Con il blocco dello Stretto di Hormuz, Trump sta inasprendo lo scontro con la Cina interrotto con la fine del suo precedente mandato, durante il quale i suoi attacchi erano già protesi alla difesa del Dollar Standard.
di Alessio Cardinale, direttore editoriale di P&F
Nessuno venga ingannato dalla scusa ufficiale di Trump, che ha dichiarato di voler “fermare ogni nave che paga tributo all’Iran in acque internazionali“. Nonostante a prima vista possa sembrare una mossa contro l’Iran, In realtà almeno l’80% di quelle navi va in Cina, che è il maggior acquirente del petrolio iraniano. Ergo, con il blocco Trump vuole tagliare le forniture di petrolio della Cina, il che equivale a dichiararle guerra. Del resto, lo stesso Trump aveva dichiarato “… Non permetteremo all’Iran di vendere petrolio a chi ama e di non venderlo a chi non ama. Sarà tutto o niente… Lasci che la Cina ci mandi le sue navi. Che le mandi in Venezuela. Noi abbiamo troppo petrolio. Lo venderemmo anche a un prezzo più basso“. In pratica, prima toglie alla Cina il petrolio iraniano, poi invita/costringe tutti (Cina per prima) a comprarlo da lui.
Questo, però, è un gran problema. Infatti, fino a ieri la Cina ha acquistato il petrolio iraniano bypassando il Dollar Standard e pagando in massima parte con lo yuan, ossia con la propria moneta. Ma se la Cina si trova costretta a comprare petrolio dagli Stati Uniti, dovrà usare nuovamente i dollari, con il rischio che gli americani possano (come già successo ad altri paesi) chiudere le forniture quando vogliono e imporre sanzioni o addirittura congelare i conti – come è stato fatto con Russia e Iran – e togliere nuovamente ai cinesi l’indipendenza energetica e valutaria che si stanno guadagnando con l’adesione al blocco dei paesi BRICS (blocco economico tra Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Iran, Emirati Arabi, e Etiopia).
Da solo, questo raggruppamento di paesi “emergenti” – Etiopia e Iran, in realtà, sono gli unici ad avere ancora tali caratteristiche – esprime il 35% del PIL mondiale, superando quello delle economie occidentali del G7, ed è nato con il chiaro intento di affrancare i paesi aderenti dal dollaro americano. Tale intento, fin dalla fondazione del BRICS (acronimo che fa riferimento alle iniziali dei 5 stati che originariamente lo hanno creato), era stato perseguito un po’ in sordina, mascherato da altri obiettivi di sviluppo economico degli aderenti e di miglioramento nei relativi scambi commerciali; da quando Trump è stato rieletto, però, si torna a parlare apertamente del “pericolo de-dollarizzazione”, e a ben vedere il presidente USA oggi sta solo riprendendo le fila del discorso interrotto con la fine del precedente mandato, durante il quale i suoi attacchi alla Cina erano già una reazione alla prospettiva di un declino del Dollaro tanto temuto dalle amministrazioni americane.
Ciò spiega la violenza militare scatenata, in questa tornata presidenziale trumpiana – l’ultima, Deo Gratias, salvo improbabili deroghe alla costituzione americana – e delinea lo scenario cui assistiamo oggi, con gli Stati Uniti già aggressivi con la fase di inasprimento dei dazi commerciali, applicati per ridurre l’enorme deficit del debito, e adesso pronti a scatenare un conflitto mondiale pur di conservare l’egemonia della propria valuta, che consente anche una larga egemonia politica nel mondo (grazie alla possibilità di applicare sanzioni durissime per mezzo della propria valuta), e di fare profitti con la vendita di armi e di Shale Oil americano in Europa e nel mondo.
Tornando ai giorni d’oggi, il sistema di pedaggio nello Stretto di Hormuz istituito dall’Iran è una vera e propria “bomba” di democrazia valutaria per Trump. Infatti, ai paesi amici la tariffa di un dollaro al barile viene fatta pagare in yuan – ossia nella valuta destinata a sostituire il dollaro negli scambi commerciali tra i paesi BRICS – o in criptovalute. Lo stesso Giappone, ossia il braccio destro più fedele degli Stati Uniti, ha pagato in yuan per farsi dare il permesso di far passare le sue petroliere. Come sappiamo, la risposta di Trump, solo ufficialmente attribuita all’esito della farsa del negoziato-ultimatum messo su con l’Iran per confondere l’opinione pubblica sui veri obiettivi, è stato quella di effettuare il blocco “in uscita” dello Stretto di Hormuz, al fine di penalizzare il vero “nemico”, ossia la Cina e lo Yuan.
Questo inasprimento della tensione delinea uno scenario di imminente realizzazione, secondo cui le 15 navi militari dislocate dagli Stati Uniti sullo Stretto potrebbero quindi fermare le petroliere cinesi e perquisirle in acque internazionali, attuando un vero e proprio blocco commerciale e una violazione della sovranità cinese. Allora la Cina risponderebbe aumentando il sostegno all’Iran, ma soprattutto dando l’ordine alla sua marina militare di avvicinarsi allo Stretto di Hormuz per scortare le proprie navi mercantili al di fuori dell’area di blocco e, suo malgrado, alimentando il clima di tensione già ai massimi livelli. Una scelta folle, pertanto, quella di Trump; anche perché il probabile fallimento del blocco navale in presenza di navi della Marina cinese farebbe apparire la mossa del presidente americano come un bluff di fronte ad eventi che non può più fermare se non con un conflitto militare diretto con la Cina.
In un simile scenario, in cui il vero volto dell’attuale presidenza statunitense è apparso in tutta la sua chiarezza, non sono in pochi oggi ad augurarsi l’indebolimento del dollaro e un salutare ridimensionamento internazionale di un paese, quello americano, che da quando esiste ha dato una svolta importante alle economie del mondo occidentale ma ha anche seminato la storia moderna di morte e distruzione, sia al suo interno (con i nativi americani) che al di fuori di esso, usando senza alcuno scrupolo i servizi di intelligence e l’aggressione/collaborazione militare per perseguire i propri interessi politico-economici nei paesi sudamericani e nei suoi “vassalli di guerra” in Europa. Tra i quali – è bene ricordarlo – ci siamo anche noi. Anzi, stiamo talmente dentro questo rapporto di vassallaggio – con le oltre 100 basi americane sparse nel nostro territorio, che annullano quasi del tutto la nostra sovranità – che potremmo persino chiedere agli USA di essere la 51esima stelletta della loro bandiera, e porre fine all’ipocrisia su cui si trascina la nostra “democrazia apparente” dal Secondo Dopoguerra ad oggi.



Vediamo molte opportunità in questo contesto. Come sempre, quando le cose cambiano rapidamente, ci sono vincitori e vinti. E siamo molto convinti della nostra capacità di selezionare i titoli, leggendo sotto la superficie. Chi sono i vincitori? Riteniamo che una forte rotazione verso i titoli delle energie rinnovabili sia la chiave di volta in Europa e abbiamo agito di conseguenza. Crediamo che, dopo anni di declassamento, il settore tornerà sotto i riflettori, data la chiara necessità dell’Unione Europea di essere meno dipendente dal petrolio e dal gas importati sia dagli Stati Uniti (tramite GNL) che dalla Russia/Medio Oriente. Prevediamo che i nuovi investimenti saranno incentivati grazie a rendimenti consentiti più elevati e normative favorevoli.
