Aprile 30, 2026
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EPiC Hong Kong, quinta edizione. 150 startup dal mondo a contatto con gli investitori

Una sfida entusiasmante tra 150 startup, che coinvolge ogni anno centinaia di menti brillanti e innovative provenienti da tutte le parti del mondo. In palio un premio da 200.000 USD e la possibilità di entrare in contatto con potenziali investitori.

Giunge alla quinta edizione l’Elevator Pitch Competition (EPiC), che si terrà dal 6 al 13 novembre 2020 ad Hong Kong. Le iscrizioni sono aperte fino al 19 ottobre 2020 (qui il link per la pagina di registrazione). L’evento è organizzato dall’Hong Kong Science and Technology Parks, ed è una sfida entusiasmante che coinvolge ogni anno centinaia di menti brillanti e innovative provenienti da tutte le parti del mondo.

A partire dal 2016, EPiC ha acquisito sempre più prestigio, diventando uno degli eventi più attesi della stagione. Quest’anno oltre 150 startup, provenienti da più di 50 paesi, verranno selezionate per presentare virtualmente, nel tempo massimo di sessanta secondi, il proprio progetto, e vincere un premio in denaro fino ad un massimo di 200.000 USD. Inoltre, le startup selezionate avranno l’opportunità di entrare in contatto con potenziali partner commerciali e investitori, partecipare a corsi di formazione specializzati (come Company Structure & Taxation, IP, Pitching, Corporate Engagement, Digital Marketing and Business Culture) e visitare “virtualmente” le imprese emergenti locali.

Sono ammesse a partecipare all’evento le startup tecnologicamente avanzate costituite da meno di cinque anni, che abbiano ricevuto, entro il 31 marzo 2020, finanziamenti inferiori a 10 milioni di dollari; oppure persone fisiche che non hanno ancora costituito una società. Le aree di interesse sono quattro: Health Technology, Fintech, Smart City, Artificial Intelligence & Robotics.

A proposito dell’Hong Kong Science and Technology Parks (HKSTP), si tratta di un ente statutario che si occupa della costruzione di un ecosistema di innovazione e tecnologia per collegare gli stakeholder, coltivare talenti tecnologici, facilitare la collaborazione, e catalizzare le innovazioni per fornire benefici sociali ed economici a Hong Kong e alla regione.

HKSTP ha guidato lo sviluppo di Hong Kong in un hub regionale per l’innovazione e la crescita in diversi settori mirati tra cui Biomedical Technology, Elettronica, Green Technology, Information & Communications Technology, Ingegneria dei materiali e di precisione. È un centro che consente alle aziende tecnologiche di coltivare idee, innovare e crescere, supportate da strutture di ricerca e sviluppo, infrastrutture, laboratori e centri tecnici.

Il centro offre anche servizi a valore aggiunto e programmi di incubazione completi per le start-up tecnologiche per accelerare la loro crescita. Le aziende beneficiano dei servizi specializzati e delle infrastrutture del Science Park per la ricerca applicata e lo sviluppo di prodotti (maggiori informazioni su HKSTP sono disponibili su www.hkstp.org).

Relativamente ai servizi di assistenza e consulenza per l’acquisizione di relazioni con investitori interessati ad investire nelle startup, Invest Hong Kong ha un ruolo fondamentale. Infatti, InvestHK è il Dipartimento del Ministero dello Sviluppo Economico del Governo di Hong Kong, che fornisce assistenza e servizi di supporto a imprese e professionisti stranieri che intendono avviare o espandere attività economiche nell’omonima regione autonoma cinese (www.investhk.gov.hk).

Tramite l’ufficio di rappresentanza di Milano, InvestHK estende alle imprese italiane i propri servizi gratuiti nei loro processi di internazionalizzazione verso Hong Kong e la Cina, con informazioni e assistenza sulle opportunità di sviluppo commerciale, costituzione e gestione di attività imprenditoriali, fiscalità, incentivi, programmi di ricerca e sviluppo, permessi di lavoro e residenza, presentazione a fornitori di servizi, associazioni, dipartimenti del governo e assistenza personalizzata.

Hong Kong Fintech Week, quinta edizione in forma virtuale dal 2 al 6 novembre 2020

Si tratta di un’opportunità unica per le aziende e le startup italiane innovative del settore fintech, interessate ad avviare la propria attività a Hong Kong e in Asia, mercati sempre più orientati alle nuove tecnologie. Attraverso l’evento, si avrà la possibilità di confrontarsi con le aziende più influenti ed in rapida crescita del settore.

