Giugno 13, 2026
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L’economia Usa rallenta per via dei dazi, ma non ci sono segnali di recessione

I settori che prendono vantaggio dalle agevolazioni fiscali di Trump sono quello farmaceutico, automobilistico e dei servizi pubblici. Lo stop all’immigrazione clandestina frena i canoni di affitto e fa calare l’inflazione.

di Alberto Conca, gestore del fondo Zest Quantamental Equity

Nelle ultime settimane, gli sviluppi geopolitici hanno dominato la scena. Tuttavia, è importante non perdere di vista l’evoluzione delle principali variabili macroeconomiche. Per questo motivo, abbiamo deciso di analizzare il potenziale impatto dei dazi, nonché le prospettive per l’inflazione e i consumi negli Stati Uniti nei prossimi mesi.

I dazi avranno senza dubbio un impatto sulla crescita economica statunitense, anche se difficilmente innescheranno una recessione. Ipotizzando un dazio globale del 10% e un dazio del 30% specificamente applicato alla Cina, le aspettative di crescita per il 2025 sono previste in calo, passando dal +2,2% di fine 2024 al +1,4% entro la fine del 2025. È importante sottolineare che queste stime sono altamente volatili e difficili da prevedere, soprattutto considerando i frequenti dietrofront del presidente Trump su decisioni precedentemente annunciate. Di conseguenza, questo rallentamento dovrebbe pesare sugli utili societari dell’indice S&P 500, che sono già stati rivisti al ribasso nelle ultime settimane. Tuttavia, al momento non vi sono segnali chiari di una recessione imminente. Piuttosto, l’economia statunitense potrebbe essere entrata in una fase di rallentamento, guidata in larga parte dalla questione dei dazi.

Come contrappeso all’impatto negativo dei dazi, l’amministrazione Trump ha recentemente annunciato l’intenzione di introdurre il “Big Beautiful Bill” (BBB), un pacchetto di agevolazioni e riduzioni fiscali. Tuttavia, questa nuova legislazione dovrebbe avere un effetto più limitato sugli utili societari rispetto ai tagli fiscali introdotti durante il primo mandato di Trump e i benefici si osserveranno principalmente su settori specifici. In particolare, per quanto riguarda le spese in conto capitale (CapEx) e la ricerca e sviluppo (R&S), i settori che potrebbero ottenere i maggiori risparmi fiscali sul flusso di cassa libero sono quello farmaceutico, automobilistico e dei servizi pubblici. Considerando l’impatto combinato di dazi e “Big Beautiful Bill“, il settore farmaceutico risulta il principale beneficiario, con una crescita dei ricavi attesa pari a +2% su base annua.

Dal lato delle famiglie, il “BBB” dovrebbe avere un effetto decisamente positivo, quasi paragonabile ai livelli osservati nel periodo 2018–2019. Tuttavia, il peso complessivo dei dazi rischia di superare questi benefici. Infatti, il 60% delle famiglie a basso reddito sarà colpito in modo sproporzionato dalle nuove tariffe, perdendo oltre l’1% del proprio potere d’acquisto attuale. Al contrario, l’impatto sulle famiglie ad alto reddito sarà praticamente trascurabile.

Passando all’inflazione, per comprendere le dinamiche recenti è necessario partire dall’immigrazione, poiché i due fenomeni sono strettamente collegati. Se si osserva la quota di persone nate all’estero sia nella forza lavoro statunitense sia nelle unità abitative in affitto tra il 2020 e il 2024/25, in entrambe i casi emerge che la loro crescita ha superato di gran lunga quella della popolazione complessiva. Questa tendenza, in particolare per quanto riguarda la domanda di case in affitto, ha spinto i prezzi degli affitti nettamente verso l’alto. Questi livelli elevati si sono mantenuti nel tempo, esercitando una pressione significativa al rialzo sul tasso d’inflazione complessivo.

Dalla elezione di Trump, il flusso di immigrati clandestini in ingresso nel paese attraverso il confine meridionale è diminuito drasticamente. Questa tendenza dovrebbe avere un effetto meccanico nello spingere i prezzi degli affitti verso il basso e, di conseguenza, nel ridurre l’inflazione. Man mano che i contratti di locazione scadono e vengono rinnovati a tassi incrementali più contenuti (l’inflazione misura la variazione dei prezzi anno su anno, non il livello dei prezzi), la componente affitti, che rappresenta circa il 35% del paniere dell’inflazione, eserciterà un impatto disinflazionistico significativo sull’inflazione complessiva. L’indice dei prezzi al consumo (CPI), al netto della componente affitti, si mantiene intorno al 2% da oltre un anno. Questa analisi potrebbe spingere la Federal Reserve a tagliare i tassi d’interesse già nella prossima riunione di luglio, nonostante le aspettative di mercato indichino il primo taglio a settembre.

Infine, dal lato dei consumi, le famiglie sembrano attualmente in una solida situazione finanziaria, se si osserva il rapporto tra il patrimonio immobiliare netto e la spesa per consumi. Questo indicatore può essere utilizzato per valutare il potenziale delle famiglie di ricorrere a prestiti garantiti dalla propria abitazione (home equity loans) come strumento per stimolare i consumi. Naturalmente, dall’altro lato dell’equazione, ciò richiederebbe sia una riduzione dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, sia un allentamento degli standard creditizi da parte delle banche, due fattori che negli ultimi anni hanno fortemente limitato l’attività di concessione di prestiti.

Health Care – La performance relativa del settore Healthcare rispetto allo S&P 500 da ottobre 2023 a oggi è stata significativamente negativa. Questa dinamica è chiaramente visibile anche osservando la relazione tra il tasso di crescita annuale composto (CAGR) a tre anni del settore rispetto all’indice S&P 500. Attualmente, il settore si trova su livelli di ipervenduto, quasi due deviazioni standard al di sotto della media storica, un indicatore che evidenzia il momentum estremamente negativo degli ultimi tre anni. Questa situazione potrebbe fungere da catalizzatore per una potenziale sovraperformance del settore nei prossimi mesi o anni. Oltre alla performance negativa, due ulteriori fattori supportano la possibilità di un rimbalzo: la crescita stimata per i prossimi due anni e le valutazioni. L’Healthcare è il secondo settore a più rapida crescita prevista, superato solo dalla tecnologia, ed è molto attrattivo in termini di valutazioni. Il rendimento del free cash flow del settore Healthcare si attesta al 4,78%, circa 170 punti base superiore al rendimento dei Treasury a due anni, sottolineando ancora una volta l’ottima opportunità offerta dal mercato. Inoltre, considerando le elevate valutazioni di mercato e la natura difensiva del settore, investire nell’Healthcare può essere visto anche come un modo per ridurre la volatilità del portafoglio.

