Gennaio 21, 2026
Home Posts tagged trump

Con il “Trumpalismo” gli Stati Uniti hanno voltato le spalle al capitalismo di libero mercato?

Un tempo i repubblicani credevano che i governi dovessero farsi da parte. Oggi, invece, Trump sta facendo sentire la sua influenza in ogni angolo dell’economia americana.

Di Callum Jones (The Guardian)*

Quando Ronald Reagan divenne il primo presidente degli Stati Uniti a parlare alla Grande Sala del Popolo cinese nel 1984, non perse occasione per spiegare al pubblico i vantaggi dello stile di vita americano. Egli riassunse la sua ideologia economica centrale e quella del suo partito repubblicano – secondo cui i governi dovrebbero farsi da parte, lasciare alle aziende, alle industrie e ai mercati lo spazio per prosperare, senza interventi – in un semplice mantra: fidarsi del popolo. Infatti, mentre il presidente Mao Zedong, fondatore della Repubblica Popolare Cinese, si era fondamentalmente opposto al libero mercato e al capitalismo, Reagan sosteneva che le società che godevano del “progresso più spettacolare” erano quelle in cui alle persone era stato “permesso di pensare con la propria testa, prendere decisioni economiche e trarre vantaggio dai propri rischi“.

Cosa avrebbe pensato Reagan di un Paese che, nel giro di poche settimane, è diventato il maggiore azionista di un produttore di microchip, ha preteso una riduzione delle vendite all’estero delle aziende in cambio di licenze di esportazione e ha licenziato un funzionario dell’ufficio statistico dopo che i dati governativi avevano messo in imbarazzo il partito al potere? Solo nell’ultima settimana, alti funzionari governativi del Paese hanno fatto pressioni per esercitare il controllo sulla banca centrale, hanno ordinato a un gigante della tecnologia di concludere un accordo con un conglomerato mediatico a loro favorevole; e hanno sollecitato con successo una catena di ristoranti a revocare un rebranding.

No, questa non è la Cina, ma gli Stati Uniti, sotto un presidente repubblicano, nel 2025. Donald Trump, anziché aderire ai principi di libero mercato (governo limitato e capitalismo senza freni) che il suo partito ha sostenuto per una generazione, sta facendo sentire la sua influenza in ogni angolo dell’America aziendale. Trump si è assicurato una “golden share” nella US Steel, approvando al contempo la controversa acquisizione dell’acciaieria da parte di Nippon Steel per 14,9 miliardi di dollari, e afferma che la Corea del Sud fornirà 350 miliardi di dollari per investimenti “di proprietà e controllati dagli Stati Uniti, e selezionati da me, in qualità di Presidente”, come parte di un accordo commerciale da lui mediato.

Inoltre, Trump ha convertito quasi 9 miliardi di dollari di sovvenzioni per Intel in una quota del 10% nel produttore di chip – a quanto si dice in cambio del suo sostegno, dopo aver chiesto pubblicamente le dimissioni del suo CEO – e alti funzionari di Trump hanno lasciato intendere che altre aziende siano nel loro mirino. Non contento di ciò, il presidente Trump sta sfidando l’indipendenza della Federal Reserve e sta cercando di ottenere la maggioranza nel consiglio di amministrazione della banca centrale. Questa settimana, ha persino tentato di licenziare uno dei presidenti a causa di accuse non confermate di frode sui mutui, avanzate da un alleato interno alla sua amministrazione.

Ancora, Trump ha licenziato il capo del Bureau of Labor Statistics poche ore dopo che i dati ufficiali avevano rivelato un forte rallentamento della crescita occupazionale sotto la sua supervisione, sostenendo senza prove che i numeri fossero stati “truccati” (ha scelto una sua fervente sostenitrice per sostituirla). Invece di permettere alle aziende private di svolgere i propri affari, senza il coinvolgimento di funzionari pubblici e leader politici, il presidente Trump interviene regolarmente. In base a un “piccolo accordo” da lui stipulato con Nvidia, l’azienda più quotata al mondo fornirà il 15% di alcune vendite di chip in Cina. Apple, minacciata dal presidente di imporre dazi elevati, si è presentata alla Casa Bianca con dei regali: 100 miliardi di dollari in ulteriori investimenti statunitensi e un souvenir con una base in oro 24 carati.

Nessuna questione è troppo piccola per il presidente Trump. All’inizio di questa settimana, Trump si è intromesso nel dibattito sul nuovo logo della catena di ristoranti casual di medie dimensioni Cracker Barrel, inviando il suo vice capo dello staff a parlare con l’azienda e, in ultima analisi, contribuendo a convincerla a revocare la decisione, settimane dopo aver spinto la Coca-Cola a lanciare una bevanda con zucchero di canna anziché sciroppo di mais. Nel frattempo, il partito repubblicano di Trump continua ad accusare gli oppositori politici di cercare di erodere il capitalismo, di perseguire il socialismo e di minacciare di minare il libero mercato. La proposta di Zohran Mamdani, candidato democratico a sindaco di New York, di creare cinque supermercati di proprietà comunale, è “uscita direttamente dal manuale marxista”, secondo il deputato repubblicano Mike Lawler. “I newyorkesi meritano soluzioni, non fantasie socialiste che hanno fallito clamorosamente ogni volta che sono state messe alla prova”, ha sostenuto Lawler il mese scorso. Il senatore del Kentucky Rand Paul è tra i repubblicani più in vista a suggerire il contrario. “Se nel socialismo è il governo che possiede i mezzi di produzione, il fatto che il governo possieda una parte di Intel non sarebbe un passo verso il socialismo?”.

Chiamatelo Trumpalismo. Le ideologie economiche si basano tipicamente su principi, dai fondamenti del libero mercato del capitalismo ai pilastri socialisti della proprietà e del controllo collettivi. Ma questa – elaborata da un uomo che raramente permette a posizioni fondamentali a lungo termine di impedirgli di dire o fare ciò che vuole nel breve termine – è diversa. La mancanza di una posizione sulla questione se il governo federale avrebbe dovuto acquisire partecipazioni in aziende manifatturiere o lasciarle fallire è stato un primo esempio di trumpalismo. L’ideologia passa in secondo piano rispetto agli istinti e agli impulsi di un presidente autoritario, da una settimana all’altra. Il partito repubblicano con cui sono cresciuti i cittadini americani – i repubblicani di Reagan – con Trump è morto e sepolto.

* Tratto, tradotto e impaginato da https://www.theguardian.com/us-news/2025/aug/30/chairman-trump-us-economy 

La Questione Europea, parte II: la morte di Papa Francesco un “miracolo” di involontaria diplomazia

La morte di Papa Francesco ha sconvolto i piani dei riottosi leader europei, costretti dalle circostanze a fare da ancelle al confronto tra Trump e Zelensky sotto l’egida dell’Italia di Giorgia Meloni.

Di Alessio Cardinale

Mai come negli ultimi 6 mesi la vera natura dell’Unione Europea è stata messa a nudo, con il suo carico di fragilità internazionale mostrato di fronte ad eventi peraltro ampiamente previsti. L’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, infatti, per Von Der Leyen & co. è stato tutto fuorchè la classica sorpresa che non ti aspetti, così come le intenzioni del “Tycoon” – che in italiano vuol dire “magnate”, per chi usa i termini anglofoni senza conoscerne il significato – in merito alla politica commerciale da adottare nei confronti degli odiati concorrenti europei.

Qualunque vera federazione di stati, di fronte all’avanzare degli scenari internazionali più temuti, avrebbe reagito in anticipo, programmato misure economiche adeguate, adottato strumenti di contenimento delle emergenze eventualmente generate dagli effetti di quegli stessi scenari. Insomma, si sarebbe mossa in modo unitario ed efficace per scoraggiare sul nascere le intenzioni apertamente dichiarate da Trump oppure per avere maggior potere contrattuale quando ci si sarebbe potuti sedere al tavolo delle trattative sui dazi commerciali. Invece, niente di niente. L’Unione Europea si è mostrata immobile ed in balia delle iniziative arbitrarie dei singoli stati aderenti: chi andava di qua e chi di là, in modo scomposto e senza una strategia comune. In tal senso, il ruolo di mediatore internazionale conquistato sul campo dall’Italia di Giorgia Meloni – e osteggiato con malcelato disappunto dalla Von Der Leyen e da Macron, tedeschi e olandesi non pervenuti – è il naturale risultato dell’immobilismo europeo di fronte al ritmo velocissimo dei cambiamenti messi in atto da Trump.    

Tutto questo è potuto accadere perché l’attuale struttura dell’Unione Europea, non essendo una vera federazione di stati ma un semplice accordo monetario spacciato venticinque anni fa come “Unione”, è progettata per mantenere le divisioni tra gli stati membri, invece di superarle. È un attore troppo debole per essere un attore politico indipendente, avendo imposto regole economiche rigide (Patto di Stabilità e cocciutissime politiche di austerità) che hanno creato malcontento in diversi paesi, alimentando sentimenti anti-europei. Non ha promosso con la stessa forza un’identità culturale comune, lasciando che i cittadini vedessero Bruxelles più come un “amministratore di regole” che come un progetto politico condiviso. Ha permesso che le grandi potenze europee (come Germania e Francia) dettassero la linea, creando squilibri tra paesi più forti e paesi più deboli, senza un vero meccanismo di solidarietà.