Invest Hong Kong (InvestHK) ha annunciato che, data la situazione attuale, la quinta edizione della Hong Kong Fintech Week si svolgerà in forma virtuale dal 2 al 6 novembre. Questo darà la possibilità a chiunque di poter partecipare da remoto ad uno degli eventi più attesi ad Hong Kong.

Invest Hong Kong è il Dipartimento del Ministero dello Sviluppo Economico del Governo di Hong Kong, che fornisce assistenza e servizi di supporto a imprese e professionisti stranieri che intendono avviare o espandere attività economiche nell’omonima regione autonoma cinese (www.investhk.gov.hk). Tramite l’ufficio di rappresentanza di Milano, InvestHK estende alle imprese italiane i propri servizi gratuiti di supporto nei loro processi di internazionalizzazione verso Hong Kong e la Cina, con informazioni e assistenza sulle opportunità di sviluppo commerciale, costituzione e gestione di attività imprenditoriali, fiscalità, incentivi, programmi di ricerca e sviluppo, permessi di lavoro e residenza, presentazione a fornitori di servizi, associazioni, dipartimenti del governo e assistenza personalizzata secondo necessità.

La settimana della quinta edizione presenta un ampio mix di eventi quali: seminari, workshop, pitching sessions, business matching ed eventi di networking. Senza nessuna barriera fisica, l’Hong Kong Fintech Week permetterà di mettere in contatto aziende del settore Fintech da tutte le parti del mondo, rendendolo ancora di più un evento globale.

Attraverso l’evento, si avrà la possibilità non solo di confrontarsi con le aziende più influenti del settore e con le startup che presentano una rapida crescita nel mercato ma si avrà inoltre modo di acquisire informazioni utili da professionisti della tecnologia e accademici esperti in intelligenza artificiale, automazione e Blockchain. Charles Ng, vicedirettore generale di Invest Hong Kong, ha dichiarato: “I risultati del 2019 in termini di espositori, partecipanti e feedback hanno superato tutte le aspettative”.

Sull’onda del successo dell’anno precedente, sono stati sviluppati per le comunità Fintech programmi ancora più orientati al business, come ad esempio il Global Fast Track Programme.

Tutte le aziende che offrono soluzioni in ambito Capital Market, RegTech, Insurance, Payments, Commercial Banking, Retail Banking, Trade Finance, WealthTech e TradeTech presenteranno il loro progetto innovativo al Global Fast Track Programme, un programma pensato non solo per offrire assistenza alle aziende del settore a sviluppare il loro business ad Hong Kong ma anche per metterle in contatto con potenziali clienti.

Le aziende selezionate avranno la possibilità di presentare il proprio progetto durante la Fintech Week. Inoltre, quest’anno è stato introdotto lo Startup Virtual Exhibition Programme, ovvero un programma che permetterà a 175 startup di avere gratuitamente un proprio stand virtuale durante l’intera durata dell’evento (questo il link per consultare i criteri di ammissibilità).

Il settore Fintech ad Hong Kong è in rapida crescita. Ad oggi, la città è la sede di oltre 600 società fintech, con una crescita del 10% rispetto all’anno precedente. Il settore dei servizi finanziari della città è il più grande della regione, con oltre 160 banche autorizzate, tra cui otto banche virtuali, e oltre 160 assicuratori autorizzati.

Per maggiori informazioni, è consigliabile collegarsi al sito web www.fintechweek.hk

Impresa e innovazione ai tempi del Covid-19. Lo zafferano di montagna siciliano, analisi costi e ricavi

Lo zafferano è una spezia di altissimo valore di mercato, fluttuante di anno in anno secondo le quantità prodotte. Il clima ideale è quello delle colline del Nord Italia, generalmente più freddo di quello della Sicilia, dove però è possibile riprodurre le stesse condizioni ad altitudini maggiori e con una migliore qualità dettata dalla maggiore esposizione al sole dell’isola.

Coniugare impresa e innovazione, anche in agricoltura, è sempre possibile, ed i requisiti richiesti sono uguali per tutti: decidere a quale settore imprenditoriale dedicarsi, avere una buona idea innovativa (o anche re-innovativa, nel senso di rielaborare nuovi processi di qualcosa che già esisteva), una media capacità di investimento, propensione alla comunicazione d’impresa ed un po’ di fortuna. Queste sono le poche tessere del puzzle che qualunque azienda deve mettere per avviare un’iniziativa che, in poco tempo, sia in grado di reggersi sulle proprie gambe, soprattutto allorquando gli effetti della pandemia di Covid-19 sull’economia (in termini di domanda) si saranno ridimensionati e permetteranno la ripresa degli scambi commerciali.

