Aprile 21, 2026
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Debutto di iPhone 15: è arrivato il punto di svolta negativo del titolo Apple?

Non sono in pochi ad ipotizzare una “bolla Apple”, pronta ad esplodere qualora i progressi nel campo della innovazione tecnologica dovessero rallentare, come abbiamo visto con l’iPhone 15.

Sono passati quasi 16 anni dal leggendario lancio del primo iPhone, che ha sconvolto il mondo nel giugno 2007 scatenando una frenesia di acquisti per i prodotti Apple. Nel corso di tutto questo tempo, il colosso della Silicon Valley ha goduto di una crescita quasi esponenziale delle vendite dei suoi prodotti di punta, seguita da ricavi e margini record e da centinaia di miliardi di dollari di riacquisti di azioni proprie. Il recente lancio di del nuovo iPhone 15, però, non ha portato un’altra rivoluzione tecnologica: le modifiche rispetto alla versione precedente sembrano più estetiche che “rivoluzionarie”. 

Il lancio del nuovo iPhone 15 è avvenuto in un momento in cui l’economia globale è in bilico, rifuggendo dalla recessione, nell’era delle tese relazioni Washington-Pechino. Pertanto, ci si chiede se la diffusione del nuovo modello si rivelerà un altro successo commerciale per l’azienda, oppure se questa assenza di soluzioni innovative è un segnale che si tradurrà a Wall Street in un punto di flesso. Dopotutto, se qualcosa non può durare per sempre, prima o poi deve finire, pertanto mai come adesso, per Apple, è stata in vista una vera turbolenza dopo un decennio e mezzo di crescita ininterrotta. Infatti, fino ad oggi Apple ha combinato le misure di un’azienda in crescita in quanto a vendite e profitti ma anche in costante attenzione alla qualità del prodotto e ai vantaggi competitivi; se viene a mancare anche uno solo dei questi fattori, il “credito” di mercato potrebbe diminuire sensibilmente, e con esso il prezzo delle azioni.

Il valore fondamentale del marchio Apple nel mondo degli investitori, oggi, è sottolineato oltre ogni altro elemento di valutazione dal fatto che le sue azioni costituiscono più della metà del portafoglio del veicolo di investimento di Berkshire Hathaway (Warren Buffett). Una costante espansione della quota di mercato, con l’acquisizione di clienti fedeli lungo il percorso, ha reso Apple un business in crescita, anche in periodi di elevata inflazione. Gestione sapiente, programmi di riacquisto di azioni proprie e moltiplicatori in aumento, poi, hanno generato ottimi risultati, insieme alla produzione “a buon mercato” in Asia, che ha sostenuto i suoi margini netti. Il software iOS, infine, è diventato per molti il punto di riferimento in termini di intuitività e qualità, ed il mercato si è fermamente convinto che questa crescita continuerà per molto tempo, forse anche per sempre. Ma è davvero così ovvio?

Naturalmente no, e non sono in pochi ad ipotizzare l’esistenza di una “bolla Apple”, pronta ad esplodere qualora i progressi nel campo della innovazione tecnologica dovessero rallentare, come abbiamo visto in occasione del lancio dell’iPhone 15, o addirittura fermarsi per fisiologica carenza di innovazione nei metodi di produzione e/o nei vantaggi competitivi per gli utenti. Inoltre, fino ad oggi i concorrenti come Samsung sono stati sottovalutati, e continuare su questa scorta a fissare un livello di prezzo delle azioni sempre più alto crea il potenziale per una delusione. Come in una corsa ad ostacoli, in cui l’atleta supera un ostacolo dopo l’altro ma ad ogni ostacolo successivo perde un po’ di forza, Apple sembra perdere la sua forza propulsiva, e l’atterraggio potrebbe essere tutt’altro che morbido.

La paura di una recessione scatena i catastrofisti. Nel frattempo, Warren Buffett…

Le maggiori banche di investimento tagliano le previsioni e vedono lo scenario peggiore per il mercato azionario, con lo S&P 500 a quota 3.000 in caso di recessione. Warren Buffett fa shopping.

