Maggio 1, 2026
Home Posts tagged volatilità

Investire in tempo di guerra: via le emozioni e largo ad un approccio di medio-lungo termine

Quali strategie adottare e quali strumenti finanziari scegliere in tempi di guerra? Ecco come diversificare il portafoglio per difendersi dalla volatilità generata da una crisi geopolitica estesa.

Di Francesco Megna, responsabile commerciale banca primaria ed esperto di finanza ed economia 

I conflitti mondiali in corso e la crisi geopolitica che ne è conseguita stanno generando ricadute anche nei mercati finanziari. È opinione comune che, in tempi di crisi e di incertezza, sia meglio accantonare il denaro non speso e non prendere decisioni di investimento, ma questa condotta può rivelarsi deleteria: il capitale parcheggiato sui conti correnti, infatti, tende a svalutarsi considerevolmente per effetto dell’inflazione. Investire anche in tempo di guerra, pertanto, potrebbe  essere la scelta più opportuna. É però importante comprendere come orientare i propri investimenti in momenti particolarmente complicati, e soprattutto quali strategie adottare, quali strumenti finanziari scegliere e come diversificare il portafoglio per difendersi dalla volatilità.

Per acquisire maggiore consapevolezza e far prevalere la razionalità sulle emozioni irrazionali (che molto spesso dominano le scelte di investimento e causano errori vistosi), è bene rispondere ad una domanda: qual è l’impatto della guerra sui mercati finanziari? La storia insegna che nel breve termine i conflitti mondiali hanno conseguenze decisamente negative sugli investimenti, lasciando il posto però a recuperi rapidissimi. Ciò vuol dire che, se si guarda al denaro con un orizzonte temporale almeno di medio termine, l’impatto di una guerra non è rilevante sui rendimenti. Se prendiamo in considerazione la guerra in Ucraina, dal 23.2.2022 l’andamento dei principali listini globali vede l’indice DJ + 38% , il Nasdaq + 71%, il FTSE MIB + 63%, Londra + 22%, il Dax + 59%, Parigi + 15% la Cina -2%, Tokyo +69%. Se poi prendiamo in considerazione le due Guerre Mondiali e la guerra in Vietnam scopriamo che il DJ riportò un decisa caduta iniziale (-30% circa), ma registrò poi rialzi importanti, in media del +8% circa, subito dopo.

Se ipotizziamo di aver investito 10.000 dollari nello S&P 500 tra il 2003 ed il 2022, a fine ventennio avremmo ottenuto 65.000 dollari, cioè circa sei volte l’investimento di partenza. E durante questi 20 anni è successo di tutto (pandemia compresa). Chi si è fatto sopraffare dalla paura, tentando di anticipare i mercati finanziari vendendo prima di un ribasso e acquistando prima di un rialzo, si è perso dieci dei migliori giorni di performance successivi al conflitto e ha realizzato, nello stesso ventennio, poco meno di 30.000 dollari, ossia meno della metà di chi non si è fatto prendere dal panico e non ha toccato gli investimenti.

Normalmente, lo scoppio di un conflitto armato genera aumento dell’inflazione, deprezzamento della moneta e bruschi cali di borsa, nonché un andamento negativo anche per dollaro e materie prime. In questi periodi, tradizionalmente, c’è chi investe in titoli della difesa o sui cosiddetti beni rifugio, come l’oro. Tuttavia, la strategia vincente per tutelarsi dalla volatilità prevede di avere un approccio a medio-lungo termine, di rimanere coerenti con i programmi e la pianificazione di partenza e di non lasciarsi sopraffare dalla irrequietezza dei mercati. Certamente potrebbe essere opportuno, in queste fasi di turbolenza dei mercati, investire in oro – tipico bene rifugio decorrelato dall’andamento di azioni e obbligazioni e non dipendente da eventi politici – ma non solo. Gli ETF, per esempio, sono uno strumento di risparmio gestito molto valido poichè replicano specifici indici di Borsa, sono poco rischiosi e assicurano rendimenti interessanti nel tempo grazie anche al minore carico di commissioni di gestione.

La regola d’oro, anche (e soprattutto) in tempi di guerra, rimane quella di avere un portafoglio di investimenti ben diversificati nell’ambito delle asset class prescelte e ben bilanciato, mantenendo immutati i propri obiettivi di investimento nel medio-lungo periodo e adottando una strategia di investimento che diversifica le asset class e gli stili di gestione per bilanciare rischio e rendimento. Con la diversificazione, infatti, ci si adatta rapidamente ai cicli di mercato, si contiene la volatilità del portafoglio complessivo e si incrementano le probabilità di ottenere risultati soddisfacenti dai propri investimenti.

Con la giusta guida, inoltre, è utile monitorare gli eventi e adeguare il portafoglio di conseguenza, al fine di cogliere le opportunità in arrivo. Per fare ciò è importante avere a disposizione una discreta liquidità, in modo tale da essere “reattivi” e cogliere le opportunità di mercato, oppure far fronte ad emergenze (familiari, personali, professionali etc) durante i momenti critici, in cui gli investimenti valgono di meno e non conviene dismetterli neanche parzialmente. Anche investire in Titoli di Stato emessi da paesi solidi è considerata una buona strategia durante le crisi, sebbene il rendimento atteso sia piuttosto modesto: vanno evitate le scadenze lunghe per evitare la volatilità del titolo.

Francesco Megna

Un altro strumento da utilizzare in tempi di guerra e di grande volatilità sono i piani di accumulo in risparmio gestito (fondi e sicav), che consentono di mitigare le oscillazioni dei mercati, e approfittare dei ribassi improvvisi grazie al meccanismo dei versamenti automatici dal conto corrente. In pratica, i PAC (programmi di accumulo di capitale) consentono di investire a piccole somme mensili anche nei periodi peggiori di mercato (come quelli successivi allo scoppio di un conflitto armato), permettendo di accumulare a quotazioni sensibilmente più basse quelle quote di fondi azionari che, dopo la fase più acuta di una crisi geopolitica, recuperano valore velocemente e consentono di realizzare plusvalenze molto prima di un investimento effettuato in unica soluzione. 