Il risultato è che i cittadini non si sentono parte di una comunità unica, e questo non cambierà finché chi comanda (Germania, Francia e Olanda) trarrà vantaggio da questa fragilità politica. La percezione della sostanziale divisione tra stati aderenti è diffusa dalla base al vertice, e colpisce quindi anche le varie leadership nazionali. Ne abbiamo avuto un esempio chiarissimo quando, nelle scorse due settimane, i principali governi europei si sono confrontati (a distanza) con l’ipotesi di un vertice a Roma tra il presidente Trump, i leaders della Ue e i capi di governo dei ventisette sulla questione dei dazi e della guerra in Ucraina. In mezzo, la morte di Papa Francesco che ha stemperato non poco gli animi e ha sconvolto i piani dei riottosi leader europei, costretti dalle circostanze a fare da ancelle al confronto tra Trump e Zelensky, sia pure in una cornice politica atipica ma sotto l’egida della Meloni. Un vero e proprio “miracolo” di involontaria diplomazia, grazie al quale il tentativo di ridimensionare il ruolo di mediatore di Giorgia Meloni tra Washington e l’UE è andato a vuoto, così come gli alibi che l’Europa, con il suo immobilismo forzato dalla sua stessa natura, aveva fino a quel momento fornito al presidente americano ancora voglioso di scontro con con gli altri leader.

La Storia ci insegna che i grandi cambiamenti arrivano da fenomeni economici estremi, come le grandi crisi economiche (chi se la sente oggi di escluderne una nel prossimo futuro?). Le vicende geopolitiche – il caos in Medio Oriente, la fragilità ucraina e la svolta negli USA – hanno mostrato che l’UE:
1) non è in grado di prendere decisioni rapide ed efficaci di fronte ai cambiamenti;
2) dipende ancora troppo da Washington per la difesa e dall’Asia per l’energia e la tecnologia.
Pertanto, se dovesse verificarsi una crisi economica o politica su larga scala, l’UE dovrà scegliere di superare i suoi limiti e diventare un vero blocco federativo autonomo, evitando di restare nell’attuale condizione di entità
frammentata e irrilevante nelle grandi decisioni globali. Di fronte a questa assoluta necessità, è forte il timore che i leader europei finiscano con l’assistere passivamente – a difesa del proprio orticello nazionale – ad un peggioramento della situazione fino al punto di non ritorno prima di capire che il sistema attuale non funziona. E visto l’attuale tasso qualitativo della classe politica europea, è altrettanto facile prevedere che passerà molto tempo prima che i leader superino l’approccio campanilistico e ragionino con una visione autenticamente europeista e unitaria, per cui resta da vedere se tale atteggiamento possa (o meno) farci arrivare al punto di non ritorno.

La crisi pandemica del 2020 ha mostrato che, di fronte a un’emergenza estrema, l’UE può superare certi blocchi e adottare misure straordinarie, come il Recovery Fund, che fino a pochi mesi prima sembrava impensabile. Questo dimostra che, se la crisi è abbastanza grande, anche i leader più “campanilisti” e ottusi possono essere costretti a cambiare approccio. La chiave, quindi, sta nel grado di pressione che una crisi futura eserciterà sul sistema: se la crisi sarà moderata, probabilmente si vedranno solo aggiustamenti temporanei; se sarà profonda, come una crisi economica globale o un ritiro netto degli USA dalla sicurezza europea, allora l’UE dovrà decidere se evolvere o soccombere.

Conviene alla Cina far saltare il banco del debito USA?

Tecnicamente la Cina avrebbe la capacità di far saltare il debito americano, sebbene detiene “solo” circa 800 miliardi di dollari in Treasury. Eppure, difficilmente lo farà.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Mentre i mercati tremano, il dollaro si indebolisce e i rendimenti dei Treasury USA a lungo termine si impennano, i mercati mondiali guardano con preoccupazione la situazione e cercano la risposta ad una domanda fondamentale: può – e soprattutto conviene – davvero alla Cina far saltare il banco del debito americano? Oppure, come già avvenuto in due momenti cruciali della storia recente, gli Stati Uniti e la Cina ed il resto dei paesi sviluppati troveranno un compromesso strategico, con Pechino e gli altri che finanziano di nuovo l’espansione americana, e Washington che garantisce accesso al proprio mercato insieme ad una ritrovata stabilità nel commercio internazionale?

Per rispondere, bisogna tornare indietro nel tempo e fare riferimento a due episodi storicamente recenti.

1971: Nixon e la fine del Gold Standard (quando un repubblicano diventa “keynesiano”). Richard Nixon, presidente repubblicano ma pragmatico, affrontò una crisi inflattiva e valutaria epocale. Il dollaro era sotto attacco, le riserve d’oro si assottigliavano e gli Stati Uniti erano ancora impantanati nella guerra del Vietnam. Il 15 agosto 1971, Nixon annunciò la fine della convertibilità del dollaro in oro, decretando la morte del sistema di Bretton Woods. In quel momento, adottò politiche apertamente interventiste:
– controllo dei prezzi e dei salari (per contenere l’inflazione),
– spesa pubblica elevata, anche in disavanzo
– abbandono di ogni ancoraggio aureo, con l’obiettivo di sostenere la domanda interna e la competitività esterna.

Nixon stesso ammise apertamente la sua “svolta Keynesiana”, con la famosa dichiarazione “Now I am a Keynesian in economics“. Il risultato? Gli USA, liberi dal vincolo dell’oro, poterono stampare dollari per rilanciare l’economia. E il mondo, pur riluttante, non avendo alternative e forza per fare in modo diverso, fu costretto ad accettare il dollaro come moneta di riserva globale. Nessuno volle — o poté — far saltare il banco, anche se la guerra del Kippur finirà poi per mettere in ginocchio l’Europa dal punto di vista energetico, quindi anche economico (ma questa è un’altra storia).

2008–2010: Obama, il Quantitative Easing e il G2 con la Cina. Dopo il crollo di Lehman Brothers, il rischio era il collasso sistemico del sistema finanziario globale. L’amministrazione Obama, con l’appoggio della Fed, lanciò una politica fortemente espansiva, adottando stimoli fiscali massicci, tassi di interesse a zero e il Quantitative Easing su scala senza precedenti. In parallelo, si rafforzò il dialogo strategico USA-Cina, il cosiddetto “G2”. La Cina, allora secondo creditore estero degli Stati Uniti, continuò a comprare T-Bond, permettendo agli USA di finanziare il proprio debito a costi contenuti. In cambio, Washington non ostacolò le esportazioni cinesi, garantendo accesso al mercato e stabilità del dollaro. Un equilibrio simbiotico, ma instabile. Eppure, ancora una volta, il banco non saltò.

2025, lo scenario attuale: rendimenti in rialzo, sfiducia in aumento. Oggi il debito americano ha superato i 36.000 miliardi di dollari. Il term premium a 10 anni è tornato positivo. I rendimenti del treasury trentennale si avvicinano al 5,1%. E il dollaro sta perdendo terreno in modo importante rispetto a valute rifugio come il franco svizzero, lo yen e l’euro. I segnali sono chiari: gli investitori vogliono essere pagati di più per detenere debito americano e si sta verificando un disaccoppiamento tra dollaro e fiducia globale, mentre la Fed è bloccata tra l’inflazione da dazi e la necessità di sostenere la liquidità per dare energia all’economia USA che Trump vuole fare crescere anche attraverso la svalutazione del dollaro e rendere più competitive le esportazioni.

E la Cina? Possiede ancora circa 800 miliardi di dollari in T-Bond. Ha ridotto la sua esposizione in titoli del tesoro USA, ma non ha ancora mollato del tutto. Sa che un crollo del dollaro colpirebbe anche il valore delle sue riserve e il suo export. Va inoltre ricordato che la Cina ha più volte dichiarato l’intenzione di costruire un sistema alternativo al dollaro, attraverso l’internazionalizzazione dello yuan, la promozione di piattaforme di pagamento indipendenti e accordi bilaterali in valute locali. Tuttavia, è altrettanto evidente che Pechino (insieme ai BRICS) non sia ancora in grado di costruire un sistema pienamente autonomo e globalmente competitivo rispetto a quello guidato dagli Stati Uniti.

Detto questo, tecnicamente la Cina avrebbe comunque la capacità di far saltare il banco, nonostante detenga “solo” circa 800 miliardi di dollari in Treasury. La storia offre esempi significativi: a volte, sono bastati detentori marginali di debito per provocare crisi sistemiche. È il caso degli Stati Uniti con il debito dell’Europa orientale negli anni 70-’80, o dell’Europa (in particolare Germania e Francia) con la ripicca sul debito dei Paesi dell’America Latina. Nel caso dell’Est Europa, molti Paesi avevano contratto debito in valuta estera per finanziare sviluppo e apertura. Gli USA, poco esposti, rifiutarono strategicamente il rifinanziamento, e l’Europa seguì, causando una crisi a catena.

