Gennaio 19, 2026
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Il sistema economico occidentale in affanno: come ci siamo arrivati, e come possiamo uscirne

In Occidente serve un patto di responsabilità tra imprese, lavoratori, cittadini, istituzioni, con il quale rimettere al centro la qualità del lavoro, la dignità delle persone, la cura dei luoghi in cui si vive e si produce.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

La crisi dell’Occidente non è nata all’improvviso. È il risultato di scelte, abitudini, convinzioni radicate che per anni sono sembrate funzionali e razionali, ma che oggi mostrano il loro vero costo. Siamo rapidamente entrati in una fase storica segnata da grandi tensioni geopolitiche, rivoluzioni tecnologiche e fragilità sociali, e la conseguenza è che gli equilibri globali, un tempo chiari e netti, oggi sono molto precari. Pertanto, per capire dove siamo e disegnare una strada da percorrere , occorre guardare con onestà alle nostre responsabilità.

Politiche di corto respiro – Negli ultimi decenni, il nostro sistema economico ha premiato chi otteneva risultati immediati. Imprenditori sostituiti con manager con incarichi brevi, obiettivi annuali, premi legati al solo incremento di valore delle azioni; tutte logiche che spingono a “spremere il presente” a discapito degli sviluppi del futuro. In questo modo, si è tagliato dove era più facile: ricerca, formazione, sanità, industria avanzata, e si è scelta la scorciatoia più comoda, quella di spostare altrove la produzione per ridurre i costi della manodopera. Tuttavia la delocalizzazione, lungi dall’essere un vantaggio nel tempo, si è rivelata come una fragilità del sistema economico occidentale.

Del resto, siamo passati dal dominio generato dall’antico colonialismo al dominio delle filiere, e il potere oggi non passa più dall’occupare territori, ma dal controllare catene di produzione/distribuzione e know-how. Infatti, abbiamo spostato all’estero fabbriche, competenze, tecnologie, convinti che la regia sarebbe rimasta in Occidente, ma è accaduto l’esatto contrario rispetto agli obiettivi: le economie periferiche, che nella mente dei fautori della delocalizzazione dovevano rimanere depresse e a buon mercato, oggi sono diventate protagoniste. La Cina e altri Paesi asiatici (i BRIS allargati in generale), per esempio, hanno usato le competenze portate dai Paesi c.d. occidentali per costruire industrie proprie, moderne, integrate, autonome.

Pertanto, la globalizzazione ci si è rivoltata contro. Per anni gli Stati Uniti hanno garantito un ordine mondiale orientato ai propri interessi: rotte marittime sicure, dollaro centrale, controllo delle materie prime e dell’energia, presenza militare diffusa; quel modello oggi scricchiola per tre ragioni principali:
– il divario tecnologico non è più quello di un tempo;
– la deindustrializzazione/delocalizzazione ha impoverito la base economica interna;
– la potenza militare non basta per governare un mondo pieno di nuovi giganti economici e di forza lavoro.

In questa ottica, persino le  innumerevoli guerre “periferiche”, giustificate con l’ “esportazione della democrazia“, sono state tentativi di controllare un mondo che oggi non si lascia più controllare. Di fronte alla Cina, Trump è stato costretta a trattare e l’Europa, aggrappata alla sua decantata (e decotta…) superiorità culturale, scopre di non avere una strategia propria. Il risultato è che il costo sociale viene pagato in casa. Infatti, quando si sposta la produzione altrove, si sostiene il disimpegno lavorativo, e il prezzo lo pagano i cittadini: fabbriche che chiudono, lavori che spariscono, salari che stagnano, servizi pubblici sempre più difficili da sostenere. La classe media — vero pilastro delle democrazie occidentali — si sta impoverendo ogni anno e consuma sempre meno. Cresce la precarietà, cresce la rabbia, cresce la sfiducia e crescono le proteste (che delegittimato la classe dirigente).

Il benessere costruito nel dopoguerra si reggeva sulla produzione interna. Venuta meno quella, l’intero edificio traballa. La nuova frontiera tecnologica, ossia l’automazione dei processi e l’intelligenza artificiale, addensano le nubi all’orizzonte. Infatti, la rivoluzione tecnologica di oggi non colpisce solo le mansioni ripetitive, ma ridisegna tutta la struttura del lavoro. Questo già succede nei Paesi asiatici: i dirigenti occidentali che visitano le fabbriche cinesi tornano sconvolti dal livello di progresso tecnologico raggiunto.

Il CEO di Ford, Jim Farley, ha dichiarato che BYD (settore Automotive) è avanti di 25 anni, definendo “la cosa più umiliante mai vista” l’esperienza nei loro stabilimenti: il vantaggio cinese deriva da un’innovazione rapida, efficienza produttiva, controllo della filiera (in particolare delle batterie) e una chiara visione industriale di lungo termine. Stessa cosa hanno affermato altri dirigenti occidentali del settore automotive, intervistati dal quotidiano londinese The Telegraph. Emblematico il titolo dell’articolo: “Why western executives who visit China are coming back … terrified”. Sono “terrificati” dal livello di efficienza raggiunto dagli impianti cinesi e dalla rapidità con cui il Paese sta scalando la catena del valore dell’auto, che da quelle parti è ormai dominata dalle auto elettriche. Andrew Forrest, fondatore di Fortescue Metals Group, racconta che dopo aver visto gli impianti automatizzati cinesi ha abbandonato i piani della sua azienda per produrre internamente powertrain per veicoli elettrici.

Con oltre due milioni di robot industriali installati nelle loro fabbriche negli ultimi dieci anni, i cinesi hanno superato oggi Germania, Stati Uniti e Giappone per densità di automazione manifatturiera. Il numero di robot per 10.000 lavoratori manifatturieri è ora stimato in 567 in Cina, contro 449 in Germania, 307 negli USA e 104 nel Regno Unito. Il risultato è che un’auto cinese può uscire dalla linea ogni 60 secondi, e nuovi modelli vengono sviluppati in metà del tempo rispetto ai costruttori europei. Di conseguenza, chi non automatizza rischia di perdere più posti di lavoro di chi lo fa, e la minaccia non riguarda solo gli operai: oggi l’intelligenza artificiale mette in discussione professioni tecniche, amministrative, finanziarie, tanto che per la prima volta nella storia, chi lavora con le mani potrebbe essere più al sicuro di chi lavora con la mente.

Secondo Jim Farley, gli Stati Uniti non potranno realizzare i loro ambiziosi obiettivi in materia di AI se non disporranno di personale qualificato per potenziare le infrastrutture necessarie allo sviluppo di questa tecnologia. Con una previsione di crescita del mercato dell’intelligenza artificiale fino a 4,8 trilioni di dollari entro il 2033, Farley ha avvertito che gli Stati Uniti hanno trascurato la manodopera necessaria per costruire e sostenere i data center e gli impianti di produzione. “Se non saremo noi a governare la tecnologia, sarà la tecnologia — sviluppata altrove — a governare noi”, ha detto.

Occorre ricostruire il “buon lavoro” – La crisi del lavoro non riguarda solo i numeri, ma il senso. Infatti, oggi cresce l’occupazione, ma crescono burnout, stress e dimissioni volontarie. Chi può se ne va. Chi non può, rimane soffrendo. Le cause sono note (in ordine sparso): rapporti difficili con colleghi e responsabili, scarsa partecipazione, logiche retributive opache, equilibrio vita-lavoro sempre più precario, competenze non aggiornate, ambienti dove conta tutto tranne la persona. Uscire da questo circolo vizioso significa rimettere al centro l’idea che il lavoro costruisce l’uomo. Pertanto, serve un modello d’impresa che:
– valorizzi la persona e non solo il ruolo,
– renda davvero partecipi delle decisioni,
– sostenga la conciliazione con la vita familiare,
– premi il merito e non l’anzianità,
– investa nella formazione continua e nella crescita,
– consideri il benessere un fattore produttivo, non un costo.

Il “buon lavoro” non è un lusso morale: è la condizione per una economia solida e una società sana, che oggi comporta la proposizione di un patto di responsabilità, in base al quale rimettere al centro la qualità del lavoro, la dignità delle persone, la cura dei luoghi in cui si vive e si produce non è un ritorno al passato, ma l’unico modo per costruire il futuro. Infatti, un sistema produttivo che guarda solo al risultato del trimestre non è capitalismo: è consumo di sé. Un sistema che non privilegia la Scuola e la Sanità Pubblica porta i cittadini a non credere più nello Stato, quest’ultimo percepito come “morto” o assente. Senza un patto di responsabilità — tra imprese, lavoratori, cittadini, istituzioni — l’Occidente continuerà a importare prodotti ed esportare benessere.

Questa “rinascita”, per essere sostenuta, necessita di un nuovo indirizzo degli investimenti da parte del mondo della politica, della finanza e delle imprese. Non basta allocare capitali, bisogna orientare il Paese con due direzioni concrete. La prima è quella di sostenere i punti di forza italiani, ossia artigianato, agricoltura e turismo – mondi in cui la persona fa la differenza, e in cui possiamo essere leader – non come settori “tradizionali”, ma come piattaforme da potenziare con tecnologia, formazione e organizzazione moderna. La seconda direzione è quela di investire nella cultura della vendita, poiché senza relazioni, senza fiducia, senza reti commerciali forti, nessuna impresa cresce. Anche l’economia più innovativa ha bisogno di persone capaci di spiegare, ascoltare, accompagnare il cliente nel processo di vendita che non è affatto accessorio se diventa una infrastruttura culturale del Paese.

