario-finanziario di ridurre il ruolo dei consulenti a meri spettatori non pensanti, asserviti a regole che sviliscono meritocrazia e professionalità.

Oggi, a causa del fiume in piena di masse amministrate che arriva alle reti dalle banche tradizionali, si sta perdendo la focalizzazione sulla consulenza olistica e sulla sua capacità di emancipazione dei consulenti, dei clienti e – perché no – anche delle società mandanti. Infatti, il consulente lavora insieme al cliente in funzione del ciclo di vita, del budgeting familiare, della classificazione di priorità tra bisogni ed esigenze, ma poi deve confrontarsi con dei “freddi” motori di asset allocation, all’interno dei quali – ob torto collo – egli deve individuare strumenti idonei a coprire delle esigenze che in realtà sono analizzate, al massimo, in una ottica di massimizzazione del rischio-rendimento generico. Così procedendo, dato lo scarso livello di educazione finanziaria dei clienti – molti dei quali ancora oggi sono inclini alla ricerca del prodotto “speciale che rende bene” – sarà molto difficile portare la consulenza patrimoniale al centro dei processi di crescita della nostra economia.

Maurizio Nicosia

In definitiva, mentre i consulenti finanziari vanno verso una direzione innovativa, che “rompe” con il passato, in cui l’attività di gestione dei risparmi è strumentale al raggiungimento del benessere dei clienti (e non più del rendimento), il sistema banche-reti continua ad avanzare nella sua direzione del massimo profitto, determinando una scollatura dalla tradizionale comunità di intenti che una volta aveva con gli ex promotori. Pertanto, risulta sempre più difficile conciliare le due posizioni, almeno finchè le reti non decideranno di adeguare la propria offerta di servizio-prodotto alle necessità di vita dei clienti – e non semplicemente a quelle finanziarie – e ad un modello di gestione di tali esigenze attraverso servizi avulsi dalla semplice gestione degli strumenti finanziari. Soltanto così, affiancando la “gestione del benessere familiare” ai prodotti finanziari si potrà mitigare l’eterno conflitto di interessi di un sistema che non riesce ad imparare dai propri errori.

La MiFID II, purtroppo, non agevola questo salto di qualità, e sarà difficile, nel breve periodo, convincere gli intermediari che il modello iper-standardizzato genera danni ai consumatori, e finirà con l’irritare gli stessi consulenti, stretti come sono tra mille regolamenti e nuove mansioni poco adatte al cuore della professione: l’attività di relazione.

* Area manager di una primaria rete di consulenza finanziaria italiana

Pensioni, giù PIL e prestazioni future. Aumentare i benefici fiscali della previdenza integrativa

A causa degli effetti della pandemia, le pensioni future potrebbero essere pari al 50% della retribuzione percepita. Se verranno chiesti altri sacrifici ai contribuenti, sarà necessario stimolare il ricorso alla previdenza integrativa concedendo benefici fiscali immediati ai sottoscrittori di fondi pensione.

Articolo di Filippo Foggetti

La recessione economica causata dall’emergenza Coronavirus impatterà certamente sul sistema previdenziale, sia pubblico che privato, soprattutto in quanto a sostenibilità finanziaria e adeguatezza delle prestazioni. Infatti, mentre le performance dei fondi pensione – che funzionano sostanzialmente come dei programmi di accumulo in fondi o sicav, soprattutto azionarie – possono essere verificate con immediatezza grazie ai risultati dei mercati di riferimento (azioni, obbligazioni etc), il criterio dominante del nostro sistema previdenziale pubblico è ancora quello della c.d. Ripartizione, nel quale i contributi versati dai lavoratori in attività alimentano e danno copertura a gran parte delle pensioni di chi è già in quiescenza. Pertanto, la questione principale – che non è affatto cambiata rispetto a qualche settimana fa, ma solo peggiorata  – riguarda la tenuta del sistema allorquando il livello occupazionale, per via degli effetti economici della pandemia sul sistema produttivo, si sarà abbassato e, soprattutto, quando le conseguenze in termini di PIL saranno conclamate in dati negativi. Da lì in poi, la differenza tra il mantenimento dei parametri attuali e l’adozione di nuove misure restrittive potrà farla solo la capacità dello stessa sistema di riprendere i livelli da cui era partito, ed in quanto tempo.

