Luglio 23, 2026
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Nel 2025 gli indici azionari europei batteranno quelli USA

In Borsa sarà un anno difficile, con alcuni brutti drawdown nel mezzo ma anche opportunità di rendimento. La Bce proseguirà con i tagli dei tassi, la Fed nella seconda metà dell’anno.

di Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik High Growth

In Italia, l’indice Ftse-Mib ha registrato una performance del +6,4% a gennaio, trainata dal buon andamento del settore finanziario, dal rimbalzo del lusso e da alcuni titoli industriali. Le mid-small cap italiane, invece, hanno continuato a sottoperformare l’indice principale anche a gennaio. Manteniamo una visione positiva su questo segmento, in quanto riteniamo che il miglioramento del contesto macroeconomico, unitamente al calo dei tassi di interesse, dovrebbe sostenere un ritorno dei flussi di investimento. I mercati azionari globali hanno chiuso gennaio in territorio positivo, con gli indici europei che hanno superato quelli statunitensi. Questa tendenza potrebbe continuare nei prossimi mesi, grazie al miglioramento degli indicatori macro, all’allentamento delle condizioni di credito e alla riduzione del posizionamento degli investitori. I dati sul credito della Bce hanno mostrato un forte aumento dei prestiti bancari alle imprese nell’area dell’euro, soprattutto per le scadenze lunghe.

Due temi principali hanno catturato l’attenzione del mercato. In primo luogo, DeepSeek, una startup cinese, che ha lanciato un chatbot basato sul modello R1-Zero, sviluppato in soli due mesi con un investimento inferiore ai 6 milioni di dollari. Si tratta di una cifra significativamente inferiore rispetto agli investimenti di OpenAI, a dimostrazione del potenziale di sviluppo di modelli più economici senza compromettere significativamente la qualità rispetto ai principali concorrenti. In secondo luogo, le operazioni di M&A nel settore finanziario in Italia, con BMPS che ha lanciato un’offerta pubblica di scambio su Mediobanca e Banca Ifis che ha fatto un’offerta per Illimity.

Sul fronte delle tariffe permane l’incertezza, con il presidente statunitense Donald Trump che ha annunciato l’imposizione di una tariffa del 25% sulle importazioni da Canada e Messico e del 10% sulla Cina. Trump ha dichiarato di voler aumentare le tariffe anche sull’Europa, senza specificare quando e di quanto. Nel breve termine, il mercato si interrogherà sull’effettiva strategia tariffaria di Trump. Se adotterà un approccio rigido, l’impatto potrebbe essere un rallentamento della crescita economica globale, un aumento dell’inflazione e un arresto della politica di allentamento monetario della Fed, con conseguenze inizialmente negative per i mercati azionari. Tuttavia, se i dazi fossero solo uno strumento di negoziazione, che al momento consideriamo lo scenario più probabile, questi effetti non si materializzerebbero.

Infine, con l’avvicinarsi dalle elezioni in Germania, si intensifica il dibattito sugli stimoli fiscali. Continuiamo a ritenere che una forte risposta fiscale da parte della Germania sia sempre più necessaria alla luce dei persistenti segnali di recessione che emergono dal paese.

I titoli tecnologici e dei beni strumentali più esposti agli investimenti nell’IA e nei data center hanno subito pressioni dopo il lancio del modello di DeepSeek, con cali compresi tra -6% e -13% per i principali operatori del settore. In molti casi le perdite hanno superato i guadagni registrati la settimana precedente in seguito all’annuncio del progetto Stargate, promosso dal Presidente Trump insieme a OpenAI, SoftBank e Oracle, con l’obiettivo di sviluppare infrastrutture di IA negli Stati Uniti. Il progetto prevede un investimento iniziale di 100 miliardi di dollari, con l’ambizione di raggiungere i 500 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni. La reazione del mercato è stata influenzata anche da prese di profitto su titoli che avevano registrato una crescita impressionante e che sono ampiamente presenti nei portafogli degli investitori

Sul fronte macro, gli Stati Uniti mantengono uno slancio di crescita stabile, con l’ultimo Nowcast della Fed di Atlanta che prevede una crescita annua del Pil reale del +3,2%. In Europa, l’indice Pmi composito è salito da 49,6 a 50,2 a gennaio, superando le aspettative di stabilità del consenso, anche se i dati rimangono deboli. Il settore manifatturiero è ancora in forte contrazione, mentre i servizi crescono a un ritmo moderato, con l’indice in leggero calo da 51,6 a 51. In Europa, il Consiglio direttivo della Bce ha tagliato i tassi di interesse di 25 punti base al 2,75%, evidenziando una ripresa economica meno pronunciata del previsto e un processo di disinflazione in corso, confermando così l’intenzione di proseguire l’allentamento della politica monetaria nel 2025. Per la Bce si prevede un taglio di 75 pb al 2% entro la fine del 2025. La Fed, invece, ha mantenuto i tassi invariati al 4,25-4,5%, adottando un approccio cauto alla politica futura.

L’economia statunitense rimane solida, a sostegno della strategia prudente del Comitato. Powell ha evidenziato tre fattori che potrebbero influenzare le future decisioni della Fed:
1) inflazione – è necessario un miglioramento consistente dei dati prima di qualsiasi intervento,
2) mercato del lavoro – attualmente stabile, ma un rapido deterioramento potrebbe spingere verso un allentamento,
3) politiche fiscali, commerciali e di immigrazione – l’incertezza sulle decisioni della nuova amministrazione Trump potrebbe influenzare la posizione della Fed.
Il mercato si aspetta solo un taglio totale di 50 pb entro la fine del 2025, portando il tasso al 3,8%. Riteniamo che lo scenario più probabile sia una fase di stabilità dei tassi nelle prossime riunioni, seguita da un allentamento a partire dalla metà del 2025. 

Il mercato delle materie prime è salito a gennaio, con il Bloomberg Commodities Index a +4%, trainato dall’aumento dei prezzi dell’oro, sostenuto da maggiori acquisti da parte di fondi macro e dalla domanda fisica. Anche il petrolio e il gas naturale sono saliti.

Per il 2025 ci aspettiamo un anno meno entusiasmante, con guadagni minori e un’elevata volatilità, ma comunque un risultato positivo una volta conclusi i prossimi 12 mesi. Tuttavia, riteniamo che i rendimenti limitati dell’intero anno possano essere migliorati in modo sostanziale in quanto ci aspettiamo alcuni brutti drawdown nel mezzo. La differenza la farà il percorso e il momento in cui potremo aspettarci cali e recuperi. Osservando l’S&P negli anni post-elettorali, si nota un chiaro periodo di debolezza che si protrae fino a marzo. I mercati europei tendono generalmente a seguire l’andamento generale degli Stati Uniti, come di consueto. Ma è evidente che abbiamo assistito a un sentiment estremo e a una lettura del posizionamento a favore dell’eccezionalismo degli Stati Uniti rispetto all’Europa. Tutti sanno che la valutazione è a buon mercato, ma anche la performance relativa ha raggiunto livelli senza precedenti.

La nostra asset allocation è ben bilanciata con la giusta combinazione di titoli growth a multipli relativamente convenienti, come per esempio Diasorin e Recordati; titoli legati alle materie prime con un elevato valore non sfruttato, come Danieli savings; nomi ciclici con un limitato margine di revisione al ribasso degli utili, come Stellantis, Brembo e Interpump; opzioni di M&A nel settore bancario, come Banco Bpm, Banca Monte dei Paschi, Mediobanca e Generali. Inoltre, il nostro posizionamento sulle small/mid cap rimane concentrato su pochi titoli di qualità/turnaround. Tra questi Newlat, Fincantieri, Dovalue, Lottomatica, Telecom Italia savings.

