Giugno 7, 2026
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C’è troppo ottimismo sui vaccini. Mario Cribari: esiste il rischio di un Double Dip

I titoli governativi occidentali annaspano a causa del debito elevato, tassi bassissimi e bassa crescita economica. Consigliamo un approccio bilanciato tra settori difensivi/growth e settori ciclici/value.

“Le elezioni presidenziali americane e l’annuncio dei risultati di efficacia dei vaccini in corso di sperimentazione sono stati indubbiamente i due eventi più importanti dell’ultimo mese. I mercati hanno reagito in maniera estremamente positiva a entrambi, ma la sensazione è che si stiano portando troppo avanti con l’ottimismo. I contagi accelerano in maniera esponenziale e la seconda ondata si sta dimostrando molto più pesante della prima. Molti governi stanno intraprendendo la strada di nuovi lockdown, mentre il vaccino nella migliore delle ipotesi sarà un game changer solo a partire dal 2022”, sottolinea Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers

“Dal punto di vista strettamente economico, temiamo che non si sia ancora usciti dall’occhio del ciclone. Un double dip, e cioè una nuova ricaduta dopo il picco non è impossibile, anzi”.

Il risultato delle elezioni presidenziali sarebbe stato considerato un disastro ex-ante: la vittoria di Biden, l’uomo delle tasse, e un’elezione contestata. Ex-post, invece, è stato trasformato in uno dei rally più forti della storia. Evidentemente il mercato ha voluto guardare al bicchiere mezzo pieno, con la messa da parte di un personaggio imprevedibile come Trump e allo stesso tempo un congresso diviso, che implica nessuna nuova tassa e nessuna possibilità per la politica di fare troppi danni. In realtà, mai come adesso gli Usa avrebbero avuto invece bisogno di uno shock positivo. Detto ciò, poteva andare anche peggio, e gli Usa hanno ora l’ultima opportunità per frenare la loro discesa verso il baratro.

Biden, intanto, già dalle primissime ore si sta dimostrando un presidente più conciliante, costruttivo e non divisivo. Fino a gennaio, come minimo, vi sono però scarse possibilità di un nuovo fiscal stimulus, se mai ve ne sarà uno di una certa rilevanza. La politica monetaria ha fatto quello che doveva e si trova con poche cartucce rimaste. La fantasia dei banchieri centrali è infinita, ma l’efficacia marginale va riducendosi significativamente. Le aspettative sugli utili migliorano ma i prezzi sono saliti pure di più, provocando un rialzo importante delle valutazioni, soprattutto su alcuni mercati e settori.

Il rischio pandemico, intanto, non è ancora concluso. Per quanto sia totalmente ignorato dal mercato, i numeri sono drammatici e stanno tornando numerose restrizioni. È logico quindi immaginare un impatto economico negativo nel prossimo futuro. “Dopo aver criticato ferocemente Trump per la gestione della pandemia, ci meraviglieremmo se Biden usasse il medesimo approccio in caso di ulteriore aumento dei contagi in Usa, cosi come sta già effettivamente avvenendo”, sottolinea Cribari. “Temiamo che il peggio non sia finito, e che il periodo natalizio, che rappresenta per molti settori la gran parte del fatturato, possa risultare molto deludente. E anche se si decidesse di “salvare il Natale” il problema sarebbe solo rimandato, con gli interessi, al primo trimestre 2021”.

Oggi la vera novità non è il vaccino, ma l’introduzione di nuovi lockdown, che tutti ritenevamo scongiurati. Per costituire effettivamente un game changer, cioè per provare a raggiungere la cosiddetta immunità di gregge, dovremo aspettare non prima del 2022, nella migliore delle ipotesi. Questo per evidenti problemi logistici ed organizzativi a livello vaccinale. Non è detto, inoltre, che gran parte della popolazione accetti di farsi vaccinare. Il mercato già sconta, invece, il migliore degli scenari: un vaccino già approvato, sicuro, distribuito, accettato e inoculato. 

Ammettiamo che il mercato possa scegliere ancora di chiudere un occhio e guardare avanti, ma tale atto di fede ha un prezzo che agli attuali livelli di valutazione sembra come uno sparo nel buio. Il valore attuale del S&P500 sconta un multiplo di ben 21 volte gli utili 2021, in crescita del 25% rispetto al 2020 (supponendo che tutta sia finito già l’anno prossimo). Entrambi i numeri appaiono abbondanti, per lo meno a giustificare altre sorprese positive.

Mario Cribari

“In questo contesto, continuiamo a consigliare un portafoglio bilanciato tra titoli difensivi/growth, beneficiari di nuove situazioni di rischio, e ciclici/value, che invece rappresentano valore in un’ottica di 12 mesi. Per evitare di farsi male con i ciclici, nel caso in cui le nostre preoccupazioni di breve si realizzino, occorre selezionare titoli di elevata qualità dal punto di vista di bilancio, management e posizionamento di mercato”, sottolinea Cribari. “A livello settoriale, restano intatte le tendenze positive su difesa, sicurezza, tecnologia innovativa, cyber-sicurezza, robotica, fintech, farmaceutica, biotecnologia, nuovo consumo (asiatico ed occidentale), sostenibilità ambientale, settori favoriti da tassi bassi, alcuni settori ciclici, infrastrutture. Abbiamo anche recentemente investito su un basket di titoli nell’industria del 5G. Nel comparto obbligazionario restiamo invece pesantemente sotto ponderati, in particolare sui governativi occidentali, intrappolati tra debito elevato, tassi bassissimi e bassa crescita economica, come mostra il caso italiano”. 

Alberto Conca: stime sugli utili 2021 troppo prudenti, col vaccino impennata nella curva dei tassi Usa

Secondo Alberto Conca di Zest Asset Management, il rischio di nuovi lockdown mantiene inalterata la leadership dei titoli growth. La ricca disponibilità di cassa come quota del Pil di famiglie e imprese darà impulso alla ripresa economica e alla risalita dei tassi negli Usa.

 “Il risparmio disponibile da parte di aziende e famiglie, mai stato così alto, potrebbe fare in modo che le stime sugli utili per il 2021 siano troppo prudenti, in particolar modo se ci fosse l’approvazione di un vaccino in tempi brevi, cosa plausibile. La rimozione di tale incertezze potrebbe provocare un’impennata della curva dei tassi negli Stati Uniti. Le aspettative di inflazione e i tassi a 10 anni si sono scollati ultimamente, e si potrebbe assistere a un riallineamento nel caso di ripresa economica”. È l’analisi di Alberto Conca, responsabile degli investimenti di Zest Asset Management, società di gestione svizzera indipendente.

“Quest’anno le famiglie statunitensi hanno aumentato i loro risparmi di ben 300 miliardi di dollari dall’inizio della pandemia, grazie allo stimolo fiscale e al fatto che molti dei servizi non erano disponibili durante il lockdown come ristoranti, aerei, alberghi e altre spese discrezionali. Le aziende hanno tagliato i costi e gli investimenti e ora ci troviamo in una situazione senza precedenti”, sottolinea Conca. “Famiglie e imprese oggi hanno una disponibilità di cassa come quota del Pil che non è mai stata così alta. Questo darà ulteriore impulso alla ripresa economica successiva”.

Questo fattore, unito alla probabile approvazione imminente di un vaccino, porterebbe all’eliminazione delle incertezze di mercato, con una conseguente impennata della curva dei tassi Usa. In questa situazione, il mercato azionario dovrebbe comportarsi meglio di quello obbligazionario, in particolare quello governativo. Inoltre, il mercato dei corporate potrebbe far meglio di quello governativo poiché gli spread hanno ancora margini per restringersi in modo significativo. Gli investitori chiedono ancora un premio al rischio elevato rispetto ai titoli di stato a causa dei rischi sopra descritti. La misura del premio al rischio implicito sul mercato azionario (Erp) si attesta intorno al 4,8% per il mercato statunitense. In Europa è leggermente superiore, il che rende il mercato azionario più interessante a medio termine. Il mercato europeo ha un Erp implicito più elevato a causa della percentuale più bassa di settori ad alta crescita come tecnologia, consumi durevoli e health care e una percentuale più alta di settori cosiddetti value. Quei settori non solo sono cresciuti più velocemente negli ultimi cinque anni, ma anche con minore volatilità.

