Accanto al conflitto armato tra Russia e Ucraina/NATO si combatte già da qualche anno una guerra silenziosa che fa danni anche senza l’uso delle bombe. Il suo costo è una sorta di imposta che, come l’IVA, si scarica sui cittadini.
Arrivati al giovedì, dopo la sbornia di aspettative di inizio settimana, è utile effettuare un focus sull’Asia, ed in particolare su Giappone e Cina, le “eterne promesse” fin dai tempi di Marco Polo che periodicamente – dal punto di vista dei mercati finanziari – ci riservano improvvise gioie e repentini dolori. L’analisi assume una certa rilevanza a seconda del punto di osservazione in cui ci poniamo: profonda delusione per gli investitori occidentali – in merito ai risultati dei portafogli di investimento – inerzia mista a una certa soddisfazione per i governi e i cittadini di quei paesi così lontani ma anche così presenti nel nostro quotidiano (con i dovuti distinguo tra di loro).
In Giappone, infatti, l’indice dei prezzi al consumo (IPC) core di Tokyo è aumentato dell’1,9% su base annua ad aprile rispetto allo 0,8% di marzo. Considerato un indicatore anticipatore dell’andamento dei prezzi a livello nazionale, la lettura suggerisce una maggiore probabilità che l’IPC giapponese raggiunga l’obiettivo di inflazione del 2% della Banca del Giappone nei prossimi mesi, mentre la debolezza dello yen ha fornito sostegno agli esportatori, aumentando il valore dei loro guadagni all’estero. In pratica, la lettura dell’indice dei prezzi al consumo di Tokyo suggerisce che, a differenza di USA ed Europa – ancora lontanissime dal vedere la fine del tunnel – la BoJ potrebbe essere più vicina ai suoi obiettivi di politica monetaria, nonostante un debito pubblico vicino al 260% del PIL.
Il problema – ma per i giapponesi è sempre stato un vantaggio – è che a Tokyo storicamente non ha alcun interesse a mantenere alto l’indice dei prezzi al consumo con il segreto obiettivo di “impoverire” della stessa misura, oltre che il potere d’acquisto dei suoi cittadini, anche il valore del proprio debito pubblico. Senza voler fare necessariamente del complottismo, è quello che sta accadendo nei nostri confini, dove di fronte ad una inflazione all’8% i tassi delle banche centrali vengono artificiosamente mantenuti bassi sull’onda della bugia, spacciata da quasi un anno, secondo cui questo tasso di inflazione sarebbe un “fenomeno passeggero”, per cui va bene mantenere i tassi entro il 2.5% o giù di lì “tanto tra poco si sgonfia”, e si torna ad una pressione inflazionistica più sostenibile.
Powell lo va ripetendo da un anno, questo ritornello, e ormai chi ci crede ancora è orbo o un sempliciotto della finanza. Invece, si dovrebbe imparare proprio dai giapponesi, il cui livello del debito non è certo una sorpresa. Infatti, già nel 2010 il Giappone era diventato il primo paese a raggiungere un rapporto debito/PIL del 200%, e per finanziare nuovo debito, emette obbligazioni che vengono acquistate principalmente dalla Banca del Giappone e dai giapponesi stessi, che insieme detengono circa l’80% del proprio debito (la Banca del Giappone, da sola, possiede il 45% dello stock). Anche la BoJ, però, pare stia cominciando a cedere una certa “sovranità intellettuale” – relativamente all’inflazione – agli argomenti
farlocchi degli USA, poichè recentemente ha alzato le sue prospettive per l’indice dei prezzi al consumo e, soprattutto, ha cominciato a parlare dell’impatto di un “aumento significativo dei prezzi dell’energia, ma solo come fenomeno temporaneo”. E a proposito di politiche energetiche, il primo ministro Fumio Kishida ha parlato di ridurre la dipendenza del Giappone dall’energia russa, sottolineando che il nucleare e le energie rinnovabili saranno una parte della futura politica energetica del Paese. C’è da giurare che ci riusciranno, a differenza degli ondivaghi governi occidentali, sempre incerti sul da farsi e pronti a litigare anche sull’ovvio pur di dare “un colpo al cerchio e uno alla botte” dei potenti lobbisti di turno.