In conclusione, l’Occidente ha costruito la crisi con le proprie mani, ma oggi può costruire anche la sua rinascita, a patto di avere il coraggio di rimettere al centro il lavoro vero, la competenza, la responsabilità e la dignità della persona. Senza questo cambiamento, l’unica alternativa sarà tornare a chiamare il ministro della difesa quale “ministro della guerra”, perché sarà quella la direzione che leader poco illuminati prendono quando un sistema economico non si regge più da solo: usare la forza per sopraffare popolazioni e risorse. Tuttavia, dopo 80 anni di assenza di grandi conflitti mondiali e con l’affermazione della cultura della pace, sono davvero pochi quelli disposti a combattere. Manca anche lì, per così dire, la manodopera specializzata.

Morireste per questa Europa? Se l’UE vuole la pace, costruisca una civiltà

“Se vuoi la pace, prepara la guerra” è il mantra delle massime istituzioni europee. Il ritorno del mito del riarmo e la fragilità dell’Europa di oggi.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Nel cuore delle istituzioni europee si sente risuonare, come all’inizio del ‘900, una vecchia idea: “Per essere ascoltati nel mondo, dobbiamo riarmarci“. Questo strano principio arriva anche da parte di politici dichiaratamente cattolici: “Se l’Europa vuole evitare la guerra, deve prepararsi alla guerra“, ha affermato Ursula von der Leyen presso la Royal Danish Military Academy, lo scorso 18 marzo 2025. Una dichiarazione del tutto simile a quella del 1909 di Sir Edward Grey, Ministro degli Esteri britannico, in occasione dell’intervento alla Camera dei Comuni di quel tempo (“Un’adeguata preparazione militare è la migliore garanzia di pace“). Due frasi, pronunciate a oltre un secolo di distanza, in due epoche diverse eppure identiche nella logica: la pace si ottiene mostrando la forza, il rispetto si conquista con le armi, e la diplomazia è efficace solo se accompagnata da un arsenale temibile.

È la riscrittura moderna del vecchio motto latino: “Si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, preparati alla guerra). Ma nel XXI secolo, cosa vuol dire “prepararsi alla guerra“? Significa costruire armi (soprattutto nucleari) di nuova generazione, aumentare il budget della difesa, sviluppare intelligenze artificiali belliche, impiegare droni autonomi, militarizzare il cyberspazio. Tutto ciò in un’Europa che, paradossalmente, non ha nemmeno più la forza lavoro per produrre quelle armi, né la volontà collettiva di difendersi realmente. Le aziende non trovano operai specializzati, tecnici, ingegneri, mancano le mani e le menti per costruire: figuriamoci se l’UE dovesse trovare i soldati per combattere. Siamo intrisi dalla cultura del disimpegno, dell’equilibrio vita-lavoro come valore assoluto e come sostituto dell’etica del dovere, della responsabilità civile, dell’identità condivisa.

La vera crisi non è militare, è identitaria. Il problema dell’Europa non è la mancanza di armi, bensì la mancanza di ethos, di una visione comune, di una identità collettiva per cui valga la pena vivere e, se necessario, morire. Senza un fondamento culturale e spirituale, ogni strategia militare è un artificio vuoto. Possiamo avere missili, ma non avremo motivazione, né coraggio, né coesione. Quale identità, quindi? L’Europa è nata da radici greche, romane e cristiane. È il cristianesimo che ha fornito per secoli la bussola morale, la coesione spirituale che ha dato dignità al lavoro, centralità alla persona, senso al sacrificio. Il fallimento storico del “para bellum” lo abbiamo già sperimentato nel decennio antecedente la Prima Guerra Mondiale, allorquando le potenze europee hanno creduto che prepararsi alla guerra avrebbe garantito la pace. Il risultato? 16 milioni di morti, un continente devastato, naturale terreno di coltura dei germi del fascismo e del bolscevismo.

Durante il XX secolo, la cd. Guerra Fredda, il riarmo nucleare garantì una “pace dell’incubo”. La Crisi di Cuba del 1962 portò il mondo a un passo dall’apocalisse. Solo la diplomazia segreta salvò l’umanità — non certo le testate nucleari. Oggi quella logica ritorna. Ma con tecnologie più sofisticate, soglie di attacco più basse e Stati più instabili. In questo contesto nessuno ci dice che nel 2024, la spesa militare europea ha superato quella russa del 58% quando calcolata a parità di potere d’acquisto e secondo la definizione NATO. Anche considerando solo i Paesi dell’UE e della NATO, il vantaggio rimane significativo (+56%), e persiste (+19%) limitandosi alla sola UE.  Tuttavia, l’efficacia di questa spesa è compromessa da una frammentazione strutturale (Fonte: Università Cattolica del Sacro Cuore – Osservatorio CPI, 22 febbraio 2025).

Cosa vuol dire “frammentazione strutturale“? Non c’è un comando unificato, le dottrine operative sono frammentate, gli armamenti non sono pienamente interoperabili e manca una volontà politica e popolare di impiego reale. Armarsi senza tecnologia e spirito di crescita è un’illusione. Lo confermano i due recenti brevi conflitti:
1) nella “guerra” per il Kashmir, il Pakistan ha abbattuto diversi caccia indiani di quarta generazione (inclusi i Rafale francesi) grazie ai J-10C cinesi, che costano un sesto dei Rafale francesi (nb: la Cina sta rilasciando sul mercato caccia di sesta generazione). Una tecnologia emergente e costi molto contenuti che batte quella occidentale, pertanto. I mercati hanno premiato Pechino, mentre Parigi si è chiusa in un imbarazzante silenzio.
2) Non hanno fatto meglio gli USA contro gli Houthi: aerei caduti, difese navali eluse, miliziani resilienti: una superpotenza in difficoltà contro guerriglieri determinati.

L’Europa oggi si trova quindi di fronte a un bivio storico: spendere ulteriori miliardi in armi, in una nuova illusione di “peso geopolitico” che maschera la fragilità interna, oppure investire in cultura, educazione, ethos, spiritualità. La vera difesa di un popolo non è l’acciaio dei cannoni, ma la fibra morale, associata ad una scuola che insegna storia, bellezza, filosofia, ad una società che non ha vergogna delle proprie radici cristiane e ad una politica che forma cittadini, non solo consumatori. Pertanto, il motto da rilanciare oggi non è “Si vis pacem, para bellum“, bensì “Si vis pacem, para civitatem“, ossia “Se vuoi la pace, costruisci una civiltà“, una comunità vera. Lo stesso Papa Francesco aveva affermato che la pace si costruisce “con il lavoro, la giustizia, l’educazione e la cultura del dialogo”. Lo ha detto chiaramente già durante la Giornata Mondiale della Pace nel gennaio 2014: “La pace non è un bene che viene da fuori, è un bene che nasce dal cuore dell’uomo. Si costruisce giorno per giorno, nel lavoro, nella giustizia, nell’educazione e nella cultura del dialogo“.

Di conseguenza, l’Europa non ha bisogno di incrementare la potenza militare, ha bisogno solo di ritrovare se stessa. In tal modo potrà tornare a parlare al mondo non con le armi, ma con la forza silenziosa di una civiltà viva. La forza di un popolo non è nei carri armati, ma nella sua capacità di rispondere alla domanda: “Chi siamo?”. Questo comporta dirottare gli investimenti non negli arsenali – che arricchiscono una industria, quella delle armi, che per essere alimentata ha bisogno di periodici conflitti – ma in educazione e cultura. Non in deterrenza, ma in coesione sociale. Non in propaganda, ma in una rinnovata identità europea fondata su ethos, comunità e radici cristiane. Questa è l’unica vera strategia per contare nel mondo, ed essere nuovamente una civiltà guida per i popoli. Primo fra tutti, quello europeo.

Divide et Impera atto II: la portata strategica della visita di JD Vance in Italia e India

La visita di Vance dell’aprile scorso in Italia e India non è stata un semplice viaggio diplomatico, ma una mossa studiata per riallineare gli equilibri globali.

di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

In tema di dinamiche geopoliche globali, occorre analizzare in profondità lo “strano viaggio” di Vance dell’aprile scorso, in Italia e India.  Tale visita, infatti, incarna la dottrina imperiale anglosassone del “divide et impera“, ed è quindi finalizzata a dividere blocchi rivali e rafforzare l’influenza americana in Europa e in Asia. Un pò come il gioco del poliziotto buono e di quello cattivo, rispettivamente tra Vance e Trump. Vediamo perchè questa trasferta, passata sottotraccia, è di estremo interesse.
 
Ufficialmente, l’agenda pubblica parlava di “rafforzamento dei legami tra le democrazie più grandi del mondo”, ma alcuni osservatori hanno presto letto nella missione un segnale più profondo, e cioè il tentativo da parte dell’amministrazione Trump di ripristinare una leadership americana efficace attraverso la divisione selettiva di blocchi rivali. Non a caso l’Italia, anello debole dell’UE, e l’India, potenza ambivalente ancora in bilico tra BRICS e Occidente, sono state le uniche due tappe scelte.
 