Alberto Conca

Dopo il forte calo dovuto al diffondersi della pandemia, i mercati azionari hanno smesso di seguire la traiettoria dei nuovi contagi giornalieri. L’imponente supporto monetario e fiscale messo in atto in tempi brevissimi ha aiutato, ma questa non è l’unica spiegazione della decorrelazione osservata. Gli investitori hanno trattato la pandemia come fosse un disastro naturale che ha causato enormi danni economici ma non è stato innescato da uno squilibrio finanziario, come avviene generalmente durante una recessione tradizionale.

L’output economico e la ripresa dell’occupazione sono stati sempre molto più rapidi dopo un disastro naturale rispetto a quello avvenuto dopo la grande recessione del 2008-2009. Durante una recessione indotta da squilibri finanziari, la disoccupazione continua ad aumentare per un periodo considerevole a causa del crescente numero di persone che diventano “disoccupati di lunga durata”, mentre in una recessione indotta da calamità naturali la disoccupazione aumenta solo temporaneamente e le tendenze economiche precedenti, passata l’emergenza,  riprendono rapidamente generando una rapida ripresa dell’occupazione.

“In un mondo in cui la crescita è frenata dalla pandemia, i titoli ad alta crescita sono l’unico porto sicuro”, conclude Conca. “L’approvazione di un vaccino potrebbe cambiare temporaneamente la leadership di mercato, ma le notizie dominanti sono per il rischio di un altro lockdown in Europa. Questo non farà altro che mantenere inalterata l’attuale leadership dei titoli growth”.

Mercati azionari, dagli USA segnali di incertezza. Il megatrend dell’Innovazione parla cinese

Opportunità di breve termine concentrate ancora sul mercato cinese, forte del suo vincente modello di difesa sanitaria e dell’Economia votata all’innovazione. Energia, tecnologia e sanità i settori azionari più promettenti per anticipare la ripresa economica del secondo semestre 2021. 

Comunque andrà a finire questa brutta storia del Covid-19, il ruolo della Cina rimane un caso di scuola: la prima ad esserne colpita, e la prima ad uscirne mantenendo in piedi il suo apparato produttivo ed economico, ed anzi elevandosi a mercato-chiave per gli investimenti finanziari dei prossimi 12 mesi.

Come abbia fatto, ormai, non è neanche un mistero, tranne per chi si ostina – anche tra le fila dei c.d. esperti mondiali – a negare l’evidenza: in Cina si è privilegiata la soluzione “strong” del problema sanitario, per un periodo di due mesi pieni, rinchiudendo i cittadini in casa e sanificando persino le condotte delle fognature; tutto ciò, relegando in secondo piano gli effetti della pandemia sull’economia, e condizionando la ripresa della produttività ad una serie di “restrizioni sostenibili” che, alla fine, hanno fatto la differenza rispetto alle altre economie mondiali e che ancora oggi vengono osservate rigidamente.

Infatti, il governo di Pechino ha sviluppato un sistema di controllo sociale capillare, tracciando e isolando i soggetti risultati positivi, ed eliminando sul nascere il 99,8% dei focolai su tutto il territorio.  Inoltre, le procedure di controllo per gli stranieri-lavoratori che rientrano nel Paese sono ancora piuttosto rigorose e tassative: viene effettuato un tampone prima di imbarcarsi, ed il passeggero è autorizzato a partire solo se l’esito è negativo. Peraltro, il risultato viene immediatamente comunicato alla sede diplomatica cinese del paese dove il cittadino straniero vive ed ha cittadinanza. Una volta tornato in Cina, gli viene effettuato un nuovo tampone all’ingresso, ed anche in caso di esito negativo egli dovrà trascorrere in quarantena 14 giorni presso uno degli alberghi designati dalle autorità, sottoponendosi al monitoraggio dei medici. Alla fine del periodo di quarantena, infine, viene effettuato un ultimo tampone, con obbligo di iscrizione ad una app sanitaria.

Con questa prassi, la Cina è riuscita ad intercettare circa 3.000 contagiati da Aprile ad oggi. Non deve sorprendere, pertanto, che essa sia ripartita immediatamente, ed oggi stia già raccogliendo i frutti della sua strategia. Infatti, nel mese di settembre le esportazioni e le importazioni cinesi hanno registrato livelli da record: importazioni su del 13,2%, e le esportazioni cresciute del 9,9%.

Al di fuori della Cina, il rischio maggiore per le dinamiche di mercato nel breve termine ederiva dall’incerto esito della tornata elettorale negli USA, perché alcuni settori potrebbero reagire in modo diverso a seconda di chi vince. Le grandi aziende tecnologiche, quelle della difesa e le società finanziarie potrebbero registrare performance migliori sotto Trump, mentre le energie rinnovabili e le infrastrutture potrebbero rivelarsi vincenti con Biden. In entrambi i casi, il percorso tracciato sugli investimenti ESG appare ormai senza freni, grazie anche alla pressione degli investitori verso le pratiche ESG ed alla conseguente accelerazione dei flussi azionari verso quella direzione.

In linea generale, pur escludendo i lockdown totali come quelli della scorsa primavera, i prossimi mesi potrebbero essere dominati da temporanee chiusure locali, con possibili rallentamenti nei consumi in tutti i paesi europei. Pertanto, è possibile immaginare che le politiche fiscali e monetarie continuino ad assicurare una generosa tutela degli apparati produttivi, soprattutto di quelli più resilienti. Come il settore sanitario, per esempio, che si è dimostrato più resistente di quelli del turismo, dei viaggi e della ristorazione, pur avendo registrato un crollo delle visite ospedaliere non urgenti.

Relativamente ai c.d. Megatrend, che individuano i settori giusti per allocare risorse finanziarie per il lungo o lunghissimo periodo, la parola d’ordine sembra essere, per tutti, “Innovazione”. Ciò che sta accadendo nel mondo, infatti, determinerà una disruption negli stessi modelli macro-economici  – in quelli micro-economici è già cominciata di brutto – che regolano l’Economia mondiale, richiedendo un livello di innovazione di prodotto che la Cina sembra cavalcare prepotentemente già da qualche anno e sul quale, in considerazione della rapida ripresa in atto, sembra correre quasi da sola.

Il difficile, semmai, è individuare le aziende che beneficeranno maggiormente di questo Megatrend, ma sembra pacifico affermare che quelle appartenenti ai settori sanitario, biotecnologico e iper-tecnologico (quest’ultimo applicato ai grandi problemi del Clima) consentano già di circoscrivere i possibili investimenti da valutare per gli asset di portafoglio di lungo periodo.

Andrea Scauri, Lemanik: scenario di tassi reali negativi. In Italia puntare su telecomunicazioni e utilities

Secondo Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik, la ripresa economica è ancora troppo debole ed è meglio essere prudenti sui settori bancario e dei consumi, mentre sono da preferire i settori più difensivi e quelli più esposti agli investimenti che saranno finanziati dai piani europei. Tra i titoli in portafoglio, Enel, Terna, Snam Rete Gas, Banca Intesa e Danieli.

Il Recovery Fund segna indubbiamente una svolta significativa per l’Europa e ha eliminato il tail-risk per l’Italia. Tuttavia, dato il forte rimbalzo dei mercati dai minimi di marzo e il fatto che la ripresa economica è ancora troppo debole, restiamo prudenti sui settori bancario e dei consumi, mentre continuiamo a preferire i settori più difensivi e quelli più esposti agli investimenti che saranno finanziati dai piani europei (utilities, telecomunicazioni, infrastrutture/cemento) ed esposti a tendenze strutturali come la trasformazione digitale”. È questa l’analisi di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.

I mercati azionari sono tornati a salire in agosto, con il Nasdaq e l’S&P500 che segnano nuovi record guidati dalla speranza che lo sviluppo di un vaccino Covid-19 possa essere dietro l’angolo, dalla progressiva ripresa post-lockdown dell’attività economica globale, e nonostante il recente aumento delle nuove infezioni in tutta Europa. Tuttavia, i principali driver di mercato restano le massicce iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali e le aspettative per l’adozione di politiche economiche e fiscali espansive da parte dei governi per sostenere le loro economie.

La volatilità dei mercati è rimasta quasi piatta, con l’indice di volatilità Vix a 24 punti, ben al di sotto del picco di marzo ma ancora al di sopra dei livelli pre-Covid. “Riteniamo che la volatilità continuerà a essere relativamente elevata nei prossimi mesi, a causa delle crescenti infezioni da Covid, della scarsa visibilità sull’evoluzione del quadro macroeconomico, oltre che degli sviluppi politici, come le elezioni Usa e le tensioni commerciali UsaCina“, spiega Scauri.

