In Occidente serve un patto di responsabilità tra imprese, lavoratori, cittadini, istituzioni, con il quale rimettere al centro la qualità del lavoro, la dignità delle persone, la cura dei luoghi in cui si vive e si produce.
Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People
La crisi dell’Occidente non è nata all’improvviso. È il risultato di scelte, abitudini, convinzioni radicate che per anni sono sembrate funzionali e razionali, ma che oggi mostrano il loro vero costo. Siamo rapidamente entrati in una fase storica segnata da grandi tensioni geopolitiche, rivoluzioni tecnologiche e fragilità sociali, e la conseguenza è che gli equilibri globali, un tempo chiari e netti, oggi sono molto precari. Pertanto, per capire dove siamo e disegnare una strada da percorrere , occorre guardare con onestà alle nostre responsabilità.
Politiche di corto respiro – Negli ultimi decenni, il nostro sistema economico ha premiato chi otteneva risultati immediati. Imprenditori sostituiti con manager con incarichi brevi, obiettivi annuali, premi legati al solo incremento di valore delle azioni; tutte logiche che spingono a “spremere il presente” a discapito degli sviluppi del futuro. In questo modo, si è tagliato dove era più facile: ricerca, formazione, sanità, industria avanzata, e si è scelta la scorciatoia più comoda, quella di spostare altrove la produzione per ridurre i costi della manodopera. Tuttavia la delocalizzazione, lungi dall’essere un vantaggio nel tempo, si è rivelata come una fragilità del sistema economico occidentale.
Del resto, siamo passati dal dominio generato dall’antico colonialismo al dominio delle filiere, e il potere oggi non passa più dall’occupare territori, ma dal controllare catene di produzione/distribuzione e know-how. Infatti, abbiamo spostato all’estero fabbriche, competenze, tecnologie, convinti che la regia sarebbe rimasta in Occidente, ma è accaduto l’esatto contrario rispetto agli obiettivi: le economie periferiche, che nella mente dei fautori della delocalizzazione dovevano rimanere depresse e a buon mercato, oggi sono diventate protagoniste. La Cina e altri Paesi asiatici (i BRIS allargati in generale), per esempio, hanno usato le competenze portate dai Paesi c.d. occidentali per costruire industrie proprie, moderne, integrate, autonome.
Pertanto, la globalizzazione ci si è rivoltata contro. Per anni gli Stati Uniti hanno garantito un ordine mondiale orientato ai propri interessi: rotte marittime sicure, dollaro centrale, controllo delle materie prime e dell’energia, presenza militare diffusa; quel modello oggi scricchiola per tre ragioni principali:
– il divario tecnologico non è più quello di un tempo;
– la deindustrializzazione/delocalizzazione ha impoverito la base economica interna;
– la potenza militare non basta per governare un mondo pieno di nuovi giganti economici e di forza lavoro.
In questa ottica, persino le innumerevoli guerre “periferiche”, giustificate con l’ “esportazione della democrazia“, sono state tentativi di controllare un mondo che oggi non si lascia più controllare. Di fronte alla Cina, Trump è stato costretta a trattare e l’Europa, aggrappata alla sua decantata (e decotta…) superiorità culturale, scopre di non avere una strategia propria. Il risultato è che il costo sociale viene pagato in casa. Infatti, quando si sposta la produzione altrove, si sostiene il disimpegno lavorativo, e il prezzo lo pagano i cittadini: fabbriche che chiudono, lavori che spariscono, salari che stagnano, servizi pubblici sempre più difficili da sostenere. La classe media — vero pilastro delle democrazie occidentali — si sta impoverendo ogni anno e consuma sempre meno. Cresce la precarietà, cresce la rabbia, cresce la sfiducia e crescono le proteste (che delegittimato la classe dirigente).
Il benessere costruito nel dopoguerra si reggeva sulla produzione interna. Venuta meno quella, l’intero edificio traballa. La nuova frontiera tecnologica, ossia l’automazione dei processi e l’intelligenza artificiale, addensano le nubi all’orizzonte. Infatti, la rivoluzione tecnologica di oggi non colpisce solo le mansioni ripetitive, ma ridisegna tutta la struttura del lavoro. Questo già succede nei Paesi asiatici: i dirigenti occidentali che visitano le fabbriche cinesi tornano sconvolti dal livello di progresso tecnologico raggiunto.
Il CEO di Ford, Jim Farley, ha dichiarato che BYD (settore Automotive) è avanti di 25 anni, definendo “la cosa più umiliante mai vista” l’esperienza nei loro stabilimenti: il vantaggio cinese deriva da un’innovazione rapida, efficienza produttiva, controllo della filiera (in particolare delle batterie) e una chiara visione industriale di lungo termine. Stessa cosa hanno affermato altri dirigenti occidentali del settore automotive, intervistati dal quotidiano londinese The Telegraph. Emblematico il titolo dell’articolo: “Why western executives who visit China are coming back … terrified”. Sono “terrificati” dal livello di efficienza raggiunto dagli impianti cinesi e dalla rapidità con cui il Paese sta scalando la catena del valore dell’auto, che da quelle parti è ormai dominata dalle auto elettriche. Andrew Forrest, fondatore di Fortescue Metals Group, racconta che dopo aver visto gli impianti automatizzati cinesi ha abbandonato i piani della sua azienda per produrre internamente powertrain per veicoli elettrici.