Italia tra Atlantismo e ambiguità strategica
Storicamente, l’Italia è stata terreno di confronto tra potenze esterne. È ormai assodato che, durante la Guerra Fredda, la CIA finanziò la Democrazia Cristiana contro il PCI per non fare entrare quest’ultimo nel governo già dalle elezioni del 1948; mentre, negli anni successivi, operazioni clandestine come Gladio cercavano di scongiurare l’ascesa della sinistra. Episodi chiave come l’assassinio di Aldo Moro (1978) è iscrivibile nella stessa finalità volta a scongiurare il compromesso storico, mentre lo scontro di Sigonella (1985) con gli Stati Uniti mostrano quanto il controllo dell’Italia fosse ritenuto cruciale. La caduta di Craxi e l’implosione della Prima Repubblica, Mani Pulite etc , sono letti da alcuni come esiti di una riconfigurazione post-Guerra Fredda, e dimostrano ancora una volta che in Italia non si governa senza il placet degli USA.
 
Con Giorgia Meloni, leader sovranista e pragmatica, l’Italia ha assunto un doppio ruolo: partner atlantico  ma interlocutore apparentemente allineato rispetto alle posizioni ufficiali dell’UE. La visita di Vance a Roma ha rafforzato la percezione di questa ambiguità. Nonostante Meloni rappresentasse l’Europa nei colloqui con Trump, è stata poi esclusa dalla delegazione dei “volenterosi” europei convocata da Zelensky: segnale che Bruxelles e Parigi non si fidano pienamente della posizione italiana, vista come troppo legata a Washington. L’Italia oggi è oggi corteggiata dagli USA per rompere le convergenze europee sul piano commerciale e strategico, e Roma tenta di trarre vantaggio da questo ruolo ambivalente.
 
L’India tra equilibri multipolari e sovranità economica
Il caso dell’India è ancor più emblematico. Da un lato, Delhi partecipa al Quad (con USA, Giappone e Australia), firma accordi di difesa (come il BECA con Washington) e rafforza la cooperazione su semiconduttori e cybersicurezza; dall’altro resta legata a Mosca, da cui importa armamenti (come i sistemi S-400) e greggio a basso costo. Nel 2024 la Russia è infatti diventata il primo fornitore di petrolio dell’India (circa 2 milioni di barili al giorno), e l’India ha evitato sanzioni pur mantenendo una narrativa di “neutralità attiva”. Durante la visita di Vance, sono stati raggiunti impegni cruciali: roadmap verso un accordo di libero scambio da 500 miliardi di dollari entro il 2030, collaborazione su difesa e tecnologia, sospensione temporanea dei maxi-dazi statunitensi. Ma è l’approccio bilaterale – fuori dai consessi multilaterali – a colpire: Washington tratta direttamente con Delhi aggirando il WTO o altre sedi ufficiali, mostrando quanto l’India sia considerata una pedina centrale nel contenimento dell’asse alternativo Cina e Russia.
 
La crisi nel Kashmir: prima conseguenza strategica
A pochi giorni dalla visita di Vance, è esplosa una nuova crisi nel Kashmir tra India e Pakistan. Sebbene legata a tensioni storiche, il tempismo lascia spazio a letture strategiche. La Cina, partner del Pakistan, ha difeso Islamabad con mezzi militari e diplomatici: i jet J-10 forniti da Pechino sono stati utilizzati in azioni belliche a difesa del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) che attraversa i territori contesi, irritando Delhi (che con i suoi Raphael Francesi,

caccia ancora di 4 generazioni acquistati ad un prezzo altissimo, ha forse capito di non essere proprio pronta ad un confronto armato…). Gli USA, invece, hanno mantenuto un profilo basso, pur ribadendo in dichiarazioni pubbliche l’importanza della de-escalation. La loro attenzione è chiaramente rivolta a consolidare l’intesa con Modi e a spingere l’India verso il fronte anti-cinese. In questo contesto, il conflitto regionale può diventare un banco di prova per la fedeltà indiana e per il nuovo assetto globale. Non a caso Modi ha avuto altri impegni per non partecipare alla parata per la vittoria svoltasi a Mosca.
 
L’eco di una strategia imperiale
Il viaggio di Vance non ha quindi prodotto solo accordi economici e dichiarazioni congiunte: ha riattivato dinamiche di pressione selettiva e bilanciamento che riecheggiano modelli storici di gestione geopolitica . L’Italia, da ponte fragile tra UE e USA, e l’India, da mediatore tra blocchi rivali, rappresentano per Washington strumenti fondamentali per contenere il rafforzamento dell’asse sino-russo e dell’Europa unita. Le crisi emerse subito dopo – come il conflitto indo-pakistano – sono la cartina al tornasole delle tensioni che questa politica inevitabilmente genera. Ma per gli Stati Uniti sono i passi fondamentali per continuare a plasmare il disordine globale secondo i propri interessi.

Conviene alla Cina far saltare il banco del debito USA?

Tecnicamente la Cina avrebbe la capacità di far saltare il debito americano, sebbene detiene “solo” circa 800 miliardi di dollari in Treasury. Eppure, difficilmente lo farà.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Mentre i mercati tremano, il dollaro si indebolisce e i rendimenti dei Treasury USA a lungo termine si impennano, i mercati mondiali guardano con preoccupazione la situazione e cercano la risposta ad una domanda fondamentale: può – e soprattutto conviene – davvero alla Cina far saltare il banco del debito americano? Oppure, come già avvenuto in due momenti cruciali della storia recente, gli Stati Uniti e la Cina ed il resto dei paesi sviluppati troveranno un compromesso strategico, con Pechino e gli altri che finanziano di nuovo l’espansione americana, e Washington che garantisce accesso al proprio mercato insieme ad una ritrovata stabilità nel commercio internazionale?

Per rispondere, bisogna tornare indietro nel tempo e fare riferimento a due episodi storicamente recenti.

1971: Nixon e la fine del Gold Standard (quando un repubblicano diventa “keynesiano”). Richard Nixon, presidente repubblicano ma pragmatico, affrontò una crisi inflattiva e valutaria epocale. Il dollaro era sotto attacco, le riserve d’oro si assottigliavano e gli Stati Uniti erano ancora impantanati nella guerra del Vietnam. Il 15 agosto 1971, Nixon annunciò la fine della convertibilità del dollaro in oro, decretando la morte del sistema di Bretton Woods. In quel momento, adottò politiche apertamente interventiste:
– controllo dei prezzi e dei salari (per contenere l’inflazione),
– spesa pubblica elevata, anche in disavanzo
– abbandono di ogni ancoraggio aureo, con l’obiettivo di sostenere la domanda interna e la competitività esterna.

Nixon stesso ammise apertamente la sua “svolta Keynesiana”, con la famosa dichiarazione “Now I am a Keynesian in economics“. Il risultato? Gli USA, liberi dal vincolo dell’oro, poterono stampare dollari per rilanciare l’economia. E il mondo, pur riluttante, non avendo alternative e forza per fare in modo diverso, fu costretto ad accettare il dollaro come moneta di riserva globale. Nessuno volle — o poté — far saltare il banco, anche se la guerra del Kippur finirà poi per mettere in ginocchio l’Europa dal punto di vista energetico, quindi anche economico (ma questa è un’altra storia).

2008–2010: Obama, il Quantitative Easing e il G2 con la Cina. Dopo il crollo di Lehman Brothers, il rischio era il collasso sistemico del sistema finanziario globale. L’amministrazione Obama, con l’appoggio della Fed, lanciò una politica fortemente espansiva, adottando stimoli fiscali massicci, tassi di interesse a zero e il Quantitative Easing su scala senza precedenti. In parallelo, si rafforzò il dialogo strategico USA-Cina, il cosiddetto “G2”. La Cina, allora secondo creditore estero degli Stati Uniti, continuò a comprare T-Bond, permettendo agli USA di finanziare il proprio debito a costi contenuti. In cambio, Washington non ostacolò le esportazioni cinesi, garantendo accesso al mercato e stabilità del dollaro. Un equilibrio simbiotico, ma instabile. Eppure, ancora una volta, il banco non saltò.

2025, lo scenario attuale: rendimenti in rialzo, sfiducia in aumento. Oggi il debito americano ha superato i 36.000 miliardi di dollari. Il term premium a 10 anni è tornato positivo. I rendimenti del treasury trentennale si avvicinano al 5,1%. E il dollaro sta perdendo terreno in modo importante rispetto a valute rifugio come il franco svizzero, lo yen e l’euro. I segnali sono chiari: gli investitori vogliono essere pagati di più per detenere debito americano e si sta verificando un disaccoppiamento tra dollaro e fiducia globale, mentre la Fed è bloccata tra l’inflazione da dazi e la necessità di sostenere la liquidità per dare energia all’economia USA che Trump vuole fare crescere anche attraverso la svalutazione del dollaro e rendere più competitive le esportazioni.

E la Cina? Possiede ancora circa 800 miliardi di dollari in T-Bond. Ha ridotto la sua esposizione in titoli del tesoro USA, ma non ha ancora mollato del tutto. Sa che un crollo del dollaro colpirebbe anche il valore delle sue riserve e il suo export. Va inoltre ricordato che la Cina ha più volte dichiarato l’intenzione di costruire un sistema alternativo al dollaro, attraverso l’internazionalizzazione dello yuan, la promozione di piattaforme di pagamento indipendenti e accordi bilaterali in valute locali. Tuttavia, è altrettanto evidente che Pechino (insieme ai BRICS) non sia ancora in grado di costruire un sistema pienamente autonomo e globalmente competitivo rispetto a quello guidato dagli Stati Uniti.