Tra i crescenti timori di recessione, le principali società di Wall Street ora avvertono che il sell-off del mercato in corso, che ha generato sette settimane consecutive di perdite, potrebbe ancora peggiorare, con le azioni destinate a precipitare di un altro 20% circa se l’economia si dovesse dirigere verso una fase di recessione concreta. Anche in una simile evenienza – c’è da esserne certi – i banchieri centrali parleranno di “recessione temporanea e di breve durata”, così come fecero in occasione della prima comparsa dell’inflazione. Sappiamo tutti com’è andata a finire.

I timori di una recessione, pertanto, sono aumentati questa settimana, dopo che le notizie provenienti dai principali produttori e distributori mondiali hanno avvertito delle pressioni inflazionistiche che intaccano i profitti trimestrali, e soprattutto dopo che la Federal Reserve ha promesso che “non esiterà” a continuare ad aumentare i tassi di interesse fino a quando i prezzi in aumento non torneranno a scendere. Su questa scia, ogni stormir di fronde diventa una ulteriore fonte di pessimismo, e le previsioni che ne conseguono non possono che essere dettate dallo stesso spirito negativo. E così, alcune tra le più importanti banche di investimento si sono affrettati a diffondere il proprio “worst case”, ossia lo scenario peggiore che potrebbe derivare dalla combinazione di fattori in essere. La più “nera” tra queste previsioni è che lo S&P 500 potrebbe precipitare a quota 3.000 se l’economia dovesse cadere in una recessione nel prossimo futuro. In soldoni, si tratterebbe di un ulteriore calo del 24% rispetto all’attuale livello dell’indice (circa 3.900), secondo una recente nota del capo del settore azionario e globale di Deutsche Bank negli Stati Uniti, Binky Chadha.

Impossibile non notare la profonda ampiezza tra l’attuale prezzo-obiettivo dello stesso analista riguardo lo S&P 500 (4.750, oltre il 20% in più rispetto ai livelli attuali) e la previsione di un ribasso fino a  3.000 in caso di recessione: come se il calo delle ultime sette settimane di borsa non abbia scontato nessuno scenario negativo rilevante ed equivalente.

Peraltro, Chadha prevede un “rialzo di sollievo” entro la fine dell’anno, e una successiva “svendita prolungata” generata da una “recessione che si autoavvera“. “L’inflazione si sta rivelando vischiosa, e la guida prospettica della Fed è per un ciclo di rialzo dei tassi che è storicamente terminato in recessione il più delle volte (8 su 11 o il 73% delle volte), con la Fed che riconosce e accetta questo rischio”, ha affermato recentemente Chadha. Questo scenario è giudicato plausibile anche da David Kostin, chief equity strategist statunitense di Goldman Sachs, che stima addirittura al 35% le probabilità di una flessione complessiva dello S&P500, basando la sua analisi sui dati storici di 12 recessioni dalla seconda guerra mondiale. Secondo questo modello, quindi, il mercato azionario potrebbe scendere tra l’ 11% e il 18% rispetto ai livelli attuali. Gli strateghi della Bank of America, nel frattempo, hanno avvertito di uno scenario di stagflazione – rallentamento della crescita economica e prezzi elevati – che potrebbero portare lo S&P 500 a quota 3.200, un calo di circa il 18% rispetto ai livelli attuali. Ancora più catastrofico Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, secondo il quale il recente sell-off del mercato, insieme alla prospettiva di rialzi aggressivi dei tassi da parte della Federal Reserve per combattere l’inflazione, ha certamente aumentato i timori di recessione, e aumenta le probabilità di un ribasso del 33% nei prossimi 12 mesi e del 50% entro 24 mesi.

Gli investitori dovrebbero essere cauti poiché “i rischi di recessione stanno prendendo il sopravvento” nei mercati, secondo Savita Subramanian, equity e quant strategist di Bank of America, in una nota recente. Non solo le possibilità di un ambiente di stagflazione aumentano, ma le attuali condizioni di mercato ricordano la bolla delle dot-com del 1999-2000. Gli investitori non hanno “un posto dove nascondersi, mentre l’S&P 500 si avvicina al territorio del mercato ribassista”, secondo gli analisti di Forbes.

Nel frattempo, Warren Buffett fa shopping in borsa per 51 miliardi di dollari. Il noto investitore ha sfruttato il sell-off del mercato in corso come un’opportunità per acquistare e aggiungere diverse nuove posizioni importanti in alcune aziende quotate ritenute strategiche per il suo conglomerato di investimento, Berkshire Hathaway. In particolare, Buffett ha approfittato della turbolenza del mercato in corso per entrare in otto nuove posizioni, tra cui 55 milioni di azioni di Citigroup (per un valore di circa 2,6 miliardi di dollari) e 69 milioni di azioni del colosso dei media Paramount Global (per un valore di circa 1,9 miliardi di dollari).