Con oltre due milioni di robot industriali installati nelle loro fabbriche negli ultimi dieci anni, i cinesi hanno superato oggi Germania, Stati Uniti e Giappone per densità di automazione manifatturiera. Il numero di robot per 10.000 lavoratori manifatturieri è ora stimato in 567 in Cina, contro 449 in Germania, 307 negli USA e 104 nel Regno Unito. Il risultato è che un’auto cinese può uscire dalla linea ogni 60 secondi, e nuovi modelli vengono sviluppati in metà del tempo rispetto ai costruttori europei. Di conseguenza, chi non automatizza rischia di perdere più posti di lavoro di chi lo fa, e la minaccia non riguarda solo gli operai: oggi l’intelligenza artificiale mette in discussione professioni tecniche, amministrative, finanziarie, tanto che per la prima volta nella storia, chi lavora con le mani potrebbe essere più al sicuro di chi lavora con la mente.
Secondo Jim Farley, gli Stati Uniti non potranno realizzare i loro ambiziosi obiettivi in materia di AI se non disporranno di personale qualificato per potenziare le infrastrutture necessarie allo sviluppo di questa tecnologia. Con una previsione di crescita del mercato dell’intelligenza artificiale fino a 4,8 trilioni di dollari entro il 2033, Farley ha avvertito che gli Stati Uniti hanno trascurato la manodopera necessaria per costruire e sostenere i data center e gli impianti di produzione. “Se non saremo noi a governare la tecnologia, sarà la tecnologia — sviluppata altrove — a governare noi”, ha detto.
Occorre ricostruire il “buon lavoro” – La crisi del lavoro non riguarda solo i numeri, ma il senso. Infatti, oggi cresce l’occupazione, ma crescono burnout, stress e dimissioni volontarie. Chi può se ne va. Chi non può, rimane soffrendo. Le cause sono note (in ordine sparso): rapporti difficili con colleghi e responsabili, scarsa partecipazione, logiche retributive opache, equilibrio vita-lavoro sempre più precario, competenze non aggiornate, ambienti dove conta tutto tranne la persona. Uscire da questo circolo vizioso significa rimettere al centro l’idea che il lavoro costruisce l’uomo. Pertanto, serve un modello d’impresa che:
– valorizzi la persona e non solo il ruolo,
– renda davvero partecipi delle decisioni,
– sostenga la conciliazione con la vita familiare,
– premi il merito e non l’anzianità,
– investa nella formazione continua e nella crescita,
– consideri il benessere un fattore produttivo, non un costo.
Il “buon lavoro” non è un lusso morale: è la condizione per una economia solida e una società sana, che oggi comporta la proposizione di un patto di responsabilità, in base al quale rimettere al centro la qualità del lavoro, la dignità delle persone, la cura dei luoghi in cui si vive e si produce non è un ritorno al passato, ma l’unico modo per costruire il futuro. Infatti, un sistema produttivo che guarda solo al risultato del trimestre non è capitalismo: è consumo di sé. Un sistema che non privilegia la Scuola e la Sanità Pubblica porta i cittadini a non credere più nello Stato, quest’ultimo percepito come “morto” o assente. Senza un patto di responsabilità — tra imprese, lavoratori, cittadini, istituzioni — l’Occidente continuerà a importare prodotti ed esportare benessere.
Questa “rinascita”, per essere sostenuta, necessita di un nuovo indirizzo degli investimenti da parte del mondo della politica, della finanza e delle imprese. Non basta allocare capitali, bisogna orientare il Paese con due direzioni concrete. La prima è quella di sostenere i punti di forza italiani, ossia artigianato, agricoltura e turismo – mondi in cui la persona fa la differenza, e in cui possiamo essere leader – non come settori “tradizionali”, ma come piattaforme da potenziare con tecnologia, formazione e organizzazione moderna. La seconda direzione è quela di investire nella cultura della vendita, poiché senza relazioni, senza fiducia, senza reti commerciali forti, nessuna impresa cresce. Anche l’economia più innovativa ha bisogno di persone capaci di spiegare, ascoltare, accompagnare il cliente nel processo di vendita che non è affatto accessorio se diventa una infrastruttura culturale del Paese.
In conclusione, l’Occidente ha costruito la crisi con le proprie mani, ma oggi può costruire anche la sua rinascita, a patto di avere il coraggio di rimettere al centro il lavoro vero, la competenza, la responsabilità e la dignità della persona. Senza questo cambiamento, l’unica alternativa sarà tornare a chiamare il ministro della difesa quale “ministro della guerra”, perché sarà quella la direzione che leader poco illuminati prendono quando un sistema economico non si regge più da solo: usare la forza per sopraffare popolazioni e risorse. Tuttavia, dopo 80 anni di assenza di grandi conflitti mondiali e con l’affermazione della cultura della pace, sono davvero pochi quelli disposti a combattere. Manca anche lì, per così dire, la manodopera specializzata.



È la riscrittura moderna del vecchio motto latino: “Si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, preparati alla guerra). Ma nel XXI secolo, cosa vuol dire “prepararsi alla
La vera crisi non è militare, è identitaria. Il problema dell’Europa non è la mancanza di armi, bensì la mancanza di ethos, di una visione comune, di una identità collettiva per cui valga la pena vivere e, se necessario, morire. Senza un fondamento culturale e spirituale, ogni strategia militare è un artificio vuoto. Possiamo avere missili, ma non avremo motivazione, né coraggio, né coesione. Quale identità, quindi? L’Europa è nata da radici greche, romane e cristiane. È il cristianesimo che ha fornito per secoli la bussola morale, la coesione spirituale che ha dato dignità al lavoro, centralità alla persona, senso al sacrificio. Il fallimento storico del “para bellum” lo abbiamo già sperimentato nel decennio antecedente la Prima Guerra Mondiale, allorquando le potenze europee hanno creduto che prepararsi alla
Durante il XX secolo, la cd. Guerra Fredda, il riarmo nucleare garantì una “pace dell’incubo”. La Crisi di Cuba del 1962 portò il mondo a un passo dall’apocalisse. Solo la diplomazia segreta salvò l’umanità — non certo le testate nucleari. Oggi quella logica ritorna. Ma con tecnologie più sofisticate, soglie di attacco più basse e Stati più instabili. In questo contesto nessuno ci dice che nel 2024, la spesa militare europea ha superato quella russa del 58% quando calcolata a parità di potere d’acquisto e secondo la definizione NATO. Anche considerando solo i Paesi dell’UE e della NATO, il vantaggio rimane significativo (+56%), e persiste (+19%) limitandosi alla sola UE. Tuttavia, l’efficacia di questa spesa è compromessa da una frammentazione strutturale (Fonte: Università Cattolica del Sacro Cuore – Osservatorio CPI, 22 febbraio 2025).