Detto questo, tecnicamente la Cina avrebbe comunque la capacità di far saltare il banco, nonostante detenga “solo” circa 800 miliardi di dollari in Treasury. La storia offre esempi significativi: a volte, sono bastati detentori marginali di debito per provocare crisi sistemiche. È il caso degli Stati Uniti con il debito dell’Europa orientale negli anni 70-’80, o dell’Europa (in particolare Germania e Francia) con la ripicca sul debito dei Paesi dell’America Latina. Nel caso dell’Est Europa, molti Paesi avevano contratto debito in valuta estera per finanziare sviluppo e apertura. Gli USA, poco esposti, rifiutarono strategicamente il rifinanziamento, e l’Europa seguì, causando una crisi a catena.

In America Latina, dopo un decennio di prestiti facili, il rialzo dei tassi USA e il ritiro del credito europeo provocarono default a catena: Messico, Brasile, Argentina. In entrambi i casi, le scelte furono politiche, e la leva del credito fu usata come strumento strategico. Questi precedenti dimostrano come anche una posizione non dominante sul piano quantitativo possa generare effetti sistemici devastanti, se usata in modo mirato. Da qui, l’impasse: o si trova un accordo, o si entra in uno scenario di rottura sistemica svantaggioso per tutti. In casi estremi come questo, lo spettro delle “bombe” non è solo una metafora economica.

E se a guidare fosse Trump? Ipotesi su un equilibrio instabile. Nel 2025, lo scenario si è fatto ancora più complesso con il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump. Un presidente apertamente liberista a parole, ma interventista nei fatti, che ha più volte definito i suoi predecessori “incapaci” per aver concesso alla Cina un ruolo dominante nel sistema commerciale e finanziario globale. Cosa sta facendo Trump, in sintesi?
– Contenimento selettivo della spesa pubblica. Trump ha rilanciato il Department of Government Efficiency (DOGE) con l’obiettivo di digitalizzare e snellire la macchina statale, affidandolo a Elon Musk. Il taglio della spesa è selettivo, ancora più simbolico che strutturale.
– Dazi come strumento di pressione finanziaria. Trump vuole costringere gli esportatori a reinvestire in debito USA, imponendo dazi che funzionano da leva fiscale indiretta. Una forma di ricatto geopolitico: “se volete esportare in America, comprate i nostri T-Bond“.
– Crescita interna senza fondamentali pronti. Trump punta a rilanciare la manifattura USA, tuttavia mancano lavoratori qualificati e le catene di fornitura globali non sono rientrate, per cui il rischio è quello di voler crescere senza basi strutturali, aumentando debito e pressioni inflattive.

L’unica possibilità oggi è che si trovi un accordo sostenibile, che sia strategico e vantaggioso per tutti. È anche  probabile che la Cina non si limiti a discutere solo di economia e finanza. Potrebbe infatti mettere sul piatto dossier geopolitici di peso, come la questione di Taiwan, e proporre un’intesa sulla crisi in Ucraina, sfruttando i legami crescenti con la Russia all’interno del blocco dei BRICS. In questo scenario, gli equilibri globali non si ridisegnano solo sulle borse e sulle valute, ma anche sulle sfere di influenza politica e militare. 

L’ipotesi più probabile è che la trattativa economica del cosiddetto G2 diventi il baricentro di un nuovo ordine mondiale (dal quale l’Europa cerca di non rimanere esclusa…). La storia insegna che gli Stati Uniti hanno superato crisi di fiducia e di debito solo grazie a compromessi strategici, soprattutto con la Cina. Nel 1971, con Nixon. Nel 2010, con Obama. Oggi, con Trump, la situazione è più incerta, per cui se gli Stati Uniti vogliono restare l’economia trainante del mondo, devono trovare un nuovo equilibrio con la Cina. Se non lo faranno, il futuro del dollaro come pilastro del sistema globale potrebbe davvero essere in discussione. E a quel punto, conviene davvero alla Cina far saltare il banco?

Corsi e ricorsi storici: l’Europa vittima di isteria collettiva, come nella Prima Guerra Mondiale

Come nel 1914, oggi assistiamo a un processo di autolesionismo collettivo, dove interi governi si lasciano trascinare da una logica di inevitabilità bellica.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Esiste un detto latino che descrive magistralmente la situazione geo-politica odierna: “Quos vult Iupiter perdere, dementat prius” (Giove toglie prima il senno a quelli che vuol mandare in rovina). Gli antichi romani usavano questo motto quando vedevano qualcuno imbarcarsi in affari pericolosi, di sicura rovina per sé e per gli altri. In tal senso, la Storia è piena di esempi in cui una inspiegabile follia di pochi ha portato rovina e devastazione per milioni di famiglie.   

Nel 1914, per esempio, l’Europa si gettava con vivido entusiasmo nella guerra più devastante della sua storia, prigioniera di una narrazione bellicista che nessuno sembrava poter contrastare. Oggi, con una rapidità sconcertante, assistiamo a un’analoga convergenza di interessi politici, economici e militari, il cui scopo sembra essere la militarizzazione dell’Europa come strumento di pressione strategica a lungo termine. Pertanto, è impossibile non concentrarsi sulle somiglianze tra il 1914 e il tempo presente. Infatti, prima del 1914, l’Europa era divisa in due grandi alleanze (Triplice Intesa vs. Triplice Alleanza); oggi, come allora, il mondo è diviso tra blocchi contrapposti (USA vs. Europa vs. Russia) che, anziché combattersi direttamente, si misurano schermati da conflitti indiretti in Ucraina, Taiwan e Medio Oriente (Siria e Palestina in primis).

Allo stesso modo, esattamente come nel 1914, assistiamo alla corsa agli armamenti, all’aumento delle spese militari, allo sviluppo di nuove armi e al riarmo di paesi diventati pacifici negli ultimi 80 anni dopo essere stati causa di guerre mondiali passate alla Storia (Germania e Giappone). Ancora, assistiamo al ritorno di un nazionalismo aggressivo, fatto di crescente retorica patriottica, disinformazione, fake news e divisioni interne che ricordano la propaganda bellica di inizio ‘900. In più, Russia e Cina rivendicano territori, l’Occidente appare sempre più diviso, crisi economiche e protezionismo galoppante creano inflazione, tensioni sociali (disparità sociali, movimenti sociali e sindacali), guerre commerciali e blocco delle catene di approvvigionamento, del tutto simili alle instabilità pre-1914.

Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, il dibattito pubblico era intriso di nazionalismo e retorica patriottica. I giornali alimentavano il mito della guerra breve e gloriosa, gli industriali delle armi intravedevano profitti senza precedenti, e i politici cavalcavano un’isteria collettiva convinti che il conflitto avrebbe consolidato il loro potere. Le grandi potenze, consapevoli della fragilità del proprio equilibrio economico e sociale, credevano che un conflitto potesse risolvere le tensioni interne e ristabilire un nuovo ordine mondiale. Pochi, però, consideravano il massacro che ne sarebbe seguito. Le voci critiche furono inascoltate (Bertrand Russell, Romain Rolland, Rosa Luxemburg, Lev Tolstoj, Albert Einstein): gli interessi del momento, semplicemente, andavano in un’altra direzione e il mondo della comunicazione è finanziato da questi.

Nel 2025, la Storia sembra ripetersi. Infatti, oggi assistiamo a una dinamica inquietantemente simile, con Ursula von der Leyen che ha annunciato il fondo ReArm Europe da 800 miliardi, finanziato a debito in deroga ai vincoli di bilancio., e le grandi industrie belliche – Rheinmetall, Leonardo, Thales, BAE Systems – festeggiano, con i loro titoli che schizzano alle stelle. La rapidità con cui tutto questo è avvenuto ricorda il meccanismo inarrestabile delle mobilitazioni del 1914. In pochi mesi, siamo passati dal Green Deal al New War Deal (ma la crisi climatica l’innalzamento inarrestabile dei mari etc. che fine hanno fatto?). Se prima la strategia era puntare sulle rinnovabili e sulla transizione ecologica, ora l’Europa si prepara a investire miliardi nel riarmo. Un cambio di paradigma totale, imposto in modo repentino e senza un vero dibattito.

Un Grande Gioco tra USA, Europa, Russia e Cina 
Ci troviamo nel mezzo di una guerra strategica che si gioca su più livelli. Innanzitutto, se Trump riduce la presenza militare USA in Europa e smantella parte della NATO, l’Europa è costretta a doversi difendere da sola. Ma c’è di più. Da decenni, la strategia nei confronti della Russia (ora della Cina…) è sempre la stessa: obbligarla a spendere in difesa fino al collasso interno. È il metodo che ha funzionato contro l’URSS durante la Guerra Fredda. Ora, l’idea è ripetere il copione: costringere Mosca a impegnare enormi risorse per non essere schiacciata dalla pressione Europea (mentre l’America di Trump si occupa della Cina). Intanto, l’Ucraina sembra avviarsi verso un’uscita di scena. Si parla di elezioni, di un conflitto che sarà “congelato”, di trattative già in corso tra USA e Russia. Il grande gioco continua, e a farne le spese saranno sempre gli stessi: i cittadini europei, che vedranno crescere il debito, la spesa militare e, a tempo debito, i tagli al welfare.

Debito, Mercati e la Vecchia Trappola
Il meccanismo è semplice e collaudato: prima si crea nuovo debito per finanziare il riarmo, i mercati si ingozzano, le aziende militari prosperano. Poi, quando il momento sarà opportuno, arriveranno le agenzie di rating (di proprietà degli stessi fondi d’investimento) a declassare il debito europeo, imponendo tagli e privatizzazioni. Lo abbiamo visto con la crisi del 2008, con quella del debito sovrano, e lo vedremo di nuovo. Ora, con Trump alla Casa Bianca, lo scenario pare accelerare. Se, come annunciato, il presidente USA ridurrà l’impegno militare degli Stati Uniti in Europa, i governi del continente sono costretti ad aumentare vertiginosamente la spesa per la difesa (sotto la paventata minaccia dell’invasione russa). I mercati hanno già fiutato l’opportunità: prestiti miliardari, emissioni di obbligazioni, fusioni tra colossi industriali e nuovi contratti di fornitura militare.

