Giugno 6, 2026
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L’UE futura colonia di USA, Cina e Russia? Senza una NEP (Nuova Politica Economica) è inevitabile

“Bisogna capire che tipo di modello di società si vorrà realizzare una volta passata la bufera del Covid19: ancora capitalismo di ultima generazione, oppure una  transizione obbligata verso una  società di tipo socialista o di vera democrazia partecipata?”

Di Manlio Marucci*

Saremo condannati a non far altro che sanare piaghe”. Così si espresse  Lenin al congresso del PC nel marzo del 1921, dopo che l’armata rossa, con tremenda ferocia,  soppresse  l’ammutinamento dei marinai e della guarnigione dei socialisti rivoluzionari di Kronstadt . Una triste storia, che diede vita poi a quel processo  di riforme obbligate che va sotto il nome di NEP (Nuova Politica Economica), con il ritorno al sistema  capitalistico e al libero commercio.  Una pagina amara che forse è utile ricordare per la sua similitudine con questa fase storica e socio-politica che sta attraversando l’Europa.

In  questa attuale fase di transizione, le trasformazioni  del  processo di sviluppo sono dominate variabili biologiche (e forse chimiche), i rapporti di scambio a livello mondiale sono condizionati  da un sistema finanziario governato dalla speculazione selvaggia e le politiche economiche dei vari Stati sono orientate su come mantenere posizioni di potere e di privilegio. In un sistema così, nasce l’esigenza di comprendere che tipo di modello di società si vorrà realizzare una volta passata la bufera del Covid19: ancora capitalismo di ultima generazione, o transizione obbligata verso una  società di tipo socialista o di vera democrazia partecipata ?

John Adam (1735-1826) così definiva l’idea futura di società:  “Ci sono due modi per conquistare e rendere schiava una nazione. Uno è tramite la spada. L’altro è tramite il debito”. Una locuzione quanto mai efficace nell’attuale contesto, soprattutto per  il nostro paese.  E se il debito fosse un falso problema? Per comprendere bene il fenomeno, e soprattutto il modo in cui il debito influenza  i vari aspetti  della società, bisogna risalire alla istituzione del sistema monetario, alla formazione del denaro e alle politiche che lo governano. In proposito ci aiutano alcuni dati. In un mondo in cui l’1% della popolazione possiede il 40% della ricchezza planetaria, 34.000 bambini muoiono ogni giorno di povertà e di malattie e il 50% della popolazione mondiale vive con meno di 2 dollari al giorno, ci vuol poco a capire che c’è qualcosa di veramente sbagliato in un siffatto sistema economico. Già nel lontano 1913, nel documento intitolato “Modern Money Mechanies” (La Tecnica Moderna della Moneta), si descriveva minuziosamente la procedura ufficiale per creare moneta (c.d. sistema a riserva frazionaria), mediante la quale la FED acquistava già allora i titoli del Tesoro attraverso miliardi di banconote della Federal Reserve create dal nulla (semplicemente stampate) e depositate su un conto corrente, trasformandole così in “moneta a corso legale”.

Oggi questa transazione moneta-titoli avviene elettronicamente, senza l’utilizzo di carta moneta, e solo il 3% della massa monetaria esiste in valuta fisica. L’altro 97% vive essenzialmente solo nei computer. Il problema è che quando la FED acquista questi titoli con moneta che ha creato essenzialmente dal nulla, il Governo in realtà sta promettendo di restituire quei soldi alla FED. Lo stesso sistema è stato adottato poi da tutti i Paesi , compresa la BCE; in questo senso, quindi,  Il denaro  viene creato dal debito, il quale diventa, per la collettività che lo deve utilizzare, una forma di schiavitù della società moderna, indipendentemente dal regime politico e di governo (cit. a ZEITGEIST:  https://youtu.be/H_oMPNYP9EM).

In questo momento di grave emergenza planetaria, sull’argomento si è aperto un vivace dibattito che sta coinvolgendo scuole di pensiero  di diversi orientamenti: economisti, banchieri, sociologici, politologi, governanti, scienziati, intellettuali di grido, giornalisti ed accademici; ma anche tecnici ed esperti  di comunicazione e  persino  la Chiesa. Ognuno di questi cerca di far prevalere la propria tesi, in ciò impedendo il perseguimento di una linea unitaria che consenta il superamento della pandemia ed il ritorno alla normalità. Tra gli interventi più significativi vale la pena ricordare quello di  Mario Draghi“…..Se è vero che nel tempo presente e futuro i debiti pubblici devono salire in tutto il mondo senza limiti, è però anche vero che, a fronte di questo processo incrementale, limiti possono pur sempre essere drammatici per l’Italia..” – oppure quello di Giulio Tremonti  – “……Al posto del Global Order si sta formando un Global Disorder, e la cassetta degli attrezzi è vuota…”). Degne di nota anche la proposta di Assonime  – “…..creare un nuovo soggetto, nella forma di un fondo di investimento a capitale prevalentemente pubblico, che possa supportare le imprese italiane nella difficile fase di ripresa dell’economia dalla crisi del Covid-19 attraverso nuove iniezioni di capitale e di liquidità, trasformabili in capitale a determinate condizioni…”, quella del Copasir  sul rischio derivati – “….Il Governo ha finito le cartucce a disposizione, ma il sistema creditizio va protetto dalla speculazione, altrimenti va in default tutta la baracca” – e quella di Paolo Savona – “…poggiare il peso interamente sull’indebitamento nelle sue varie forme aggrava il problema storico della leva finanziaria squilibrata della nostra economia, che viene considerato un freno a un maggiore saggio di investimento produttivo”. Non meno importante la tesi dell’AD di Banca Intesa Carlo Messina  – “….Le aziende hanno bisogno di finanziamenti a fondo perduto. Non bastano aiuti che aumentano i debiti, che vanno restituiti. Non è accettabile pensare di fare affidamento solo alle soluzioni in discussione sui tavoli europei”.

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In tutto questo fermento di idee, mi preme segnalare anche una proposta avanzata dall’associazione Moneta Positiva, che si è fatta promotrice di un comitato per un “Piano di Salvezza Nazionale” che si può leggere nella sua interezza al link https://pianodisalvezzanazionale.it/

Mentre il dibattito in corso tra i paesi dell’UE non trova una linea di azione unitaria, e gli USA varano un piano di intervento di ampia portata, ci si chiede se i  1.800 miliardi di euro stanziati dalla UE saranno sufficienti  per far ripartire l’economia dell’intero continente,  oppure se questi aiuti saranno usati prevalentemente  dalla Germania e pochi altri a scapito di tutti gli altri, soprattutto dell’Italia.

Del resto, se viene meno quel processo di unità politica tra tutti i 27 paesi dell’UE, sulla scorta della quale affrontare tutte le riforme necessarie (in primis quella fiscale), la stessa UE sarà inevitabilmente una semplice appendice coloniale, funzionale agli interessi  internazionali di USA, Russia, Cina e Giappone, ossia delle grandi potenze economiche che oggi sono veramente indipendenti da qualunque condizionamento esterno.    

 

 

Manlio Marucci, Presidente Federpromm-Uiltucs

Coronavirus e crolli di borsa, ecco come i consulenti finanziari USA affrontano le paure dei propri clienti

I consulenti finanziari di tutto il mondo pensavano di aver visto tutto nella vita, ma con il Covid-19 si trovano in un territorio inesplorato, nel quale devono guidare i propri clienti attraverso la violenta correzione in corso. E’ bene capire come lo stanno facendo.

Con la deflagrazione del Coronavirus nel mondo, anche nei mercati finanziari la sua onda d’urto ha spazzato via molti degli equilibri secolari alla base del funzionamento delle borse e della relazione con gli investitori. Infatti, è ormai chiaro che la pandemia in atto non sia un’interruzione di breve termine, ma un evento che potrebbe continuare per molti mesi ed avere un impatto importante sulle aziende di tutto il mondo, banche comprese. In particolare, gli economisti di Oxford stimano che questo particolare fatto storico costerà all’economia globale 1,1 trilioni di dollari, nonchè il rallentamento produttivo di quasi 5 milioni di aziende medio-grandi (dall’alta tecnologia alla vendita al dettaglio, dal settore farmaceutico alla grande industria).