Cosa vuol dire “frammentazione strutturale“? Non c’è un comando unificato, le dottrine operative sono frammentate, gli armamenti non sono pienamente interoperabili e manca una volontà politica e popolare di impiego reale. Armarsi senza tecnologia e spirito di crescita è un’illusione. Lo confermano i due recenti brevi conflitti:
L’
Di conseguenza, l’Europa non ha bisogno di incrementare la potenza militare, ha bisogno solo di ritrovare se stessa. In tal modo potrà tornare a parlare al mondo non con le armi, ma con la forza silenziosa di una civiltà viva. La forza di un popolo non è nei carri armati, ma nella sua capacità di rispondere alla domanda: “Chi siamo?”. Questo comporta dirottare gli investimenti non negli arsenali – che arricchiscono una industria, quella delle armi, che per essere alimentata ha bisogno di periodici conflitti – ma in educazione e cultura. Non in deterrenza, ma in coesione sociale. Non in propaganda, ma in una rinnovata identità europea fondata su ethos, comunità e radici cristiane. Questa è l’unica vera strategia per contare nel mondo, ed essere nuovamente una civiltà guida per i popoli. Primo fra tutti, quello europeo.
Ufficialmente, l’agenda pubblica parlava di “rafforzamento dei legami tra le democrazie più grandi del mondo”, ma alcuni osservatori hanno presto letto nella missione un segnale più profondo, e cioè il tentativo da parte dell’amministrazione Trump di ripristinare una leadership americana efficace attraverso la divisione selettiva di blocchi rivali. Non a caso l’Italia, anello debole dell’UE, e l’India, potenza ambivalente ancora in bilico tra BRICS e Occidente, sono state le uniche due tappe scelte.
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L’eco di una strategia imperiale
1971: Nixon e la fine del Gold Standard (quando un repubblicano diventa “keynesiano”). Richard Nixon, presidente repubblicano ma pragmatico, affrontò una crisi inflattiva e valutaria epocale. Il dollaro era sotto attacco, le riserve d’oro si assottigliavano e gli Stati Uniti erano ancora impantanati nella guerra del Vietnam. Il 15 agosto 1971, Nixon annunciò la fine della convertibilità del dollaro in oro, decretando la morte del sistema di Bretton Woods. In quel momento, adottò politiche apertamente interventiste:
Nixon stesso ammise apertamente la sua “svolta Keynesiana”, con la famosa dichiarazione “Now I am a Keynesian in economics“. Il risultato? Gli USA, liberi dal vincolo dell’oro, poterono stampare dollari per rilanciare l’economia. E il mondo, pur riluttante, non avendo alternative e forza per fare in modo diverso, fu costretto ad accettare il dollaro come moneta di riserva globale. Nessuno volle — o poté — far saltare il banco, anche se la guerra del Kippur finirà poi per mettere in ginocchio l’Europa dal punto di vista energetico, quindi anche economico (ma questa è un’altra storia).
2008–2010: Obama, il Quantitative Easing e il G2 con la Cina. Dopo il crollo di Lehman Brothers, il rischio era il collasso sistemico del sistema finanziario globale. L’amministrazione Obama, con l’appoggio della Fed, lanciò una politica fortemente espansiva, adottando stimoli fiscali massicci, tassi di interesse a zero e il Quantitative Easing su scala senza precedenti. In parallelo, si rafforzò il dialogo strategico USA-Cina, il cosiddetto “G2”. La Cina, allora secondo creditore estero degli Stati Uniti, continuò a comprare T-Bond, permettendo agli USA di finanziare il proprio debito a costi contenuti. In cambio, Washington non ostacolò le esportazioni cinesi, garantendo accesso al mercato e stabilità del dollaro. Un equilibrio simbiotico, ma instabile. Eppure, ancora una volta, il banco non saltò.
E la Cina? Possiede ancora circa 800 miliardi di dollari in T-Bond. Ha ridotto la sua esposizione in titoli del tesoro USA, ma non ha ancora mollato del tutto. Sa che un crollo del dollaro colpirebbe anche il valore delle sue riserve e il suo export. Va inoltre ricordato che la Cina ha più volte dichiarato l’intenzione di costruire un sistema alternativo al dollaro, attraverso l’internazionalizzazione dello yuan, la promozione di piattaforme di pagamento indipendenti e accordi bilaterali in valute locali. Tuttavia, è altrettanto evidente che Pechino (insieme ai BRICS) non sia ancora in grado di costruire un sistema pienamente autonomo e globalmente competitivo rispetto a quello guidato dagli Stati Uniti.
Detto questo, tecnicamente la Cina avrebbe comunque la capacità di far saltare il banco, nonostante detenga “solo” circa 800 miliardi di dollari in Treasury. La storia offre esempi significativi: a volte, sono bastati detentori marginali di debito per provocare crisi sistemiche. È il caso degli Stati Uniti con il debito dell’Europa orientale negli anni 70-’80, o dell’Europa (in particolare Germania e Francia) con la ripicca sul debito dei Paesi dell’America Latina. Nel caso dell’Est Europa, molti Paesi avevano contratto debito in valuta estera per finanziare sviluppo e apertura. Gli USA, poco esposti, rifiutarono strategicamente il rifinanziamento, e l’Europa seguì, causando una crisi a catena.