In Cina, i mercati sono crollati poiché Pechino non ha mostrato alcun segno di allentamento del suo approccio di tolleranza zero al Coronavirus, consci della inefficacia dei propri vaccini e del tutto insensibili di fronte al costo economico dei blocchi che coinvolgono milioni di persone, paralizzando industrie e distribuzione. Peraltro, le dichiarazioni del governo fanno riferimento soltanto alla necessità di evitare le infezioni su larga scala e i decessi, ma non menzionano alcuna misura di conciliazione con la crescita economica e con il bisogno di ridurre al minimo i danni all’economia. Il risultato è che molti dei 25 milioni di residenti di Shanghai rimangono ancora bloccati a casa per paura delle severissime misure di contenimento – lì, se ti trovano per strada, ti arrestano e non sai quando esci – anche se la città ha iniziato ad allentare le restrizioni con il calo delle
infezioni. Nel frattempo, Pechino ha annunciato test di massa e maggiori restrizioni in risposta a una crescente epidemia. Questa politica a tratti suicida ha inciso sui consumi interni: la spesa durante i cinque giorni di festa del lavoro in Cina è crollata del 43% rispetto all’anno precedente, tanto per fare un esempio. L’attività del settore dei servizi in Cina si è ridotta ad aprile al secondo tasso più ampio mai registrato, mentre l’indice PMI ufficiale è sceso per il secondo mese consecutivo poiché i blocchi hanno frenato la produzione e interrotto le catene di approvvigionamento.
Nel frattempo, le tensioni con gli Stati Uniti sono rimaste elevate, perché la Securities and Exchange Commission (SEC) ha aggiunto oltre 80 società cinesi quotate negli Stati Uniti al suo elenco di entità che rischiano il possibile delisting dalle borse statunitensi, e sebbene questo elenco di società cinesi che rischiano l’espulsione derivi da una disputa sugli standard di revisione utilizzati dalla Cina – considerate più “morbidi” rispetto alle regole di revisione degli Stati Uniti – è chiaro che il tempismo usato dalla SEC abbia degli obiettivi di politica internazionale che non sfuggono agli osservatori più attenti. E siccome i cinesi non sono meno aggressivi degli americani, il governo di Xi Jinping ha ordinato alle aziende sostenute dallo stato di sostituire entro due anni i personal computer di marca straniera con alternative nazionali, effettuando una delle mosse più aggressive di Pechino fino ad oggi per ridurre la dipendenza del Paese dalla tecnologia statunitense.
Come molti sanno, la banca centrale cinese ormai si muove come entità totalmente decorrelata dal resto del mondo, avendo dentro i suoi confini di competenza un mondo a sé. E così, i rendimenti dei titoli di stato cinesi sono diminuiti dopo che la People’s Bank of China ha dichiarato che utilizzerà strumenti politici incrementali per sostenere una crescita economica costante e stabilizzare l’occupazione e i prezzi. Esattamente il contrario di ciò che sta accadendo in USA ed Europa, alle prese con una utilissima – per i governi mediamente più indebitati – inflazione che, scaricando i suoi effetti sui cittadini, lenirà il peso degli aumenti del rapporto debito/PIL generati nel 2020 per fronteggiare la pandemia.
In pratica, in Europa è ufficialmente nata l’Inflazione da Valore Aggiunto, che al pari dell’IVA (Imposta sul Valore Aggiunto) si scarica ineluttabilmente, di passaggio in passaggio, sul “consumatore finale”, ossia i cittadini europei, che di fatto stanno finanziando di tasca propria i guasti della c.d. finanza delle catastrofi sopportando la perdita del potere d’acquisto di redditi e risparmi.