In America Latina, dopo un decennio di prestiti facili, il rialzo dei tassi USA e il ritiro del credito europeo provocarono default a catena: Messico, Brasile, Argentina. In entrambi i casi, le scelte furono politiche, e la leva del credito fu usata come strumento strategico. Questi precedenti dimostrano come anche una posizione non dominante sul piano quantitativo possa generare effetti sistemici devastanti, se usata in modo mirato. Da qui, l’impasse: o si trova un accordo, o si entra in uno scenario di rottura sistemica svantaggioso per tutti. In casi estremi come questo, lo spettro delle “bombe” non è solo una metafora economica.

E se a guidare fosse Trump? Ipotesi su un equilibrio instabile. Nel 2025, lo scenario si è fatto ancora più complesso con il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump. Un presidente apertamente liberista a parole, ma interventista nei fatti, che ha più volte definito i suoi predecessori “incapaci” per aver concesso alla Cina un ruolo dominante nel sistema commerciale e finanziario globale. Cosa sta facendo Trump, in sintesi?
– Contenimento selettivo della spesa pubblica. Trump ha rilanciato il Department of Government Efficiency (DOGE) con l’obiettivo di digitalizzare e snellire la macchina statale, affidandolo a Elon Musk. Il taglio della spesa è selettivo, ancora più simbolico che strutturale.
– Dazi come strumento di pressione finanziaria. Trump vuole costringere gli esportatori a reinvestire in debito USA, imponendo dazi che funzionano da leva fiscale indiretta. Una forma di ricatto geopolitico: “se volete esportare in America, comprate i nostri T-Bond“.
– Crescita interna senza fondamentali pronti. Trump punta a rilanciare la manifattura USA, tuttavia mancano lavoratori qualificati e le catene di fornitura globali non sono rientrate, per cui il rischio è quello di voler crescere senza basi strutturali, aumentando debito e pressioni inflattive.

L’unica possibilità oggi è che si trovi un accordo sostenibile, che sia strategico e vantaggioso per tutti. È anche  probabile che la Cina non si limiti a discutere solo di economia e finanza. Potrebbe infatti mettere sul piatto dossier geopolitici di peso, come la questione di Taiwan, e proporre un’intesa sulla crisi in Ucraina, sfruttando i legami crescenti con la Russia all’interno del blocco dei BRICS. In questo scenario, gli equilibri globali non si ridisegnano solo sulle borse e sulle valute, ma anche sulle sfere di influenza politica e militare. 

L’ipotesi più probabile è che la trattativa economica del cosiddetto G2 diventi il baricentro di un nuovo ordine mondiale (dal quale l’Europa cerca di non rimanere esclusa…). La storia insegna che gli Stati Uniti hanno superato crisi di fiducia e di debito solo grazie a compromessi strategici, soprattutto con la Cina. Nel 1971, con Nixon. Nel 2010, con Obama. Oggi, con Trump, la situazione è più incerta, per cui se gli Stati Uniti vogliono restare l’economia trainante del mondo, devono trovare un nuovo equilibrio con la Cina. Se non lo faranno, il futuro del dollaro come pilastro del sistema globale potrebbe davvero essere in discussione. E a quel punto, conviene davvero alla Cina far saltare il banco?

Dazi, una scorciatoia fallimentare. Riportare la produzione manifatturiera in occidente è pura illusione

In un contesto di crisi profonda dell’Occidente, le risposte di Trump appaiono inadeguate e illusorie. Tra queste, il ritorno alle barriere doganali o alla relocalizzazione forzata della produzione.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

In un contesto di crisi profonda e diffusa dell’Occidente, le risposte di Trump appaiono inadeguate e illusorie. Si parla spesso di riportare in patria le fabbriche per proteggere l’occupazione, ma si tace sul fatto che negli Stati Uniti molte aziende che hanno fatto reshoring non trovano personale disposto o preparato per lavorare. Pertanto, il punto non è più quello di “produrre in casa”, ma quello di identificare chi lavorerà nelle fabbriche, e con quale cultura del lavoro. Manca la motivazione, la competenza e soprattutto il senso: riportare la produzione negli Stati Uniti senza rigenerare il significato profondo del lavoro rischia di essere una strategia fallimentare e illusoria.

Nel frattempo, realtà come la casa automobilistica cinese BYD crescono a ritmi impressionanti. Non solo dominano l’innovazione nel settore elettrico, ma sono talmente liquide e organizzate da potersi permettere l’acquisto di sei navi portacontainer per esportare direttamente in tutto il mondo. Un modello industriale che unisce capacità tecnica, visione strategica e velocità d’azione. Ma BYD è solo la punta dell’iceberg: la sua crescita esponenziale è il simbolo di una nuova concorrenza culturale e industriale globale, portata avanti con forza da tutto il blocco dei BRICS.

La Cina, in particolare, ha costruito un ecosistema produttivo fondato non solo su costi bassi e scala, ma su una visione collettiva del lavoro come motore della dignità nazionale e della crescita personale. Le sue università, i suoi piani quinquennali, le sue strategie pubbliche e private convergono su un’idea precisa: innovare, produrre, esportare. E quando serve, comprarsi anche le rotte del commercio globale, come dimostra l’acquisto diretto di intere flotte navali da parte di grandi gruppi industriali, la forte presenza nel canale di Panama. L’India, dal canto suo, sta rapidamente emergendo come potenza tecnologica e demografica, con milioni di giovani (tantissimi ingegneri) che entrano ogni anno nel mercato del lavoro con competenze avanzate e uno spirito competitivo che contrasta fortemente con la disaffezione occidentale. In Russia, Brasile e Sudafrica – seppur in contesti diversi – si riaffaccia con decisione la volontà di rendere il lavoro industriale e strategico un perno della sovranità economica.

I BRICS stanno costruendo una nuova narrazione del progresso: meno individualista, più coesa, incentrata sul valore della produzione, della comunità e dell’autonomia. È una sfida non solo economica, ma culturale. E l’Occidente, se vuole rispondere, dovrà prima di tutto recuperare una propria idea forte di lavoro, crescita e comunità condivisa. Le barriere protezionistiche, le guerra costruite a tavolino per il controllo delle rotte commerciali (quale altro interesse sta dietro all’interesse USA per la Groenlandia, il canale di Panama e la guerra con gli Huthi nel Mar Rosso?), di fronte a simili capacità organizzative e visione a lungo termine, appaiono come tentativi di rallentare l’inevitabile senza rispondere alla causa profonda della crisi.

La domanda vera è: cosa manca all’Occidente per tornare a essere competitivo? Come ha detto Papa Francesco a Firenze nel 2015, “non viviamo un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca“. Lo si percepisce nel disorientamento delle nostre società, nel caos culturale che attraversa le nazioni occidentali, nella fine di molte certezze del passato. Lo confermano, ciascuno a suo modo, tre figure che hanno riflettuto a fondo sulle dinamiche storiche e politiche delle civiltà: Arnold Toynbee, Oswald Spengler e Ray Dalio. Toynbee ci ha mostrato che le civiltà non crollano per cause esterne, ma per un cedimento interiore delle élite che smettono di rispondere con creatività alle sfide. Spengler ha parlato del “tramonto dell’Occidente” come di un esaurimento spirituale e culturale, dove le nuove forme politiche – come la democrazia e il socialismo – rischiano di dissolvere l’ordine tradizionale senza sostituirlo con un nuovo fondamento. Ray Dalio, con i suoi studi sui grandi cicli storici, descrive l’Occidente attuale come alla fine di un macrociclo, segnato da crisi sistemiche e instabilità crescente.

Anche il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance, nel suo intervento alla Conferenza di Monaco nel febbraio scorso, ha posto l’accento su un punto cruciale: la vera minaccia all’Occidente non viene dall’esterno, ma da un allontanamento interno dai propri valori fondanti. Non sono la Cina o la Russia a minacciare la nostra prosperità, ma la nostra incapacità di rigenerare lo spirito che l’ha resa possibile durante un percorso secolare.

Andando (molto) indietro nel tempo, è possibile trovare delle similitudini. Per esempio, nel momento in cui l’Impero Romano toccava la sua crisi più profonda, due voci – una storica e una teologica – seppero leggerne le cause profonde con una lucidità che ancora oggi ci interroga. Ammiano Marcellino, uno degli ultimo grande storici di Roma, descrive nella sua opera Res Gestae una società aristocratica ormai decadente. Denuncia la corruzione dilagante, il lusso smodato, l’indifferenza delle élite romane rispetto alle sorti reali dell’Impero, che nel frattempo veniva difeso soprattutto da uomini e comandanti delle province. La sua analisi, severa e realistica, fotografa la perdita del senso civico, della responsabilità pubblica e del legame con i valori fondativi di Roma. Agostino d’Ippona, scrivendo il De Civitate Dei all’indomani del sacco di Roma (410 d.C.), propone una lettura ancor più radicale: la crisi non è solo politica o militare, ma spirituale. La grandezza imperiale si sgretola perché fondata su una Città terrena che ha perso il senso del divino, della giustizia e della verità. Agostino contrappone alla città degli uomini – soggetta a vanità, ambizione e violenza – la Città di Dio, comunità fondata sulla fede e sul bene comune.