Infine, relativamente all’indice S&P 500, la stima per fine anno in assenza di recessione si attesta intorno ai 6.100 punti. A oggi, l’indice è molto vicino a questo livello e, nei prossimi mesi, a seconda di dove si stabilizzerà la crescita degli utili, potremmo assistere a fluttuazioni tra i 5.700 e i 6.300 punti. Un altro motivo per cui potremmo assistere a volatilità nei prossimi mesi, con l’S&P 500 che oscilla all’interno di questo intervallo, è la scadenza del 9 luglio per l’Europa per raggiungere un accordo sui dazi con gli Stati Uniti. Se le trattative si concluderanno positivamente, il mercato probabilmente resterà resiliente, ignorando eventuali notizie geopolitiche negative. Questa resilienza sarebbe supportata dalla variazione percentuale su sei mesi delle stime degli utili consensus negli ultimi dodici mesi, che rimane molto elevata.

Fed: rischi di inflazione in aumento. L’oro si stabilizza, l’Europa instabile con le elezioni tedesche

La Fed avverte sui rischi inflazionistici, l’oro frena ma punta all’ottava settimana di rialzi, USA e Russia trattano in Arabia Saudita sulla guerra in Ucraina. In Europa frizioni sulla sicurezza.

A cura di Gold Avenue

L’Europa rivede la sicurezza dopo la svolta USA. “Sconvolgere la sicurezza transatlantica porta a un boom iniziale per i titoli della difesa, ma il futuro è incerto.” L’alleanza con gli USA vacilla dopo che il vicepresidente JD Vance ha minimizzato la minaccia russa. I leader europei puntano su una difesa più forte e un ruolo chiave nei negoziati di pace in Ucraina. I titoli della difesa salgono, ma restano dubbi economici. Le elezioni in Germania potrebbero aumentare l’instabilità.

In USA, il Dow ha perso 451 punti giovedì, mentre l’S&P 500 e il Nasdaq sono scesi dello 0,4% e dello 0,5%, con gli investitori che hanno venduto titoli popolari dopo le previsioni deludenti del colosso del retail Walmart. I titoli tecnologici in difficoltà: Palantir in calo del 5%, Tesla in flessione del 3%. I rendimenti dei Treasury sono scesi, con il decennale in ribasso di 5 punti base al 4,18%. Nel frattempo, l’Oro è sceso dello 0,4% a 2.926,54 $ l’oncia venerdì, ma segna l’ottava settimana consecutiva di rialzi (+1,5%). Giovedì ha toccato un record di 2.954,69 $, sostenuto dai timori sulle tariffe di Trump. Gli analisti vedono il rally intatto sopra i 2.850 $.

Sussidi di disoccupazione USA in rialzo. Le richieste iniziali salgono a 219.000 (+5.000), mantenendosi sui livelli pre-Covid. Le richieste continuative aumentano a 1,87 milioni, segnalando una domanda di lavoro ancora stabile. Intanto, Meta e Southwest Airlines annunciano licenziamenti, segno di crescenti pressioni aziendali. La Fed resta prudente sui tagli dei tassi, in attesa di segnali più chiari sull’inflazione. Il presidente della Fed di St. Louis teme che l’inflazione resti bloccata sopra il 2% e sostiene la necessità di una politica “moderatamente restrittiva” fino a stabilità raggiunta. Vede un rischio maggiore di inflazione persistente rispetto a un rallentamento del mercato del lavoro. I funzionari della Fed restano prudenti, mentre le incertezze su commercio e immigrazione complicano il quadro economico.

Per quanto riguarda i mercati azionari, gli investitori riducono le scommesse post-elettorali, preoccupati dalle minacce tariffarie di Trump. L’S&P 500 sottoperforma rispetto a Europa, Cina e Messico, mentre le small-cap, inizialmente viste come le più avvantaggiate, soffrono l’effetto dei tassi elevati. Anche il boom delle criptovalute post-elettorale si raffredda, con l’incertezza sulle promesse regolatorie che pesa sul mercato. Il Petrolio, invece, è in rialzo, con i prezzi che superano i 72 $ al barile per i timori sull’offerta e del dollaro debole. Un’interruzione in Kazakistan e voci su un rinvio degli aumenti OPEC+ spingono i prezzi, mentre le scorte USA crescono per la quarta settimana.

Preoccupazioni sulla resilienza dell’economia statunitense, ma lo S&P 500 dovrebbe tenere

Il rendimento atteso a 10 anni delle società statunitensi risulta il meno attraente. La riduzione di nuove case potrebbe generare un ulteriore aumento della disoccupazione fino al 5%.

di Alberto Conca, responsabile investimenti Lfg+Zest

Il rendimento atteso è una stima sul rendimento di un investimento ad una determinata scadenza formulata sulla base di tutte le informazioni disponibili in un determinato momento. Il rendimento implicito annuo atteso per l’S&P 500 nei prossimi dieci anni è attualmente al 4,66%, mentre il rendimento del Tesoro statunitense a 10 anni si attesta al 4,31%.

Utilizzando questi dati, possiamo calcolare l’Equity Risk Premium (ERP), che rappresenta il rendimento aggiuntivo che un investitore richiede per investire nel mercato azionario rispetto a un asset privo di rischio come i titoli di Stato. A oggi, questo valore è pari allo 0,35% (4,66% – 4,31%), una cifra molto bassa considerando la differenza di volatilità tra azioni e titoli di Stato. Uno dei motivi principali per cui l’ERP è così basso sono le attuali valutazioni elevate dell’S&P 500. Queste valutazioni non sono una giustificazione per un possibile crollo del mercato, piuttosto amplificano una futura caduta. Un crollo si verifica in genere a causa di un catalizzatore che sconvolge il mercato e innesca un sell-off.

