Giugno 6, 2026
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BlueStar: mercati azionari da preferire, ma niente rendimenti a due cifre

Secondo Mario Cribari, l’inflazione e il comportamento delle banche centrali  sono i maggiori rischi per il 2022. Travel & Entertainment, finanziari, energetici, minerari, farmaceutici, inflation winners i settori più interessanti.

“L’andamento per il 2022 delle Borse dipenderà principalmente dagli sviluppi della pandemia, tornata alla carica, e dalle politiche monetarie. In assenza di uno shock economico indotto dalla prima ci si può attendere un altro anno di crescita economica sostenuta, seppur in parziale rallentamento, accompagnata però da un alto livello di inflazione incoerente con i tassi di interesse attuali: l’inflazione scenderà dal 7% ma resterà almeno al doppio della media storica”. È l’analisi di Mario Cribari, responsabile della strategia di investimento e partner di BlueStar Investment Managers.

Il 2021 ha avuto due facce: a fronte di una progressione molto positiva per i principali indici azionari, non si è rivelato tuttavia facile da gestire soprattutto per i gestori attivi. Stare a benchmark ha, in media, pagato molto di più. Infatti, dopo una prima parte dell’anno caratterizzata dalla forte ripresa dei settori più ciclici, bastonati nel corso del 2020 a causa dello shock pandemico, e dei tecnologici più speculativi, è seguita una seconda parte dell’anno molto più incerta dove i flussi sono tornati a favore dei “soliti noti”, le mega cap regine dei portafogli e degli investimenti passivi-algoritmici. La combinazione del ritorno aggressivo della pandemia, prima Delta poi Omicron, sommato a misure più restrittive di politica monetaria ha fatto preferire questi ultimi ad investitori desiderosi di tranquillità.

Alcune “mini-bolle” si sono nel frattempo sgonfiate in maniera silenziosa e senza danni apparenti sugli indici di mercato, eccetto che per la Cina. “I mercati azionari sono da preferire visto il livello ridicolo dei rendimenti reali ma senza aspettarsi una progressione a due cifre, a meno di una correzione significativa, probabile, nel corso dell’anno”, sottolinea Cribari. La Cina produceva, esportava, svalutava, risparmiava e investiva mostrando di conseguenza un tasso di inflazione elevato, tipico dei mercati emergenti. Il mondo si è capovolto e la Cina è diventata consumatrice ortodossa e con un cambio stabile forte, alla ricerca di credibilità internazionale. Chi deve fallire fallisce (in modo ordinato), gli eccessi e le manie di grandezza del passato non sono più tollerate. Gli Usa al contrario lanciano soldi dall’elicottero, consumano più di quello che producono, fanno spesa pubblica improduttiva e di conseguenza subiscono un tasso di inflazione per ora senza controllo. Società in perdita continuano a finanziarsi a tassi nettamente inferiori al tasso di rendimento. La morale è che la Cina dovrà tagliare mentre gli Usa dovranno restringere, opportunità relativa interessante sia a livello di azioni che di obbligazioni.

“In questo contesto, si prospettano tempi migliori per i settori ciclici & value, in particolare travel & leisure & entertainment, finanziari, energetici, minerari, farmaceutici, inflation winners. Tempi difficili per growth & defensive, in particolare il settore tecnologico”, conclude Cribari. “Lo scenario inflattivo e il boom della domanda secolare favoriscono alcuni real assets, mentre si prospetta un nuovo super ciclo delle materie prime. Il dollaro potrebbe fare un overshooting di breve ma sul più lungo termine resta fondamentalmente molto debole. Un dollaro debole e tassi in rialzo favoriscono i ciclici, i listini ex Usa, gli obbligazionari e le valute emergenti”.

Lemanik: il sell-off nella new economy cinese crea opportunità

Secondo Marcel Zimmermann, i titoli Asean restano attrattivi e a livello settoriale c’è interesse per tecnologia e materie prime. Si intravedono il rischio della fine della politica monetaria espansiva e un ulteriore deterioramento della relazione tra Usa-Eu verso la Cina.

“Le società private generano il 60% del Pil cinese e il governo sa che gli interventi diretti potrebbero ridurre la crescita in una fase di fragilità. Riteniamo che il sell-off in corso possa offrire delle opportunità e intendiamo lentamente ricominciare ad aumentare il peso della Cina nel portafoglio, attualmente al 12% e quindi al di sotto del livello del benchmark, tramite investimenti in titoli della nuova economia”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

L’Asia continua a essere la regione più importante a livello di crescita anche se il trend appare in rallentamento. Sia l’indice Cinese Caixin Purchasing Manager Manufacturing (PMI) che il PMI dei servizi sono scesi sotto la soglia di 50 – e dunque in territorio di contrazione – nel mese di agosto. I casi di Covid in Giappone sono aumentati drammaticamente durante le Olimpiadi di Tokyo ma grazie alla vaccinazione il tasso di mortalità rimane molto più basso rispetto a gennaio. Vediamo principalmente due rischi per i mercati azionari: la fine della politica monetaria espansiva e un ulteriore deterioramento della relazione tra Usa-Eu verso la Cina. Un aumento dei tassi d’interesse sarà comunque graduale e compensato da un’accelerazione economica. Al contrario, un aumento delle tensioni geopolitiche potrebbe indebolire il sentiment positivo verso la regione.

Il giro di vite del governo cinese sulle grandi società dei settori della tecnologia, del gaming, dell’e-commerce e della didattica ha cancellato un trilione di dollari di capitalizzazione e ha lasciato gli investitori nell’incertezza circa la direzione futura. Questa è un’opportunità per accumulare aziende cinesi con un interessante potenziale a lungo termine. La protezione dei dati personali e l’atteggiamento monopolistico dei giganti della new economy sono discussi anche in Europa e negli Stati Uniti.