Ogni singolo settore sarà influenzato in qualche modo dalle interruzioni avvenute nella catena produttiva e distributiva, e la diffusione del coronavirus porterà con sé lunghi periodi di auto-quarantena in cui i dipendenti devono essere messi in condizione di lavorare da casa, in modalità remota. Ma se ciò è realizzabile per il settore pubblico e per le aziende manifatturiere, il “distanziamento professionale” diventa un problema per quei settori (tipicamente i servizi) nei quali il contatto con gli utenti è parte essenziale del prodotto finale. E’ così anche per i consulenti finanziari, che pensavano di aver visto tutto nella vita ma, con il Coronavirus, si trovano in un territorio inesplorato. Infatti, ciò che si sta vivendo nel mondo non è minimamente assimilabile agli shock passati, come il Black Monday nel 1987 o la crisi finanziaria globale del 2008. Oggi, i professionisti dell’investimento si trovano a guidare i propri clienti nel comprendere gli effetti della violenta correzione in corso, ed è bene capire come lo stanno facendo. Da una ricerca svolta pochi giorni fa sugli advisor USA, è scaturita una “quaterna” di domande più frequenti poste dai loro clienti, ed è sorprendente vedere come esse siano del tutto simili a quelle che gli investitori europei o di casa nostra pongono ai nostri consulenti finanziari.

1) “E’ tempo di comprare?”Susan Kaplan (Newton, Massechuttes), advisor con clientela al top di fascia (patrimonio netto medio da $ 10 a $ 12 milioni) dichiara “Quello che ho fatto è trattenere le persone dal comprare qualunque cosa, dal momento che hanno grandi quantità di denaro. Sebbene i prezzi possano apparire seducenti, è meglio attendere di avere più certezza prima di acquistare, per via della volatilità”.

2) “Siamo vicini al fondo del tunnel?” – Secondo Kristin McKenna (Darrow Wealth Management, Boston) , “Molte persone hanno le stesse domande: c’è qualcosa che dovremmo fare? Siamo vicini al fondo? Devo ancora mettere soldi? La maggior parte dei clienti è pronta ad affrontare la crisi rimanendo nell’investimento,  e sa che è la cosa migliore che possano fare”. “Ho chiamato tutti i clienti per connettermi con loro a livello umano, soprattutto con gli imprenditori più colpiti o con le persone più vicine alla pensione, per le quali la componente della pianificazione diventa ancora più importante da trattare“.

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3) “E ‘tempo di vendere?”Leon LaBrecque (Chief Growth Officer di Sequoia Financial Group) afferma che quasi la metà delle chiamate che riceve proviene da clienti che chiedono opportunità di acquisto, mentre pochi altri sono preoccupati ma non stanno ancora vendendo, perché hanno esperienza del 2008 e confidano nella ripresa.

4) “Dovrei avere paura?”Steve Morton dirige l’ufficio Captrust Financial Advisors a Greensboro (N.C.),  dove quasi tutti i clienti sono pensionati o quasi in pensione. Egli afferma che i suoi clienti hanno messo da parte cinque anni di risparmi per costituire il reddito post-lavoro, in media $ 400.000, e detengono il resto in conti azionari e obbligazionari gestiti attivamente. “Stiamo vendendo obbligazioni e acquistando azioni“, ha detto. “Certamente entro un paio d’anni avremo un vaccino per il virus, e questo li calma“.

Non mancano, però, i consulenti più prudenti, come Andrew Komarow, co-fondatore del Tenpath Financial Group di Farmington (Connecticut), secondo il quale “Ora le persone stanno iniziando a spaventarsi un pò. Ma se la paura è reale, i clienti sanno che la cosa migliore da fare è niente“.

Quando il mercato sta salendo, il tuo telefono non squilla molto“, ha affermato Scott Wren, senior stratega del mercato globale per Wells Fargo Investment Institute. “Il telefono comincia a squillare quando ci sono le crisi“. Del resto, la crisi ha sconvolto gli investitori, senza distinzione di ricchezza personale. Alcune banche, come Credit Suisse (che gestisce portafogli ad alto patrimonio netto valutati ognuno in miliardi di dollari), hanno avviato autonomamente un ciclo di video-chiamate con i clienti, in più lingue, riscuotendo un grande successo tra gli investitori e precedendoli nelle loro intenzioni.

In generale, secondo gli advisor statunitensi  clienti non vogliono solo sapere cosa sta succedendo nei loro portafogli, bensì conoscere le prospettive, senza farsi prendere dal panico. Hanno tutti un gran desiderio di parlare con il proprio consulente, per sapere se la situazione, nonostante la gravità del momento, è controllabile con gli attuali strumenti del sistema finanziario”.

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Secondo Adam Johnson, consulente finanziario di New Forest Wealth Management , “La consulenza finanziaria non è cambiata, ciò che è cambiato è il modo in cui forniamo tale consulenza ai clienti che vogliono solo rassicurazioni. Molti chiedo se si può intravedere in questa crisi una opportunità“.

Non mancano, neanche negli USA, gli investitori ansiosi che cercano di spostare i loro soldi fuori dal mercato. “Chiamano per dire che vogliono indietro i loro soldi o per chiedere se questa è ancora la cosa giusta da fare“, ha dichiarato Anthony Morrow, amministratore delegato della piattaforma di consulenza sugli investimenti OpenMoney. “Non è una conversazione facile“, aggiunge, “alle persone naturalmente non piace perdere denaro. Ma spieghi che si tratta di una perdita momentanea e, se vendi, diventa una vera perdita“.

I consulenti dovrebbero discostarsi dalla sceneggiatura standard“, afferma Steve Drake, gestore patrimoniale della Royal Bank of Canada, “e parlare con i loro clienti in termini pratici e tangibili: non ti dico che tutto va bene, perché non è vero, ma ti dico che supereremo tutto questo, e ti dò il piano”.

Alla fine, la soluzione è sempre quella di avere un piano alternativo. E voi, ce lo avete?

Covid-19, è recessione tecnica. Dopo le rapide mosse della FED la BCE resta a guardare. Per quanto ancora?

La fase attuale non ha niente a che vedere con la grande crisi del 2008, che rischiava di distruggere il sistema alla radice; quella crisi non arrivò in una manciata di settimana, ma ci mise un anno prima di minacciare la solidità delle grandi banche e istituzioni americane.

Mentre il Governo Conte vara la madre di tutte le manovre economiche italiane per sostenere l’Economia nel mese di Marzo (farà la stessa cosa ad Aprile, annunciando interventi successivi per complessivi 350 miliardi), con la seconda mossa in pochissimi giorni la Fed abbassa i tassi quasi a zero e annuncia  la riapertura del QE (quantitative easing) per una cifra di 700 miliardi di dollari di acquisti – tra T-bond e mutui immobiliari – al fine di combattere gli effetti della pandemia sull’economia americana e, conseguentemente, su quella mondiale. L’intervento complessivo annunciato è di 1.500 miliardi di dollari, e sappiamo bene che i consumi degli Stati Uniti hanno un effetto trainante su buona parte delle economie asiatiche e su parte di quella europea.

L’annuncio notturno della FED sembra tendere la mano verso una concertazione con la BCE (con la BoI, ossia con la Bank of England, c’è già), la quale invece, per via delle mosse individualiste della Lagarde e della Merkel, appare ancora in balia delle pulsioni tedesche e francesi – con il corollario di proteste generalizzate provenienti da quasi tutta l’area meridionale dell’UE – e sembra non avere ancora preso una decisione sui tassi.

Pare che già questa settimana ci possa essere un ulteriore annuncio, ma l’effetto sui mercati si prevede modesto dopo gli effetti generati dal “patto scellerato” franco tedesco.

Pertanto, se in Europa si rimarrà in balia degli speculatori – che già tanto devono, in termini di ricchezza procurata in brevissimo tempo, alla Lagarde – adesso tutto dipende proprio da colei che ha affossato la borsa italiana lo scorso 12 Marzo. Al momento, infatti, sembra che i buoi siano stati liberati tutti dalle proprie stalle, e che non esista un piano comune che possa sorreggere l’economia europea, ma solo iniziative lasciate ai singoli stati.  Ed è proprio questo approccio che ci dirà se una bruttissima parentesi del trend di crescita possa trasformarsi in una vera e propria inversione di tendenza, lunga e profonda, per tutte le economie europee.