Negli ultimi anni, la maggior parte delle c.d. startup sono nate nel campo dei servizi digitali ed informatici, ma non sono pochi gli imprenditori e i manager che hanno scelto di indirizzare le proprie energie verso l’agricoltura, coniugando tecnologia e nuove idee a colture già note. Un caso a parte, per via delle caratteristiche specifiche, è quello della produzione dello Zafferano, che in Sicilia ha visto emergere la qualità di montagna grazie all’azienda agricola “La Torre” (nella foto il CEO Mauro Alcamisi, produttore dello “Zafferone“), una startup che ha sede all’interno della zona protetta del Parco delle Madonie, e che sviluppa il suo core business interamente su una mono coltivazione di altissima qualità.

Lo zafferano è una spezia molto pregiata e dalla resa molto bassa, al punto di meritarsi l’appellativo di “oro giallo”. Il paese con la maggior produzione di zafferano è l’Iran, seguito da India e Sri Lanka. Ma anche l’Italia, come vedremo, fa la sua parte. Lo zafferano italiano è qualitativamente superiore a quello proveniente dall’estero, per questo motivo piace molto ai consumatori stranieri che ne fanno grande richiesta. Basti pensare che ogni anno, l’Italia esporta ben 16 tonnellate di Zafferano in USA, Germania, Francia, Regno Unito e Brasile su tutti. La produzione diretta italiana – quella di pregio – si attesta annualmente sui 500-600 Kg., mentre tutto il resto (più di 15 tonnellate) è rappresentate da zafferano importato dall’Iran, lavorato in polvere e rivenduto all’estero.

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In Italia si produce in varie regioni, tra le quali la Toscana, le Marche, Abruzzi, Molise, Sardegna ed Emilia Romagna. Tuttavia, la produzione avviene nella pressoché totalità dei casi ad altitudini medie di 6oo metri sul livello del mare, e questo permette una produzione quantitativamente ottimale e qualitativamente soddisfacente. L’azienda di Alcamisi, però, si è spinta oltre gli 850 metri, riprendendo la tradizione – che giaceva del tutto abbandonata – di quei comuni montani che coltivavano zafferano (per uso personale, non per profitto) fino all’inizio del 1900, allorquando anche i piccoli fazzoletti di terra destinati alle coltivazioni delle spezie vennero convertiti per produrre ortaggi e legumi, necessari alla sopravvivenza.

Gli eventi storici del primo e secondo conflitto mondiale, a seguito dei quali molti contadini, chiamati alle armi, non tornarono più alle loro case, ne impedirono definitivamente il ricollocamento, e così la tradizione della produzione dello zafferano in Sicilia andò perduta.

C’è da dire che lo zafferano è una spezia di altissimo valore di mercato, fluttuante di anno in anno secondo le quantità prodotte, e richiede una grande quantità di ore/lavoro da parte di manodopera senza particolare specializzazione. Il clima ideale è quello delle colline del Nord Italia, generalmente più freddo di quello della Sicilia, dove però è possibile riprodurre le stesse condizioni ad altitudini maggiori – cioè in montagna – e con una migliore qualità dettata dalla maggiore esposizione al sole dell’isola. In Sicilia, infatti, i c.d. crochi, dai quali nascono i fiori viola dello zafferano, crescono spontaneamente nel sottobosco e nei prati di montagna del Parco delle Madonie.

La fase di startup della produzione nelle Madonie è stata avviata circa 5 anni fa, con un primo ciclo sperimentale della durata di 6 mesi, nel quale si è provveduto a preparare il terreno, ad implementare l’impianto dei primi duemila bulbi di crocus sativus. In occasione del primo raccolto (da agosto a fine ottobre), le analisi hanno confermato l’elevatissima qualità del prodotto, e così si è dato il via, dopo quasi un secolo, al primo zafferaneto di montagna che oggi occupa circa un ettaro di terreno soleggiato e conta quasi 500mila bulbi. La produzione in altura è quantitativamente inferiore (circa il 30-40% in meno) rispetto a quella collinare, ma la qualità del prodotto di montagna essiccato risulta più elevata. La conferma arriva dall’interessamento da parte dell’industria dolciaria, che ha dedicato allo zafferano di montagna una linea di prodotti specifica (come il celebre panettone dell’azienda Fiasconaro, realizzato in partnership con gli stilisti Dolce e Gabbana, agli agrumi e zafferano di Sicilia), molto apprezzata in tutto il mondo.