Ritornando all’attualità, nel modello storico delineato da Ray Dalio le civiltà attraversano sei fasi principali. Siamo oggi, probabilmente, nella sesta fase, quella in cui l’egemonia dominante si sgretola sotto il peso del debito, della frammentazione interna e della perdita di fiducia collettiva. Una fase segnata da conflitti, instabilità, e incertezza sistemica. Le istituzioni perdono credibilità, le polarizzazioni crescono e il rischio di uno scontro interno aumenta. Dalio non offre facili soluzioni, ma un principio guida: riconoscere i segnali del declino per anticipare e orientare una possibile rigenerazione. Non sarà la tecnica o la politica da sola a salvare le democrazie occidentali, ma un ritorno a valori profondi, condivisi e vissuti.

Giunto a questo bivio, l’Occidente ha davanti a sé due strade: lasciare che questo ciclo si concluda nel crollo – culturale a cui segue quello economico – oppure tentare una ricostruzione profonda, a partire dal senso del lavoro, dalle comunità, dalla persona. In questa seconda direzione si muove, con concretezza e visione, l’esperienza proposta dalla CDO nel Manifesto del Buon Lavoro: “occorre offrire ai collaboratori una risposta al senso del lavoro che vada oltre la retribuzione e la funzione produttiva“. Il lavoro, infatti, non è solo un mezzo di sussistenza, ma una dimensione fondamentale della realizzazione personale e della costruzione di comunità. Il Manifesto afferma chiaramente che “il buon lavoro nasce da una cultura che riconosce il valore della persona e lo traduce in pratiche organizzative e relazionali“. In questo senso, “le imprese sono chiamate a costruire ambienti in cui sia possibile fare esperienza di senso, responsabilità, appartenenza“.

L’obiettivo è ambizioso ma essenziale: trasformare il lavoro in un luogo di crescita umana, dove ogni collaboratore possa dire: “Qui sto costruendo qualcosa di mio, che vale”. Una strada non facile, ma possibile. Una sfida che non chiede atti eroici, ma scelte quotidiane, lungimiranti e coraggiose.

In tal senso, anche gli investimenti, se vogliono contribuire alla costruzione di futuro, dovranno saper scegliere da che parte stare. Un utile criterio per orientarsi è rappresentato dalle certificazioni ESG (Environmental, Social, Governance). Esse non valutano soltanto la sostenibilità ambientale o l’efficienza gestionale di un’impresa, ma offrono una griglia per verificare quanto essa stia realmente investendo sul capitale umano, sulla qualità delle relazioni interne, sulla responsabilità sociale e sulla trasparenza organizzativa. Le aziende che abbracciano i valori del buon lavoro – e che li integrano con un approccio ESG serio e documentato – rappresentano le migliori destinazioni possibili per investimenti responsabili, capaci di generare impatto positivo e valore nel tempo.

Ecco allora che ritorna, con forza, la necessità di una nuova cultura del lavoro. Una risposta culturale prima ancora che economica: non un semplice elenco di buone pratiche, ma una visione capace di mettere al centro la persona, le relazioni, la formazione, il benessere, la corresponsabilità. Occorre dare un senso alla fatica, per non educare le persone ad evitare la realtà. Occorre investire nelle aziende che stanno già facendo questo percorso, spesso silenziosamente ma con determinazione. Non è solo una scelta etica, ma una strategia economica di lungo periodo. Perché il futuro dell’Occidente passa anche dal futuro del lavoro. E il futuro del lavoro si costruisce sempre nel presente.

Corsi e ricorsi storici: l’Europa vittima di isteria collettiva, come nella Prima Guerra Mondiale

Come nel 1914, oggi assistiamo a un processo di autolesionismo collettivo, dove interi governi si lasciano trascinare da una logica di inevitabilità bellica.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Esiste un detto latino che descrive magistralmente la situazione geo-politica odierna: “Quos vult Iupiter perdere, dementat prius” (Giove toglie prima il senno a quelli che vuol mandare in rovina). Gli antichi romani usavano questo motto quando vedevano qualcuno imbarcarsi in affari pericolosi, di sicura rovina per sé e per gli altri. In tal senso, la Storia è piena di esempi in cui una inspiegabile follia di pochi ha portato rovina e devastazione per milioni di famiglie.   

Nel 1914, per esempio, l’Europa si gettava con vivido entusiasmo nella guerra più devastante della sua storia, prigioniera di una narrazione bellicista che nessuno sembrava poter contrastare. Oggi, con una rapidità sconcertante, assistiamo a un’analoga convergenza di interessi politici, economici e militari, il cui scopo sembra essere la militarizzazione dell’Europa come strumento di pressione strategica a lungo termine. Pertanto, è impossibile non concentrarsi sulle somiglianze tra il 1914 e il tempo presente. Infatti, prima del 1914, l’Europa era divisa in due grandi alleanze (Triplice Intesa vs. Triplice Alleanza); oggi, come allora, il mondo è diviso tra blocchi contrapposti (USA vs. Europa vs. Russia) che, anziché combattersi direttamente, si misurano schermati da conflitti indiretti in Ucraina, Taiwan e Medio Oriente (Siria e Palestina in primis).

Allo stesso modo, esattamente come nel 1914, assistiamo alla corsa agli armamenti, all’aumento delle spese militari, allo sviluppo di nuove armi e al riarmo di paesi diventati pacifici negli ultimi 80 anni dopo essere stati causa di guerre mondiali passate alla Storia (Germania e Giappone). Ancora, assistiamo al ritorno di un nazionalismo aggressivo, fatto di crescente retorica patriottica, disinformazione, fake news e divisioni interne che ricordano la propaganda bellica di inizio ‘900. In più, Russia e Cina rivendicano territori, l’Occidente appare sempre più diviso, crisi economiche e protezionismo galoppante creano inflazione, tensioni sociali (disparità sociali, movimenti sociali e sindacali), guerre commerciali e blocco delle catene di approvvigionamento, del tutto simili alle instabilità pre-1914.

Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, il dibattito pubblico era intriso di nazionalismo e retorica patriottica. I giornali alimentavano il mito della guerra breve e gloriosa, gli industriali delle armi intravedevano profitti senza precedenti, e i politici cavalcavano un’isteria collettiva convinti che il conflitto avrebbe consolidato il loro potere. Le grandi potenze, consapevoli della fragilità del proprio equilibrio economico e sociale, credevano che un conflitto potesse risolvere le tensioni interne e ristabilire un nuovo ordine mondiale. Pochi, però, consideravano il massacro che ne sarebbe seguito. Le voci critiche furono inascoltate (Bertrand Russell, Romain Rolland, Rosa Luxemburg, Lev Tolstoj, Albert Einstein): gli interessi del momento, semplicemente, andavano in un’altra direzione e il mondo della comunicazione è finanziato da questi.

Nel 2025, la Storia sembra ripetersi. Infatti, oggi assistiamo a una dinamica inquietantemente simile, con Ursula von der Leyen che ha annunciato il fondo ReArm Europe da 800 miliardi, finanziato a debito in deroga ai vincoli di bilancio., e le grandi industrie belliche – Rheinmetall, Leonardo, Thales, BAE Systems – festeggiano, con i loro titoli che schizzano alle stelle. La rapidità con cui tutto questo è avvenuto ricorda il meccanismo inarrestabile delle mobilitazioni del 1914. In pochi mesi, siamo passati dal Green Deal al New War Deal (ma la crisi climatica l’innalzamento inarrestabile dei mari etc. che fine hanno fatto?). Se prima la strategia era puntare sulle rinnovabili e sulla transizione ecologica, ora l’Europa si prepara a investire miliardi nel riarmo. Un cambio di paradigma totale, imposto in modo repentino e senza un vero dibattito.

Un Grande Gioco tra USA, Europa, Russia e Cina 
Ci troviamo nel mezzo di una guerra strategica che si gioca su più livelli. Innanzitutto, se Trump riduce la presenza militare USA in Europa e smantella parte della NATO, l’Europa è costretta a doversi difendere da sola. Ma c’è di più. Da decenni, la strategia nei confronti della Russia (ora della Cina…) è sempre la stessa: obbligarla a spendere in difesa fino al collasso interno. È il metodo che ha funzionato contro l’URSS durante la Guerra Fredda. Ora, l’idea è ripetere il copione: costringere Mosca a impegnare enormi risorse per non essere schiacciata dalla pressione Europea (mentre l’America di Trump si occupa della Cina). Intanto, l’Ucraina sembra avviarsi verso un’uscita di scena. Si parla di elezioni, di un conflitto che sarà “congelato”, di trattative già in corso tra USA e Russia. Il grande gioco continua, e a farne le spese saranno sempre gli stessi: i cittadini europei, che vedranno crescere il debito, la spesa militare e, a tempo debito, i tagli al welfare.

Debito, Mercati e la Vecchia Trappola
Il meccanismo è semplice e collaudato: prima si crea nuovo debito per finanziare il riarmo, i mercati si ingozzano, le aziende militari prosperano. Poi, quando il momento sarà opportuno, arriveranno le agenzie di rating (di proprietà degli stessi fondi d’investimento) a declassare il debito europeo, imponendo tagli e privatizzazioni. Lo abbiamo visto con la crisi del 2008, con quella del debito sovrano, e lo vedremo di nuovo. Ora, con Trump alla Casa Bianca, lo scenario pare accelerare. Se, come annunciato, il presidente USA ridurrà l’impegno militare degli Stati Uniti in Europa, i governi del continente sono costretti ad aumentare vertiginosamente la spesa per la difesa (sotto la paventata minaccia dell’invasione russa). I mercati hanno già fiutato l’opportunità: prestiti miliardari, emissioni di obbligazioni, fusioni tra colossi industriali e nuovi contratti di fornitura militare.