Trump vs Cina, Canada, Messico ed EU: quale strategia di investimento azionario, e quale portafoglio?

L’imposizione di nuovi dazi da parte di Trump su Cina, Canada, Messico ed Europa crea incertezza nei mercati, ma allo stesso tempo apre opportunità per strategie di investimento mirate.

Le recenti misure tariffarie introdotte dal presidente Donald Trump stanno generando preoccupazioni significative riguardo al loro impatto sull’economia globale. Secondo il quotidiano The Times, l’imposizione di dazi del 25% su importazioni da Canada e Messico, e del 10% su quelle cinesi, potrebbe causare effetti paragonabili alle interruzioni economiche provocate dalla pandemia di COVID-19.

Queste politiche protezionistiche rischiano di innescare guerre commerciali, con conseguenze economiche potenzialmente gravi per tutte le parti coinvolte, in particolare per le economie di Canada e Messico, fortemente dipendenti dagli Stati Uniti. Alcuni economisti prevedono possibili recessioni in questi paesi se i dazi del 25% dovessero persistere. Anche l’Unione Europea potrebbe essere coinvolta in questa escalation tariffaria, con possibili ripercussioni sulle sue esportazioni verso gli Stati Uniti. Settori come l’automotive, l’elettronica e la moda potrebbero essere particolarmente colpiti, con un impatto stimato di 102 miliardi di dollari solo per l’UE. Pertanto, anche alla luce delle poco rassicuranti dichiarazioni del presidente USA, gli investitori e i risparmiatori dovrebbero aggiornare la propria asset allocation strategica, e riposizionare i propri portafogli di investimento in modo da minimizzare i danni o trarre profitto dalle opportunità che un simile scenario comunque comporta. In termini strategici, innanzitutto, ecco alcune possibili decisioni da adottare per i portafogli azionari.

1. Investire in settori resilienti ai dazi. Alcuni settori tendono a essere meno colpiti o addirittura favoriti da tensioni commerciali, come quello della Tecnologia. Infatti aziende come Microsoft, Amazon e Google (Alphabet), che offrono servizi digitali e cloud, sono meno esposte alle tariffe sui beni fisici. Allo stesso modo il settore Sanità/farmaceutico, dove compagnie come Pfizer, Johnson & Johnson e Eli Lilly vendono globalmente e hanno un mercato meno influenzato dai dazi; così come quello dei beni di consumo non ciclici, che producono beni essenziali (es. Procter & Gamble, Coca-Cola o Walmart).

2. Puntare su aziende con supply chain localizzata. Le aziende che producono principalmente negli Stati Uniti e dipendono meno da importazioni (ad esempio alcune realtà del settore manifatturiero o della difesa) potrebbero beneficiare di un ambiente protezionistico.
3. Investire in aziende che beneficiano della sostituzione delle importazioni. Se alcuni prodotti importati diventano più costosi a causa dei dazi, le aziende nazionali che offrono alternative potrebbero trarne vantaggio. Nel settore agricolo e alimentare, per esempio, se i dazi colpiscono prodotti alimentari esteri, i produttori agricoli statunitensi potrebbero aumentare vendite e margini. Nell’Automotive, alcune case automobilistiche potrebbero beneficiare di una maggiore domanda interna se le importazioni vengono penalizzate.

4. Puntare su asset rifugio in periodi di incertezza. Nei settori dell’Oro e dei metalli preziosi in generale, aziende minerarie come Barrick Gold o Newmont Mining tendono a guadagnare quando c’è incertezza economica. Anche le c.d. utilities e le infrastrutture sono settori considerati “difensivi” e meno legati ai cicli economici.
5. Diversificazione globale per ridurre il rischio. Se i dazi colpiscono il mercato USA, diversificare investendo in mercati emergenti o in economie meno coinvolte nella guerra commerciale può essere una buona scelta.

Relativamente ai portafogli di investimento esclusivamente azionari – o per la parte azionaria di un portafoglio titoli complessivo che comprenda anche strumenti monetari/obbligazionari – è fondamentale mettere in atto strategie diverse in base al livello di rischio e all’orizzonte temporale. Senza entrare eccessivamente nel tecnico, ci si può concentrare su tre tipologie di portafoglio sostenibili alla luce dei nuovi dazi imposti da Trump: Portafoglio Azionario Difensivo (bassa volatilità, protezione dal rischio), Portafoglio Azionario Bilanciato (mix di stabilità e crescita) e Portafoglio Azionario Aggressivo (massima crescita e speculazione).

Portafoglio Difensivo (bassa volatilità, protezione dal rischio)
Obiettivo: minimizzare l’impatto delle tensioni commerciali proteggendo il capitale con asset rifugio e settori resilienti. Composizione:
– 40% ETF su beni di consumo non ciclici (es. XLP – Consumer Staples Select Sector SPDR)
– 20% Utilities e infrastrutture (Duke Energy, NextEra Energy)
– 20% Oro e metalli preziosi (ETF GLD – SPDR Gold Trust, Newmont Mining)
– 10% Settore farmaceutico (Pfizer, Johnson & Johnson)
– 10% Liquidità o obbligazioni a breve termine (ETF TLT – Treasury Bonds)
Motivazione: Protegge da recessione e volatilità derivante dalla guerra commerciale, con asset stabili e beni essenziali.

Portafoglio Bilanciato (Mix di Stabilità e Crescita)
Obiettivo: Bilanciare protezione e opportunità di crescita nei settori meno colpiti dai dazi.
Composizione:
– 30% Settore tecnologico USA (Microsoft, Apple, NVIDIA)
– 20% Settore sanitario (UnitedHealth, Merck, ETF XLV)
– 20% Settore industriale USA (che beneficia del protezionismo) (Caterpillar, Lockheed Martin)
– 20% Oro e obbligazioni per stabilità (GLD – oro, TLT – Treasury Bonds)
– 10% Mercati emergenti (ETF EEM – MSCI Emerging Markets, che possono beneficiare dallo spostamento dei flussi commerciali)
Motivazione: Diversifica tra crescita e protezione, puntando su aziende USA che non dipendono troppo dalle importazioni.

Portafoglio Aggressivo (Massima Crescita e Speculazione)
Obiettivo: Sfruttare opportunità speculative e settori che potrebbero beneficiare dai dazi.
Composizione
– 40% Tecnologia USA e AI (NVIDIA, AMD, Microsoft)
– 20% Materie prime ed energia USA (Occidental Petroleum, ExxonMobil)
– 15% Settore agricolo USA (favorito dai dazi sui prodotti esteri) (Deere & Co, Archer-Daniels-Midland)
– 15% Mercati emergenti non colpiti dai dazi USA (India ETF – INDA, Brasile ETF – EWZ)
– 10% Cash e opzioni su volatilità (ETF VIX per copertura, liquidità per opportunità di acquisto)
Motivazione: Alta esposizione a settori con forte crescita e volatilità, cercando di sfruttare il cambiamento dei flussi commerciali.

Il ritorno di Trump e il duello USA-Cina. L’Europa al bivio, in attesa di sapere cosa fare con la Russia

Il probabile isolazionismo americano potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa, qualora il vecchio continente fosse capace di affrancarsi dagli USA e agire in modo veramente unitario.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la sua politica di “America First” si prepara a ridisegnare le dinamiche globali. Al centro di questa strategia, la riaffermazione della supremazia americana in tecnologia, economia e difesa, perseguita attraverso una squadra di collaboratori strettamente legati al Presidente. Il confronto con la Cina, identificata come il principale rivale, diventa il fulcro di una nuova era geopolitica dominata dal cosiddetto “G2“, lasciando l’Europa, terzo attore di primo piano nello scacchiere economico globale, in una posizione di fragilità e incertezza.