Questo articolo è stato prodotto in collaborazione con Banking People 

Il mercato azionario molto volatile rende più appetibile quello obbligazionario

La Fed sottovaluta la crescita del tasso di disoccupazione, che storicamente segnala un’imminente recessione. All’equity da preferire le obbligazioni societarie investment grade.

di Alberto Conca, gestore Zest Asset management Sicav e responsabile investimenti Lfg+Zest

Nelle ultime settimane, la volatilità dei mercati finanziari è aumentata, come se gli investitori riconoscessero improvvisamente che la probabilità di recessione nei prossimi mesi è superiore a zero. I dati che hanno più allarmato gli investitori riguardano il mercato del lavoro degli Stati Uniti. All’inizio di agosto, il numero di nuovi assunti è aumentato meno del previsto, mentre i licenziamenti dei lavoratori part-time hanno superato le aspettative, spingendo il tasso di disoccupazione al 4,30%.

Di conseguenza, gli investitori hanno iniziato a pensare che la Fed sia in ritardo nell’intraprendere un ciclo di taglio dei tassi, e che questo sia alla base del calo del rendimento del Tesoro biennale. In particolare, dalla fine di luglio, il rendimento è sceso di 40 punti base, stabilizzandosi nell’area del 4%. Sul tema, abbiamo analizzato le tendenze storiche a seguito di un rapido calo del rendimento del Tesoro biennale, in particolare quando questo rendimento è sceso al di sotto del tasso fissato dalla Fed. Dalla fine degli anni Settanta, ogni volta che si è verificato questo scenario la Fed ha risposto tagliando i tassi di interesse, ma non sempre è riuscita a prevenire una successiva recessione. L’unica eccezione è stata tra il 1995 e il 1999, ma le possibilità di un risultato simile oggi sono scarse. Ciò potrebbe avere un impatto significativo sul mercato azionario.

Durante quel periodo di cinque anni, i mercati azionari non hanno registrato perdite. Piuttosto, hanno fatto segnare una crescita significativa guidata da un’espansione del rapporto prezzo utili (P/E). Il rapporto P/E dell’S&P500 è passato da circa 16 a 30, superando la media storica ed entrando nella zona di sopravvalutazione. Oggi siamo già all’interno di questa zona, con il multiplo P/E a 29,60. È improbabile che ciò che abbiamo visto alla fine degli anni Novanta si ripeta, dal momento che il motore principale di questo movimento del mercato azionario è stato il significativo aumento delle aspettative di crescita degli utili a cinque anni, alimentato dall’avvento di Internet e dai suoi benefici previsti. Oggi, tuttavia, è difficile vedere un processo simile sulla scorta delle aspettative legate all’intelligenza artificiale, nonostante il notevole salto osservato nell’ultimo anno.

Lo scetticismo maggiore è radicato nel trend di crescita del Pil reale degli Stati Uniti nell’ultimo decennio. Infatti, la crescita del Pil al netto dell’inflazione è stata di quasi il 4% alla fine degli anni Novanta. Al contrario, negli ultimi dieci anni la crescita del Pil reale è rimasta stabile intorno al 2%, con aumenti oltre questo livello che si sono verificati solo grazie allo stimolo del governo. Tuttavia, è improbabile che tali stimoli e aiuti continuino, dato l’enorme deficit che il governo degli Stati Uniti ha dovuto gestire negli ultimi tre anni e che ha portato a un significativo aumento del debito totale. Inoltre, è improbabile che i driver di crescita includano tassi di interesse più bassi o sgravi fiscali. La differenza tra gli utili reali delle aziende, prima e dopo aver pagato il costo del debito e delle tasse, è ai minimi storici, escluso il 2020, anno che è stato influenzato dalla pandemia di Covid-19. Un profitto più elevato non beneficerà, come in passato, di tassi di interesse e tasse più bassi. È più probabile il contrario.

Infine, quando si considera il mercato del lavoro (che, come accennato in precedenza, si sta raffreddando) abbiamo un altro fattore a suggerire che è improbabile che si ripeta il soft landing della fine degli anni Novanta. L’aumento del numero di lavoratori part-time per motivi economici a seguito della non-inversione della curva dei rendimenti di 10 anni/2 anni è un evento che segnala storicamente un’imminente recessione. Dalla metà degli anni Ottanta, l’aumento medio dei lavoratori part-time è stato dello 0,41%, mentre l’aumento medio del tasso di disoccupazione è stato dell’1,5%. Ebbene, usando questa ultima cifra sul tasso di disoccupazione come riferimento, a nostro avviso le stime della Fed sono troppo prudenti, e sottovalutano il livello di disoccupazione. Nei prossimi due anni, la Fed si aspetta che il tasso di disoccupazione rimanga intorno al 4%, ma siamo già al 4,30%. L’aggiunta di un ulteriore 1,50% potrebbe spingere il tasso vicino al 6%. Se ciò accadrà, influenzerà quasi certamente la crescita del Pil.

Sulla base della nostra analisi, continuiamo a credere che un approccio cauto alle attività rischiose sia appropriato e che sia meglio favorire le obbligazioni societarie (corporate) investment grade. L’Equity Risk Premium, o il rendimento in eccesso che gli investitori otterranno dal mercato azionario rispetto ai titoli di Stato, è attualmente all’1,11%, rimanendo al di sotto dei livelli del 2021, e questo stesso premio è disponibile nelle obbligazioni investment grade senza costi di volatilità aggiuntivi. A nostro avviso, le obbligazioni continuano a essere più attraenti delle azioni, soprattutto alla luce della recente elevata volatilità del mercato azionario.