Nel frattempo, la propaganda bellica avanza. Chiunque osi mettere in discussione la necessità di un riarmo europeo viene tacciato di putinismo, esattamente come nel 1914 chi si opponeva alla guerra era considerato un traditore della patria. L’isteria collettiva cresce, alimentata da narrazioni semplicistiche e slogan vuoti. Ma cosa accadrà quando, dopo anni di spese militari insostenibili, i conti pubblici europei esploderanno? Le soluzioni saranno le stesse di sempre: tagli al welfare, privatizzazioni forzate, austerità. La popolazione si troverà a pagare il conto, mentre i profitti delle industrie della difesa e dei fondi speculativi saranno già stati incassati.

E poi c’è la questione cinese. Trump ha sempre visto Pechino come il principale nemico strategico, e la sua politica economica sarà ancora più aggressiva rispetto al primo mandato. Se gli Stati Uniti intensificheranno le sanzioni e le pressioni su Taiwan, la Cina potrebbe reagire con azioni più decise nel Pacifico, aprendo un altro fronte di tensione globale. Nel frattempo, la stampa mingstream paventa la minaccia della Russia  che sfrutta il ritiro americano dall’Europa per consolidare le proprie posizioni in Ucraina e nei paesi ex sovietici. Questo ha come conseguenza negoziati di pace più favorevoli per la Russia, oppure a nuove offensive militari, a seconda di come si svilupperanno gli eventi nei prossimi mesi. In fondo quella guerra serve agli USA per far comprare il proprio costosissimo gas (e armi) dall’Europa e indebolire un alleato (non più strategico…).

E così torniamo al punto di partenza. Come nel 1914, oggi assistiamo a un processo di autolesionismo collettivo, dove interi governi si lasciano trascinare da una logica di inevitabilità bellica. Allora si credeva che la guerra sarebbe stata breve e gloriosa, oggi si sostiene che l’Europa debba prepararsi a un lungo confronto con la Russia. Ma la storia insegna che queste strategie hanno un prezzo. La Prima Guerra Mondiale non durò pochi mesi, ma quattro anni di orrore e distruzione, portando al collasso quattro imperi e aprendo la strada ai totalitarismi. Oggi, l’Europa rischia di infilarsi in una spirale simile, senza un vero piano per il futuro. Con Trump alla presidenza, la partita è cambiata:  l’Europa rischia di cadere in una trappola finanziaria e geopolitica che la renderà ancora più vulnerabile. Questo è il prezzo della miopia di chi ha fondato una Unione Europea senza gambe, concentrando tutto sulla semplice unione monetaria. E’ il fallimento della visione predatoria dei paesi c.d frugali (Germania, Paesi Bassi, Belgio e Danimarca, con la Francia a dare man forte), bravi a impoverire il Sud Europa ma incapaci di fronte ai pericoli extra-continentali che, già a fine anni ’90, non era difficile intravedere.

Flussi in uscita dal mercato USA e in entrata anche in Europa. Puntare sui titoli italiani della difesa

I flussi stanno uscendo dal mercato statunitense, che attualmente pesa per il 70% dell’asset allocation mondiale, e si stanno riposizionando anche in Europa. Le posizioni principali rimangono su Leonardo e Fincantieri.

analisi di Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik High Growth

Lo scontro Trump/Zelensky e il fondo extra deficit Ue da 400 miliardi dedicato alla difesa portano questi titoli a beneficiare di una massiccia entrata nei prossimi mesi. In portafoglio le posizioni principali rimangono su Leonardo e Fincantieri.

I mercati azionari globali hanno chiuso febbraio in territorio leggermente negativo, dopo aver toccato nuovi massimi a metà mese. Gli indici europei e italiani hanno sovraperformato quelli statunitensi anche a febbraio, sostenuti dall’aumento del posizionamento degli investitori sul mercato europeo. Escludendo Meta, il settore tecnologico – compresi i “Magnifici 7” – ha faticato, registrando performance negative da inizio anno, anche a causa delle prese di profitto dopo le forti performance e delle preoccupazioni sulla sostenibilità e sui ritorni degli investimenti (superiori alle attese) nell’AI dopo DeepSeek. Le mid-small cap italiane hanno avuto un andamento positivo ma hanno continuato a sottoperformare l’indice principale a febbraio. In Italia, il processo di consolidamento ha coinvolto non solo il settore bancario, ma anche quello dei servizi petroliferi, con l’annuncio della fusione tra Saipem e Subsea7, finalizzata alla creazione di un leader globale.

L’attenzione del mercato si è concentrata su: Trump e le tensioni commerciali; Le elezioni in Germania; I segnali di rallentamento della velocità di crescita negli Stati Uniti. L’amministrazione Trump ha confermato nuovi dazi commerciali del 25% su Canada e Messico a partire dal 4 marzo e ha raddoppiato quelli sulla Cina, con un aumento del 10% delle tariffe già in vigore dal 2 aprile. Questa escalation di tensioni commerciali sta creando incertezza sui mercati e potrebbe generare una serie di negoziati bilaterali tra Washington e i paesi colpiti per migliorare le condizioni applicate. Il mercato sta attualmente valutando un approccio molto concreto alle tariffe. Questa nuova fase di tensioni commerciali porterà inevitabilmente volatilità sui mercati. Bisognerà vedere se queste decisioni saranno negoziate o se avranno effetti concreti sulle aziende. A nostro avviso, ci troviamo nel primo scenario, ma l’incertezza potrebbe ritardare le decisioni di investimento e, dopo la forte sovraperformance dei mercati europei rispetto a quelli statunitensi dall’inizio dell’anno, riteniamo che nel breve termine sia opportuno un approccio più cauto.

I risultati delle elezioni in Germania sono stati moderatamente positivi per i mercati, evitando lo scenario più critico di una forte crescita dei partiti estremisti. Tuttavia, permane l’incertezza sulla possibilità di una riforma fiscale decisiva, che rappresenterebbe il vero game-changer per i mercati europei. La CDU/CSU ha vinto con un ampio margine, ma sarà costretta a formare una coalizione con la SPD e/o i Verdi per governare. Restiamo convinti che la Germania si muoverà per sostenere la crescita economica. Se decidesse di utilizzare il suo spazio fiscale per rilanciare l’economia, sarebbe sicuramente un segnale positivo per gli investitori, che potrebbe essere amplificato in caso di tregua nel conflitto in Ucraina. Merz sta cercando di finanziare sia l’aumento della spesa per la difesa che i tagli alle tasse, in mezzo a vincoli stringenti sul debito. Tra le opzioni in discussione c’è un nuovo fondo speciale per la difesa da 200 miliardi di euro, che potrebbe portare la spesa militare al 3,5% del Pil entro il 2028.

Il nostro interesse principale deriva dai crescenti segnali di rallentamento della velocità di crescita negli Stati Uniti, con l’ultimo Nowcast della Fed di Atlanta che prevede una crescita del Pil reale annualizzato del +2,3% rispetto al +3,2% del mese scorso. Anche la crescita degli utili societari mostra segni di rallentamento, con revisioni al ribasso particolarmente evidenti nei settori automobilistico e delle costruzioni, mentre tra le eccezioni positive spiccano le banche e i servizi finanziari. Le preoccupazioni sul fronte macroeconomico hanno spinto al ribasso i rendimenti obbligazionari. Negli Stati Uniti, il Treasury decennale è sceso di 30 punti base sul mese al 4,24%, mentre l’inflazione prevista è scesa di 6 punti base al 2,37%, con una conseguente riduzione di 24 punti base dei tassi reali.

In Europa, il calo dei rendimenti è stato più contenuto: il bund è sceso di 7 punti base al 2,4%, mentre il rendimento del BTP italiano è rimasto sostanzialmente stabile al 3,5%, con lo spread in leggero aumento di 4 punti base a 114 punti base. Sul fronte macro in Europa, l’indice PMI composito è rimasto invariato a febbraio in area espansiva a 50,2, con una componente dei servizi più debole, mentre il settore manifatturiero ha leggermente superato le attese rimanendo però in territorio di contrazione. Il mercato delle materie prime è salito leggermente a febbraio guidato dall’aumento del prezzo del rame dopo che Trump ha ordinato un’indagine sulle importazioni di rame dagli Stati Uniti, che potrebbe essere il primo passo verso l’introduzione di nuove tariffe. Anche l’oro è stato leggermente positivo, mentre il petrolio è stato debole con le prospettive di un accordo tra Russia e Ucraina che ha ulteriormente ridotto il premio di rischio sull’offerta. Anche il gas naturale è sceso.

