Giugno 13, 2026
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Consulenti e professionisti alle prese con l’autopromozione. Capitolo primo: eventi e referenze

Quali sono gli strumenti con i quali il consulente del patrimonio trasmette al mercato il proprio carisma professionale? Il marketing di contatto richiede organizzazione e attenzione ai particolari.

Circa due anni fa, in questo periodo, scrivevamo come la pandemia stesse determinando un ritorno di interesse, tra i consulenti finanziari e, in misura minore, tra i liberi professionisti, di una sorta di “marketing distanziale” che per tre decenni – tra il 1975 ed il 2005 – si era attuato esclusivamente con il telemarketing ed i successivi appuntamenti in presenza. Oggi, dopo cinque ondate di contagio, tre campagne vaccinali e continue restrizioni ci siamo ricreduti, e possiamo dire che certi vagheggiamenti ad un futuro iper-tecnologico della comunicazione interpersonale sono da rinviare a quando i figli dell’attuale “generazione Zero” – individui nati tra il 1996 e il 2015 – cominceranno ad interagire in ambito lavorativo.

Ad occhio e croce, ci vorranno almeno altri 25 anni.

Pertanto, nonostante gli eventi degli ultimi anni abbiano costretto tutti a modificare le modalità di mantenimento della relazione, possiamo affermare che il buon vecchio incontro in presenza con la clientela potenziale – da sempre ottenuto con impegno e sudore della fronte – non è stato sostituito neanche un pò da improbabili “video-appuntamenti” di primo contatto. Soprattutto, possiamo certificare che per consulenti finanziari e professionisti in generale non esiste un “tele-video marketing” capace di sostituire il vecchio telemarketing; quest’ultimo, peraltro, è stato abbandonato quasi del tutto, e oggi viene utilizzato esclusivamente, con modalità commercialmente molto aggressive, da operatori di call center che vendono contratti di servizio con chiusura telefonica immediata. Tutto ciò ha segnato irrimediabilmente il distacco degli ex promotori finanziari da tale metodologia di contatto, che era ormai ampiamente in disuso e che le professioni tradizionali, tra l’altro, non avevano mai utilizzato.

A onor del vero, resistono alcune sacche di attività bancaria in cui il telemarketing viene usato dalle banche per promuovere i servizi di small business agli esercizi commerciali che ricadono nell’area dove è ubicata la filiale, ma con la tendenza irreversibile allo smantellamento degli sportelli bancari territoriali, anche questa esperienza è destinata a perdersi per sempre. Anche nell’attività di intermediazione immobiliare il telemarketing “a freddo” è ancora largamente usato, ma anche in questo settore stanno accadendo profonde mutazioni dei costumi – i siti web specializzati nella compravendita e locazione immobiliare, per esempio – che consentono ai venditori più evoluti (e con parecchio tempo personale da spendere) di risparmiare la commissione dell’agenzia immobiliare.

Di contro, l’esperienza di questi ultimi due anni ha segnato ancora di più un confine netto tra l’efficacia delle relazioni virtuali in campo sociale, e la totale inefficacia degli stessi contatti virtuali nelle relazioni in campo commerciale. Infatti, al contrario di ciò che hanno imposto i social network – che ci spingono a regalare la condivisione della nostra vita più intima a perfetti sconosciuti che chiamiamo “amici” – in questo settore così delicato come la consulenza patrimoniale (così come in quella legale, fiscale) siamo ancora lontanissimi dall’avere la possibilità di acquisire clientela senza averla mai incontrata fisicamente almeno una volta. Prova ne sia che i siti web personali e le pagine Facebook/Linkedin, da soli, sono ottimi strumenti di diffusione della propria reputazione e autorevolezza tra i colleghi, ma si rivelano modestissimi veicoli di acquisizione di nuova clientela qualora ci si limiti a gestirli – con grande dispendio di tempo, peraltro – senza dedicarsi contestualmente alle principali attività di marketing operativo e di contatto.