I tassi di interesse sono saliti leggermente sia negli Stati Uniti che nell’Ue, a causa delle crescenti aspettative di inflazione e una riduzione del volume degli acquisti della Bce in agosto. Il rendimento dei titoli di stato italiani a 10 anni è rimasto sostanzialmente stabile, continuando a beneficiare dell’accordo sul Recovery Fund, del sostegno della Bce e di un rendimento più interessante rispetto agli altri titoli di stato dell’Ue.

In Europa, il PMI composito, dopo tre aumenti mensili consecutivi, è sceso ed è rimasto al di sotto delle aspettative, indicando una perdita di slancio nel rimbalzo iniziale post-lockdown a forma di V. Questo calo è attribuibile principalmente ai servizi, mentre l’industria manifatturiera continua a godere degli effetti di un aumento della produzione e dell’acquisizione di ordini. Tuttavia, il fatto che l’indice principale ed entrambe le sue componenti siano ancora superiori a 50 suggerisce che l’attività è ancora in crescita, solo a un ritmo più lento rispetto a luglio.

Andrea Scauri (Lemanik)

Negli Stati Uniti, invece, il PMI ha continuato a crescere, raggiungendo il livello più alto degli ultimi 18 mesi con un miglioramento sia nel settore manifatturiero che in quello dei servizi. “In un contesto simile, restiamo largamente posizionati sul settore delle utilities e delle infrastrutture. Questo alla luce delle recenti indicazioni della Fed, con aspettative di accettazione di inflazione mediamente al 2% (e non puntuale al 2%, implicitamente accettando picchi sopra al 2%)”, sottolinea Scauri. “Assumendo un atteggiamento sempre accomodante da parte delle banche centrali, lo scenario che si prefigura è quello di tassi reali negativi, ossia lo scenario migliore per “dividend play” sostenibili, quali le utilities e i business infrastrutturali. Restiamo invece prudenti sul settore dei consumi e su quello bancario”.

“Per l’Italia a livello di singoli nomi”, conclude Scauri, “l’unica posizione significativa sui titoli finanziari è rappresentata da Banca Intesa, l’unica banca in grado di garantire rendimenti sia in termini di re-rating del titolo che di dividendo. La posizione sulle utilities si concentra su Enel, Terna e Snam Rete Gas. Tra i nomi small e mid-cap, abbiamo iniziato a costruire una posizione su Danieli, sulla scia delle aspettative di un’entrata ordini di materiale correlata alla sostituzione degli altiforni ad alta emissione nell’industria siderurgica”.

Maurizio Novelli: crescita della Cina e dollaro debole favoriscono gli emergenti

Il mercato corporate occidentale è giunto alla fine del bull market, mentre l’oro continuerà a salire. Senza un cambiamento nell’attuale modello di crescita Usa, nuove crisi economiche e instabilità sociali sono alle porte.

“Le banche centrali puntano a creare inflazione negli Usa, e si è iniziato a fare leva sul deprezzamento del dollaro. Questo avrà una serie di conseguenze, in particolare sugli emergenti, che negli ultimi anni sono stati penalizzati dalla forza del dollaro, ma che ora ne usciranno vincenti. L’oro intanto è una delle asset class a maggior potenziale e continuerà a salire fino a quando scenderà il dollaro e fino a quando non si inizierà a fare politiche anti inflazionistiche”. È l’analisi di Maurizio Novelli*, gestore del fondo Lemanik Global Strategy.

Sono prevalentemente due i motivi che spingeranno i flussi sugli asset emergenti: il primo è l’aggancio alla crescita della Cina e il parziale decoupling dalla domanda Usa, il secondo è il fenomeno del carry trade da dollaro (con tassi reali negativi) a credito emergente in valuta locale (con tassi reali positivi). Si preannuncia quindi un vero e proprio switch dal mercato corporate occidentale, giunto alla fine del bull market, a quello emergente

I mercati finanziari confermano il totale disinteresse per l’economia reale e si muovono ormai in un mondo virtuale, creato dagli interventi delle banche centrali e dalle aspettative di un forte recupero dell’economia. Gli Usa sono impegnati a discutere uno stimolo fiscale dopo l’altro nel tentativo di evitare la prossima ricaduta del Pil, ma sarà difficile impedirlo. La ripresa dell’economia è troppo compromessa da un tasso di disoccupazione a due cifre e i consumi, che esprimevano circa il 75% del Pil, sono in decisa contrazione. L’avvelenata miscela concomitante di alta disoccupazione, calo dei consumi e restrizione del credito al consumo disegna una traiettoria di crescita piuttosto complicata e decisamente esposta a ricadute. A questi problemi si aggiunge un contesto pre-elettorale e la riduzione dei sussidi alla disoccupazione recentemente approvati. Il settore più importante dell’economia Usa, i consumi interni finanziati dal debito, è in forte crisi e non sembra imminente alcun significativo recupero.

“Il credito al consumo dipende dall’occupazione e questa dipende dalla circolazione del credito nell’economia. Allo stato attuale né una cosa né l’altra sembrano alimentarsi e le imprese non sembrano così pronte ad aumentare investimenti e occupazione in un contesto di incertezza”, sottolinea Novelli. “Si delinea uno scenario decisamente pericoloso per la tenuta di un sistema capitalistico costruito ormai su un eccesso di debito non più rimborsabile se non è sostenuto da una forte crescita economica o se non verrà ridimensionato dall’inflazione“.

In concomitanza con l’avvento della pandemia, gli interventi di sostegno al sistema hanno procurato un’esplosione del debito corporate per salvare dal default migliaia di aziende e ora le aziende Usa sono più indebitate che mai. Il debito però non ha sostenuto investimenti, bensì è stato utilizzato per non fallire. A questo punto la traiettoria del debito può seguire tre scenari: rimanere su questi livelli; scendere; salire ulteriormente. Nei primi due casi l’economia sarebbe destinata a ricadere in recessione, poiché crescita del debito privato e crescita dell’economia sono strettamente correlate. Nel terzo caso, quello favorevole a una ripresa del ciclo di crescita, sarebbe opportuno chiedersi se da qui in avanti la leva finanziaria nel sistema può effettivamente salire ancora, visto che le prospettive dell’economia e dei consumi interni non appaiono così rosee.

La priorità di tutte le banche centrali del mondo sarà quella di creare inflazione con tutti i mezzi possibili, ma la politica monetaria non è uno strumento efficace per produrre inflazione. Un sistema oberato da un eccesso di debito vive in un contesto deflazionistico, soprattutto se il debito viene utilizzato per fare finanza ed erogare sussidi a chi non arriva a fine mese. Se utilizziamo il debito per la leva finanziaria otteniamo inflazione sugli asset finanziari ma non nell’economia reale e se utilizziamo il debito per erogare sussidi o per erogare credito al consumo, costruiamo una società senza futuro, dove i profitti di tale meccanismo vengono incassati da chi eroga il credito al consumo e da chi vende beni e prodotti, mentre chi sta alla base della piramide sociale, circa il 30% della popolazione americana, sopravvive con sussidi e indebitamento.

“Il modello capitalistico americano, basato su un eccesso di finanza e poca economia reale, è destinato a implodere se non cambia direzione”, sottolinea Novelli. “La profittabilità della corporate America è sostenuta da basso costo del lavoro, tax rate da “paradiso fiscale” e credito al consumo erogato a margini da usura per sostenere la domanda interna. Anche la recente ondata di innovazione tecnologica produce soppressione di posti di lavoro e comprime i salari reali. Tuttavia, i recenti provvedimenti fiscali e monetari negli Stati Uniti non fanno che confermare la strategia di perseguire a tutti i costi questo modello fallimentare di crescita che porterà inevitabilmente a una nuova crisi economica e a instabilità”.

Per tenere in piedi il bull market si sta distruggendo l’intero sistema capitalistico con la repressione finanziaria, che serve a canalizzare le risorse disponibili verso la borsa e non verso l’economia reale. A questo punto per fare inflazione bisogna fare debito per sostenere i redditi e gli investimenti e regolare il sistema finanziario, disincentivando i buy back e incentivando gli investimenti reali. Tutta la politica economica americana è prevalentemente orientata a sostenere il mercato azionario per difendere le rendite finanziarie di chi detiene il capitale. Questo è il motivo per il quale si accentua la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, il mercato azionario si disconnette dall’economia reale e si ricorre poi al credito al consumo per sostenere consumi insostenibili dai redditi reali che devono rimanere compressi per non compromettere il Return on Equity.  Il governo si è temporaneamente sostituito ai debitori insolventi ma il sostegno non può durare. Al momento il rischio deflazionistico è quindi ancora piuttosto elevato a causa delle insolvenze in corso nel sistema e creare inflazione nel breve termine sarà piuttosto complicato.