Trump ha già dimostrato, nei suoi mandati precedenti, di voler affrontare la Cina come principale rivale globale. Con figure come Marco Rubio al Dipartimento di Stato e Mike Waltz come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il nuovo esecutivo americano appare orientato verso un confronto serrato con Pechino. L’invito simbolico rivolto al presidente cinese Xi Jinping per l’insediamento di Trump, pur sapendo che sarebbe stato rifiutato, è un gesto che mostra l’intenzione di mantenere un filo di dialogo con il rivale, ma alle condizioni dettate da Washington.

Questa tensione costante tra le due potenze, molto probabilmente, porterà ad una escalation del confronto geopolitico, con implicazioni non solo economiche ma anche strategiche per il resto del mondo. Il “G2” rappresenta infatti un sistema bipolare che tende a escludere gli altri attori internazionali, relegandoli a ruoli marginali. L’Europa, in questo contesto, si trova quindi davanti a un bivio. Da una parte, il protezionismo di Trump, con il probabile ulteriore inasprimento dei dazi sulle esportazioni europee, rischia di colpire duramente un’economia già provata. L’obiettivo dichiarato di Trump – come recentemente affermato da autorevoli esperti dell’Economia – è ridurre il surplus commerciale europeo con gli Stati Uniti, minacciando settori chiave per il vecchio continente. D’altronde gli USA hanno un debito pubblico ormai fuori controllo (oltre 36 trilioni di dollari…) e, per non affogare, devono in qualche modo reagire.

Visto da un’altra ottica, il probabile isolazionismo americano potrebbe anche essere un opportunità, poiché potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa qualora fosse capace di agire in modo veramente unitario e con una visione continentale globale, senza distinguere tra paesi del Nord e paesi del Sud. Una politica comune sulle questioni economiche e strategiche, infatti, consentirebbe all’UE di aumentare la propria incidenza a livello globale, rafforzando la sua autonomia geopolitica. Tuttavia, le divisioni interne e le contraddizioni nei rapporti con la Cina – oscillanti tra partnership, competizione e rivalità sistemica – rappresentano un ostacolo significativo. Come spesso sottolineato dai leader cinesi, l’Europa appare come un “semaforo con tutte le luci accese”, incapace di elaborare una strategia chiara.

Un altro scenario non da escludere – e piuttosto preoccupante – è quello di un accordo globale tra Stati Uniti e Cina. In questo caso, l’Europa, priva di coesione interna, rischia di essere schiacciata tra le due superpotenze. La possibilità di una convergenza su questioni economiche e strategiche tra Washington e Pechino, infatti, escluderebbe ulteriormente il vecchio continente dalle grandi decisioni globali, relegandolo a un ruolo di spettatore passivo. Occorre quindi una scelta strategica per il futuro, poiché l’eventualità più destabilizzante per l’ipotesi di un accordo USA-Cina vedrebbe l’Europa includere la Russia – come sarebbe naturale per ragioni storiche, culturali e geografiche – nel novero dei partner economici più stretti. Un simile (e solo per ora) fantasioso scenario rappresenterebbe un vero incubo strategico per Washington e Pechino, entrambe poco propense a confrontarsi con un blocco euroasiatico unito. Ma in questa eventualità è probabile che le due superpotenze facciano – o stanno gia facendo? – di tutto perché ciò non accada.

L’alternativa a tutti questi scenari sono i BRICS più forti di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo; questo scenario costringerebbe l’occidente a smettere di farsi i dispetti. In ogni caso, resta cruciale per l’Europa non solo ritrovare coesione interna, ma cessare di essere supina agli interessi USA, cominciando a ripensare fin da adesso a quale potrebbe essere il proprio rapporto con la Russia subito dopo il possibile cessate il fuoco assicurato da Trump ma in apparenza ancora lontano. La Russia, infatti, possiede le materie prime fossili (Gas soprattutto, ma non solo) che servono all’Europa come l’aria, e che oggi vengono acquistate dagli USA a prezzi quasi doppi rispetto a quelli che gli europei pagavano prima del conflitto russo-ucraino.

Elezioni americane, geopolitica e mercati finanziari: lo scenario attuale

Con Biden più sicurezza in Europa, minore volatilità e mercati valutari tranquilli; con Trump dubbi sull’adesione degli Stati Uniti alla NATO e inasprimento commerciale contro la Cina.

di Roberto Gusmerini, Head of Dealing di Ebury Italia

Il 2024 potrebbe essere ricordato come uno degli anni più movimentati dell’era moderna per quanto riguarda la situazione politica mondiale, con ripercussioni rilevanti in termini di politica globale, economia e mercati finanziari. Nell’arco di pochi mesi, infatti, si prevedono tre interessanti appuntamenti elettorali: le elezioni del Parlamento europeo dal 6 al 9 giugno, le elezioni politiche nel Regno Unito, il 4 luglio, e le elezioni presidenziali e del Congresso degli Stati Uniti il 5 novembre.

Per quanto riguarda le ultime due elezioni, va ricordato che sarebbe la terza volta che nell’ultimo secolo esse coincidono nello stesso anno solare. È successo infatti anche nel 1964 e nel 1992 e, come sempre accade, i mercati finanziari si focalizzeranno nei prossimi mesi sugli esiti elettorali. Per quanto riguarda le elezioni negli Stati Uniti, su cui ci concentreremo in questa analisi, il nervosismo degli investitori è assicurato, soprattutto se i sondaggi dei due contendenti, Joe Biden e Donald Trump, continueranno a mostrare una competizione così serrata. allo stato attuale, gli ultimi sondaggi prevedono una sostanziale parità tra i due candidati, con circa il 45% del voto nazionale, ma è noto che i mercati non amano l’incertezza, e la prospettiva di un ballottaggio tra i due candidati verrà sicuramente accolta con un aumento della volatilità e dell’avversione al rischio.

È importante ricordare che, oltre a eleggere il Presidente, gli americani voteranno anche sulla composizione del Congresso. In altre parole, tutti i 435 seggi della Camera dei Deputati e 34 dei 100 seggi del Senato saranno in palio e, come sempre, il risultato finale sarà molto importante per determinare la reazione dei mercati, in quanto detterà la capacità del nuovo presidente e del suo partito di imporre importanti cambiamenti politici. Tutto lascia supporre che, in caso di vittoria, il Presidente Biden proseguirebbe con la sua linea politica continuando a dare priorità alla crescita dell’occupazione, cosa che ha funzionato molto bene durante il suo primo mandato. La politica fiscale rimarrebbe probabilmente espansiva, concentrandosi sul sovvenzionamento della domanda di alloggi e istruzione. A differenza di Trump, il leader democratico cercherebbe anche di proseguire con il programma di aumento delle le tasse sui redditi più alti e sulle grandi aziende, compreso un aumento dell’aliquota fiscale sulle società dal 21% al 28%.

L’amministrazione Biden prevede che questi aumenti fiscali ridurranno il deficit di 3.000 miliardi di dollari nel prossimo decennio, ma la probabilità che una decisa stretta fiscale venga approvata è minima nel contesto politico statunitense. La politica estera, invece, continuerà a essere un tema di estrema importanza. La leadership di Biden non ha portato l’inversione delle politiche di Trump che ci si aspettava, poiché ha mantenuto un alto livello di protezionismo, soprattutto nei confronti della Cina. È probabile che questo rapporto gelido tra gli Stati Uniti e il gigante asiatico continui anche sotto Biden. Allo stesso modo, il continuo sostegno all’Ucraina e la permanenza degli Stati Uniti nella NATO sono dati per scontati.