C’è da dire, inoltre, che l’adozione generalizzata di un improbabile tele-video marketing presupporrebbe l’esistenza di un contesto totalmente irrispettoso della privacy, che difficilmente potrà mai realizzarsi in questa epoca di transizione – con i babyboomers ancora saldamente al comando dei patrimoni familiari e i millennials in “emersione lenta” – poichè non esiste neanche lontanamente una abitudine sociale consolidata a ricevere e rispondere a videochiamate provenienti da utenti sconosciuti, e prevalgono nettamente le telefonate vocali. Pertanto, per consulenti finanziari e professionisti rimangono i canali di mercato diretti e indiretti sui quali si è lavorato di più, ossia:
1) le referenze individuali provenienti, più o meno spontaneamente, dai clienti già esistenti,
2) l’organizzazione di eventi di interesse, come i c.d. salotti finanziari o gli happening culturali con finalità commerciali (teatro, editoria, cene di beneficienza),
3) il lavoro in team con altre categorie professionali (studi associati), 
4) le attività intellettuali a scopo reputazionale (partecipazione a convegni, self editing, articoli, e-book e libri),
5) i video di autopromozione e i c.d. webinar per investitori più evoluti.

Tutti questi canali hanno in comune un mix di fattori, senza i quali nessun “carisma” professionale potrà mai essere trasmesso. Infatti, oltre alle note qualità morali ed il rispetto dell’etica professionale, servono una preparazione ai massimi livelli, grande esperienza sul campo, capacità di trasmettere concetti complicati in modo semplice, capacità di entrare subito in empatia con gli utenti e buone doti di public speaking. Tuttavia, questi canali di mercato presentano caratteristiche molto differenti tra loro, che vale la pena analizzare separatamente. In questa prima parte ci occuperemo del canale n. 1, ossia la capacità di acquisire referenze, ma poichè il canale n. 2  (eventi e happening commerciali) può essere considerato come una raffinata declinazione del primo, li tratteremo insieme. Infatti, l’organizzazione di qualunque evento commerciale prevede una platea mista di invitati: i “già clienti”, e i “non ancora clienti“, che si spera di acquisire e che sono stati segnalati dai già clienti e a loro volta invitati. Il canale n. 3, sebbene realizza il proprio scopo nell’ottenimento di reciproche referenze derivanti dalla sinergia tra professionisti di diversa specializzazione, richiede una trattazione individuale per via delle maggiori esigenze di organizzazione commerciale e di disciplina giuridica. 

In linea teorica, il c.d. Event Marketing è una evoluzione della vecchia modalità con cui “anticamente” i consulenti finanziari chiedevano una o più referenze, facendosi dare il numero telefonico di familiari e amici del cliente, senza offrire nulla in cambio se non la propria riconoscenza. Con l’organizzazione di eventi dal concreto sapore culturale, invece, il professionista ottiene referenze attraverso una modalità più coinvolgente per il mercato potenziale, dando in cambio agli invitati un’occasione di socialità ed un servizio utile, solitamente l’esposizione di uno o più temi di educazione e informazione finanziaria (di cui ci occuperemo in un capitolo a parte, sotto un’altra ottica). Inoltre, attraverso l’organizzazione di eventi il professionista non ha la sensazione di essere in una posizione d’inferiorità nei confronti del cliente, poiché egli investe per lui tempo e denaro, e adotta un approccio socialmente utile che gli consente di superare le possibili obiezioni che sono insite nella richiesta di referenze fine a se stessa. Organizzando un evento, quindi, il consulente ha l’opportunità di “saltare un passaggio”, presentandosi fisicamente e visivamente alla clientela che desidera acquisire grazie alla collaborazione attiva dei “già clienti“.

In generale, pianificare e promuovere eventi di successo richiede estrema attenzione ai minimi dettagli, poiché il fallimento è sempre dietro l’angolo e nulla va lasciato al caso. L’eventuale insuccesso, infatti, è legato alla sottovalutazione di aspetti che solo apparentemente sembrano sacrificabili e di poco conto. Innanzitutto, non ha molto senso organizzare un solo evento “tanto per vedere come và e fare un pò di costi da scaricare”; è fondamentale, invece, progettare una vera e propria campagna di event marketing – magari condividendo costi e risultati con alcuni colleghi – pianificando promozione e investimenti in termini di budget, energie, persone, tempo e immagine. Inoltre, qualunque evento deve passare attraverso un “messaggio emozionale”, veicolato da dettagli decisi a tavolino: il catering, la disposizione degli ospiti in sala, il buffet, la musica di sottofondo, l’amenità del luogo prescelto per l’evento, e persino le luci. Tutto questo va armonizzato con il prodotto/servizio che si vuole lanciare, e che diventa lo snodo centrale dell’intrattenimento (senza disdegnare le occasioni di interazione divertenti, che generano emozioni positive e aiutano gli ospiti a ricordarsi di voi e della serata).