“Il fondo nell’ultimo periodo ha beneficiato della bassa esposizione sulla Cina e di una posizione del 45% sul Giappone”, sottolinea Zimmermann. “Abbiamo ridotto di qualche percentuale la nostra ponderazione in Giappone a favore della Cina mentre restiamo sovrappesati sull’area Asean, che trae profitto dell’accordo RCEP, firmato nel novembre 2020. La diversificazione delle supply chain fuori della Cina, spinta dagli Usa e anche dal Giappone, è un altro fattore positivo per questi paesi. A livello settoriale restiamo sovrappesati sugli industriali e i metalli industriali che continueranno a beneficiare degli investimenti sostenibili (auto elettriche, turbine eoliche, ecc) e degli importanti programmi infrastrutturali lanciati dai diversi paesi per sostenere la crescita”.

Scenario di forte ripresa economica, con l’incognita della variante Delta

Secondo Mario Cribari, per l’inflazione si sta aprendo una nuova era dopo il periodo deflazionista del 1997 – 2018. L’elevato peso dei titoli FANG nell’indice S&P 500 costituisce una sorta di “freno di emergenza” a un potenziale peggioramento dello scenario economico.

“Nonostante la gravità legata alla variante Delta e delle future possibili varianti, riteniamo probabile uno scenario di forte ripresa economica. L’elevato tasso vaccinale, l’auspicata estensione globale del green pass, una maggiore sensibilità politica nel voler evitare i lockdown, una maggiore resilienza economica, elevate riserve di risparmio e una robusta crescita del Capex (flussi di cassa in uscita per investimenti) depongono a favore di questa ipotesi. L’inflazione non sarà tuttavia temporanea e a un certo punto, ma sicuramente in ritardo, le banche centrali occidentali dovranno prenderne atto mentre poche altre avranno agito in maniera preventiva e lungimirante”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

Il picco raggiunto da alcuni dati macro, la forte riduzione dei tassi di interesse e la martellante attenzione mediatica riservata alla variante Delta sembrano far temere un imminente nuovo rallentamento economico. I fatti però delineano chiaramente, almeno per ora, una prima fase di boom economico, che non si vedeva da decenni, seguita da una fase più moderata ma pur sempre superiore al “new normal” post 2008. Da decenni non si vedevano interventi fiscali così massicci, sia improduttivi di breve termine che produttivi di lungo termine. E per una volta l’Europa si è dimostrata unita e lungimirante con il suo Recovery plan. Negli Usa invece sono stati facilmente approvati gli “helicopter money” e le varie sovvenzioni che stanno distorcendo il mercato del lavoro mentre sul resto si continua a negoziare.

Nel frattempo l’economia Usa cresce comunque a ritmi compresi tra il 6% – 8% reale. Le imprese, dopo lo spavento del 2020 e i colli di bottiglia nella produzione, stanno tornando a ricostituire scorte e a investire in capacità, spesso rilocalizzando parte della produzione dall’estero, per evitare rischi futuri e aggirare possibili tariffe. La crescita economica riguarda gran parte dei paesi, non solamente gli Usa. In Europa ci si attendono ritmi di crescita molto simili, per non parlare della Cina che dopo l’eccezionale 2020 è attesa in crescita del 6.5%. Solo un nuovo grave shock pandemico potrebbe invertire la tendenza. “Continuiamo a ritenere che per l’inflazione si stia aprendo una nuova era dopo il periodo deflazionista del 1997 – 2018”, sottolinea Cribari. “L’inflazione non sarà temporanea anche se ci vorrà ancora qualche mese di evidenza per convincere il mercato che ancora si affida alla presunta, ma sempre smentita, onniscienza dei banchieri centrali”.

Mentre qualche banca centrale comincia a correre ai ripari con politiche più ortodosse, la Fed e la Bce per motivi simili nicchiano. La prima deve poter permettere allo stato americano di finanziarsi a basso costo comprando essa stessa una buona parte di nuovo debito, mentre la Bce ha impellenza assoluta di continuare a finanziare i faraonici debiti periferici mantenendo stretti gli spread. Intanto la Cina, che già aveva scelto di intervenire meno espansivamente nel 2020, si è addirittura imbarcata in politiche di controllo restrittive a 360 gradi che hanno causato un moderato rallentamento economico e una decisa sottoperformance borsistica. In questo momento le autorità cinesi sono impegnate in un difficilissimo equilibrismo per conciliare una crescita decente con la sua sostenibilità futura.  Ha intanto suscitato molto scalpore la notizia degli interventi alla “cinese” da parte del governo sulle società di tutoring scolastico. La Cina vuole ammonire le società che si quotano solo sul Nasdaq e non a Hong Kong e incentivare quelle società tecnologiche che effettivamente creano un valore aggiunto di know how reale al paese.  Con tali misure, apparentemente estreme, Pechino si sta realmente attrezzando per diventare la prima potenza mondiale. È paradossale che per batterla occorra prenderne spunto, piuttosto che fare l’esatto contrario, esattamente quello che gli Usa non ammetteranno mai.

“A livello di scelte di investimento, restiamo convinti che vista l’elevata dispersione dei rendimenti e le continue rotazioni settoriali il bottom up possa rivelarsi la chiave del successo. A livello aggregato continuiamo a ritenere che il risk/reward non sia favorevole e una correzione compresa tra 5-15% sia possibile”, conclude Cribari. “Al momento ci sentiamo di escludere per ora scenari peggiori viste le caratteristiche, considerate difensive, dell’S&P 500 il quale resta l’indice di riferimento globale. L’elevato peso dei titoli FANG – acronimo delle iniziali di Facebook, Amazon, Netflix e Google (FAANG se vi si aggiunge anche Apple – costituisce una sorta di “freno di emergenza” implicito. L’altro lato della medaglia però non ci fa prevedere grosso potenziale a causa delle loro valutazioni elevate. Ecco perché occorre favorire, moderatamente, alcuni ciclici che sono tornati interessanti.  A livello geografico consigliamo di riaccumulare i mercati emergenti, Cina in particolare, mentre restiamo negativi sulle obbligazioni, soprattutto sui governativi occidentali. Infine consigliamo di diversificare su materie prime, infrastrutture, minerari, energetici, motivo per il quale una percentuale minima di dollari è giustificata”.