Pertanto, Berkshire Hathaway ora possiede una partecipazione di oltre il 10% in Paramount, rivelando anche una nuova partecipazione di 390 milioni di dollari in Ally Financial. Naturalmente, le azioni di tutte e tre le società sono aumentate dopo la notizia che Buffett aveva preso posizione: Paramount è salito del 14%, Citi del 7% e Ally di quasi il 5%. Berkshire Hathaway aveva già effettuato di recente acquisti considerevoli in due società energetiche: Chevron e Occidental Petroleum, il gigante tecnologico legacy HP e la società di videogiochi Activision Blizzard. Adesso Berkshire Hathaway possiede circa 159 milioni di azioni Chevron (per un valore di circa 27 miliardi di dollari), 143 milioni di azioni di Occidental (quasi 10 miliardi di dollari), 121 milioni di azioni di HP (oltre 4 miliardi di dollari) e 64 milioni di azioni di Activision (5 miliardi di dollari).

Berkshire, tuttavia, ha venduto tutte le sue azioni in Wells Fargo, che in precedenza era stata una delle principali holding e faceva parte del portafoglio di Buffett dal 1989. Il 91enne “Oracolo di Omaha” ha anche venduto quasi tutti i suoi 8 miliardi di dollari di partecipazione nel gigante delle telecomunicazioni Verizon.

USA, top advisor al femminile: talento e sudore. Dalla povertà a portafogli da miliardi di dollari

Nel mondo della finanza mondiale esiste un nutrito numero di consulenti finanziari donne che, sebbene non siano molto conosciute nei circoli delle celebrità, sono piuttosto famose tra i top clients, ed i loro risultati non sono meno sbalorditivi dei migliori consulenti uomini.

In USA ed Europa, quando cerchi un consulente finanziario che sia adatto alle tue esigenze, lo trovi subito, ma quasi sempre si tratta di un uomo. Infatti, in qualunque canale dei media, i volti che scorrono sono prevalentemente al maschile. Non si tratta di discriminazione – come qualcuno vorrebbe far credere, cavalcando il concetto “politicamente corretto” (tutto europeo) della donna discriminata in tutti i settori – ma di un costume professionale ben radicato, a causa del quale, nel passato, si sono avvicinati a questa professione massimamente gli uomini, e solo negli ultimi quindici anni (in Europa) le donne.

A ben vedere, uguale fenomeno è accaduto in Italia nei ruoli dell’insegnamento, verso i quali le donne si sono proposte in massima parte, al contrario degli uomini (rapporto 70/30), ma nessuno grida allo scandalo né inneggia a “politiche di parità” per riequilibrare la situazione a favore del mondo maschile in quel settore.

Alcuni consulenti finanziari, soprattutto oltreoceano, sono diventati nomi e volti familiari attraverso programmi televisivi e libri, ma nel mondo della finanza esiste anche un nutrito numero di consulenti donne che, sebbene non siano molto conosciute nei circoli delle celebrità, sono piuttosto famose tra i top clients, ed i loro risultati sono assolutamente degni di nota. In USA, per esempio, esse gestiscono già miliardi di dollari per conto di aziende e di ricchi clienti, facendo professione di educazione finanziaria come “cavallo di Troia” per aggiungere nuova clientela e gestirne i patrimoni. Nella “vecchia” Europa, le consulenti cominciano a farsi strada in un mondo tradizionalmente dominato da figure maschili ma del tutto aperto, per sua natura, alle donne, il cui numero totale nel settore rimane basso ma è in costante aumento e non necessita affatto di quegli inopportuni strumenti di parità, utili soltanto ad aumentare artificiosamente la loro presenza numerica a totale detrimento della qualità e del merito.

In ogni caso, ci vuole determinazione per diventare un consulente finanziario di successo, quindi non sorprende leggere le storie di consulenti donne che, in un mercato difficile come quello americano, ce l’hanno fatta superando enormi difficoltà iniziali prima di imbattersi nella professione che le ha accolte e le ha fatte prosperare.

