Tra aumenti dei tassi e stretta creditizia, l’acquisto della casa con mutuo è un affare già molto complicato. In più, ad Agosto la catena decisionale si blocca, come in una specie di catalessi delle delibere.
Di Massimo Bonaventura
“Raccolga pure la documentazione, e ci rivediamo a Settembre”. Questa frase è il mantra che, nelle ultime settimane, chiunque sia in procinto di chiedere un mutuo si sente dire dal funzionario di turno della propria banca.
In prossimità del mese di Agosto, una forza misteriosa sembra impossessarsi della catena decisionale attraverso la quale i mutui vengono deliberati, complice il caldo africano e le ferie incipienti. Infatti anche nelle banche, come in tutte le aziende, i dipendenti organizzano le proprie ferie, e di solito fanno i turni sapendo di poter opzionare alcuni mesi dell’anno: gli “sbarbatelli” appena assunti a Giugno o a Ottobre, quelli con qualche anno sulle spalle a Luglio o a Settembre, gli anziani più alti in grado ad Agosto. Sfortunatamente, sono proprio questi ultimi ad comporre ic.d. organi deliberanti per i crediti, e quindi anche per i mutui, con buona pace di chi aveva pensato di riservare il tempo delle proprie ferie per dedicarsi al tanto agognato investimento immobiliare.
Il problema, tuttavia, non è solo quello legato al fattore stagionale: le banche fanno meno mutui di prima, nel senso che hanno ristretto i criteri di accesso al credito per le famiglie, con il risultato che chi avrebbe potuto ottenere un mutuo nel 2022, quest’anno, a parità di parametri reddituali, non lo ottiene. Prova ne sia che, a detta dei bene informati, tutte le banche per l’anno in corso hanno dato alla rete dei budget di mutuo sensibilmente inferiori rispetto al 2022. In più, chi si sta avvicinando all’acquisto della casa lo fa con molta prudenza per via dell’aumento delle spese con cui le famiglie devono fare i conti. In meno di un anno, infatti, il costo del denaro è aumentato di 400 punti base, passando dallo 0% al 4% con grande rapidità, e questo ha fatto aumentare le rate dei propri mutui a tasso variabile mediamente del 75%.
Chi intende contrarre un mutuo ex novo, invece, deve fare i conti con le follie di un mercato che non dà scampo ai detentori di redditi più bassi, poiché i mutui a tasso fisso vengono proposti ad una media del 4.6% (a Novembre 2021 erano all’1%), mentre quelli a tasso variabile – ossia quelli che OGGI dovrebbero interessare maggiormente gli aspiranti mutuatari, per via del futuro ribasso delle rate da qui a 2-3 anni – sono proposti anche al 5.5% iniziale. Tutto ciò sta scoraggiando anche l’acquisto dell’abitazione: se la domanda di mutui è in calo, ne risente anche il mercato immobiliare.
Quando si tornerà a numeri più “normali”? Al momento, gli strateghi della BCE tentano disperatamente di riportare il tasso di inflazione verso la soglia del 2%, per cui ci si aspetta che, in caso di successo, anche l’Euribor potrebbe scendere a partire dal 2024. Tuttavia ci vorranno almeno due anni, ad essere ottimisti, per cui prepariamoci a convivere con uno scenario di inflazione elevata e tassi alti per un bel po’ di tempo, anche perché gli indicatori di mercato ci restituiscono un’economia in fase di rallentamento e l’inflazione in lieve contrazione. Inoltre, dal punto di vista macroeconomico l’attuazione del PNRR e i flussi di liquidità che stanno arrivando dall’Europa dovrebbero consentire investimenti nelle infrastrutture del Paese e nel mondo del lavoro, rilanciando in questo modo l’occupazione e il reddito. Tuttavia, finchè le banche non allenteranno la morsa dei parametri di accesso al credito, le famiglie continueranno ad ingrassare il circuito degli affitti, i cui canoni stanno aumentando sensibilmente per via dell’offerta risicata di alloggi.