“Per creare inflazione si è iniziato a fare leva sul deprezzamento del dollaro, la cui debolezza è un fenomeno reflazionistico perché favorisce il credito internazionale (prevalentemente in dollari) e, per un paese che è un importatore netto come gli Stati Uniti, si importa inflazione“, conclude Novelli. “Il dollaro debole apre tutta una serie di riflessioni sulle asset class che finora sono vissute in un contesto di dollaro forte. I treasuries americani saranno comunque acquistati dalla Fed, che attuerà una strategia molto simile a quella della Boj. Il settore del credito sarà esposto al successo o al fallimento della strategia reflazionista, tuttavia nel breve termine più che il rischio tasso c’è il rischio solvibilità e comunque le prospettive di ampi guadagni su questi asset sono piuttosto limitate. Nel silenzio generale i tassi di insolvenza salgono a ritmi mai visti. Intanto gli emergenti, che negli ultimi anni sono stati penalizzati dalla forza del dollaro, ne usciranno vincenti. Infine, le borse di Europa e Giappone risultano vulnerabili al dollaro debole, così come il Russell (small cap Usa) che è dipendente dalla domanda interna americana”.

* Maurizio Novelli, Lemanik Asset Management, società lussemburghese per la gestione del risparmio con sedi a Lussemburgo, Dublino, Milano e Hong Kong.

Auto d’epoca, il mercato tiene ma scambi in calo. Aste spagnole e millennials sostengono i prezzi

Il mercato delle auto d’epoca ha retto bene alla prova del Coronavirus, mantenendo i valori espressi nei dieci anni precedenti nonostante un calo delle transazioni pari al 20%. I millennials, che ancora qualche anno fa sembravano disinteressati al settore, stanno diventando i principali investitori.

Il comparto delle auto d’epoca, trainato da un numero sempre più alto di appassionati, si era già affermato come una buona opzione di investimento dopo la crisi economica del 2008, e oggi conferma il livello di quotazioni, nonostante i mesi turbolenti del Coronavirus ed un calo sensibile – ma non vistoso – degli scambi.

E’ questa la sintesi dell’analisi di mercato effettuata da Patrimoni&Finanza riguardo al settore delle auto d’epoca, anche in base ai prezzi generati dalle ultime aste (soprattutto online) organizzate in Spagna e USA.

L’auto d’epoca si conferma come bene rifugio, al pari dell’Oro – quest’ultimo cresciuto a dismisura, e con un trend ancora in crescita – per molti investitori, e vede apparire in primo piano la nuova generazione di collezionisti, i millennials, che ancora qualche anno fa sembravano disinteressati al settore.

Facendo un raffronto tra i vari indici di investimento, l’indice HAGI – che misura l’evoluzione di questa tipologia di veicoli – è cresciuto del 4,11% nel 2020, mentre, ad esempio, l’indicatore di borsa Euro Stoxx 50 è sceso di oltre l’11%. Dal 2008, questo indicatore, secondo i dati di Historic Automobile Group, ha moltiplicato il suo valore per tre.

C’è da dire, però, che durante la pandemia il numero di transazioni è diminuito del 20%, ma il valore delle acquisizioni è leggermente cresciuto. In Spagna, nelle ultime settimane, sono passati di mano modelli molto esclusivi e di alto valore, a prescindere da focolai di contagio o delle aree geografiche più colpite dal virus. La casa d’aste online Catawiki, ad esempio, ha chiuso la più grande operazione della sua storia: una Ferrari 330 GT 2 + 2 del 1966, che ha lasciato un fortunato garage spagnolo per approdare in uno ancora più fortunato in Francia. Fuori dai nostri confini, l’asta di Silverstone (che quest’anno si tiene online) ha raggiunto livelli record, riuscendo a vendere il 76% delle auto, per un valore di oltre 20 milioni di euro. Protagonista assoluta una Lamborghini Miura SV del 1972, battuta per 2.130.000 euro.

Francisco Carrìon

“Le auto classiche sono un buon investimento, poiché mantengono il loro valore”, spiega Francisco Carrion, lo specialista di veicoli classici di Catawiki. “Sono un buon investimento durante una crisi, soprattutto se non sei sotto pressione per vendere e puoi aspettare il momento migliore”, ha aggiunto. Secondo Dietrich Hatlapa, fondatore di HAGI e autore di “Better Than Gold: Investing in Classic Cars“, il mercato “è strutturalmente illiquido, e questo può essere uno svantaggio se hai bisogno di vendere con una certa urgenza”, avverte.

Il Coronavirus, concordano entrambi, non ha paralizzato il mercato. Secondo Carrion “oggi c’è molta incertezza, ma dobbiamo precisare che subito dopo la crisi del 2008 il mercato delle auto d’epoca era salito alle stelle, e la maggior parte di loro ha continuato a valere il doppio o addirittura il triplo, e in alcuni casi sono salite a livelli stratosferici, dieci volte più di quanto valevano nel 2008. Ora questa crisi è appena iniziata e non sappiamo ancora cosa accadrà, ma ci sono molte vendite e molti acquisti. Investire in alcuni classici è paragonabile a investire in opere d’arte, ed infatti molti collezionisti di auto d’epoca sono anche ottimi investitori in arte”.

Difficile, comunque, replicare nel medio periodo i risultati degli ultimi 12 anni. In Spagna, lo scorso luglio, all’asta della collezione di Desguaces La Torre, è stata battuta la Ford 817T che Franco usò durante la Guerra Civile, e 46 dei 54 lotti sono stati venduti. “Gli obiettivi sono stati più che raggiunti, è stato venduto molto più del previsto e nel migliore dei casi superiore al valore atteso”, spiegano da IAG Auction, organizzatore dell’offerta.

Le auto più apprezzate rimangono quelle che possono essere guidate su strada senza problemi. “Ciò significa che sono in perfette condizioni, meccanicamente e in apparenza, e hanno la documentazione in ordine”, spiega Hatlapa. Nonostante l’offerta sia molto eterogenea, dalla Seat 600 alle Ferrari da trenta milioni di euro, quello che cambia poco a poco è il profilo dell’acquirente. “Cominciano anche ad esserci donne”, spiega Carrión, incoraggiate dalla visibilità sui social, soprattutto Instagram, “ma sono ancora poche”. Non esiste, tuttavia, un acquirente “tipo” di veicoli d’epoca, perché ci sono anche auto di ogni tipo e condizione, senza alcuno standard.

Il mercato spagnolo sembra essere quello con i maggiori margini, sebbene la gran parte degli appassionati di auto si comporta come “hobbysti di qualità”, e ama le famose auto spagnole degli anni ’60 e ’70 (Seat 600 e 850, Renault 8, 2CV etc). Però, come accaduto in Italia già da circa 10 anni, si fanno strada i collezionisti di “youngtimer”, Porsche o Mercedes degli anni ’80 o ’90 soprattutto.

I modelli di maggiore pregio messi all’asta negli ultimi 12 mesi sono stai quelli della Casa Reale. In particolare, due o tre Mercedes hanno avuto molto successo, le auto con base d’asta pari a 10.000 euro hanno raggiunto un prezzo di vendita di 40.000.

Negli USA, invece, grandi assenti le gare di eleganza a Pebble Beach, la cittadina californiana che ogni agosto diventa l’epicentro globale del lusso automobilistico. Ci saranno diverse aste online e Sotheby’s assicura che saranno le migliori della storia. L’ultima ha esibito ben 100 veicoli, tutti dal valore elevatissimo anche per Pebble Beach – dove fino ad oggi molte auto di prezzo medio si affiancavano a due o tre “pezzi pregiati” -, come una Ferrari 275 GTB / 4 Scaglietti del 1967 (valore tre milioni di euro, e una Bugatti Type 57C Ventoux del 1937 da 700.000 euro. L’auto di maggior valore è stata una Ferrari 550 GT1 Prodrive del 2001, battuta a circa 3.6 milioni di euro.