Fed nella “trappola del debito”. Una pura scommessa contro l’inflazione

La Banca Centrale Usa non è in grado di modificare la sua politica monetaria e continuerà a sostenere che l’inflazione è un fenomeno solo temporaneo, sperando che lo sia veramente. In caso contrario, sarà il mercato a modificare il costo del debito per il sistema.

“Il sistema finanziario Usa non è più in grado di reggere la minima politica monetaria restrittiva e la Fed è totalmente “disarmata” dinnanzi a una possibile impennata dell’inflazione. L’attuale leverage nell’economia degli Stati Uniti ha infatti “infettato” il sistema e la Banca Centrale Usa è finita nella trappola del debito.” È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

La Fed non è in grado di modificare la sua politica monetaria e quindi continuerà a sostenere che l’inflazione è un fenomeno solo temporaneo, sperando che lo sia veramente, prosegue Novelli. La politica monetaria ha esaurito i suoi effetti e può solo rimanere appiattita sui tassi a zero. Infatti, mentre ulteriori stimoli monetari non avrebbero alcun effetto sull’economia reale, un minimo cambiamento restrittivo sarebbe più restrittivo di quanto può sembrare perché siamo ormai nella trappola del debito. Se dunque l’inflazione non fosse temporanea, la Fed non potrebbe intervenire con politiche restrittive perché produrrebbe una pesante recessione indotta da un aumento del costo dell’indebitamento che affligge il sistema. E’ dunque evidente che la Banca Centrale Usa è totalmente “disarmata” davanti ai rischi che le sue politiche monetarie hanno innescato nel sistema.

Il gestore fa notare che il Pil americano vale 20 trilioni di dollari e il debito in circolazione nel sistema è di oltre 70 trilioni di  (pubblico e privato): ipotizzando per i prossimi anni una crescita nominale del Pil del 6% (che con un’inflazione stimata al 3% produrrebbe un Pil reale del 3%), e un costo nominale medio del debito nel sistema fermo al 2% (si tenga conto che circa il 30% del debito in circolazione è di tipo speculativo e subprime a tassi molto elevati), si avrebbero questi risultati: 1) la crescita del Pil nominale al 6% produrrebbe 1,2 trilioni di dollari di nuovo reddito all’anno, 2) il costo del debito del 2% all’anno sarebbe pari a 1,4 trilioni di dollari ogni anno (ipotizzando che il debito rimanga fermo dov’è). In pratica, l’intero reddito prodotto in un anno dall’economia servirebbe a malapena solo a sostenere il costo dell’indebitamento.

Si tenga presente che l’ipotesi di crescita reale al 3% è superiore alla media di crescita dell’economia Usa degli ultimi 10 anni, che è stata del 2% nonostante perenni stimoli monetari e fiscali, mentre l’ipotesi che il debito rimanga fermo su questi livelli è decisamente ottimistica – spiega il gestore.

Se l’inflazione non sarà temporanea sarà il mercato (e non la Fed) a modificare il costo del debito per il sistema, con tutte le conseguenze del caso. Pertanto, la gestione del dollaro e dei tassi d’interesse si farà particolarmente difficile nei prossimi mesi, ed è abbastanza ovvio che i mercati finanziari si stiano prendendo dei rischi elevatissimi, affrontando questa scommessa al massimo della leva e con un profilo di allocazione su certe asset class talmente elevato che nessun errore è ammesso. Il paradosso di tale stato di cose è che tutti sperano che l’inflazione sia temporanea, ma in realtà avremmo bisogno proprio dell’inflazione per svalutare il debito gigantesco che abbiamo creato in questi ultimi vent’anni, dato che non siamo in grado di ripagarlo ma non possiamo neanche remunerarlo a costi più alti di quelli attuali.

Appare dunque piuttosto complicato – prosegue Novelli – sperare di non avere l’inflazione che vorremmo grazie alle politiche monetarie che stiamo facendo, che sono proprio finalizzate a produrla in modo non temporaneo. Siamo dunque, a mio parere, arrivati alla fine della corsa, dove tutti investono nel “reflation trade” senza però voler accettare le conseguenze del termine “reflation”, dove i mercati vorrebbero continue politiche monetarie reflazionistiche ma senza l’inflazione. Sono questi i classici contesti da “policy mistake”, dove si deve perseguire politiche ormai obbligate e continuare in un’unica e sola direzione, dato che una “exit strategy” è diventata ormai impraticabile.

Tra il 2018 e il 2019 la Fed ha iniziato a ridurre il bilancio e ad alzare i tassi d’interesse ma, in pochi mesi, l’economia si è trovata sull’orlo della recessione e la Banca Centrale americana ha dovuto innescare la retromarcia, riacquistando in poche settimane tutti i titoli che aveva venduto e riportando i tassi dal 2,5% allo 0,25% in meno di tre mesi – prosegue il gestore. Se già prima della pandemia l’economia non reggeva l’urto di politiche monetarie “meno espansive” cosa potrebbe succedere oggi pronunciando solamente la parola “tapering”?  

Il motivo per il quale il dollaro è rimasto debole nonostante le dichiarazioni restrittive è una ulteriore conferma che lo scenario a termine per la divisa Usa rimane la svalutazione. D’altronde un’economia che cresce solo sul debito monetizzato dalla Banca Centrale non può avere una divisa forte. Chi crede in scenari opposti (dollaro forte) dovrebbe essere coerente e vendere Equity e Bonds, perché scommette che la Fed alzerà i tassi e ridurrà il bilancio. Ma un dollaro esposto a rischi di svalutazione mette in crisi i flussi di capitale estero che finanziano il debito Usa. Per questo motivo la Fed ha iniziato questo “giochetto” delle dichiarazioni verbali per far credere che l’inflazione è temporanea, ma se non sarà così, interverrà a difendere il dollaro alzando i tassi?  I tassi non possono salire e il dollaro non sarà difeso in alcun modo. Lo stesso discorso vale per i Treasuries. Tutto sembra confermare che siamo giunti alla fase finale dell’efficacia delle politiche monetarie attuate dal 2008 a oggi, e la “tanto desiderata” inflazione potrebbe essere un elemento di svolta.