Persino in occasione della diffusione dell’HIV, ben quaranta anni fa, fu possibile identificare l’origine del virus e il c.d. paziente zero, e gli strumenti di indagine non erano certamente quelli di oggi; nel caso del Coronavirus, invece, tutto rimane avvolto dal mistero più fitto, ed è ormai evidente che alla versione del passaggio da animale – i famosi pipistrelli del mercato di Wuhan – a uomo la gente non abbia abboccato. Del resto, dopo l’inganno delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein – con cui l’Occidente si è di fatto impadronito dell’Iraq e del suo petrolio – si tende a non credere più alle versioni di USA, Regno Unito ed Unione Europea, e invece si attribuisce sempre più
credito allo scenario del “fine virus mai“, che innegabilmente ha spostato enormi ricchezze dai consumatori a specifici settori industriali, grazie alla scelta di produrre il “rimedio” a più alto margine finanziario, ossia il vaccino, anzichè la terapia farmacologica, che è il vero grande assente di questa pandemia insieme alla verità sulle sue origini. I media, infatti, inondano ogni giorno la comunicazione con la narrazione riguardante i vaccini, ma pochissime sono le notizie riguardanti la ricerca sui farmaci efficaci per attaccare l’infezione in modo specifico e curare chi si è contagiato.
di interessi industriali e politici che gravitano attorno a questi due eventi – pandemia e guerra – che stanno avvenendo in rapida successione, ed anzi l’uno dentro l’altro, dal momento che la pandemia è lontana dall’essere dichiarata estinta. Inoltre, la sensazione che Biden e lo stesso Zelensky non abbiano tanta voglia di porre fine a questa guerra – il c.d. “fine guerra mai“, con il suo naturale portato di produzione di armi, distruzione e business della ricostruzione – ormai è forte, così come è evidente che il completo fallimento della diplomazia internazionale.
La sensazione, a voler essere un pò complottisti, è che questi ultimi due anni e mezzo abbiano consentito alle corporation più potenti di mettere in atto una sorta di “turnazione” per dividersi i mega profitti ottenuti grazie alla pandemia e alla guerra. Secondo questa improbabile (ma non impossibile) teoria del complotto, il primo turno sarebbe toccato a Big Pharma, che con il business dei vaccini ha messo a segno un jackpot stimato in 35 miliardi di dollari fino ad oggi, destinato ad arrivare ai 100 miliardi entro cinque anni grazie al richiamo annuale che verrà adottato, si stima, da almeno 5 miliardi di individui ogni anno a partire dal prossimo autunno. Il secondo turno sarebbe andato agli estrattori di materie prime fossili, cioè gas e petrolio, da anni alle prese con il differenziale geografico sui costi di estrazione – bassi nei paesi arabi, alti in USA – e, di conseguenza, sul differenziale sugli utili. In particolare, gli stati
del Golfo beneficiano di un costo di estrazione di circa 19-22 dollari al barile, mentre gli USA estraggono il loro Shale Oil (petrolio prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso) ad un costo superiore a 45 dollari al barile. E’ evidente, quindi, che gli aumenti vertiginosi sul prezzo del petrolio stiano portando nelle casse dei petrolieri di tutto il mondo utili da capogiro, e solo un aumento mai visto prima della produzione da parte dell’OPEC potrebbe oggi far abbassare il prezzo in costanza di conflitto armato Russia-Resto del Mondo dagli attuali 116 dollari (Brent) ad una quota più sostenibile di 70-80 dollari.
Per fare un esempio in casa nostra, non va male neanche per Eni, che nell’anno dello scoppio del Covid aveva chiuso il bilancio con una perdita di 750 milioni di euro, ma già nell’ultimo trimestre 2021, e cioè quando i venti di guerra sulle fonti energetiche cominciavano a soffiare sul prezzo del gas, aveva aumentato il profitto del 631% rispetto allo stesso periodo del 2020. Oggi, a distanza di due anni dall’inizio dell’emergenza pandemica, Eni chiuderà l’esercizio 2022 con un profitto pari a 4,6 miliardi di euro – il miglior risultato dal 2012 – e ciò è merito dei contratti a lungo termine sulle forniture di gas firmati a suo tempo da Paolo Scaroni e stipulati a prezzi competitivi proprio con la Russia di Putin. Ebbene, secondo una recente inchiesta televisiva trasmessa da RAI3, nessuno conosce il prezzo a cui Eni acquista il gas dalla Russia, poichè i contratti sono segretati; però sappiamo che verrà staccato un utile per azione pari a 0,88 euro, di cui lo Stato
beneficerà in proporzione alla sua quota del 30%. Tuttavia, ne beneficeranno anche (e soprattutto) gli azionisti privati con il loro 70%, tra cui tre fondi americani che da soli si spartiranno circa 400 milioni di utili. Tutto legale, per carità, ma questo la dice lunga sul fatto che gli interessi forti di cui parliamo ce li abbiamo anche in casa. Peraltro, a proposito di interessi forti, l’ultima intesa firmata da Eni è stata con l’Egitto, e cioè con il paese che sta ostacolando il processo a carico dei quattro agenti dei servizi segreti egiziani (Nsa) accusati di aver sequestrato, torturato e ucciso il nostro Giulio Regeni.