Nel frattempo, la propaganda bellica avanza. Chiunque osi mettere in discussione la necessità di un riarmo europeo viene tacciato di putinismo, esattamente come nel 1914 chi si opponeva alla guerra era considerato un traditore della patria. L’isteria collettiva cresce, alimentata da narrazioni semplicistiche e slogan vuoti. Ma cosa accadrà quando, dopo anni di spese militari insostenibili, i conti pubblici europei esploderanno? Le soluzioni saranno le stesse di sempre: tagli al welfare, privatizzazioni forzate, austerità. La popolazione si troverà a pagare il conto, mentre i profitti delle industrie della difesa e dei fondi speculativi saranno già stati incassati.

E poi c’è la questione cinese. Trump ha sempre visto Pechino come il principale nemico strategico, e la sua politica economica sarà ancora più aggressiva rispetto al primo mandato. Se gli Stati Uniti intensificheranno le sanzioni e le pressioni su Taiwan, la Cina potrebbe reagire con azioni più decise nel Pacifico, aprendo un altro fronte di tensione globale. Nel frattempo, la stampa mingstream paventa la minaccia della Russia  che sfrutta il ritiro americano dall’Europa per consolidare le proprie posizioni in Ucraina e nei paesi ex sovietici. Questo ha come conseguenza negoziati di pace più favorevoli per la Russia, oppure a nuove offensive militari, a seconda di come si svilupperanno gli eventi nei prossimi mesi. In fondo quella guerra serve agli USA per far comprare il proprio costosissimo gas (e armi) dall’Europa e indebolire un alleato (non più strategico…).

E così torniamo al punto di partenza. Come nel 1914, oggi assistiamo a un processo di autolesionismo collettivo, dove interi governi si lasciano trascinare da una logica di inevitabilità bellica. Allora si credeva che la guerra sarebbe stata breve e gloriosa, oggi si sostiene che l’Europa debba prepararsi a un lungo confronto con la Russia. Ma la storia insegna che queste strategie hanno un prezzo. La Prima Guerra Mondiale non durò pochi mesi, ma quattro anni di orrore e distruzione, portando al collasso quattro imperi e aprendo la strada ai totalitarismi. Oggi, l’Europa rischia di infilarsi in una spirale simile, senza un vero piano per il futuro. Con Trump alla presidenza, la partita è cambiata:  l’Europa rischia di cadere in una trappola finanziaria e geopolitica che la renderà ancora più vulnerabile. Questo è il prezzo della miopia di chi ha fondato una Unione Europea senza gambe, concentrando tutto sulla semplice unione monetaria. E’ il fallimento della visione predatoria dei paesi c.d frugali (Germania, Paesi Bassi, Belgio e Danimarca, con la Francia a dare man forte), bravi a impoverire il Sud Europa ma incapaci di fronte ai pericoli extra-continentali che, già a fine anni ’90, non era difficile intravedere.

Gas russo e chip cinesi, ecco il “baratto” che spaventa Trump

Secondo Trump, l’Occidente sta finanziando involontariamente l’ascesa di un blocco alternativo. “L’Ucraina è solo il pretesto: il vero gioco è sostituire il dollaro”.

di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Banking People

Quanta più pressione esercitano gli Stati Uniti sulla Russia e la Cina, tanto più preziosa diventa la loro relazione nel mitigare la pressione occidentale e dimostrare al mondo che non sono isolati”, afferma Andrea Kendall-Taylor, esperta di sicurezza internazionale. Donald Trump trasforma questa analisi in un attacco frontale alla politica di Biden in Ucraina. “Più a lungo dura questa guerra, più la Russia si butta nelle braccia della Cina. Siamo noi i perdenti”, ha detto in modo esplicito in diversi comizi prima di diventare presidente, condensando la sua visione in una frase che oggi pesa quanto un macigno.   

Il presidente accusa Mosca e Pechino di aver trasformato il conflitto in un affare: la Russia dà il gas, la Cina dà la tecnologia. “È un mercato ancora piccolo ma fatto con i soldi degli Stati Uniti”. Secondo Trump, l’Occidente sta finanziando involontariamente l’ascesa di un blocco alternativo. “L’Ucraina è solo il pretesto: il vero gioco è sostituire il dollaro“, ha aggiunto, riferendosi agli sforzi dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica più i nuovi aggiunti) di aggirare la valuta americana. Sulla dedollarizzazione Trump non ci sta: “Se i BRICS provano a seppellire il dollaro, io seppellisco loro con dazi del 100%. È semplice”. La sua ossessione? Quel club — Brasile, India e gli altri che fanno i furbi — che spinge per pagare in yuan o in “monete da cartapesta”. Il dollaro è sotto attacco, e noi stiamo a finanziare una guerra che ci indebolisce”, aveva accusato già nel 2023, in campagna elettorale, puntando il dito contro Biden.   

In sintesi, l’approccio strategico di Trump è lo stesso di quello usato da Kissinger e Nixon agli inizi degli anni 70 (con la famosa visita in Cina di Nixon nel ’72), quando decisero di puntare sulla crescita della Cina per dividere il fronte comunista tra Russia e Cina. Ora Trump sta provando a usare lo stesso metodo ma per ottenere l’effetto contrario: puntare a lusingare la Russia (“spegnendo” rapidamente il conflitto armato in Ucraina) per sottrarla ad una partnership senza limiti (economici, politici e militari) con la Cina.

Sul fronte militare, Trump sostiene che ci siano patti che nessuno ha il coraggio di ammettere. Soldati cinesi in Donbass? Armi russe testate da Pechino? È tutto collegato. E paventa un avvertimento apocalittico: “Se non fermiamo questa farsa, tra dieci anni compreremo il gas in yuan. E Wall Street diventerà un parcheggio”. La sua soluzione? “Fatevi sotto: stop alla NATO in Ucraina, un accordo con Putin, e la Russia tornerà a litigare con la Cina“. Ma ammette: “all’Europa non piacerà, ma meglio un alleato arrabbiato che un dollaro morto“. Quindi la soluzione choc: “Fermate la NATO, date a Putin una via d’uscita”. E sui BRICS chiude con una battuta: “Quella sigla è come una band di cover: suonano vecchi successi, ma senza spina”. Il messaggio è chiaro: per Trump, ogni giorno di guerra è un regalo alla Cina. “E noi siamo i gonzi che pagano il conto”.   

Perché Trump insiste? Per il presidente, ogni giorno di guerra è un passo verso un mondo multipolare dominato da Pechino. La sua ricetta – sanzioni, dazi, minacce e accordi improvvisati – mira a un obiettivo: “Tenere l’America in cima, a qualunque costo”. Con o senza alleati. Intanto l’Europa, in preda al panico, non può che trovare motivazioni plausibili per un disimpegno in Ucraina. Infatti, mentre Trump tuona contro l’alleanza Russia-Cina, in Europa il muro di sostegno a Kiev si incrina. Due summit a Parigi, voluti da Macron sono finiti in altrettanti buchi nell’acqua. Giorgia Meloni c’era, ma a denti stretti: in Italia ormai, sostenere l’Ucraina è diventato come difendere le tasse: più lo fai, più ti odiano. Il problema? I governi hanno scoperto che la linea di Washington era una trappola economica ed anche momentanea, e ora stanno cercano certamente una via di fuga alla chetichella. 

L’informazione europea e ucraina? Pagata dagli USA attraverso la USAID
Documenti recentemente trapelati rivelano quello che in molti sospettavano: think tank e media europei che spingevano per il sostegno a Kiev erano finanziati da fondi USA. Un gioco sporco per pilotare la narrativa e costringere i governi a seguire la linea di Biden che hanno trasformato l’Europa in un megafono americano ante-Trump. Risultato? I politici hanno cavalcato l’onda per non perdere consenso, ma ora che la marea si ritira, restano nudi. E così, alla affannosa ricerca della scusa perfetta per abbandonare Kiev, i politici europei hanno già iniziato a pensare a come rendere plausibile, senza perdere la faccia, il disimpegno, magari tirando fuori dal cassetto scheletri sepolti: 

1. Zelensky Bombardava il Donbass? Lo sapevamo da anni: gli attacchi ucraini su civili filorussi, oscurati dai media, ora diventano la prova della doppia faccia di Kiev;
2. i bombardamenti a strutture civili da parte della Russia erano dovute al fatto che l’Ucraina nasconde armi al loro interno (come denunciato da Amnesty International nell’estate del 2022);
3.  corruzione in Ucraina: i miliardi dell’Occidente? Finiti in Porsche e yacht e ville sontuose in toscana, Sardegna e California. I fondi per le armi hanno arricchito oligarchi, non difeso il fronte;
4. strategia fallita: due anni di guerra per zero risultati; l’offensiva ucraina è un buco nell’acqua, e i cittadini europei iniziano a chiedere: ma chi ce l’ha fatto fare?”. 