Eppure, secondo gli esperti, tutto indica che si tratti, appunto, di una parentesi, e cioè di una c.d. recessione tecnica che durerà  due trimestri consecutivi di PIL con il segno meno davanti, più corta negli USA e più lunga (grazie alla BCE targata Lagarde) in Europa. Tecnicamente, la settimana scorsa l’indice S&P 500 è passato con grande velocità dallo status di semplice correzione di mercato “toro” a quello di scenario “orso”, e cioè a meno venti punti percentuali dai massimi di periodo. Ma bisogna fare attenzione: passare dal mercato “toro” all’orso per qualche punto non basta per dichiarare un’inversione di un trend di lungo periodo. Infatti, la fase attuale non ha niente a che vedere con la grande crisi del 2008 (con il crac di Lehman Brothers), che rischiava di distruggere il sistema alla radice; quella crisi non arrivò in una manciata di settimane, ma ci mise un anno prima di minacciare la solidità delle grandi banche e istituzioni americane, chiedendo l’intervento coraggioso del Tesoro USA e della Fed. Anche allora, come oggi, esse misero sul piatto migliaia di miliardi di dollari, riuscendo a far riprendere anche un’Europa attonita e, come oggi, dominata da personaggi piuttosto inclini a far prevalere l’interesse di Germania e Francia.

A differenza di quel periodo, però, nel 2012 arrivò Mario Draghi a salvare la barca, mentre oggi ci ritroviamo al timone della BCE la modestissima – per usare un eufemismo – Christine Lagarde.

Tecnicamente, la recessione che si prospetta oggi è generata dalla contemporanea caduta della domanda e dell’offerta. Per quanto riguarda la prima, il consumo di beni e servizi sta subendo una forte contrazione in molti settori, mentre la seconda appare inevitabilmente legata al rallentamento dell’attività economica globale e alle interruzioni nelle catene dei rifornimenti di materie prime e semilavorati. Per un po’ di tempo non dovrebbero esserci problemi di approvvigionamento (tranne che per i prodotti strettamente collegati all’emergenza sanitaria) e si potrà andare avanti con le scorte di magazzino, ma se non si assicura adesso un piano di continuità produttiva e distributiva è difficile non ipotizzare un blocco dei mercati globali.

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Non avendo alcuna esperienza storica recente sulle circostanze che il mondo sta vivendo adesso, si potrebbe ipotizzare che i mercati tenderanno a stabilizzarsi solo quando il resto del mondo potrà – e vorrà – replicare il modello di contenimento cinese del coronavirus (quarantena forzata e misure molto più drastiche di quelle italiane ed europee). Pertanto, ci potrebbero volere da 8 a 10 settimane prima di vedere risultati positivi e avviarsi verso un ritorno alla normalità. Traducendo il tutto in termini di PIL, si prevede una discesa di quello cinese nel primo trimestre 2020, e di quello europeo nei primi due, potendosi parlare di recessione globale “tecnica” solo a cavallo tra il primo ed il secondo trimestre; ma sarà comunque una recessione del tutto diversa da quelle “non tecniche”, ossia quelle generate da forti squilibri nel debito di stati e imprese, che richiedono una durata di almeno 12 mesi. Ed è proprio qui che entra in gioco la BCE, con il suo dannoso attendismo; infatti, occorre agire in fretta attraverso un’espansione monetaria e fiscale, in modo da non mettere in discussione la solvibilità delle medie e piccole imprese. C’è tempo fino a tutta questa settimana, dopo di che i giochi saranno fatti ed ogni intervento, pur avendo effetti positivi sull’economia, sarà tardivo per i mercati azionari dell’UE e per una possibile ripresa immediata dei corsi.

In ogni caso, nonostante gli aggiornamenti siano all’ordine del quotidiano, è opinione comune che sia ormai troppo tardi per vendere, ed anzi l’obiettivo degli asset manager è quello di trovare un buon punto di ingresso, dal momento che una correzione massima del 40% dai massimi, nella quale già ci troviamo, pare avere scontato le aspettative peggiori ed è considerata oggi sufficiente per tornare a comprare.

USA, top advisor al femminile: talento e sudore. Dalla povertà a portafogli da miliardi di dollari

Nel mondo della finanza mondiale esiste un nutrito numero di consulenti finanziari donne che, sebbene non siano molto conosciute nei circoli delle celebrità, sono piuttosto famose tra i top clients, ed i loro risultati non sono meno sbalorditivi dei migliori consulenti uomini.

In USA ed Europa, quando cerchi un consulente finanziario che sia adatto alle tue esigenze, lo trovi subito, ma quasi sempre si tratta di un uomo. Infatti, in qualunque canale dei media, i volti che scorrono sono prevalentemente al maschile. Non si tratta di discriminazione – come qualcuno vorrebbe far credere, cavalcando il concetto “politicamente corretto” (tutto europeo) della donna discriminata in tutti i settori – ma di un costume professionale ben radicato, a causa del quale, nel passato, si sono avvicinati a questa professione massimamente gli uomini, e solo negli ultimi quindici anni (in Europa) le donne.

A ben vedere, uguale fenomeno è accaduto in Italia nei ruoli dell’insegnamento, verso i quali le donne si sono proposte in massima parte, al contrario degli uomini (rapporto 70/30), ma nessuno grida allo scandalo né inneggia a “politiche di parità” per riequilibrare la situazione a favore del mondo maschile in quel settore.

Alcuni consulenti finanziari, soprattutto oltreoceano, sono diventati nomi e volti familiari attraverso programmi televisivi e libri, ma nel mondo della finanza esiste anche un nutrito numero di consulenti donne che, sebbene non siano molto conosciute nei circoli delle celebrità, sono piuttosto famose tra i top clients, ed i loro risultati sono assolutamente degni di nota. In USA, per esempio, esse gestiscono già miliardi di dollari per conto di aziende e di ricchi clienti, facendo professione di educazione finanziaria come “cavallo di Troia” per aggiungere nuova clientela e gestirne i patrimoni. Nella “vecchia” Europa, le consulenti cominciano a farsi strada in un mondo tradizionalmente dominato da figure maschili ma del tutto aperto, per sua natura, alle donne, il cui numero totale nel settore rimane basso ma è in costante aumento e non necessita affatto di quegli inopportuni strumenti di parità, utili soltanto ad aumentare artificiosamente la loro presenza numerica a totale detrimento della qualità e del merito.

In ogni caso, ci vuole determinazione per diventare un consulente finanziario di successo, quindi non sorprende leggere le storie di consulenti donne che, in un mercato difficile come quello americano, ce l’hanno fatta superando enormi difficoltà iniziali prima di imbattersi nella professione che le ha accolte e le ha fatte prosperare.

Suze Orman, per esempio, oggi ha un patrimonio personale di circa 35 milioni di dollari, e potrebbe essere sorprendente per alcuni sapere che una volta viveva in un furgone e lavorava per soli 3,50 dollari l’ora, nel 1973, ripulendo le chiome degli alberi. Ha sviluppato la sua forte etica del lavoro quando era bambina, vivendo nel sud della città di Chicago. Suo padre possedeva un negozio di specialità gastronomiche, dove lei e i suoi fratelli lavoravano ogni giorno dopo la scuola. Nel 1973 Suze lasciò l’Università dell’Illinois per dirigersi in California, e lungo il tragitto, per sopravvivere, lavorò presso una ditta di rimozione di detriti dalle strade, vivendo nel furgone di un’amica. In California trovò lavoro come cameriera, guadagnando bene con le mance dei clienti fissi, ma il denaro messo da parte fu perso a causa degli investimenti sbagliati del suo consulente di allora.  Anziché perdersi d’animo, sviluppò interesse per il settore della consulenza finanziaria e, dopo aver ottenuto le autorizzazioni per lavorare ed un prestito di 50.000 dollari dai suoi ex clienti più affezionati, ha intrapreso una splendida carriera ed è diventata prima vicepresidente degli investimenti presso Prudential Financial, e dopo qualche anno fondatrice del Suze Orman Financial Group (non mancando di restituire ogni singolo centesimo del prestito di 50.000 dollari).