Suze Orman, per esempio, oggi ha un patrimonio personale di circa 35 milioni di dollari, e potrebbe essere sorprendente per alcuni sapere che una volta viveva in un furgone e lavorava per soli 3,50 dollari l’ora, nel 1973, ripulendo le chiome degli alberi. Ha sviluppato la sua forte etica del lavoro quando era bambina, vivendo nel sud della città di Chicago. Suo padre possedeva un negozio di specialità gastronomiche, dove lei e i suoi fratelli lavoravano ogni giorno dopo la scuola. Nel 1973 Suze lasciò l’Università dell’Illinois per dirigersi in California, e lungo il tragitto, per sopravvivere, lavorò presso una ditta di rimozione di detriti dalle strade, vivendo nel furgone di un’amica. In California trovò lavoro come cameriera, guadagnando bene con le mance dei clienti fissi, ma il denaro messo da parte fu perso a causa degli investimenti sbagliati del suo consulente di allora.  Anziché perdersi d’animo, sviluppò interesse per il settore della consulenza finanziaria e, dopo aver ottenuto le autorizzazioni per lavorare ed un prestito di 50.000 dollari dai suoi ex clienti più affezionati, ha intrapreso una splendida carriera ed è diventata prima vicepresidente degli investimenti presso Prudential Financial, e dopo qualche anno fondatrice del Suze Orman Financial Group (non mancando di restituire ogni singolo centesimo del prestito di 50.000 dollari).

Mellody Hobson era la figlia minore di una madre single che, a Chicago, si occupava di affitto e manutenzione di condomini per conto terzi, ma non era un lavoro che permetteva una certa stabilità finanziaria. Cadute in bassa fortuna, un giorno Mellody raggiunse l’apice della indigenza quando dovette riscaldare l’acqua per il bagno su una piastra calda in cucina, e fu quel giorno che giurò a se stessa che non si sarebbe mai più trovata in quella situazione, che lei non si stanca di definire come un “utile corso di sopravvivenza di base”.  Dopo aver abbracciato la professione di advisor e aver gradualmente raggiunto il successo nella vita, la Hobson oggi presiede numerose organizzazioni benefiche e filantropiche, è membro del consiglio di amministrazione di tre importanti società (tra cui DreamWorks Animation) ed è CEO di Ariel Investments, una società di investimento che gestisce 13 miliardi di dollari per conto di ricchi clienti USA. Da sempre seguace di Warren Buffett, Mellody Hobson sostiene che la pazienza ed il tempo sono i migliori ingredienti per costruire la ricchezza; non a caso il logo di Ariel Inv. è una tartaruga. “La cosa più importante che si può imparare dai soldi, e anche Warren Buffett parla di questo, è la tecnica dell’interesse composto. È l’ottava meraviglia del mondo. Se capisci l’interesse composto, capisci quali soldi lavorano a favore o contro di te”.

Karen McDonald

Karen McDonald, cresciuta in una tipica famiglia della middle class americana, è oggi consulente di punta di Morgan Stanley, e si è classificata al primo posto nel tradizionale sondaggio Barron’s del 2019. Ha un patrimonio gestito di 75 miliardi di dollari, e dirige un team di 11 collaboratori con i quali presta consulenza a molti dei clienti presenti nella speciale classifica Fortune 500. Oltre a fornire ai propri clienti imprenditori soluzioni di benefit per i dipendenti, si concentra anche sulla loro educazione a prendere decisioni finanziarie migliori o sui migliori piani di pensionamento privato. La McDonald, fautrice del gioco di squadra ad ogni livello aziendale, attribuisce il suo successo al fatto di essersi circondata di persone fantastiche e di aver costruito negli anni un team forte.

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Susan Kaplan

Susan Kaplan è il presidente di Kaplan Financial Services a Newton, nel Massachusetts. Ha un patrimonio gestito di 2,05 miliardi di dollari ed una media a cliente di 11 milioni. Proveniente da una famiglia poverissima, Susan ha usufruito di diverse borse di studio per conseguire una laurea, ed ha dovuto lavorare di notte per ottenere un MBA in finanza. Oggi ha una forte presenza mediatica (in particolare nel Wall Street Journal, su Bloomberg News, CNBC, WGBH ed altri canali televisivi nazionali), ed è stata nominata dai magazine Barron’s, Worth Magazine e Medical Economics tra i migliori consulenti finanziari del paese, consecutivamente, ogni anno dal 2000 ad oggi. La sua principale attività è quella di progettare piani pensionistici di altissimo livello per i suoi ricchi clienti, assicurando loro anche l’assistenza in campo immobiliare, fiscale e successorio.