Ebbene, analizzando i rendimenti dell’S&P 500 dagli anni ’50 si può concludere che le valutazioni non hanno avuto un impatto significativo sulla performance dell’indice nell’anno successivo. La situazione cambia quando estendiamo l’orizzonte temporale, poiché le valutazioni iniziali influenzano la performance futura a lungo termine. Infatti, tanto più alte sono le valutazioni iniziali tanto più difficile sarà ottenere alti rendimenti positivi futuri. Ad oggi, viste le attuali valutazioni dell’S&P500 in termini di multiplo P/E rispetto ai livelli storici, la probabilità di ottenere un rendimento negativo nei prossimi dieci anni è del 40%.

Inoltre, abbiamo analizzato lo stato del mercato immobiliare e le potenziali conseguenze che i cambiamenti in questo settore potrebbero avere sul mercato del lavoro. Il mercato immobiliare è caratterizzato da una situazione particolare: il numero di nuovi permessi di costruzione rispetto alla popolazione è inferiore alla sua media storica. Ciò significa che il numero di case in costruzione è inferiore rispetto alla domanda naturale. Di conseguenza, c’è una domanda inespressa nel mercato che deve essere colmata. Questa domanda non dovrebbe rappresentare un problema nei prossimi anni, poiché la tendenza a lungo termine rimane positiva. Questo leggero calo ha un impatto sul mercato del lavoro attraverso un effetto causale: il rallentamento delle approvazioni dei permessi di costruzione porta a una riduzione della costruzione di nuove case, che a sua volta si traduce in meno lavoratori, sia nei cantieri che nell’economia in generale.

La causa principale di questo rallentamento nel segmento immobiliare delle nuove costruzioni sono i tassi di interesse, che sono saliti a livelli elevati, portando coloro che stavano pensando di acquistare o costruire una casa a ritardare i loro acquisti. Se si osserva la relazione tra unità in costruzione e occupazione nel settore edile, attualmente, nonostante il calo delle unità in costruzione, l’occupazione nel settore è rimasta stabile. Questo perché le case devono essere completate prima di poter essere vendute, il che significa che c’è un ritardo prima che la variabile dipendente segua l’altra.

Nei prossimi mesi inizieremo a osservare questa dinamica, che dovrebbe avere un impatto su circa il 4% dell’occupazione nel settore edile, equivalente a un aumento dello 0,20% del tasso di disoccupazione del paese. Un aumento dello 0,20% del tasso di disoccupazione potrebbe non avere un impatto immediato significativo, ma probabilmente genererà un effetto secondario, portando a un ulteriore aumento della disoccupazione. Questo perché il settore immobiliare è un motore chiave dell’economia statunitense e un rallentamento in questo settore ha storicamente portato a una decelerazione economica più ampia, che a sua volta influisce sul mercato del lavoro. Per questo motivo, il tasso di disoccupazione potrebbe salire al 5%, sollevando ulteriori preoccupazioni sulla resilienza dell’economia statunitense.

Infine, abbiamo analizzato il free cash flow dei settori dell’indice in relazione al loro peso (capitalizzazione di mercato del settore all’interno dell’S&P 500) per valutare quali comparti sono sopravvalutati e quali sono sottovalutati in base a questa metrica. Possiamo osservare che ci sono pochi settori che sono massicciamente sottorappresentati in termini di free cash flow in relazione al loro peso nell’indice, come beni di consumo discrezionali, servizi di pubblica utilità ed energia, mentre un settore in particolare, l’assistenza sanitaria, ha un peso significativamente inferiore rispetto al free cash flow che genera; gli altri settori sono valutati in modo relativamente equo. È importante notare che circa 100 aziende generano l’80% del free cash flow dell’indice e solo 25 aziende rappresentano la metà del free cash flow totale dell’S&P 500. Ciò suggerisce che finché queste aziende continueranno a generare flussi di cassa così sostanziali, l’S&P 500 non dovrebbe subire cali significativi.

Scenario più favorevole al reddito fisso. Le azioni oggi valgono 20 volte gli utili previsti per il 2025

Non ci sono prove concrete a suggerire che il mercato azionario scenderà significativamente a breve. Due scenari: recessione molto vicina o futura crescita economica prossima allo zero.

di Alberto Conca, gestore Zest Asset management Sicav e responsabile investimenti Lfg+Zest

Il Pil e il Rnl (Reddito nazionale lordo) sono due variabili economiche che misurano la stessa cosa, trovandosi sui due lati dell’equazione della crescita economica: il primo si riferisce alle tendenze della produzione, mentre il secondo alle tendenze del reddito. Per questo motivo, nel lungo periodo le serie temporali hanno modelli molto simili, quasi identici. Ci sono momenti, tuttavia, in cui le due serie divergono. Questa divergenza non è quasi mai stata forte come quest’anno. Il Rnl è più del 3% al di sotto del Pil e questo segnale del lato “reddito” potrebbe indicare che la recessione potrebbe essere molto vicina o che la futura crescita economica rimarrà prossima allo zero. Il dilemma è se sarà il Pil a convergere verso il Rnl o viceversa.

La risposta potrebbe stare nel mezzo. Da un lato, notiamo che la serie storica degli indicatori anticipatori del G7 ha appena superato quota 100, come se il rallentamento economico fosse alle nostre spalle e il peggio fosse passato. La spinta per questo miglioramento potrebbe essere arrivata dalle banche centrali. Il numero di banche centrali che hanno iniziato a tagliare i tassi per stimolare l’economia è aumentato dallo 0% di inizio 2024 al 50% di oggi. Dall’altro lato, tuttavia, troviamo il PMI composito manifatturiero che rimane ben al di sotto di 50 (soglia tra espansione e contrazione economica). Storicamente, quando il PMI è al di sotto di 50, gli utili nell’S&P 500 diminuiscono in media del 17% annualizzato.

Attualmente, questo fenomeno non si sta verificando; infatti, le stime degli utili per il 2025 continuano a salire. Tuttavia, è importante capire da dove proviene questa crescita. Gli analisti macro attualmente segnalano che la crescita degli utili nell’S&P 500 per il prossimo anno sarà di circa il 14%. Utilizzando invece il metodo bottom-up e aggregando quindi tutti i titoli nell’S&P 500 dal basso, le stime della crescita degli utili salgono al 17%. C’è una differenza di circa tre punti percentuali, giustificata dal fatto che solitamente i secondi sono più ottimisti degli analisti macro. Osservando le crescite degli utili delle 500 aziende, la quota preponderante è compresa tra il 10% e il 15%. Osservando il contributo settoriale alla crescita degli utili del 2025 utilizzando il metodo bottom-up, quindi al 17%, emerge che oltre il 90% di questa crescita proviene da tre settori: Information Technology, Health Care e Communication Services. È importante notare che escludendo il settore dei materiali, la cui crescita nel 2025 sarà negativa, questi tre settori contribuirebbero ancora di più al totale dell’indice.