E se a guidare fosse Trump? Ipotesi su un equilibrio instabile. Nel 2025, lo scenario si è fatto ancora più complesso con il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump. Un presidente apertamente liberista a parole, ma interventista nei fatti, che ha più volte definito i suoi predecessori “incapaci” per aver concesso alla Cina un ruolo dominante nel sistema commerciale e finanziario globale. Cosa sta facendo Trump, in sintesi?
– Dazi come strumento di pressione finanziaria. Trump vuole costringere gli esportatori a reinvestire in debito USA, imponendo dazi che funzionano da leva fiscale indiretta. Una forma di ricatto geopolitico: “se volete esportare in America, comprate i nostri T-Bond“.
L’unica possibilità oggi è che si trovi un accordo sostenibile, che sia strategico e vantaggioso per tutti. È anche probabile che la Cina non si limiti a discutere solo di economia e finanza. Potrebbe infatti mettere sul piatto dossier geopolitici di peso, come la questione di Taiwan, e proporre un’intesa sulla crisi in Ucraina, sfruttando i legami crescenti con la Russia all’interno del blocco dei BRICS. In questo scenario, gli equilibri globali non si ridisegnano solo sulle borse e sulle valute, ma anche sulle sfere di influenza politica e militare.
L’ipotesi più probabile è che la trattativa economica del cosiddetto G2 diventi il baricentro di un nuovo ordine mondiale (dal quale l’Europa cerca di non rimanere esclusa…). La storia insegna che gli Stati Uniti hanno superato crisi di fiducia e di debito solo grazie a compromessi strategici, soprattutto con la Cina. Nel 1971, con Nixon. Nel 2010, con Obama. Oggi, con Trump, la situazione è più incerta, per cui se gli Stati Uniti vogliono restare l’economia trainante del mondo, devono trovare un nuovo equilibrio con la Cina. Se non lo faranno, il futuro del dollaro come pilastro del sistema globale potrebbe davvero essere in discussione. E a quel punto, conviene davvero alla Cina far saltare il banco?
Nel 1914, per esempio, l’Europa si gettava con vivido entusiasmo nella guerra più devastante della sua storia, prigioniera di una narrazione bellicista che nessuno sembrava poter contrastare. Oggi, con una rapidità sconcertante, assistiamo a un’analoga convergenza di interessi politici, economici e militari, il cui scopo sembra essere la militarizzazione dell’Europa come strumento di pressione strategica a lungo termine. Pertanto, è impossibile non concentrarsi sulle somiglianze tra il 1914 e il tempo presente. Infatti, prima del 1914, l’Europa era divisa in due grandi alleanze (Triplice Intesa vs. Triplice Alleanza); oggi, come allora, il mondo è diviso tra blocchi contrapposti (USA vs. Europa vs. Russia) che, anziché combattersi direttamente, si misurano schermati da conflitti indiretti in Ucraina, Taiwan e Medio Oriente (Siria e Palestina in primis).
Allo stesso modo, esattamente come nel 1914, assistiamo alla corsa agli armamenti, all’aumento delle spese militari, allo sviluppo di nuove armi e al riarmo di paesi diventati pacifici negli ultimi 80 anni dopo essere stati causa di guerre mondiali passate alla Storia (Germania e Giappone). Ancora, assistiamo al ritorno di un nazionalismo aggressivo, fatto di crescente retorica patriottica, disinformazione, fake news e divisioni interne che ricordano la propaganda bellica di inizio ‘900. In più, Russia e Cina rivendicano territori, l’Occidente appare sempre più diviso, crisi economiche e protezionismo galoppante creano inflazione, tensioni sociali (disparità sociali, movimenti sociali e sindacali), guerre commerciali e blocco delle catene di approvvigionamento, del tutto simili alle instabilità pre-1914.
Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, il dibattito pubblico era intriso di nazionalismo e retorica patriottica. I giornali alimentavano il mito della guerra breve e gloriosa, gli industriali delle armi intravedevano profitti senza precedenti, e i politici cavalcavano un’isteria collettiva convinti che il conflitto avrebbe consolidato il loro potere. Le grandi potenze, consapevoli della fragilità del proprio equilibrio economico e sociale, credevano che un conflitto potesse risolvere le tensioni interne e ristabilire un nuovo ordine mondiale. Pochi, però, consideravano il massacro che ne sarebbe seguito. Le voci critiche furono inascoltate (Bertrand Russell, Romain Rolland, Rosa Luxemburg, Lev Tolstoj, Albert Einstein): gli interessi del momento, semplicemente, andavano in un’altra direzione e il mondo della comunicazione è finanziato da questi.
Nel 2025, la Storia sembra ripetersi. Infatti, oggi assistiamo a una dinamica inquietantemente simile, con Ursula von der Leyen che ha annunciato il fondo ReArm Europe da 800 miliardi, finanziato a debito in deroga ai vincoli di bilancio., e le grandi industrie belliche – Rheinmetall, Leonardo, Thales, BAE Systems – festeggiano, con i loro titoli che schizzano alle stelle. La rapidità con cui tutto questo è avvenuto ricorda il meccanismo inarrestabile delle mobilitazioni del 1914. In pochi mesi, siamo passati dal Green Deal al New War Deal (ma la crisi climatica l’innalzamento inarrestabile dei mari etc. che fine hanno fatto?). Se prima la strategia era puntare sulle rinnovabili e sulla transizione ecologica, ora l’Europa si prepara a investire miliardi nel riarmo. Un cambio di paradigma totale, imposto in modo repentino e senza un vero dibattito.