In periodi come questo, l’acquisto della casa sarebbe un modo per salvaguardare i risparmi, ma in pochi ci riescono. Per costoro, il dubbio amletico tra tasso fisso e tasso variabile condiziona la scelta fin dall’inizio, ma è troppo semplicistico scegliere esclusivamente in base agli elementi emozionali riguardanti la “certezza della rata”. Infatti, secondo Renato Landoni (nella foto), A.D. di Kiron Partner del gruppo Tecnocasa, “è necessario pensare all’ammortamento nel tempo, oltre che le scelte che potrebbero influenzare il futuro: cambio lavoro, tipologia di reddito, situazione famigliare, presenza o meno di figli o persone a carico. L’analisi è data anche dalla propensione al rischio o alla volontà di cambiare vita. Questo studio va fatto anche da chi ha già scelto in passato una tipologia di tasso, ad esempio variabile, e si ritrova oggi a fare i conti con l’impossibilità di permettersi un rialzo troppo alto. È importante non valutare solo l’impatto psicologico, ma è utile fare un ragionamento matematico, per evitare scelte sbagliate: sapere da quanti anni si sta rimborsando il finanziamento, quali erano i parametri di riferimento (Euribor a 1 mese, a 3 o 6 mesi), quanto rimane da pagare, se nel contratto era prevista l’estinzione parziale”.
In generale, il contratto di mutuo prevede una obbligazione di lunghissimo periodo (oltre 10 anni), per cui bisognerebbe anche “ragionare a lungo periodo” e pensare a cosa potrebbe succedere ai tassi durante i prossimi due decenni: è ragionevole affermare che essi non scendano più per i prossimi 15-20 anni, e rimangano sempre a questo livello così elevato? E’ corretto pensare che, se la BCE sta facendo di tutto per abbassare il tasso di inflazione al 2%, ci riuscirà in un tempo non lungo? E in questo caso, è ipotizzabile che, se dovessi scegliere il tasso variabile, la mia rata si dovrebbe abbassare in proporzione, facendo scendere il mio impegno finanziario mensile? Se dovessi scegliere il tasso fisso, potrò mai rinegoziare il mio mutuo dopo qualche anno, qualora i futuri mutui a tasso fisso dovessero scendere?
Si tratta di domande a cui si può dare risposta positiva con una certa serenità. Banche permettendo, naturalmente.



I dati soft hanno segnalato già nella prima metà dell’anno un’inversione di tendenza positiva. La fiducia dei consumatori è migliorata rispetto ai precedenti bassi livelli e anche gli indicatori anticipatori del settore dei servizi hanno segnato progressi. La congiuntura ha inoltre beneficiato della stabilità del mercato del lavoro, di consumi tuttora sostenuti, dell’ulteriore implementazione delle politiche monetarie e del calo dell’inflazione. La reazione delle autorità alla crisi delle banche regionali statunitensi ha scongiurato una crisi sistemica, ma l’aumento dei costi di finanziamento e l’inasprimento degli standard di concessione del credito peseranno sulla crescita economica nei prossimi trimestri. Al momento anche la crescita in Cina sta perdendo slancio.
Dopo il ciclo di inasprimento più aggressivo degli ultimi decenni, la lotta all’inflazione sortisce i suoi effetti. L’inflazione complessiva ha raggiunto il picco ed è ora chiaramente in calo. In molte regioni l’inflazione di fondo resta tuttavia troppo elevata e potrebbe consolidarsi. In ambiti quali salari, affitti e servizi i prezzi restano sotto pressione e le banche centrali devono pertanto restare vigili. La fine della stretta monetaria si avvicina, ma l’obiettivo non è stato ancora raggiunto.
Dopo aver ridotto il ritmo dei rialzi, nella seconda metà dell’anno le banche centrali dei paesi industrializzati interromperanno gli inasprimenti per valutare le ripercussioni delle loro politiche. Se il calo della domanda non sarà sufficiente a portare presto l’inflazione al target del 2%, le autorità monetarie potrebbero effettuare un’ulteriore stretta, con le relative conseguenze sulle prospettive di crescita. “La congiuntura mondiale si è dimostrata decisamente più resistente del previsto”, conclude Blümke (nella foto). “Lo scenario del “no landing” associato a un ciclo congiunturale prolungato prosegue alla luce di dati economici contrastanti ed elevate incertezze. L’effetto ritardato della stretta monetaria, la persistente inflazione elevata e l’inasprimento delle condizioni finanziarie segnalano tuttavia un rallentamento della crescita. In assenza di ulteriori shock esterni, le grandi economie dovrebbero riuscire a evitare una grave recessione nel prossimo futuro”.