Se ci sarà veramente inflazione avremo disordine sui mercati finanziari e svalutazione del debito, spiega Novelli, se l’inflazione sarà solo transitoria rimarremo nella trappola del debito con un’economia in stagnazione, instabilità sociale, insolvenze e svalutazioni monetarie competitive. Gli investitori scelgano lo scenario preferibile, sapendo che, nel secondo caso, l’agonia da debito non darebbe risultati diversi ma solo posticipati e probabilmente peggiori.   

La FED ridurrà gli stimoli prima della BCE, sostenendo il dollaro. I tassi invariati la vera sorpresa

Secondo Filippo Garbarino, l’inflazione sarà  al picco in estate, ma più bassa nella seconda metà dell’anno, mentre i tassi dei Treasury a 10 anni andranno  verso quota 2% a fine 2021. Dopo la riunione del FOMC, la vera sorpresa sarebbe quella di non alzare i tassi, nonostante gli annunci di una stretta monetaria per il lontanissimo 2023.

Da qualche settimana, i tassi di interesse hanno cominciato ad essere al centro dell’attenzione per via della spinta inflazionistica generata dalla ripresa economica. Va da sé che questa “spinta” sui prezzi al consumo ed alla produzione stia avvenendo con diverse modalità a seconda dell’area geografica del mondo industriale: più cauta in Europa, “violenta” negli USA. A fine giugno, con ogni probabilità l’economia americana avrà annullato le perdite accusate con la pandemia, e ciò avverrebbe con oltre un anno di anticipo rispetto all’Eurozona.

In particolare, gli Stati Uniti – tradizionalmente molto “diretti” nell’annunciare le proprie politiche monetarie a breve termine – oggi stanno confondendo, e non poco, gli operatori. Infatti, prima del dato di Maggio sull’inflazione USA (+5% su base annuale) il segretario del Tesoro, Janet Yellen, aveva ribadito un concetto espresso nei mesi scorsi, e cioè che, di questo passo, il rialzo dei tassi da parte della FED sarà necessario per evitare il surriscaldamento dell’economia. Ebbene, il futuro rialzo dei tassi è stato fatto intravedere con un po’ troppo anticipo dal FOMC, che lo avrebbe programmato per il 2023 in modo da orientare i mercati senza troppi scossoni. Pertanto, visto il larghissimo anticipo (siamo ancora abbondantemente nel 2021, per cui mancherebbero due anni prima di una eventuale stretta monetaria), possiamo dire che la FED e la politica monetaria USA è più che mai accomodante, e sta dando la sensazione che la crescita sostenuta dell’inflazione sia un fatto temporaneo e destinato ad affievolirsi, consentendo così di mantenere gli stimoli inalterati (piano di acquisti di titoli da 120 miliardi di euro al mese). Invece il governo, come in un role playing ben sceneggiato, non perde occasione per mettere in guardia i mercati sulla probabile stretta monetaria, senza dire quando potrebbe accadere.

La vera sorpresa, pertanto, sarebbe quella di far rimanere immutati i tassi, nonostante i ritmi di ripresa del PIL e dell’occupazione suggeriscano di fare il contrario per evitare di perdere il controllo dei prezzi. “È probabile che il tasso di inflazione arrivi a un picco durante l’estate per poi attestarsi su livelli inferiori nella seconda metà del 2021. In tale contesto inflazionistico, è lecito aspettarsi un prosieguo nel rialzo dei tassi, con una pendenza però inferiore rispetto a quanto visto nel primo trimestre. Plausibile un tasso di circa il 2% per il Treasury Bond decennale Usa per la fine 2021 e un dollaro forte, sostenuto dalla possibile fine degli stimoli monetari da parte della Fed”. È l’analisi di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities. 

L’inflazione Usa negli ultimi mesi è salita a livelli che non si vedevano da tempo. Tuttavia ci sono alcuni fattori importanti da considerare. Tra le categorie che hanno contribuito maggiormente al rialzo dell’inflazione vi sono quelle che erano state più colpite dalla pandemia, per esempio l’alberghiero, con il +8%, i biglietti aerei con il +10%, le macchine usate con il +10%. Era assolutamente prevedibile che tali categorie, venendo da un periodo di chiusura globale, subissero un aumento di domanda e conseguentemente anche di prezzi. Le banche centrali considerano tali pressioni transitorie. Anche le aziende industriali, che hanno costi di input legati alle materie prime, non ritengono che il rialzo possa essere duraturo. 

Filippo Garbarino

Ora l’economia globale si trova in pieno rimbalzo post pandemico, ma la ripresa non è sincronizzata, poiché alcuni paesi emergenti come India e Brasile sono rimasti indietro nel contenimento del virus. I tassi dovrebbero continuare a salire ancora per alcuni trimestri, esercitando pressione sui prezzi delle obbligazioni. Sul medio-lungo periodo però vi è molta più incertezza sulla loro direzione, visto che permangono i soliti fattori deflazionistici: alti livelli di indebitamento, trend demografici in stagnazione e impatto negativo della tecnologia sui prezzi. “In questo contesto, si raccomanda un portafoglio obbligazionario con una esposizione mista sia in termini di duration (corta/lunga) sia in termini di tasso (fisso/variabile/inflation linked)”, sottolinea Garbarino. “Per quanto concerne l’esposizione al rischio cambio, si raccomanda un approccio non coperto, mantenendo esposizione al dollaro, in quanto riteniamo che la FED anticiperà la BCE nella exit strategy dagli stimoli monetari e questo dovrebbe favorire la valuta Usa”.

Aziende USA: utili annuali da record, ma serve cautela. Sugli scudi titoli energetici e gaming

Secondo Pasquale Corvino di Zest, le elevate valutazioni del mercato americano iniziano a costituire motivo di cautela anche a fronte di risultati positivi. L’aumento della volatilità potrebbe portare a vendite forzate con pesanti effetti sul mercato.