Mellody Hobson era la figlia minore di una madre single che, a Chicago, si occupava di affitto e manutenzione di condomini per conto terzi, ma non era un lavoro che permetteva una certa stabilità finanziaria. Cadute in bassa fortuna, un giorno Mellody raggiunse l’apice della indigenza quando dovette riscaldare l’acqua per il bagno su una piastra calda in cucina, e fu quel giorno che giurò a se stessa che non si sarebbe mai più trovata in quella situazione, che lei non si stanca di definire come un “utile corso di sopravvivenza di base”.  Dopo aver abbracciato la professione di advisor e aver gradualmente raggiunto il successo nella vita, la Hobson oggi presiede numerose organizzazioni benefiche e filantropiche, è membro del consiglio di amministrazione di tre importanti società (tra cui DreamWorks Animation) ed è CEO di Ariel Investments, una società di investimento che gestisce 13 miliardi di dollari per conto di ricchi clienti USA. Da sempre seguace di Warren Buffett, Mellody Hobson sostiene che la pazienza ed il tempo sono i migliori ingredienti per costruire la ricchezza; non a caso il logo di Ariel Inv. è una tartaruga. “La cosa più importante che si può imparare dai soldi, e anche Warren Buffett parla di questo, è la tecnica dell’interesse composto. È l’ottava meraviglia del mondo. Se capisci l’interesse composto, capisci quali soldi lavorano a favore o contro di te”.

Karen McDonald

Karen McDonald, cresciuta in una tipica famiglia della middle class americana, è oggi consulente di punta di Morgan Stanley, e si è classificata al primo posto nel tradizionale sondaggio Barron’s del 2019. Ha un patrimonio gestito di 75 miliardi di dollari, e dirige un team di 11 collaboratori con i quali presta consulenza a molti dei clienti presenti nella speciale classifica Fortune 500. Oltre a fornire ai propri clienti imprenditori soluzioni di benefit per i dipendenti, si concentra anche sulla loro educazione a prendere decisioni finanziarie migliori o sui migliori piani di pensionamento privato. La McDonald, fautrice del gioco di squadra ad ogni livello aziendale, attribuisce il suo successo al fatto di essersi circondata di persone fantastiche e di aver costruito negli anni un team forte.

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Susan Kaplan

Susan Kaplan è il presidente di Kaplan Financial Services a Newton, nel Massachusetts. Ha un patrimonio gestito di 2,05 miliardi di dollari ed una media a cliente di 11 milioni. Proveniente da una famiglia poverissima, Susan ha usufruito di diverse borse di studio per conseguire una laurea, ed ha dovuto lavorare di notte per ottenere un MBA in finanza. Oggi ha una forte presenza mediatica (in particolare nel Wall Street Journal, su Bloomberg News, CNBC, WGBH ed altri canali televisivi nazionali), ed è stata nominata dai magazine Barron’s, Worth Magazine e Medical Economics tra i migliori consulenti finanziari del paese, consecutivamente, ogni anno dal 2000 ad oggi. La sua principale attività è quella di progettare piani pensionistici di altissimo livello per i suoi ricchi clienti, assicurando loro anche l’assistenza in campo immobiliare, fiscale e successorio.

Gillian Yu

Nata e cresciuta a Taiwan, Gillian Yu parla fluentemente mandarino, taiwanese e inglese, ed ha conseguito l’MBA presso l’Università della California, Berkeley, nel 2001. Gillian è entrata in Morgan Stanley Private Wealth Management nel 2015 dopo aver trascorso 14 anni con Credit Suisse Securities (USA) a San Francisco. All’inizio della sua carriera ha lavorato per la Chase Manhattan Bank a Taiwan. Dal 2011 è classificata tra le prime 100 consulenti finanziarie donne nella speciale classifica di Barron’s, ed è stata tra le prime 10 consulenti finanziarie donne nel 2013 e nel 2014. Le attività totali gestite di Yu sono pari a 5,85 miliardi di dollari, con una media per cliente di 100 milioni. Gillian concentra il proprio lavoro sulla fornitura di soluzioni complesse e olistiche di gestione patrimoniale transfrontaliere per individui e famiglie con un patrimonio netto molto elevato che vivono in Asia, negli Stati Uniti o in una combinazione di entrambi.

Elaine Meyers

Elaine Meyers si posiziona costantemente nella top 10 della lista Barron’s delle migliori consulenti finanziari donne, arrivando al nono posto nel 2019 ed all’ottavo nel 2018. È Amministratore Delegato e Consulente finanziario di JP Morgan Securities , una divisione di gestione patrimoniale di JP Morgan, ed è molto richiesta sulle strategie di gestione patrimoniale per i dirigenti , fondatori di tecnologia e imprenditori della Silicon Valley. Offre un approccio di tipo family-office alla gestione patrimoniale completa, fornendo assistenza nelle aree di diversificazione della ricchezza, della minimizzazione fiscale e della pianificazione patrimoniale, creando portafogli su misura non correlati alle posizioni azionarie tradizionali. Prima di entrare in JP Morgan nel 2016, Elaine ha iniziato la sua carriera nei servizi finanziari presso la Private Bank della Bank of America, ed ha trascorso oltre 10 anni come amministratore delegato presso Credit Suisse e quasi 14 anni presso importanti società di investimento internazionali. Il suo patrimonio gestito ammonta a circa 3,2 miliardi di dollari, ed i suoi clienti hanno un patrimonio netto medio di 300 milioni.

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Storie di wealth management: Dave Ramsey, una fortuna raggiunta imparando dai propri errori

Negli ultimi venti anni, milioni di americani appartenenti alla classe media hanno utilizzato gli insegnamenti di Dave Ramsey per raggiungere la sicurezza finanziaria ed il benessere. Oggi, la sua stella continua a brillare.

La storia di alcuni tra gli uomini più ricchi e ammirati del mondo ha quasi sempre un comune denominatore: la loro carriera è costellata da iniziali fallimenti, e la fortuna di cui godono dipende dal proprio grado di fiducia in sé stessi e dalla capacità di rialzarsi dopo aver sbattuto contro un ostacolo. Non fa differenza il noto personaggio radiofonico americano Dave Ramsey , che certamente non è tra gli uomini più ricchi del pianeta ma ha fatto molta strada da quando, già all’età di 26 anni, portava a casa un quarto di milione di dollari all’anno e aveva un portafoglio immobiliare da 4 milioni di dollari. Due anni dopo, infatti, ha perso tutto, ma oggi, con il suo patrimonio netto stimato in 55 milioni di USD e con guadagni annuali ormai giunti a 10 milioni, è la prova vivente che chiunque può risolvere con successo una brutta situazione finanziaria.

Ramsey, 59 anni, è attualmente una delle fonti più affidabili in America per la consulenza finanziaria alla classe media. Il suo programma radiofonico, “The Dave Ramsey Show”, è tra i primi cinque talk show radiofonici negli Stati Uniti e viene ascoltato da 13 milioni di ascoltatori ogni settimana su oltre 600 stazioni radio. Appartenente alla chiesa cristiana evangelica, egli usa spesso i principi biblici per insegnare ai suoi “seguaci” come migliorare le loro condizioni finanziarie. Ad esempio, spesso consiglia di evitare il debito perché, secondo il verso 22:7 “Il ricco domina sui poveri e il mutuatario è schiavo del prestatore“.

Ramsey è cresciuto in una tipica famiglia americana che, fin dall’infanzia, gli ha instillato una forte etica del lavoro. Così, quando aveva 12 anni, chiese a suo padre soldi extra per acquistare un gelato, ottenendo come risposta quella di andare a lavorare per guadagnarselo. Prendendo alla lettera il suggerimento del padre, lo stesso giorno Ramsey stampò 500 biglietti da visita presso la tipografia locale per promuovere ai vicini la sua prima attività imprenditoriale, quella di cura del prato. Durante gli anni scolastici, poi, sviluppò altre iniziative (es. vendita bracciali in pelle), che gli insegnarono lezioni preziose per il futuro, come quella di saper sviluppare il servizio clienti e l’importanza di mantenere la parola data alla clientela.