Outlook e Posizionamento: buy the dip, ma con selettività – Finora, la situazione in Medio Oriente è tutt’altro che sotto controllo e lo Stretto di Hormuz rimane chiuso. Lo scenario peggiore è ormai alla sua seconda settimana, con notizie notturne di attacchi diretti alle petroliere nel Golfo che vedono i prezzi del petrolio tornare verso la soglia dei 100 dollari. Pertanto, non dovrebbe sorprendere più di tanto che gli asset rischiosi saranno nuovamente sotto pressione. Gli Stati Uniti, e in particolare Trump, dovranno trovare molto presto una via d’uscita, poichè il danno economico globale autoinflitto che si sta causando sta compromettendo più di ogni altra
cosa le possibilità di vittoria alle elezioni di medio termine, e questa è la questione più importante per Trump. Le probabilità che i Democratici conquistino la Camera dei Rappresentanti sono già all’85%, ma dall’inizio della guerra le probabilità di conquistare il Senato sono aumentate da poco più del 30% a quasi il 50% attuale. Se i Democratici conquisteranno entrambe le camere, Trump dovrà molto probabilmente affrontare nuovamente l’impeachment. Questo fatto avrà un’influenza determinante sulle decisioni future dell’amministrazione statunitense.
Il nostro punto è capire se il mercato costringerà il governo statunitense ad agire. Riteniamo che la soglia del dolore sia vicina agli estremi che abbiamo visto lunedì 9. Pertanto, se dovessimo testare nuovamente quei livelli, vorremmo sfruttarli come opportunità di acquisto per gli asset rischiosi. Inoltre, continuiamo a osservare un elevato livello di avversione al rischio, se misurato dalla domanda continua di protezione o da vari indicatori di posizionamento di altri broker. Secondo GS, l’esposizione corta nei prodotti macroeconomici statunitensi è ai livelli registrati l’ultima volta nel 2022. Pertanto, se abbiamo ragione e un’altra mossa di avversione al rischio crea abbastanza dolore da aspettarsi una risoluzione, allora questo può portare a un significativo allentamento e a una copertura delle posizioni corte. L’impatto economico della chiusura dello Stretto di Hormuz è enorme. Non si tratta solo di petrolio. Taiwan Semi, ad esempio, dovrà ridurre la produzione di chip, poiché non riceverà più elio dal Qatar. Il danno sarà semplicemente troppo grande per non trovare una via d’uscita.
Perché suggeriamo di acquistare sui ribassi? Innanzitutto, Trump non ha l’opinione pubblica dalla sua parte; in secondo luogo, ci sono le elezioni di medio termine, e non crediamo che Trump possa permettersi di arrivare a novembre con un mercato azionario in frantumi, quindi la guerra deve finire presto. I nostri temi preferiti includono Energie rinnovabili, come sottolineato in precedenza, STM e Saipem. Abbiamo recentemente aggiunto Stellantis sulla scia delle recenti notizie molto negative relative alle svalutazioni che hanno portato il prezzo delle azioni a livelli che consideriamo un punto di ingresso molto interessante.
Telecom Italia Svg rimane una posizione chiave sulla scia del solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane. Molto selettivi sui finanziari, con una preferenza per BPER e BMPS. Infrastrutture, trainate dagli investimenti pianificati dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Danieli Sav.). In merito al settore della Difesa, manteniamo la nostra esposizione dopo la debolezza del 4° trimestre 2025. Le posizioni sono ponderate su nomi come Leonardo, ma abbiamo recentemente ricostruito una posizione su Fincantieri dopo il collocamento.
Anche parte dell’ambiente militare e strategico americano ha invitato alla cautela. Analisti e commentatori come Daniel De Petris, o l’analista geopolitico Trita Parsi, sostenevano che un confronto diretto con l’Iran avrebbe destabilizzato il medio oriente con probabile chiusura dello Stretto di Hormuz. Lo stesso Generale Caine, Capo di Stato Maggiore delle forze congiunte degli Stati Uniti (il più alto grado militare negli USA e nominato dallo stesso Trump), aveva avvertito che guerra con l’Iran avrebbe comportato rischi strategici molto difficili da controllare. Trump ha deciso di procedere comunque, ignorando i consigli più prudenti e – si dice – sottovalutando le conseguenze economiche della crisi, con la conseguenza che oggi le cose non vanno come previsto.
Tuttavia, è doveroso chiedersi se la crisi petrolifera conseguente a questa guerra non sia un effetto imprevisto, come sostengono molti analisti, ma piuttosto uno degli esiti più prevedibili – e potenzialmente più utili – voluti da Trump. Non sarebbe la prima volta, infatti, che una crisi energetica globale incida fortemente negli equilibri economici e geopolitici del mondo. Nel 1973, dopo la guerra del Kippur, lo shock petrolifero aprì la strada alla nascita del sistema dei petrodollari, rafforzando il ruolo del dollaro nel commercio mondiale. Negli ultimi
anni, gli Stati Uniti stanno attraversando una fase economica e politica molto complessa, con un debito pubblico americano che ha ormai raggiunto i 40 trilioni di dollari, mentre il suo intero sistema economico – includendo famiglie, imprese e settore finanziario – vive su livelli di indebitamento molto elevati (31 trilioni il debito privato). Allo stesso tempo, l’egemonia economica americana non è più indiscussa, poiché due grandi blocchi industriali competono sempre più apertamente con Washington: la Cina, ormai potenza manifatturiera globale, e l’Europa, ancora uno dei principali poli industriali del pianeta.
Nel frattempo Xi Jinping ha reso pubblica sul suo principale giornale teorico Qiushi una sua dichiarazione del 2024: “una valuta potente (lo yuan, ampiamente utilizzata nel commercio internazionale, negli investimenti e nei mercati dei cambi, con lo status di valuta di riserva globale.” (Bloomberg). In questo contesto la questione energetica assume un significato strategico. Negli ultimi quindici anni gli Stati Uniti hanno realizzato un ammodernamento radicale del proprio sistema energetico grazie alla rivoluzione dello shale oil, che li ha portati ad ess il più grande produttore di petrolio del mondo. Questo cambia completamente la logica delle crisi petrolifere: negli anni Settanta gli Stati Uniti erano fortemente dipendenti dal petrolio importato, e dovevano mantenere alto il prezzo del petrolio per rendere sostenibile l’estrazione dello scisto ai produttori interni; oggi la situazione è diversa, poichè gli Stati Uniti sono diventati uno dei principali produttori ed esportatori di energia. Ne consegue che una crisi petrolifera globale prolungata non colpisce tutti allo stesso modo, ma colpisce soprattutto le economie importatrici di energia: Europa, Cina e Giappone.