Bunzl, quotata a Londra, con una capitalizzazione di mercato di circa 12 miliardi di euro, si colloca nella seconda fascia delle azioni europee in termini di dimensioni. Tuttavia, in termini di performance del prezzo di Borsa negli ultimi 25 anni, Bunzl sta indubbiamente giocando nella Champions League e ha superato molti dei principali titoli degli indici più noti. Bunzl si concentra sulla distribuzione di beni di consumo a clienti industriali (B2B), come per esempio la fornitura di articoli di uso quotidiano a grandi ospedali, alberghi o catene di ristoranti. Poiché si tratta di articoli con un basso costo medio, come gli asciugamani di carta, Bunzl fonda il suo successo sulla distribuzione di beni prodotti in grandi quantità e questo le consente di realizzare economie di scala e di mantenere a distanza i concorrenti. Bunzl ha una strategia coerente e la capacità comprovata di sviluppare l’attività attraverso una combinazione di crescita organica, miglioramenti operativi e acquisizioni. Ha beneficiato sia della fase pandemica (prodotti per l’igiene) sia della successiva riapertura e sia della crescita dell’inflazione: in pratica, un grande titolo per stagioni diverse.
Vontier è un’azienda industriale statunitense che fa parte dei cosiddetti “cash compounder“, quei titoli che hanno marchi forti, ritorni sul capitale elevati e bassa leva finanziaria. Vontier acquisisce aziende con vantaggi competitivi sostenibili (principalmente in mercati oligopolistici), fa crescere i loro margini operativi e reinveste i flussi di cassa per promuovere un’ulteriore crescita per vie esterne. È uno spin-off di Danaher/Fortive (altri due compunder statunitensi, da cui Vontier ha ereditato la strategia operativa) e verosimilmente ha operato sottotraccia fin da quando è diventata un’entità indipendente, nell’ottobre 2020. Il suo focus tematico è sulle tecnologie per la mobilità (come i software per la ricarica dei veicoli elettrici) e sulle tecnologie per la riparazione e la diagnostica (come per esempio le attrezzature per la manutenzione di ruote e pneumatici).
Paylocity è un fornitore di soluzioni software su cloud per la gestione delle risorse umane e delle buste paga. Finora l’azienda ha conquistato soltanto una minima quota a cifra singola di un mercato potenziale enorme e questo conferisce a Paylocity un grande margine di crescita. L’azienda sta crescendo rivoluzionando i modelli di business tradizionali del settore, entrando in segmenti di mercato adiacenti e ampliando la propria offerta di servizi. Sebbene Paylocity faccia segnare i tassi di crescita tipici di una giovane società tecnologica disruptive, mostra una redditività paragonabile ai margini di profitto di un’azienda matura del cloud computing. Inoltre, Paylocity beneficia del contesto di tassi d’interesse in aumento – cosa piuttosto insolita per un titolo growth – poiché investe i fondi amministrati per conto dei clienti in titoli overnight, quindi negoziati a cavallo della chiusura dei mercati e, di conseguenza, qualsiasi aumento dei tassi avrà un impatto positivo sul bilancio di Paylocity.
Coloplast è un’azienda danese di tecnologia medicali nelle aree della gestione dei pazienti stomizzati e della cura dell’incontinenza. In altre parole, produce dispositivi per la raccolta e lo smaltimento esterno dei rifiuti corporei, per i pazienti con questo tipo di problematiche. Coloplast è leader di categoria in questo mercato non ciclico, la cui crescita è trainata dalle tendenze demografiche e dalla crescente copertura sanitaria nei mercati emergenti. Coloplast ha una reale cultura dell’innovazione, grazie anche a rapporti diretti con gli utenti finali, i cui feedback costituiscono la base per il miglioramento dei prodotti. L’azienda mostra un tasso di crescita organica superiore alla media e un margine operativo di circa il 30%. Coloplast può essere avvicinata ai titoli cosiddetti “dividend aristocrats“, che generalmente appartengono a settori difensivi e offrono dividendi elevati.