Il terzo turno, infine, sarebbe toccato all’industria delle armi, che scaldava le polveri già da un pezzo e con questo conflitto così esteso politicamente al di fuori dei confini ucraini sta realizzando utili immensi anche per gli anni a venire. Relativamente alle quote di mercato, gli Stati Uniti detengono la leadership mondiale di esportatori di armi, raddoppiando la distanza proprio con la Russia, che è comunque al secondo posto sia come utilizzatore diretto, sia per via delle richieste provenienti
dai clienti del Medio Oriente. L’Italia, nel 2019, era nella top 10, al nono posto, ma con quote di mercato in calo. Usa e Russia, insieme a Francia, Germania e Cina, valgono tre quarti del mercato. In particolare, gli Stati Uniti hanno una quota di mercato del 36%, mentre la Russia è al 25-27%. La Cina, dopo il +195% del realizzato tra il 2004 ed il 2013, nell’ultimo periodo ha visto crescere i suoi affari solo del 2,7%, mentre il fatturato europeo quota un buon 27% del mercato mondiale.
il 7%. Del resto, la narrazione sui crimini di Bucha ha determinato un ulteriore ciclo di sanzioni contro la Russia, in vista dello spostamento del fronte sul vero obiettivo di Putin, ossia la conquista dei territori del Donbass ricchi di materie prime. Se così stanno le cose, non appena la Russia avrà consolidato l’occupazione di quei territori aumenteranno le probabilità della sospensione del conflitto armato e del ritorno della diplomazia. Ciò darà respiro ai mercati finanziari e alle quotazioni, facendo rimanere sullo sfondo la Cina, con il suo carico di mistero sulle sue future mosse nello scacchiere economico internazionale.
Pertanto, come si comporteranno i mercati finanziari se anche il conflitto dovesse durare molto di più di quanto non fosse previsto all’inizio? L’esperienza insegna che anche loro si adegueranno a questo trinomio terribile – pandemia, inflazione e guerra – a condizione di mostrare uno spirito di adattamento che neanche in occasione della pandemia si era visto. Per cui ci vorrà più tempo, poichè la congiuntura economica precedente allo scoppio della pandemia era completamente differente da quella che ha preceduto l’inizio del conflitto in Ucraina. Infatti, alla pandemia si è arrivati con un ampio margine di manovra delle banche centrali per adottare politiche monetarie accomodanti, ma l’emergenza sanitaria ha generato interruzioni nella produzione e nelle catene di approvvigionamento di materie prime e semilavorati, e quindi una elevata inflazione per via della domanda dei consumatori che continua ad essere robusta.
Dal punto di vista del “sistema”, non c’è dubbio che la pandemia abbia reso alcune professioni più richieste di altre, ed abbia peggiorato un trend già in atto relativamente alle professioni ”classiche”. Certamente sono calate quelle di contatto diretto con il pubblico, ed hanno guadagnato terreno quelle che, legandosi alla tecnologia, hanno beneficiato del telelavoro e dello smart working associati al contatto in video sia con i colleghi di studio che con la clientela. La crisi delle vocazioni, già manifesta dal 2010 al 2019 – nuove
iscrizioni negli ordini dei dottori commercialisti e ragionieri -64,1%, geometri -41,6%, solo a titolo di esempio – tra il 2020 ed il 2021 si è amplificata, portando con sé anche l’aumento delle cancellazioni dalle casse di previdenza (8.000 circa negli ultimi 12 anni), ed uno scenario simile si sta vedendo anche per i giornalisti e gli agenti di commercio, entrambi interessati da importanti cambiamenti strutturali di mercato, e per le professioni legali, che da tempo hanno letteralmente “saturato” il mercato con oltre 240.000 iscritti all’albo degli avvocati (con il picco di 7 legali ogni 1.000 abitanti in Calabria).