A questo si aggiunge un elemento ulteriore. Le recenti aperture nel settore energetico venezuelano hanno consentito alle compagnie americane di accedere a una parte significativa delle enormi riserve petrolifere del Venezuela, le più grandi del mondo, rafforzando ulteriormente la sicurezza energetica degli Stati Uniti. In altre parole, mentre molti paesi soffrono pesantemente una crisi petrolifera prolungata, gli Stati Uniti sono tra i pochi attori globali in grado di gestirla senza gravi conseguenze interne. La crisi petrolifera diventa così una valida alternativa alla politica globale dei dazi ora bloccata dal Senato degli Stati Uniti. Infatti, se il prezzo del petrolio rimane stabilmente alto, gli effetti per i paesi che dipendono da esso sono immediati: aumentano i costi industriali, cresce l’inflazione e peggiora la competitività delle loro economie.
Europa, Cina e Giappone sono tra le economie più vulnerabili a questo tipo di shock. In questo senso, una crisi energetica globale prolungata è a tutti gli effetti una sorta di dazio indiretto, un modo per aumentare i costi di produzione dei concorrenti senza introdurre nuove barriere tariffarie. C’è poi un altro effetto possibile. Un aumento dei prezzi del petrolio rafforza anche la Russia, grande esportatore energetico, e ciò potrebbe persino aprire nuovi scenari geopolitici, poiché in questo modo si potrebbe ridurre “l’abbraccio” tra Mosca e Pechino. Del resto, la storia dimostra che le crisi petrolifere non sono mai soltanto crisi energetiche.
Naturalmente, non esistono prove che la crisi petrolifera sia stata pianificata e messa in atto in modo “chirurgico”, ma una cosa è certa: quando si colpisce un paese armato fino ai denti come l’Iran, con una società fortemente coesa, si dovrebbe prevedere con facilità che lo Stretto di Hormuz verrà bloccato, diventando il punto più fragile del sistema energetico mondiale; ne consegue che la crisi petrolifera non può essere considerata semplicemente un “incidente”. Se così fosse, e se la crisi energetica durasse a lungo (come negli anni ’70), cosa possiamo fare noi europei per affrontarla?
Il segretario di Stato Marco Rubio ha contribuito ad alimentare forti dubbi sulla narrativa ufficiale, affermando “Sapevamo che, se l’Iran fosse stato attaccato, ci avrebbe immediatamente colpito. E noi non saremmo rimasti lì a subire il colpo”. Una frase che suggerisce una dinamica diversa: non un attacco per prevenire un’aggressione iraniana, ma la consapevolezza che la risposta di Teheran sarebbe arrivata dopo l’azione militare. Nel frattempo, nel giro di pochi giorni, le giustificazioni dell’intervento sono cambiate più volte. Come ha osservato l’analista Daniel De Petris, si è passati dalla distruzione del programma nucleare alla riduzione della capacità missilistica iraniana, fino alla prevenzione di una minaccia contro le truppe americane. Secondo quanto riportato da Politico, a diversi giorni dall’inizio del conflitto l’amministrazione non è ancora riuscita a definire con chiarezza quali siano gli obiettivi strategici della guerra.
Se si osserva il conflitto in un quadro geopolitico globale, la crisi con l’Iran assume un significato molto diverso. Teheran occupa una posizione strategica fondamentale tra Golfo Persico, Asia centrale e Mediterraneo. Il Paese è uno snodo chiave delle rotte energetiche e commerciali dell’Eurasia ed è destinato a diventare uno dei nodi principali della Belt and Road Initiative cinese. Negli ultimi anni Iran e Cina hanno rafforzato la loro cooperazione economica attraverso accordi energetici e infrastrutturali di lungo periodo, e per Washington questo asse rappresenta una minaccia strategica: indebolire l’Iran significa anche limitare l’espansione geopolitica cinese in Medio Oriente, interrompere rotte commerciali e rendere più oneroso l’acquisto di petrolio.
Ma il problema non è soltanto geopolitico. È anche finanziario. Infatti, il sistema economico internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale si fonda sulla centralità del dollaro, il cosiddetto Dollar Standard. Per decenni il commercio globale – e in particolare quello energetico – è stato denominato quasi interamente nella valuta americana. Negli ultimi anni questo equilibrio ha iniziato a mostrare crepe. Secondo diverse analisi economiche, l’uso crescente del dollaro come strumento di sanzione geopolitica
Per gli Stati Uniti questo rappresenta una minaccia esistenziale. La domanda globale di dollari è infatti uno dei fattori che consente a Washington di sostenere un debito pubblico enorme (ormai 40 trilioni di dollari), finanziando i propri deficit attraverso l’emissione di titoli denominati nella propria valuta. Ma negli ultimi anni l’Iran ha iniziato a vendere parte del proprio petrolio utilizzando valute alternative, soprattutto nei rapporti economici con la Cina. Nel 2023, poi, fu annunciato l’accordo tra la Cina e l’Arabia Saudita che consentiva a Pechino di pagare progressivamente il petrolio saudita in Yuan anziché in dollari. Una notizia clamorosa e che ha chiaramente fatto scattare l’allarme rosso a Washington. Trump infatti, immediatamente dopo la rielezione, si è subito attivato per provare a mettere un argine diplomatico a questo.
Questa tendenza che si stava consolidando accelera il processo di erosione della centralità del dollaro. Ed è proprio in questo contesto che molti analisti collocano la crisi con l’Iran. Resta però una domanda inevitabile: perché questa guerra proprio adesso. Negli Stati Uniti si sono accumulate negli ultimi mesi diverse pressioni politiche interne. Una delle più delicate riguarda la vicenda dei file Epstein, l’enorme archivio di documenti legati al caso del finanziere Jeffrey Epstein. La gestione della pubblicazione dei documenti ha provocato polemiche e accuse di scarsa trasparenza, con richieste da parte di diversi membri del Congresso di ulteriori indagini.
Parallelamente, l’economia americana mostra segnali di crescente fragilità. Diversi indicatori suggeriscono un rallentamento del mercato del lavoro e della crescita economica.
Cosa può succedere ora. Le conseguenze della guerra si stanno estendendo ben oltre il Medio Oriente. Uno degli effetti più immediati riguarda il prezzo dell’energia, nel senso che un aumento duraturo del petrolio e del gas ha conseguenze particolarmente pesanti per l’Europa, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche. Infatti, dopo la rottura dei rapporti energetici con la Russia l’Europa ha aumentato drasticamente le importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti e ora (salvo un riavvicinamento con la Russia)
Le crisi energetiche tendono storicamente a produrre riequilibri nella bilancia commerciale tra Stati Uniti ed Europa, trasferendo una parte significativa delle risorse economiche verso i produttori energetici (gli USA sono il primo produttore mondiale di petrolio). Del resto, non sarebbe la prima volta che una crisi mediorientale produce effetti di questo tipo in un sistema globale fortemente dipendente dall’energia. Un precedente storico significativo è la guerra del Kippur del 1973; proprio dopo quella guerra nacque il sistema dei petrodollari, cioè il meccanismo attraverso cui il petrolio mondiale venne progressivamente commercializzato quasi esclusivamente in dollari, e la crisi energetica che seguì a quel conflitto contribuì a modificare profondamente gli equilibri economici tra Europa e Stati Uniti.