Un Grande Gioco tra USA, Europa, Russia e Cina
durante la Guerra Fredda. Ora, l’idea è ripetere il copione: costringere Mosca a impegnare enormi risorse per non essere schiacciata dalla pressione Europea (mentre l’America di Trump si occupa della Cina). Intanto, l’Ucraina sembra avviarsi verso un’uscita di scena. Si parla di elezioni, di un conflitto che sarà “congelato”, di trattative già in corso tra USA e Russia. Il grande gioco continua, e a farne le spese saranno sempre gli stessi: i cittadini europei, che vedranno crescere il debito, la spesa militare e, a tempo debito, i tagli al welfare.
Debito, Mercati e la Vecchia Trappola
Nel frattempo, la propaganda bellica avanza. Chiunque osi mettere in discussione la necessità di un riarmo europeo viene tacciato di putinismo, esattamente come nel 1914 chi si opponeva alla guerra era considerato un traditore della patria. L’isteria collettiva cresce, alimentata da narrazioni semplicistiche e slogan vuoti. Ma cosa accadrà quando, dopo anni di spese militari insostenibili, i conti pubblici europei esploderanno? Le soluzioni saranno le stesse di sempre: tagli al welfare, privatizzazioni forzate, austerità. La popolazione si troverà a pagare il conto, mentre i profitti delle industrie della difesa e dei fondi speculativi saranno già stati incassati.
E così torniamo al punto di partenza. Come nel 1914, oggi assistiamo a un processo di autolesionismo collettivo, dove interi governi si lasciano trascinare da una logica di inevitabilità bellica. Allora si credeva che la guerra sarebbe stata breve e gloriosa, oggi si sostiene che l’Europa debba prepararsi a un lungo confronto con la Russia. Ma la storia insegna che queste strategie hanno un prezzo. La Prima Guerra Mondiale non durò pochi mesi, ma quattro anni di orrore e distruzione, portando al collasso quattro imperi e aprendo la strada ai totalitarismi. Oggi, l’Europa rischia di infilarsi in una spirale simile, senza un vero piano per il futuro. Con Trump alla presidenza, la partita è cambiata: l’Europa rischia di cadere in una trappola finanziaria e geopolitica che la renderà ancora più vulnerabile. Questo è il prezzo della miopia di chi ha fondato una Unione Europea senza gambe, concentrando tutto sulla semplice unione monetaria. E’ il fallimento della visione predatoria dei paesi c.d frugali (Germania, Paesi Bassi, Belgio e Danimarca, con la Francia a dare man forte), bravi a impoverire il Sud Europa ma incapaci di fronte ai pericoli extra-continentali che, già a fine anni ’90, non era difficile intravedere.
Il presidente accusa Mosca e Pechino di aver trasformato il conflitto in un affare: la Russia dà il gas, la Cina dà la tecnologia. “È un mercato ancora piccolo ma fatto con i soldi degli Stati Uniti”. Secondo Trump, l’Occidente sta finanziando involontariamente l’ascesa di un blocco alternativo. “L’Ucraina è solo il pretesto: il vero gioco è sostituire il dollaro“, ha aggiunto, riferendosi agli sforzi dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica più i nuovi aggiunti) di aggirare la valuta americana. Sulla dedollarizzazione Trump non ci sta: “Se i BRICS provano a seppellire il dollaro, io seppellisco loro con dazi del 100%. È semplice”. La sua ossessione? Quel club — Brasile, India e gli altri che fanno i furbi — che spinge per pagare in yuan o in “monete da cartapesta”. Il dollaro è sotto attacco, e noi stiamo a finanziare una guerra che ci indebolisce”, aveva accusato già nel 2023, in campagna elettorale, puntando il dito contro Biden.
Sul fronte militare, Trump sostiene che ci siano patti che nessuno ha il coraggio di ammettere. Soldati cinesi in Donbass? Armi russe testate da Pechino? È tutto collegato. E paventa un avvertimento apocalittico: “Se non fermiamo questa farsa, tra dieci anni compreremo il gas in yuan. E Wall Street diventerà un parcheggio”. La sua soluzione? “Fatevi sotto: stop alla NATO in Ucraina, un accordo con Putin, e la Russia tornerà a litigare con la Cina“. Ma ammette: “all’Europa non piacerà, ma meglio un alleato arrabbiato che un dollaro morto“. Quindi la soluzione choc: “Fermate la NATO, date a Putin una via d’uscita”. E sui BRICS chiude con una battuta: “Quella sigla è come una band di cover: suonano vecchi successi, ma senza spina”. Il messaggio è chiaro: per Trump, ogni giorno di guerra è un regalo alla Cina. “E noi siamo i gonzi che pagano il conto”.
Perché Trump insiste? Per il presidente, ogni giorno di guerra è un passo verso un mondo multipolare dominato da Pechino. La sua ricetta – sanzioni, dazi, minacce e accordi improvvisati – mira a un obiettivo: “Tenere l’America in cima, a qualunque costo”. Con o senza alleati. Intanto l’Europa, in preda al panico, non può che trovare motivazioni plausibili per un disimpegno in Ucraina. Infatti, mentre Trump tuona contro l’alleanza Russia-Cina, in Europa il muro di sostegno a Kiev si incrina. Due summit a Parigi, voluti da Macron sono finiti in altrettanti buchi nell’acqua. Giorgia Meloni c’era, ma a denti stretti: in Italia ormai, sostenere l’Ucraina è diventato come difendere le tasse: più lo fai, più ti odiano. Il problema? I governi hanno scoperto che la linea di Washington era una trappola economica ed anche momentanea, e ora stanno cercano certamente una via di fuga alla chetichella.