Il Coronavirus, purtroppo, ha creato un vero shock demografico proprio all’interno della categoria dei pensionati, e si calcola che, ad emergenza conclusa, l’INPS beneficerà di un “risparmio” annuale, derivante dal tragico conteggio delle pensioni da non erogare più (al netto delle reversibilità), di circa 300 milioni di euro, ma questo non sarà sufficiente a coprire le maggiori uscite per cassa integrazione e sovvenzioni di emergenza.

La questione diventa fondamentale in termini di PIL. Infatti, secondo le recenti riflessioni pubblicate dall’OCSE, “il Coronavirus è il più grande pericolo dai tempi della crisi finanziaria del 2008, ed espone l’economia mondiale ad una minaccia senza precedenti, con una crescita del PIL mondiale che dovrebbe prima arrestarsi e poi, a consuntivo, evidenziare un risultato negativo o pari a zero. Il ciclo economico, infatti,  potrà  fare affidamento nella piena ripresa della produzione e distribuzione soltanto nel terzo quadrimestre dell’anno”. Inoltre, secondo le recenti stime di Goldman Sachs sull’impatto del Coronavirus nell’area Euro, il PIL europeo dovrebbe chiudere quest’anno a -9% (per poi rimbalzare a +7.8% nel 2021), mentre quello del nostro Paese chiuderebbe il 2020 a -11,6% (e rimbalzare del +7.9% nel 2021). Ebbene, in Italia il PIL costituisce anche il fattore di rivalutazione nel metodo di calcolo contributivo delle pensioni, dal momento che i contributi che il lavoratore e il datore di lavoro versano ogni anno vengono rivalutati di una misura collegata all’andamento, appunto, del Prodotto Interno lordo. In particolare, la rivalutazione è pari alla media delle variazioni del PIL nell’ultimo quinquennio, ed il coefficiente viene applicato ai contributi versati, rivalutati e accantonati al primo giorno dell’anno. Pertanto, il PIL negativo del 2020 potrebbe incidere notevolmente sulla media delle rivalutazioni, e rendere ancora più inadeguati i futuri trattamenti previdenziali.

Per determinare più concretamente il concetto di cui sopra, secondo l’ANIA (Associazione Nazionale Imprese Assicuratrici), a parità di contributi versati ogni punto in meno di PIL determina, dopo 35 anni, una rendita pensionistica più bassa del 16%. Pertanto, i piani di welfare aziendale diventano fondamentali proprio nel dare sostegno alle future pensioni, attraverso forme previdenziali complementari di tipo collettivo.

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In sintesi, gli effetti della pandemia stanno peggiorando, e non di poco, un sistema pensionistico italiano già asfittico; infatti, lo scenario su cui il Coronavirus è piombato era quello in cui all’allungamento della vita media della popolazione, ed al conseguente allungamento temporale del pagamento delle pensioni, si contrapponeva un rallentamento della crescita economica ed una diminuzione delle entrate contributive. La necessità di riequilibrare dal fallimento questo sistema aveva richiesto l’adozione di riforme strutturali che tenessero sotto controllo la spesa pubblica e, contestualmente, favorissero un modello di previdenza complementare in affiancamento a quello pubblico. Ma in questo scenario, anche l’adesione a forme di previdenza complementare è a rischio, penalizzando una tendenza che in Italia andava gradualmente affermandosi anche grazie agli “stimoli indiretti” provenienti dalle modifiche normative del settore pubblico. In particolare, in Italia si era agito sull’innalzamento dei requisiti per andare in pensione (età e numero di anni lavorativi; sul sistema di calcolo della pensione (contributivo e non più retributivo) a partire dal 2012 e sulla rivalutazione della pensione esclusivamente in base all’inflazione (che si è quasi azzerata e rimarrà bassa fino all’uscita dall’emergenza).