Ma c’è anche un’altra possibile conseguenza strategica della guerra. Secondo il filosofo e analista politico Andrea Zhok, l’attacco contro l’Iran rischia di produrre un effetto paradossale: rafforzare proprio quelle componenti più radicali del sistema politico iraniano che l’Occidente dichiara di voler indebolire: di fronte a una minaccia esterna percepita come esistenziale, le società tendono a ricompattarsi attorno alle proprie istituzioni e alle proprie strutture di potere. In altre parole, un conflitto aperto rischia di consolidare l’assetto politico interno dell’Iran, tant’è che l’esito più probabile di questo nuovo fronte di guerra è il c.d. “impaludamento“. Ed è proprio per questo che il controllo dei mercati energetici continua a rappresentare uno degli elementi centrali della competizione geopolitica globale.
Esiste poi un’altra dimensione strategica della crisi. Negli ultimi anni la Russia ha rafforzato la propria cooperazione energetica con la Cina, vendendo petrolio e gas a prezzi particolarmente competitivi. Per Washington, questa convergenza tra Mosca e Pechino rappresenta uno dei principali problemi strategici del nuovo equilibrio mondiale, per cui un aumento generale dei prezzi energetici non può che ridurre anche il vantaggio competitivo della Cina derivante dall’accesso a energia russa fin ora a basso costo. Ma la conseguenza geopolitica più importante riguarda l’Asia, dove il vero teatro strategico della competizione tra Stati Uniti e Cina rimane Taiwan. Se Washington restasse intrappolata in un conflitto lungo in Medio Oriente, la capacità americana di concentrare risorse militari nel Pacifico non potrà che ridursi. Questo crea una finestra strategica favorevole per Pechino: non necessariamente per un’invasione immediata dell’isola, ma per strategie più graduali come un blocco navale o una pressione militare crescente nello Stretto di Taiwan.
In questo scenario, la guerra con l’Iran è uno dei fronti di una competizione globale molto più ampia. Una competizione che riguarda non soltanto il Medio Oriente, ma l’intero equilibrio del sistema internazionale costruito a Bretton Woods. Ed è forse proprio questo il punto più delicato della crisi attuale, perché se il sistema dei petrodollari e la centralità del dollaro dovessero entrare realmente in discussione, le conseguenze non riguarderebbero soltanto la politica estera americana, ma l’architettura stessa dell’economia globale. La guerra con l’Iran, come quella in Ucraina, non è solo una crisi locale , ma uno dei sintomi del cambiamento di un ordine internazionale che sta lentamente arrivando alla fine del suo ciclo storico.
Cosa avrebbe pensato Reagan di un Paese che, nel giro di poche settimane, è diventato il maggiore azionista di un produttore di microchip, ha preteso una riduzione delle vendite all’estero delle aziende in cambio di licenze di esportazione e ha licenziato un funzionario dell’ufficio statistico dopo che i dati governativi avevano messo in imbarazzo il partito al potere? Solo nell’ultima settimana, alti funzionari governativi del Paese hanno fatto pressioni per esercitare il controllo sulla banca centrale, hanno ordinato a un gigante della tecnologia di concludere un accordo con un conglomerato mediatico a loro favorevole; e hanno sollecitato con successo una catena di ristoranti a revocare un rebranding.
No, questa non è la Cina, ma gli Stati Uniti, sotto un presidente repubblicano, nel 2025. Donald Trump, anziché aderire ai principi di libero mercato (governo limitato e capitalismo senza freni) che il suo partito ha sostenuto per una generazione, sta facendo sentire la sua influenza in ogni angolo dell’America aziendale. Trump si è assicurato una “golden share” nella US Steel, approvando al contempo la controversa acquisizione dell’acciaieria da parte di Nippon Steel per 14,9 miliardi di dollari, e afferma che la Corea del Sud fornirà 350 miliardi di dollari per investimenti “di proprietà e controllati dagli Stati Uniti, e selezionati da me, in qualità di Presidente”, come parte di un accordo commerciale da lui mediato.
Inoltre, Trump ha convertito quasi 9 miliardi di dollari di sovvenzioni per Intel in una quota del 10% nel produttore di chip – a quanto si dice in cambio del suo sostegno, dopo aver chiesto pubblicamente le dimissioni del suo CEO – e alti funzionari di Trump hanno lasciato intendere che altre aziende siano nel loro mirino. Non contento di ciò, il presidente Trump sta sfidando l’indipendenza della Federal Reserve e sta cercando di ottenere la maggioranza nel consiglio di amministrazione della banca centrale. Questa settimana, ha persino tentato di licenziare uno dei presidenti a causa di accuse non confermate di frode sui mutui, avanzate da un alleato interno alla sua amministrazione.
Ancora, Trump ha licenziato il capo del Bureau of Labor Statistics poche ore dopo che i dati ufficiali avevano rivelato un forte rallentamento della crescita occupazionale sotto la sua supervisione, sostenendo senza prove che i numeri fossero stati “truccati” (ha scelto una sua fervente sostenitrice per sostituirla). Invece di permettere alle aziende private di svolgere i propri affari, senza il coinvolgimento di funzionari pubblici e leader politici, il presidente Trump interviene regolarmente. In base a un “piccolo accordo” da lui stipulato con Nvidia, l’azienda più quotata al mondo fornirà il 15% di alcune vendite di chip in Cina. Apple, minacciata dal presidente di imporre dazi elevati, si è presentata alla Casa Bianca con dei regali: 100 miliardi di dollari in ulteriori investimenti statunitensi e un souvenir con una base in oro 24 carati.
di creare cinque supermercati di proprietà comunale, è “uscita direttamente dal manuale marxista”, secondo il deputato repubblicano Mike Lawler. “I newyorkesi meritano soluzioni, non fantasie socialiste che hanno fallito clamorosamente ogni volta che sono state messe alla prova”, ha sostenuto Lawler il mese scorso. Il senatore del Kentucky Rand Paul è tra i repubblicani più in vista a suggerire il contrario. “Se nel socialismo è il governo che possiede i mezzi di produzione, il fatto che il governo possieda una parte di Intel non sarebbe un passo verso il socialismo?”.
Chiamatelo Trumpalismo. Le ideologie economiche si basano tipicamente su principi, dai fondamenti del libero mercato del capitalismo ai pilastri socialisti della proprietà e del controllo collettivi. Ma questa – elaborata da un uomo che raramente permette a posizioni fondamentali a lungo termine di impedirgli di dire o fare ciò che vuole nel breve termine – è diversa. La mancanza di una posizione sulla questione se il governo federale avrebbe dovuto acquisire partecipazioni in aziende manifatturiere o lasciarle fallire è stato un primo esempio di trumpalismo. L’ideologia passa in secondo piano rispetto agli istinti e agli impulsi di un presidente autoritario, da una settimana all’altra. Il partito repubblicano con cui sono cresciuti i cittadini americani – i repubblicani di Reagan – con Trump è morto e sepolto.