Gillian Yu

Nata e cresciuta a Taiwan, Gillian Yu parla fluentemente mandarino, taiwanese e inglese, ed ha conseguito l’MBA presso l’Università della California, Berkeley, nel 2001. Gillian è entrata in Morgan Stanley Private Wealth Management nel 2015 dopo aver trascorso 14 anni con Credit Suisse Securities (USA) a San Francisco. All’inizio della sua carriera ha lavorato per la Chase Manhattan Bank a Taiwan. Dal 2011 è classificata tra le prime 100 consulenti finanziarie donne nella speciale classifica di Barron’s, ed è stata tra le prime 10 consulenti finanziarie donne nel 2013 e nel 2014. Le attività totali gestite di Yu sono pari a 5,85 miliardi di dollari, con una media per cliente di 100 milioni. Gillian concentra il proprio lavoro sulla fornitura di soluzioni complesse e olistiche di gestione patrimoniale transfrontaliere per individui e famiglie con un patrimonio netto molto elevato che vivono in Asia, negli Stati Uniti o in una combinazione di entrambi.

Elaine Meyers

Elaine Meyers si posiziona costantemente nella top 10 della lista Barron’s delle migliori consulenti finanziari donne, arrivando al nono posto nel 2019 ed all’ottavo nel 2018. È Amministratore Delegato e Consulente finanziario di JP Morgan Securities , una divisione di gestione patrimoniale di JP Morgan, ed è molto richiesta sulle strategie di gestione patrimoniale per i dirigenti , fondatori di tecnologia e imprenditori della Silicon Valley. Offre un approccio di tipo family-office alla gestione patrimoniale completa, fornendo assistenza nelle aree di diversificazione della ricchezza, della minimizzazione fiscale e della pianificazione patrimoniale, creando portafogli su misura non correlati alle posizioni azionarie tradizionali. Prima di entrare in JP Morgan nel 2016, Elaine ha iniziato la sua carriera nei servizi finanziari presso la Private Bank della Bank of America, ed ha trascorso oltre 10 anni come amministratore delegato presso Credit Suisse e quasi 14 anni presso importanti società di investimento internazionali. Il suo patrimonio gestito ammonta a circa 3,2 miliardi di dollari, ed i suoi clienti hanno un patrimonio netto medio di 300 milioni.

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Investire ai tempi del Coronavirus: nervi saldi e spirito di adattamento. Si muore ma…“niente di serio”

I consulenti finanziari ed i private bankers  dovranno trasmettere ai risparmiatori il giusto spirito di adattamento alle circostanze che, in un’epoca di tassi negativi, è l’unica strada da intraprendere per ottenere performance superiori allo zero.

Editoriale di Alessio Cardinale

I lettori che hanno visto il fortunato film “Tre uomini e una gamba”, primo grande successo cinematografico del trio Aldo, Giovanni & Giacomo, certamente ricorderanno la battuta in cui Giacomo, alla domanda della protagonista femminile di cui si era innamorato – Marina Massironi, che chiedeva se si sarebbe sposato di lì a qualche giorno – rispondeva “sì ma…. niente di serio!”. Trasponendo la scena di quella pellicola nel mondo della consulenza finanziaria, sono molti gli investitori che, da qualche giorno, stanno chiedendo ai propri consulenti se, di lì a breve, i propri risparmi potrebbero perdere qualcosa per via degli effetti del Coronavirus sull’economia mondiale; ebbene, nessuno potrà negare che, a tutti costoro, si sta rispondendo più o meno allo stesso modo: “…state tranquilli, ci sarà qualche giornata negativa, ma i vostri risparmi sono al sicuro.…”.

In pratica, è come affermare “potrebbe crollare l’economia mondiale ma…. niente di serio!”.

E mentre ci si sforza di somministrare pillole di fiducia, le borse crollano e – ciò che è peggio per il tanto decantato ottimismo – le notizie sulla diffusione del virus vengono aggiornate dai media in tempo reale. Pertanto, è consigliabile aggiornare in tempo reale anche le proprie modalità di trasmettere ottimismo, perché mentre i consulenti lavorano, i clienti pensano.

