A partire da metà luglio è iniziata la stagione degli utili relativi al secondo trimestre del 2022, generando particolare attenzione. Il mondo aziendale finora quasi indifferente agli indicatori macroeconomici negativi.
di Ingrid Szeiler*
In linea di principio, ogni stagione degli utili è ovviamente impattante e decisiva per l’andamento del mercato. Tuttavia, la stagione degli utili per il secondo trimestre del 2022, appena iniziata, potrebbe essere di particolare interesse, perché finora il mondo aziendale sembra essere stato quasi indifferente agli indicatori macroeconomici anticipatori, che già da qualche tempo non mostrano risultati esaltanti. Nell’ultima stagione degli utili, gli effetti negativi dell’inflazione sono stati discussi più intensamente dalle aziende e, per la prima volta, sono stati registrati margini di profitto in leggero calo, ma le sorprese positive hanno comunque superato le stime degli analisti.
Come previsto, il secondo trimestre produrrà il tasso di crescita degli utili più basso da oltre un anno a questa parte, ma si prevede comunque una crescita sia del giro d’affari che degli utili. E non solo per il trimestre appena concluso, ma anche per i trimestri successivi. E questo in un momento in cui la discussione su una possibile recessione è chiaramente aumentata di intensità a causa delle note sfide ed incognite. Di conseguenza, nelle prossime settimane l’attenzione degli operatori di mercato si concentrerà probabilmente ancora più del solito sulla capacità delle aziende di soddisfare queste aspettative ancora ottimistiche nonostante il contesto più difficile. Infatti, sebbene di recente si siano verificati alcuni isolati “profit warnings” (ovvero dichiarazioni ufficiali in cui si avvisa che gli utili del trimestre saranno in calo) da parte dei dirigenti delle società, nel complesso non vi sono ancora segnali di una recessione degli utili a livello generale. Pertanto, la stagione degli utili potrebbe ancora una volta offrire al mercato azionario un sostegno almeno temporaneo.
Tuttavia, se gli utili e/o le prospettive deluderanno, è probabile che il mercato ribassista proseguirà nella propria tendenza. Rimaniamo quindi cautamente posizionati sulle azioni. Di recente, infatti, i mercati azionari internazionali si presentano come persistentemente deboli. Le preoccupazioni per l’aumento dei rendimenti sembrano essere state sempre più sostituite dai timori di un significativo deterioramento degli utili. Tuttavia, consideriamo ancora il contesto di liquidità sempre più restrittivo come uno dei maggiori fattori negativi per i prossimi mesi. A differenza dei mercati obbligazionari, non vediamo ancora un
sufficiente riflesso di questo problema nei prezzi delle azioni. Le azioni dei mercati emergenti non possono sfuggire alla generale tendenza ribassista, ma rispetto ai mercati azionari sviluppati si può attualmente notare che i mercati emergenti possono resistere meglio, in parte grazie alle grandi riserve di materie prime. D’altra parte, soprattutto per quanto riguarda la Cina e l’India, un approccio opportunistico all’approvvigionamento di materie prime si è rivelato essere molto utile. Anche per quanto riguarda l’andamento dell’inflazione, in questi Paesi le persone sono più abituate a gestire tali situazioni (sono già stati attuati forti aumenti dei tassi di interesse).
Per quanto riguarda i titoli di Stato, scorgiamo opportunità interessanti soprattutto nei titoli italiani, dopo che gli spread sono aumentati in modo significativo e la BCE ha annunciato lo scudo anti-spread allo scopo di voler “evitare una frammentazione del mercato dei titoli di Stato in euro”. Con questa formulazione, la banca centrale ha di fatto comunicato al mercato un limite di spread per le obbligazioni italiane di circa 200 punti base. Prediligiamo inoltre i titoli di Stato di breve termine (Germania, USA) e prevediamo una curva dei rendimenti più ripida nel medio termine. Invece, Nel mercato delle obbligazioni societarie preferiamo attualmente le obbligazioni bancarie a quelle non finanziarie (obbligazioni industriali), ma anche i titoli investment grade in euro alle obbligazioni societarie ad alto rendimento (“high yield”) in euro.
I premi di rischio delle obbligazioni ad alto rendimento in euro segnalano un chiaro aumento dei rischi di insolvenza ma, a nostro avviso, non scontano ancora in modo sufficiente il previsto rallentamento economico. Sebbene i premi per il rischio delle obbligazioni in valuta forte dei mercati emergenti appaiano interessanti, gli indicatori economici sempre più deboli in Asia/Cina e gli effetti difficilmente prevedibili delle politiche restrittive contro il Covid ci inducono a non considerare questa classe obbligazionaria per il momento.