L’indice Eurostoxx 50 è tornato ai livelli del 1999. L’attuale livello di 5450 punti è una resistenza chiave che, se rotta al rialzo, può portare l’eurostoxx 50 a ridurre il gap sullo S&P. Il recente bazooka tedesco (i 1.000 miliardi di deficit in più grazie alla supposta rottura del limite del debito in Germania che verrà approvata nelle prossime settimane dal vecchio parlamento) rappresenta un cambiamento radicale per l’economia europea. La nostra sensazione è che i flussi stiano uscendo dal mercato statunitense (che attualmente pesa per il 70% dell’asset allocation mondiale) e si stiano riposizionando anche in Europa. Basta un misero 10% di riallocazione sul mercato europeo per avere un effetto molto significativo sull’indice Eurostoxx 50. Questo è già visibile con una sovraperformance dell’SX5E rispetto all’SPX di quasi 12 punti percentuali da inizio anno.

La nostra asset allocation è ben bilanciata con la giusta combinazione di titoli growth e multipli relativamente convenienti, come Diasorin, titoli legati alle materie prime con un elevato valore non sfruttato, come Danieli savings, nomi ciclici con un limitato margine di revisione al ribasso degli utili, come Stellantis, opzioni di M&A nel settore bancario, come Banco BPM, Banca Monte dei Paschi, Mediobanca e Generali. Inoltre, il nostro posizionamento sulle small/mid cap rimane concentrato su pochi titoli di qualità/turnaround, come Newlat, Fincantieri, Dovalue, Lottomatica, Telecom Italia savings. Confermiamo inoltre il nostro investimento in Campari, sulla base della nostra ipotesi che la valutazione abbia toccato il fondo. Le posizioni principali rimangono sui nomi della difesa, ossia Leonardo e Fincantieri.

Nel 2025 gli indici azionari europei batteranno quelli USA

In Borsa sarà un anno difficile, con alcuni brutti drawdown nel mezzo ma anche opportunità di rendimento. La Bce proseguirà con i tagli dei tassi, la Fed nella seconda metà dell’anno.

di Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik High Growth

In Italia, l’indice Ftse-Mib ha registrato una performance del +6,4% a gennaio, trainata dal buon andamento del settore finanziario, dal rimbalzo del lusso e da alcuni titoli industriali. Le mid-small cap italiane, invece, hanno continuato a sottoperformare l’indice principale anche a gennaio. Manteniamo una visione positiva su questo segmento, in quanto riteniamo che il miglioramento del contesto macroeconomico, unitamente al calo dei tassi di interesse, dovrebbe sostenere un ritorno dei flussi di investimento. I mercati azionari globali hanno chiuso gennaio in territorio positivo, con gli indici europei che hanno superato quelli statunitensi. Questa tendenza potrebbe continuare nei prossimi mesi, grazie al miglioramento degli indicatori macro, all’allentamento delle condizioni di credito e alla riduzione del posizionamento degli investitori. I dati sul credito della Bce hanno mostrato un forte aumento dei prestiti bancari alle imprese nell’area dell’euro, soprattutto per le scadenze lunghe.

Due temi principali hanno catturato l’attenzione del mercato. In primo luogo, DeepSeek, una startup cinese, che ha lanciato un chatbot basato sul modello R1-Zero, sviluppato in soli due mesi con un investimento inferiore ai 6 milioni di dollari. Si tratta di una cifra significativamente inferiore rispetto agli investimenti di OpenAI, a dimostrazione del potenziale di sviluppo di modelli più economici senza compromettere significativamente la qualità rispetto ai principali concorrenti. In secondo luogo, le operazioni di M&A nel settore finanziario in Italia, con BMPS che ha lanciato un’offerta pubblica di scambio su Mediobanca e Banca Ifis che ha fatto un’offerta per Illimity.

Sul fronte delle tariffe permane l’incertezza, con il presidente statunitense Donald Trump che ha annunciato l’imposizione di una tariffa del 25% sulle importazioni da Canada e Messico e del 10% sulla Cina. Trump ha dichiarato di voler aumentare le tariffe anche sull’Europa, senza specificare quando e di quanto. Nel breve termine, il mercato si interrogherà sull’effettiva strategia tariffaria di Trump. Se adotterà un approccio rigido, l’impatto potrebbe essere un rallentamento della crescita economica globale, un aumento dell’inflazione e un arresto della politica di allentamento monetario della Fed, con conseguenze inizialmente negative per i mercati azionari. Tuttavia, se i dazi fossero solo uno strumento di negoziazione, che al momento consideriamo lo scenario più probabile, questi effetti non si materializzerebbero.

Infine, con l’avvicinarsi dalle elezioni in Germania, si intensifica il dibattito sugli stimoli fiscali. Continuiamo a ritenere che una forte risposta fiscale da parte della Germania sia sempre più necessaria alla luce dei persistenti segnali di recessione che emergono dal paese.

I titoli tecnologici e dei beni strumentali più esposti agli investimenti nell’IA e nei data center hanno subito pressioni dopo il lancio del modello di DeepSeek, con cali compresi tra -6% e -13% per i principali operatori del settore. In molti casi le perdite hanno superato i guadagni registrati la settimana precedente in seguito all’annuncio del progetto Stargate, promosso dal Presidente Trump insieme a OpenAI, SoftBank e Oracle, con l’obiettivo di sviluppare infrastrutture di IA negli Stati Uniti. Il progetto prevede un investimento iniziale di 100 miliardi di dollari, con l’ambizione di raggiungere i 500 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni. La reazione del mercato è stata influenzata anche da prese di profitto su titoli che avevano registrato una crescita impressionante e che sono ampiamente presenti nei portafogli degli investitori

Sul fronte macro, gli Stati Uniti mantengono uno slancio di crescita stabile, con l’ultimo Nowcast della Fed di Atlanta che prevede una crescita annua del Pil reale del +3,2%. In Europa, l’indice Pmi composito è salito da 49,6 a 50,2 a gennaio, superando le aspettative di stabilità del consenso, anche se i dati rimangono deboli. Il settore manifatturiero è ancora in forte contrazione, mentre i servizi crescono a un ritmo moderato, con l’indice in leggero calo da 51,6 a 51. In Europa, il Consiglio direttivo della Bce ha tagliato i tassi di interesse di 25 punti base al 2,75%, evidenziando una ripresa economica meno pronunciata del previsto e un processo di disinflazione in corso, confermando così l’intenzione di proseguire l’allentamento della politica monetaria nel 2025. Per la Bce si prevede un taglio di 75 pb al 2% entro la fine del 2025. La Fed, invece, ha mantenuto i tassi invariati al 4,25-4,5%, adottando un approccio cauto alla politica futura.

L’economia statunitense rimane solida, a sostegno della strategia prudente del Comitato. Powell ha evidenziato tre fattori che potrebbero influenzare le future decisioni della Fed:
1) inflazione – è necessario un miglioramento consistente dei dati prima di qualsiasi intervento,
2) mercato del lavoro – attualmente stabile, ma un rapido deterioramento potrebbe spingere verso un allentamento,
3) politiche fiscali, commerciali e di immigrazione – l’incertezza sulle decisioni della nuova amministrazione Trump potrebbe influenzare la posizione della Fed.
Il mercato si aspetta solo un taglio totale di 50 pb entro la fine del 2025, portando il tasso al 3,8%. Riteniamo che lo scenario più probabile sia una fase di stabilità dei tassi nelle prossime riunioni, seguita da un allentamento a partire dalla metà del 2025. 

Il mercato delle materie prime è salito a gennaio, con il Bloomberg Commodities Index a +4%, trainato dall’aumento dei prezzi dell’oro, sostenuto da maggiori acquisti da parte di fondi macro e dalla domanda fisica. Anche il petrolio e il gas naturale sono saliti.

Per il 2025 ci aspettiamo un anno meno entusiasmante, con guadagni minori e un’elevata volatilità, ma comunque un risultato positivo una volta conclusi i prossimi 12 mesi. Tuttavia, riteniamo che i rendimenti limitati dell’intero anno possano essere migliorati in modo sostanziale in quanto ci aspettiamo alcuni brutti drawdown nel mezzo. La differenza la farà il percorso e il momento in cui potremo aspettarci cali e recuperi. Osservando l’S&P negli anni post-elettorali, si nota un chiaro periodo di debolezza che si protrae fino a marzo. I mercati europei tendono generalmente a seguire l’andamento generale degli Stati Uniti, come di consueto. Ma è evidente che abbiamo assistito a un sentiment estremo e a una lettura del posizionamento a favore dell’eccezionalismo degli Stati Uniti rispetto all’Europa. Tutti sanno che la valutazione è a buon mercato, ma anche la performance relativa ha raggiunto livelli senza precedenti.

La nostra asset allocation è ben bilanciata con la giusta combinazione di titoli growth a multipli relativamente convenienti, come per esempio Diasorin e Recordati; titoli legati alle materie prime con un elevato valore non sfruttato, come Danieli savings; nomi ciclici con un limitato margine di revisione al ribasso degli utili, come Stellantis, Brembo e Interpump; opzioni di M&A nel settore bancario, come Banco Bpm, Banca Monte dei Paschi, Mediobanca e Generali. Inoltre, il nostro posizionamento sulle small/mid cap rimane concentrato su pochi titoli di qualità/turnaround. Tra questi Newlat, Fincantieri, Dovalue, Lottomatica, Telecom Italia savings.

Trump vs Cina, Canada, Messico ed EU: quale strategia di investimento azionario, e quale portafoglio?

L’imposizione di nuovi dazi da parte di Trump su Cina, Canada, Messico ed Europa crea incertezza nei mercati, ma allo stesso tempo apre opportunità per strategie di investimento mirate.