L’italietta pervasa dal benaltrismo a tutti i costi, purtroppo, ha manifestato tutta la sua mediocrità anche in questa occasione, preferendo permettere al Paese di raggiungere il primato europeo del contagio “politicamente corretto” (e più di 100 morti, al momento, ma il conteggio si aggiorna ora dopo ora), pur di procrastinare le necessarie misure di sicurezza che, senza osservare questo “doveroso” ritardo, molti idioti della politica avrebbero certamente fatto passare per una pratica antisemita o razzista verso gli “untori” stranieri.

A parte i rischi per la popolazione, il risultato per i mercati è sotto gli occhi di tutti; e così l’Ftse MIB affonda (-5% solo nella mattinata del 24 Febbraio, poi altrettanto nei giorni successivi), e trascina con sè i comparti fondamentali del lusso, dell’industria e del risparmio gestito (Azimut -8,7% e Finecobank -8,2%). Anche in Europa e USA le sedute sono in forte calo: Londra, Parigi, Francoforte e New York lasciano sul terreno una decina di punti, con oscillazioni pazzesche da un giorno all’altro. Lo spread tra Btp e Bund è schizzato subito in su, con i Btp che fanno peggio anche dei titoli greci.

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Le misure di emergenza attuate per contenere la diffusione del virus stanno mettendo uno stop all’attività produttiva del Paese, tanto più grave quanto inaspettato fino a qualche giorno fa. La conseguenza sarà che il nostro misero PIL registrerà una variazione negativa nel primo trimestre del 2020, dopo il calo del quarto trimestre 2019 (-0,3%). E’ un vero peccato, si dirà, perché i progressi registrati in gennaio sul fronte delle attese di ordini e produzione avevano riportato il sistema in area espansiva; ma si trattava, a ben vedere, di progressi concentrati nel settore terziario, mentre quello manifatturiero (la Settimana della Moda milanese è stata disertata dal 50% dei buyer asiatici, e il Salone del mobile pare verrà spostato ad altra data)  soffriva già per le prime conseguenze della possibile epidemia sulle commesse dall’estero. Infine, ma non meno importante, bisognerà fare i conti con il mancato arrivo dei turisti cinesi (numerosissimi in Italia), ed anche i turisti delle altre nazioni, se il contagio si espanderà, ci penseranno su prima di prenotare mete italiche per le loro vacanze.

Questo lo scenario che, al contrario delle grottesche battute sulla sicurezza dei propri risparmi (fino a qualche anno fa lo si diceva anche per le case, il cui valore “era destinato a crescere sempre”), raccomanda innanzitutto una corretta informazione agli investitori, nervi saldi e, per chi è molto liquido, l’opportunità di entrare gradualmente in un mercato “a sconto”, soprattutto quando il c.d. panic selling sarà finito.

E’ proprio così: i consulenti dovranno trasmettere ai risparmiatori questo spirito di adattamento che, in un’epoca infinita di tassi negativi, è l’unica strada da prendere per fare performance superiori allo zero. Qualcuno dirà che basare gli investimenti sul “time to buy” non sia mestiere del consulente, ma qualcun altro dovrà pur dire, ai clienti, che sfruttare il principio applicato ai programmi di accumulazione vale anche per gli importi di taglio medio elevato, investititi sfruttando con ragionevolezza i movimenti improvvisi di ribasso dei mercati. E’ ragionevole pensare, infatti, che le contromisure per fronteggiare il virus riusciranno a debellarne gli effetti in poche settimane (massimo due mesi), e che tenersi pronti ad aumentare un po’ la soglia di rischio del proprio portafoglio sia una buona mossa.

In definitiva, la diffusione del Coronavirus potrebbe portare il mondo verso una diffusa recessione, ma sappiamo che le recessioni non durano per sempre. Anche la Grande Depressione, così come la crisi innescata nel 2007-2008, si sono concluse per quasi tutti i paesi (Italietta esclusa, ovviamente), e le aziende di qualità superano sempre le congiunture negative, permettendo di presentarsi agli investitori con prezzi scontati.