Per contro, un secondo incarico di Donald Trump potrebbe significare un ritorno al suo approccio “America first”. Verrebbero imposte tariffe sulle importazioni dall’estero per incoraggiare la produzione interna e aumentare il gettito fiscale, e verrebbero attuate politiche per promuovere il reshoring delle attività negli Stati Uniti, tra cui la proposta di una tariffa del 60% sulle importazioni dalla Cina e del 10% su tutte le altre. È altrettanto probabile che sorgano dubbi sull’adesione degli Stati Uniti alla NATO, che aumenterebbe i rischi per la sicurezza europea, e sulla delocalizzazione della produzione industriale negli Stati Uniti, che potrebbe comportare rischi per l’economia e la valuta comune. È anche probabile che si assista a un ritorno ad alcune delle sue precedenti politiche interne; in particolare l’estensione del Tax Cuts and Jobs Act del 2017, che ha introdotto l’aliquota fiscale fissa del 21% per le imprese. La politica fiscale sarebbe espansiva, come quella di Biden, ma con la priorità di stimolare l’offerta attraverso i tagli fiscali piuttosto che facendo aumentare la domanda.

Relativamente ai mercati valutari, sarebbe ragionevole pensare che una vittoria di Biden porterebbe ad una minore volatilità, spingendo la coppia euro-dollaro verso l’alto. Dopo tutto, gli investitori vedono di buon occhio il mantenimento dello status quo e la vittoria del democratico eviterebbe l’antiglobalismo di Trump e ridurrebbe il rischio per la sicurezza europea. Questo avrebbe anche un effetto a catena sulle valute dei mercati emergenti, in particolare quelli asiatici, poiché gli investitori vedrebbero di buon occhio un minore protezionismo e una crescita globale più forte. Al contrario, una vittoria di Trump porterebbe a una maggiore volatilità dei mercati e sarebbe negativa per l’euro-dollaro. Questo perché i mercati si preparerebbero a tariffe più elevate, alla delocalizzazione e all’incertezza sulla NATO. Il risultato sarebbe negativo anche per le valute dei mercati emergenti, con il rischio di nuove barriere commerciali e una politica estera più imprevedibile. Tra tutte le valute, quelle asiatiche saranno probabilmente le più colpite, poiché gli investitori temono un rallentamento della crescita in Cina.

Un altro fattore da non trascurare nelle prossime elezioni statunitensi è il rischio di una crisi costituzionale. Questa situazione non può essere esclusa alla luce dei problemi legali che il candidato Trump deve affrontare. Egli è infatti il primo ex presidente nella storia degli Stati Uniti a essere incriminato penalmente: deve affrontare quattro accuse penali e diverse cause civili. Sebbene la Costituzione degli Stati Uniti non gli impedisca di candidarsi alla presidenza, le varie date dei processi potrebbero influenzare la sua campagna elettorale e una condanna prima di novembre potrebbe danneggiare significativamente le sue possibilità alle urne. Lo scenario più difficile da prevedere sarebbe quello in cui si verifichi una grave controversia sull’esito delle elezioni e, questa volta, Trump ottenga un sostegno sufficiente nelle amministrazioni degli Stati contesi per creare una crisi costituzionale.  Un simile scenario metterebbe seriamente in discussione la capacità del governo statunitense di funzionare con successo e potrebbe portare alla paralisi politica all’interno di Washington. In questo caso, per la prima volta, potremmo assistere a una rottura del classico paradigma di avversione al rischio. In altre parole, questa situazione potrebbe innescare la debolezza del dollaro USA, ma la mancanza di precedenti rende le previsioni molto difficili.

Borse mondiali, chi ha paura della correzione?

Si rafforza nelle ultime settimane la prospettiva di una correzione causata dagli effetti della variante Delta sull’economia e dalle repressioni della Cina contro il crescente potere delle aziende tecnologiche. L’annuncio del tapering da parte della Fed non aiuta.

Sono mesi ormai che si preannuncia una imminente correzione dei mercati azionari, dopo la corsa post-pandemica e quella, ancora più lunga, che ha avuto inizio nel 2009. Con qualche battuta d’arresto (2015 e 2018), infatti, negli ultimi 12 anni le borse non hanno fatto altro che brindare, trainate da continui spunti al rialzo che il Covid-19 ha amplificato a dismisura, creando un solco ancora più evidente tra Old e New Economy. Nel frattempo, i richiami a riequilibrare il collegamento tra le quotazioni azionarie e l’Economia Reale sono progressivamente caduti nel vuoto, ed anzi oggi è persino consigliabile non farci più alcun riferimento, tanto è evidente la supremazia del comparto derivati su quello delle azioni ordinarie.

In uno scenario simile, con il megatrend delle tecnologie (e soprattutto delle biotecnologie) sempre più lanciato verso il futuro predominio dei listini, attendersi una correzione secondo i “vecchi” schemi dell’analisi grafica e/o quantitativa non è più lecito, dal momento che la Covid-Economy ha fatto saltare definitivamente, con un anticipo di almeno 3 anni, tutti gli equilibri della Old Economy, e gli analisti non riescono ancora a trovare dei validi punti di riferimento per abbozzare previsioni che, peraltro, vengono puntualmente smentite dai fatti.

Persino il concetto di “bolla speculativa” ha un nuovo significato, aggiornato in base ad altri parametri che si vanno definendo in relazione ai cambiamenti che viviamo giorno per giorno. Gli eventi della Cina, per esempio, due anni fa avrebbero condizionato senza distinzione le borse di tutto il mondo; oggi, invece, si comincia ad intravedere una certa decorrelazione, resa ancora più evidente dall’impensabile (per l’Occidente) potere di condizionamento delle economie che il governo cinese sta mettendo in atto a dispregio del suo stesso liberalismo di facciata.

Da un recente sondaggio di Reuters, è emerso che 66 analisti sui 107 intervistati considerano probabile una correzione del mercato azionario globale entro la fine di quest’anno. Gli altri 41, invece, lo ritengono altamente improbabile. Secondo Tomas Hildebrandt di Evli Bank, “i fondamentali suggeriscono che la situazione è ancora favorevole ai mercati, e non importa che gli stessi mercati siano cresciuti notevolmente”. Una dichiarazione del genere, fino al 2019, avrebbe fatto sorridere gli analisti fedeli alla teoria dei cicli, che però sono ancora tanti e nutrono profonda preoccupazione la valutazione delle azioni. Eppure le condizioni per la crescita delle azioni growth – tassi sui prestiti bassissimi, politica monetaria accomodante più un fiume di liquidità – sono ideali. Ma è anche vero che il rapporto prezzo/utili (P/E) dell’S&P 500 Shiller (quello ottenuto al netto dell’inflazione) di recente ha superato quota 40, e si trova molto al di sopra della media annuale storica di 16,82. Anche qui vale la stessa domanda: in considerazione dei cambiamenti apportati dalla Covid Economy, tale rapporto è da considerarsi sostenibile?

C’è da dire che una correzione delle borse non deve essere considerata necessariamente come una specie di catastrofe irrisarcibile, poiché nel breve periodo si è verificato spesso, anche a due cifre, e la sua durata non è estesa nel tempo (in media 155 giorni per lo S&P500). Inoltre, grazie all’avvento di Internet e all’aumento della circolarità delle informazioni, la durata media delle correzioni è scesa sensibilmente negli ultimi venti anni, e tale riduzione temporale è ormai strutturale nel sistema.