TJX è il principale rivenditore di abbigliamento e articoli per la casa a prezzi scontati negli Stati Uniti e sta espandendo costantemente la sua presenza nel resto del mondo. In Europa, opera principalmente attraverso i negozi TK Maxx e ha molte opportunità di crescita futura. L’azienda è uscita rafforzata dalla pandemia COVID-19 e oggi sta beneficiando del contesto inflazionistico, poiché i marchi scontati di TJX attraggono i consumatori sensibili ai prezzi dei beni. Inoltre, TJX ha un’eccellente politica di allocazione del capitale, con continui riacquisti delle azioni proprie e un costante incremento dei dividendi da oltre 25 anni (escluso il 2020).
Il 2023, a causa della stretta creditizia operata dal mondo delle banche, rivelerà un aumento notevole della domanda di affitti – soprattutto da parte di quanti non potranno più avere accesso ad un mutuo bancario – e sicuramente un aumento medio dei canoni in tutto il territorio nazionale. Milano si conferma la città con gli incrementi maggiori. La ripresa del mercato si
evidenzia anche dai tempi di locazione più brevi: 38 giorni. Limitando l’analisi alle tre metropoli analizzate, è Milano quella con i tempi di locazione più contenuti: 35 giorni. Il bilocale è la tipologia più affittata nelle grandi città (40%), in modo particolare a Milano arriva al 49,9%. A Roma è al 43,5% e a Napoli arriva al 37%. Inoltre, nel capoluogo lombardo prevale il contratto a canone libero (67,0%), così come a Napoli anche se con percentuali più basse (41,7%). A Roma vince il contratto a canone concordato (64,8%). L’affitto per scelta abitativa, infine, prevale a Napoli (77%) e Roma (56,2%) mentre a Milano vince la motivazione studio (34,8%).
In relazione ai contratti di affitto stipulati da studenti universitari – spesso con garanzie offerte ai proprietari dai genitori – Tecnocasa segnala che il segmento di mercato valeva già l’11,2% a fine 2022; pertanto si prevede una stabilizzazione di questa percentuale, causata dai probabili aumenti, e una sensibile mutazione nelle preferenze degli studenti per quanto riguarda l’alloggiamento. Il dato, naturalmente, sarà più evidente in autunno, periodo in cui la riapertura di corsi universitari richiama una maggiore domanda di alloggi per via del ritorno progressivo degli studenti in presenza. Un trend che continua e che, soprattutto nelle metropoli, rivelando notevoli difficoltà a causa di una bassa offerta, acuitasi negli ultimi anni con l’affermarsi degli short rent.
Come in gran parte dell’Europa e del Nord America, la necessità di posti letto per studenti sta portando a un aumento degli interventi di student housing, a cui numerosi investitori si stanno dedicando, grazie anche al sostegno previsto dal PNRR. Da Milano a Torino, passando per Bologna e Firenze, sono numerose le operazioni ultimate e ancora in essere, ma non ancora sufficienti a coprire l’importante domanda. Secondo i dati di Tecnocasa e Tecnorete, Torino primeggia con 38,5% di chi cerca per motivi di studio, tallonata da Milano con il 34,8%. In termini di preferenze di alloggiamento, gli studenti esprimono una netta preferenza per la camera singola, prevalentemente per una questione di privacy. La scelta della camera doppia avviene quasi sempre tra persone legate da parentela oppure tra amici. Succede spesso, infatti, che gruppi di amici cerchino un appartamento da condividere. La casa con due camere e due bagni è la soluzione più richiesta.