L’informazione europea e ucraina? Pagata dagli USA attraverso la USAID
1. Zelensky Bombardava il Donbass? Lo sapevamo da anni: gli attacchi ucraini su civili filorussi, oscurati dai media, ora diventano la prova della doppia faccia di Kiev;
Nel frattempo, la Germania è a un passo dalla resa. L’economia in recessione e l’opinione pubblica contro Scholz spingono Berlino a dimenticare i sermoni morali e pensare al gas. Nelle odierne elezioni politiche tedesche, secondo i primi exit-poll i popolari della Cdu/Csu di Friedrich Merz vincono le elezioni in Germania con il 29%. E’ però netta l’affermazione dell’ultradestra dell’Afd di Alice Weidel intorno al 20%, un exploit mai raggiunto nella storia della Repubblica federale. Questo scenario costringerà la CDU ad un governo di coalizione con l’Spd – che ha perso molti consensi per via della fallimentare politica di Sholz – e almeno uno degli altri partiti minoritari. Macron, che pure ha giocato il ruolo del falco, sa che il suo elettorato è stanco e ciò è stato ampliamente dimostrato dalle ultime elezioni europee e poi politiche: tra i gilet gialli e i missili a Kiev, sceglierà sempre i primi.
Cosa Resta? L’Europa è a un bivio: continuare a fare la “colonia americana” o riscoprirsi protagonista. Ma per farlo, dovrebbe ammettere due verità scomode: 
Secondo Noam Chomsky, molte delle guerre americane sono state presentate come missioni morali o ideologiche, ma la realtà nasconde spesso un’ampia rete di interessi economici. Infatti, le ragioni economiche degli interventi americani nei vari conflitti mondiali sono state molteplici e spesso intrecciate con interessi strategici, industriali e finanziari. Per esempio, nella Prima Guerra Mondiale (1917-1918) gli USA intervennero per proteggere i propri investimenti e crediti, poiché avevano prestato ingenti somme ai paesi dell’Intesa (Gran Bretagna e Francia). Se la Germania avesse vinto, il rischio di non recuperare questi prestiti sarebbe stato elevato. Inoltre, l’industria americana (siderurgica, automobilistica, tessile, ecc.) trasse enormi profitti dalla fornitura di armi, munizioni e materiali ai paesi alleati. Infine, una vittoria dell’Intesa avrebbe rafforzato gli alleati americani, preservando mercati e rotte commerciali vitali per l’economia statunitense.
Nella Seconda Guerra Mondiale, invece, gli USA diedero una svolta importante al PIL dopo la Grande Depressione, grazie al riarmo e alla produzione bellica, creando milioni di posti di lavoro. Con le due guerre mondiali, in buona sostanza, gli Stati Uniti rafforzarono il loro ruolo di potenza economica globale, sostituendo la Gran Bretagna come principale attore economico e finanziario, e con il Piano Marshall e gli accordi di Bretton Woods sancirono il dollaro come valuta di riferimento, consolidando il proprio predominio economico. Nelle guerre successive (Guerra Fredda e oltre, come vedremo), gli interventi militari americani continuarono con motivazioni economiche spesso legate al controllo delle risorse naturali (petrolio in Medio Oriente, materie prime strategiche), al sostegno alla industria militare (che è una componente chiave dell’economia americana) e alla protezione degli investimenti e delle multinazionali minacciate dal comunismo (Vietnam, Corea, America Latina).
1. Prima Guerra Mondiale (1917-1918)
2. Seconda Guerra Mondiale (1941-1945)
4. Guerra del Vietnam (1955-1975, tra 3 e 4 milioni di morti)
5. Guerra del Kippur (1973)
6. Guerra del Golfo (1990-1991)
7. Guerra in Afghanistan (2001-2021, circa 240mila morti)
8. Guerra in Iraq (2003-2011, 500mila morti)
10. Interventi recenti (Siria e Ucraina)
La “controprova” della prevalenza degli interessi economici sull’intervento americano nei conflitti armati è facilmente rinvenibile in occasione della Guerra Ruanda-Congo (Seconda Guerra del Congo, 1998-2003). In quella occasione, infatti, le motivazioni “morali” per un intervento c’erano tutte: protezione dei civili da violenze di massa, genocidio e pulizia etnica; promozione della stabilità e della democrazia nella regione; contenimento delle crisi umanitarie, inclusi milioni di sfollati. Il numero di morti stimato è stato impressionante: circa 5,4 milioni di persone, la maggior parte morta a causa di fame, malattie e conseguenze indirette del conflitto. Naturalmente, i civili rappresentarono la stragrande maggioranza delle vittime (oltre alle migliaia di soldati e miliziani uccisi nei combattimenti).
E allora, perché gli USA non intervennero? E’ presto detto. Innanzitutto, mancavano interessi economici diretti: nonostante l’enorme ricchezza di risorse minerarie (oro, diamanti, coltan), gli USA non percepivano un guadagno diretto immediato dall’intervento, lasciando il controllo delle risorse alle multinazionali. Inoltre, il conflitto coinvolgeva numerosi attori regionali (Ruanda, Uganda, Angola, Zimbabwe e milizie locali), rendendo difficile un intervento efficace. Infine, gli Stati Uniti erano già impegnati in altre operazioni militari e geopolitiche (come la Guerra in Kosovo e la lotta al terrorismo emergente).