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Tre settimane dopo aver compiuto 18 anni, Ramsey prese la licenza per diventare agente immobiliare (attività svolta anche dal papà), usando le commissioni guadagnate per aiutarsi a pagare le tasse universitarie. Dopo essersi laureato, Ramsey riuscì ad ottenere finanziamenti per acquistare direttamente immobili da rivendere, e ad appena 26 anni (1988) il suo portafoglio immobiliare valeva 4 milioni di dollari (ed il suo patrimonio netto poco più di 1 milione). Ma il successo iniziale ebbe vita breve, ed a 28 anni, per via di un litigio con il nuovo direttore di una banca, Ramsey dovette saldare un debito di 1,2 milioni entro 90 giorni e dichiarare fallimento. A poco servì il suo conto personale di 800.000 dollari in contanti, posseduto presso un altro istituto, per tranquillizzare la banca ed ottenere una dilazione: il residuo di soli 378.000 dollari fu coperto dal tribunale dopo soli due mesi dall’inizio della procedura fallimentare (che negli Stati Uniti dura pochi mesi…), grazie alla vendita del suo portafoglio immobiliare, del quale rimasero le briciole.

La caduta in disgrazia portò a Ramsey ad acquisire maggiore saggezza, e una circostanza del tutto casuale lo indirizzò verso l’attività di consulente finanziario. Un giorno, dopo la funzione in chiesa a cui egli partecipava ogni domenica, una coppia gli chiese come fosse sopravvissuto esattamente ai suoi problemi finanziari, pregandolo di dare loro suggerimenti per risolvere alcune difficoltà di denaro. Fuori dalla chiesa, seduti in una panchina, Ramsey creò un piano finanziario per la loro vita, iniziando di fatto la sua nuova carriera. Nei giorni seguenti, egli avviò una società di consulenza finanziaria personale denominata The Lampo Group, ed i suoi primi clienti furono gli oltre 350 studenti della sua vecchia università, desiderosi di pianificare il proprio futuro (negli USA, non appena assunti, i giovani adulti cominciano a risparmiare immediatamente per i fondi pensione e per acquistare casa). Qualche mese dopo il successo di The Lampo Group, Ramsey iniziò a ospitare un programma radiofonico incentrato sulla finanza personale chiamato “The Money Game”, insieme al suo amico Roy Matlock. In quel periodo, pubblicò anche il suo primo libro, sfruttando il suo crescente pubblico radiofonico per  venderlo.

In seguito al successo del suo primo programma, Ramsey lanciò finalmente il “The Dave Ramsey Show”, durante il quale persone provenienti da tutto il paese chiamano per porgli una vasta gamma di domande sulla finanza personale. Da allora ad oggi, si è gradualmente sviluppato il suo metodo di wealth management, fatto di uno stile di investimento chiaro e trasparente, che incoraggia i suoi “seguaci” a evitare di investire in singoli titoli e acquistare fondi comuni di investimento “storici”, che vantano un track record affidabile di risultati nel tempo. Personalmente – come egli ha dichiarato di recente – i suoi investimenti azionari sono allocati in quattro tipologie di fondi comuni di investimento: crescita, crescita e reddito, crescita aggressiva e internazionale.

Oltre ai fondi comuni di investimento, Ramsey è rimasto fedele al settore immobiliare, che negli USA ha un ruolo fondamentale nella gestione del patrimonio delle famiglie. Egli possiede un portafoglio di immobili in affitto, e la sua filosofia di investimento si basa sull’attenta selezione delle opportunità e sull’acquisizione di proprietà a buon prezzo (meglio se provenienti da pignoramenti e fallimenti), senza l’utilizzo del debito bancario, sfruttando il reddito delle locazioni per effettuare la copertura dell’investimento iniziale e realizzare un utile netto durevole.

In definitiva, la storia di Dave Ramsey ha una sottile (ma evidente) linea di fondo. Fin da piccolo, egli ha capito che c’è valore nelle proprie capacità, riuscendo a guadagnare denaro extra grazie al semplice spirito di iniziativa. La sua impeccabile etica del lavoro lo ha aiutato a diventare milionario all’età di 26 anni, ed il fallimento così repentino, anziché spegnere il suo talento, lo ha aiutato a creare un piccolo impero imprenditoriale che ruota attorno ai suoi precedenti errori ed ai suoi insegnamenti “di buon senso”, privo di qualunque tecnicismo, per gestire il patrimonio.

Negli ultimi venti anni, milioni di americani appartenenti alla classe media hanno utilizzato agli insegnamenti di Dave Ramsey come guida per raggiungere la sicurezza finanziaria ed il benessere, e la sua stella continua a brillare.

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Investimenti e mercati. Non chiamatele emergenti: le ex tigri asiatiche verso il dominio del mondo

Oggi il termine “emergente” non risulta più idoneo a definire la qualità di queste asset class, che è sicuramente superiore a molte altre ritenute tradizionalmente più affidabili.

Con l’espressione Paesi Emergenti ci si riferisce, di solito, a Stati in rapida espansione la cui struttura economica è in ritardo rispetto ai paesi c.d. sviluppati. Si tratta quindi di economie ricche, nelle quali la popolazione cresce velocemente, con i conti pubblici in ordine, ma caratterizzati da forti squilibri sociali, un certo connubio tra malavita organizzata e politica ed un elevato tasso di corruzione (vi ricorda qualcosa…?). Pertanto, i mercati emergenti rappresentano una opportunità di investimento che, a fronte di alte potenzialità di guadagno (in determinate condizioni di mercato), presentano rischi piuttosto elevati.

L’elenco dei Paesi che fanno parte di questo gruppo, come vedremo, è in continuo divenire. Alcuni di essi, infatti, sono diventati a tutti gli effetti “sviluppati”, mentre altri hanno peggiorato la propria condizione, arricchendo la statistica riguardante le regioni più povere del mondo (come il Venezuela, ad esempio).

Tecnicamente, un Paese si definisce emergente quando:

– rappresenta un mercato sufficientemente “grande” in termini di popolazione e superficie geografica;

– ha un tasso di crescita del PIL elevato;

– possiede una grande potenzialità di consumi interni non ancora sviluppati;

– ha una buona infrastruttura commerciale, un sistema politica economicamente liberista ed è aperto agli scambi internazionali.

Sulla base di queste caratteristiche, fino a pochi anni fa era possibile individuare circa trenta paesi c.d. emergenti, che vanno dall’Asia all’Africa, passando per l’est Europa: Cina, Hong Kong, Singapore, Taiwan, Israele, Corea del Sud, Repubblica Ceca, Ungheria, India, Polonia, Turchia, Malesia, Russia, Messico, Thailandia, Cile, Argentina, Arabia Saudita, Egitto, Pakistan, Indonesia, Filippine, Brasile, Sud Africa, Perù, Venezuela, e Colombia. Negli ultimi 30 anni, però, le trasformazioni avvenute in questi stati sono state epocali, e da “arretrati” (rispetto a quelli europei e USA), molti di essi sono diventati “sviluppati”, al pari (se non di più) di quelli occidentali.

Di conseguenza, volendo conservare la definizione di “emergenti”, oggi i gestori professionali possono scegliere tra circa 50 paesi e mercati differenti, ognuno dei quali con differenti opportunità e rischio (compresa la possibilità di fallire, come il Venezuela). Infatti, rivedendo a ritroso gli sviluppi di quei paesi che una volta chiamavamo “tigri asiatiche”, abbiamo assistito a una rapida trasformazione della loro economie e delle loro società civili, tanto che oggi il termine “emergente” non risulta più idoneo a definirli. La qualità di queste asset class è sicuramente superiore a molte altre ritenute tradizionalmente più affidabili, e pertanto il giudizio su dovesse deve ritenersi superato, così come il concetto di maggior rischio ad essi associato.

Trenta anni fa, quelle economie miravano soprattutto a produrre merci a basso costo da fornire alle economie occidentali affamate di materie prime e semilavorati, concentrando la propria ricchezza nelle mani di pochi imprenditori dell’export; oggi, invece, si è sviluppata in quei paesi una classe media che ha spinto i consumi interni, tanto che molti di questi paesi, ormai del tutto “emersi”, superano quelli occidentali in termini di diffusione capillare di beni e servizi all’interno della società.