Le tipologie più locate dagli universitari sono i trilocali (32,1%) e i bilocali (28,4%). Importante la vicinanza a facoltà universitarie (o all’ospedale per chi studia medicina), la tranquillità della zona, la presenza di attività commerciali e di mezzi di trasporto che consentono di raggiungere le zone universitarie quando distanti. La ricerca inizia a partire da giugno. Negli ultimi anni ha acquisito sempre più peso nella scelta dell’abitazione lo stato d’uso dell’immobile, la presenza di mobili nuovi o seminuovi, il collegamento internet e wi-fi. Altro aspetto importante la luminosità dell’appartamento. C’è anche chi chiede il posto per la bici o per il monopattino. Con gli studenti si stipulano soprattutto contratti transitori annuali (69,5% dei contratti che interessano questa categoria di inquilini) e a canone libero (23,2%). Si chiede ai genitori di fornire garanzie con documentazione reddituale.
Ben 8 italiani su 10 del campione rappresentativo intervistato (1.500 persone) sono informati sulla crisi demografica e sulle sue implicazioni in ambito sociale ed economico, ed alla consapevolezza corrisponde anche preoccupazione: il 76% degli intervistati si dichiara molto o abbastanza preoccupato soprattutto per il crescente invecchiamento del Paese (51%) e per il rallentamento della crescita economica (40%). Sulle cause della crisi, prevalgono in maniera evidente le condizioni economiche. Perché non si fanno figli? Secondo il sondaggio, per il 37% la ‘colpa’ sarebbe dell’aumento del costo della vita, della precarietà del lavoro (35%), delle basse retribuzioni (29%) e della carenza di servizi per i figli (28%). Molti, inoltre, addebitano le ragioni del basso indice di natalità alle difficoltà di conciliare lavoro e famiglia e, in alcuni casi, anche alla scelta delle coppie di avere figli in età sempre più matura (18).
Riguardo agli interventi da attuare, in cima alle priorità ci sarebbe l’incremento delle strutture pubbliche per la prima infanzia (35, seguito dalla necessità di maggiori aiuti economici per famiglie con figli (31 e l’immancabile sostegno alle donne per conciliare lavoro e famiglia (29%, uomini non inclusi), l’incentivazione del lavoro femminile ed una maggiore collaborazione degli uomini nella cura della casa e dei figli. Tutto molto bello, peccato che sia il sondaggio che il dibattito che ne è scaturito non rivelino alcuni problemi di fondo, ben più gravi, che i media trovano in qualche modo imbarazzanti, se non addirittura “tabù”. Secondo Rino Della Vecchia* “il calo delle nascite e il processo di “invecchiamento” della popolazione sono in corso da decenni ma per poter emergere ed essere evidenti dal punto di vista demografico hanno dovuto attendere che i decessi superassero le nascite. Solo in questi ultimi anni, pertanto, il fenomeno è esploso in modo eclatante ed è diventato un tema discusso con frequenza tanto che la questione della denatalità è entrata persino nella denominazione di un Ministero del nuovo Governo”.
C’è da dire che l’Italia è uno dei primi paesi al mondo per denatalità, e questo è un dato numerico non questionabile, sul quale si innestano diverse interpretazioni riguardo alle cause e ai possibili rimedi, alimentando un racconto mediatico che non ha quasi nulla a che vedere con la realtà, ossia con le cause vere e i veri rimedi. “I media raccontano una specie di fiaba – aggiunge Della Vecchia – Le cause contemplate dalla narrazione corrente, ossia quella cara al femminismo, fanno esclusivamente riferimento alla condizione femminile: pochi asili nido, impossibilità di conciliare lavoro (“carriera”) e cura dei figli, basso livello dei salari, esiguità degli assegni, rifiuto maschile di collaborare nell’allevamento dei piccoli e nelle incombenze della vita domestica. Motivazioni prive di fondamento, come prova l’intera storia umana, ma che costituiscono una sorta di depistaggio e insieme il pretesto per continuare ad erogare contributi finanziari soltanto all’universo femminile, a carico di tutti i contribuenti, che peraltro sono soprattutto uomini”.