Approfondendo l’analisi, abbiamo identificato 16 azioni che spiegano oltre il 13% della crescita stimata degli utili per il 2025. Possiamo dividere queste azioni in due categorie, quelle relative all’assistenza sanitaria che segnalano una crescita idiosincratica, decorrelata alle tendenze economiche, e quelle relative allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. I componenti di questo secondo gruppo è come se avessero creato un ecosistema autosufficiente, perché Meta, Google, Apple e Microsoft stanno spendendo molto in capex e la maggior parte di questa spesa corrisponde ai ricavi di Nvidia. È opportuno chiedersi se questa forte spesa in capex, che come abbiamo appena visto si trasforma in crescita, sia sostenibile o meno. Gli stessi tre settori che contribuiscono maggiormente alla crescita degli utili (Information Technology, Health Care e Communication Services) generano la maggior parte del flusso di cassa libero dell’S&P 500. Pertanto, la loro enorme spesa in conto capitale è giustificata e apparentemente sostenibile, con l’aggiunta del Consumer Discretionary, che include Amazon e Tesla (due grandi spendaccioni in conto capitale) e delle Utilities. Restano dubbi su quanto a lungo saranno sostenuti questi investimenti e quindi continueranno a supportare la crescita.

Spostando l’attenzione sulla valutazione di mercato, riferendoci ai valori di crescita degli utili per il 2025 visti sopra, attualmente paghiamo circa 20 volte gli utili dell’anno prossimo. Storicamente il picco di un ciclo viene raggiunto quando il multiplo dell’indice è nell’area 20 e il minimo nell’area 8. A oggi, siamo al top dell’intervallo. Prendendo un’altra misura di valutazione, l’Earning Yield (Utile per azioni/Prezzo delle azioni) in relazione al possibile Upside/Downside dell’S&P 500 considerando le attuali stime di crescita degli utili, la situazione è simile a quella descritta sopra. Prendendo come riferimento il rendimento medio degli utili degli ultimi cinque anni (4,5%), nelle stime del 2024, 2025 e 2026 il possibile movimento dell’S&P 500 corrisponde rispettivamente a -10,3%, +2,3% e +12,0%. Il mercato in termini di valutazione sembra essere sopravvalutato. Infine, osservando il premio di rischio azionario implicito dell’S&P 500, esso attualmente si attesta all’1,14 percento rispetto a un valore storico del 3-3,5 percento. Non ci sono ancora prove concrete a suggerire che il mercato azionario scenderà significativamente a breve, ma in termini di rendimento aggiustato per il rischio continuiamo a preferire il reddito fisso, in particolare il segmento Investment Grade, rispetto all’azionario.

Europa: interessanti il mercato francese e tedesco. Probabile taglio dei tassi entro il primo semestre

La qualità dei componenti dell’indice CAC 40 rende appetibile il mercato francese, a pari merito con quello tedesco. Scenario macroeconomico estremamente favorevole.

di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities

Attualmente, lo scenario macroeconomico per i mercati sia azionari che obbligazionari è estremamente favorevole. In particolare, guardando all’Europa, riteniamo molto interessante il mercato francese per la qualità dei componenti del suo indice CAC 40 e quello tedesco grazie al contenimento della crisi energetica. In generale, la recente performance positiva di equity e bond indica come i mercati abbiano già prezzato molti fattori positivi, tra cui inflazione in discesa, tassi di interesse in discesa e utili societari in crescita.

Nel mese di Febbraio 2024, l’indice MSCI World (in EUR) ha continuato la sua ripresa, aumentando del 4.5%. Il recente rimbalzo azionario è stato trainato da tre fattori: aspettative che le banche centrali taglino i tassi nel corso 2024; ulteriori segnali di un’economia resiliente; buoni risultati trimestrali riportati dalle società Usa, in particolare dal settore tecnologico. L’inflazione negli Usa e in Europa ha subito un notevole rallentamento e sta gradualmente convergendo verso il target del 2%. Pertanto, è estremamente probabile che sia la Federal Reserve che la Bce agiscano sui tassi durante la prima metà dell’anno in corso. L’economia Usa gode di buona salute, come evidenziato dai dati recenti su occupazione, vendite al dettaglio e Pil. Inoltre, si prevede che le società Usa continueranno a riportare utili in crescita.

L’S&P 500 quota a un multiplo di 21 volte gli utili 2024 e l’S&P 500 Equalweight di 17x. Tali livelli di valutazione non sono economici in base alle medie storiche. Le aspettative sono positive ma il mercato le ha già prezzate, almeno parzialmente. Oggi l’indice S&P 500 viene scambiato a un premio del 50% rispetto all’indice Eurostoxx 50. Riteniamo che tale premio possa essere spiegato da una serie di motivi. Quello principale è legato alla composizione degli indici stessi. Il mercato Usa infatti ha un maggior numero di aziende ad alta crescita, con i settori tecnologia e comunicazioni che pesano per circa il 40% rispetto al 20% in Europa. Tali aziende hanno bilanci solidi grazie alla forte generazione di cassa, presentando un rischio finanziario minore rispetto alle aziende europee. Crescita maggiore unita a un rischio finanziario minore si traducono in multipli più elevati per il mercato Usa. La guerra in Ucraina inoltre ha generato uno sconto legato al rischio geopolitico, più alto in Europa rispetto agli Usa.

Guardando all’Europa, riteniamo molto interessante il mercato francese per la qualità dei componenti del suo indice principale CAC 40, che ha aziende come LVMH, Hermes, L’Oreal, Air Liquide, Safran. Pur non appartenendo al settore tecnologico, tali aziende hanno solide prospettive di crescita, ottima generazione di cassa e management eccellenti. Un altro mercato che potrebbe andare bene, anche grazie al contenimento della crisi energetica, è quello tedesco nel quale vi è una importante concentrazione di aziende industriali. A livello settoriale, il portafoglio non ha banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi. Il portafoglio è sovrappesato sul settore finanziario, industriale e chimico. I settori sanità e beni di consumo sono leggermente sovrappesati mentre i tecnologici sono sottopesati, con nessuna esposizione sul settore hardware.