Nel frattempo, la Germania è a un passo dalla resa. L’economia in recessione e l’opinione pubblica contro Scholz spingono Berlino a dimenticare i sermoni morali e pensare al gas. Nelle odierne elezioni politiche tedesche, secondo i primi exit-poll i popolari della Cdu/Csu di Friedrich Merz vincono le elezioni in Germania con il 29%. E’ però netta l’affermazione dell’ultradestra dell’Afd di Alice Weidel intorno al 20%, un exploit mai raggiunto nella storia della Repubblica federale. Questo scenario costringerà la CDU ad un governo di coalizione con l’Spd – che ha perso molti consensi per via della fallimentare politica di Sholz – e almeno uno degli altri partiti minoritari. Macron, che pure ha giocato il ruolo del falco, sa che il suo elettorato è stanco e ciò è stato ampliamente dimostrato dalle ultime elezioni europee e poi politiche: tra i gilet gialli e i missili a Kiev, sceglierà sempre i primi.

Cosa Resta? L’Europa è a un bivio: continuare a fare la “colonia americana” o riscoprirsi protagonista. Ma per farlo, dovrebbe ammettere due verità scomode: 
– Abbiamo seguito Washington come cani da guardia;
– Ora tocca a noi pulire il pasticcio.
Ce ne sarebbe anche una terza: le materie prime ucraine se le spartiscono Usa e Russia.
Che allocchi.

Stati Uniti, 100 anni di guerre e di bugie per coprire interessi economici. Una prospettiva critica

Per gli USA in guerra nel mondo, gli ideali e i valori democratici sono serviti solo come facciata per legittimare interventi finalizzati a garantire la propria supremazia economica e politica.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Secondo le teorie economico-sociali più diffuse, numerose sono le determinanti delle guerre tra stati e dei conflitti locali, ma gli accademici hanno difficoltà a trovare dei risultati omogenei, buoni per ogni guerra. Nelle guerre civili, per esempio, l’unica variabile su cui la maggior parte degli economisti converge è quella economica, sia in termini di PIL pro capite sia di crescita economica; questo non spiega, tuttavia, la politica di intervento militare che gli Stati Uniti hanno adottato dal Primo Conflitto Mondiale in poi.

Secondo Noam Chomsky, molte delle guerre americane sono state presentate come missioni morali o ideologiche, ma la realtà nasconde spesso un’ampia rete di interessi economici. Infatti, le ragioni economiche degli interventi americani nei vari conflitti mondiali sono state molteplici e spesso intrecciate con interessi strategici, industriali e finanziari. Per esempio, nella Prima Guerra Mondiale (1917-1918) gli USA intervennero per proteggere i propri investimenti e crediti, poiché avevano prestato ingenti somme ai paesi dell’Intesa (Gran Bretagna e Francia). Se la Germania avesse vinto, il rischio di non recuperare questi prestiti sarebbe stato elevato. Inoltre, l’industria americana (siderurgica, automobilistica, tessile, ecc.) trasse enormi profitti dalla fornitura di armi, munizioni e materiali ai paesi alleati. Infine, una vittoria dell’Intesa avrebbe rafforzato gli alleati americani, preservando mercati e rotte commerciali vitali per l’economia statunitense.

Nella Seconda Guerra Mondiale, invece, gli USA diedero una svolta importante al PIL dopo la Grande Depressione, grazie al riarmo e alla produzione bellica, creando milioni di posti di lavoro. Con le due guerre mondiali, in buona sostanza, gli Stati Uniti rafforzarono il loro ruolo di potenza economica globale, sostituendo la Gran Bretagna come principale attore economico e finanziario, e con il Piano Marshall e gli accordi di Bretton Woods sancirono il dollaro come valuta di riferimento, consolidando il proprio predominio economico. Nelle guerre successive (Guerra Fredda e oltre, come vedremo), gli interventi militari americani continuarono con motivazioni economiche spesso legate al controllo delle risorse naturali (petrolio in Medio Oriente, materie prime strategiche), al sostegno alla industria militare (che è una componente chiave dell’economia americana) e alla protezione degli investimenti e delle multinazionali minacciate dal comunismo (Vietnam, Corea, America Latina).

Qui una sintesi delle motivazioni economiche che hanno spinto gli Stati Uniti a intervenire in ciascun conflitto.

1. Prima Guerra Mondiale (1917-1918)
Narrativa ufficiale: Rendere il mondo sicuro per la democrazia.
Motivazioni economiche: gli Stati Uniti avevano investito enormi capitali nei paesi alleati attraverso prestiti e forniture belliche. La sconfitta degli alleati avrebbe comportato perdite finanziarie catastrofiche per banche e industrie americane. Inoltre, la guerra aprì nuovi mercati per l’export americano e consolidò la posizione del dollaro a livello internazionale, segnando l’inizio dell’ascesa degli USA come potenza economica globale.

2. Seconda Guerra Mondiale (1941-1945)
Narrativa ufficiale: Fermare il fascismo e proteggere la libertà.
Motivazioni economiche: la guerra rilanciò l’industria manifatturiera statunitense, mettendo fine alla Grande Depressione grazie alla produzione bellica. Dopo la guerra, gli Stati Uniti implementarono il Piano Marshall, che non solo aiutò a ricostruire l’Europa, ma garantì anche mercati per i prodotti americani e cementò il dollaro come valuta dominante nel commercio internazionale. Inoltre, il controllo sulle risorse energetiche globali divenne cruciale nel dopoguerra.

3. Guerra di Corea (1950-1953, oltre 1 milione di morti)
Narrativa ufficiale: Difendere la Corea del Sud dalla tirannia comunista.
Motivazioni economiche: dopo il pluri-mistificato incidente del Golfo del Tonchino nel 1964 (c.d. casus belli), il conflitto consentì agli Stati Uniti di consolidare una presenza strategica in Asia, proteggendo importanti rotte commerciali marittime e accedendo a mercati emergenti. L’intervento americano garantì anche il controllo indiretto su risorse minerarie come ferro, carbone e terre rare, fondamentali per l’industria tecnologica e militare.

4. Guerra del Vietnam (1955-1975, tra 3 e 4 milioni di morti)
Narrativa ufficiale: Fermare il comunismo e difendere la libertà dei popoli.
Motivazioni economiche: la regione del sud-est asiatico era ricca di risorse naturali, tra cui caucciù, petrolio e riso, cruciali per l’economia americana. Gli Stati Uniti temevano che un’espansione comunista nella regione potesse limitare l’accesso a questi beni e destabilizzare mercati chiave. Inoltre, la guerra alimentò il complesso militare-industriale, rafforzando le industrie belliche che beneficiavano enormemente della produzione continua di armi.

5. Guerra del Kippur (1973)
Narrativa ufficiale: Difendere Israele, un alleato democratico, dall’aggressione araba.
Motivazioni economiche: garantire il controllo sulla stabilità del mercato petrolifero e rispondere alla crisi energetica scatenata dall’embargo petrolifero arabo; mettere in crisi l’Europa fortemente dipendente dal punto di vista energetico; rafforzare il sistema dei petrodollari, assicurando che il petrolio venisse venduto in dollari e consolidando la posizione del dollaro nell’economia globale.

6. Guerra del Golfo (1990-1991)
Narrativa ufficiale: Liberare il Kuwait e fermare l’aggressione irachena.
Motivazioni economiche: il controllo del petrolio era centrale. L’invasione irachena del Kuwait minacciava la stabilità del Golfo Persico, da cui proveniva gran parte del petrolio mondiale. Gli Stati Uniti, con l’aiuto dei loro alleati, intervennero per preservare la sicurezza delle risorse energetiche e mantenere il sistema dei “petrodollari“, in cui il petrolio viene scambiato in dollari americani, rafforzando così l’economia statunitense.

7. Guerra in Afghanistan (2001-2021, circa 240mila morti)
Narrativa ufficiale: Rispondere agli attacchi dell’11 settembre e combattere il terrorismo.
Motivazioni economiche: Oltre alla narrativa della lotta al terrorismo, l’Afghanistan è una regione strategica vicino a ricche riserve di gas naturale, petrolio e minerali rari come litio e terre rare, cruciali per le tecnologie moderne. Il conflitto ha anche permesso di mantenere il complesso militare-industriale in attività per due decenni, con profitti enormi per le aziende di difesa.

8. Guerra in Iraq (2003-2011, 500mila morti)
Narrativa ufficiale: Eliminare le armi di distruzione di massa e portare la democrazia.
Motivazioni economiche: le armi di distruzione di massa non furono mai trovate, e qualche anno dopo ci furono parziali ammissioni sull’evidente natura di finto casus belli. In verità, l’Iraq possiede alcune delle più grandi riserve di petrolio al mondo. L’invasione americana consentì alle compagnie petrolifere statunitensi di accedere direttamente alle riserve irachene e di influenzare la produzione e il commercio di petrolio nella regione. Inoltre, la ricostruzione del paese generò miliardi di dollari in contratti per le imprese americane nei settori dell’edilizia, della sicurezza e delle infrastrutture.

9. Guerra in Libia (2011)
Narrativa ufficiale: Proteggere i civili dalle repressioni del regime di Gheddafi; prevenire un possibile genocidio a Bengasi; sostenere la democrazia e i movimenti della Primavera Araba.
Motivazioni economiche: garantire l’accesso al petrolio e al gas libico di Francia e Germania, indebolire Gheddafi e prevenire un’Africa economicamente indipendente. Inoltre, favorire le aziende occidentali nella ricostruzione e indebolire l’Italia primo interlocutore occidentale della Libia.

10. Interventi recenti (Siria e Ucraina)
Narrativa ufficiale: Proteggere la democrazia e i diritti umani.
Motivazioni economiche: nel conflitto in Siria, il controllo sulle rotte energetiche (gasdotti e oleodotti) e l’accesso al mercato energetico regionale sono stati fattori determinanti; in quello Ucraino, gli Stati Uniti supportano Kiev per contrastare l’influenza russa sulle rotte energetiche verso l’Europa, consolidando anche la vendita di gas naturale liquefatto americano ai paesi europei.