Gli ospiti, del resto, vogliono essere sicuri di presenziare a un evento con contenuti di valore, sennò declinano l’invito o, peggio ancora, non si presentano.

Naturalmente, il successo degli eventi in cui è coinvolto il pubblico non elimina del tutto la possibilità di utilizzare la vecchia modalità di richiesta nominativi, ossia quella “in posizione di inferiorità“, ma la sua efficacia è limitata ad una cerchia molto ristretta di clienti – i “super-soddisfatti” – con i quali il professionista ha stretto un legame molto forte, che va al di là della ordinaria consulenza finanziaria e coinvolge spesso altri aspetti delle problematiche familiari, dagli studi dei figli all’estero ai passaggi di quote aziendali fino alla pianificazione successoria. Anche con questo tipo di clienti, tuttavia, è spesso necessario sollecitare con garbo i nominativi di persone appartenenti alla loro schiera di relazioni e professionalmente interessanti, poiché la referenza non avviene in modo spontaneo. La circostanza non deve trarre in inganno: se il meccanismo del  “passaparola spontaneo” non si è instaurato, ciò non è dovuto a mancanza di fiducia nel professionista, ma ad un malinteso senso della riservatezza (“…temo che il mio amico/parente possa venire a conoscenza della mia situazione patrimoniale…”)  o alla naturale scarsa abitudine a farlo. In questi casi, sarà sufficiente spiegare con grande trasparenza il motivo della richiesta, rassicurare sul mantenimento della privacy e ascoltare eventuali obiezioni.

Comunque avvenga la segnalazione di clientela potenziale, la  cura del c.d. follow up (attività di contatto post evento) è un comune denominatore. Infatti, bisogna dare seguito in breve tempo alla referenza e aggiornare subito il cliente che ha fornito attivamente il contatto, raccontandogli le proprie impressioni e, mantenendo comunque la riservatezza sulle informazioni eventualmente acquisite, rendendolo partecipe dell’eventuale successo. Inoltre, le attività di follow up vanno pianificate prima dell’evento, decidendo preventivamente cosa comunicare agli ospiti nei giorni immediatamente successivi (entro 48 ore al massimo). Tale attività può avere molte sfaccettature: l’invio di un ringraziamento personalizzato con allegate le slide degli interventi, oppure un video riassuntivo o qualunque altro segnale di conferma, che rinnova le emozioni e prepara l’ospite ad un successivo contatto individuale in occasione del quale, magari, chiedergli di identificare eventuali punti critici da non ripetere.

2020, come in “Ritorno Al Futuro”. Consulenti e professionisti alle prese con il proprio storytelling

Oggi le moderne tecniche di marketing consentono di far valutare anche ai professionisti il ricorso ai video di auto-promozione, e ciò implica la capacità di “saper raccontare” agli altri, concentrando in pochi minuti contenuti e obiettivi di comunicazione complessi.

Come nel celebre film di ZemeckisRitorno al Futuro” (Back To The Future, con Michael J. Fox e Christopher Lloyd) la pandemia di Covid19 sta determinando il ritorno, tra una folta schiera di professionisti (consulenti finanziari, avvocati, commercialisti e immobiliaristi), ad una sorta di “marketing distanziale”, che trent’anni fa si attuava con telefonate (a freddo) e, se si era bravi, con appuntamenti successivi “di chiusura”. Con le dovute differenze, il Coronavirus ha rivalutato per tutti il ruolo delle conversazioni telefoniche con i clienti, solo che al posto degli apparecchi a tasti di una volta oggi utilizziamo il prodotto della rivoluzione digitale (smartphone e tablets, oltre agli intramontabili pc), ed i principi del marketing operativo rimangono uguali. Infatti, anche oggi non si smette di acquisire contatti nuovi, lavorando all’interno di un identico contesto di difficoltà ricreato, come in un immaginario studio cinematografico, dalle distanze imposte dall’emergenza, e molti consulenti si stanno già attrezzando per rendere efficace, anche in relazione alla ricerca di nuova clientela, i propri supporti tecnologici, adattandoli alla propria capacità di sviluppo delle relazioni.