Alla fine, la Guerra del Congo fu definita come “la più grande guerra dimenticata dal mondo occidentale”, e dimostra come gli USA abbiano evitato il coinvolgimento militare nonostante le gravi violazioni dei diritti umani, poiché gli interessi strategici ed economici diretti non giustificavano l’intervento. Pertanto, è facile concludere che dietro ogni guerra americana si celano complessi intrecci di interessi economici, e che questi abbiano come comune denominatore il controllo delle risorse naturali, il mantenimento del dollaro come valuta globale e l’espansione del mercato per le aziende americane. Gli ideali e i valori democratici, in tutta evidenza, sembrano essere solo una facciata per legittimare interventi finalizzati a garantire la supremazia economica e politica.
Trump ha già dimostrato, nei suoi mandati precedenti, di voler affrontare la Cina come principale rivale globale. Con figure come Marco Rubio al Dipartimento di Stato e Mike Waltz come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il nuovo esecutivo americano appare orientato verso un confronto serrato con Pechino. L’invito simbolico rivolto al presidente cinese Xi Jinping per l’insediamento di Trump, pur sapendo che sarebbe stato rifiutato, è un gesto che mostra l’intenzione di mantenere un filo di dialogo con il rivale, ma alle condizioni dettate da Washington.
Questa tensione costante tra le due potenze, molto probabilmente, porterà ad una escalation del confronto geopolitico, con implicazioni non solo economiche ma anche strategiche per il resto del mondo. Il “G2” rappresenta infatti un sistema bipolare che tende a escludere gli altri attori internazionali, relegandoli a ruoli marginali. L’Europa, in questo contesto, si trova quindi davanti a un bivio. Da una parte, il protezionismo di Trump, con il probabile ulteriore inasprimento dei dazi sulle esportazioni europee, rischia di colpire duramente un’economia già provata. L’obiettivo dichiarato di Trump – come recentemente affermato da autorevoli esperti dell’Economia – è ridurre il surplus commerciale europeo con gli Stati Uniti, minacciando settori chiave per il vecchio continente. D’altronde gli USA hanno un debito pubblico ormai fuori controllo (oltre 36 trilioni di dollari…) e, per non affogare, devono in qualche modo reagire.
Visto da un’altra ottica, il probabile isolazionismo americano potrebbe anche essere un opportunità, poiché potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa qualora fosse capace di agire in modo veramente unitario e con una visione continentale globale, senza distinguere tra paesi del Nord e paesi del Sud. Una politica comune sulle questioni economiche e strategiche, infatti, consentirebbe all’UE di aumentare la propria incidenza a livello globale, rafforzando la sua autonomia geopolitica. Tuttavia, le divisioni interne e le contraddizioni nei rapporti con la Cina – oscillanti tra partnership, competizione e rivalità sistemica – rappresentano un ostacolo significativo. Come spesso sottolineato dai leader cinesi, l’Europa appare come un “semaforo con tutte le luci accese”, incapace di elaborare una strategia chiara.
per l’ipotesi di un accordo USA-Cina vedrebbe l’Europa includere la Russia – come sarebbe naturale per ragioni storiche, culturali e geografiche – nel novero dei partner economici più stretti. Un simile (e solo per ora) fantasioso scenario rappresenterebbe un vero incubo strategico per Washington e Pechino, entrambe poco propense a confrontarsi con un blocco euroasiatico unito. Ma in questa eventualità è probabile che le due superpotenze facciano – o stanno gia facendo? – di tutto perché ciò non accada.
Vista da una angolazione diversa da quella squisitamente spirituale e “morale”, la cultura sviluppatasi attorno al Cristianesimo – tra mille asperità e lunghi periodi di potere temporale che la critica storica ha definito come “i secoli bui della Chiesa” – ha fatto da culla alle scuole di pensiero progressista che hanno permesso lo sviluppo della Borghesia agraria, delle tecnologie meccaniche e tessili, di ben quattro rivoluzioni industriali (quella digitale è solo l’ultima) e di una quinta in preparazione con l’avvento inarrestabile della Intelligenza Artificiale. La religione islamica, per dare un esempio simmetricamente contrario, ha sempre bloccato sul nascere qualsiasi forma di progressismo sociale ed economico, e l’assenza quasi totale di premi Nobel provenienti dai Paesi in cui l’Islam domina anche come corpus legislativo la dice lunga sulla “essenza modernista” del Cristianesimo, se esso viene analizzato con la visuale della Storia.
Rivolgendo lo sguardo all’Asia, la Cina moderna deve molto al Confucianesimo, una filosofia che valorizza il rispetto per l’autorità, il senso del dovere e il primato della collettività. Questi valori hanno favorito una società disciplinata e coesa, che è stata alla base della rinascita industriale cinese. Xi Jinping, consapevole di questa eredità, sta rafforzando sembra più il ruolo del Confucianesimo per sostenere una visione a lungo termine dello sviluppo economico, contrapposta alla volatilità del modello occidentale. La mentalità confuciana, che privilegia l’armonia sociale rispetto all’individualismo, ha permesso alla Cina di gestire in modo centralizzato un’economia complessa e altamente competitiva, nonchè di fronteggiare con maggior resilienza le ultime crisi economiche (compresa quella in corso).
Relativamente agli Stati Uniti, invece, si può senz’altro fare riferimento alla “predestinazione” come base della loro economia. L’etica calvinista della predestinazione, infatti, ha plasmato una cultura economica unica, in cui la convinzione che il successo materiale sia segno di grazia divina ha spinto generazioni di americani a perseguire con determinazione il profitto, la produttività e l’innovazione. Questo modello ha portato a un capitalismo aggressivo e dinamico, che premia l’iniziativa individuale e la competizione, ma che a volte può risultare insostenibile sul piano sociale ed etico. A confronto dell’approccio americano di stampo calvinista, l’Europa possiede un’identità economica e culturale differente, fondata sulle sue radici cattoliche, e a differenza della visione statunitense e di quella collettivista confuciana, il cattolicesimo propone una visione della realtà concepita come creazione divina e quindi intrinsecamente buona. Questo ha ispirato un’Ethos popolare ed economico massimamente basata sulla solidarietà, sull’idea del rispetto del prossimo e sul principio che il progresso debba essere asservito al bene comune.