Relativamente all’età media dei collezionisti, quella dei millennials sta rapidamente diventando la fascia demografica in maggiore crescita tra le fasce più benestanti (giovani manager e dirigenti, ma non solo). Del resto, i più “vecchi” di loro hanno circa 40 anni, e adesso molti di loro hanno soldi da spendere, determinando una sorta di ricambio generazionale tra le schiere degli appassionati. Eppure, cinque anni fa non molti millennials erano interessati alle auto da collezione, mentre oggi hanno una particolare preferenza per le auto della fine degli anni ’60 e dei primi anni ’70, che rappresentano il 70% delle loro preferenze insieme alle “eterne” muscle car (sempre molto apprezzate) e ai camion d’epoca.

Bond o azioni, chi ha ragione? Mercati finanziari a due facce, una rivolta al passato e l’altra al futuro

I mercati appaiono divisi. Mentre il Nasdaq Composite svetta a +22.70% da inizio anno, i titoli governativi indicano una grave recessione. Il “risk free” non esiste più, si tratta solo di scegliere il tipo di rischio con il quale ci si sente più a proprio agio.

Di Andrea De Gaetano, Analista Finanziario indipendente  

I mercati appaiono divisi, come Giano Bifronte, la divinità romana con due volti: uno rivolto al passato, l’altro al futuro. Il Nasdaq Composite, che svetta a +22.70% da inizio anno, guarda al futuro, confortato dai risultati dei giganti tecnologici superiori alle attese, fiducioso nella prossima scoperta di un vaccino per il Coronavirus, galvanizzato dalle vendite on-line.  

I titoli governativi guardano al passato degli ultimi tre mesi e indicano una grave recessione, confermata dai dati catastrofici sui PIL mondiali, i peggiori dal dopoguerra. Di conseguenza, la disoccupazione esplode, mentre le trimestrali delle aziende della Old Economy presentano cali a doppia cifra sia di profitti che di utili.

Gli investitori, sostenuti dalle banche centrali e alla ricerca di porti sicuri, si sono arroccati nei bond governativi, con rendimenti collassati a 0.53% sul T-Note decennale USA e Bund tedeschi a -0.55%, ancora più bassi di un mese fa.

Il settore dei bond High Yield USA, in scia al recupero dell’azionario, ha registrato il miglior mese da ottobre 2011 (+4.78%), recuperando buona parte dei cali di marzo e aprile. I bond High Yield USA oggi rendono il 5.29% più dei Treasury: rendimenti calati, ma decisamente più alti dei livelli pre-Covid di febbraio, quando rendevano circa il 3.30% più dei Treasury, e questo significa che c’è ancora stress nelle aziende più indebitate del settore energetico USA.

I mercati azionari europei chiudono il mese di luglio sostanzialmente invariati rispetto al mese scorso, mentre i mercati USA chiudono il mese in rialzo, +4.71% l’indice S&P500, aiutati dal ribasso del dollaro, che ha perso quasi il 5% in luglio, il più forte calo mensile in un decennio. L’oro, invece, ha accelerato al rialzo, in direzione opposta ai rendimenti dei treasury bond.

Insieme alle notizie quotidiane relative all’aumento dei casi di Coronavirus negli Stati Uniti, arriva anche quella del PIL USA in calo del 32.9% su base annua nel secondo trimestre 2020, dopo un primo trimestre al passo del -5%. Peraltro, repubblicani e democratici faticano a trovare un accordo sul quinto pacchetto di stimoli all’economia, e su tutto svetta l’incertezza elettorale delle presidenziali di Novembre.

Il mercato del lavoro USA mostra un parziale recupero, con il tasso di disoccupazione sceso dal 14.7% di aprile all’11.1% di giugno e 7,3 milioni di nuovi posti di lavoro tra maggio e giugno, dopo una perdita di 20,5 milioni in aprile. Meglio del previsto, ma la situazione è terribile: in febbraio, pre-Covid, il tasso di disoccupazione era al 3.5%.

Jerome Powell, nella conferenza stampa della FED mercoledì 29 luglio, ha detto che il Covid ha creato uno shock disinflazionistico, cosa che giustifica una politica monetaria molto accomodante e i tassi d’interesse invariati a 0-0.25%.

L’inflazione USA in giugno 2020 si è attestata a 0.6%, zavorrata dalla componente energetica. Al netto di alimentari ed energia, l’inflazione USA è all’1.2%.

Il calo del PIL è stato molto severo anche in Europa. Eurostat stima un calo del PIL area euro del 12.1% nel secondo trimestre 2020, il peggior dato dal 1995, da quando vengono registrate le serie storiche Eurostat.

L’inflazione europea ha sorpreso al rialzo, in salita allo 0.4% in luglio dallo 0.3% di giugno e dallo 0.1% di maggio. Al netto di alimentari ed energia, l’inflazione europea è all’1.3%. Il mercato, spaventato dalla pandemia, si aspettava un crollo dei consumi che c’è stato, ma le misure di stimolo fiscale e monetario da parte di Governi e banche centrali in tutto il mondo hanno forte potenziale inflazionistico. L’oro è salito anche per questo.

Sul fronte della disoccupazione, quella europea è al 7.8% in giugno, dal 7.7% in maggio. In Europa, il driver dei mercati è stato l’accordo sul Recovery Fund. Il colpo d’ala dell’Europa, una volta tanto, ha creato euforia sull’euro, risalito nei confronti della principali valute, fino alla soglia di 1.20 con dollaro. Anche le borse europee hanno complessivamente recuperato, nonostante abbiano chiuso il mese di luglio sottotono.

Ricompattata l’Europa dall’emergenza Coronavirus, si sono accorciate le distanze tra i cosiddetti “Paesi frugali”, contrari all’accordo, (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia), ed il resto d’Europa. Ne è scaturito un accordo che prevede un fondo di 750 miliardi, di cui 360 miliardi di finanziamenti a fondo perduto e 390 di prestiti. La Commissione Europea reperirà fondi sui mercati, con emissioni di bond garantiti dal bilancio europeo.

Secondo la BCE (Bollettino Economico del 30 luglio), ci sono chiari segnali di ripresa nell’attività economica dell’area Euro, sebbene a livelli ancora inferiori a quelli pre-Covid.

In Cina, nel secondo trimestre, il PIL è salito del 3.2% rispetto all’anno scorso, recuperando dalla contrazione con la fine del lockdown e le misure di stimolo all’economia. La produzione industriale è cresciuta del 4.8% rispetto a un anno fa, espandendosi per il terzo mese consecutivo. Le vendite al dettaglio sono scese dell’1.8% sull’anno, molto peggio delle attese, dopo un calo del 2.8% in maggio.

Se confrontiamo i rendimenti di Titoli di Stato USA, Cina, Italia, quelli cinesi (massimo rating) rendono 20 volte di più dei Titoli di Stato USA sulla scadenza a 1 anno (2.23%), e quasi 6 volte tanto sulla scadenza decennale (2.96%). I BOT italiani a un anno hanno rendimento negativo (-0.2%), il BTP decennale 1.065%. Grandi capitali hanno iniziato a muoversi con l’inclusione della Cina nel paniere MSCI world e dello yuan nelle riserve monetarie mondiali.

Siamo all’inizio di una nuova era?

I mercati azionari cinesi che rappresentano la Cina continentale, CSI300 (+8.52% YTD) e Shanghai SE Composite (+14.61% YTD), hanno registrato le migliori performance al mondo da inizio anno, dopo Nasdaq 100 e Composite. In un contesto straordinario da pandemia, i mercati si stanno comportando in modo anomalo, mostrando divergenze estreme fra settori azionari: i big della tecnologia come Amazon su nuovi massimi storici, e i titoli industriali tradizionali (come linee aeree, energetici, banche) che quotano a valori dimezzati rispetto a inizio anno.

“Mind the gap!” ammonisce il Financial Times, notando la differenza di performance fra i migliori 5 titoli dell’S&P500 e il resto del mercato.

Altra divergenza estrema l’andamento fra S&P500 sui massimi e rendimenti Treasury sui minimi. In un’economia sana, in espansione, l’azionario sale e anche i tassi tendono a salire con la richiesta di credito e nuovi investimenti da parte di aziende e privati. Oggi sta accadendo il contrario: rendimenti bond sui minimi, borse in volata. Lo spread, però, tende a chiudersi nel tempo; pertanto, i rendimenti dei bond dovrebbero risalire e/o azionario scendere.