Previsioni sul mercato azionario USA per i prossimi cinque mesi: segnali di cautela

Dopo il forte rimbalzo del secondo trimestre, le azioni stanno ritracciando, ed anche un solo aumento dei tassi potrebbe portare ad una recessione e ad una brusca correzione.

Dopo una corsa più che soddisfacente (ma irregolare) delle azioni da gennaio fino alla metà di luglio, le previsioni sul mercato azionario per i prossimi cinque mesi rimangono leggermente rialziste, al netto del ritracciamento in corso. I grandi guadagni nei titoli tecnologici – dal cloud computing al gigante dell’IA generativa Microsoft (MSFT), da Oracle (ORCL) a Palantir Technologies (PLTR) – hanno entusiasmato gli investitori, e a giudicare dalle performance degli ultimi mesi sembra davvero che gli “spiriti animali” del mercato azionario siano tornati.  Ma non è tutto oro  quel che luccica.

Oltre ai principali titoli tecnologici, forti mosse da parte di aziende in crescita dei consumatori, come Amphastar Pharmaceuticals (AMPH), l’innovatore dei trasporti Uber (UBER) e il marketer di cosmetici a media capitalizzazione ELF Beauty (ELF) hanno ha aggiunto la leadership di qualità al mercato. Le azioni di Amphastar, tuttavia, sono state scosse da una volatilità folle verificatasi all’interno del segmento di appartenenza. Nella settimana terminata l’11 agosto, infatti, la biotecnologia small cap è passata da un guadagno del 7,7% a una perdita del 12,9%, replicando la debacle dello scorso Aprile (- 18%). Nel frattempo, le prospettive ottimistiche per le azioni statunitensi potrebbero peggiorare rapidamente se le aspettative degli investitori per gli utili societari, i tassi di interesse e la stabilità del settore bancario dovessero rivelarsi peggiori delle previsioni.

Il 26 luglio scorso, la Federal Reserve ha posto fine alla breve pausa nella sua campagna di inasprimento monetario con un aumento di un quarto di punto del tasso sui federal funds. La mossa ha innalzato la fascia obiettivo dei prestiti overnight alle grandi banche al 5,25%-5,5%, il livello più alto dal marzo 2001. La prossima conferenza della Federal Reserve sui tassi di interesse si svolgerà il 19-20 settembre, e c’è tutto il tempo affinchè fatti nuovi – es. una escalation della guerra Ucraina-Russia – possano raffreddare ulteriormente l’umore degli investitori; i quali, peraltro, mostrano chiaramente preoccupazione per la deflazione e l’aumento vertiginoso della disoccupazione tra i giovani adulti in Cina, la seconda economia mondiale.

L’inflazione e i tassi di interesse, comunque, incombono sulle prospettive. CME FedWatch calcola una probabilità molto bassa (11,5%) che la Fed alzerà il tasso sui federal funds di un altro quarto di punto fino a un intervallo compreso tra 5,5% e 5,75% alla riunione del prossimo 20 settembre, ma la probabilità aumenta al 31,7% per la riunione del 1 novembre e al 29% per quella del 13 dicembre. Inoltre, un rapporto sull’occupazione negli Stati Uniti di giugno ha indicato che il mercato del lavoro è ancora piuttosto teso (disoccupazione al 3,5%), ma i recenti dati sui prezzi al consumo hanno attenuato la preoccupazione che la banca centrale degli Stati Uniti continui ad aumentare bruscamente i tassi durante la seconda metà del 2023.

Ad aumentare i dubbi sul picco di rialzo dei tassi, ad agosto il governo ha annunciato che il PIL degli Stati Uniti è aumentato del 2,4% (tasso annualizzato superiore alle attese), sulla base della prima lettura dei dati economici; questo dato sta contribuendo non poco ad alimentare i timori per un nuovo rialzo dei tassi. Nel frattempo, in Europa, i nuovi dati sull’inflazione nel Regno Unito hanno mostrato un aumento dell’8,7% su base annua, superiore alle attese, e queste cifre lasciano intendere che la stretta monetaria in tutto il mondo potrebbe continuare. Questo insieme di segnali deprime le previsioni per il mercato azionario, tanto più che lo S&P 500 scambia a 20 volte la stima degli utili di consenso per il 2023 e a 18 volte la previsione degli utili per il 2024.

Confrontando il rendimento degli utili per le società a grande capitalizzazione – gli utili attesi divisi per il prezzo S&P 500, moltiplicato per 100 – con i rendimenti attesi per il mercato obbligazionario, otteniamo dati confortanti, poiché il rendimento da utili previsto per l’S&P 500 è del 5% per tutto il 2023, superiore (ma non troppo) al rendimento privo di rischio generalmente accettato del 3,76% per i buoni del Tesoro USA a 10 anni. Peraltro, gli analisti prevedono gli utili in aumento dello 0,8% nel terzo trimestre su base annua, per poi accelerare fino a un aumento dell’8,2% nel quarto trimestre, portando il rapporto medio prezzo-utili per l’S&P 500 a 18,5 volte superiore agli utili di 12 mesi (appena sotto la media quinquennale di 18,6). Nel dettaglio, 11 settori di S&P probabilmente registreranno una crescita degli utili anno su anno e cinque di questi nove settori potrebbero registrare guadagni a due cifre, e più precisamente: i servizi di comunicazione (36,3%), i servizi di pubblica utilità (26,2%), i beni di consumo voluttuari (21,3%), la tecnologia dell’informazione (12,4%) e i finanziari (11,2%).

In conclusione, in questo momento le azioni, dopo aver registrato un forte rimbalzo sulla base delle prove che l’inflazione sta scendendo, stanno ritracciando ma non correggendo, sulla scorta delle opinioni di alcuni strateghi di mercato, secondo i quali anche solo una mossa in più da parte della Fed per aumentare il costo dei prestiti per le maggiori banche della nazione potrebbe portare a una contrazione economica e a una brusca fine della corsa alle azioni. Alcuni membri della Fed, infatti, sembrano non essere disposti a fermare la fase di rialzo dei tassi fino a quando il mercato del lavoro, finora più che resiliente, non si indebolirà sensibilmente, ma questo si potrebbe tradurre in una recessione. Di conseguenza, le circostanze invitano ad una maggiore cautela relativamente alle previsioni del mercato azionario per i prossimi cinque mesi.