Guerra in Europa, volatilità garantita. Si teme una nuova Cecenia, ma niente recessione

Le sanzioni comminate alla Russia dall’Unione Europea e dagli altri paesi occidentali tradiscono la previsione di un conflitto dagli effetti durevoli. I mercati finanziari dovranno adattarsi rapidamente, sopportando il ritorno della volatilità.

Di Massimo Bonaventura

“L’aggressione della Russia verso l’Ucraina sarà una nuova Cecenia”? E’ questa la domanda che tutti gli analisti, in buona compagnia dei gestori di asset management, si stanno facendo in queste ore, e la sensazione che siamo di fronte ad un conflitto dagli effetti durevoli sull’economia mondiale è sempre più viva, tanto da far intravedere lo spettro di uno scontro bellico simile a quello che la Russia ha portato avanti per un decennio (1999-2009) contro i separatisti ceceni. Del resto, lo stile della propaganda russa per giustificare un atto vile come la guerra è identico a quello usato a fine millennio: gli ucraini, come i ceceni, definiti “terroristi e neonazisti”, e via con le bombe.

Pertanto, solo tra qualche mese sapremo quanto avrà avuto da perdere la Russia, e quanto il resto del mondo da questa aggressione che, se ci fosse stato un briciolo di buona fede politica da parte di Putin, avrebbe trovato migliore – e pacifico – contenitore nella Assemblea della Nazioni Unite. Nel frattempo, gli stati occidentali si chiedono in che modo poter ovviare alle probabili ritorsioni che la Russia indirizzerà ai paesi europei attraverso le forniture di gas. L’Europa, infatti, ha fatto sapere (tramite la Von Der Leyen) che fornirà armi all’Ucraina, ma contestualmente, con un sofisticato atteggiamento diplomatico, ha tenuto fuori alcune banche russe dallo “spegnimento” del canale bancario internazionale Swift per consentire i pagamenti del gas, quasi a voler comunicare allo zar Putin che le porte non si sono chiuse del tutto, e che al gas russo l’Europa non può rinunciare.

C’è da dire che, al momento, l’UE importa circa il 40% del suo gas dalla Russia. Questo Putin lo sa bene, e certamente un tale livello di dipendenza energetica dell’Europa  – la vera forza strategica della Russia, più efficace di qualunque missile  intercontinentale – permetterà il perpetrarsi di un ricatto potenziale contro le sanzioni economiche imposte dall’Occidente. Peraltro, da quando il Cremlino ha ridotto del 25 per cento le forniture i prezzi del gas nell’Unione europea sono quadruplicati, facendo impennare anche i prezzi dell’energia elettrica che viene prodotta attraverso il gas naturale.

Pertanto, la vera incognita non è la guerra in sé, bensì la durata del suo proseguimento e il grado di coinvolgimento degli altri paesi – dall’Europa al Giappone, passando dall’Australia – che in queste ore stanno manifestando la volontà di sostenere in tutti i modi l’Ucraina, che Putin vorrebbe annessa alla Russia. Ebbene, se la guerra dovesse rimanere confinata in Ucraina, è probabile che i mercati finanziari abbiano già scontato tale scenario nelle quotazioni; ma se così non fosse, la situazione si farebbe grave, e la sommatoria di alta inflazione, inasprimento della politica monetaria di Bce e Fed, i problemi sulle filiere di approvvigionamento delle materie prime e semilavorati, e la pandemia che non accenna a finire sono tutti elementi che mettono paura ai mercati.

Tuttavia, nonostante l’aggressione russa sia più estesa del previsto e le sue richieste per un cessate il fuoco addirittura improponibili, sembra improbabile che tutto ciò possa causare una recessione, dal momento che le ripercussioni sul commercio e le attività sarebbero ampiamente compensate dai fondamentali economici molto solidi e dalla ripresa economica ancora in atto, che genera la attuale crescita significativa del reddito da lavoro. Nel breve periodo, però, l’instabilità dei mercati è garantita, poiché gli scambi azionari basati sull’ipotesi di una guerra lampo e di una soluzione rapida del conflitto lasceranno il posto, nei prossimi giorni, ad una serie di notizie contraddittorie che vanno dalla esclusione della banca centrale russa dai circuiti internazionali all’alert nucleare. Inoltre, la violenza della correzione della Borsa russa e il crollo del rublo sono segnali importanti, e senza l’apertura di una trattativa concreta il mercato rimarrà vulnerabile.

In una situazione del genere, molto dipende dall’atteggiamento delle banche centrali, che potrebbero passare dalle politiche restrittive a nuovi scenari temporaneamente accomodanti. Infatti, Christine Lagarde ha già annunciato che la Bce metterà a disposizione la liquidità necessaria per far fronte ai costi della crisi, e i bond dovrebbero festeggiare. Ma per quanto?

Lemanik: volatilità e rotazioni settoriali nel 2022 per i mercati azionari

Secondo Filippo Garbarino, sono la pandemia, le decisioni delle banche centrali, l’inflazione e la Cina i fattori di incertezza sul futuro. Privilegiati consumi discrezionali, sanità e industriali, mentre energetici e finanziari sono sottopesati. 

“Diversi elementi di incertezza sullo scenario globale fanno presupporre che i mercati azionari resteranno volatili e affronteranno significative rotazioni settoriali per il resto del 2021 e nel 2022”. È l’analisi di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities.

Nelle scorse settimane i mercati azionari globali hanno subito una lieve correzione, innescata da rinnovati timori per la pandemia e incertezza sulla politica monetaria. I macro-fattori chiave che gli investitori seguiranno con attenzione nei prossimi mesi sono i seguenti: evoluzione della pandemia e potenziali nuove varianti; le strategie di uscita delle banche centrali dagli stimoli monetari; i livelli dell’inflazione e dei tassi di interesse; la pressione normativa e il mercato immobiliare in Cina. Questi elementi prospettano volatilità sui mercati azionari e rotazioni settoriali nei prossimi mesi. Il quadro di fondo dovrebbe comunque rimanere moderatamente rialzista, supportato dalla continua crescita degli utili delle aziende quotate e delle principali economie mondiali.