Per quanto riguarda le rese della coltura poliennale in collina, da 1000 m² di superficie si possono ricavare 120-150.000 fiori, e da questi si ricavano da 5 a 7 kg di stimmi freschi che, dopo l’essiccatura, divengono 1,0 – 1,4 kg. Nelle aree a coltura poliennale, di solito, al primo anno si realizzano  da 4 a 6 kg per ettaro di stimmi freschi, ma al secondo ben 12 kg e oltre. Negli anni successivi la produzione tende a diminuire, scendendo a 10 kg per ettaro al 3° anno e a livelli ancora inferiori negli anni successivi. In montagna, però, dove il livello qualitativo è molto più elevato, la produzione media non raggiunge i 5 kg per ettaro, ed è per questo motivo che la domanda risulta essere costantemente superiore all’offerta, determinando un prezzo maggiore.

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Relativamente all’analisi dei costi e dei ricavi, li possiamo sintetizzare brevemente in un elenco abbastanza esaustivo, che rende bene l’idea dell’investimento complessivo e delle aspettative di rendimento.

ANALISI DEI COSTI DI IMPIANTO

– valutazione agronomica del terreno: 200,00 euro;

– acquisto di 100.000 bulbi di zafferano olandese (dimensione > 3,18 cm di diametro – circonferenza 10/+). 30.000,00 euro;

– aratura, concimazione, fresatura, assolcatura e messa a dimora dei bulbi e successivo espianto dei bulbi con selezione: 1000 ore complessive per un totale di 10.000,00 euro;

– concime: 6.000,00 euro per 6.000 kg..

COSTI RICORRENTI

– eventuale affitto annuale del terreno: 5.000,00 euro per ettaro;

Naturalmente tutti i costi di impianto, in una coltivazione poliennale, si azzerano dal secondo anno.

Tali costi dovrebbero permettere un raccolto compreso tra 120.000 e 150.000 fiori in circa 30 giorni. Viste le dimensioni medie dello zafferaneto, serviranno complessivamente circa 8 ore (2 ore per due persone) al giorno per raccogliere tutti i fiori, e per la mondatura degli stimmi. Per l’essiccazione è sufficiente un essiccatore elettrico che consuma circa 0,5 euro di corrente all’ora, per un costo complessivo di circa 60 euro. A questi, infine, si aggiungono le analisi di laboratorio dello zafferano (fondamentali per capire il livello di qualità), al costo di 100,00 euro.

ANALISI DEI RICAVI – Occorrono circa 130 fiori per produrre 1g di zafferano essiccato; pertanto, con circa 100.000 la produzione sarà di 1,5 kg di prodotto, il cui valore – che dipende anche dalla qualità certificata dalle analisi – oscillerà tra i 10 e i 25 euro al grammo, a seconda del tipo di cliente finale (es. se utilizzatore industriale, artigianale, ristoratore o privato). Attribuendo un valore medio di 15 euro al grammo, e assumendo l’unità di prodotto in 0.20 grammi a confezione, possiamo stimare i ricavi medi annuali (tra vendite all’ingrosso e vendite al dettaglio) in circa 30.000,00 euro, ed un break-even point (punto di pareggio con rientro totale dall’investimento) a circa 20 mesi dal primo raccolto (26 mesi in totale). A questi risultati vanno aggiunti i maggiori ricavi derivanti dall’aumento spontaneo dei bulbi, utili per le produzioni future. Infatti, i bulbi di Zafferano messi a dimora solitamente si riproducono, e aumentano il capitale investito di circa il 35% ogni anno, consentendo un risparmio notevole, proprio nel bene che rappresenta l’investimento più impegnativo (i bulbi, appunto), nel caso in cui si voglia aumentare la produzione mettendo a coltura nuovo terreno da coltivare a zafferano. In alternativa, i bulbi in più che non si intende utilizzare possono essere venduti ad altri competitor o startupper, generando una voce costante di ricavo annuale che si aggiunge a quella della produzione principale.

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In definitiva, le nuove regole di distanziamento sociale e le difficoltà che i settori tradizionali dell’Economia incontreranno per effetto della pandemia di Covid-19, potrebbero favorire un ritorno delle nuove generazioni d’impresa verso l’agricoltura, che garantisce uno stile di vita più sicuro rispetto a quello cittadino delle fabbriche e dell’alta densità abitativa.