“Tra le classi interessanti del mercato statunitense in questa fase, vedo potenziale di rialzo su titoli energetici e principalmente sui raffinatori come Valero, che coniuga buona crescita e alta efficienza operativa a valutazioni ragionevoli. In parallelo, ci sono buone prospettive su titoli tra i consumi discrezionali legati a Casino&Gaming, come Las Vegas Sands, che beneficeranno della migliorata situazione pandemica in Asia nonché delle opportunità derivanti dall’online gaming”. È la view di Pasquale Corvino, gestore di Zest.

A oggi oltre il 60% delle società statunitensi hanno pubblicato i risultati trimestrali mostrando risultati superiori alle aspettative. Analizzando i dati risulta che a livello di utili per azione l’86% delle società ha battuto le stime con una magnitudine tra utili attesi e realizzati che ha toccato quasi il 23%. Tutto ciò ha portato alla crescita degli utili annuali al livello record del 46% grazie alla forte crescita e alla bassissima base di partenza. Anche i fatturati sono stati superiori alle attese per il 78% delle società. Nonostante questo, in aggregato le reazioni dei singoli titoli alle trimestrali è stata misurata in termini di incremento dei prezzi, a testimonianza che le elevate valutazioni iniziano a costituire motivo di cautela anche a fronte di risultati positivi.

Guardando al futuro,  anche il prossimo trimestre presenta uno scenario simile: basse aspettative, raffronti favorevoli rispetto allo scorso anno, ma valutazioni ancora elevate. Il mercato sta scontando come strutturali o comunque sostenibili nei trimestri futuri i tassi di crescita recentemente osservati, a seguito dei rimbalzi dalla fase pandemica più acuta, quando  invece andrebbero considerati come transitori e irripetibili in condizioni  normalizzate. I prossimi mesi saranno fondamentali  per valutare la consistenza della ripresa economica e la capacità delle leve monetarie e fiscali di soddisfare le aspettative incorporate nei prezzi di mercato, che al momento appaiono elevate e scontano uno scenario estremamente positivo.

“Intanto la volatilità nell’ultimo anno si è costantemente ridotta e meno volatilità significa maggiori posizioni a leva”, conclude Corvino (nella foto). “Se aumenta la volatilità il broker richiede maggiori margini e questo potrebbe far scattare delle vendite forzate in una situazione di eccessi. Se l’aumento della volatilità avviene gradualmente le posizioni vengono gestite, se dovessero esserci movimenti violenti allora scattano smobilizzi simultanei con pesanti effetti sul mercato. Nelle ultime settimane il Vvix, vale a dire la volatilità della volatilità, è tornato a salire”.

Scambi Italia e Stati Uniti nel 2020. Lombardia prima per export, Milano da sola vale 4,7 miliardi

Tra Italia e Stati uniti calano meno del resto del mondo le esportazioni, grazie a  farmaceutica e alimentari in crescita. Nell’export tengono Veneto, Toscana e Campania, crescono Liguria, Abruzzo e Molise. Tiene Milano.

Valgono 57 miliardi gli scambi per l’Italia con gli USA nel 2020, su un totale di 804 miliardi di scambi internazionali nell’anno, secondo un’elaborazione di Promos Italia su dati Istat. In calo rispetto ai 63 miliardi dell’anno precedente, il 2019. Si tratta di 14,8 miliardi di import, in calo del 13 percento in un anno e di 42,5 miliardi di export, in calo di 6,7 percento. Rispetto al dato mondiale, la situazione per l’import è simile mentre le esportazioni verso gli Stati Uniti tengono un po’ di più, il calo rispetto al mondo è del 9,7 percento.  

Gli USA sono il terzo tra i partner commerciali dell’Italia e assorbono oltre il 9% delle nostre esportazioni.

“Gli Stati Uniti – ha dichiarato Alessandro Gelli, Direttore di Promos Italia – si confermano un mercato strategico per i rapporti economici del nostro Paese. Sono infatti il terzo mercato a livello internazionale per esportazioni e anche nel periodo del Covid hanno rafforzato questa posizione. Detto ciò, nell’ultimo anno si è registrato un calo generale negli scambi tra Italia e Stati Uniti, anche se inferiore rispetto al resto del mondo. Un andamento che è accompagnato da effetti molto diversificati, per settore e per regione, con aumenti elevati in alcuni casi e diminuzioni improvvise in altri. Il 2020 – conclude Gelli – ha quindi modificato le tipologie di rapporti commerciali degli Stati Uniti con il nostro Paese e con le diverse realtà territoriali. Sarà interessante verificare, quando la pandemia sarà finita, se questo shock ha modificato in maniera perenne i trend commerciali tra i due Paesi o se si è trattato solo di dinamiche temporanee”.

Alessandro Gelli

Tra i settori principali di esportazione negli USA, i macchinari che vedono un export di 8,6 miliardi calano del 9 percento, i mezzi di trasporto con 8,2 miliardi calano del 5 percento, la farmaceutica con 5,8 miliardi cresce di 1 percento, gli alimentari con 4,5 miliardi crescono del 5,8 percento, la moda con 4 miliardi cala del 27 percento, i metalli con 3 miliardi calano del 10 percento. 

Tra le principali regioni per export la Lombardia con 9,4 miliardi rispetto ai 10 miliardi del 2019, in calo del 6 percento, Emilia Romagna con 6 miliardi in calo dell’8 percento. Tiene il Veneto con 5,5 miliardi in calo di 1,2 percento. Poi seguono Toscana con 3,8 miliardi, in crescita dello 0,4 percento, Piemonte con 3,7 miliardi, in calo di 15,6 percento e Lazio con 2,8 miliardi, in calo del 36 percento. Il Friuli con 2,3 miliardi cala dell’8%. Forte la crescita per la Liguria con 1,6 miliardi, +95%.

Tiene la Campania con 1,2 miliardi, in calo dello 0,9 percento. Tra le regioni in crescita da segnalare Abruzzo con 933 milioni, +66 percento e Molise con 447 milioni, + 86 percento. 