“Nelle ultime settimane, nel portafoglio è stata aggiunta una nuova posizione in Paypal e nessuna posizione è stata venduta. Il portafoglio del fondo sta attualmente trattando in linea con il mercato in termini valutativi, su base Free Cash Flow Yield. Tuttavia, le società in portafoglio sono più solide del mercato da un punto di vista bottom-up dei fondamentali”, spiega Garbarino. “A livello settoriale, il portafoglio non ha banche ed energetici, settori considerati troppo rischiosi. Il portafoglio è invece sovrappeso sul settore consumi discrezionali, sanità e industriali. I tecnologici sono equipesati”.

Deutsche Bank: il 2022 anno di transizione. Dieci temi “caldi”, sull’onda del cambiamento

Nel 2022 l’inflazione e le banche centrali saranno al centro dell’attenzione, in un anno in cui la politica della BCE inizierà a cambiare marcia, e le altre banche centrali inizieranno a seguire la linea della Fed sull’inasprimento.

di Christian Nolting

Nel 2022 ci saranno molti cambiamenti rispetto al regime in corso, soprattutto in termini di inflazione, clima, geopolitica e tecnologia. Tutto questo creerà un ambiente in cui dovrebbe essere evitato il compiacimento intorno a qualsiasi scenario “di base”. La pandemia, infatti, ci ha già dimostrato che le soluzioni complete e rapide a problemi complessi sono rare, per cui dovremmo considerare il 2022 come un anno di transizione, che consentirà agli investitori di posizionare i portafogli in vista delle sfide future.

Christian Nolting

Del resto, la ripresa economica dai minimi di metà 2020 non è mai stata del tutto semplice, ed ha richiesto alti livelli di sostegno alla politica monetaria e fiscale. Il mondo è cambiato negli ultimi due anni, e molte economie stanno ancora lottando per riadattarsi. Gli alti tassi di inflazione sono un sintomo importante di questo processo di riaggiustamento, e riflettono in larga misura un disallineamento tra la ripresa della domanda e dell’offerta, come è possibile vedere nell’interruzione della produzione globale e delle catene di approvvigionamento (ma anche nei mercati del lavoro). Tuttavia la correzione di tali discrepanze non fermerà il processo di cambiamento, poichè l’economia mondiale è un luogo dinamico.

Parafrasando ciò che si suppone abbia detto l’antico filosofo greco Eraclito, è impossibile entrare due volte nello stesso fiume. Il fiume è diverso e anche tu come persona sei diverso. Il “fiume” dell’inflazione cambia sempre con driver diversi; allo stesso modo stanno cambiando anche le aspettative di inflazione.

Il cambiamento comporta che un’efficace gestione del rischio deve essere integrata da considerazioni a lungo termine sugli obiettivi e sulla composizione del portafoglio: è necessario pensare in modo strutturale, piuttosto che reattivo, e rifarsi ad alcune componenti essenziali in questa ottica. Innanzitutto, questo è un momento importante per concentrarsi sull’asset allocation strategica, dal momento che l’utilizzo del market timing attorno a processi di cambiamento così complessi non sarà sufficiente: un’efficace allocazione strategica degli asset probabilmente si dimostrerà una fonte molto più efficace e affidabile di rendimenti a lungo termine.

Questo potrebbe anche essere un ambiente di investimento meno stabile di quanto sembri a prima vista. Infatti, la “repressione finanziaria” (tassi di interesse reali artificialmente bassi o negativi) è chiaramente destinata a durare per qualche tempo a venire, ma al punto in cui ci troviamo anche variazioni relativamente piccole dei tassi di interesse possono avere importanti effetti diretti e indiretti sulle classi di attività. Inoltre, non dovremmo presumere che un’allocazione di attività molto tradizionale (ad esempio la classica allocazione di azioni/obbligazioni 60/40) funzionerà bene, e saranno necessari approcci più sofisticati. In particolare, le questioni ambientali ed ESG in senso più ampio (inclusi gli aspetti sociali e di governance) diventeranno ancora più importanti per i portafogli.

Le questioni ambientali sono ora saldamente al centro della scena politica globale, e le implicazioni per gli investitori vanno ben oltre i tassi di inflazione più elevati: il passaggio a un’economia a emissioni zero creerà anche molte opportunità interessanti. Il 2022 dovrebbe essere visto come un anno di transizione poiché l’ambiente economico e di investimento globale si evolve alla ricerca di una nuova realtà. Agire ora sull’asset allocation strategica e sui fattori ESG nei portafogli dovrebbe aiutare a catturare questo processo di cambiamento. Dieci sono i temi per il 2022.

Politica: condividere i dolori – La competizione per il commercio e le risorse naturali continua con questioni ambientali e anche la ridistribuzione delle risorse all’interno delle economie importanti.
Economia: tema caldo – I forti tassi di crescita nel 2021 probabilmente saranno seguiti solo da una leggera moderazione nel 2022. Ma questa sarà una ripresa sottilmente differenziata, con implicazioni per diverse classi di attività.
Asia: l’occhio della tigre – Il dinamismo economico della regione creerà un entusiasmante 2022 dopo un difficile 2021. È probabile che la stabilizzazione economica cinese trarrà vantaggio da molte risorse regionali e la crescita indiana dovrebbe essere forte.

Inflazione: il rinoceronte nella stanza – Gli aumenti dei prezzi sono un problema serio, sono già dirompenti e contengono una serie di rischi a lungo termine. È improbabile che torniamo a un regime di inflazione ultra-bassa.
Politica monetaria: timori crepuscolari – L’elevata inflazione crea molteplici problemi per le banche centrali e una politica reattiva potrebbe ulteriormente turbare i mercati. La probabile aggressività delle banche centrali non dovrebbe essere sopravvalutata.
Reddito fisso: sabbie mobili – La volatilità indotta dal cambiamento di politica può mettere in discussione il ruolo del reddito fisso nei portafogli. Alcuni mercati saranno ben supportati, ma bisogna essere consapevoli dei rischi.