Con la pandemia, però, è cambiato ogni scenario, e adesso resta da vedere come ai futuri pensionati  verrà richiesta una condivisione dei sacrifici, in termini contributivi ma, soprattutto, relativamente all’età di uscita dal lavoro. Se ciò accadrà, servirà questa volta dare una contropartita immediata, uno “stimolo” ad accantonare cifre più consistenti negli strumenti di previdenza integrativa, in particolare nei fondi pensione, per i quali si dovrà agire in termini di maggiore risparmio fiscale. Infatti, oggi i versamenti nei prodotti previdenziali sono deducibili dal reddito IRPEF fino ad un importo massimo di 5.164,57 euro all’anno, ed è possibile portare in deduzione, nei limiti dello stesso importo, anche i versamenti effettuati a favore di familiari fiscalmente a carico. Sul risultato netto maturato in ciascun anno, inoltre, grava un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi nella misura del 20% (anziché del 26%), e la pensione integrativa percepita godrà di un regime fiscale agevolato. I prodotti previdenziali, inoltre, sono esenti dal pagamento dell’imposta di bollo, sono impignorabili ed insequestrabili (a meno che non si ricada in condanne risarcitorie di natura penale), e la posizione maturata non entra a far parte del patrimonio ereditario: non è quindi assoggettabile a imposta di successione. Nonostante questi stimoli, però, la previdenza integrativa in Italia ha sempre subito la “concorrenza” del sistema pensionistico pubblico e, nei fatti, non è decollata, ed è stata “venduta”, dai tradizionali canali distributivi, come un semplice mezzo di risparmio fiscale. Ebbene, è prevedibile che la concorrenza interna delle pensioni pubbliche, nei prossimi anni, sarà meno forte per via di probabili modifiche peggiorative, e ciò potrà stimolare ulteriormente il ricorso alla previdenza integrativa; ma se si vuole veramente dare una “svolta”, e rendere nei fatti “obbligatorio” l’accantonamento in fondi pensione, sarà necessario potenziare la “leva commerciale” che determina il successo di questi strumenti, e cioè il risparmio fiscale.

Peraltro, per ottenere un buon risultato in termini di adesione, non sarebbe neanche necessario raddoppiare l’importo deducibile dal reddito IRPEF, ma anche soltanto accorciare i tempi di attesa (pochi mesi, uno o due al massimo) per vedere tradotto il risparmio fiscale derivante dal primo accantonamento annuale – se effettuato, per esempio, in unica soluzione – in una busta paga più “pesante”.

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Nelle more, è probabile che, a causa degli effetti del Coronavirus, i fondi pensione con adesione volontaria – quelli, ad esempio, sottoscritti dal “popolo delle partite IVA” – nel 2020 vedranno un crollo degli accantonamenti, per poi riprendere vigore non prima del 2022. Molte categorie di professionisti, infatti, dovranno pensare a come far fronte al crollo dei ricavi ed a come soddisfare le necessità primarie della famiglia, prima ancora di dare continuità all’accantonamento, e si teme che questa fase di “stop” durerà almeno due anni. Inoltre, la composizione media del portafoglio scelto dal contribuente fondo-pensionistico, esposta in misura sensibile negli asset azionari, determinerà una performance 2020 certamente negativa, e solo la capacità di ripresa dei paesi colpiti dalla pandemia potrà dirci se il minus del 2020 verrà recuperato, ed in quanto tempo.

In definitiva, serve un po’ di coraggio nel proporre un nuovo modello capace di mantenere la sostenibilità del sistema pensionistico e dare in cambio dei vantaggi concreti; e non c’è migliore occasione, per farlo, di una pandemia.