Infine, di recente i mercati delle materie prime si sono indeboliti in modo generalizzato. Soprattutto i metalli industriali ciclici hanno dovuto accettare perdite a causa dei crescenti timori sulla crescita economica. Il settore dell’energia continua a svolgere un ruolo particolare, in quanto fortemente influenzato dalle notizie sulla situazione in Ucraina e dagli sviluppi nel settore del gas naturale.
* CIO di Raiffeisen Capital Management
Disclaimer
Documento di marketing della Raiffeisen Kapitalanlage-Gesellschaft m.b.H. Il presente documento ha scopo informativo per clienti professionali e/o consulenti e non è consentita la sua distribuzione a clienti privati. Nonostante l’accuratezza delle ricerche, le indicazioni messe a disposizione hanno scopo puramente informativo, sono basate sullo stato delle conoscenze delle persone incaricate della sua redazione al momento dell’elaborazione e possono essere modificate da Raiffeisen Kapitalanlage GmbH (KAG) in qualunque momento senza ulteriore comunicazione. Si esclude qualunque responsabilità della KAG in merito a queste informazioni o alla presentazione orale basata su di esse, in particolare in riferimento all’attualità, esattezza o completezza delle informazioni o fonti d’informazione a disposizione o al realizzarsi di eventuali previsioni ivi formulate. Il contenuto di questo documento non costituisce né un’offerta, né una raccomandazione di acquisto o di vendita, o un’analisi di investimento. Va notato che gli investimenti comportano dei rischi. Si prega di fare riferimento al Prospetto per un’analisi dei rischi generali e al KIID per un’analisi dei rischi specifici. Si prega di notare che il vostro investimento non è garantito e che potreste non recuperare l’importo originariamente investito. Informazioni dettagliate sui fondi si possono trovare nel Documento contenente le Informazioni Chiave per gli Investitori (KIID) e nel prospetto, nonché nelle ultime relazioni annuali e semestrali. La Raiffeisen KAG non si assume alcuna responsabilità relativamente a questo documento, che riflette lo stato delle conoscenze dell’autore al momento della pubblicazione e che non viene aggiornato regolarmente.



Il Consiglio direttivo Bce ha comunicato, in una nota, che ha “ritenuto opportuno adottare un primo intervento più ampio nella normalizzazione dei tassi di riferimento rispetto a quanto segnalato nella riunione precedente”, con una “decisione che si basa sulla valutazione aggiornata del Consiglio direttivo sui rischi di inflazione” anche nell’ottica di una “efficace trasmissione della politica monetaria”. La Bce, così, chiude in un colpo solo la fase storica dei tassi negativi inaugurata da Mario Draghi, e annuncia lo scudo anti-spread, ossia lo “strumento di protezione del meccanismo di trasmissione della politica monetaria (Transmission Protection Instrument, TPI) che assicurerà che “l’orientamento di politica monetaria sia trasmesso in modo ordinato in tutti i paesi dell’area dell’euro” ed “è un presupposto affinché la Bce possa adempiere il mandato di mantenere la stabilità dei prezzi”.
In sintesi, la mossa della Bce sui tassi si basa su una valutazione del Consiglio direttivo relativa ai rischi di inflazione e al possibile sostegno aggiuntivo fornito dal TPI. Nella mente dei tecnici Bce, questo mix tra analisi previsionale e strumenti di protezione per i paesi più indebitati dell’area Euro dovrebbe essere sufficiente per rafforzare le aspettative di minore inflazione “assicurando che le condizioni della domanda si adeguino in linea con il conseguimento dell’obiettivo di inflazione nel medio periodo”. Tale obiettivo, ricordiamolo, è del 2%, ed oggi siamo parecchio lontani.
In ogni caso, la mossa accontenta sia i falchi che le colombe, a cui piace molto lo scudo anti-spread e molto meno un rialzo di mezzo punto. Per quel che riguarda il TPI, invece, esso rappresenta “un ulteriore strumento a disposizione del Consiglio direttivo attivabile per contrastare ingiustificate, disordinate dinamiche di mercato che mettono seriamente a repentaglio la trasmissione della politica monetaria in tutta l’area dell’euro”. In concreto, quindi, la Bce acquisterà i titoli governativi dei paesi che, come l’Italia, sono le prime vittime della speculazione di mercato, con conseguente allargamento dello spread rispetto al BUND tedesco. “La portata degli acquisti del TPI” – secondo il Consiglio direttivo – “dipenderà dalla gravità dei rischi per la trasmissione della politica monetaria. Gli acquisti non sono soggetti a restrizioni ex ante. Salvaguardando il meccanismo di trasmissione, il TPI consentirà al Consiglio direttivo di assolvere più efficacemente il mandato di preservare la stabilità dei prezzi”.