Sicuramente l’export continua ad essere un tratto distintivo delle loro economie, ma esse si caratterizzano ormai per il consumismo ed il livello di trasformazione tecnologica, che consente a questi paesi di bruciare le tappe del loro sviluppo rispetto a quanto è successo nei paesi occidentali in assenza di tecnologia. Questo consente di poter investire, in campo azionario, su una rosa molto ampia di aziende promettenti e attive nel campo dell’innovazione, oltre a poter valutare i loro strumenti di debito (obbligazioni corporate) ad esse legati. Le aziende che operano nell’e-commerce, ad esempio, stanno cambiando in maniera irreversibile il panorama economico in diversi settori, come le banche, l’alimentare, le vendite al dettaglio, i viaggi e le consegne di cibo a domicilio; ma anche il Cloud computing, l’intelligenza artificiale, l’Internet delle cose, la tecnologia 5G rappresentano tutte opportunità di crescita che molti investitori faticano ancora a cogliere.

Immaginando i prossimi trenta anni, è impossibile non individuare negli ex emergenti altre grandi opportunità, perché la classe media presente in quei paesi, molto popolosi e con un continuo travaso di residenti dalle campagne alle megalopoli, continua a crescere in maniera vertiginosa. Si stima che in paesi come la Cina e l’India (ma anche in Indonesia e nello Sri Lanka), per esempio, le classi media consumatrici aumenteranno di almeno un miliardo di individui nei prossimi 15 anni, ed un altro miliardo di essi migliorerà le proprie condizioni di vita attuali. Ciò si tradurrà in elevati ritmi di sviluppo dei consumi interni e delle relative economie per un lunghissimo periodo, suggerendo di spostare l’attenzione verso gli strumenti finanziari che investono in quei paesi.

Non sono in pochi a prevedere che il mercato europea e quello statunitense, molto presto, potrebbero entrare in una fase di “declino” strutturale e di profonda stagnazione economica. I sintomi ci sono già tutti: tassi negativi, consumi interni in diminuzione, assenza di inflazione e PIL appena positivo; in più, la guerra commerciale USA – Cina, che ci rivela come questa fase di transizione del potere economico mondiale verso gli ex emergenti sia già in atto da qualche anno.

Nel frattempo, occhio al continente africano, su cui Cina e USA hanno già messo le mani da tempo. Entro qualche anno, dopo aver raggiunto una maggiore stabilità geo-politica, saranno alcuni dei maggiori stati africani a diventare i nuovi mercati emergenti su cui puntare.

L’era delle “tigri sub-sahariane” sta per cominciare.

Auto da collezione, le Youngtimer rubano la scena alle “Old”. Ora spazio ai veri appassionati

Dagli USA sale la febbre per le auto da collezione prodotte dagli anni ’80 al 2000. Scambi e prezzi rivelano che stiamo entrando in una nuova fase storica di questo mercato, meno speculativa e più “passionale”.

Monta sempre di più l’attenzione degli appassionati sulle c.d. Youngtimer, le auto sportive che hanno fatto sognare i ragazzi degli anni Ottanta e Novanta ed i loro papà (che spesso le affiancavano alle utilitarie “Young”, anch’esse oggi molto apprezzate).

La febbre per questo segmento di vetture con circa 30 anni di età si fa sentire anche in Italia, dove lo scorso 26 ottobre, a Padova, ha preso il via il più importante raduno nazionale di questa categoria (arrivato alla quarta edizione e riservato alle auto immatricolate dopo il primo gennaio 1980 e non oltre l’anno 2000).

Ma è soprattutto nel resto del mondo che si sta verificando un cambiamento nel mercato delle auto da collezione, dal momento che le principali case d’aste hanno cominciato ad offrire in abbondanza  veicoli “Youngtimer”, soprattutto in USA, dove le negoziazioni di queste vetture portano grandi soldi. Infatti, i recenti risultati d’asta di Amelia Island indicano che la generazione “Youngtimer” in arrivo sta trasformando il contesto generale, ed esiste oggi un grande, giovane e benestante gruppo demografico che desidera automobili dalla fine degli anni ’80 ai primi anni 2000.

I prezzi d’asta di Amelia Island e di Gooding traducono economicamente questa tendenza. Ad esempio, una Mercedes 560 SEC con pochissimi chilometri percorsi ha consentito di realizzare un prezzo di vendita di 75.400 USD, mentre una Porsche Carrera GT del 2004 è stata battuta a 687.000 USD. Una BMW 850 CSi del 1994 è stata comprata a 184.800 USD, ed una Ferrari 550 Maranello (che necessitava di riparazioni per 15.000 dollari) ha realizzato “solo” 184,800 USD.

Tutti prezzi piuttosto elevati per delle auto Youngtimer, anche perché molti modelli erano stati prodotti, all’epoca, in numero elevato.

Come si spiega, allora, l’origine di questi prezzi? Nonostante l’alto numero originario di esemplari, in realtà ne esistono ancora pochi, ed in passato la maggior parte di queste auto si era semplicemente esaurita, visto il numero di richieste. Pertanto, trovare una Porsche 928 GTS o una Nissan 300ZX Twin Turbo sotto i 10.000 chilometri non è facile. Sarebbe più facile trovare un unicorno che un Saab 900 Turbo SPG Convertible del 1992 con meno di 5.000 miglia.

I risultati delle aste della scorsa settimana ad Amelia aggiungono ulteriore credibilità alle tendenze in via di sviluppo che abbiamo osservato negli ultimi anni. Il messaggio di quest’anno, quindi, è che i gusti stanno cambiando. Forse l’esempio più sorprendente è l’incredibile vendita a 173.600 USD di una Toyota Turbo Supra nera da Sotheby’s, mentre due splendide Ferrari Dino offerte da Gooding e da RM Sotheby’s sono state battute a meno di 300.000 USD, quasi la metà rispetto non molto tempo fa, quando le Dinos Ferrari godettero di una forte domanda ed erano vendute regolarmente ad oltre 500.000 USD. Un altro messaggio, pertanto: la Ferrari Dino è “Out”, e la Toyota Supra è “In”!

Secondo il battitore d’asta di Pebble Beach, Jonathan Sierakowski, il mercato sta perdendo gli speculatori e le quotazioni “si sgonfiano”, eliminando la componente speculativa, facendo sì che, ancora una volta, i veri appassionati e intenditori sono tornati al volante. Così, le offerte sono rimaste abbastanza forti su tutta la linea, ad eccezione dei veicoli che mancano di qualità e provenienza. Alcune auto importanti degli anni ’30 sono volate via in un soffio, in particolare quelle con carrozzeria su misura. Ma sono state le classiche moderne Youngtimer a rubare lo spettacolo, segno evidente  che stiamo entrando in una nuova era del mercato delle auto da collezione.

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Auto classiche e muscle car, ecco le aste USA con i prezzi più alti. Dal 2000 la Ferrari GTO ha reso più delle azioni Microsoft

Nonostante i record leggendari provenienti dagli USA, secondo gli analisti il più ampio mercato delle auto classiche rimane ancora frenato.

Può un’auto da collezione valere quanto un intero edificio nel centro di Roma? A quanto pare sì. Nel mese di agosto del 2018, infatti, una Ferrari del 1962 è diventata l’auto più costosa mai venduta all’asta, essendo stata battuta per 48,4 milioni di USD. L’auto, una Ferrari 250 GTO, è stata venduta da Sotheby’s a Pebble Beach – una sorta di Coachella per auto classiche e ricchi collezionisti che include cinque giorni di aste, feste, inaugurazioni, tour, e si svolge intorno a Monterey e Pebble Beach, in California.

La vendita della Ferrari, l’anno scorso, ha contribuito a spingere le vendite totali delle aste di auto da collezione a circa 368 milioni di USD solo in quella manifestazione, ma gli analisti hanno precisato che – nonostante record isolati che anche nel 2019 stanno alimentando la leggenda – il più ampio mercato delle auto classiche rimane ancora un po’ frenato.

Se non altro, l’asta di Pebble Beach del 2018 ha dimostrato ancora una volta che le 250 GTO rimangono il “Santo Graal” per i collezionisti di auto d’epoca, che inseguono le aste in ogni parte del mondo quando uno dei 36 esemplari prodotti dalla Ferrari viene messo all’asta (per il 2019 si narra di una vendita tra privati perfezionata ad un prezzo vicino ai 70 milioni di USD).