Azioni: rendimenti realistici – Le prospettive della classe di attività sembrano ancora generalmente positive, ma i rendimenti potrebbero essere inferiori rispetto al 2021. Le rotazioni cicliche e geografiche nel corso del 2022 potrebbero avere un impatto.
Materie prime: crescita del Green – La volatilità dei prezzi delle materie prime potrebbe diminuire man mano che le pressioni sulla riapertura economica si attenuano. Creare le infrastrutture green potrebbe aumentare la domanda di energia e di alcuni prodotti industriali.

Immobiliare: ancora in costruzione – Il settore offre un certo margine per ulteriori guadagni, ma la differenziazione settoriale e geografica è importante. I costi dei materiali e della manodopera possono influire sull’offerta in alcuni mercati.
Forex: la macro contano – Le preoccupazioni per l’inflazione negli Stati Uniti e le probabili risposte politiche hanno fatto salire l’USD. Ma altre politiche e fondamentali macro potrebbero iniziare a lavorare contro la valuta nel 2022.

* Global Chief Investment Officer, Deutsche Bank Private Bank (Dec. 14, 2021)

Ethenea: dalle elezioni tedesche volatilità sui mercati, ma solo a breve termine

Le dichiarazioni elettorali dei maggiori partiti tedeschi, in vista delle elezioni di domenica 26 settembre 2021, fanno pensare a un big bang imminente. Tuttavia allo stato attuale non emergono segnali di coalizioni che cambierebbero drasticamente la direzione dell’economia.   

“Dopo 16 anni di cancellierato, quest’anno Angela Merkel terminerà il suo mandato e con esso finirà anche un’era politica caratterizzata, come mai in precedenza, da razionalità, pragmatismo e stabilità. Un cambio di governo può sempre portare a reazioni di mercato nel breve termine, anche turbolente, e a una fase di incertezza. A maggior ragione, ci aspettiamo che questo possa succedere in Germania con la fine dell’era Merkel. Di norma, però, dopo l’annuncio del risultato elettorale queste reazioni tendono a placarsi con la stessa rapidità con cui sono emerse. Ci potrebbero dunque essere picchi di volatilità sui mercati a breve termine, che però non devono turbare: l’importante è restare focalizzati sul proprio obiettivo di investimento a lungo termine”. È l’analisi di Tobias Burggraf, Portfolio Manager presso Ethenea Independent Investors Sa.

Le dichiarazioni elettorali dei maggiori partiti tedeschi, in vista delle elezioni di domenica 26 settembre 2021, fanno pensare a un big bang imminente, soprattutto per quanto riguarda la questione climatica. I Verdi parlano di una “rivoluzione energetica”, da realizzare attraverso una massiccia espansione delle fonti di energia rinnovabili e l’imposizione di sanzioni più salate sui combustibili fossili. Analena Baerbock, la candidata di punta del partito, nel suo ultimo programma di azioni urgenti propone anche un Ministero del clima con potere di veto. L’Fdp, invece, si appella al suo ruolo di “modello e pioniere nella protezione del clima”, salvo poi spostare la responsabilità sui mercati, con il proposito di allargare il commercio delle quote di emissione. Mentre nel caso dei due grandi partiti Cdu/Csu e Spd, quando si parla di protezione del clima molte domande rimangono senza risposta.

Tobias Burggraf

I risultati delle elezioni non sono prevedibili, tuttavia allo stato attuale non emergono segnali di coalizioni che cambierebbero drasticamente la direzione dell’economia. Stando ai sondaggi, sono possibili sia una coalizione formata da Cdu, Verdi e Fdp sia una coalizione formata da Spd, Verdi e Fdp. In entrambi i casi, bisognerebbe trovare dei compromessi sui contenuti e ciò significherebbe ridimensionare le richieste più estreme. Inoltre, l’esperienza dimostra che non tutti i punti fissati nel manifesto elettorale verrebbero attuati e alcuni addirittura fallirebbero per la loro impraticabilità. “Questo scenario rende difficile fare una previsione seria su quali punti dei programmi saranno implementati e, di conseguenza, sull’impatto che potranno avere sui mercati dei capitali”, conclude Burggraf. “La politica ha giocato un ruolo minore nei mercati finanziari in questi ultimi anni e, a nostro avviso, continuano a esserci elementi che suggeriscono che le prossime elezioni federali tedesche avranno ancora una volta un impatto minimo sui mercati, con una volatilità soltanto nella fase iniziale”.

Maurizio Novelli: sull’inflazione la Fed procede a fari spenti

La Fed non è in grado di valutare se l’inflazione è davvero temporanea, ma la sfrutta per svalutare il debito. Volatilità destinata a crescere su tutte le asset class. Piccoli investitori Usa esposti sull’azionario per 1.000 miliardi di dollari.

“La Fed non è in grado di valutare se l’inflazione è temporanea e quanto potrà durare, ma è abbastanza ovvio che la strategia è creare inflazione per svalutare un debito che continua a salire inesorabile. Una parte importante del fenomeno inflazionistico in corso dipende da fattori non monetari che non sono sotto il controllo delle banche centrali, dato che è stato innescato da problemi legati alla catena globale delle forniture e a un’impennata dei costi della logistica. Questi fenomeni possono anche essere considerati temporanei, ma al momento non sembra che ci siano rallentamenti in vista”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

L’aumento dei costi di produzione e di logistica è avvenuto in un contesto in cui le principali economie erano ancora parzialmente affette dal lockdown e le “riaperture” post Covid in fase iniziale. Cosa potrà accadere quando avremo anche un aumento della domanda proveniente da una riapertura completa dell’economia occidentale nessuno osa immaginarlo – ammonisce Novelli – ma è chiaro che il mercato dubita della “scommessa della FED” sulla temporaneità del fenomeno inflattivo in corso. Quindi, se la strategia è creare inflazione, prepariamoci a un aumento della volatilità su tutte le asset class. Le “prove tecniche” di questo fenomeno si sono già viste in queste ultime settimane, ma è probabile che sia solo l’inizio dell’uscita dal contesto di bassa volatilità che ha caratterizzato e sostenuto anni di alta propensione al rischio nel sistema.