In circostanze come queste, abbiamo bisogno di ricorrere al passato per trovare una guida; e così, ci vengono in aiuto le citazioni più significative di personaggi che hanno fatto la storia dei mercati e dell’economia capitalistica. Benjamin Graham, per esempio, ebbe a dire che “In una vecchia leggenda, i saggi hanno finalmente bollato la storia delle questioni mortali in una sola frase: anche questa passerà“.  Baron Rothschild, dal canto suo, pronunciò la famosa frase “il momento di comprare è quando il sangue scorre nelle strade“. Warren Buffett, oggi ancora vivo e vegeto, disse qualche anno fa: “bisogna essere timorosi quando gli altri sono avidi, e avidi quando gli altri sono timorosi“.

I risparmiatori non sono tutti dei piccoli Warren Buffett (che, per inciso, è gonfio di liquidità), e così anche i loro consulenti, ma se hanno liquidità in conto corrente è ora di cominciare a seguirne l’esempio.

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Warren Buffett ha 130 miliardi di liquidità: correzione in arrivo? Può darsi, ma la verità è più complessa

L’atteggiamento attendista del magnate di Omaha sembra essere il frutto di quella rigida coerenza che lo ha sempre contraddistinto, sommata alle aspettative di uno storno dei mercati. Nel suo caso, però, pesano anche altri fattori.

Mentre la borsa USA non accenna a tirare il fiato, ed il Dow Jones sembra lanciato in scioltezza verso il record dei 30.000 punti, aumenta il numero delle “cassandre” e di quanti giurano (ma non scommettono) su una imminente correzione dei mercati azionari. Si va dal “ritracciamento fisiologico e salutare” sperato dai ribassisti, al “big one” dei crolli delle borse mondiali auspicato dagli edge funds più speculativi. In circostanze come queste, accanto alle notizie fondate si affolla una serie di “non-notizie” che aggiungono colore e che non spiegano tutto. Una di queste è quella che vede la Berkshire Hathaway di Warren Buffett seduta su una montagna di contanti. Nel terzo trimestre, infatti, il saldo di cassa della holding è cresciuto fino a raggiungere i 128,2 miliardi di USD, in aumento rispetto ai 122,4 miliardi del trimestre precedente e, soprattutto, rispetto ai 23 miliardi del 2010, portando gli analisti a chiedersi perché la società non stia spendendo.

La domanda giusta, invece, sarebbe “quando avrà intenzione di comprare?.

E’ da ingenui pensare che il buon vecchio Warren, mito vivente di tutti gli operatori di borsa, scelga di aumentare in maniera così sfacciata la disponibilità di cassa soltanto perché prevede un crollo di borsa (come penserebbe un investitore alle prime armi), pertanto è meglio approfondire segnali e fatti concreti. Il primo di questi è il ritmo di crescita della cassa, il cui ammontare è il risultato di una progressione lunga ben dieci anni, e non dieci giorni (da qui la sua natura di “non-notizia”). E’ più probabile, quindi, che ciò sia frutto di una strategia volta ad una o più acquisizioni “pesanti”, da effettuare in futuro in aziende ritenute strategiche per il portafoglio di Berkshire.

Il problema, semmai, è “quando” queste acquisizioni avverranno.

Non è certo un caso che le ultime siano avvenute nel 2015 e nel 2017, e che da allora la società non abbia accelerato in modo significativo il suo programma di riacquisto, suscitando la curiosità di molti analisti. L’accumulo di liquidità, infatti, ha influito negativamente sulla performance delle azioni BRK, aumentate solo del 7% quest’anno (in linea con il loro anno peggiore in un decennio), mentre il Dow Jones Industrial Average e lo S&P 500 sono saliti a livelli record, portando i loro guadagni nell’anno rispettivamente al 18% e al 23%.

Non sarebbe neanche la prima volta che le strategie di Buffett generano ansia persino nelle grandi banche statunitensi. Morgan Stanley, per esempio, ha affermato che il programma di riacquisto di azioni impallidisce rispetto al saldo di cassa della società, e che gli investitori “potrebbero essere sgomenti” (altra “non-notizia”, assolutamente infondata) per via dei riacquisti minimi di azioni nel trimestre. Gli analisti di UBS, unendosi al coro, hanno ribadito questa preoccupazione, manifestando la loro sorpresa per tutta questa liquidità in eccesso. Entrambi, però, non hanno tenuto in buon conto quello che tutti sanno: Buffett non è mai stato a favore del riacquisto di molte azioni del Berkshire Hathaway, e solo nel 2018 egli ha reso più semplici i futuri riacquisti, eliminando una restrizione, in prossimità del passaggio generazionale. Questo fa capire che il riacquisto continuerà inesorabilmente al ritmo attuale, cioè lento e con basse quantità, e che si stia preferendo attuare una politica di più alto dividendo per gli azionisti, per nulla “sgomenti” per le circostanze.