L’Italia, con la sua varietà di colture e secolari tradizioni in campo agricolo, potrebbe rivelarsi nell’imminente futuro come un laboratorio produttivo capace di creare nuovo lavoro e prosperità.

Fund-raising e Crowfunding: cosa (o chi) impedisce ai consulenti finanziari di occuparsene?

Mentre l’industria del Risparmio studia come sopravvivere nei prossimi dieci anni, i consulenti finanziari vengono esclusi dai profittevoli mercati dell’Equity Crowfunding e del Fund-Raising, che si concentrano nelle mani di pochi attori.

Con l’entrata in funzione della MiFID II, il mondo della consulenza finanziaria italiana è stato scosso definitivamente nelle sue fondamenta, portando con sé una nuova fase di profondi cambiamenti nel modo di interpretare sia la professione di consulente sia il modo di fare industria. Le banche-reti, infatti, si sono sorrette sull’aumento vertiginoso della raccolta gestita causato esclusivamente dai tassi di interesse negativi, e non sulla innovazione del modello di servizio e/o prodotto.

Quanto durerà il “travaso” della liquidità dal risparmio amministrato verso la gestita è il quesito che il sistema si è posto con grave ritardo, ed il massiccio ricorso ai nuovi strumenti assicurativi (altro travaso in corso, attraverso il connubio “bancassicurazione”) anche da parte degli istituti di credito tradizionali è da interpretare come il canto del cigno di una industria che sta ripensando se stessa ed il proprio ruolo sul mercato, atteso che il modello di business tradizionale era già in declino da qualche anno e oggi suggerisce uno sforzo notevole per soddisfare le nuove tipologie di investitori, cioè quelli che erediteranno (o stanno già ereditando) i patrimoni degli over 65.

E così, mentre tutti gli operatori del mercato studiano come sopravvivere nei prossimi dieci anni, due settori di attività molto profittevoli, che presentano numerosissimi punti di contatto con quella dei consulenti finanziari, stanno per concentrarsi nelle mani di pochi attori che agiscono legittimamente ma in assenza di una stretta regolamentazione. Ci riferiamo al Fund-Raising ed al Crowfunding, dai quali i consulenti finanziari sembrano essere tagliati definitivamente fuori, pur avendo tutte le caratteristiche professionali per occuparsene a pieno titolo ed anche meglio di tutti gli altri. Peraltro, il nuovo filone di marketing finanziario degli investimenti socialmente responsabili (SRI) sembra essere un ottimo veicolo di sollecitazione commerciale per gli investitori appartenenti alla generazione dei c.d. millennials, molto sensibili verso le tematiche dell’ambiente e del clima.

Eppure, dal V Rapporto Consob sulle scelte finanziarie delle famiglie italiane emerge che solo il 5% dei soggetti intervistati si ritiene bene informato sui SRI (acronimo di social responsible investments), mentre il 60% di loro riferisce di averne una conoscenza solo molto approssimativa. In totale, soltanto il 5% degli investitori dichiara di avere prodotti SRI nel proprio portafoglio, mentre il 40% degli intervistati non è neanche in grado di esprimere un’opinione sulla importanza dei fattori di sviluppo sostenibile ESG (Enviromental, Social e Governance), a cui numerosi strumenti finanziari già si ispirano. In particolare, il tema della tutela dell’ambiente è quello più sentito (seguito dal supporto alle persone svantaggiate), ed oltre un terzo degli intervistati ha dichiarato un’elevata propensione a spendersi per una buona causa senza attendersi nulla in cambio: esattamente ciò che ispira il Fund-Raising, di cui invece si occupa una ristretta cerchia di operatori (strutture amministrative di associazioni onlus e fondazioni) sotto l’egida della più assoluta riservatezza.

A ben vedere, pertanto, ai consulenti finanziari oggi viene sottratto un settore che, opportunamente regolamentato, consentirebbe di allacciare relazioni con grandi investitori o, comunque, con una clientela di pregio con cui entrare in contatto in forza di motivazioni di altissimo livello morale.

Non è superfluo, poi, immaginare come un consulente finanziario sia in grado, nell’ambito del fund-raising, di veicolare presso il proprio portafoglio clienti i progetti più meritevoli, ai quali poter destinare annualmente (a fronte di benefici fiscali, peraltro) apporti di solidarietà.