Tra le province, prima Milano con 4,7 miliardi, in calo di 1,3 percento, Torino con 1,9 miliardi in calo del 20 percento, Bologna con 1,7 miliardi in calo del 10,9 percento, Modena con 1,5 miliardi in calo di 12,2 percento, Vicenza con 1,5 miliardi in calo del 6 percento, Latina con 1,4 miliardi in calo del 49 percento. Cresce Genova, con 1,4 miliardi, + 117 percento.

Tra le prime anche Firenze con 1,4 miliardi, in calo del 15 percento.

In Europa c’è molto più valore di quanto si creda. Imprese fiduciose e bassi livelli di scorte

Secondo Andrea Scauri di Lemanik, le azioni value beneficiano delle valutazioni ben al di sotto della media di mercato e del forte sottopeso nei portafogli globali.  

Value ed Europa hanno sotto-performato per anni, ma con l’aspettativa di una crescita economica in sincronia con tassi mai visti negli ultimi decenni e una ripresa dell’inflazione la parte più ciclica dei mercati potrebbe godere di performance molto forti. Il value beneficia delle valutazioni ben al di sotto della media di mercato e del forte sottopeso nei portafogli globali e la leva operativa di queste società rimane piuttosto elevata, consentendo un forte aumento dei profitti qualora i ricavi iniziassero a salire. Probabilmente c’è molto più valore in Europa di quanto si percepisca attualmente”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.

I mercati azionari europei sono saliti nelle scorse settimane nonostante la lentezza del lancio dei vaccini e nuove restrizioni, ma con l’attività industriale che continua a dipingere un quadro positivo, condizioni finanziarie favorevoli, elevata fiducia delle imprese e livelli di scorte ancora bassi. I mercati asiatici sono stati deboli, mentre i mercati azionari americani hanno registrato performance miste. L’Italia ha sovra-performato, continuando a beneficiare dell’effetto Draghi e del significativo impatto positivo delle misure della Bce, che hanno portato a un’ulteriore riduzione del costo di finanziamento del debito pubblico, arrivato a un nuovo minimo storico. Questo trend è destinato a continuare grazie a una forte riduzione del rischio politico e al pieno sostegno a Draghi da parte dei principali partiti politici per attuare efficacemente il Recovery Fund.

La volatilità dei mercati globali è scesa ulteriormente. Le materie prime hanno corretto leggermente e i tassi d’interesse sono saliti negli Usa, con il rendimento del Treasury a 10 anni che è salito di +31bps all’1,71%, un irripidimento della curva e un aumento del tasso d’inflazione previsto.

“Riteniamo che questo movimento si spieghi, da un lato, con la prospettiva sempre più probabile di una fine della pandemia e, dall’altro, con le consistenti emissioni di debito pubblico, che devono essere monitorate attentamente perché potrebbero portare a una volatilità a breve termine sui mercati, alla luce del significativo deficit statunitense”, sottolinea Scauri. “Continuiamo a credere che la Fed non abbia altra scelta che aumentare gli acquisti di buoni del tesoro, monetizzare il debito e, se necessario, utilizzare altre misure di politica monetaria a sua disposizione”.

Il differente ritmo di vaccinazione si traduce in divergenti prospettive di crescita: da un lato Usa e Uk, che stanno già pianificando le fasi di riapertura delle loro economie, dall’altro l’Europa, in ritardo. A livello fiscale, gli Usa sono stati estremamente aggressivi per la quantità di stimoli approvati. L’Europa ha dato segni di unità con il risultato storico del Recovery Fund, ma la percezione del mercato è che abbia fatto meno rispetto agli Usa.

Il margine di sorpresa del mercato americano resta molto limitato, mentre a livello europeo la percezione del mercato è peggiorata a causa della risposta alla pandemia frammentata e il consenso è rimasto negativo nonostante i dati effettivi siano migliori delle aspettative. Questi aspetti sono evidenti nel Citi Economic Surprise Index (CESI), che misura il livello di sorpresa dei dati rispetto alle aspettative del mercato. I dati macroeconomici americani sono risultati forti ma sono ancora al di sotto delle aspettative del mercato e il CESI americano è in costante diminuzione. Ciò significa che le aspettative sono aumentate al punto che anche i dati più forti vengono percepiti come insoddisfacenti. Al contrario, questa visione è stata opposta in Europa, dove il CESI è in rialzo e si sta nuovamente avvicinando ai massimi visti in precedenza.

“Se le notizie negative si interromperanno e il sentiment diventasse più positivo, potrebbe esserci una sovra-performance sostenuta delle azioni europee”, conclude Scauri.

Come la pandemia ha cambiato le priorità finanziarie degli investitori USA. E quelli italiani?

Secondo alcune ricerche, a seguito della pandemia gli investitori USA hanno aumentato l’apporto di mezzi finanziari ai propri programmi pensionistici, e i genitori americani stanno avendo più conversazioni con i propri figli in materia di finanza. In Italia, siamo lontanissimi da questo tipo di coinvolgimento.

La pandemia COVID-19 ha rimodellato i modi in cui molti investitori stanno spendendo e risparmiando i loro soldi, ma per i risparmiatori statunitensi una priorità non è cambiata affatto: quella di prepararsi per la pensione.

L’americano medio, infatti, non appena trova lavoro stabile – più o meno verso i 25 anni – mette in pratica tre azioni programmatiche di risparmio di lunghissimo periodo: pagare la copertura sanitaria (quando questa non viene inclusa nel pacchetto retributivo o come benefit, totale o parziale, dall’azienda presso cui si lavora), contrarre un mutuo per acquistare casa e sottoscrivere un fondo pensionistico.

Non ci si perde tempo, queste azioni fanno parte del bagaglio educativo e del corredo sociale che ogni americano eredita dai propri genitori. Si risparmia conoscendo già tre fondamentali obiettivi di spesa, che insegnano l’investitore USA ad avere una elevata consapevolezza finanziaria in giovanissima età, anche prima di entrare al college. Non è un caso che i consulenti finanziari americani lavorino tantissimo con i giovani millennials, e adeguino continuamente la propria offerta di servizi a queste tre esigenze di vita, che richiedono un forte supporto in termini di consulenza.