Bassa volatilità e tassi a zero sono un fattore primario di formazione di un altro fenomeno di instabilità prospettica: la leva finanziaria. “Fare debito per acquistare qualsiasi cosa abbia un rendimento positivo accentua i movimenti rialzisti ma produce gli effetti amplificati inversi quando c’è da smontare queste posizioni”, prosegue Novelli. “Si stima che attualmente la leva finanziaria per sostenere posizioni speculative sul mercato finanziario Usa sia oltre il 15% del Pil, pari a 3 trilioni di dollari, di cui quasi 1 trilione, cioè 1.000 miliardi, attribuito agli investitori retail per acquistare azioni. Il rischio di sistema è dunque talmente elevato che, se la scommessa della Fed sulla temporaneità dell’inflazione fosse sbagliata, si verificherebbe una carneficina sui mercati e l’effetto Bitcoin, che ha prodotto un crack sui mercati delle criptovalute, si estenderebbe anche ad altre asset class”.

Le recenti aperture di indagini da parte della SEC, dopo il caso Archegos, per capire quanto leverage esiste nel sistema degli hedge fund ha iniziato a innervosire i prime broker e non è escluso che le recenti correzioni del Nasdaq siano anche collegate a una riduzione della leva in questo segmento speculativo. Anche gli inviti alla prudenza sulle criptovalute non sono mai stati presi in seria considerazione dagli speculatori, mentre l’indice Goldman Sachs sulle società tecnologiche quotate che evidenziano grandi perdite nei bilanci è quadruplicato in 12 mesi.

“Sei delle dieci grandi crisi degli ultimi 50 anni sono state provocate da policy mistakes della Fed, che non ha voluto mai intervenire per frenare gli eccessi speculativi su alcune asset class come equity e credito, o ha deciso di “rimanere dietro la curva”, cioè in netto ritardo nel contrastare l’inflazione in rialzo, provocando così una caduta dei Treasury e una fuga dalla valuta Usa. Se la storia ci insegna qualcosa, oggi si sta ripetendo lo stesso problema”, conclude Novelli. “In un contesto simile, confermiamo una asset allocation decisamente contrarian rispetto al consensus del mercato. Siamo negativi sulle prospettive del dollaro mentre siamo long sull’oro. Rimaniamo positivi sulle prospettive delle asset class Asia emergenti e Cina, dopo i significativi movimenti di rialzo registrati negli ultimi mesi. Tuttavia, poiché la Cina ha iniziato a rimuovere parte degli stimoli monetari e fiscali, riteniamo che questi mercati siano al momento in una fase di correzione. Quello che sembra emergere, dopo tutti gli interventi che sono stati fatti per evitare il collasso, è che il contesto dell’economia post Covid rischia di essere meno stabile e più esposto a fenomeni di crisi di quanto stiano scontando attualmente gli investitori”.

Aziende USA: utili annuali da record, ma serve cautela. Sugli scudi titoli energetici e gaming

Secondo Pasquale Corvino di Zest, le elevate valutazioni del mercato americano iniziano a costituire motivo di cautela anche a fronte di risultati positivi. L’aumento della volatilità potrebbe portare a vendite forzate con pesanti effetti sul mercato.

“Tra le classi interessanti del mercato statunitense in questa fase, vedo potenziale di rialzo su titoli energetici e principalmente sui raffinatori come Valero, che coniuga buona crescita e alta efficienza operativa a valutazioni ragionevoli. In parallelo, ci sono buone prospettive su titoli tra i consumi discrezionali legati a Casino&Gaming, come Las Vegas Sands, che beneficeranno della migliorata situazione pandemica in Asia nonché delle opportunità derivanti dall’online gaming”. È la view di Pasquale Corvino, gestore di Zest.

A oggi oltre il 60% delle società statunitensi hanno pubblicato i risultati trimestrali mostrando risultati superiori alle aspettative. Analizzando i dati risulta che a livello di utili per azione l’86% delle società ha battuto le stime con una magnitudine tra utili attesi e realizzati che ha toccato quasi il 23%. Tutto ciò ha portato alla crescita degli utili annuali al livello record del 46% grazie alla forte crescita e alla bassissima base di partenza. Anche i fatturati sono stati superiori alle attese per il 78% delle società. Nonostante questo, in aggregato le reazioni dei singoli titoli alle trimestrali è stata misurata in termini di incremento dei prezzi, a testimonianza che le elevate valutazioni iniziano a costituire motivo di cautela anche a fronte di risultati positivi.

Guardando al futuro,  anche il prossimo trimestre presenta uno scenario simile: basse aspettative, raffronti favorevoli rispetto allo scorso anno, ma valutazioni ancora elevate. Il mercato sta scontando come strutturali o comunque sostenibili nei trimestri futuri i tassi di crescita recentemente osservati, a seguito dei rimbalzi dalla fase pandemica più acuta, quando  invece andrebbero considerati come transitori e irripetibili in condizioni  normalizzate. I prossimi mesi saranno fondamentali  per valutare la consistenza della ripresa economica e la capacità delle leve monetarie e fiscali di soddisfare le aspettative incorporate nei prezzi di mercato, che al momento appaiono elevate e scontano uno scenario estremamente positivo.