Le recenti misure tariffarie introdotte dal presidente Donald Trump stanno generando preoccupazioni significative riguardo al loro impatto sull’economia globale. Secondo il quotidiano The Times, l’imposizione di dazi del 25% su importazioni da Canada e Messico, e del 10% su quelle cinesi, potrebbe causare effetti paragonabili alle interruzioni economiche provocate dalla pandemia di COVID-19.

Queste politiche protezionistiche rischiano di innescare guerre commerciali, con conseguenze economiche potenzialmente gravi per tutte le parti coinvolte, in particolare per le economie di Canada e Messico, fortemente dipendenti dagli Stati Uniti. Alcuni economisti prevedono possibili recessioni in questi paesi se i dazi del 25% dovessero persistere. Anche l’Unione Europea potrebbe essere coinvolta in questa escalation tariffaria, con possibili ripercussioni sulle sue esportazioni verso gli Stati Uniti. Settori come l’automotive, l’elettronica e la moda potrebbero essere particolarmente colpiti, con un impatto stimato di 102 miliardi di dollari solo per l’UE. Pertanto, anche alla luce delle poco rassicuranti dichiarazioni del presidente USA, gli investitori e i risparmiatori dovrebbero aggiornare la propria asset allocation strategica, e riposizionare i propri portafogli di investimento in modo da minimizzare i danni o trarre profitto dalle opportunità che un simile scenario comunque comporta. In termini strategici, innanzitutto, ecco alcune possibili decisioni da adottare per i portafogli azionari.

1. Investire in settori resilienti ai dazi. Alcuni settori tendono a essere meno colpiti o addirittura favoriti da tensioni commerciali, come quello della Tecnologia. Infatti aziende come Microsoft, Amazon e Google (Alphabet), che offrono servizi digitali e cloud, sono meno esposte alle tariffe sui beni fisici. Allo stesso modo il settore Sanità/farmaceutico, dove compagnie come Pfizer, Johnson & Johnson e Eli Lilly vendono globalmente e hanno un mercato meno influenzato dai dazi; così come quello dei beni di consumo non ciclici, che producono beni essenziali (es. Procter & Gamble, Coca-Cola o Walmart).

2. Puntare su aziende con supply chain localizzata. Le aziende che producono principalmente negli Stati Uniti e dipendono meno da importazioni (ad esempio alcune realtà del settore manifatturiero o della difesa) potrebbero beneficiare di un ambiente protezionistico.
3. Investire in aziende che beneficiano della sostituzione delle importazioni. Se alcuni prodotti importati diventano più costosi a causa dei dazi, le aziende nazionali che offrono alternative potrebbero trarne vantaggio. Nel settore agricolo e alimentare, per esempio, se i dazi colpiscono prodotti alimentari esteri, i produttori agricoli statunitensi potrebbero aumentare vendite e margini. Nell’Automotive, alcune case automobilistiche potrebbero beneficiare di una maggiore domanda interna se le importazioni vengono penalizzate.

4. Puntare su asset rifugio in periodi di incertezza. Nei settori dell’Oro e dei metalli preziosi in generale, aziende minerarie come Barrick Gold o Newmont Mining tendono a guadagnare quando c’è incertezza economica. Anche le c.d. utilities e le infrastrutture sono settori considerati “difensivi” e meno legati ai cicli economici.
5. Diversificazione globale per ridurre il rischio. Se i dazi colpiscono il mercato USA, diversificare investendo in mercati emergenti o in economie meno coinvolte nella guerra commerciale può essere una buona scelta.

Relativamente ai portafogli di investimento esclusivamente azionari – o per la parte azionaria di un portafoglio titoli complessivo che comprenda anche strumenti monetari/obbligazionari – è fondamentale mettere in atto strategie diverse in base al livello di rischio e all’orizzonte temporale. Senza entrare eccessivamente nel tecnico, ci si può concentrare su tre tipologie di portafoglio sostenibili alla luce dei nuovi dazi imposti da Trump: Portafoglio Azionario Difensivo (bassa volatilità, protezione dal rischio), Portafoglio Azionario Bilanciato (mix di stabilità e crescita) e Portafoglio Azionario Aggressivo (massima crescita e speculazione).

Portafoglio Difensivo (bassa volatilità, protezione dal rischio)
Obiettivo: minimizzare l’impatto delle tensioni commerciali proteggendo il capitale con asset rifugio e settori resilienti. Composizione:
– 40% ETF su beni di consumo non ciclici (es. XLP – Consumer Staples Select Sector SPDR)
– 20% Utilities e infrastrutture (Duke Energy, NextEra Energy)
– 20% Oro e metalli preziosi (ETF GLD – SPDR Gold Trust, Newmont Mining)
– 10% Settore farmaceutico (Pfizer, Johnson & Johnson)
– 10% Liquidità o obbligazioni a breve termine (ETF TLT – Treasury Bonds)
Motivazione: Protegge da recessione e volatilità derivante dalla guerra commerciale, con asset stabili e beni essenziali.

Portafoglio Bilanciato (Mix di Stabilità e Crescita)
Obiettivo: Bilanciare protezione e opportunità di crescita nei settori meno colpiti dai dazi.
Composizione:
– 30% Settore tecnologico USA (Microsoft, Apple, NVIDIA)
– 20% Settore sanitario (UnitedHealth, Merck, ETF XLV)
– 20% Settore industriale USA (che beneficia del protezionismo) (Caterpillar, Lockheed Martin)
– 20% Oro e obbligazioni per stabilità (GLD – oro, TLT – Treasury Bonds)
– 10% Mercati emergenti (ETF EEM – MSCI Emerging Markets, che possono beneficiare dallo spostamento dei flussi commerciali)
Motivazione: Diversifica tra crescita e protezione, puntando su aziende USA che non dipendono troppo dalle importazioni.

Portafoglio Aggressivo (Massima Crescita e Speculazione)
Obiettivo: Sfruttare opportunità speculative e settori che potrebbero beneficiare dai dazi.
Composizione
– 40% Tecnologia USA e AI (NVIDIA, AMD, Microsoft)
– 20% Materie prime ed energia USA (Occidental Petroleum, ExxonMobil)
– 15% Settore agricolo USA (favorito dai dazi sui prodotti esteri) (Deere & Co, Archer-Daniels-Midland)
– 15% Mercati emergenti non colpiti dai dazi USA (India ETF – INDA, Brasile ETF – EWZ)
– 10% Cash e opzioni su volatilità (ETF VIX per copertura, liquidità per opportunità di acquisto)
Motivazione: Alta esposizione a settori con forte crescita e volatilità, cercando di sfruttare il cambiamento dei flussi commerciali.

Il ritorno di Trump e il duello USA-Cina. L’Europa al bivio, in attesa di sapere cosa fare con la Russia

Il probabile isolazionismo americano potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa, qualora il vecchio continente fosse capace di affrancarsi dagli USA e agire in modo veramente unitario.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la sua politica di “America First” si prepara a ridisegnare le dinamiche globali. Al centro di questa strategia, la riaffermazione della supremazia americana in tecnologia, economia e difesa, perseguita attraverso una squadra di collaboratori strettamente legati al Presidente. Il confronto con la Cina, identificata come il principale rivale, diventa il fulcro di una nuova era geopolitica dominata dal cosiddetto “G2“, lasciando l’Europa, terzo attore di primo piano nello scacchiere economico globale, in una posizione di fragilità e incertezza.

Trump ha già dimostrato, nei suoi mandati precedenti, di voler affrontare la Cina come principale rivale globale. Con figure come Marco Rubio al Dipartimento di Stato e Mike Waltz come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il nuovo esecutivo americano appare orientato verso un confronto serrato con Pechino. L’invito simbolico rivolto al presidente cinese Xi Jinping per l’insediamento di Trump, pur sapendo che sarebbe stato rifiutato, è un gesto che mostra l’intenzione di mantenere un filo di dialogo con il rivale, ma alle condizioni dettate da Washington.

Questa tensione costante tra le due potenze, molto probabilmente, porterà ad una escalation del confronto geopolitico, con implicazioni non solo economiche ma anche strategiche per il resto del mondo. Il “G2” rappresenta infatti un sistema bipolare che tende a escludere gli altri attori internazionali, relegandoli a ruoli marginali. L’Europa, in questo contesto, si trova quindi davanti a un bivio. Da una parte, il protezionismo di Trump, con il probabile ulteriore inasprimento dei dazi sulle esportazioni europee, rischia di colpire duramente un’economia già provata. L’obiettivo dichiarato di Trump – come recentemente affermato da autorevoli esperti dell’Economia – è ridurre il surplus commerciale europeo con gli Stati Uniti, minacciando settori chiave per il vecchio continente. D’altronde gli USA hanno un debito pubblico ormai fuori controllo (oltre 36 trilioni di dollari…) e, per non affogare, devono in qualche modo reagire.