Gli italiani vivono storicamente in un contesto diverso, dove il welfare state ha spento sul nascere questo modo di intendere la finanza personale. Contestualmente, ha spento anche qualunque consapevolezza finanziaria, anche adesso che servirebbe per poter colmare, tra appena 15 anni, il vuoto pensionistico che i cinquantenni di oggi vivranno sulla propria pelle, ricavando pensioni pubbliche davvero “povere” rispetto alle generazioni precedenti.

Allo stesso modo, la consulenza finanziaria italiana e americana si differiscono moltissimo, e nel nostro paese l’ottica del rendimento di breve-medio periodo e l’assenza di una programmazione specifica padroneggiano ancora i criteri di scelta di un investimento e, in definitiva, anche del proprio consulente. In particolare, il benessere personale al raggiungimento dell’età pensionabile è ancora uno degli obiettivi più trascurati in Italia, e lo scoppio della pandemia ha aumentato i risparmi senza veicolarli in programmi pensionistici né in coperture sanitarie aggiuntive. Negli Stati Uniti, secondo i nuovi risultati del sondaggio di Ameriprise Financial, nonostante la pandemia il 69% di coloro che avevano stabilito in precedenza quando sarebbero andati in pensione ha affermato che il loro obiettivo non è cambiato. Quasi uno su cinque (18%), poi, ha addirittura accelerato i propri piani di pensionamento e, di questi intervistati, l’83% ha affermato che la decisione è stata volontaria. Solo il 13% di coloro che avevano in mente una data di pensionamento ha affermato che la pandemia ha ritardato questo obiettivo.

Lo studio sulle priorità finanziarie di Ameriprise ha intervistato più di 3.000 americani con almeno $ 100.000 in asset investibili, per capire a cosa tengono di più quando si tratta dei loro soldi e come sono cambiate le loro priorità tra le sfide dell’ultimo anno. In particolare, la maggioranza degli intervistati (63%) ha affermato che il proprio reddito familiare non è stato influenzato dalla pandemia, e il 10% ha aggiunto che il proprio reddito è effettivamente aumentato. Tuttavia, il 25% del campione ha riferito di guadagnare meno denaro, a dimostrazione del pedaggio irregolare che COVID-19 ha avuto sulle finanze degli americani.

In questo contesto, più di 6 intervistati su 10 hanno affermato che proteggere le proprie attività finanziarie (63%) e pianificare l’incertezza (62%) sono più importanti per loro adesso rispetto a prima della pandemia, e più di un quarto (26%) intende aumentare l’importo investito a lungo termine nel 2021.

Allo stesso modo, quasi la metà (45%) degli intervistati ha ridotto la propria spesa durante la pandemia e il 30% di loro si aspetta di rimanere frugale in futuro, ha rilevato il sondaggio, e una volta terminata la pandemia, un quarto degli investitori prevede di spendere più soldi del solito in attività che hanno posticipato.

Non sorprende che la salute e la sicurezza siano balzate in cima come priorità per gli investitori USA. In effetti, il 71% dei partecipanti al sondaggio ha affermato che mantenere la propria famiglia al sicuro è più importante per loro ora rispetto a prima della pandemia. Inoltre, il 63% degli investitori che non disponeva di un fondo di risparmio di emergenza prima della pandemia ne ha creato uno o prevede di farlo presto. Allo stesso modo, il 44% degli intervistati che non aveva un testamento o un piano successorio in precedenza, ne ha creato uno negli ultimi 12 mesi o prevede di farlo presto.

Gli investitori stanno anche avendo più conversazioni finanziarie con i loro parenti più stretti. Tra gli intervistati USA che sono genitori, infatti, il 30% ha affermato di discutere maggiormente le finanze con i propri figli. In Italia, siamo lontanissimi da questo tipo di coinvolgimento, che presume un elevato tasso di educazione finanziaria, molto carente nel Belpaese.

“Le circostanze straordinarie dell’ultimo anno hanno convinto molte persone, anche quelle che avevano già una solida base finanziaria, a intraprendere azioni che avrebbero potuto rimandare in precedenza”, afferma Marcy Keckler, Vicepresidente della strategia di consulenza finanziaria di Ameriprise. “Gli investitori stanno prestando maggiore attenzione alle loro finanze e stanno apportando importanti cambiamenti per rafforzare la loro situazione finanziaria”.

Il contesto appena delineato amplifica le differenze tra USA e Italia: nel primo, gli investitori cercano di sostenere le proprie finanze attribuendo un valore elevato alla consulenza di un professionista, in Italia e in Europa si tende, invece, ad un affievolimento delle funzioni e del numero dei professionisti presenti, e non sono in pochi a pensare che ciò sia il risultato di un preciso disegno politico internazionale dell’EU.

Eppure, una circostanza accomuna i consulenti finanziari di entrambi i paesi: secondo un sondaggio condotto online da Artemis Strategy Group a Gennaio 2021 tra 3.028 americani di età compresa tra 30 e 70 anni e con $ 100.000 o più in asset investibili, la maggior parte degli intervistati  ha affermato che la pandemia ha confermato l’importanza di lavorare con un consulente finanziario, ed il 39% degli intervistati che non ha un consulente al proprio fianco ritiene che lavorare con uno di essi potrebbe aiutarli a resistere a cambiamenti inaspettati. Anche in Italia, gli studi effettuati subito dopo il mese di Maggio 2020 hanno rilevato gli stessi risultati in merito all’indice di soddisfazione degli investitori assistiti da un consulente, ma nessun risultato così confortante abbiamo rispetto a quanti vorrebbero averne uno.