“Intanto la volatilità nell’ultimo anno si è costantemente ridotta e meno volatilità significa maggiori posizioni a leva”, conclude Corvino (nella foto). “Se aumenta la volatilità il broker richiede maggiori margini e questo potrebbe far scattare delle vendite forzate in una situazione di eccessi. Se l’aumento della volatilità avviene gradualmente le posizioni vengono gestite, se dovessero esserci movimenti violenti allora scattano smobilizzi simultanei con pesanti effetti sul mercato. Nelle ultime settimane il Vvix, vale a dire la volatilità della volatilità, è tornato a salire”.

Mercati, le attese di Ethenea per i prossimi tre mesi: USA e Cina in tensione, ma volatilità sotto controllo

Previsioni del comitato investimenti di Ethenea: dal confronto Usa-Cina alle prospettive di azioni e obbligazioni in vista della chiusura del 2020 e l’avvio del 2021.

A breve, i rapporti Usa-Cina non miglioreranno, ma avremo meno volatilità (Andrea Siviero, Investment Strategist di Ethenea Independent Investors Sa). Le tensioni tra Stati Uniti e Cina, così come l’incremento dei dazi commerciali, hanno posto grossi problemi all’economia globale nel 2018. Non solo ha ridotto la crescita di Stati Uniti e Cina, ma hanno influito sulla crescita globale stravolgendo le value chain in tutto il mondo. Un’escalation di questa situazione, attualmente non prevista, metterebbe certamente a dura prova la debole e incerta ripresa globale nel 2021. 

Per il futuro, ci aspettiamo che l’amministrazione del presidente Joe Biden adotti un approccio più moderato e meno conflittuale alle relazioni internazionali. Tuttavia, dal momento che l’opposizione all’espansionismo cinese è stata una delle poche questioni (se non l’unica) a ricevere il sostegno bipartisan nel Congresso statunitense, non prevediamo un significativo cambiamento nell’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina, almeno non a breve termine. L’amministrazione Biden probabilmente si asterrà da azioni imprevedibili nei confronti della Cina, ma non sarà in grado di invertire facilmente la rotta intrapresa dall’amministrazione Trump. La fine della politica di Trump, a volte instabile e impulsiva, significherà in primo luogo meno volatilità e più sicurezza nella pianificazione

Mercato positivo per i prossimi tre-sei mesi (Michael Blümke, Senior Portfolio manager Ethenea). A nostro avviso, ci sono le condizioni per un mercato positivo per i prossimi tre-sei mesi.  Tuttavia, nessuno sa se ciò si rifletterà in un aumento dei prezzi alla fine dell’anno. L’incertezza legata alle elezioni americane è stata eliminata, ma un presidente democratico che opera con una Camera divisa non potrà cambiare né il sistema fiscale né il quadro normativo. Inoltre, con la prospettiva di un vaccino efficace nel 2021, molti operatori del mercato sono pronti a guardare oltre l’attuale situazione pandemica e alle misure di contenimento che sono state attuate, e con il sostegno di una politica della banca centrale ancora molto favorevole e di altri pacchetti fiscali, le prospettive degli utili delle imprese non solo dovrebbero stabilizzarsi l’anno prossimo, ma potrebbero anche riservare sorprese positive.

L’importanza di un’asset allocation strategica per controllare il rischio a lungo termine (Michael Blümke, Senior Portfolio manager Ethenea). Sia l’asset allocation a lungo termine sia la selezione di singoli titoli fungono da generatori di alfa nella costruzione delle performance. Si tratta di due approcci che non sono in competizione l’uno con l’altro, ma possono essere utilizzati in parallelo. Tuttavia, va da sé che l’asset allocation strategica ha di gran lunga il maggiore effetto leva, ed è lo strumento più efficace per avere rendimenti interessanti a rischio controllato nel lungo termine. Se l’obiettivo è generare questo tipo di rendimenti con un livello di rischio gestibile, diventa essenziale adottare questo tipo di approccio.

Obbligazioni ancora affidabili grazie ai piani di acquisti di BCE e Fed (Volker Schmidt, Senior Portfolio manager Ethenea). Durante la riunione di fine ottobre, la BCE ha chiaramente dichiarato di non avere alcuna intenzione di diventare più restrittiva. Gli acquisti effettuati durante il temporaneo Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) continueranno almeno fino a giugno 2021. I principali pagamenti dei titoli in scadenza saranno reinvestiti in obbligazioni almeno fino a giugno 2022. I programmi di acquisto di importi inferiori continueranno anche fino a quando non saranno introdotte le misure della Banca centrale e l’inflazione non si avvicinerà al livello target.

La BCE ha inoltre annunciato ulteriori misure, che saranno adottate già a dicembre. Ciò mostra chiaramente che la BCE resterà un acquirente di obbligazioni per i prossimi 18 mesi almeno, e che non ha nessuna intenzione di vendere i titoli obbligazionari, se non eliminando gradualmente i suoi investimenti esistenti. Lo stesso vale per la Federal Reserve.

Negli Stati Uniti le discussioni circa ulteriori spese pubbliche per rilanciare l’economia americana sono in pieno svolgimento. Per quanto riguarda il rifinanziamento, è probabile che la Fed intensifichi nuovamente i suoi acquisti in Treasuries statunitensi.

Titoli growth a quello value? Come prepararsi al nuovo scenario dalla primavera 2021 (Christian Schmitt, Senior Portfolio manager Ethenea). Dal 2007 circa, abbiamo costantemente registrato una performance migliore dei titoli growth a rapida crescita rispetto ai titoli value low-rated. Questo sviluppo disomogeneo si è addirittura rafforzato negli ultimi tre anni e ancora di più nel 2020. Chi parte dal presupposto che nei prossimi anni ci sarà un’inversione di tendenza sostanziale, rimarrà deluso in questo senso. Per definizione, i titoli value sono caratterizzati da una bassa valutazione, ed il mercato dei capitali è in linea di massima efficiente. Pertanto nulla è economico senza motivo.