Un capitolo a parte, come dicevamo, è quello della Cina, che ha dato vita all’uso politico spregiudicato della finanza in nome della guerra commerciale con gli Stati Uniti, dove il cambio di presidenza sembra aver fatto piuttosto male: nonostante i suoi difetti, Trump aveva mostrato di saper fronteggiare meglio del modestissimo Biden il confronto muscolare con l’economia cinese. In particolare, dopo le repressioni governative che hanno determinato il crollo delle quotazioni di numerosi big dell’azionario cinese, adesso è emersa la volontà del partito di effettuare una rapida e forzosa redistribuzione dei redditi, chiamando “i ceti a più alto reddito a restituire alla collettività una parte di quello che hanno guadagnato”. L’obiettivo dichiarato, dopo decenni di limitazione delle nascite, è quello di assicurare la prosperità comune contrastando la crescita zero della popolazione, da sempre volano del sistema economico cinese, modificando la legge sulle nascite nel senso di consentire alle coppie di poter avere fino a tre figli. 

E mentre la Cina segue i suoi programmi economici, l’Europa sembra avere più benzina degli Stati Uniti, dove l’annuncio del tapering non aiuta a vedere spunti validi per l’azionario a stelle e strisce nel medio periodo. In più, si è rafforzata nelle ultime settimane la prospettiva di una correzione causata dagli effetti della variante Delta sull’economia globale anche per l’autunno e l’inverno.

Ma la paura, come la fretta, è cattiva consigliera.

Mercati, le attese di Ethenea per i prossimi tre mesi: USA e Cina in tensione, ma volatilità sotto controllo

Previsioni del comitato investimenti di Ethenea: dal confronto Usa-Cina alle prospettive di azioni e obbligazioni in vista della chiusura del 2020 e l’avvio del 2021.

A breve, i rapporti Usa-Cina non miglioreranno, ma avremo meno volatilità (Andrea Siviero, Investment Strategist di Ethenea Independent Investors Sa). Le tensioni tra Stati Uniti e Cina, così come l’incremento dei dazi commerciali, hanno posto grossi problemi all’economia globale nel 2018. Non solo ha ridotto la crescita di Stati Uniti e Cina, ma hanno influito sulla crescita globale stravolgendo le value chain in tutto il mondo. Un’escalation di questa situazione, attualmente non prevista, metterebbe certamente a dura prova la debole e incerta ripresa globale nel 2021. 

Per il futuro, ci aspettiamo che l’amministrazione del presidente Joe Biden adotti un approccio più moderato e meno conflittuale alle relazioni internazionali. Tuttavia, dal momento che l’opposizione all’espansionismo cinese è stata una delle poche questioni (se non l’unica) a ricevere il sostegno bipartisan nel Congresso statunitense, non prevediamo un significativo cambiamento nell’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina, almeno non a breve termine. L’amministrazione Biden probabilmente si asterrà da azioni imprevedibili nei confronti della Cina, ma non sarà in grado di invertire facilmente la rotta intrapresa dall’amministrazione Trump. La fine della politica di Trump, a volte instabile e impulsiva, significherà in primo luogo meno volatilità e più sicurezza nella pianificazione

Mercato positivo per i prossimi tre-sei mesi (Michael Blümke, Senior Portfolio manager Ethenea). A nostro avviso, ci sono le condizioni per un mercato positivo per i prossimi tre-sei mesi.  Tuttavia, nessuno sa se ciò si rifletterà in un aumento dei prezzi alla fine dell’anno. L’incertezza legata alle elezioni americane è stata eliminata, ma un presidente democratico che opera con una Camera divisa non potrà cambiare né il sistema fiscale né il quadro normativo. Inoltre, con la prospettiva di un vaccino efficace nel 2021, molti operatori del mercato sono pronti a guardare oltre l’attuale situazione pandemica e alle misure di contenimento che sono state attuate, e con il sostegno di una politica della banca centrale ancora molto favorevole e di altri pacchetti fiscali, le prospettive degli utili delle imprese non solo dovrebbero stabilizzarsi l’anno prossimo, ma potrebbero anche riservare sorprese positive.

L’importanza di un’asset allocation strategica per controllare il rischio a lungo termine (Michael Blümke, Senior Portfolio manager Ethenea). Sia l’asset allocation a lungo termine sia la selezione di singoli titoli fungono da generatori di alfa nella costruzione delle performance. Si tratta di due approcci che non sono in competizione l’uno con l’altro, ma possono essere utilizzati in parallelo. Tuttavia, va da sé che l’asset allocation strategica ha di gran lunga il maggiore effetto leva, ed è lo strumento più efficace per avere rendimenti interessanti a rischio controllato nel lungo termine. Se l’obiettivo è generare questo tipo di rendimenti con un livello di rischio gestibile, diventa essenziale adottare questo tipo di approccio.

Obbligazioni ancora affidabili grazie ai piani di acquisti di BCE e Fed (Volker Schmidt, Senior Portfolio manager Ethenea). Durante la riunione di fine ottobre, la BCE ha chiaramente dichiarato di non avere alcuna intenzione di diventare più restrittiva. Gli acquisti effettuati durante il temporaneo Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) continueranno almeno fino a giugno 2021. I principali pagamenti dei titoli in scadenza saranno reinvestiti in obbligazioni almeno fino a giugno 2022. I programmi di acquisto di importi inferiori continueranno anche fino a quando non saranno introdotte le misure della Banca centrale e l’inflazione non si avvicinerà al livello target.

La BCE ha inoltre annunciato ulteriori misure, che saranno adottate già a dicembre. Ciò mostra chiaramente che la BCE resterà un acquirente di obbligazioni per i prossimi 18 mesi almeno, e che non ha nessuna intenzione di vendere i titoli obbligazionari, se non eliminando gradualmente i suoi investimenti esistenti. Lo stesso vale per la Federal Reserve.

Negli Stati Uniti le discussioni circa ulteriori spese pubbliche per rilanciare l’economia americana sono in pieno svolgimento. Per quanto riguarda il rifinanziamento, è probabile che la Fed intensifichi nuovamente i suoi acquisti in Treasuries statunitensi.

Titoli growth a quello value? Come prepararsi al nuovo scenario dalla primavera 2021 (Christian Schmitt, Senior Portfolio manager Ethenea). Dal 2007 circa, abbiamo costantemente registrato una performance migliore dei titoli growth a rapida crescita rispetto ai titoli value low-rated. Questo sviluppo disomogeneo si è addirittura rafforzato negli ultimi tre anni e ancora di più nel 2020. Chi parte dal presupposto che nei prossimi anni ci sarà un’inversione di tendenza sostanziale, rimarrà deluso in questo senso. Per definizione, i titoli value sono caratterizzati da una bassa valutazione, ed il mercato dei capitali è in linea di massima efficiente. Pertanto nulla è economico senza motivo.

Sono tre le ragioni principali della bassa valutazione delle società in termini di valore. Da un lato, siamo di fronte a una mancanza di crescita strutturale. Dall’altro queste aziende devono confrontarsi con nuovi dirompenti concorrenti che guadagnano quote di mercato in modo aggressivo e vengono costantemente riforniti con nuovo capitale. Inoltre, i bassi tassi d’interesse mettono sotto pressione anche la valutazione dei titoli value. Dal nostro punto di vista, nessuno dei tre fattori menzionati si tradurrà in un cambio sostenibile a favore dei titoli value nel prossimo futuro. Pertanto, in termini assoluti, le prospettive da medio a lungo termine di molti titoli value possono essere classificate come piuttosto modeste. Nel lungo termine, la crescita strutturale delle aziende rimane un fattore decisivo e necessario per una performance azionaria positiva e duratura. Le ultime settimane, durante le quali ci sono state notizie positive riguardo i vaccini, hanno dimostrato agli investitori che anche la sovraperformance dei titoli growth rispetto ai titoli value non è una strada a senso unico.