Nel 2020 38.000 liberi professionisti hanno “chiuso bottega” per via della pandemia, ed il settore del lavoro autonomo nel suo insieme è calato di 154.000 unità. Il mondo del lavoro autonomo e delle libere professioni, pertanto, ha pagato effettivamente il maggiore prezzo alla pandemia, ed oggi si interroga sulla necessità di avere un nuovo sistema di garanzie e di tutele. Il problema è che non lo ascolta nessuno. Per secoli, infatti, all’attività professionale è stata tradizionalmente associata l’idea di “prosperità”, e fintanto che il numero degli iscritti agli albi e ordini si manteneva contenuto in rapporto alla popolazione – e i criteri di accesso erano più severi rispetto a quelli di oggi – l’idea reggeva e trovava conferma nell’effettivo contesto di ricchezza nel quale avvocati, commercialisti, ingegneri e consulenti vari vivevano sotto gli occhi di tutti. Oggi, dopo decenni di aumento incontrollato del numero di professionisti (soprattutto nelle categorie tradizionalmente più “attraenti”), il mercato si è gradualmente polverizzato generando
una notevole diminuzione del reddito medio; nonostante ciò, sembra che in capo ai liberi professionisti sia rimasta una sorta di “presunzione di benessere”, valida per il solo fatto di appartenere alla categoria, che dovrebbe compensare i ridotti introiti dei periodi difficili o, come nel biennio 2020-2022, difficilissimi. Invece, il reddito annuo medio dei professionisti iscritti alla gestione separata dell’Inps è crollato da 25.600 euro del 2019 a 24.100 euro del 2020, mentre quello dei professionisti iscritti alle casse previdenziali è ancora più significativo, essendo sceso a quota 35.500 euro rispetto ai 37.500 euro di dieci anni prima.
Un elemento che salta all’attenzione è quello delle barriere all’ingresso della professione. Nelle professioni c.d. ordinistiche la barriera più alta è rappresentata dalla durata media necessaria per l’abilitazione post-laurea (quinquennale) e per la “gavetta”, che spesso supera i dieci anni. E anche dopo questo lasso di tempo così dilatato, il reddito medio si stabilizza per i successivi dieci anni ad una soglia troppo modesta (circa 18.000 euro lordi) per riuscire fare progetti di vita significativi, per sé e/o per la famiglia, prima dei quaranta anni di
età. Relativamente al lavoro autonomo, la musica non cambia: gli agenti di commercio, a causa dell’accentuato processo di disintermediazione delle merci dovuto al mercato online, hanno perso in Italia circa 15.000 iscritti alla cassa Enasarco negli ultimi dieci anni, mentre nella categoria dei consulenti finanziari le stesse reti non fanno nulla di concreto per consentire l’ingresso ai giovani, e preferiscono continuare a crescere in linea orizzontale dando spazio agli ex bancari con portafoglio clienti pur di non investire sui neolaureati e abbassare l’età media della categoria (che oggi si attesta a circa 56 anni).
Non v’è dubbio, pertanto, che l’assenza di tutele abbia pesato tantissimo su questi trend, amplificando a dismisura problemi già esistenti. Le nuove professioni, nate sull’onda della rivoluzione digitale, non riescono a compensare il tasso di quiescenza degli addetti a quelle “older”, per cui la libera professione, nel suo complesso, sembra destinata ad un generale ridimensionamento rispetto al lavoro dipendente svolto sotto ogni forma. Sembrerebbe quasi un fatto positivo, ed invece è un disastro: con l’assottigliarsi del tessuto economico composto dalle partite IVA, il nostro Paese perde quella spinta all’iniziativa individuale che caratterizza ogni libero professionista e rende più competitiva la Società stessa, mentre i redditi da lavoro dipendente, complice la deregulation selvaggia e l’assenza di una paga oraria minima adeguata agli standard europei, si attestano continuamente al ribasso e non consentono ai percettori un tenore di vita capace di costruire progetti sostenibili (avere accesso al credito bancario e acquistare casa, per esempio).