Prima che scatti lo scudo, però, Il Consiglio direttivo Bce ha ricordato che c’è un altro strumento a sua disposizione, e cioè la possibilità di reinvestire il capitale rimborsato sui titoli in scadenza del portafoglio del PEPP (pandemic emergency purchase programme) che “rimane la prima linea di difesa al fine di contrastare i rischi per il meccanismo di trasmissione connessi alla pandemia”. Pertanto, l’avvio del principale strumento di difesa dello spread italiano e spagnolo, secondo la stessa nota del Consiglio Bce, verrebbe usato solo in seconda battuta, dopo la leva – del tutto secondaria, in quanto a efficacia – determinata dall’acquisto dei titoli effettuato grazie alla liquidità generata dal rimborso dei titoli in scadenza precedentemente inseriti nel portafoglio del PEPP.
Questo non fa ben sperare per l’Italia, che in autunno sconterà il consuntivo del governo Draghi: 200 miliardi di debito in più; spread a più del doppio del governo precedente; crisi energetica conclamata e Commissione Europea che chiede risparmi per il 15% dei consumi abituali; inflazione all’8,6% e saldo delle partite correnti a – 8,6 miliardi di euro nel primo quadrimestre dell’anno (dopo oltre un decennio di attivo). Se fossimo malpensanti, diremmo che Draghi non vedeva l’ora di lasciare l’incarico per non dover gestire l’autunno “di fuoco” (e freddo) che ci aspetta. Del resto, la crisi di governo l’ha aperta lui stesso, nonostante avesse una maggioranza netta anche senza la Lega e il M5S. La politica non smette mai di sorprenderci.
Il tasso fisso sale per diverse ragioni. Gli interessi applicati ai mutui a tasso fisso, innanzitutto, si calcolano sommando il valore dell’Eurirs (l’indice di riferimento specifico) allo spread (ossia il guadagno) richiesto dalle banche. Ebbene, nel corso del 2022 l’Eurirs ha avuto un andamento crescente, determinando un aumento dei tassi applicati dalle banche. L’Eurirs, inoltre, è legato anche
all’andamento dell’inflazione che nell’Eurozona sta registrando un forte aumento, soprattutto a causa dei rincari energetici e dei noti problemi alle catene di approvvigionamento delle materie prime. L’inflazione elevata, pertanto, fa temere ulteriori rialzi dell’indice nei prossimi mesi. Al contrario, gli interessi sui mutui a tasso variabile ancorati all’Euribor si stanno mantenendo su livelli minimi, e dopo oltre cinque anni restano ancora in terreno negativo (al netto dello spread, naturalmente). Tuttavia, si stima che anche l’Euribor possa crescere da qui al 2023 determinando anche una crescita dei tassi variabili.
Pertanto, chi nei mesi scorsi ha già stipulato un mutuo a tasso fisso si troverà in una condizione ottimale, mentre chi detiene un mutuo a tasso variabile dovrà valutare la sostenibilità della rata crescente in relazione al proprio tenore di vita atteso. Coloro che si stanno avvicinando al mercato immobiliare e non hanno ancora sottoscritto il mutuo, poi, devono fare i conti con una situazione internazionale incerta, che probabilmente caratterizzerà i mercati del credito nel lungo periodo. Infatti, nei primi tre mesi del 2022 all’ondata della pandemia di inizio gennaio si è aggiunto il conflitto in Ucraina, che ha generato una situazione esplosiva per l’inflazione e, di conseguenza, per i tassi di indicizzazione dei mutui, almeno nel breve periodo.
In ogni caso, il “periodo d’oro dei mutui” sembra finito, e adesso è necessario considerare sia i maggiori costi prospettici legati alla sottoscrizione di un mutuo a tasso fisso, sia i diversi percorsi di risalita del tasso Euribor per i mutui a tasso variabile. Eppure, i tassi fissi di oggi sono simili a quelli di marzo 2019, quando l’Eurirs 25 anni era quotato 1,15% (Euribor 3 mesi -0,46%, contro il -0,31% di oggi). Ciò che sta aumentando è lo spread medio applicato dalle banche, che oggi si attesta su una misura dell’1,2% (ma arriva anche all’1,6%, a seconda dei casi).