Qualunque vera federazione di stati, di fronte all’avanzare degli scenari internazionali più temuti, avrebbe reagito in anticipo, programmato misure economiche adeguate, adottato strumenti di contenimento delle emergenze eventualmente generate dagli effetti di quegli stessi scenari. Insomma, si sarebbe mossa in modo unitario ed efficace per scoraggiare sul nascere le intenzioni apertamente dichiarate da Trump oppure per avere maggior potere contrattuale quando ci si sarebbe potuti sedere al tavolo delle trattative sui dazi commerciali. Invece, niente di niente. L’Unione Europea si è mostrata immobile ed
in balia delle iniziative arbitrarie dei singoli stati aderenti: chi andava di qua e chi di là, in modo scomposto e senza una strategia comune. In tal senso, il ruolo di mediatore internazionale conquistato sul campo dall’Italia di Giorgia Meloni – e osteggiato con malcelato disappunto dalla Von Der Leyen e da Macron, tedeschi e olandesi non pervenuti – è il naturale risultato dell’immobilismo europeo di fronte al ritmo velocissimo dei cambiamenti messi in atto da Trump.
Tutto questo è potuto accadere perché l’attuale struttura dell’Unione Europea, non essendo una vera federazione di stati ma un semplice accordo monetario spacciato venticinque anni fa come “Unione”, è progettata per mantenere le divisioni tra gli stati membri, invece di superarle. È un attore troppo debole per essere un attore politico indipendente, avendo imposto regole economiche rigide (Patto di Stabilità e cocciutissime politiche di austerità) che hanno creato malcontento in diversi paesi, alimentando sentimenti anti-europei. Non ha promosso con la stessa forza un’identità culturale comune, lasciando che i cittadini vedessero Bruxelles più come un “amministratore di regole” che come un progetto politico condiviso. Ha permesso che le grandi potenze europee (come Germania e Francia) dettassero la linea, creando squilibri tra paesi più forti e paesi più deboli, senza un vero meccanismo di solidarietà.
Il risultato è che i cittadini non si sentono parte di una comunità unica, e questo non cambierà finché chi comanda (Germania, Francia e Olanda) trarrà vantaggio da questa fragilità politica. La percezione della sostanziale divisione tra stati aderenti è diffusa dalla base al vertice, e colpisce quindi anche le varie leadership nazionali. Ne abbiamo avuto un esempio chiarissimo quando, nelle scorse due settimane, i principali governi europei si sono confrontati (a distanza) con l’ipotesi di un vertice a Roma tra il presidente Trump, i leaders della Ue e i capi di governo dei ventisette sulla questione dei dazi e della guerra in Ucraina. In mezzo, la morte di Papa Francesco che ha stemperato non poco gli animi e ha sconvolto i
piani dei riottosi leader europei, costretti dalle circostanze a fare da ancelle al confronto tra Trump e Zelensky, sia pure in una cornice politica atipica ma sotto l’egida della Meloni. Un vero e proprio “miracolo” di involontaria diplomazia, grazie al quale il tentativo di ridimensionare il ruolo di mediatore di Giorgia Meloni tra Washington e l’UE è andato a vuoto, così come gli alibi che l’Europa, con il suo immobilismo forzato dalla sua stessa natura, aveva fino a quel momento fornito al presidente americano ancora voglioso di scontro con con gli altri leader.
La Storia ci insegna che i grandi cambiamenti arrivano da fenomeni economici estremi, come le grandi crisi economiche (chi se la sente oggi di escluderne una nel prossimo futuro?). Le vicende geopolitiche – il caos in Medio Oriente, la fragilità ucraina e la svolta negli USA – hanno mostrato che l’UE:
La crisi pandemica del 2020 ha mostrato che, di fronte a un’emergenza estrema, l’UE può superare certi blocchi e adottare misure straordinarie, come il Recovery Fund, che fino a pochi mesi prima sembrava impensabile. Questo dimostra che, se la crisi è abbastanza grande, anche i leader più “campanilisti” e ottusi possono essere costretti a cambiare approccio. La chiave, quindi, sta nel grado di pressione che una crisi futura eserciterà sul sistema: se la crisi sarà moderata, probabilmente si vedranno solo aggiustamenti temporanei; se sarà profonda, come una crisi economica globale o un ritiro netto degli USA dalla sicurezza europea, allora l’UE dovrà decidere se evolvere o soccombere.
1971: Nixon e la fine del Gold Standard (quando un repubblicano diventa “keynesiano”). Richard Nixon, presidente repubblicano ma pragmatico, affrontò una crisi inflattiva e valutaria epocale. Il dollaro era sotto attacco, le riserve d’oro si assottigliavano e gli Stati Uniti erano ancora impantanati nella guerra del Vietnam. Il 15 agosto 1971, Nixon annunciò la fine della convertibilità del dollaro in oro, decretando la morte del sistema di Bretton Woods. In quel momento, adottò politiche apertamente interventiste:
Nixon stesso ammise apertamente la sua “svolta Keynesiana”, con la famosa dichiarazione “Now I am a Keynesian in economics“. Il risultato? Gli USA, liberi dal vincolo dell’oro, poterono stampare dollari per rilanciare l’economia. E il mondo, pur riluttante, non avendo alternative e forza per fare in modo diverso, fu costretto ad accettare il dollaro come moneta di riserva globale. Nessuno volle — o poté — far saltare il banco, anche se la guerra del Kippur finirà poi per mettere in ginocchio l’Europa dal punto di vista energetico, quindi anche economico (ma questa è un’altra storia).
2008–2010: Obama, il Quantitative Easing e il G2 con la Cina. Dopo il crollo di Lehman Brothers, il rischio era il collasso sistemico del sistema finanziario globale. L’amministrazione Obama, con l’appoggio della Fed, lanciò una politica fortemente espansiva, adottando stimoli fiscali massicci, tassi di interesse a zero e il Quantitative Easing su scala senza precedenti. In parallelo, si rafforzò il dialogo strategico USA-Cina, il cosiddetto “G2”. La Cina, allora secondo creditore estero degli Stati Uniti, continuò a comprare T-Bond, permettendo agli USA di finanziare il proprio debito a costi contenuti. In cambio, Washington non ostacolò le esportazioni cinesi, garantendo accesso al mercato e stabilità del dollaro. Un equilibrio simbiotico, ma instabile. Eppure, ancora una volta, il banco non saltò.
E la Cina? Possiede ancora circa 800 miliardi di dollari in T-Bond. Ha ridotto la sua esposizione in titoli del tesoro USA, ma non ha ancora mollato del tutto. Sa che un crollo del dollaro colpirebbe anche il valore delle sue riserve e il suo export. Va inoltre ricordato che la Cina ha più volte dichiarato l’intenzione di costruire un sistema alternativo al dollaro, attraverso l’internazionalizzazione dello yuan, la promozione di piattaforme di pagamento indipendenti e accordi bilaterali in valute locali. Tuttavia, è altrettanto evidente che Pechino (insieme ai BRICS) non sia ancora in grado di costruire un sistema pienamente autonomo e globalmente competitivo rispetto a quello guidato dagli Stati Uniti.