Si tratta di un livellamento verso il basso che sta trascinando in un circolo vizioso preoccupante anche il settore delle libere professioni: i redditi bassi dei lavoratori dipendenti – che tradizionalmente costituiscono l’ossatura della domanda di professioni intellettuali – non sono più in grado di sostenere le parcelle dei professionisti, che così sono costretti ad accettare pagamenti inferiori a quelli tabellari pur di non perdere clienti e fatturato. Questo aspetto ha toccato il suo punto più basso durante la pandemia. Ma siamo certi che questo evento storico così grave e discusso non abbia prodotto anche cambiamenti costruttivi? Il lavoro da remoto, per esempio, era riservato a
pochissimi addetti prima del 2020, mentre oggi è entrato a pieno titolo nella mentalità lavorativa di gran parte dei dipendenti pubblici e privati, riservando sorprese anche in termini di mantenimento della produttività (in alcuni settori della P.A., addirittura, è aumentata) e diminuzione dell’assenteismo. Inoltre, il minor numero di spostamenti per appuntamenti in presenza ha determinato una discesa dei livelli di smog ed una migliore qualità di vita per chi vive nelle periferie della grandi città. Le professioni c.d. vitali sono state rivalutate ed il talento, in tutti i settori ad alta creatività, è venuto fuori prepotentemente; le professioni legate alla tecnologia hanno visto una impennata in termini di interesse.
Su tutto, le libere professioni hanno cominciato ad adottare un approccio c.d. olistico, e gli studi associati adesso diversificano sempre di più le competenze interne, privilegiando il lavoro in team tra professionisti delle più disparate categorie e favorendo l’apporto dei più giovani (che finalmente cominciano ad avere un ruolo chiave nel successo dello studio e nel passaggio generazionale del portafoglio clienti). In questo senso, la strada è ancora lunga, però è ben tracciata, ed oggi non è raro che in uno stesso studio possano convivere – e condividere costi e fatturato – avvocati, commercialisti, consulenti finanziari e agenti immobiliari (con i notai sullo sfondo), stretti in una partnership che non sa più di semplice esperimento professionale ma di esperienza sul campo.
Per rispondere, proviamo a confrontarci con i contenuti della normativa in questione. Due sono le tematiche fondamentali al centro della dalla Legge 112/2016. La prima, quella fiscale, ha il pregio di far toccare con mano gli importanti vantaggi che se ne traggono, ed anche i più informati di solito scoprono numeri che non si aspettano. Per esempio, la legge sul “Dopo di Noi” permette al professionista – ipotizziamo un avvocato con figlio autistico – con figlio disabile di dedurre fino al 20% del reddito dichiarato, se è inserito nel
reddito annuo di circa 200.000 euro conferisce in un trust 40.000 euro (ossia il 20% di 200.000) ogni anno, risparmia una cifra pari al 43% di IRPEF. A conti fatti, al terzo anno il suo risparmio di imposta è pari a 51.600 euro. Senza contare che, se egli conferirà nel trust anche i 51.600 euro risparmiati, risparmierà il 43% anche su questi. Pertanto, l’avvocato (o qualunque altro professionista) che costituisce un trust beneficerà di un grande vantaggio fiscale che si tradurrà in vantaggio immediatamente finanziario che si trasmetterà al figlio autistico.
Relativamente alla seconda tematica, essa riguarda le finalità del Trust come previste dalla legge, e cioè quella l’inclusione sociale, della cura e dell’assistenza della persona con disabilità, a beneficio del quale il Trust viene costituito e ha durata fino alla morte del beneficiario. I beni inseriti nel Trust, infatti, sono esclusivamente destinati al beneficiario, che deve essere un soggetto con disabilità grave ai sensi della Legge 104/1992. Pertanto, la definizione di “disabilità grave” esclude una platea ben più ampia di soggetti con disabilità.