Pertanto, prendendo ad esempio una richiesta di finanziamento a 25 anni di 120.000 euro su 160.000 euro di valore immobiliare, la rata mensile di un mutuo a tasso fisso oggi sarebbe pari a 507 euro, e sebbene l’Eurirs a 25 anni sia passato dallo 0,57% di Gennaio all’attuale 1,16%, oggi è ancora possibile stipulare un mutuo a condizioni interessanti, e la prospettiva di una crescita di valore degli immobili dovrebbe sostenere la domanda ancora per molti mesi (nonostante la guerra). Molto dipenderà sia dall’andamento dell’inflazione, il cui aumento è per molti esperti solo temporaneo, sia dalle decisioni della Bce, che potrebbe decidere di aumentare i tassi di riferimento al pari della Federal Reserve negli USA, sebbene con modalità meno aggressive di quelle che storicamente vengono utilizzate dalla banca centrale americana.
Gli istituti – continua Landoni – alla luce della forte liquidità di cui dispongono, hanno continuato ad erogare credito alle famiglie, ponendo particolare attenzione alla qualità del credito concesso. Le agevolazioni a beneficio dei giovani previste nel PNRR hanno fatto il resto facendo accelerare ulteriormente la concessione di credito finalizzata all’acquisto immobiliare”. “Sul fronte tassi, l’andamento degli indici medi relativi ai mutui casa ha registrato nella seconda parte del 2021 un lieve aumento. Tuttavia non si prevedono particolari cambiamenti nel 2022: i tassi rimarranno contenuti ed i mutui convenienti. Il mutuo casa rimane al centro delle politiche di sviluppo degli istituti di credito a vantaggio delle famiglie”.
Cosa aspettarsi nel 2022 dai tassi di interesse?
Pertanto, è evidente come sia lecito aspettarsi che i tassi fissi dei mutui si innalzeranno nel corso del 2022 e del 2023, e non c’è alcun dubbio sul “se” (aumenteranno), ma sul “quando”. Questo dipenderà certamente dalle decisioni delle banche centrali su come fronteggiare l’inflazione, per cui sarà bene tenere d’occhio le decisioni della BCE che, però, pare non abbia intenzione di rialzare i tassi prima di settembre, anche perché la crescita economica sostenuta non verrebbe incoraggiata da un incremento eccessivo dei tassi che farebbe comodo solo alle banche. Queste ultime, peraltro, hanno già cominciato ad aumentare gli spread dal quarto trimestre del 2021, ma i tassi sono ancora super convenienti rispetto a 12 anni fa, quando l’Euribor era al 5% e i migliori spread all’1,20 per cento.
Nel 2021, le banche centrali hanno continuato ad acquistare obbligazioni a volumi record, fornendo un forte sostegno ai
A marzo del prossimo anno scadrà il
“Dati i venti favorevoli forniti dalle banche centrali, prevediamo che l’economia continuerà a riprendersi e sperimenterà un’altra ripresa”, sottolinea Schmidt. “Le prime indicazioni sono che le strozzature della catena di approvvigionamento e ii prezzi elevati dei trasporti e dell’energia si stanno gradualmente attenuando, il che ridurrebbe le
“Per quanto riguarda le società, ci aspettiamo utili stabili nel 2022, anche se i maggiori costi di produzione potranno esercitare pressioni sulle imprese che hanno minor potere contrattuale sui prezzi. Pertanto, continuiamo a privilegiare le aziende con margini e modelli di business solidi, che sono maggiormente in grado di trasferire ai clienti i costi di input più elevati, grazie alla loro posizione di mercato. È probabile che gli 
Relativamente al primo semestre del 2021, le
Stando alle dinamiche dei tassi di Agosto 2021, si è calcolato l’importo della
Volendo optare per la situazione di maggior risparmio, ovvero quella del mutuo a tasso variabile, è fondamentale capire quanto il reddito del nucleo familiare sia in grado di sopportare
Gli analisti di Goldman Sachs hanno soprannominato il potere dell’ex capo della
Alcuni gestori di fondi percepiscono un’opportunità per scuotere l’
La direzione degli spread italiani ha ripercussioni oltre i suoi confini. Essendo il più grande mercato dei titoli di stato dell’eurozona – e uno dei più rischiosi – l’
In quanto nomina tecnocratica,
Anche senza una fiammata politica, la relativa calma nei mercati dipende dalla 
Prima di decidere, è meglio effettuare un’analisi approfondita, e capire quali possono essere i fattori che ci guidano nella scelta del tasso più appropriato. Il primo di questi fattori è certamente il
Secondo 
ESEMPIO PRATICO – Stando alle dinamiche dei tassi di Aprile 2021, si è calcolato l’importo della rata mensile di un mutuo ipotecario del valore di 110.000 euro per una durata di 25 anni, ipotizzando che l’immobile valga 160.000 euro e che lo spread medio di mercato si attesti all’1,1% sia per il tasso fisso sia per il tasso variabile. Con un mutuo a tasso fisso sosterremmo una rata di 446 Euro, circa 53 Euro in più rispetto a quanto dovremmo sostenere se scegliessimo un mutuo a tasso variabile, in quanto la sua rata ammonta a 393 Euro.