Certo, anche questo “viaggio al passato” terminerà con un graduale ritorno al futuro – senza gli scossoni della De Lorean di Doc e Marty, si spera – e, come accade ai protagonisti del film, ci si augura che il “nuovo presente” ci riservi condizioni migliori di quelle da cui si era partiti, magari in un contesto nel quale gli incontri diretti torneranno ad essere il principale strumento di relazione senza farci dominare dalla paura di contrarre il virus. La sensazione, però, è che nulla sarà più come prima, e che ci si dovrà adattare ad un profondo cambiamento dei costumi sociali, almeno finchè il pericolo di un ritorno diffuso del contagio (che non è ancora finito) non sarà definitivamente chiuso.

Cosa deriverà da questo per i professionisti, in termini di self-marketing?

Certamente la necessità di dover “affinare” la propria social-autorevolezza, facendo proprio lo strumento che oggi consente di moltiplicare per decine di volte l’efficacia di un semplice post di testo: il video, con il suo corollario di tecniche utili a creare il set e l’audio più efficaci per i social. Ma attenzione, un video pubblicato su Facebook e co. è come un granello di sabbia sulla spiaggia di Ipanema: solo tra miliardi di post, anche lui è destinato a passare quasi del tutto inosservato, a meno che esso non rientri in una strategia di comunicazione che prevede l’utilizzo di almeno quattro elementi: 1) tempo (non meno di un’ora al giorno), 2) internet (avere un proprio sito aumenta il proprio livello di web-autorevolezza), 3) un “set” (sfondo, tavolo, luce e audio) adatto alle riprese e, soprattutto, 4) qualcosa da dire: idee e stile nuovi, evitando di scimmiottare quelli degli altri, soprattutto dei “guru” che affollano la Rete e promettono ricchezza per tutti “grazie ad un trucco del 1970”.

Dei consulenti finanziari è ben nota la capacità di ascoltare i racconti di vita dei propri clienti, così come i rappresentanti di altre categorie professionali  (si pensi agli avvocati, ai commercialisti o a coloro che operano in campo immobiliare). Tutti loro sono soliti effettuare il proprio self-marketing in diversi momenti della loro vita, anche non strettamente collegati con quelli dell’attività tipica, ma le moderne tecniche di marketing quasi impongono il ricorso ai video di auto-promozione, che implicano nei consulenti la capacità di “saper raccontare”, concentrando concetti e obiettivi di comunicazione in pochi minuti. Su questa scia, la Rivoluzione Digitale prima, che ha visto l’uso sempre più massivo dei social, e la pandemia di Covid19 poi – meglio dire oggi – hanno determinato, nelle nuove generazioni di professionisti, il ricorso più frequente alla tecnologia video, che pochi, in verità, mostrano di saper usare in modo qualitativamente efficace.

E così bravissimi esperti delle più disparate materie, perfettamente in grado di attribuire valore aggiunto agli altri, nella vita reale, grazie al proprio sapere, spesso ne sviliscono l’importanza proponendo nei social network (Facebook e Linkedin, soprattutto) video di buon contenuto concettuale ma di scarsa qualità e fruizione, che muoiono rapidamente e rivelano la mancata applicazione di criteri semplici ed efficaci nella realizzazione di un video promozionale; laddove con il termine “promozionale” si intende anche la promozione di un elemento immateriale, come la competenza, strettamente collegato alla propria professione, e non necessariamente un “commercio” di beni di largo consumo o, peggio ancora, di professionalità.