Detto questo, tecnicamente la Cina avrebbe comunque la capacità di far saltare il banco, nonostante detenga “solo” circa 800 miliardi di dollari in Treasury. La storia offre esempi significativi: a volte, sono bastati detentori marginali di debito per provocare crisi sistemiche. È il caso degli Stati Uniti con il debito dell’Europa orientale negli anni 70-’80, o dell’Europa (in particolare Germania e Francia) con la ripicca sul debito dei Paesi dell’America Latina. Nel caso dell’Est Europa, molti Paesi avevano contratto debito in valuta estera per finanziare sviluppo e apertura. Gli USA, poco esposti, rifiutarono strategicamente il rifinanziamento, e l’Europa seguì, causando una crisi a catena.
E se a guidare fosse Trump? Ipotesi su un equilibrio instabile. Nel 2025, lo scenario si è fatto ancora più complesso con il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump. Un presidente apertamente liberista a parole, ma interventista nei fatti, che ha più volte definito i suoi predecessori “incapaci” per aver concesso alla Cina un ruolo dominante nel sistema commerciale e finanziario globale. Cosa sta facendo Trump, in sintesi?
L’unica possibilità oggi è che si trovi un accordo sostenibile, che sia strategico e vantaggioso per tutti. È anche probabile che la Cina non si limiti a discutere solo di economia e finanza. Potrebbe infatti mettere sul piatto dossier geopolitici di peso, come la questione di Taiwan, e proporre un’intesa sulla crisi in Ucraina, sfruttando i legami crescenti con la Russia all’interno del blocco dei BRICS. In questo scenario, gli equilibri globali non si ridisegnano solo sulle borse e sulle valute, ma anche sulle sfere di influenza politica e militare.
L’ipotesi più probabile è che la trattativa economica del cosiddetto G2 diventi il baricentro di un nuovo ordine mondiale (dal quale l’Europa cerca di non rimanere esclusa…). La storia insegna che gli Stati Uniti hanno superato crisi di fiducia e di debito solo grazie a compromessi strategici, soprattutto con la Cina. Nel 1971, con Nixon. Nel 2010, con Obama. Oggi, con Trump, la situazione è più incerta, per cui se gli Stati Uniti vogliono restare l’economia trainante del mondo, devono trovare un nuovo equilibrio con la Cina. Se non lo faranno, il futuro del dollaro come pilastro del sistema globale potrebbe davvero essere in discussione. E a quel punto, conviene davvero alla Cina far saltare il banco?
Nel frattempo, realtà come la casa automobilistica cinese BYD crescono a ritmi impressionanti. Non solo dominano l’innovazione nel settore elettrico, ma sono talmente liquide e organizzate da potersi permettere l’acquisto di sei navi portacontainer per esportare direttamente in tutto il mondo. Un modello industriale che unisce capacità tecnica, visione strategica e velocità d’azione. Ma BYD è solo la punta dell’iceberg: la sua crescita esponenziale è il simbolo di una nuova concorrenza culturale e industriale globale, portata avanti con forza da tutto il blocco dei BRICS.
La Cina, in particolare, ha costruito un ecosistema produttivo fondato non solo su costi bassi e scala, ma su una visione collettiva del lavoro come motore della dignità nazionale e della crescita personale. Le sue università, i suoi piani quinquennali, le sue strategie pubbliche e private convergono su un’idea precisa: innovare, produrre, esportare. E quando serve, comprarsi anche le rotte del commercio globale, come dimostra l’acquisto diretto di intere flotte navali da parte di grandi gruppi industriali, la forte presenza nel canale di Panama. L’India, dal canto suo, sta rapidamente emergendo come potenza tecnologica e demografica, con milioni di giovani (tantissimi ingegneri) che entrano ogni anno nel mercato del lavoro con competenze avanzate e uno spirito competitivo che contrasta fortemente con la disaffezione occidentale. In Russia, Brasile e Sudafrica – seppur in contesti diversi – si riaffaccia con decisione la volontà di rendere il lavoro industriale e strategico un perno della sovranità economica.
cedimento interiore delle élite che smettono di rispondere con creatività alle sfide. Spengler ha parlato del “tramonto dell’Occidente” come di un esaurimento spirituale e culturale, dove le nuove forme politiche – come la democrazia e il socialismo – rischiano di dissolvere l’ordine tradizionale senza sostituirlo con un nuovo fondamento. Ray Dalio, con i suoi studi sui grandi cicli storici, descrive l’Occidente attuale come alla fine di un macrociclo, segnato da crisi sistemiche e instabilità crescente.
Anche il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance, nel suo intervento alla Conferenza di Monaco nel febbraio scorso, ha posto l’accento su un punto cruciale: la vera minaccia all’Occidente non viene dall’esterno, ma da un allontanamento interno dai propri valori fondanti. Non sono la Cina o la Russia a minacciare la nostra prosperità, ma la nostra incapacità di rigenerare lo spirito che l’ha resa possibile durante un percorso secolare.
Andando (molto) indietro nel tempo, è possibile trovare delle similitudini. Per esempio, nel momento in cui l’Impero Romano toccava la sua crisi più profonda, due voci – una storica e una teologica – seppero leggerne le cause profonde con una lucidità che ancora oggi ci interroga. Ammiano Marcellino, uno degli ultimo grande storici di Roma, descrive nella sua opera Res Gestae una società aristocratica ormai decadente. Denuncia la corruzione dilagante, il lusso smodato, l’indifferenza delle élite romane rispetto alle sorti reali dell’Impero, che nel frattempo veniva difeso soprattutto da uomini e comandanti delle province. La sua analisi, severa e realistica, fotografa la perdita del senso civico, della responsabilità pubblica e del legame con i valori fondativi di Roma. Agostino d’Ippona, scrivendo il De Civitate Dei
all’indomani del sacco di Roma (410 d.C.), propone una lettura ancor più radicale: la crisi non è solo politica o militare, ma spirituale. La grandezza imperiale si sgretola perché fondata su una Città terrena che ha perso il senso del divino, della giustizia e della verità. Agostino contrappone alla città degli uomini – soggetta a vanità, ambizione e violenza – la Città di Dio, comunità fondata sulla fede e sul bene comune.
Ritornando all’attualità, nel modello storico delineato da Ray Dalio le civiltà attraversano sei fasi principali. Siamo oggi, probabilmente, nella sesta fase, quella in cui l’egemonia dominante si sgretola sotto il peso del debito, della frammentazione interna e della perdita di fiducia collettiva. Una fase segnata da conflitti, instabilità, e incertezza sistemica. Le istituzioni perdono credibilità, le polarizzazioni crescono e il rischio di uno scontro interno aumenta. Dalio non offre facili soluzioni, ma un principio guida: riconoscere i segnali del declino per anticipare e orientare una possibile rigenerazione. Non sarà la tecnica o la politica da sola a salvare le democrazie occidentali, ma un ritorno a valori profondi, condivisi e vissuti.