Ethenea: borsa USA “ristretta”. Apple capitalizza più dell’intero indice Russell 2000

Un quarto dell’S&P 500 è concentrato in cinque titoli (Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon e NVIDIA). La sola Apple ha una capitalizzazione maggiore dell’intero indice Russell 2000.
 
“L’aumento degli squilibri è stato particolarmente evidente negli ultimi tempi sui mercati azionari. In particolare negli Stati Uniti si è visto che l’andamento del mercato è stato influenzato solo da poche importanti azioni. È facile rilevare tali squilibri confrontando il noto indice S&P 500, ponderato per la capitalizzazione di mercato, con la sua variante equiponderata meno nota. Quest’ultima è rimasta da inizio anno in prossimità dello zero, mentre l’S&P 500 ha registrato rialzi a tratti anche a due cifre. Il titolo azionario medio non riesce dunque a decollare, mentre l’S&P 500 ha registrato plusvalenze. Questo fenomeno viene occasionalmente definito “scarsa ampiezza del mercato“. È l’analisi di Christian Schmitt, portfolio manager di Ethenea Independent Investors.
 
Il peso dei cinque titoli con la maggiore capitalizzazione di mercato (Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon e NVIDIA) costituisce quasi un quarto della capitalizzazione dell’indice. Già Apple, da sola, ha raggiunto una capitalizzazione di oltre 2,5 trilioni di euro, superando addirittura leggermente l’intera capitalizzazione del Russel 2000 (un indice azionario di small cap statunitensi rinomato su scala mondiale). Ulteriori esempi della riduzione dell’ampiezza del mercato sono riscontrabili anch’essi soprattutto negli Usa. Ad esempio, in seguito alla recente crisi del mercato bancario, la capitalizzazione di mercato della più grande banca statunitense, J.P. Morgan, ha superato nettamente quella aggregata delle 143 banche regionali comprese nell’S&P Regional Banks Index.
 
Lo scorso anno anche la performance del titolo della casa automobilistica statunitense Tesla ha riflesso questi sviluppi nel confronto con il resto del mercato globale di tutti i produttori di automobili. Un simile andamento si osserva, al di là delle differenze accessorie, in due delle cinque principali azioni dell’S&P 500, Amazon e il produttore di chip NVIDIA. La capitalizzazione di mercato di quest’ultimo è attualmente pari a quasi 30 volte il fatturato (non l’utile) dello scorso anno. “L’evoluzione fondamentale per lo più ottima di tutti i singoli titoli menzionati sopra potrebbe sicuramente continuare e gli squilibri del mercato potrebbero pertanto ulteriormente rafforzarsi”, sottolinea Christian Schmitt. “Inoltre, le aree del mercato che finora hanno sottoperformato potrebbero recuperare terreno – le quotazioni offrono margini in tal senso – con conseguente riduzione degli squilibri. In ogni caso è importante essere a conoscenza di questi sviluppi e seguirne l’andamento”.

Ethenea: il rally azionario non è sostenibile. Seguire le aspettative sugli utili

Molti titoli sono già saliti troppo e troppo velocemente. Se vedremo un minimo nelle aspettative sugli utili, quei livelli dovrebbero essere visti come prezzi di acquisto.

“A fronte di un ulteriore calo degli utili attesi, riteniamo che molti titoli siano saliti troppo e troppo velocemente nel breve termine e che, contrariamente alle aspettative, stiamo ancora una volta sperimentando il timore di restare tagliati fuori (Fomo: Fear Of Missing Out). L’attuale rally azionario non è sostenibile e non proseguirà allo stesso modo”. Michael Blümke, Senior Portfolio Manager di Ethenea Independent Investors, mette in guardia contro l’eccessiva euforia per i forti rialzi azionari che ci sono stati negli Stati Uniti, in Europa e in Asia da ottobre 2022.

Blumke fa notare che molti indici azionari hanno già recuperato, in un tempo relativamente breve, gran parte delle perdite dell’anno passato. In Europa, il DAX o l’EUROSTOXX 50 sono solo circa il 5% al di sotto dei loro massimi storici raggiunti 13 mesi fa. Mentre negli Usa, l’indice più esposto alla tecnologia, l’S&P 500, è ancora un buon 15% al di sotto dei suoi massimi. Guardando ai rispettivi minimi, in soli quattro mesi è stata generata una performance notevole su entrambe le sponde dell’Atlantico. Sebbene sembri che la recessione possa essere evitata, le aspettative di crescita nella migliore delle ipotesi sono ancora nella media. Ad esempio, il rapporto prezzo/utili dell’S&P500 calcolato sugli utili attesi è già tornato a un livello paragonabile a quello immediatamente precedente alla crisi del Covid, quando era considerato caro. 

“Penso che abbiamo già visto i minimi”, spiega Blümke, “e se si concretizzerà un minimo nelle aspettative sugli utili, i consolidamenti da questo livello dovrebbero essere visti come prezzi di acquisto. Quindi sconsiglio di inseguire il rally attuale”. “Per prepararci allo scenario dei prossimi mesi, da qualche tempo abbiamo limitato l’esposizione azionaria ai soli titoli statunitensi. È una decisione che monitoriamo costantemente, ma nonostante l’attuale “rinascita” dei titoli europei e asiatici, non c’è ancora motivo di cambiare direzione. Questo soprattutto se si considera che la sottoperformance dell’indice di riferimento americano è stata causata principalmente dalle megacap e dal loro peso nell’indice. Quindi continuiamo a concentrarci sui titoli americani ad ampia capitalizzazione. Mentre evitiamo le azioni ad alto dividendo, che sono solite comportarsi molto bene negli anni di crisi (come il 2022), ma non sono così forti nella crescita a lungo termine e non sono adatte al nostro approccio di copertura del portafoglio di base con derivati dell’indice in qualsiasi momento senza un rischio di base eccessivo”.

Mercati USA, primo trimestre all’insegna delle difficoltà. Recessione non ancora scongiurata

Nel 2023 l’inflazione sembra diminuire in modo strutturale. Tuttavia, gli analisti temono che la battaglia della Fed contro l’aumento dei prezzi non sia ancora conclusa. Cautela sull’azionario e preferenza per i conti di risparmio.