Per la cronaca, l’auto del record del 2018 è stata venduta da Greg Whitten, un ex dirigente di Microsoft (dipendente n. 15, 1979) che ha acquistato l’auto nel 2000 a meno di un decimo del prezzo di realizzo. Anche se aveva venduto la sua GTO, Whitten ha detto che ha ancora “una dozzina” di altre Ferrari e che, con il ricavato della vendita, spera di acquistare molte altre auto da corsa classiche. Alla domanda su quale investimento, tra la Ferrari GTO e le azioni Microsoft, fosse stato quello più profittevole, ha risposto che dipendeva dal lasso di tempo considerato: se partiamo dal ’79, le azioni vincono in rendimento, ma dal 2000, anno di acquisto della macchina, la GTO era stata “un investimento molto migliore” delle azioni, ed anche quello più divertente!

Le regine incontrastate delle aste americane rimangono comunque le c.d. muscle car. Fin dagli anni ’60 e ’70, queste auto sportive americane hanno conquistato il paese per la loro potenza e audacia, e sono diventate il sogno di ogni appassionato di auto. L’amore per questi modelli non è svanito in tutti questi anni; l’unica cosa che è cambiata nel tempo è il loro prezzo. Infatti, un buon numero di queste auto classiche è molto apprezzata, e può far realizzare all’asta anche somme principesche. In particolare, esiste un club piuttosto esclusivo, quello dei proprietari delle “10 muscle car più costose”,  il cui prezzo d’asta è andato ben oltre il milione di USD. Vediamole una per una.

10° posto: 1965 SHELBY COBRA ROADSTER CSX – USD 1.595 milioni

Questa vettura fu originariamente costruita nel Regno Unito, ma nel settembre del 1961, Carroll Shelby della Ford Motor Company chiese se AC Motors potesse costruire un telaio per accettare un motore V8, poiché Ford voleva un’auto in grado di competere con la Corvette. Progettato nello stabilimento di Windsor, il motore ha subito numerose modifiche prima di essere pronto. Questa Shelby Roadster è stata venduta per 1,595 milioni USD all’asta di Scottsdale (Barrett Jackson) nel 2015.

9° posto: 1971 HEMI ‘CUDA CONVERTIBLE — USD 2.2 milioni

Questa auto, venduta in occasione di un’asta Barret-Jackson, è stata una degli 11 esemplari prodotti nel 1971, ed ha realizzato un prezzo di vendita di USD 2,2 milioni nel 2007. In realtà, avrebbe potuto spuntare un prezzo anche doppio, ma questa vettura aveva un motore che non era quello originale che era stato installato sulla catena di montaggio, e così è diventata l’auto non completamente originale più costosa di sempre.

8° posto: 1970 PLYMOUTH HEMI ‘CUDA CONVERTIBLE – USD 2.25 milioni

Le convertibili non erano così popolari tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, ma questa particolare auto era una delle sole 14 prodotte nel l’anno 1970 e una delle nove equipaggiata con il cambio automatico a tre velocità. Dopo un restauro completo avvenuto nel 2002, questo esemplare è stato battuto nel 2015 per USD 2,25 milioni, un prezzo davvero notevole considerato che si tratta di un modello profondamente restaurato.

7° posto: 1954 PONTIAC BONNEVILLE SPECIAL MOTORAMA CONCEPT CAR – USD 3.08 milioni

All’inizio degli anni ’50, GM voleva disperatamente dipingere il suo marchio Pontiac come sportivo ed eccitante per attirare un pubblico più giovane negli showroom. Il risultato fu il progetto speciale della Pontiac Bonneville, della quale furono costruiti solo due auto, perchè considerate “troppo moderne” per i gusti dell’epoca e quindi troppo all’avanguardia (tanto da essere considerate “il papà e la mamma” delle muscle car che esplosero ben 13 anni più tardi). Una di queste è stata venduta per USD 3,08 milioni all’asta del 35° anniversario di Barrett-Jackson a Scottsdale, nel 2006.

6° posto: 1967 L88 CHEVROLET CORVETTE STINGRAY CONVERTIBILE – USD 3,2 milioni

La Chevy Corvette è una delle muscle car americane più riconoscibili e una delle preferite di molti appassionati. L’iconico design e le potenti prestazioni l’hanno aiutata a mantenere il suo valore abbastanza bene nel corso degli anni, ma poche Corvette hanno mai eguagliato il prezzo di questa L88 del 1967, che è stata una delle 20 prodotte quell’anno.

5° posto: HEMI 1971 “CUDA CONVERTIBILE – USD 3,5 milioni

Sorprendentemente simile in apparenza al ’71 ‘Convertibile Cuda, questa decappottabile del 1971 è particolarmente desiderabile perché è l’unica sopravvissuta con tutte le sue parti originali ed i numeri di corrispondenza. Ha ancora il suo motore originale, ed è l’unico Hemi ‘Cuda esistente con il cambio manuale a 4 marce originale. Ne sono state prodotte solo 11 nel 1971, ed è per questo motivo che viene soprannominata il “Santo Graal delle muscle car”. È stata venduta nel 2014 all’asta di Seattle Mecum per USD 3,5 milioni, diventando la Chrysler più costosa di sempre.

4° posto: 1967 CORVETTE L88S COUPE – USD 3,85 milioni

Questo modello rimane una delle Corvette più desiderate mai costruite. Nel 1967 ne furono prodotte soltanto 20, e questa è l’unica ad avere una combinazione di colori in tonalità di rosso su rosso. E’ stata venduta ad un acquirente molto ricco in occasione dell’asta Barrett-Jackson Scottsdale nel 2014, per 3,85 milioni di USD, ed è già valutata dagli esperti oltre 5 milioni di USD.

3° posto: 1966 SHELBY COBRA 427 “SUPER SNAKE” – USD 5,115 milioni

Questo modello è il più raro che esista, in quanto è uno dei soli due mai costruiti e l’unico sopravvissuto. Carroll Shelby lo costruì per se stesso, ed è stato sottoposto a meticolose ispezioni, tra cui il confronto con altri Cobra da competizione. L’auto ha ancora il suo blocco motore originale codificato in data 1965, e la sua intestazione originale impressa nei tubi laterali cromati. Non sorprende che questa muscle sia stata venduta per USD 5,115 milioni all’asta di Barrett-Jackson a Scottsdale, in Arizona.

2° posto: 1964 FORD GT40 PROTOTYPE – USD 7 milioni

Questa GT40 è stata l’auto del debutto di Henry Ford a Le Mans ed è stata guidata da piloti del calibro di Bruce McLaren e Phil Hill. Ford ha esposto questa rara gemma automobilistica al Detroit Auto Show per un certo numero di anni fino al suo ultimo restauro del 2010, ed è stata venduta all’asta di Houston Mecum nel 2014 per USD 7 milioni. Trattandosi dell’unico esemplare mai costruito, il suo valore è destinato ad aumentare nei prossimi anni, candidandola ad essere l’auto che potrebbe eguagliare la “n. 1”, ossia la Shelby Cobra che segue in questa speciale classifica di auto milionarie.

1° posto: 1962 SHELBY COBRA CSX2000 – USD 13,75 milioni

La Shelby Cobra ha una lunga e illustre reputazione negli archivi della storia delle muscle car americane. Possedere una Shelby Cobra vintage è un sogno per molti fanatici, ed ogni originale varrà un sacco di soldi; ma la prima Cobra avrà sempre un prezzo molto più alto di ogni altro. Il modello con il numero di telaio CSX2000 è stato venduto per la monumentale cifra di USD 13,75 milioni in un’asta di Monterrey, in California. La storia di questa  Cobra è davvero affascinante: fu dipinta in diversi colori durante il suo primo anno di esistenza poiché fu spedita da un evento all’altro per far sembrare che la produzione fosse ufficialmente iniziata. In realtà non lo era, ma il trucco ha funzionato. La brillante tonalità di blu di oggi è l’ultimo colore con cui fu verniciata, peraltro in modo grossolano e frettoloso. Non fu mai restaurata (ancora oggi si notano macchie di colore di intensità diversa rispetto al resto della carrozzeria), e forse per questo finì per essere l’auto americana più costosa mai venduta.