Volendo optare per la situazione di maggior risparmio, ovvero quella del mutuo a tasso variabile, è fondamentale capire quanto il 
EURIBOR (indicizzazione mutui a tasso variabile) – Dai massimi di Luglio 2011 (1,60%), il tasso Euribor (3 mesi) ha iniziato una parabola discendente che lo ha portato a quota 0,19% (Dicembre 2012), per attestarsi poco sopra lo 0,20% per tutto il 2013 e il 2014. Ha virato sottozero col mese di Maggio 2015, e dopo una progressiva discesa ha raggiunto il suo minimo storico a -0.55% nel mese di Gennaio 2021. Oggi quota -0.537%.
In base alle dinamiche dei tassi fino al 5 Marzo 2021, si è calcolato l’importo della rata mensile di un mutuo ipotecario del valore di 110.000 euro per una durata di 25 anni, ipotizzando che l’immobile valga 160.000 € e che lo spread medio di mercato si attesti all’1% sia per il tasso fisso che per il tasso variabile. Con un mutuo a tasso fisso si sosterrebbe una rata di 438 euro, circa 50 euro in più al mese rispetto a quanto risulterebbe se si optasse per un mutuo a tasso variabile (rata pari a 388 euro).
È chiaro che gli impatti dell’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus stanno condizionando il mercato del credito alla famiglia. La buona notizia, però, è che i tassi bancari legati alle operazioni di mutuo permetteranno di accedere ai finanziamenti per la
Il ritmo con il quale crescono le consistenze è tuttavia in contrazione, segno che lo scenario che ci aveva contraddistinto negli ultimi anni ha subito una variazione anche in virtù dell’emergenza sanitaria che stiamo affrontando: +1,6% su base annua (+0,58% su base trimestrale). Alla luce dei favorevoli tassi di mercato coi quali sono stati collocati i finanziamenti durante l’ultimo triennio, la composizione dello stock è in buona parte composta da finanziamenti a tasso fisso, il che presuppone un minor rischio sia in capo alle famiglie sia in capo agli istituti eroganti.
quelli personali; se non lo aveva capito, è stato ingenuo – per usare un eufemismo – ed anche un pessimo premier.
Relativamente al bilancio delle partite correnti, tra il 1993 ed il 1999 l’Italia ha sempre avuto un surplus positivo, toccando il massimo nel 1996 (+2,9% sul PIL), allorquando il nostro Paese cessò di far fluttuare liberamente la Lira e rientrò nuovamente nel Sistema Monetario Europeo da cui era uscita quattro anni prima. Nello stesso periodo, la Germania ha quasi sempre registrato partite correnti deficit, ma dal 2000 al 2013 la situazione si è capovolta: l’Italia colleziona 12 deficit (fino al -3,5% sul PIL nel 2010) mentre la Germania beneficia di 12 anni di surplus (fino al portentoso +7% nel 2012).
E’ questo il vero “spread” da tenere in conto per avere la misura del vantaggio accumulato dalla Germania (ed anche dalla Francia) in materia di reddito disponibile e, simmetricamente, dell’arretramento subito dall’Italia, che ha visto crollare il reddito disponibile reale dell’8,7% dal 2008 al 2017 (vedi tabella qui a fianco), facendoci scivolare nelle ultime posizioni della classifica dei paesi dell’Unione europea.
La Germania e i Paesi Bassi – cioè, proprio i due paesi che più si sono distinti nel boicottare ostinatamente, nonostante le migliaia di morti da Covid19, qualunque soluzione unitaria – hanno tratto enormi benefici dall’Euro nei vent’anni trascorsi dalla sua introduzione, mentre per quasi tutti gli altri membri la moneta unica ha rappresentato un freno alla crescita economica. Secondo lo studio tedesco – sì, proprio così – intitolato 