Visto da un’altra ottica, il probabile isolazionismo americano potrebbe anche essere un opportunità, poiché potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa qualora fosse capace di agire in modo veramente unitario e con una visione continentale globale, senza distinguere tra paesi del Nord e paesi del Sud. Una politica comune sulle questioni economiche e strategiche, infatti, consentirebbe all’UE di aumentare la propria incidenza a livello globale, rafforzando la sua autonomia geopolitica. Tuttavia, le divisioni interne e le contraddizioni nei rapporti con la Cina – oscillanti tra partnership, competizione e rivalità sistemica – rappresentano un ostacolo significativo. Come spesso sottolineato dai leader cinesi, l’Europa appare come un “semaforo con tutte le luci accese”, incapace di elaborare una strategia chiara.

Un altro scenario non da escludere – e piuttosto preoccupante – è quello di un accordo globale tra Stati Uniti e Cina. In questo caso, l’Europa, priva di coesione interna, rischia di essere schiacciata tra le due superpotenze. La possibilità di una convergenza su questioni economiche e strategiche tra Washington e Pechino, infatti, escluderebbe ulteriormente il vecchio continente dalle grandi decisioni globali, relegandolo a un ruolo di spettatore passivo. Occorre quindi una scelta strategica per il futuro, poiché l’eventualità più destabilizzante per l’ipotesi di un accordo USA-Cina vedrebbe l’Europa includere la Russia – come sarebbe naturale per ragioni storiche, culturali e geografiche – nel novero dei partner economici più stretti. Un simile (e solo per ora) fantasioso scenario rappresenterebbe un vero incubo strategico per Washington e Pechino, entrambe poco propense a confrontarsi con un blocco euroasiatico unito. Ma in questa eventualità è probabile che le due superpotenze facciano – o stanno gia facendo? – di tutto perché ciò non accada.

L’alternativa a tutti questi scenari sono i BRICS più forti di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo; questo scenario costringerebbe l’occidente a smettere di farsi i dispetti. In ogni caso, resta cruciale per l’Europa non solo ritrovare coesione interna, ma cessare di essere supina agli interessi USA, cominciando a ripensare fin da adesso a quale potrebbe essere il proprio rapporto con la Russia subito dopo il possibile cessate il fuoco assicurato da Trump ma in apparenza ancora lontano. La Russia, infatti, possiede le materie prime fossili (Gas soprattutto, ma non solo) che servono all’Europa come l’aria, e che oggi vengono acquistate dagli USA a prezzi quasi doppi rispetto a quelli che gli europei pagavano prima del conflitto russo-ucraino.

Elezioni americane, geopolitica e mercati finanziari: lo scenario attuale

Con Biden più sicurezza in Europa, minore volatilità e mercati valutari tranquilli; con Trump dubbi sull’adesione degli Stati Uniti alla NATO e inasprimento commerciale contro la Cina.

di Roberto Gusmerini, Head of Dealing di Ebury Italia

Il 2024 potrebbe essere ricordato come uno degli anni più movimentati dell’era moderna per quanto riguarda la situazione politica mondiale, con ripercussioni rilevanti in termini di politica globale, economia e mercati finanziari. Nell’arco di pochi mesi, infatti, si prevedono tre interessanti appuntamenti elettorali: le elezioni del Parlamento europeo dal 6 al 9 giugno, le elezioni politiche nel Regno Unito, il 4 luglio, e le elezioni presidenziali e del Congresso degli Stati Uniti il 5 novembre.

Per quanto riguarda le ultime due elezioni, va ricordato che sarebbe la terza volta che nell’ultimo secolo esse coincidono nello stesso anno solare. È successo infatti anche nel 1964 e nel 1992 e, come sempre accade, i mercati finanziari si focalizzeranno nei prossimi mesi sugli esiti elettorali. Per quanto riguarda le elezioni negli Stati Uniti, su cui ci concentreremo in questa analisi, il nervosismo degli investitori è assicurato, soprattutto se i sondaggi dei due contendenti, Joe Biden e Donald Trump, continueranno a mostrare una competizione così serrata. allo stato attuale, gli ultimi sondaggi prevedono una sostanziale parità tra i due candidati, con circa il 45% del voto nazionale, ma è noto che i mercati non amano l’incertezza, e la prospettiva di un ballottaggio tra i due candidati verrà sicuramente accolta con un aumento della volatilità e dell’avversione al rischio.

È importante ricordare che, oltre a eleggere il Presidente, gli americani voteranno anche sulla composizione del Congresso. In altre parole, tutti i 435 seggi della Camera dei Deputati e 34 dei 100 seggi del Senato saranno in palio e, come sempre, il risultato finale sarà molto importante per determinare la reazione dei mercati, in quanto detterà la capacità del nuovo presidente e del suo partito di imporre importanti cambiamenti politici. Tutto lascia supporre che, in caso di vittoria, il Presidente Biden proseguirebbe con la sua linea politica continuando a dare priorità alla crescita dell’occupazione, cosa che ha funzionato molto bene durante il suo primo mandato. La politica fiscale rimarrebbe probabilmente espansiva, concentrandosi sul sovvenzionamento della domanda di alloggi e istruzione. A differenza di Trump, il leader democratico cercherebbe anche di proseguire con il programma di aumento delle le tasse sui redditi più alti e sulle grandi aziende, compreso un aumento dell’aliquota fiscale sulle società dal 21% al 28%.

L’amministrazione Biden prevede che questi aumenti fiscali ridurranno il deficit di 3.000 miliardi di dollari nel prossimo decennio, ma la probabilità che una decisa stretta fiscale venga approvata è minima nel contesto politico statunitense. La politica estera, invece, continuerà a essere un tema di estrema importanza. La leadership di Biden non ha portato l’inversione delle politiche di Trump che ci si aspettava, poiché ha mantenuto un alto livello di protezionismo, soprattutto nei confronti della Cina. È probabile che questo rapporto gelido tra gli Stati Uniti e il gigante asiatico continui anche sotto Biden. Allo stesso modo, il continuo sostegno all’Ucraina e la permanenza degli Stati Uniti nella NATO sono dati per scontati.

Per contro, un secondo incarico di Donald Trump potrebbe significare un ritorno al suo approccio “America first”. Verrebbero imposte tariffe sulle importazioni dall’estero per incoraggiare la produzione interna e aumentare il gettito fiscale, e verrebbero attuate politiche per promuovere il reshoring delle attività negli Stati Uniti, tra cui la proposta di una tariffa del 60% sulle importazioni dalla Cina e del 10% su tutte le altre. È altrettanto probabile che sorgano dubbi sull’adesione degli Stati Uniti alla NATO, che aumenterebbe i rischi per la sicurezza europea, e sulla delocalizzazione della produzione industriale negli Stati Uniti, che potrebbe comportare rischi per l’economia e la valuta comune. È anche probabile che si assista a un ritorno ad alcune delle sue precedenti politiche interne; in particolare l’estensione del Tax Cuts and Jobs Act del 2017, che ha introdotto l’aliquota fiscale fissa del 21% per le imprese. La politica fiscale sarebbe espansiva, come quella di Biden, ma con la priorità di stimolare l’offerta attraverso i tagli fiscali piuttosto che facendo aumentare la domanda.

Relativamente ai mercati valutari, sarebbe ragionevole pensare che una vittoria di Biden porterebbe ad una minore volatilità, spingendo la coppia euro-dollaro verso l’alto. Dopo tutto, gli investitori vedono di buon occhio il mantenimento dello status quo e la vittoria del democratico eviterebbe l’antiglobalismo di Trump e ridurrebbe il rischio per la sicurezza europea. Questo avrebbe anche un effetto a catena sulle valute dei mercati emergenti, in particolare quelli asiatici, poiché gli investitori vedrebbero di buon occhio un minore protezionismo e una crescita globale più forte. Al contrario, una vittoria di Trump porterebbe a una maggiore volatilità dei mercati e sarebbe negativa per l’euro-dollaro. Questo perché i mercati si preparerebbero a tariffe più elevate, alla delocalizzazione e all’incertezza sulla NATO. Il risultato sarebbe negativo anche per le valute dei mercati emergenti, con il rischio di nuove barriere commerciali e una politica estera più imprevedibile. Tra tutte le valute, quelle asiatiche saranno probabilmente le più colpite, poiché gli investitori temono un rallentamento della crescita in Cina.

Un altro fattore da non trascurare nelle prossime elezioni statunitensi è il rischio di una crisi costituzionale. Questa situazione non può essere esclusa alla luce dei problemi legali che il candidato Trump deve affrontare. Egli è infatti il primo ex presidente nella storia degli Stati Uniti a essere incriminato penalmente: deve affrontare quattro accuse penali e diverse cause civili. Sebbene la Costituzione degli Stati Uniti non gli impedisca di candidarsi alla presidenza, le varie date dei processi potrebbero influenzare la sua campagna elettorale e una condanna prima di novembre potrebbe danneggiare significativamente le sue possibilità alle urne. Lo scenario più difficile da prevedere sarebbe quello in cui si verifichi una grave controversia sull’esito delle elezioni e, questa volta, Trump ottenga un sostegno sufficiente nelle amministrazioni degli Stati contesi per creare una crisi costituzionale.  Un simile scenario metterebbe seriamente in discussione la capacità del governo statunitense di funzionare con successo e potrebbe portare alla paralisi politica all’interno di Washington. In questo caso, per la prima volta, potremmo assistere a una rottura del classico paradigma di avversione al rischio. In altre parole, questa situazione potrebbe innescare la debolezza del dollaro USA, ma la mancanza di precedenti rende le previsioni molto difficili.