Innanzitutto, un video promozionale ha lunghezza variabile, adatta al messaggio che si vuole diffondere ed ai tempi di visione tipici del Web, quindi non troppo lunghi. Esso può essere limitato ai soli testi scritti o alle sole immagini con sottotitoli, ma è l’abbinamento tra un bravo speaker ed i sottotitoli ad avere la maggiore efficacia e capacità virale, soprattutto se assistito da un unico format che rende la comunicazione diretta, immediata e coinvolgente. Infatti, il risultato a cui bisogna tendere nel realizzare un video è quello di aumentare il c.d. engagement, ossia l’interesse immediato che attrae l’utente che scorre la home di Facebook o di LinkedIn (ma anche di Twitter o Instagram).

In ogni caso, è fondamentale procedere per gradi. Innanzitutto, chiarire con sé stessi l’obiettivo per il quale si intende realizzare il video: educare, informare, aumentare il livello della propria autorevolezza in un certo ambiente professionale, mostrare i propri punti di forza, fidelizzare i clienti già acquisiti o incrementare quelli da acquisire. In secondo luogo, è necessario definire i diversi passaggi della propria video strategy.

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Riassumendo, la ripresa del video è l’ultima azione – la penultima, nel caso in cui si voglia procedere poi con un montaggio – da effettuare dopo aver definito: obiettivo da raggiungere, target di riferimento, tipo di formato e storytelling. Pertanto, dopo aver pensato all’obiettivo – un solo tema, preferibilmente, e non tanti contemporaneamente  – è bene soffermarsi sulla conoscenza del target da raggiungere. Conoscerlo significa comprendere bene le sue esigenze ed anticipare le risposte alle domande che genericamente esso si pone prima di acquistare sul mercato i servizi professionali a cui si fa riferimento, implicitamente o esplicitamente, nel video. Inoltre, la conoscenza del proprio target consente di creare contenuti personalizzati, che potranno essere diffusi efficacemente ai propri collegamenti senza dover ricorrere necessariamente ai tipici canali di distribuzione pubblicitaria del web (Google Adv o promozioni Facebook e LinkedIn).

La conoscenza del target, inoltre, aiuta a comprendere quale tipo di formato è più adatto al video: infatti, la sua lunghezza, la misura ed il taglio variano anche a seconda della piattaforma digital o dei media che si intende utilizzare. Per intenderci, i formati su cui si deve fare una riflessione sono quelli dei social media (preferibilmente una web series, per tenere costante l’attenzione sui temi per i quali si vuole ottenere una posizione di leadership), ma è fondamentale che il video sia in linea con lo spirito del canale scelto, del quale deve rispecchiare lo stile di fondo.

Lasciamo per ultimo il c.d. storytelling, argomento che necessita di un approfondimento. Il termine è composto da altri due, “story” e “telling”, che messi insieme suonano letteralmente come “racconto” e “narrare”, e quindi “narrare un racconto”. Qualunque professionista, nel concepire il contenuto del proprio video, dovrà partire dall’approccio di dover raccontare qualcosa, e non di mettere a video una lectio magistralis che annoia i più ed è destinata ai pochi. L’attività di narrare serve a comunicare non nozioni, bensì pensieri ed emozioni, tali da creare immedesimazione nello spettatore e far comprendere l’utilità del messaggio tecnico contenuto nella narrazione, ossia l’obiettivo di comunicazione del professionista.

Lo storytelling, per risultare efficace, deve essere chiaro, semplice, diretto e coinvolgente. Non auto-referenziale né, peggio ancora, auto-celebrativo, ma sulla stessa lunghezza d’onda dell’utente, il quale potrebbe essere anche un sempliciotto, per nulla avvezzo ad argomenti tecnici che, se non vengono spiegati mediante un racconto – esattamente come si fa con i bambini! – risulteranno incomprensibili. 

Anche la qualità del video è un elemento fondamentale per un buon video, perché può influenzare positivamente la percezione del contenuto e la sua autorevolezza.

Infine, dopo aver esaminato tutti questi punti, è bene non perdersi l’ultimo: lasciare sempre a fine video il proprio sito internet ed i canali social. I video, infatti, servono a “convertire” utenti generici del web in “utenti propri”, ma questo obiettivo non è raggiungibile senza avere un proprio sito personale.