Le preoccupazioni per l’aumento dei tassi di interesse, la decrescita economica e l’inflazione hanno colpito nell’anno da poco trascorso i titoli tecnologici, i titoli growth e le criptovalute in modo particolarmente duro. Nel suo complesso, lo S&P 500 ha chiuso il 2022 con la peggiore performance dal 2008, subendo una perdita del 20%, ma l’inflazione e i tassi di interesse rimarranno probabilmente le due principali preoccupazioni di Wall Street nel primo trimestre del 2023.

Nel dettaglio, l’indice dei prezzi al consumo (CPI) è salito del 7,1% su base annua nel novembre 2022, in calo rispetto al 7,7% di ottobre, ben al di sotto del picco dell’inflazione del 9,1% del giugno 2022. L’indice dei prezzi della spesa per consumi personali (PCE) è aumentato del 5,5% anno su anno a novembre, in calo rispetto al 6,1% di ottobre. La misura dell’inflazione preferita dalla Fed, il PCE core, che esclude i prezzi volatili di cibo ed energia, è aumentata del 4,7% a novembre, ancora ben al di sopra dell’obiettivo a lungo termine della Fed del 2%. Nel frattempo, a dicembre il Federal Open Market Committee (FOMC) ha ridotto il ritmo dei suoi aumenti dei tassi di interesse, optando per aumentare il tasso obiettivo sui fondi federali di 50 punti base, a un nuovo intervallo compreso tra il 4,25% e il 4,5%. Il rialzo dei tassi di dicembre segue quattro rialzi consecutivi del FOMC di 75 punti base ciascuno.

Sul fronte dei corsi, il mercato obbligazionario adesso sta scontando una probabilità dell’86% che la Fed alzerà i tassi di almeno altri 50 punti base entro marzo 2023, raggiungendo il picco del 5%. Pertanto, i primi mesi del 2023 saranno un periodo critico per l’economia. Sebbene l’inflazione sembri tendere al ribasso, infatti, analisti ed economisti temono che possa rivelarsi più “vischiosa” di quanto il mercato si aspetti. Fino ad oggi, la Fed ha alzato i tassi in modo aggressivo senza far precipitare l’economia in recessione, ma i recenti rapporti sui dati economici suggeriscono che il rischio di una recessione all’inizio del 2023 è aumentato in modo significativo.

Le vendite di case esistenti negli Stati Uniti sono diminuite del 7,7% su base mensile a novembre, con una diminuzione del 35,4% rispetto a un anno fa. La fiducia dei consumatori statunitensi è aumentata del 5% su base mensile a dicembre, ma rimane in calo del 15% su base annua. Anche la Fed ha tagliato le sue aspettative di crescita economica per il 2023. Il FOMC ha aggiornato le sue proiezioni a lungo termine a dicembre, riducendo le sue previsioni per la crescita del prodotto interno lordo (PIL) degli Stati Uniti nel 2023 a solo lo 0,5% (dall’1,2%). Il FOMC ha anche aumentato le sue previsioni sul tasso di disoccupazione negli Stati Uniti per il 2023, portandolo al 4,6%, rispetto al tasso del 3,7% di dicembre. Il mercato del lavoro, pertanto, rimarrà resiliente e vicino alla piena occupazione anche in caso di lieve recessione. I dati di Novembre hanno rilevato 263.000 posti di lavoro in più, superando le stime degli economisti che parlavano di 200.000 posti.

Ma se il mercato del lavoro sarà l’ultima tessera del domino a cadere, il mercato immobiliare statunitense è già in recessione, mentre il settore manifatturiero si sta indebolendo, segno che molti dei danni economici e di mercato del lavoro causati dall’inasprimento della Fed nel 2022 probabilmente non si sono ancora verificati.  Di conseguenza, sarà fondamentale prestare attenzione agli utili del quarto trimestre 2022. Sul tema, le società quotate nello S&P 500 hanno registrato nel terzo trimestre del 2022 una crescita degli utili anno su anno del 2,5%, e una crescita dei ricavi dell’11%.

La diffusione dei dati sugli utili del quarto trimestre inizia a metà gennaio, e gli analisti si aspettano un significativo rallentamento della crescita dai livelli del 2022: le stime di consenso di Wall Street prevedono nel quarto trimestre un calo degli utili del 2,8% su base annua, e una crescita dei ricavi di appena il 4% per le società dello S&P 500. Del resto, la crescita degli utili dello S&P 500 per l’intero anno 2022 (prevista al +5,1%) è in qualche modo ingannevole, dal momento che l’invasione russa dell’Ucraina ha esacerbato gli squilibri del mercato energetico globale, facendo impennare i prezzi dell’energia e i profitti. Di conseguenza, il settore energetico S&P 500 si prevede genererà una crescita degli utili per l’intero anno del 151,7%, ma senza i contributi del settore energetico gli utili dell’S&P 500 dovrebbero scendere dell’1,8%.

Chris Zaccarelli  (nella foto), chief investment officer di Independent Advisor Alliance, afferma che il rallentamento della spesa e della crescita economica è una buona notizia sul fronte dell’inflazione, ma una cattiva notizia per il mercato azionario. “A questo punto il mercato è stato messo all’angolo, dal momento che una spesa più robusta e una crescita più elevata sono indirettamente dannose per il mercato azionario (perché è probabile che inneschino una reazione da falco ancora più forte da parte della Fed), mentre una spesa e una crescita più lente sono direttamente dannoso per il mercato azionario, perché implica minori guadagni aziendali”, dice Zaccarelli. In tal senso, gli investitori riceveranno il primo feedback significativo sul quarto trimestre quando i grandi titoli bancari pubblicheranno i loro rapporti trimestrali il prossimo 13 gennaio.

Relativamente alle strategie di investimento azionario, c’è da dire che una scarsa performance di dicembre dello S&P 500 non è necessariamente un segnale di avvertimento per l’anno solare successivo. Infatti, le ultime quattro volte che l’S&P 500 è sceso di oltre il 4% a dicembre, l’indice ha registrato un guadagno medio del 20,5% nei successivi 12 mesi. Per chi teme il rischio di recessione e volesse iniziare l’anno più in sordina – nell’attesa di capire in quale direzione andranno gli utili aziendali – sarebbe utile trarre vantaggio dall’aumento dei tassi di interesse, riducendo l’esposizione alle azioni e aumentando le proprie disponibilità liquide, che oggi vengono remunerate con un generoso 4% (e oltre) di interessi sui conti di risparmio ad alto rendimento delle banche assicurate dalla Federal Deposit Insurance. Tuttavia, per  chi volesse adottare questo approccio, il problema sarà quello di sempre, e cioè capire quando rientrare nell’azionario. Il mercato, infatti, può cambiare in qualsiasi momento, soprattutto nell’attuale congiuntura.