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Top advisor USA, 250 di loro gestiscono quasi un bilione di dollari. Cosa chiedono i milionari americani ai loro consulenti

Negli Stati Uniti, la maggior parte degli operatori si guadagna da vivere vendendo investimenti e prodotti assicurativi, mentre i veri esperti finanziari, quelli più ricercati dai grandi detentori di patrimonio, sono più rari.

La recente classifica Forbes dei migliori consulenti patrimoniali americani, sviluppata da Shook Research, ha rivelato come i primi 250 gestiscano qualcosa come 910.000.000.000 di dollari, vale a dire una media di 3,64 miliardi a testa. In realtà, spesso non parliamo di singoli professionisti, ma di veri e propri team di lavoro, facenti parte di aziende con centinaia di consulenti e collaboratori, ognuna delle quali specializzata in alcuni settori.

Secondo questa speciale classifica (nell’immagine i primi 10 dello speciale elenco di Forbes), ai primi posti troviamo professionisti che lavorano per i grandi gruppi (Morgan Stanley e Merril), ma anche per marchi meno conosciuti in Europa (come Zhang Financial, con l’astro nascente Charles Zhang al sesto posto). Per i clienti, soglie di accesso piuttosto alte: da un minimo di un milione (Zhang) a soglie minime anche di 25 milioni (Brian C. Pfeifler, Morgan Stanley New York).

C’è da dire che, negli Stati Uniti, la maggior parte degli operatori si guadagna da vivere vendendo investimenti e prodotti assicurativi, mentre i veri esperti finanziari, quelli più ricercati dai grandi detentori di patrimonio, sono più rari e si stima che siano al massimo il 25% del totale dei consulenti. Pertanto, qual’è la regola più importante che un milionario americano deve osservare per trovare il consulente giusto? La risposta è identica per tutti: “scegliere qualcuno che raccomanderemmo a un amico o un familiare“.

La qualità, pertanto, è sempre al primo posto, soprattutto in un mercato come quello statunitense, dove gli studi di consulenza finanziaria hanno dimensioni ragguardevoli. Va da sé che qualunque top client americano, prima di fare la propria scelta, vorrà controllare attentamente tutti i candidati. “Di solito inizia chiedendo ad amici e parenti”, afferma Sophia Bera, pianificatore finanziario certificato con sede a Minneapolis, “e poi chiede consigli a persone le cui esigenze finanziarie, prospettive o fascia di età sono simili alle sue”. “Successivamente li cerca online e su LinkedIn, per avere un’idea di come sia ogni professionista e l’azienda per cui lavora. Dopo aver ottenuto un elenco di potenziali consulenti, verifica se qualcuno di loro è mai stato sanzionato per qualsiasi comportamento illegale o non etico. Questa verifica è semplice, basta utilizzare il portale BrokerCheck dell’autorità di regolamentazione del settore finanziario (FINRA), oppure verificare che i nominativi prescelti abbiano la certificazione CFP”.

E così, dopo questa “scrematura”, si arriva al colloquio iniziale. In questa occasione, sarà fondamentale, per il milionario a stelle e strisce, porre domande come quelle che elenchiamo qui di seguito.

  1. Come addebita i suoi servizi, e quanto costa?

Si tratta di conoscere se è prevista una commissione di pianificazione iniziale, un addebito percentuale per le risorse gestite o se il consulente guadagna vendendoti un prodotto specifico, ed in particolar modo se ha un incentivo su alcuni prodotti

  1. Quali licenze, credenziali o altre certificazioni ha?

Dei quattro principali tipi di consulenti finanziari, la designazione di pianificatore finanziario certificato (CFP) è più difficile da ottenere rispetto a quella di Chartered Financial Consultant (ChFC), poiché il primo richiede un esame di abilitazione più completo. In generale, è bene cercare un consulente per gli investimenti (RIA) registrato e, se il reddito è elevato o il cliente è un piccolo imprenditore, sarà meglio orientarsi su un account pubblico certificato (CPA), che è in grado di offrire una pianificazione fiscale. Di solito, questi ultimi possiedono anche la certificazione di specialista finanziario personale (PSF).

  1. Quali servizi offre il professionista e/o la sua azienda di consulenza?

Alcuni consulenti, infatti offrono solo consulenza per gli investimenti, mentre altri svolgono una pianificazione finanziaria completa in materia di pensionamento, assicurazione, pianificazione patrimoniale e pianificazione fiscale.

  1. Quali sono i suoi clienti preferiti, con i quali ha più affinità?

Alcuni consulenti finanziari hanno un interesse specifico – come donazioni di beneficenza o investimenti socialmente responsabili o allocazioni post-divorzio – ma la maggior parte dei consulenti tende a concentrarsi sulle persone entro 10 anni di differenza dalla loro età, per via di una maggiore comprensione dei loro problemi.

  1. E’ possibile vedere un esempio di piano finanziario?

Questa è una domanda che rischia di complicare la scelta, perché alcuni consulenti poitrebbero consegnare un fascicolo lungo 50 pagine, pieno zeppo di diagrammi e grafici, mentre è bene ricercare chi può fornire un’istantanea di cinque pagine di una situazione finanziaria.

  1. Qual è il suo approccio agli investimenti?

In pratica, bisogna chiedere al consulente qual è la sua filosofia di investimento, se, ad esempio,  preferisce utilizzare fondi a basso costo oppure fondi gestiti attivamente o investimenti passivi. La regola è “non sono qui per farti guadagnare un sacco di soldi. Se vuoi che qualcuno lo faccia, e scambia azioni ogni giorno, non sono io la persona che cerchi, a meno che tu non stia cercando qualcuno che effettui investimenti coerenti con la tua tolleranza al rischio e i tuoi obiettivi“.

  1. Quanti contatti ha periodicamente con i suoi clienti?

Alcuni pianificatori tengono una riunione di pianificazione iniziale e poi li si incontra una volta all’anno, altri effettuano check-in trimestrali. Tutto dipende dall’importo che si desidera pagare e dal livello di coinvolgimento desiderato. Un recente sondaggio (JD Power & Associates) ha rivelato che gli investitori contattati 12 o più volte all’anno hanno avuto i più alti tassi di soddisfazione.

  1. Lavorerà da solo con me o avrò a che fare con un team?

Alcune aziende hanno un approccio di squadra piuttosto che un approccio individuale, e questo è molto gradito da una certa fascia di clientela che necessita di risposte anche quando il loro il planner di riferimento è in vacanza.

Il mercato della consulenza finanziaria, negli USA, è già molto avanzato, per cui certe qualità (che qui in Italia cominciano ad essere richieste solo adesso) sono entrate da decenni nella mentalità degli investitori. In generale, tutti cercano di selezionare un consulente in grado di dimostrare di essere un vero esperto finanziario in base alla propria istruzione, all’esperienza e alle certificazioni pertinenti, ed i migliori consulenti hanno anni di esperienza applicabile nel fornire consulenza e servizi all’avanguardia.

Inoltre, il cliente americano pretende trasparenza, che i consulenti di alta qualità offrono volontariamente, evidenziando subito le informazioni necessarie per prendere la giusta decisione. Del resto, essi vengono remunerati con parcella professionale, proprio come gli altri professionisti (fiscalisti, avvocati), a tariffa oraria, fissa o basata sull’attività svolta. A queste vanno aggiunte le spese generali, che i migliori consulenti finanziari riveleranno con precisione e relativa documentazione di spesa.

Infine, i professionisti più affidabili sanno che il cliente ha delle aspettative di rendimento, e forniscono documentazione sui loro risultati passati e sulle metodologie applicate per ottenerli, fornendo poi una buona attività di comunicazione fatta di rapporti, riunioni, e-mail e chiamate, allo scopo di tenere il cliente sempre pienamente informato sui risultati e sulle fasi del mercato, nonché sul grado di raggiungimento degli obiettivi.

In definitiva, ciò che si richiede ad un consulente negli Stati Uniti non è molto dissimile agli standard che si vanno via via formando anche in Italia, dove l’analfabetizzazione finanziaria è ancora piuttosto frequente. Del resto, in Italia abbiamo già più di 500.000 investitori “over one million”, e sarà soprattutto a questi che viene oggi destinato uno stile di consulenza improntato al “modello americano”, con il quale le banche europee (le MiFID ne sono una valida testimonianza) vorrebbero rivaleggiare, per acquisire una posizione di leadership nel prossimo futuro.

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