Giunto a questo bivio, l’Occidente ha davanti a sé due strade: lasciare che questo ciclo si concluda nel crollo – culturale a cui segue quello economico – oppure tentare una ricostruzione profonda, a partire dal senso del lavoro, dalle comunità, dalla persona. In questa seconda direzione si muove, con concretezza e visione, l’esperienza proposta dalla CDO nel Manifesto del Buon Lavoro: “occorre offrire ai collaboratori una risposta al senso del lavoro che vada oltre la retribuzione e la funzione produttiva“. Il lavoro, infatti, non è solo un mezzo di sussistenza, ma una dimensione fondamentale della realizzazione personale e della costruzione di comunità. Il Manifesto afferma chiaramente che “il buon lavoro nasce da una cultura che riconosce il valore della persona e lo traduce in pratiche organizzative e relazionali“. In questo senso, “le imprese sono chiamate a costruire ambienti in cui sia possibile fare esperienza di senso, responsabilità, appartenenza“.
In tal senso, anche gli investimenti, se vogliono contribuire alla costruzione di futuro, dovranno saper scegliere da che parte stare. Un utile criterio per orientarsi è rappresentato dalle certificazioni ESG (Environmental, Social, Governance). Esse non valutano soltanto la sostenibilità ambientale o l’efficienza gestionale di un’impresa, ma offrono una griglia per verificare quanto essa stia realmente investendo sul capitale umano, sulla qualità delle relazioni interne, sulla responsabilità sociale e sulla trasparenza organizzativa. Le aziende che abbracciano i valori del buon lavoro – e che li integrano con un approccio ESG serio e documentato – rappresentano le migliori destinazioni possibili per investimenti responsabili, capaci di generare impatto positivo e valore nel tempo.
Ecco allora che ritorna, con forza, la necessità di una nuova cultura del lavoro. Una risposta culturale prima ancora che economica: non un semplice elenco di buone pratiche, ma una visione capace di mettere al centro la persona, le relazioni, la formazione, il benessere, la corresponsabilità. Occorre dare un senso alla fatica, per non educare le persone ad evitare la realtà. Occorre investire nelle aziende che stanno già facendo questo percorso, spesso silenziosamente ma con determinazione. Non è solo una scelta etica, ma una strategia economica di lungo periodo. Perché il futuro dell’Occidente passa anche dal futuro del lavoro. E il futuro del lavoro si costruisce sempre nel presente.
Nel 1914, per esempio, l’Europa si gettava con vivido entusiasmo nella guerra più devastante della sua storia, prigioniera di una narrazione bellicista che nessuno sembrava poter contrastare. Oggi, con una rapidità sconcertante, assistiamo a un’analoga convergenza di interessi politici, economici e militari, il cui scopo sembra essere la militarizzazione dell’Europa come strumento di pressione strategica a lungo termine. Pertanto, è impossibile non concentrarsi sulle somiglianze tra il 1914 e il tempo presente. Infatti, prima del 1914, l’Europa era divisa in due grandi alleanze (Triplice Intesa vs. Triplice Alleanza); oggi, come allora, il mondo è diviso tra blocchi contrapposti (USA vs. Europa vs. Russia) che, anziché combattersi direttamente, si misurano schermati da conflitti indiretti in Ucraina, Taiwan e Medio Oriente (Siria e Palestina in primis).
Allo stesso modo, esattamente come nel 1914, assistiamo alla corsa agli armamenti, all’aumento delle spese militari, allo sviluppo di nuove armi e al riarmo di paesi diventati pacifici negli ultimi 80 anni dopo essere stati causa di guerre mondiali passate alla Storia (Germania e Giappone). Ancora, assistiamo al ritorno di un nazionalismo aggressivo, fatto di crescente retorica patriottica, disinformazione, fake news e divisioni interne che ricordano la propaganda bellica di inizio ‘900. In più, Russia e Cina rivendicano territori, l’Occidente appare sempre più diviso, crisi economiche e protezionismo galoppante creano inflazione, tensioni sociali (disparità sociali, movimenti sociali e sindacali), guerre commerciali e blocco delle catene di approvvigionamento, del tutto simili alle instabilità pre-1914.
Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, il dibattito pubblico era intriso di nazionalismo e retorica patriottica. I giornali alimentavano il mito della guerra breve e gloriosa, gli industriali delle armi intravedevano profitti senza precedenti, e i politici cavalcavano un’isteria collettiva convinti che il conflitto avrebbe consolidato il loro potere. Le grandi potenze, consapevoli della fragilità del proprio equilibrio economico e sociale, credevano che un conflitto potesse risolvere le tensioni interne e ristabilire un nuovo ordine mondiale. Pochi, però, consideravano il massacro che ne sarebbe seguito. Le voci critiche furono inascoltate (Bertrand Russell, Romain Rolland, Rosa Luxemburg, Lev Tolstoj, Albert Einstein): gli interessi del momento, semplicemente, andavano in un’altra direzione e il mondo della comunicazione è finanziato da questi.
Nel 2025, la Storia sembra ripetersi. Infatti, oggi assistiamo a una dinamica inquietantemente simile, con Ursula von der Leyen che ha annunciato il fondo ReArm Europe da 800 miliardi, finanziato a debito in deroga ai vincoli di bilancio., e le grandi industrie belliche – Rheinmetall, Leonardo, Thales, BAE Systems – festeggiano, con i loro titoli che schizzano alle stelle. La rapidità con cui tutto questo è avvenuto ricorda il meccanismo inarrestabile delle mobilitazioni del 1914. In pochi mesi, siamo passati dal Green Deal al New War Deal (ma la crisi climatica l’innalzamento inarrestabile dei mari etc. che fine hanno fatto?). Se prima la strategia era puntare sulle rinnovabili e sulla transizione ecologica, ora l’Europa si prepara a investire miliardi nel riarmo. Un cambio di paradigma totale, imposto in modo repentino e senza un vero dibattito.
Un Grande Gioco tra USA, Europa, Russia e Cina
durante la Guerra Fredda. Ora, l’idea è ripetere il copione: costringere Mosca a impegnare enormi risorse per non essere schiacciata dalla pressione Europea (mentre l’America di Trump si occupa della Cina). Intanto, l’Ucraina sembra avviarsi verso un’uscita di scena. Si parla di elezioni, di un conflitto che sarà “congelato”, di trattative già in corso tra USA e Russia. Il grande gioco continua, e a farne le spese saranno sempre gli stessi: i cittadini europei, che vedranno crescere il debito, la spesa militare e, a tempo debito, i tagli al welfare.
Debito, Mercati e la Vecchia Trappola
Nel frattempo, la propaganda bellica avanza. Chiunque osi mettere in discussione la necessità di un riarmo europeo viene tacciato di putinismo, esattamente come nel 1914 chi si opponeva alla guerra era considerato un traditore della patria. L’isteria collettiva cresce, alimentata da narrazioni semplicistiche e slogan vuoti. Ma cosa accadrà quando, dopo anni di spese militari insostenibili, i conti pubblici europei esploderanno? Le soluzioni saranno le stesse di sempre: tagli al welfare, privatizzazioni forzate, austerità. La popolazione si troverà a pagare il conto, mentre i profitti delle industrie della difesa e dei fondi speculativi saranno già stati incassati.