PIL mondiale 2021: il 6% della Cina non è un fatto negativo. India al top, USA oltre le previsioni

Secondo gli analisti intervistati da CNN e CNBC, l’obiettivo di crescita dichiarato dalla Cina per il 2021 è volutamente prudenziale. L’India esce dalla recessione e crescerà del 12.6%, gli USA del 6,5%, oltre tre punti percentuali in più rispetto alle previsioni di dicembre.

L’OCSE prevede che l’economia mondiale crescerà del 5,6% nel 2021, con un miglioramento di oltre un punto percentuale rispetto alla stima di dicembre. Naturalmente, all’interno della sua media spiccano alcuni paesi del continente asiatico, con la sorpresa dell’India come possibile “vincitore assoluto” in termini di crescita del prodotto interno lordo.

Michael Hirson

Il dibattito, però, nelle settimane scorse si era scatenato sugli obiettivi dichiarati dal premier cinese, per molti talmente sottostimati da creare dubbi sulla sostenibilità della crescita cinese e, conseguentemente, una correzione dei mercati azionari. “Quello della Cina è un obiettivo di crescita così facile da raggiungere, che averlo dichiarato è come non aver dichiarato alcun obiettivo”, ha affermato Michael Hirson, capo di Eurasia Group per la Cina e il Nordest asiatico.

Per meglio interpretare questo dato così prudente, gli analisti avrebbero dovuto leggere meglio le parole del premier cinese. Infatti, rivolgendosi ai giornalisti al termine della riunione parlamentare annuale, Li Keqiang ha dichiarato: “Fissando l’obiettivo di crescita del PIL al di sopra del 6%, abbiamo lasciato aperte le possibilità, il che significa che nella consegna effettiva potrebbe esserci una crescita ancora più rapida”.

Simon Baptist

Il vero obiettivo dei cinesi, pertanto, sembra quello di voler stupire il mondo, magari per dare maggiore spinta al mercato azionario nel momento in cui verrà annunciato un risultato di gran lunga superiore. E’ questa l’opinione di Simon Baptist, capo economista presso l’Economist Intelligence Unit (EIU), secondo il quale “l’obiettivo di crescita del GDP sarà facilmente soddisfatto. È un “finto obiettivo“, che si comunica quando non si vuole davvero avere un obiettivo, e vuole puntare in alto senza voler sembrare presuntuosi”, ha affermato Baptist ai microfoni di CNBC.

L’EIU di Simon Baptist prevede che la crescita della Cina quest’anno sarà intorno all’8,5%, e cioè 2.5 punti percentuali in più rispetto all’obiettivo ufficiale. “Un obiettivo facile da raggiungere non è inutile”, afferma Michael Hirson (Eurasia), “tale annuncio è coerente con il desiderio della Cina di dare la priorità alla qualità rispetto alla quantità”. “Esso invia un messaggio ai funzionari locali e al resto del sistema: concentrarsi sulla qualità della crescita, e se questa porta ad un risultato maggiore, è tanto di guadagnato”, ha detto recentemente Baptist a “Street Signs Asia” della CNBC.

Il desiderio di aumentare la qualità della crescita a discapito della quantità è rafforzato anche dalle caratteristiche del piano quinquennale cinese, che mostra una continua riduzione dell’enfasi sul raggiungimento di numeri rigidi di crescita. Inoltre, Baptist dell’EIU ha affermato che i precedenti obiettivi di crescita hanno causato “squilibri pericolosi nell’economia cinese” in passato, incluso un accumulo di debito determinato dal voler raggiungere in alcuni settori, a tutti i costi, obiettivi molto elevati. Pertanto, il risultato dichiarato (+6%) sembra rafforzare l’ipotesi secondo cui la politica economica della Cina sarà un po’ più stretta ed il sostegno fiscale e monetario meno forte rispetto agli anni precedenti.

Rimanendo in Asia, l’India potrebbe rivelarsi quest’anno come l’economia in più rapida crescita al mondo.

Dopo essere precipitata in recessione per la prima volta in quasi un quarto di secolo, il prodotto interno lordo dell’India potrebbe aumentare del 12,6% durante l’anno fiscale del paese (a partire da aprile), secondo una previsione pubblicata martedì dall’OCSE. Se questo livello di crescita si dovesse realizzare, l’India potrebbe rivendicare il suo status di grande economia in più rapida crescita, rubando addirittura il titolo alla Cina.

Recentemente l’OCSE ha comunicato importanti aggiornamenti sull’India, affermando che le sue prospettive economiche sono migliorate notevolmente negli ultimi mesi grazie al dispiegamento di vaccini contro il coronavirus e gli annunci di stimoli aggiuntivi. Questo potrebbe riflettere un targeting più attento delle misure di salute pubblica e del sostegno al reddito, tanto più che le imprese ei consumatori si sono adattati alle restrizioni.

Secondo le ultime previsioni, l’economia degli Stati Uniti dovrebbe espandersi del 6,5% quest’anno, oltre tre punti percentuali in più rispetto alle previsioni di Dicembre 2020. L’OCSE ha sottolineato gli effetti del “forte sostegno fiscale” da 1,9 trilioni di dollari del pacchetto di stimolo del presidente Joe Biden. In Europa, invece, dove il lancio del vaccino è stato lento (tranne che nel Regno Unito), l’OCSE prevede “una ripresa più graduale” del 3,9% ( Regno Unito + 5,1%).

Le prospettive, comunque, rimangono molto incerte a causa della pandemia. L’OCSE ha osservato che le campagne sui vaccini si stanno muovendo a velocità diverse in tutto il mondo, e c’è ancora la possibilità di nuove mutazioni che resistono ai vaccini.

Relativamente all’inflazione, gli investitori sono diventati sempre più preoccupati che una forte ripresa mondiale potrebbe innescare un aumento dei prezzi oltre misura, costringendo le banche centrali ad aumentare i tassi di interesse o ridurre gli acquisti di obbligazioni prima del previsto. Secondo l’OCSE, però, le economie e il mercato del lavoro ancora deboli dovrebbero indirizzare i banchieri centrali verso il mantenimento di politiche monetarie espansive pur in presenza di un livello più elevato di inflazione, se questo dovesse essere interpretato come un evento transitorio.