Il modello economico europeo, infatti, ha storicamente combinato crescita e inclusione sociale, creando istituzioni come lo stato sociale e promuovendo modelli di governance che tengono conto delle necessità di tutte le parti in causa. Tuttavia, negli ultimi decenni, l’Europa sembra aver perso la propria identità culturale, cedendo a una visione tecnocratica e individualista che la rende vulnerabile rispetto ai modelli più radicati della Cina e degli Stati Uniti. In questo scenario, il ruolo della “sovrastruttura” (cultura, religione, ideologia) di Marxiana memoria rischia di condizionare profondamente la struttura economica e sociale europea, modellando il modo in cui le persone percepiscono la realtà. Del resto, già Durkheim e Engels avevano evidenziato come la religione e l’etica influenzino la coesione sociale e i rapporti economici; lo stesso Gramsci aveva sottolineato il ruolo dell’egemonia culturale nel plasmare i rapporti di forza all’interno della società. Eppure, in Europa sta prevalendo oggi una cultura debole e frammentata, che rischia di soccombere di fronte a sistemi più coesi come quello cinese o americano. Per contrastare questa deriva, il Vecchio Continente dovrebbe ripartire dalle origini, riscoprendo il proprio patrimonio culturale cattolico, e così tornare a creare sistemi stabili e innovativi, sufficientemente forti da contrastare i condizionamenti provenienti da altre culture.
Il cattolicesimo, pertanto, non può essere visto come un anacronismo in un mondo sempre più digitale e artificiale, ma come una risorsa viva, capace di ispirare un rinnovamento culturale ed economico. Per queste ragioni, che toccano in modo decisivo l’aspetto economico, siamo chiamati a vivere questo Natale come memoria viva delle nostre radici cristiane, guardando alla nascita di Cristo come ad una occasione per “redimere” la nostra Storia più recente, che ha sensibilmente deviato la traiettoria dalle nostre origini, per contemplare ogni cosa, anche l’economia, con occhi nuovi.
Le difficoltà europee derivanti dalle sanzioni contro la Russia hanno spalancato le porte alle esportazioni americane. Secondo i dati disponibili, tra luglio 2023 e giugno 2024 il valore delle esportazioni statunitensi verso l’Unione Europea è aumentato di 93 miliardi di dollari, raggiungendo un totale di 367 miliardi di dollari (+34% rispetto al 2021). In particolare, le esportazioni di petrolio sono raddoppiate (+101%), con un incremento di 37,3 milioni di tonnellate; quelle di gas naturale liquefatto (GNL) sono aumentate del 181%, pari a 18,5 milioni di tonnellate; le esportazioni di fertilizzanti sono passate da quasi zero a 666.000 tonnellate. Tutti questi numeri evidenziano come le sanzioni abbiano spinto l’Europa a una crescente dipendenza economica dalle risorse statunitensi, trasformando gli Stati Uniti in fornitori chiave per il Vecchio Continente.
Si può dire che gli Stati Uniti abbiano finora rafforzato la loro posizione economica e politica, mentre l’Europa stia pagando ancora il prezzo della crisi. Le sanzioni contro la Russia hanno acuito la dipendenza energetica e industriale dai mercati americani, le cui materie prime non sono esattamente a buon mercato, contribuendo a un aumento dei costi per le famiglie e le imprese europee. La necessità di importare dagli Stati Uniti risorse fondamentali prima geograficamente più disponibili e meno costose ha portato molte aziende europee a riconsiderare la propria base operativa, favorendo la delocalizzazione verso gli USA, dove i costi energetici sono significativamente più bassi. Questo fenomeno, unito alla pressione inflazionistica, sta minando la competitività industriale del Vecchio Continente.
Pertanto, la guerra in Ucraina ha rappresentato per gli Stati Uniti un’opportunità unica per rafforzare il proprio ruolo di superpotenza globale, ma ha anche messo in luce le fragilità dell’Europa, costretta com’è a comprare il sempre più crescente debito americano per sostenere il “dollaro forte” ed evitare che le altre valute BRICS prendano ancora più piede nel contesto del commercio internazionale. Se l’Europa non riuscirà a elaborare una strategia che le consenta di recuperare autonomia energetica e industriale, rischia di uscire ulteriormente indebolita da questa crisi.
Relativamente alle implicazioni per gli investitori finanziari, la guerra in Ucraina ha creato scenari di opportunità e rischi significativi, con gli Stati Uniti che emergono come beneficiari principali e l’Europa che subisce le maggiori pressioni economiche. L’industria americana della difesa, dell’energia e il settore manifatturiero americano sono in forte espansione:
Contemporaneamente, l’Europa deve affrontare il rischio di deindustrializzazione e l’aumento dei costi energetici, e già le aziende europee nei settori ad alta intensità energetica stanno perdendo terreno rispetto ai competitor americani. La c.d. transizione energetica, tuttavia, potrebbe compensare la perdita di produttività nei settori più maturi; in tal senso, gli investimenti in energie rinnovabili (come quelli di Iberdrola ed Enel) potrebbero rappresentare un’alternativa sostenibile. Pertanto, gli investitori possono beneficiare del boom americano (finchè dura), mentre in Europa è necessaria una selezione più attenta per evitare settori in difficoltà. Materie prime e fondi diversificati su difesa ed energia restano strategie interessanti per navigare in questa fase di incertezza globale.