E’ di fondamentale importanza, a questo punto della trattazione, formulare una serie di domande e dare risposte chiare, al professionista dell’esempio che abbiamo citato, in relazione ai futuri passi da compiere:
Nell’esempio in questione, il professionista ha altri due figli oltre a quello con disabilità, di cui uno adottato e “difficile”, cui si aggiunge la moglie. In casi come questo, la soluzione proposta vede la costituzione di due trust, grazie anche ad un costo iniziale più che sostenibile e a costi successivi di mantenimento pari a zero. Il primo trust avrà come beneficiario il figlio disabile, come beni conferiti una casa di campagna e l’annesso terreno agricolo, e in esso confluiranno ogni anno i versamenti necessari. Poi, con una modesta spesa aggiuntiva, e con un unico trustee, viene istituito un secondo trust avente queste caratteristiche:
– dovendo far fronte alle esigenze di tutti i famigliari, è stato inserito tutto il resto del 


Si conferma la tenuta del negozio di vicinato, in particolare nelle zone più periferiche dove aprono ancora minimarket. Le catene della distribuzione organizzata continuano a cercare spazi da destinare all’apertura di supermercati di prossimità, anche in zone centrali. Maggiori difficoltà per le posizioni di minor passaggio occupate da attività che ricorrono esclusivamente all’e-commerce e da chi eroga servizi a persone e imprese (è il caso dell’ufficio su strada). C’è interesse da parte degli investitori, che restano prudenti, alla ricerca di immobili spesso già locati da tempo ad inquilini affidabili e con
Quasi la metà di chi ha acquistato un 
A volte, questi eventi danno vita ad iniziative che superano i confini dell’ufficio locale e diventano “trasversali”, facendo intravedere in lontananza un sentimento comune di appartenenza alla categoria dei
Oggi vi raccontiamo uno di questi episodi, intervistando chi lo ha evidenziato sui social di settore. Gaetano Pulvirenti (nella foto), consulente finanziario siciliano, scrive “….Circa 9 mesi fa un nostro collega è stato colto da ictus, per fortuna non particolarmente grave. Le conseguenze comunque non gli permettevano di svolgere autonomamente l’attività lavorativa. Pertanto, tutti i colleghi hanno dato la disponibilità ad accompagnarlo per le attività lavorative ed extra-lavorative necessarie, organizzando un calendario di reperibilità e dedicando al collega mezza giornata ciascuno per circa due mesi, fino alla sua guarigione. Dopo questa esperienza, abbiamo pensato di costituire un’associazione aperta a tutti “gli uomini di buona volontà”, al fine di donare un po’ del nostro tempo ai più bisognosi. Ed eccoci qui, felici di comunicare la nascita di “Life4Life”. Ciò che ci unisce sono i valori umani, e siamo davvero contenti perché riceveremo molto di più di quello che daremo!”.
Nel comune sentire della gente, chi esercita una professione non dovrebbe provare sentimenti ed emozioni verso gli altri. Eppure nell’ambiente dei consulenti finanziari non sono rari i momenti di autentica solidarietà…
Com’è nata l’idea di far evolvere la vostra esperienza locale, creando addirittura un’associazione e mettendovi in gioco in una vera iniziativa di volontariato?
Gestire un’associazione senza scopo di lucro è un compito impegnativo e richiede del tempo. Che tipo di organizzazione vi siete dati per gestire l’impegno?
Avete già programmato dei progetti di solidarietà specifici da attuare nel 2022? Se sì, in quale settore? 
Cos’è un NFT? Si tratta di un certificato crittografato registrato su
Un altro vantaggio degli NFT è quello di permettere agli artisti di conservare il copyright dell’opera, continuando a percepire entrate economiche grazie alle royalties incassate ogni qual volta l’
Sebbene il contenuto tecnologico-digitale abbia permesso lo sviluppo di questo strumento, le
Tuttavia, proprio questa caratteristica ha fatto sì che artisti e galleristi non esperti del mondo digitale abbiano cominciato a comprare NFT senza avere l’esperienza adatta a valutare una forma d’arte così nuova, e gli
Per diventare dei veri e propri status symbol, gli NFT devono poter essere mostrati (senza la sua esposizione al pubblico, nessuno status symbol diviene veramente tale). Grazie alla nuova tecnologia di 

arrivato a -0,56% nel mese di Novembre 2021 raggiungendo il minimo storico.
scegliessimo un mutuo a tasso variabile, in quanto la sua rata ammonta a 392 euro. Questo chiaramente se i 

“La prova di questa aperta discriminazione – afferma Lucaselli – è data dal
Effettivamente, è impossibile non riconoscere che quello degli
Come occorre affrontare il problema in futuro? “Abbiamo avviato già da tempo – aggiunge ancora Lucaselli – una serie di incontri istituzionali, cosa mai accaduta sino ad oggi, per dare sbocco ad una soluzione positiva per i
“La 
In Italia il totale delle 