L’unica controindicazione, in assenza di regolamentazione, potrebbe essere quella di dover aprire un “mercato della solidarietà”, nel quale i beneficiari delle donazioni si farebbero battaglia per accaparrarsi i migliori players; ma anche questa visione risulta miope: quel mercato esiste già, ed è regolato da un marketing che ogni anno (soprattutto a Natale) è sotto i nostri occhi. Invece, affidare i progetti di fund-raising ad una rete di consulenti finanziari eliminerebbe l’opacità di cui è rivestita l’effettiva destinazione delle donazioni in denaro, che per la gran parte (si dice circa il 60% e anche di più) alimenterebbero i costi interni organizzativi delle associazioni beneficiarie, mentre solo una parte minoritaria confluirebbe verso gli effettivi beneficiari (adozioni a distanza, fame nel mondo, clima, povertà etc).

Pertanto, nessuna controindicazione: il settore e i donatari vivrebbero una stagione di trasparenza che non potrebbe che fare bene: è proprio questo ciò che si vuole evitare, non professionalizzando un’attività come la Solidarietà, così centrale nella vita di tutti?

Ciò che manca, in tutta evidenza, è una regolamentazione di queste particolari attività, ma vi è la certezza che nessuno potrebbe occuparsene meglio di un consulente finanziario. Infatti, il fundraiser viene definito come colui che “unisce cuore e portafoglio, che unisce fonte e foce” (Doppiero, 2002). Egli è colui dunque che crea lo scambio di valori fra il donatore e l’azienda nonprofit, e raccoglie fondi sui vari mercati (privato, aziende, fondazioni) attraverso la definizione di programmi e strategie (raccolta annuale, campagna capitali e/o grandi donazioni, donazioni pianificate). In sintesi, Fund Raising significa saper costruire relazioni solide, proprio come fanno i consulenti finanziari, i quali potrebbero ricercare potenziali nuovi donatori, attraverso programmi generali di relazioni pubbliche, al fine di identificare persone e gruppi dotati di capacità finanziarie e di propensione a donare, e concentrare su di essi ulteriori sforzi di ricerca e sensibilizzazione. Il tutto all’interno di azioni condotte in conformità con il quadro normativo vigente, sia sotto il profilo fiscale che civilistico (oltre che su quello della privacy).

Altra materia, ma non meno interessante per i consulenti, è quella relativa alle campagne di Equity Crowdfunding.

Si tratta di una vera e propria metodologia di investimento, pensata per favorire e agevolare i progetti delle piccole e medie imprese. Il settore è oggi dominato dalle piattaforme di Equity Crowdfunding, che permettono a startup e PMI innovative, regolarmente iscritte al registro Consob, di raccogliere capitali per sostenere ambiziosi piani di crescita, oppure di proporre le proprie iniziative imprenditoriali a potenziali investitori.

La disciplina italiana sull’Equity Crowdfunding consente di sottoscrivere solo strumenti di capitale delle start-up e delle Pmi innovative; pertanto, si tratta di investimenti tra i più rischiosi, perché si diventa soci dell’azienda e si partecipa al rischio economico che caratterizza tutte le iniziative imprenditoriali, il che comporta anche il rischio per gli investitori di perdere l’intero capitale investito. Per un consulente finanziario, abituato a regole ferree di controllo della profilatura, è  assolutamente naturale far investire in start-up solo le somme per le quali il cliente ritiene di poter sostenere la totale perdita, in ciò desinando una percentuale molto limitata del portafoglio complessivamente investito in attività più tradizionali (titoli governativi, obbligazioni corporate, azioni, quote di fondi comuni, prodotti finanziari assicurativi etc).

Anche l’Equity Crowfunding, per le sue caratteristiche specifiche, si presterebbe quindi ad entrare a far porte del portafoglio di offerta di un consulente finanziario, soprattutto per via della sua spendibilità presso un pubblico di investitori di età più giovane, con cui entrare in contatto. Peraltro, l’attività delle piattaforme web operanti in questo settore si rivolge ad un pubblico di potenziali investitori non necessariamente qualificati, e pertanto assume i contorni della sollecitazione del pubblico risparmio da regolamentare nell’ambito MiFID.

Nonostante ciò, i consulenti finanziari rimangono ancora ai margini anche di questo mercato che, come quello del fund-raising, li vedrebbe subito come protagonisti assoluti, capaci di decidere del successo di progetti e nuove aziende e, in definitiva, di avere un ruolo ancora più attivo nel rilancio dell’economia nazionale.

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