Del resto, le migliori partecipazioni del Berkshire per valore sono quelle del calibro di Apple, Bank of America, Coca-Cola, Wells Fargo, American Express e Kraft Heinz; il meglio in circolazione per diversificazione, capitalizzazione e margini di guadagno. Lo stesso Buffett ha dichiarato, nel suo rapporto annuale del 2019, che “…negli ultimi anni, il corso ragionevole da seguire è stato chiaro: molti titoli hanno offerto molto di più per i nostri soldi rispetto a quelli che avremmo potuto ottenere acquistando aziende nella loro interezza … io credo che le società in cui abbiamo investito offrano un eccellente valore, che supera di gran lunga quello disponibile nelle transazioni di acquisizione che potremmo fare oggi”. In altre parole, Buffett non ha intenzione di abbandonare il suo principio fondamentale del  “buy-and-hold”, ma semplicemente non vede il mercato prezzato in modo attraente. Infatti, quando ha rilasciato la sua ultima lettera annuale agli azionisti (23 febbraio 2019), il benchmark S&P 500 non era nemmeno a 2.800; lo scorso 23 Gennaio 2020 ha chiuso ad un massimo storico di 3.317. Pertanto, se Buffett non aveva visto valore con lo S&P 500 a 2.800, di certo non lo vedrà con un 19% in più in 11 mesi.

Contrariamente a quanto si possa pensare, questo atteggiamento attendista sembra essere il frutto di quella rigida coerenza che ha sempre contraddistinto Buffett fin dagli esordi, e gli ha permesso di arrivare dov’è adesso. Infatti, sebbene il mercato azionario abbia costantemente dimostrato che le correzioni e i mercati ribassisti vengono poi cancellati dal mercato toro, ciò non significa che le azioni salgano in linea retta; questo Buffett lo sa bene, ed è possibile che egli speri di poter comprare le aziende che gli interessano, tra qualche tempo, a quotazioni non inferiori a quelle attuali, bensì inferiori rispetto a quota 2.800 dello lo S&P 500, ossia di quel livello che lui riteneva già elevato e scoraggiante. Ciò porta a pensare che le aspettative di ribasso, nella mente del magnate di Omaha, possano raggiungere una profondità massima pari a 25 punti percentuali rispetto ad oggi (il 19% in più dell’ultimo anno, più un ulteriore sconto).

Guardando le cose da un altro punto di vista, la volontà di spendere meno soldi può trovare una motivazione anche nel desiderio di Buffett di “passare le consegne” nel migliore dei modi: egli compirà  90 anni nel corso del 2020, ed il suo piano di successione è già in atto; pertanto, invece di acquisire start-up e small cap con altissimi margini (e rischio), egli vuole investire in attività che avranno un impatto positivo immediato sul bilancio della società, conferendo maggiore stabilità finanziaria, e questo comporta la necessità di avere grande liquidità, dal momento che le valutazioni delle aziende a grande capitalizzazione sono molto più costose rispetto alle small cap.

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In definitiva, Warren Buffett ha sempre concentrato la sua attenzione sulle aziende del mondo finanziario, dei beni di consumo e, in una certa misura, dei servizi pubblici. Egli non è mai stato un convinto sostenitore della diversificazione sostenuta (il che va bene, purché tu sappia cosa stai facendo), ma della “iper-conoscenza” delle aziende da acquistare. Ciò può rivelarsi uno svantaggio quando questi settori diventano costosi, e la conoscenza di aziende con le quali non si ha grande familiarità ed esperienza richiede grandi sforzi ed energie che Buffett, in tutta probabilità, non ha più. Per questo motivo sembra che egli stia volontariamente perdendo, per esempio, il “treno” delle società biotecnologiche (che richiederebbe un lungo studio e grande dispendio di risorse), ed ancora una volta stia facendo prevalere il suo essere contro corrente, anche nella tarda età, rispetto a Wall Street.

Non è la prima volta che accade, speriamo che non sia anche l’ultima (lunga vita!).