La “controprova” della prevalenza degli interessi economici sull’intervento americano nei conflitti armati è facilmente rinvenibile in occasione della Guerra Ruanda-Congo (Seconda Guerra del Congo, 1998-2003). In quella occasione, infatti, le motivazioni “morali” per un intervento c’erano tutte: protezione dei civili da violenze di massa, genocidio e pulizia etnica; promozione della stabilità e della democrazia nella regione; contenimento delle crisi umanitarie, inclusi milioni di sfollati. Il numero di morti stimato è stato impressionante: circa 5,4 milioni di persone, la maggior parte morta a causa di fame, malattie e conseguenze indirette del conflitto. Naturalmente, i civili rappresentarono la stragrande maggioranza delle vittime (oltre alle migliaia di soldati e miliziani uccisi nei combattimenti).

E allora, perché gli USA non intervennero? E’ presto detto. Innanzitutto, mancavano interessi economici diretti: nonostante l’enorme ricchezza di risorse minerarie (oro, diamanti, coltan), gli USA non percepivano un guadagno diretto immediato dall’intervento, lasciando il controllo delle risorse alle multinazionali. Inoltre, il conflitto coinvolgeva numerosi attori regionali (Ruanda, Uganda, Angola, Zimbabwe e milizie locali), rendendo difficile un intervento efficace. Infine, gli Stati Uniti erano già impegnati in altre operazioni militari e geopolitiche (come la Guerra in Kosovo e la lotta al terrorismo emergente).

Alla fine, la Guerra del Congo fu definita come “la più grande guerra dimenticata dal mondo occidentale”, e dimostra come gli USA abbiano evitato il coinvolgimento militare nonostante le gravi violazioni dei diritti umani, poiché gli interessi strategici ed economici diretti non giustificavano l’intervento. Pertanto, è facile concludere che dietro ogni guerra americana si celano complessi intrecci di interessi economici, e che questi abbiano come comune denominatore il controllo delle risorse naturali, il mantenimento del dollaro come valuta globale e l’espansione del mercato per le aziende americane. Gli ideali e i valori democratici, in tutta evidenza, sembrano essere solo una facciata per legittimare interventi finalizzati a garantire la supremazia economica e politica.

Il ritorno di Trump e il duello USA-Cina. L’Europa al bivio, in attesa di sapere cosa fare con la Russia

Il probabile isolazionismo americano potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa, qualora il vecchio continente fosse capace di affrancarsi dagli USA e agire in modo veramente unitario.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la sua politica di “America First” si prepara a ridisegnare le dinamiche globali. Al centro di questa strategia, la riaffermazione della supremazia americana in tecnologia, economia e difesa, perseguita attraverso una squadra di collaboratori strettamente legati al Presidente. Il confronto con la Cina, identificata come il principale rivale, diventa il fulcro di una nuova era geopolitica dominata dal cosiddetto “G2“, lasciando l’Europa, terzo attore di primo piano nello scacchiere economico globale, in una posizione di fragilità e incertezza.

Trump ha già dimostrato, nei suoi mandati precedenti, di voler affrontare la Cina come principale rivale globale. Con figure come Marco Rubio al Dipartimento di Stato e Mike Waltz come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il nuovo esecutivo americano appare orientato verso un confronto serrato con Pechino. L’invito simbolico rivolto al presidente cinese Xi Jinping per l’insediamento di Trump, pur sapendo che sarebbe stato rifiutato, è un gesto che mostra l’intenzione di mantenere un filo di dialogo con il rivale, ma alle condizioni dettate da Washington.

Questa tensione costante tra le due potenze, molto probabilmente, porterà ad una escalation del confronto geopolitico, con implicazioni non solo economiche ma anche strategiche per il resto del mondo. Il “G2” rappresenta infatti un sistema bipolare che tende a escludere gli altri attori internazionali, relegandoli a ruoli marginali. L’Europa, in questo contesto, si trova quindi davanti a un bivio. Da una parte, il protezionismo di Trump, con il probabile ulteriore inasprimento dei dazi sulle esportazioni europee, rischia di colpire duramente un’economia già provata. L’obiettivo dichiarato di Trump – come recentemente affermato da autorevoli esperti dell’Economia – è ridurre il surplus commerciale europeo con gli Stati Uniti, minacciando settori chiave per il vecchio continente. D’altronde gli USA hanno un debito pubblico ormai fuori controllo (oltre 36 trilioni di dollari…) e, per non affogare, devono in qualche modo reagire.

Visto da un’altra ottica, il probabile isolazionismo americano potrebbe anche essere un opportunità, poiché potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa qualora fosse capace di agire in modo veramente unitario e con una visione continentale globale, senza distinguere tra paesi del Nord e paesi del Sud. Una politica comune sulle questioni economiche e strategiche, infatti, consentirebbe all’UE di aumentare la propria incidenza a livello globale, rafforzando la sua autonomia geopolitica. Tuttavia, le divisioni interne e le contraddizioni nei rapporti con la Cina – oscillanti tra partnership, competizione e rivalità sistemica – rappresentano un ostacolo significativo. Come spesso sottolineato dai leader cinesi, l’Europa appare come un “semaforo con tutte le luci accese”, incapace di elaborare una strategia chiara.

Un altro scenario non da escludere – e piuttosto preoccupante – è quello di un accordo globale tra Stati Uniti e Cina. In questo caso, l’Europa, priva di coesione interna, rischia di essere schiacciata tra le due superpotenze. La possibilità di una convergenza su questioni economiche e strategiche tra Washington e Pechino, infatti, escluderebbe ulteriormente il vecchio continente dalle grandi decisioni globali, relegandolo a un ruolo di spettatore passivo. Occorre quindi una scelta strategica per il futuro, poiché l’eventualità più destabilizzante per l’ipotesi di un accordo USA-Cina vedrebbe l’Europa includere la Russia – come sarebbe naturale per ragioni storiche, culturali e geografiche – nel novero dei partner economici più stretti. Un simile (e solo per ora) fantasioso scenario rappresenterebbe un vero incubo strategico per Washington e Pechino, entrambe poco propense a confrontarsi con un blocco euroasiatico unito. Ma in questa eventualità è probabile che le due superpotenze facciano – o stanno gia facendo? – di tutto perché ciò non accada.

L’alternativa a tutti questi scenari sono i BRICS più forti di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo; questo scenario costringerebbe l’occidente a smettere di farsi i dispetti. In ogni caso, resta cruciale per l’Europa non solo ritrovare coesione interna, ma cessare di essere supina agli interessi USA, cominciando a ripensare fin da adesso a quale potrebbe essere il proprio rapporto con la Russia subito dopo il possibile cessate il fuoco assicurato da Trump ma in apparenza ancora lontano. La Russia, infatti, possiede le materie prime fossili (Gas soprattutto, ma non solo) che servono all’Europa come l’aria, e che oggi vengono acquistate dagli USA a prezzi quasi doppi rispetto a quelli che gli europei pagavano prima del conflitto russo-ucraino.

Le radici cattoliche dell’Europa come vantaggio competitivo economico

Vista da una angolazione diversa da quella spirituale, la cultura sviluppatasi attorno al Cristianesimo ha fatto da culla alle scuole di pensiero progressista e alle rivoluzioni industriali.

Di Valerio Giunta, Founder e CEO di Banking People

Nell’attuale contesto globale, dove economie emergenti e consolidate si confrontano su scala internazionale, è essenziale riscoprire le radici culturali che sono alla base del successo economico dell’Europa nei secoli. Così come la Cina e gli Stati Uniti attingono alle loro basi culturali per rafforzare i loro modelli economici, da più parti si comincia ad affermare che l’Europa debba tornare a valorizzare la propria identità cristiana, che ha storicamente ispirato modelli sociali ed economici capaci di equilibrio, innovazione e progresso.

Vista da una angolazione diversa da quella squisitamente spirituale e “morale”, la cultura sviluppatasi attorno al Cristianesimo – tra mille asperità e lunghi periodi di potere temporale che la critica storica ha definito come “i secoli bui della Chiesa” – ha fatto da culla alle scuole di pensiero progressista che hanno permesso lo sviluppo della Borghesia agraria, delle tecnologie meccaniche e tessili, di ben quattro rivoluzioni industriali (quella digitale è solo l’ultima) e di una quinta in preparazione con l’avvento inarrestabile della Intelligenza Artificiale. La religione islamica, per dare un esempio simmetricamente contrario, ha sempre bloccato sul nascere qualsiasi forma di progressismo sociale ed economico, e l’assenza quasi totale di premi Nobel provenienti dai Paesi in cui l’Islam domina anche come corpus legislativo la dice lunga sulla “essenza modernista” del Cristianesimo, se esso viene analizzato con la visuale della Storia.

Rivolgendo lo sguardo all’Asia, la Cina moderna deve molto al Confucianesimo, una filosofia che valorizza il rispetto per l’autorità, il senso del dovere e il primato della collettività. Questi valori hanno favorito una società disciplinata e coesa, che è stata alla base della rinascita industriale cinese. Xi Jinping, consapevole di questa eredità, sta rafforzando sembra più il ruolo del Confucianesimo per sostenere una visione a lungo termine dello sviluppo economico, contrapposta alla volatilità del modello occidentale. La mentalità confuciana, che privilegia l’armonia sociale rispetto all’individualismo, ha permesso alla Cina di gestire in modo centralizzato un’economia complessa e altamente competitiva, nonchè di fronteggiare con maggior resilienza le ultime crisi economiche (compresa quella in corso).