Per fortuna, il mercato azionario non è solo bianco e nero – value o growth – ma offre una varietà di sfumature importanti e di fattori in grado di influenzarlo. Partendo da questo presupposto, è consigliabile spostare l’attenzione su quelle società che, pur subendo nel breve periodo gli effetti del lockdown, continuano a mostrare una crescita strutturale convincente a lungo termine.

C’è troppo ottimismo sui vaccini. Mario Cribari: esiste il rischio di un Double Dip

I titoli governativi occidentali annaspano a causa del debito elevato, tassi bassissimi e bassa crescita economica. Consigliamo un approccio bilanciato tra settori difensivi/growth e settori ciclici/value.

“Le elezioni presidenziali americane e l’annuncio dei risultati di efficacia dei vaccini in corso di sperimentazione sono stati indubbiamente i due eventi più importanti dell’ultimo mese. I mercati hanno reagito in maniera estremamente positiva a entrambi, ma la sensazione è che si stiano portando troppo avanti con l’ottimismo. I contagi accelerano in maniera esponenziale e la seconda ondata si sta dimostrando molto più pesante della prima. Molti governi stanno intraprendendo la strada di nuovi lockdown, mentre il vaccino nella migliore delle ipotesi sarà un game changer solo a partire dal 2022”, sottolinea Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers

“Dal punto di vista strettamente economico, temiamo che non si sia ancora usciti dall’occhio del ciclone. Un double dip, e cioè una nuova ricaduta dopo il picco non è impossibile, anzi”.

Il risultato delle elezioni presidenziali sarebbe stato considerato un disastro ex-ante: la vittoria di Biden, l’uomo delle tasse, e un’elezione contestata. Ex-post, invece, è stato trasformato in uno dei rally più forti della storia. Evidentemente il mercato ha voluto guardare al bicchiere mezzo pieno, con la messa da parte di un personaggio imprevedibile come Trump e allo stesso tempo un congresso diviso, che implica nessuna nuova tassa e nessuna possibilità per la politica di fare troppi danni. In realtà, mai come adesso gli Usa avrebbero avuto invece bisogno di uno shock positivo. Detto ciò, poteva andare anche peggio, e gli Usa hanno ora l’ultima opportunità per frenare la loro discesa verso il baratro.

Biden, intanto, già dalle primissime ore si sta dimostrando un presidente più conciliante, costruttivo e non divisivo. Fino a gennaio, come minimo, vi sono però scarse possibilità di un nuovo fiscal stimulus, se mai ve ne sarà uno di una certa rilevanza. La politica monetaria ha fatto quello che doveva e si trova con poche cartucce rimaste. La fantasia dei banchieri centrali è infinita, ma l’efficacia marginale va riducendosi significativamente. Le aspettative sugli utili migliorano ma i prezzi sono saliti pure di più, provocando un rialzo importante delle valutazioni, soprattutto su alcuni mercati e settori.

Il rischio pandemico, intanto, non è ancora concluso. Per quanto sia totalmente ignorato dal mercato, i numeri sono drammatici e stanno tornando numerose restrizioni. È logico quindi immaginare un impatto economico negativo nel prossimo futuro. “Dopo aver criticato ferocemente Trump per la gestione della pandemia, ci meraviglieremmo se Biden usasse il medesimo approccio in caso di ulteriore aumento dei contagi in Usa, cosi come sta già effettivamente avvenendo”, sottolinea Cribari. “Temiamo che il peggio non sia finito, e che il periodo natalizio, che rappresenta per molti settori la gran parte del fatturato, possa risultare molto deludente. E anche se si decidesse di “salvare il Natale” il problema sarebbe solo rimandato, con gli interessi, al primo trimestre 2021”.

Oggi la vera novità non è il vaccino, ma l’introduzione di nuovi lockdown, che tutti ritenevamo scongiurati. Per costituire effettivamente un game changer, cioè per provare a raggiungere la cosiddetta immunità di gregge, dovremo aspettare non prima del 2022, nella migliore delle ipotesi. Questo per evidenti problemi logistici ed organizzativi a livello vaccinale. Non è detto, inoltre, che gran parte della popolazione accetti di farsi vaccinare. Il mercato già sconta, invece, il migliore degli scenari: un vaccino già approvato, sicuro, distribuito, accettato e inoculato. 

Ammettiamo che il mercato possa scegliere ancora di chiudere un occhio e guardare avanti, ma tale atto di fede ha un prezzo che agli attuali livelli di valutazione sembra come uno sparo nel buio. Il valore attuale del S&P500 sconta un multiplo di ben 21 volte gli utili 2021, in crescita del 25% rispetto al 2020 (supponendo che tutta sia finito già l’anno prossimo). Entrambi i numeri appaiono abbondanti, per lo meno a giustificare altre sorprese positive.

Mario Cribari

“In questo contesto, continuiamo a consigliare un portafoglio bilanciato tra titoli difensivi/growth, beneficiari di nuove situazioni di rischio, e ciclici/value, che invece rappresentano valore in un’ottica di 12 mesi. Per evitare di farsi male con i ciclici, nel caso in cui le nostre preoccupazioni di breve si realizzino, occorre selezionare titoli di elevata qualità dal punto di vista di bilancio, management e posizionamento di mercato”, sottolinea Cribari. “A livello settoriale, restano intatte le tendenze positive su difesa, sicurezza, tecnologia innovativa, cyber-sicurezza, robotica, fintech, farmaceutica, biotecnologia, nuovo consumo (asiatico ed occidentale), sostenibilità ambientale, settori favoriti da tassi bassi, alcuni settori ciclici, infrastrutture. Abbiamo anche recentemente investito su un basket di titoli nell’industria del 5G. Nel comparto obbligazionario restiamo invece pesantemente sotto ponderati, in particolare sui governativi occidentali, intrappolati tra debito elevato, tassi bassissimi e bassa crescita economica, come mostra il caso italiano”. 

La “finanza delle catastrofi” guida il PIL in Europa e USA. Cina pronta a dominare il mondo

Sebbene la seconda ondata di Covid-19 sia ancora in corso, i dati del PIL del terzo trimestre di Europa e USA mostrano una rassicurante capacità di ripresa dai guasti generati dalla pandemia. Il vaccino è ormai  realtà, e così il primo trimestre del 2021 dovrebbe rappresentare il periodo più proficuo per anticipare i trend di economia reale del prossimo anno. La Cina, intanto, va per conto suo.

I recenti dati sul PIL dei paesi europei e degli Stati Uniti fanno ben sperare sulla capacità di ripresa del modello economico occidentale di fronte al più grave evento del terzo millennio. Comunque la si racconti, la c.d. Finanza delle Catastrofi ha prodotto effetti notevoli sul PIL che, a pandemia terminata, dovranno ripetersi (non senza i dovuti “aggiustamenti” in corso d’opera) per confermare il rilancio generalizzato dell’Economia in tutti i settori della produzione e distribuzione.

In estrema sintesi, se ciò che stiamo vivendo fosse la rappresentazione di un film giallo, le indagini si indirizzerebbero verso la Cina, ossia verso l’unico Paese che, dalla pandemia, ricaverà vantaggi enormi, con buona pace degli USA.