Da notare anche il forte gap di performance tra mercati azionari europei e mercati USA: l’indice S&P500, dopo una folle altalena, è a + 1.25% da inizio anno, mentre l’indice Eurostoxx 600 è in calo del 14.30% (l’italiano FTMIB è in calo del 18.78% nello stesso periodo). Ci si chiede, quindi, se questo gap di performance USAEuropa verrà chiuso grazie a un recupero dell’Europa o ad un calo di quello USA. La seconda ipotesi appare più probabile, ma mancano maggiori conferme.

Segui la pillola informativa di Andrea De Gaetano sui bond cinesi – LeFonti.tv

Generalmente, i mercati deboli tendono ad anticipare la discesa. Fu così anche nel 2007, quando il mercato italiano anticipò la discesa degli altri mercati di circa 6 mesi, con l’indice FTMIB che segnò i massimi a maggio 2007 e iniziò una discesa da cui non si è mai completamente ripreso, mentre l’indice S&P500 segnò i massimi in ottobre 2007. Pertanto, la corsa straordinaria dell’azionario globale iniziata a metà marzo suggerisce adesso una pausa di consolidamento, già verificata sui mercati azionari europei che hanno chiuso deboli il mese di luglio.

C’è da dire che l’azionario USA è più forte (+5.51% dal 30 giugno al 31 luglio) anche grazie all’indebolimento del dollaro. Infatti, per l’investitore europeo, al netto della svalutazione del dollaro, la performance dell’indice S&P500 dal 30 giugno al 31 luglio è +0.61%.

Anche BCE e FED si sono prese una pausa prima di decidere nuovi stimoli (si vedrà in settembre, il 10 la BCE e il 16 la FED). Passate le trimestrali e scontati nei prezzi gli ottimi risultati dei giganti tech USA, l’incertezza delle presidenziali USA riprenderà la scena, insieme alla nuova Guerra Fredda fra USA e Cina.

Nelle more, meglio fare attenzione all’indice VIX, noto come indice della paura: livelli superiori a 20 tendono ad associarsi a mercati più turbolenti (fu così tra 1998 e il 2003). In marzo 2020, il VIX ha superato quota 80, per tornare a quota 24.46 di venerdì 31 luglio. Nuova opportunità in vista di acquisto put sull’indice S&P500? Non dovrebbe mancare molto, dal momento che si prevedono stime molto negative per gli utili aziendali USA per la seconda metà del 2020.

andreadegaetano@outlook.com

In definitiva, a partire dagli anni 2000 prendere un aereo è diventato più economico ma più impegnativo, prima con la paura del terrorismo, oggi del Coronavirus. Allo stesso modo, prendere posizione sui mercati è diventato più complesso: grandi opportunità, grazie all’accessibilità ai mercati in tutto il mondo, e costi di negoziazione scesi con il progresso tecnologico; ma l’asticella del rischio/rendimento si è spostata verso l’alto, costringendo gli investitori ad assumere più rischi per guadagnare. Soprattutto gli investitori europei, che devono fare i conti con titoli di stato a rendimenti sotto zero.

Il “risk free” non esiste più. Si tratta solo di scegliere il tipo di rischio con il quale ci si sente più a proprio agio.

Finanza e industria delle armi, ovvero la “grande fuffa” degli investimenti etici. 10 titoli azionari da evitare

Risolvere il rebus se siano nate prima le armi e poi le guerre, o viceversa, è perfettamente inutile: si tratta delle facce di una stessa moneta, e non ci sarà soluzione finchè nessuno si farà carico di decisioni coraggiose e molto costose in termini di risorse finanziarie mondiali.

Di Massimo Bonaventura

In un mercato finanziario così proteso, soprattutto a livello di marketing, verso la diffusione degli investimenti c.d. sostenibili, suona strano come quasi nessuno persegua con uguale determinazione l’obiettivo della graduale conversione dell’industria degli armamenti in produzioni pacifiche.

I sostenitori più accaniti dell’Eco-Sostenibilità, infatti, pare si fermino alle energie rinnovabili, ai cambiamenti climatici, alla fame nel mondo, e più recentemente – per i noti motivi – alla salute ed ai sistemi sanitari. Nobilissimi temi – per carità – ma di fronte a quello della produzione di armi (ed il Coronavirus potrebbe tranquillamente essere una di queste, almeno fino a quando il velo di omertà sulle sue origini non verrà a cessare), tutto tace, salvo qualche rara dichiarazione di principio sul disarmo nucleare.

Peccato che, nel mondo, si muore soltanto di armi c.d. convenzionali, avendo fortunatamente relegato le testate nucleari, dopo Hiroshima, al ruolo di deterrente strategico “onorario” nelle due guerre fredde che si combattono dal secondo Dopoguerra: USA vs URSS fino a Gorbaciov, USA (sempre loro) vs Cina al giorno d’oggi.     

Nel frattempo, mentre all’ONU si continua a perdere tempo ed a creare fulgide carriere politiche, gli Stati Uniti consolidano la loro leadership mondiale di esportatori di armi, raddoppiando la distanza con la Russia, che oggi risale al secondo posto per via delle richieste provenienti dai clienti del Medio Oriente. L’Italia, nel 2019, è nella top 10, al nono posto, ma con quote di mercato in calo.

Fece notizia, nel 2017, il comunicato con cui Kalashnikov, l’azienda russa che produce il famigerato fucile d’assalto AK-47, dichiarava di voler aumentare il personale del 30% (da 5.500 a 7.200 unità) per riuscire ad evadere gli ordini in tempi più ragionevoli, adeguandosi così ad una domanda sempre più crescente.

Studi recenti (SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute) hanno messo a confronto il mercato delle armi nel quinquennio 2014-2018 con quanto avvenuto in quelli precedenti, registrando un aumento del volume di vendita al di fuori dei confini nazionali dei produttori, nel periodo 2006-2018, del 23%.

Chi sono i maggiori venditori? Usa e Russia – come dicevamo- ma anche Francia, Germania e Cina. Tutti questi, da soli, valgono tre quarti del mercato. E i clienti più affezionati? I paesi del Medio oriente, che sono cresciuti dell’87 per cento in 10 anni, con la sola Arabia Saudita che ha aumentato del 192% i propri ordini.

Gli Stati Uniti hanno una quota di mercato del 36% (dal 30% del precedente quinquiennio), mentre la Russia è scesa al 21%, contro il 27% del quinquennio antecedente. Ciò spiegherebbe la rabbiosa reazione di Trump contro la Turchia nel 2018, colpevole di voler acquistare aerei da guerra proprio dalla Russia.

Da segnalare anche lo stop alla crescita delle vendite dalla Cina, che dopo il +195% del realizzato tra il 2004 ed il  2013, nell’ultimo periodo (2014-2018) ha visto crescere i suoi affari solo del 2,7%.

Tra i migliori acquirenti, si segnala il terzo posto dell’Egitto, foraggiato anche dalle industrie di armi italiane (nonostante la vicenda di Tullio Regeni sia ancora lontana dall’essersi conclusa), ma soprattutto da quelle russe, francesi e tedesche.

Venendo all’Italia, essa contribuisce al primato europeo che quota un buon 27% del mercato mondiale. A sostenere l’export di armi italiane sono la Turchia (15%), l’Algeria (9%)e Israele (7%). Ma ciò che traina il mercato italiano, in questo periodo, sono le le guerre che hanno devastato la Siria e Yemen, dove il nostro export è cresciuto del 75%. Infatti, le guerre sono necessarie per sostenere la produzione mondiale di armi, la quale, senza conflitti, prima o poi si fermerebbe all’aggiornamento periodico dei mezzi di difesa interni.

In pratica, niente business.

Pertanto, risolvere il rebus se siano nate prima le armi e poi le guerre, o viceversa, è perfettamente inutile: si tratta delle facce di una stessa moneta, e non ci sarà soluzione finchè nessuno si farà carico di decisioni coraggiose e molto costose in termini di risorse finanziarie. Infatti, riconvertire l’industria mondiale delle armi sarebbe, per gli azionisti, una disfatta economica che getterebbe sul lastrico milioni di addetti. Senza contare i profitti che verrebbero a mancare ai grandi azionisti. Ed è chiaro che tutto questo, senza un intervento delle finanze pubbliche (o mondiali, si pensi al FMI) a compensazione delle perdite e in aiuto ai posti di lavoro, non potrebbe mai accadere così su due piedi.