Relativamente agli Stati Uniti, invece, si può senz’altro fare riferimento alla “predestinazione” come base della loro economia. L’etica calvinista della predestinazione, infatti, ha plasmato una cultura economica unica, in cui la convinzione che il successo materiale sia segno di grazia divina ha spinto generazioni di americani a perseguire con determinazione il profitto, la produttività e l’innovazione. Questo modello ha portato a un capitalismo aggressivo e dinamico, che premia l’iniziativa individuale e la competizione, ma che a volte può risultare insostenibile sul piano sociale ed etico. A confronto dell’approccio americano di stampo calvinista, l’Europa possiede un’identità economica e culturale differente, fondata sulle sue radici cattoliche, e a differenza della visione statunitense e di quella collettivista confuciana, il cattolicesimo propone una visione della realtà concepita come creazione divina e quindi intrinsecamente buona. Questo ha ispirato un’Ethos popolare ed economico massimamente basata sulla solidarietà, sull’idea del rispetto del prossimo e sul principio che il progresso debba essere asservito al bene comune.

Il modello economico europeo, infatti, ha storicamente combinato crescita e inclusione sociale, creando istituzioni come lo stato sociale e promuovendo modelli di governance che tengono conto delle necessità di tutte le parti in causa. Tuttavia, negli ultimi decenni, l’Europa sembra aver perso la propria identità culturale, cedendo a una visione tecnocratica e individualista che la rende vulnerabile rispetto ai modelli più radicati della Cina e degli Stati Uniti. In questo scenario, il ruolo della “sovrastruttura” (cultura, religione, ideologia) di Marxiana memoria rischia di condizionare profondamente la struttura economica e sociale europea, modellando il modo in cui le persone percepiscono la realtà. Del resto, già Durkheim e Engels avevano evidenziato come la religione e l’etica influenzino la coesione sociale e i rapporti economici; lo stesso Gramsci aveva sottolineato il ruolo dell’egemonia culturale nel plasmare i rapporti di forza all’interno della società. Eppure, in Europa sta prevalendo oggi una cultura debole e frammentata, che rischia di soccombere di fronte a sistemi più coesi come quello cinese o americano. Per contrastare questa deriva, il Vecchio Continente dovrebbe ripartire dalle origini, riscoprendo il proprio patrimonio culturale cattolico, e così tornare a creare sistemi stabili e innovativi, sufficientemente forti da contrastare i condizionamenti provenienti da altre culture.

Per rispondere alla competizione globale e superare la frammentazione culturale, l’Europa dovrebbe rifarsi al “Sum ergo cogito” (Papa Giovanni Paolo II, “Memoria e Identità”) e tornare a costruire un’economia basata sull’uomo, sulla solidarietà sociale e sulla dignità del lavoro. Questo modello è l’unico in grado di permettere la rinascita di una identità culturale europea e, soprattutto, di trasmettere i valori di tale modello alla propria struttura economica continentale rafforzando la competitività sui mercati, offrendo un’alternativa etica ai sistemi dominanti che, in tutta evidenza, etici non sono mai stati. Del resto, come afferma il sociologo belga Leo Moulin “…credo obiettivamente e scientificamente che da un punto di vista sociale ed economico (….) i cattolici benedettini siano stati i padri dell’Europa…”.

Il cattolicesimo, pertanto, non può essere visto come un anacronismo in un mondo sempre più digitale e artificiale, ma come una risorsa viva, capace di ispirare un rinnovamento culturale ed economico. Per queste ragioni, che toccano in modo decisivo l’aspetto economico, siamo chiamati a vivere questo Natale come memoria viva delle nostre radici cristiane, guardando alla nascita di Cristo come ad una occasione per “redimere” la nostra Storia più recente, che ha sensibilmente deviato la traiettoria dalle nostre origini, per contemplare ogni cosa, anche l’economia, con occhi nuovi.

Buon Natale.

Effetti economici della guerra in Ucraina: USA sempre più forti, Europa sempre più fragile

Mentre il conflitto russo-ucraino rafforza la posizione economica e politica degli USA, l’Europa paga il prezzo della crisi. Per il Vecchio Continente necessario recuperare autonomia energetica e industriale.

Di Valerio Giunta, Founder e CEO di Banking People

Per gli Stati Uniti, la guerra in Ucraina si è sempre configurata non solo come uno scontro nello scacchiere geopolitico, ma anche come una significativa opportunità economica e strategica. Infatti, grazie a un pragmatismo stringente, Washington ha saputo trasformare la crisi ucraina in un’occasione per rafforzare la propria economia e la sua influenza globale sull’Occidente, consolidando al contempo la dipendenza dell’Europa dalle proprie risorse energetiche e industriali.

Le difficoltà europee derivanti dalle sanzioni contro la Russia hanno spalancato le porte alle esportazioni americane. Secondo i dati disponibili, tra luglio 2023 e giugno 2024 il valore delle esportazioni statunitensi verso l’Unione Europea è aumentato di 93 miliardi di dollari, raggiungendo un totale di 367 miliardi di dollari (+34% rispetto al 2021). In particolare, le esportazioni di petrolio sono raddoppiate (+101%), con un incremento di 37,3 milioni di tonnellate; quelle di gas naturale liquefatto (GNL) sono aumentate del 181%, pari a 18,5 milioni di tonnellate; le esportazioni di fertilizzanti sono passate da quasi zero a 666.000 tonnellate. Tutti questi numeri evidenziano come le sanzioni abbiano spinto l’Europa a una crescente dipendenza economica dalle risorse statunitensi, trasformando gli Stati Uniti in fornitori chiave per il Vecchio Continente.

In tal senso, anche gli aiuti americani all’Ucraina non rappresentano solo un gesto di solidarietà, ma anche un volano per l’industria nazionale. Negli ultimi due anni, infatti, la produzione industriale nei settori della difesa e dello spazio è aumentata del 18%, sostenuta dall’espansione della domanda militare generata dagli alleati NATO e dal sostegno a Kiev da parte dell’amministrazione Biden. In soldoni, il 64% dei 60,7 miliardi di dollari stanziati per l’Ucraina è rientrato direttamente nell’economia statunitense, consolidando la base industriale della difesa e creando migliaia di posti di lavoro negli Stati chiave. Tuttavia, l’impatto politico-elettorale di queste misure non è stato sufficiente alle ultime elezioni presidenziali, in occasione delle quali gli elettori americani hanno punito Biden, anziché ringraziarlo per i risultati ottenuti in tema di occupazione.

Si può dire che gli Stati Uniti abbiano finora rafforzato la loro posizione economica e politica, mentre l’Europa stia pagando ancora il prezzo della crisi. Le sanzioni contro la Russia hanno acuito la dipendenza energetica e industriale dai mercati americani, le cui materie prime non sono esattamente a buon mercato, contribuendo a un aumento dei costi per le famiglie e le imprese europee. La necessità di importare dagli Stati Uniti risorse fondamentali prima geograficamente più disponibili e meno costose ha portato molte aziende europee a riconsiderare la propria base operativa, favorendo la delocalizzazione verso gli USA, dove i costi energetici sono significativamente più bassi. Questo fenomeno, unito alla pressione inflazionistica, sta minando la competitività industriale del Vecchio Continente.

Pertanto, la guerra in Ucraina ha rappresentato per gli Stati Uniti un’opportunità unica per rafforzare il proprio ruolo di superpotenza globale, ma ha anche messo in luce le fragilità dell’Europa, costretta com’è a comprare il sempre più crescente debito americano per sostenere il “dollaro forte” ed evitare che le altre valute BRICS prendano ancora più piede nel contesto del commercio internazionale. Se l’Europa non riuscirà a elaborare una strategia che le consenta di recuperare autonomia energetica e industriale, rischia di uscire ulteriormente indebolita da questa crisi.

Relativamente alle implicazioni per gli investitori finanziari, la guerra in Ucraina ha creato scenari di opportunità e rischi significativi, con gli Stati Uniti che emergono come beneficiari principali e l’Europa che subisce le maggiori pressioni economiche. L’industria americana della difesa, dell’energia e il settore manifatturiero americano sono in forte espansione:
– Industria della difesa: Crescita del 18% negli ultimi due anni, con aziende come Lockheed Martin e Raytheon che beneficiano dell’aumento delle spese militari;
Energia: Il boom delle esportazioni di gas naturale liquefatto (GNL) e petrolio offre opportunità per società come ExxonMobil e Cheniere Energy.
– Produzione industriale: gli investimenti nel reshoring industriale rappresentano un trend positivo per gli investitori nel settore manifatturiero.

Contemporaneamente, l’Europa deve affrontare il rischio di deindustrializzazione e l’aumento dei costi energetici, e già le aziende europee nei settori ad alta intensità energetica stanno perdendo terreno rispetto ai competitor americani. La c.d. transizione energetica, tuttavia, potrebbe compensare la perdita di produttività nei settori più maturi; in tal senso, gli investimenti in energie rinnovabili (come quelli di Iberdrola ed Enel) potrebbero rappresentare un’alternativa sostenibile. Pertanto, gli investitori possono beneficiare del boom americano (finchè dura), mentre in Europa è necessaria una selezione più attenta per evitare settori in difficoltà. Materie prime e fondi diversificati su difesa ed energia restano strategie interessanti per navigare in questa fase di incertezza globale.