Ma procediamo per gradi, ed esaminiamo i dati paese per paese. In Italia, il PIL cresce più delle attese (+16,1% nel terzo trimestre 2020, rispetto al trimestre precedente), riportandoci ai livelli del 2015. Su base annua, però, il dato rimane negativo (-4,7%), ma il Ministro Gualtieri fa notare che il balzo “è superiore a tutte le stime (persino quelle del Governo, ndr) e testimonia la capacità di risposta della nostra economia e l’efficacia delle misure intraprese”.

Anche la Germania ha registrato un terzo trimestre da record (+8,2%), ed ha battuto le previsioni (che davano un + 7,3%) degli economisti in un recente sondaggio della Reuters. Il rimbalzo del PIL tedesco è stato determinato grazie all’aumento dei consumi privati e degli investimenti nei macchinari; a questi si è aggiunto un forte aumento nelle esportazioni, tanto da spingere il governo tedesco a rivedere al rialzo la stima per il PIL di quest’anno (dal -5,8 al -5,5%). Per il 2021, invece, Berlino prevede l’economia in crescita del 4,4%.

La Francia, dal canto suo, ha visto il suo PIL crescere del 18,2% nel terzo trimestre (dopo un calo del 13,7% nel secondo), contro le previsioni degli analisti che avevano previsto una espansione del 15%. Il ministro dell’Economia francese (Le Maire) prevede una contrazione del PIL dell’11% nel 2020, un dato peggiore delle precedenti stime (-10%), Ma non si è “lanciato” ancora nelle stime di crescita del 2021.

In Spagna i dati confermano la tendenza degli altri Paesi, con il PIL su del 16,7% sul trimestre precedente, che supera le previsioni di un + 13,5%. Su base annuale, la contrazione è dell’8,7%, ben al di sotto delle stime che davano un -12,2%.

Relativamente al Regno Unito, la situazione è differente, in termini previsionali, per via di una possibile Brexit senza accordo. Il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le previsioni per l’economia, con un calo del 10,4% del PIL nel 2020 e una crescita del 5,7% nel 2021, ma se la “questione Brexit” dovesse essere definita senza un accordo tra Londra e Bruxelles, agli effetti della pandemia dovranno aggiungersi quelli derivanti dall’uscita hard dall’Unione Europea.

Andando oltreoceano, nel terzo trimestre dell’anno il PIL Usa è balzato del 33,1%, sopra le attese degli analisti che avevano previsto un +31% (nel secondo trimestre il PIL era crollato del 31,4%). Si tratta della maggiore espansione di sempre del PIL americano, e sembra di buon auspicio per la campagna elettorale del presidente Trump, in affanno sullo sfidante Biden ed incerto fino all’ultimo sulla sua rielezione.

In Giappone, la Bank of Japan (BoJ) ha lasciato invariata la propria politica monetaria, rivedendo contestualmente al ribasso le stime sul Pil dell’anno fiscale 2020/21. Lo scenario del PIL reale relativo all’anno fiscale 2020/2021 è stato tagliato dal -4,7% al -5,5%, mentre il PIL reale per il periodo 2021/2022 è stato rivisto al rialzo del +3,6% (+1,6% nel 2022-2023).

Un capitolo a parte spetta alla Cina, che si candida ad essere sempre più – e più degli Stati Uniti – l’economia di traino della crescita mondiale. Infatti, la ripresa economica cinese è molto vigorosa in tutti i settori produttivi: i risultati del terzo trimestre del 2020 hanno determinato il rientro in positivo del PIL annuale, balzato al + 0,7 per cento nei primi nove mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2019. Le previsioni adesso vedono una chiusura dell’anno a +2,1% e una crescita del + 7,6 per cento nel 2021.

Pertanto, l’economia cinese passerà indenne l’anno disastroso del Covid, e ciò determinerà enormi vantaggi per il futuro. Del resto, mentre in Europa e USA si profila un secondo lockdown generalizzato, le immagini che arrivano dalla Cina ci raccontano di strade e negozi affollati, poche mascherine, attività a pieno ritmo e normalità. Nel frattempo, il Governo cinese ha già sviluppato una politica che favorisca, nei prossimi cinque anni, la forte crescita dei consumi interni, che sosterranno il PIL aggiungendo “benzina” al tradizionale motore delle esportazioni e, in tutta probabilità, metteranno nell’angolo i sogni di continuità egemonica degli Stati Uniti.

Neanche l’India, devastata dalla pandemia, potrà contrastare questa tendenza. Infatti, per il 2020 si prevede una contrazione della sua economia pari al 9 per cento, e i primi segnali di ripresa non arriveranno prima del 2021.

In definitiva, il vaccino rimane l’unico driver possibile per consentire ad Europa e USA di “tendere l’arco”, e prepararsi a scoccare la freccia della ripresa nel 2021.

La Cina, intanto, ha già scagliato la sua freccia e il suo dominio commerciale, grazie al progetto di distribuire rapidamente (e gratuitamente) un miliardo di dosi del suo vaccino, appare ormai incontrastabile.

Ethenea, elezioni USA e strategie di investimento: conta più il distacco tra candidati che il nome del vincitore

Una chiara vittoria di Biden con maggioranza democratica sia alla Camera sia al Senato favorirebbe l’approvazione di un nuovo pacchetto di stimoli e avrebbe effetti positivi sui mercati azionari. Una vittoria di Trump, ma con il Congresso diviso, aumenterebbe l’incertezza sulle misure di stimolo fiscale e potrebbe influenzare negativamente la Borsa nel breve termine. 

“Fare previsioni sulle imminenti elezioni americane è difficile e rischioso, ma è possibile analizzare i probabili scenari e adeguare di conseguenza le scelte di investimento”, spiega Andrea Siviero, Investment Strategist di Ethenea Independent Investors. “Negli ultimi decenni abbiamo osservato che l’avvicendamento delle amministrazioni americane può avere un impatto sui mercati nel breve termine – nota Siviero – ma generalmente non incide sul funzionamento né sulla performance dell’economia statunitense. Il principale driver dei prezzi degli asset Usa è sempre stata la politica monetaria.

Dollaro poco sensibile al voto – A medio termine, è più importante il distacco tra i candidati che il nome del vincitore. Una chiara vittoria di Biden, accompagnata da una maggioranza democratica sia alla Camera sia al Senato, la cosiddetta “Onda blu”, aumenterebbe le possibilità di una rapida approvazione di un nuovo pacchetto di stimoli, con effetti positivi per i mercati azionari e per altre attività di rischio, come il credito alle imprese e le obbligazioni high yield. E comporterebbe anche una maggiore prospettiva di deficit e, di conseguenza, un aumento dei rendimenti dei titoli di Stato Usa. Tuttavia, nel medio termine il piano di Biden di aumentare le imposte sulle società e di attuare severe misure antitrust e norme più radicali avrebbe probabilmente un impatto negativo sull’economia e sui mercati azionari.

Dall’altra parte, una vittoria di Trump, ma con il Congresso diviso, avrebbe probabilmente scarse ripercussioni sui mercati, anche se l’incertezza sulle ulteriori misure di stimolo fiscale potrebbe influenzare negativamente la Borsa nel breve termine. Mentre con l’andare del tempo, potrebbe proseguire il clima sostanzialmente favorevole al sistema delle imprese, con ulteriori tagli fiscali in cantiere, e anche al mercato azionario. Bisogna temer conto però di un possibile aumento degli attriti commerciali con la Cina e con l’Unione Europea, in uno scenario non positivo per l’economia globale.