Cosa può fare il mondo della Finanza per sensibilizzare gli investitori contro le industrie delle armi?

Poco o niente, almeno fino a quando si continuerà a “giocare” con l’attuale modo di intendere l’Eco-Sostenibilità ed il concetto di investimento etico nella produzione di strumenti finanziari. Non esiste, infatti, alcuna campagna mediatica, da parte delle grandi banche di investimento, contro i titoli delle aziende produttrici di armi, che spesso sono liberamente quotate in borsa ed inserite in centinaia di portafogli di fondi e sicav.

Del resto, consentono laute performance, visti gli utili che ottengono anno dopo anno, ed i gestori a cui piace vincere facile ci si buttano a capofitto.

Nessuno, poi, ha mai proposto fino ad ora di utilizzare uno strumento molto persuasivo, in termini di regolamenti di mercato azionario e obbligazionario, e cioè quello di vietare alle aziende produttrici di armi (anche in modo parziale, rispetto alle produzioni diversificate di altri rami d’azienda del gruppo) la quotazione in borsa e la quotazione delle proprie obbligazioni sul mercato. Per quelle già quotate, le si dovrebbe costringere ad un delisting forzato.

Per avere una idea degli sforzi che occorrerebbe fare per eliminare dalla faccia della Terra le industrie delle armi, è sufficiente misurare il mercato. Infatti, i cento maggiori contractor mondiali hanno realizzato nel 2019 ricavi legati alla vendita di armi e servizi militari per 480 miliardi di dollari, con i primi dieci che pesano per più della metà del totale (240 miliardi). Ecco chi sono, e qual è il peso del settore armamenti sul totale dei ricavi.

1) Lockheed Martin. Il colosso USA (aerei, elettronica, missili, spazio) capitalizza circa 45,2 miliardi di dollari. Secondo i dati del SIPRI, le vendite di armi nel 2011 sono state 36,3 miliardi dollari su di un totale di 46,5 miliardi (78%).

2) Boeing. Il titolo capitalizza sul listino USA 79,6 miliardi di dollari, e le vendite di armi rappresentano quasi il 50% del totale.

3) BAE Systems. E’ la più grande azienda non statunitense del settore (aerei, artiglieria, elettronica, veicoli militari, missili, munizioni, navi). Sul mercato USA ha un valore di 27,5 miliardi di dollari e le vendite di armi sono state pari al 95% del fatturato totale.

4) General Dynamic. Il gruppo diversificato in vari business (artiglieria, elettronica, veicoli militari, armi/munizioni, navi) capitalizza 34,5 miliardi di dollari. Le vendite di armi sono state pari al 75% del fatturato complessivo.

5) Raytheon. Specializzato nella fabbricazione di missili, il gruppo con sede a Waltham, nel Massachusetts, capitalizza a Wall Street  28 miliardi di dollari, e le vendite di armi nel 2011 sono il 90% del totale.

6) Northrop Grumman. Il gruppo (aerei, elettronica, missili, navi, spazio) che produce i droni Global Hawk, capitalizza 21,8 miliardi di dollari e le vendite di armi sono pari all’81% dei ricavi totali.

7) Eads. Il gigante. che opera in vari settori (areo, elettronica, missili, lo spazio) e fabbrica anche l’Airbus, capitalizza 46,6 miliardi di dollari e le vendite di armi sono state il 24% del totale dei ricavi.

8) Finmeccanica. Il gruppo italiano travolto dallo scandalo delle tangenti, vende armi per il 60% del fatturato totale.

9) L-3 Communications. Circa l’83% dei ricavi della società specializzata nell’elettronica proviene dalle vendite di armi.

10) United Technologies. Il gigante USA (più di 100 miliardi di capitalizzazione) fabbrica una vasta gamma di armi, ed in particolare elicotteri militari (tra cui il Black Hawk) per l’esercito americano e il Seahawk per la US Navy. Le vendite di armi sono pari a circa il 20% dei ricavi complessivi.

In attesa che gli organismi mondiali trovino la forza per uscire dalle ipocrite politiche di marketing sugli strumenti finanziari “ecosostenibili” ed “etici” – che distraggono l’attenzione dell’opinione pubblica dai veri problemi – le società di gestione del mondo dovrebbero iniziare a non comprare più questi titoli, e le Istituzioni del mercato dovrebbero pretendere che a nessuna banca di investimenti venisse più consentito di detenere i titoli azionari e le obbligazioni delle aziende produttrici di armi negli strumenti di risparmio gestito, né di poterle negoziare a mercato.

Fino ad allora, senza simili politiche realmente coercitive, il c.d. Risparmio Etico sarà solo “fuffa” per clientela retail poco evoluta, oppure – se vogliamo – il risultato della grande ipocrisia con cui l’industria del Risparmio cerca di creare nuovi argomenti per consolidare il business.

Il Coronavirus cambia i trend del mercato azionario USA. Dalla cannabis alla Health Defence

La combinazione tra effetti del Covid19 e invecchiamento della popolazione rischia di diventare una “tempesta perfetta” in tutti i paesi avanzati in cui si ritrovano queste caratteristiche demografiche. La pandemia ha reso familiari i nuovi sistemi di difesa della salute da poter utilizzare comodamente anche a casa propria.

Negli Stati Uniti, la pandemia di Covid19 ha finito con il creare un equilibrio surreale tra paura del contagio e paura di perdere il benessere economico, unico vero faro che guida la vita degli americani in moltissime dinamiche sociali. Infatti, mentre i nuovi casi di Coronavirus continuano a salire al ritmo anche di 50.000 al giorno, il business non si è mai fermato davvero nel mondo. In USA, in particolare, tutto ciò ha finito con il plasmare negativamente il comportamento dei cittadini anche per l’atteggiamento bonario delle istituzioni verso una “nuova normalità” fatta di continuità produttiva all’interno di un contesto in cui l’incolumità non è assicurata.

E così, dopo un record di numeri di infezione, ora gli Stati Uniti contano 2,9 milioni di casi confermati, ed i centri per il controllo e la prevenzione delle malattie stimano che in realtà potrebbero esserci quasi 30 milioni di casi. I funzionari statali stanno ora rispondendo all’aumento delle infezioni, arrestando o invertendo i piani di riapertura delle attività. Il governatore della Carolina del Nord, per esempio, ha reso obbligatoria la mascherina anche in pubblico, mentre la Florida sta nuovamente chiudendo i suoi bar per cercare di rallentare la diffusione del contagio.

Anche le aziende stanno rispondendo. Apple (NASDAQ: AAPL) continua a chiudere le sue sedi di vendita al dettaglio negli stati più colpiti; Disney (NYSE: DIS) ha sospeso i suoi piani per riaprire la Disneyland della California, e Delta Air Lines (NYSE: DAL) ha finalmente introdotto l’obbligo della mascherina a bordo, pena l’espulsione dal volo.

Steve Goldstein

Con un vaccino ancora molto lontano dall’essere commercializzato, chi desidera la continuazione del “toro” di borsa interrotto bruscamente a fine Febbraio dovrà affrontare molte sfide per riportare il calendario indietro di quattro mesi. Secondo Steve Goldstein (MarketWatch), tutti sono “diventati” epidemiologi grazie al “romanzo Coronavirus”. E così gli analisti di Wall Street stanno modellando a piacimento i numeri delle infezioni, spesso improvvisando previsioni sull’impatto che la pandemia avrà sull’economia e sulle famiglie, mentre gli americani stanno ancora lottando per bilanciare i protocolli di distanziamento sociale con una certa brama di vita “normale”.

Christopher Woods

In ogni caso, l’aumento dei contagiati ha riportato la paura sul mercato. Gli analisti sono tornati a lavorare da casa, mentre le teorie più differenti continuano a diffondersi da un giorno all’altro. Secondo Christopher Wood, responsabile delle strategie azionarie globali di Jefferies, il picco nei casi è forse un segno che il virus sta perdendo forza. Le sue prove? Il virus si sta diffondendo al di fuori delle città affollate, sta iniziando a colpire principalmente i giovani e il tasso di mortalità sembra diminuire, come è successo con il virus SARS. Wood sostiene che una seconda ondata d’urto sui contagi (e sul mercato azionario) non sia affatto probabile, perché i funzionari del governo USA lavoreranno insieme alle aziende per prevenire ulteriori blocchi a livello nazionale e mantenere così l’economia in funzione anche durante l’estate, e cioè nel periodo tradizionalmente più esposto a fasi di elevata volatilità dei mercati.