Fondi USA, gli investitori incrementano le azioni dopo mesi di saldo netto negativo

I fondi azionari globali hanno visto i loro primi afflussi netti dopo 10 settimane di saldo negativo. Sembra che il mercato stia costruendo “modelli rialzisti”, con gli acquirenti che potrebbero tornare sulle azioni e rimanervi.

Con il Dow Jones Industrial Average sulla buona strada per ottenere, la scorsa settimana, la serie di perdite settimanali più lunga in quasi un secolo, i dati provenienti da una manciata di fonti mostrano che gli investitori di tutto il mondo stanno accumulando nuovamente azioni, provocando i primi afflussi netti nelle classi azionarie globali dopo 10 settimane.

In USA, gli investitori hanno scaricato 20,6 miliardi di dollari in fondi azionari globali dal 25 maggio, secondo il rapporto settimanale della Bank of America. I flussi arrivano quando le azioni globali stanno finalmente rimbalzando dopo che l’indice S&P 500 ha a lungo flirtato con il territorio ribassista, in buona compagnia dei principali benchmark sia in Europa che negli Stati Uniti, ormai diretti verso la loro performance settimanale più forte da marzo. Di conseguenza, l’indice MSCI World è salito di oltre il 3% la scorsa settimana, riducendo la sua perdita da inizio anno a circa il 15%.

Con il rimbalzo delle azioni, alcuni analisti di mercato (Citigroup e JP Morgan) hanno confermato con i fatti quanto comunicato ai clienti due settimane fa in merito ad un rimbalzo sostenuto, ma altre case di investimento hanno mantenuto un approccio più cauto, con Bank of America e Morgan Stanley che hanno avvertito che le azioni potrebbero non aver ancora raggiunto i minimi dell’anno. Infatti, secondo Michael Hartnett della Bank of America gli asset più ipervenduti rispetto alle loro medie mobili a 200 giorni includono il Treasury statunitense a 30 anni, le obbligazioni “spazzatura” (c.d. junk bond) e le azioni sia in Cina che in Germania. Finora quest’anno anche le azioni cinesi hanno subito una battuta d’arresto, con l’indice cinese di Shenzhen in calo di quasi il 25% dall’inizio dell’anno.

Nel frattempo, l’indicatore rialzista di Bank of America è rimasto nel “territorio di acquisto contrarian inequivocabile” per la seconda settimana consecutiva. L’indice è crollato da 1,5 a 0,6 nell’ultima settimana, indicando un posizionamento ribassista estremo, sebbene questi dati vengano riportati con un leggero ritardo. L’indicatore rialzista era vicino a 10 solo un anno fa, e questo fa ben comprendere gli estremi a cui si è arrivati e, soprattutto, perché grandi investitori come Warren Buffett stanno rinforzando posizioni azionarie già dai primi di Maggio, allorquando i dati di Refinitiv Lipper hanno mostrato i primi afflussi netti in azioni globali (6,16 miliardi di dollari di fondi azionari globali) e altri dati hanno mostrato forti afflussi in fondi negoziati in borsa incentrati sulle azioni (ETF), con gli investitori al dettaglio e istituzionali che hanno pompato 15,76 miliardi di dollari in ETF durante la scorsa settimana, il massimo in nove settimane. I dati Refinitiv hanno anche mostrato vendite nette di fondi obbligazionari per 9,94 miliardi di dollari dai fondi a reddito fisso durante la scorsa settimana, segnando l’ottavo deflusso settimanale consecutivo.

A differenza di altri tentativi di rimbalzo, pertanto, quest’ultimo ha buone possibilità di durare. Lo S&P 500, infatti, ha guadagnato il 6% da quando l’indice ha raggiunto il livello intraday più basso dell’anno. Ad aiutare a guidare i guadagni è stata l’aspettativa che la Federal Reserve non diventi più aggressiva relativamente al suo piano di aumentare i tassi di interesse. La banca centrale sta cercando di regnare con un’inflazione elevata aumentando i tassi a breve termine, che ha lo scopo di frenare la domanda economica. Ma i verbali della Fed di mercoledì hanno rivelato che la Fed potrebbe non attuare più aumenti dei tassi di quelli attualmente pianificati. In effetti, i verbali implicavano che gli aumenti dei tassi potrebbero presto rallentare, poiché la crescita economica ha già iniziato a rallentare.

Oltre a questi segnali, esistono molte ragioni per credere che questo rally più recente durerà. Innanzitutto, lo S&P 500 è a un livello che dovrebbe dargli un certo supporto, data la perdita dell’indice quest’anno. Gli analisti tecnici cercano aree di “supporto” e “resistenza” sui loro grafici mentre cercano di capire dove potrebbe andare il mercato dopo. In poche parole, finché il supporto regge, è improbabile che i ribassi peggiorino molto da qui. Del resto, mentre  le perdite di questo mese implicherebbero che l’indice potrebbe facilmente scendere al di sotto del livello di 3.950, lo S&P 500 è salito al di sopra di quel livello. In secondo luogo, sembra che il mercato stia costruendo “modelli rialzisti“. In sintesi, il recente balzo dell’indice, portandolo al di sopra dei livelli chiave, mostra che gli acquirenti potrebbero tornare sul mercato e rimanervi. In più, solo nove ETF negoziati in borsa hanno toccato nuovi minimi questa settimana, contro i 24 della scorsa settimana e i 96 della settimana prima. In terzo luogo, i prezzi delle obbligazioni ad alto rendimento stanno salendo, e ciò significa che gli investitori sono più fiduciosi nel credito delle aziende e meno preoccupati per una recessione.

Infine, il dollaro è sceso da un massimo multi decennale di 1,312  contro l’Euro, e si è riavvicinato a 1,7 la scorsa settimana. Dato che il costante aumento del dollaro era stato un cattivo segnale per le azioni, il recente calo del biglietto verde dal suo massimo di 52 settimane è molto gradito.