Per quanto riguarda il dollaro, è probabile che i maggiori effetti sul cambio verranno dalla pandemia da Coronavirus e dalla politica economica globale, piuttosto che dall’esito delle elezioni presidenziali. Le ultime settimane hanno comunque dimostrato che il dollaro rimane uno dei beni rifugio più rilevanti in tempi di crisi e di incertezza.

Per prepararsi ad affrontare questo contesto di grande incertezza, Ethenea ha individuato tre strategie di investimento per posizionare i portafogli in vista delle elezioni americane: una strategia difensiva, una strategia bilanciata a breve medio termine e una terza strategia bilanciata a medio lungo termine.

Strategia difensiva – La strategia più prudente è quella implementata dal fondo Ethna-DEFENSIV, che è attualmente posizionato in modo conservativo e, per tutto il periodo che precede le elezioni Usa, non si è esposto all’investimento azionario. Il portafoglio obbligazionario rappresenta l’85% del portafoglio totale e si concentra su obbligazioni societarie. Il portafoglio è disegnato con una quota di investimento in oro e posizioni valutarie in franchi svizzeri e yen giapponesi, che hanno lo scopo di contribuire a stabilizzare il fondo in caso di scenario negativo, e cioè quello in cui i risultati elettorali venissero contestati in tribunale.

Andrea Siviero

Strategia bilanciata a breve-medio termine – Data la varietà dei possibili esiti elettorali, è opportuno abbassare il livello di rischio per poter intervenire con flessibilità quando le condizioni lo permettono. Questa è la strategia adottata per il fondo Ethna-AKTIV, allo scopo di utilizzare le “battute d’arresto” del mercato per approfittare dei livelli di entrata più interessanti e per incrementare la quota in azioni, eventualmente facendo acquisti in un contesto di mercato in crescita. Le posizioni in valuta e in oro, anche in questo caso, hanno una funzione stabilizzatrice prima delle elezioni.

Strategia bilanciata di medio-lungo termine – Dal momento che gli effetti a lungo termine delle elezioni saranno relativamente limitati, è possibile disegnare un’asset allocation strategica indipendente dal risultato elettorale. Questa è la strategia adottata con il fondo l’Ethna-DYNAMISCH, nel quale la selezione dei singoli titoli avviene ponendo attenzione ai fondamentali delle aziende, riducendo al minimo la possibile influenza di decisioni politiche ed evitando così di essere costretti ad un adeguamento immediato. Le imminenti elezioni sono solo uno dei tanti fattori che influenzeranno il processo decisionale a breve termine, ma finora non ci sono state grandi evidenze che abbiano richiesto un adeguamento dell’attuale posizionamento di medio lungo periodo.

Mercati azionari, dagli USA segnali di incertezza. Il megatrend dell’Innovazione parla cinese

Opportunità di breve termine concentrate ancora sul mercato cinese, forte del suo vincente modello di difesa sanitaria e dell’Economia votata all’innovazione. Energia, tecnologia e sanità i settori azionari più promettenti per anticipare la ripresa economica del secondo semestre 2021. 

Comunque andrà a finire questa brutta storia del Covid-19, il ruolo della Cina rimane un caso di scuola: la prima ad esserne colpita, e la prima ad uscirne mantenendo in piedi il suo apparato produttivo ed economico, ed anzi elevandosi a mercato-chiave per gli investimenti finanziari dei prossimi 12 mesi.

Come abbia fatto, ormai, non è neanche un mistero, tranne per chi si ostina – anche tra le fila dei c.d. esperti mondiali – a negare l’evidenza: in Cina si è privilegiata la soluzione “strong” del problema sanitario, per un periodo di due mesi pieni, rinchiudendo i cittadini in casa e sanificando persino le condotte delle fognature; tutto ciò, relegando in secondo piano gli effetti della pandemia sull’economia, e condizionando la ripresa della produttività ad una serie di “restrizioni sostenibili” che, alla fine, hanno fatto la differenza rispetto alle altre economie mondiali e che ancora oggi vengono osservate rigidamente.

Infatti, il governo di Pechino ha sviluppato un sistema di controllo sociale capillare, tracciando e isolando i soggetti risultati positivi, ed eliminando sul nascere il 99,8% dei focolai su tutto il territorio.  Inoltre, le procedure di controllo per gli stranieri-lavoratori che rientrano nel Paese sono ancora piuttosto rigorose e tassative: viene effettuato un tampone prima di imbarcarsi, ed il passeggero è autorizzato a partire solo se l’esito è negativo. Peraltro, il risultato viene immediatamente comunicato alla sede diplomatica cinese del paese dove il cittadino straniero vive ed ha cittadinanza. Una volta tornato in Cina, gli viene effettuato un nuovo tampone all’ingresso, ed anche in caso di esito negativo egli dovrà trascorrere in quarantena 14 giorni presso uno degli alberghi designati dalle autorità, sottoponendosi al monitoraggio dei medici. Alla fine del periodo di quarantena, infine, viene effettuato un ultimo tampone, con obbligo di iscrizione ad una app sanitaria.

Con questa prassi, la Cina è riuscita ad intercettare circa 3.000 contagiati da Aprile ad oggi. Non deve sorprendere, pertanto, che essa sia ripartita immediatamente, ed oggi stia già raccogliendo i frutti della sua strategia. Infatti, nel mese di settembre le esportazioni e le importazioni cinesi hanno registrato livelli da record: importazioni su del 13,2%, e le esportazioni cresciute del 9,9%.

Al di fuori della Cina, il rischio maggiore per le dinamiche di mercato nel breve termine ederiva dall’incerto esito della tornata elettorale negli USA, perché alcuni settori potrebbero reagire in modo diverso a seconda di chi vince. Le grandi aziende tecnologiche, quelle della difesa e le società finanziarie potrebbero registrare performance migliori sotto Trump, mentre le energie rinnovabili e le infrastrutture potrebbero rivelarsi vincenti con Biden. In entrambi i casi, il percorso tracciato sugli investimenti ESG appare ormai senza freni, grazie anche alla pressione degli investitori verso le pratiche ESG ed alla conseguente accelerazione dei flussi azionari verso quella direzione.

In linea generale, pur escludendo i lockdown totali come quelli della scorsa primavera, i prossimi mesi potrebbero essere dominati da temporanee chiusure locali, con possibili rallentamenti nei consumi in tutti i paesi europei. Pertanto, è possibile immaginare che le politiche fiscali e monetarie continuino ad assicurare una generosa tutela degli apparati produttivi, soprattutto di quelli più resilienti. Come il settore sanitario, per esempio, che si è dimostrato più resistente di quelli del turismo, dei viaggi e della ristorazione, pur avendo registrato un crollo delle visite ospedaliere non urgenti.

Relativamente ai c.d. Megatrend, che individuano i settori giusti per allocare risorse finanziarie per il lungo o lunghissimo periodo, la parola d’ordine sembra essere, per tutti, “Innovazione”. Ciò che sta accadendo nel mondo, infatti, determinerà una disruption negli stessi modelli macro-economici  – in quelli micro-economici è già cominciata di brutto – che regolano l’Economia mondiale, richiedendo un livello di innovazione di prodotto che la Cina sembra cavalcare prepotentemente già da qualche anno e sul quale, in considerazione della rapida ripresa in atto, sembra correre quasi da sola.

Il difficile, semmai, è individuare le aziende che beneficeranno maggiormente di questo Megatrend, ma sembra pacifico affermare che quelle appartenenti ai settori sanitario, biotecnologico e iper-tecnologico (quest’ultimo applicato ai grandi problemi del Clima) consentano già di circoscrivere i possibili investimenti da valutare per gli asset di portafoglio di lungo periodo.