In frangenti come questo, il mercato azionario deve necessariamente individuare nuovi spunti. A parte il segmento tecnologico, trainato fortemente dalle fasi di lockdown, gli analisti sono adesso alla ricerca di soluzioni anche “esotiche” nel proprio genere, pur di assicurarsi un margine. I titoli azionari delle aziende che lavorano la Cannabis, per esempio, sono passati dal volare in alto a schiantarsi al suolo, anche perché gli investitori non erano più disposti a sostenere gli stock di marijuana quando l’economia ha iniziato a soffrire. Sfortunatamente, questo ha significato che anche alcuni dei nomi più forti nel mondo della cannabis sono stati decimati, anche perché il processo di legalizzazione degli Stati Uniti rimane ancora a metà del guado e i coltivatori legali lottano duramente con quelli del mercato illegale. In aiuto della produzione, alcuni scienziati hanno diffuso diversi studi secondo i quali la cannabis – o almeno alcune proteine ​​ricche di CBD – possano aiutare a curare il Covid-19, ma non esistono riscontri autorevoli in tal senso. In più, il calo della spesa dei consumatori e l’aumento della disoccupazione stanno danneggiando parecchio il settore, ma c’è ancora speranza, almeno per le aziende più forti, le quali hanno già iniziato a rimbalzare verso l’alto dopo che gli investitori avevano superato le loro reazioni eccessivamente emotive del mese di Marzo.

Sulla scorta di questa tendenza, diversi analisti (InvestorPlace, per esempio) stanno raccomandando l’investimento in alcune società attive nel comparto della Cannabis che si ritiene possano trarre maggiori benefici dal contesto attuale e futuro, nonostante il Covid.

Per tutto il resto, il Coronavirus sta causando il caos sull’intera economia, ma è sicuro che, nel comportamento dei consumatori, l’abitudine alla ricerca su Internet e ai social media sopravvivranno alla pandemia. Pertanto, questa realtà finirà con il creare un forte catalizzatore non solo per le Big Companies, ma anche per le aziende tecnologiche catalogabili oggi tra le “micro” e le “small cap”, ossia tra quelle a bassa capitalizzazione. Le Small cap, in particolare, sono attività più cicliche e meno diversificate, e quindi vanno bene quando il ciclo economico si riprende. Tra le più promettenti, i migliori analisti consigliano BWX Technologies (NYSE: BWXT), eHealth (NASDAQ: EHTH), TreeHouse Foods (NYSE: THS) e United Therapeutics (NASDAQ: UTHR).

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Per quanto riguarda il segmento dell’assistenza sanitaria, la sua “consumerizzazione” pare determinerà le migliori opportunità di investimento del settore. Ma cosa significa esattamente “consumerizzare” l’assistenza sanitaria? Secondo UBS, sulla scia del nuovo Coronavirus, le persone hanno iniziato a rivendicare un maggiore controllo sulla propria salute attraverso la ricerca e la difesa, anche presso la propria abitazione. La pandemia ha reso familiare a tutti la mascherina N95, i dispositivi di protezione individuale, i ventilatori e ogni sorta di nuovi sistemi di difesa della salute da poter utilizzare comodamente a casa propria.

La combinazione tra effetti del Covid19 e invecchiamento della popolazione – come è accaduto nel Nord Italia – rischia di diventare una “tempesta perfetta” in tutti i paesi “avanzati” in cui si ritrovano queste caratteristiche demografiche. La conseguenza è che le generazioni di consumatori più giovani vorranno possedere, ovunque si trovino, dei sistemi personali di difesa della salute (HHD, Home Health Defence), e questo profondo cambiamento nello stile di vita aprirà un mercato stimato in almeno 600 miliardi di USD nel solo continente americano.

Borse mondiali appese alle sorti del vaccino, Cina al centro dei portafogli di investimento

Lo scontro tra Cina e USA ha un non so che di grottesco. Dalla prima, infatti, è partita la pandemia, e gli USA sono la nazione con il maggior numero di contagi e di morti. Eppure le rispettive borse stanno andando meglio di tutte le altre.

A livello mondiale, la pandemia non accenna ad invertire la curva verso il basso, e se in Europa la situazione sta migliorando (al netto del Regno Unito, dove il picco del contagio sembra appena raggiunto), negli Stati Uniti e nell’America del Sud – Brasile, soprattutto – il Covid19 sembra inarrestabile. Nel frattempo, i dati provenienti dal continente africano sembrano incoraggianti, ma in realtà in quei paesi non esistono statistiche affidabili per via del sistema sanitario molto carente.

Pertanto, la crescita di nuovi casi, in tutti i paesi occidentali, è sotto il 2%, ed in Eurozona sotto l’1%. Questo dovrebbe essere un trend sufficiente a restituire una certa serenità, ma dobbiamo scontare i risultati di alcuni studi, secondo i quali gli individui positivi al Covid19 sono dai 5 a 10 volte quelli ufficiali, e la rimozione dei blocchi alla produzione industriale e alla distribuzione potrebbe portare un nuovo incremento dei contagi che, sicuramente, non avrà le caratteristiche della c.d. fase 1, ma sembra ineluttabile.

Le borse occidentali, pertanto, non ne beneficeranno, e saranno perennemente “appese” alle notizie sul vaccino, rimanendo molto volatili. Ad esempio, sono bastate le perplessità relative ai progressi verso il vaccino di Moderna per buttare giù l’S&P 500, lo scorso 20 Maggio, di circa un punto in pochi minuti. Si è trattato di un movimento perfettamente  proporzionato a quello accaduto una settimana prima, con lo S&P in grande spolvero sulla scia delle notizie positive relative al vaccino del Covid19, su cui si stanno impegnando aziende del calibro di Sanofi, Pfizer e Astrazeneca.

Anche in Cina diverse aziende sono impegnate in sperimentazioni sugli esseri umani – CanSino Biologics ha comunicato di aver iniziato la c.d fase 2 già ad Aprile. Proprio sulla Cina, con la sua capacità di ripresa della produttività nazionale dopo un “lockdown assoluto” – in verità solo di alcune aree, in particolare quella di Whuan – durato meno di due mesi, si stanno concentrando le attenzioni delle case di investimento di tutto il mondo, nonostante pochi giorni fa, con un timing quanto meno infelice, la stessa Cina abbia annunciato l’intenzione di introdurre una legge sulla «sicurezza nazionale» nel territorio semi-autonomo di Hong Kong, facendo temere nuove tensioni e determinando un crollo della borsa locale del 5.6% in una sola giornata.

Al di là di questa questione, però, alcuni elementi di fondo fanno comprendere il perché di questa preferenza verso il mercato azionario cinese, in cui la migliore performance dovuta all’uscita anticipata, rispetto ai paesi occidentali, dalla situazione di lockdown non è quella principale. Infatti, c’è un dato che sorprende, ed è quello relativo al peso della Cina sul PIL mondiale, passato dal 7,2% del 2008 al 15,8% di oggi (più che raddoppiato). A fronte di questa accelerazione così rilevante, però, la presenza delle aziende cinesi negli indici azionari mondiali non ha avuto la medesima velocità di penetrazione, ed esiste quindi un buon margine di crescita; da qui l’interesse delle società di gestione, che vedono uno scenario dove, tra i due attuali contendenti della leadership commerciale nel mondo, USA e Cina, potrebbe prevalere proprio la seconda.

Certo che, a ben vedere, tutto ciò ha un non so che di grottesco. Dalla Cina, infatti, è partita la pandemia e gli USA sono la nazione con il maggior numero di contagi e di morti; eppure le rispettive borse stanno andando meglio di tutte le altre. La circostanza si potrebbe spiegare con il fatto che in Cina l’economia è ripartita prima degli altri ed il contagio è praticamente sparito, mentre gli Stati Uniti hanno messo in campo misure straordinarie talmente imponenti da “imporre” l’ottimismo a Wall Street.  Però, mentre nel caso della Cina si sta andando avanti verso una ripresa strutturale del mercato finanziario, basata sulla produzione industriale e sull’export (ma anche sui consumi interni), negli USA la borsa appare come “drogata” da misure monetarie e fiscali senza precedenti nella storia, alle quali dovranno necessariamente seguire, pena il sorpasso definitivo da parte dei cinesi, i relativi progressi nell’economia reale.

La scommessa è ancora in corso ma, a giudicare dagli altalenanti umori di Trump, la Cina fa proprio paura.