I mercati azionari globali hanno chiuso febbraio in territorio leggermente negativo, dopo aver toccato nuovi massimi a metà mese. Gli indici europei e italiani hanno sovraperformato quelli statunitensi anche a febbraio, sostenuti dall’aumento del posizionamento degli investitori sul mercato europeo. Escludendo Meta, il settore tecnologico – compresi i “Magnifici 7” – ha faticato, registrando performance negative da inizio anno, anche a causa delle prese di profitto dopo le forti performance e delle preoccupazioni sulla sostenibilità e sui ritorni degli investimenti (superiori alle attese) nell’AI dopo DeepSeek. Le mid-small cap italiane hanno avuto un andamento positivo ma hanno continuato a sottoperformare l’indice principale a febbraio. In Italia, il processo di consolidamento ha coinvolto non solo il settore bancario, ma anche quello dei servizi petroliferi, con l’annuncio della fusione tra Saipem e Subsea7, finalizzata alla creazione di un leader globale.
L’attenzione del mercato si è concentrata su: Trump e le tensioni commerciali; Le elezioni in Germania; I segnali di rallentamento della velocità di crescita negli Stati Uniti. L’amministrazione Trump ha confermato nuovi dazi commerciali del 25% su Canada e Messico a partire dal 4 marzo e ha raddoppiato quelli sulla Cina, con un aumento del 10% delle tariffe già in vigore dal 2 aprile. Questa escalation di tensioni commerciali sta creando incertezza sui mercati e potrebbe generare una serie di negoziati bilaterali tra
Washington e i paesi colpiti per migliorare le condizioni applicate. Il mercato sta attualmente valutando un approccio molto concreto alle tariffe. Questa nuova fase di tensioni commerciali porterà inevitabilmente volatilità sui mercati. Bisognerà vedere se queste decisioni saranno negoziate o se avranno effetti concreti sulle aziende. A nostro avviso, ci troviamo nel primo scenario, ma l’incertezza potrebbe ritardare le decisioni di investimento e, dopo la forte sovraperformance dei mercati europei rispetto a quelli statunitensi dall’inizio dell’anno, riteniamo che nel breve termine sia opportuno un approccio più cauto.
I risultati delle elezioni in Germania sono stati moderatamente positivi per i mercati, evitando lo scenario più critico di una forte crescita dei partiti estremisti. Tuttavia, permane l’incertezza sulla possibilità di una riforma fiscale decisiva, che rappresenterebbe il vero game-changer per i mercati europei. La CDU/CSU ha vinto con un ampio margine, ma sarà costretta a formare una coalizione con la SPD e/o i Verdi per governare. Restiamo convinti che la Germania si muoverà per sostenere la crescita economica. Se decidesse di utilizzare il suo spazio fiscale per rilanciare l’economia, sarebbe sicuramente un segnale positivo per gli investitori, che potrebbe essere amplificato in caso di tregua nel conflitto in Ucraina. Merz sta cercando di finanziare sia l’aumento della spesa per la difesa che i tagli alle tasse, in mezzo a vincoli stringenti sul debito. Tra le opzioni in discussione c’è un nuovo fondo speciale per la difesa da 200 miliardi di euro, che potrebbe portare la spesa militare al 3,5% del Pil entro il 2028.
Il nostro interesse principale deriva dai crescenti segnali di rallentamento della velocità di crescita negli Stati Uniti, con l’ultimo Nowcast della Fed di Atlanta che prevede una crescita del Pil reale annualizzato del +2,3% rispetto al +3,2% del mese scorso. Anche la crescita degli utili societari mostra segni di rallentamento, con revisioni al ribasso particolarmente evidenti nei settori automobilistico e delle costruzioni, mentre tra le eccezioni positive spiccano le banche e i servizi finanziari. Le preoccupazioni sul fronte macroeconomico hanno spinto al ribasso i rendimenti obbligazionari. Negli Stati Uniti, il Treasury decennale è sceso di 30 punti base sul mese al 4,24%, mentre l’inflazione prevista è scesa di 6 punti base al 2,37%, con una conseguente riduzione di 24 punti base dei tassi reali.
In Europa, il calo dei rendimenti è stato più contenuto: il bund è sceso di 7 punti base al 2,4%, mentre il rendimento del BTP italiano è rimasto sostanzialmente stabile al 3,5%, con lo spread in leggero aumento di 4 punti base a 114 punti base. Sul fronte macro in Europa, l’indice PMI composito è rimasto invariato a febbraio in area espansiva a 50,2, con una componente dei servizi più debole, mentre il settore manifatturiero ha leggermente superato le attese rimanendo però in territorio di contrazione. Il mercato delle materie prime è salito leggermente a febbraio guidato dall’aumento del prezzo del rame dopo che Trump ha ordinato un’indagine sulle importazioni di rame dagli Stati Uniti, che potrebbe essere il primo passo verso l’introduzione di nuove tariffe. Anche l’oro è stato leggermente positivo, mentre il petrolio è stato debole con le prospettive di un accordo tra Russia e Ucraina che ha ulteriormente ridotto il premio di rischio sull’offerta. Anche il gas naturale è sceso.
L’indice Eurostoxx 50 è tornato ai livelli del 1999. L’attuale livello di 5450 punti è una resistenza chiave che, se rotta al rialzo, può portare l’eurostoxx 50 a ridurre il gap sullo S&P. Il recente bazooka tedesco (i 1.000 miliardi di deficit in più grazie alla supposta rottura del limite del debito in Germania che verrà approvata nelle prossime settimane dal vecchio parlamento) rappresenta un cambiamento radicale per l’economia europea. La nostra sensazione è che i flussi stiano uscendo dal mercato statunitense (che attualmente pesa per il 70% dell’asset allocation mondiale) e si stiano riposizionando anche in Europa. Basta un misero 10% di riallocazione sul mercato europeo per avere un effetto molto significativo sull’indice Eurostoxx 50. Questo è già visibile con una sovraperformance dell’SX5E rispetto all’SPX di quasi 12 punti percentuali da inizio anno.
La nostra asset allocation è ben bilanciata con la giusta combinazione di titoli growth e multipli relativamente convenienti, come Diasorin, titoli legati alle materie prime con un elevato valore non sfruttato, come Danieli savings, nomi ciclici con un limitato margine di revisione al ribasso degli utili, come Stellantis, opzioni di M&A nel settore bancario, come Banco BPM, Banca Monte dei Paschi, Mediobanca e Generali. Inoltre, il nostro posizionamento sulle small/mid cap rimane concentrato su pochi titoli di qualità/turnaround, come Newlat, Fincantieri, Dovalue, Lottomatica, Telecom Italia savings. Confermiamo inoltre il nostro investimento in Campari, sulla base della nostra ipotesi che la valutazione abbia toccato il fondo. Le posizioni principali rimangono sui nomi della difesa, ossia Leonardo e Fincantieri.