Sono tre le ragioni principali della bassa valutazione delle società in termini di valore. Da un lato, siamo di fronte a una mancanza di crescita strutturale. Dall’altro queste aziende devono confrontarsi con nuovi dirompenti concorrenti che guadagnano quote di mercato in modo aggressivo e vengono costantemente riforniti con nuovo capitale. Inoltre, i bassi tassi d’interesse mettono sotto pressione anche la valutazione dei titoli value. Dal nostro punto di vista, nessuno dei tre fattori menzionati si tradurrà in un cambio sostenibile a favore dei titoli value nel prossimo futuro. Pertanto, in termini assoluti, le prospettive da medio a lungo termine di molti titoli value possono essere classificate come piuttosto modeste. Nel lungo termine, la crescita strutturale delle aziende rimane un fattore decisivo e necessario per una performance azionaria positiva e duratura. Le ultime settimane, durante le quali ci sono state notizie positive riguardo i vaccini, hanno dimostrato agli investitori che anche la sovraperformance dei titoli growth rispetto ai titoli value non è una strada a senso unico.

Per fortuna, il mercato azionario non è solo bianco e nero – value o growth – ma offre una varietà di sfumature importanti e di fattori in grado di influenzarlo. Partendo da questo presupposto, è consigliabile spostare l’attenzione su quelle società che, pur subendo nel breve periodo gli effetti del lockdown, continuano a mostrare una crescita strutturale convincente a lungo termine.

Andrea Scauri, Lemanik: scenario di tassi reali negativi. In Italia puntare su telecomunicazioni e utilities

Secondo Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik, la ripresa economica è ancora troppo debole ed è meglio essere prudenti sui settori bancario e dei consumi, mentre sono da preferire i settori più difensivi e quelli più esposti agli investimenti che saranno finanziati dai piani europei. Tra i titoli in portafoglio, Enel, Terna, Snam Rete Gas, Banca Intesa e Danieli.

Il Recovery Fund segna indubbiamente una svolta significativa per l’Europa e ha eliminato il tail-risk per l’Italia. Tuttavia, dato il forte rimbalzo dei mercati dai minimi di marzo e il fatto che la ripresa economica è ancora troppo debole, restiamo prudenti sui settori bancario e dei consumi, mentre continuiamo a preferire i settori più difensivi e quelli più esposti agli investimenti che saranno finanziati dai piani europei (utilities, telecomunicazioni, infrastrutture/cemento) ed esposti a tendenze strutturali come la trasformazione digitale”. È questa l’analisi di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.

I mercati azionari sono tornati a salire in agosto, con il Nasdaq e l’S&P500 che segnano nuovi record guidati dalla speranza che lo sviluppo di un vaccino Covid-19 possa essere dietro l’angolo, dalla progressiva ripresa post-lockdown dell’attività economica globale, e nonostante il recente aumento delle nuove infezioni in tutta Europa. Tuttavia, i principali driver di mercato restano le massicce iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali e le aspettative per l’adozione di politiche economiche e fiscali espansive da parte dei governi per sostenere le loro economie.

La volatilità dei mercati è rimasta quasi piatta, con l’indice di volatilità Vix a 24 punti, ben al di sotto del picco di marzo ma ancora al di sopra dei livelli pre-Covid. “Riteniamo che la volatilità continuerà a essere relativamente elevata nei prossimi mesi, a causa delle crescenti infezioni da Covid, della scarsa visibilità sull’evoluzione del quadro macroeconomico, oltre che degli sviluppi politici, come le elezioni Usa e le tensioni commerciali UsaCina“, spiega Scauri.

I tassi di interesse sono saliti leggermente sia negli Stati Uniti che nell’Ue, a causa delle crescenti aspettative di inflazione e una riduzione del volume degli acquisti della Bce in agosto. Il rendimento dei titoli di stato italiani a 10 anni è rimasto sostanzialmente stabile, continuando a beneficiare dell’accordo sul Recovery Fund, del sostegno della Bce e di un rendimento più interessante rispetto agli altri titoli di stato dell’Ue.

In Europa, il PMI composito, dopo tre aumenti mensili consecutivi, è sceso ed è rimasto al di sotto delle aspettative, indicando una perdita di slancio nel rimbalzo iniziale post-lockdown a forma di V. Questo calo è attribuibile principalmente ai servizi, mentre l’industria manifatturiera continua a godere degli effetti di un aumento della produzione e dell’acquisizione di ordini. Tuttavia, il fatto che l’indice principale ed entrambe le sue componenti siano ancora superiori a 50 suggerisce che l’attività è ancora in crescita, solo a un ritmo più lento rispetto a luglio.

Andrea Scauri (Lemanik)

Negli Stati Uniti, invece, il PMI ha continuato a crescere, raggiungendo il livello più alto degli ultimi 18 mesi con un miglioramento sia nel settore manifatturiero che in quello dei servizi. “In un contesto simile, restiamo largamente posizionati sul settore delle utilities e delle infrastrutture. Questo alla luce delle recenti indicazioni della Fed, con aspettative di accettazione di inflazione mediamente al 2% (e non puntuale al 2%, implicitamente accettando picchi sopra al 2%)”, sottolinea Scauri. “Assumendo un atteggiamento sempre accomodante da parte delle banche centrali, lo scenario che si prefigura è quello di tassi reali negativi, ossia lo scenario migliore per “dividend play” sostenibili, quali le utilities e i business infrastrutturali. Restiamo invece prudenti sul settore dei consumi e su quello bancario”.

“Per l’Italia a livello di singoli nomi”, conclude Scauri, “l’unica posizione significativa sui titoli finanziari è rappresentata da Banca Intesa, l’unica banca in grado di garantire rendimenti sia in termini di re-rating del titolo che di dividendo. La posizione sulle utilities si concentra su Enel, Terna e Snam Rete Gas. Tra i nomi small e mid-cap, abbiamo iniziato a costruire una posizione su Danieli, sulla scia delle aspettative di un’entrata ordini di materiale correlata alla sostituzione degli altiforni ad alta emissione nell’industria siderurgica”.