La cosiddetta Silver Economy rappresenta oggi una quota di spesa pubblica che vale circa il 30% del totale, ma il dato non tiene conto della spesa privata per domanda di servizi domestici di assistenza e cura che è a carico delle famiglie e che occupa circa 1,8 milioni di persone tra badanti e personale domestico. Gli over 65, inoltre, si caratterizzano per un consumo pro-capite medio annuo più elevato, un reddito medio più alto, una maggiore ricchezza reale pro-capite, e una solidità finanziaria superiore; tuttavia, queste caratteristiche socio-economiche della popolazione – sia dal punto di vista demografico che finanziario – a causa dell’attuale livello di denatalità faranno parte della Storia, e non di un ciclo. In poche parole, gli over 65 di oggi, con tali caratteristiche, non esisteranno più, e gli over 65 di domani, vessati da retribuzioni e pensioni di livello di gran lunga inferiore rispetto a quelle di oggi, saranno più poveri e senza alcuna resilienza al ciclo economico, poiché il loro reddito medio non sarà in grado di superare le crisi economiche che ciclicamente si verificheranno.
Ebbene, la percentuale maggiore di reddito degli attuali over 65 è certamente attribuibile agli uomini, e ciò è imputabile alla tradizionale organizzazione familistica italiana – l’uomo porta il reddito, la donna si prende cura della casa e dei figli – che gli over 65 di oggi si porteranno dietro fino alla loro scomparsa. Dalle retrovie generazionali, nel frattempo, arriva la nuova ondata di lavoratori più giovani (Millennials e Generazione Z) che, pur essendo educati dai media ai principi di parità di genere e ai supposti vantaggi che questa dovrebbe portare alla Società Economica, si trovano ad avere retribuzioni molto più basse rispetto a quelle del passato, a parità di mansioni, e sanno già che godranno di pensioni “da fame” a causa dell’incredibile tasso di vecchiaia (già visto prima) di 187 anziani ogni 100 giovani. 
denatalità sia il nuovo atteggiamento maschile nei confronti del matrimonio (o della convivenza) e della procreazione. Un cambiamento di prospettiva che ha diverse cause, tra cui l’espandersi del precariato per i lavoratori uomini c’entra solo in parte. Infatti, le concause principali continuano a non essere neanche sfiorate, e cioè: condizione di subalternità relazionale ed economica maschile, precarietà ormai strutturale dei legami, inaffidabilità degli impegni sul lungo termine, fine di ogni prestigio della figura paterna, asserita vicariabilità del suo ruolo educativo e, last but not least, certezza di un trattamento penalizzante, se va bene, e devastante se va peggio, in sede di separazione”.
“Gli uomini si stanno svegliando – conclude Della Vecchia (nella foto) – e pur se distratti da infinite preoccupazioni hanno maturato progressivamente la percezione corretta della loro condizione e di ciò che comporta il proprio ruolo all’interno della mutata realtà che li circonda e li costringe, a seguito della separazione, a far propria la prospettiva di perdere casa, figli e risorse dopo stressanti e interminabili battaglie legali. Il tutto in un clima generale in cui si celebrano ormai tutte le genitorialità salvo quella dell’uomo etero. Ecco, di questa causa, di questa ben motivata disaffezione maschile alla riproduzione non si parla mai. Alla natura anti-paterna delle sentenze e alle prassi giuridiche anti-maschili non si fa mai cenno. E’ davvero necessario dunque dirne qualcosa e farlo bene, ossia parlarne male. Tanto male”.
In generale, si osserva una riduzione del 20% del numero degli incanti rispetto al 2022, ma il risultato negativo è in parte fisiologico per via dell’elevato numero di aggiudicazioni avvenute nel 2021 e 2022. Nonostante il contesto poco favorevole al comparto, i dati delle aste rimangono comunque incoraggianti, e confermano la tendenza positiva osservata nel 2022. I servizi di prossimità altamente specializzati offerti tramite le reti di intermediazione immobiliare sono il fattore determinante per il successo delle strategie. Considerando che circa il 90% degli incanti parte da un valore base inferiore ad Euro 250.000, la presenza fisica sul territorio di reti con migliaia di affiliati è elemento determinante per l’implementazione di strategie mirate di pubblicizzazione e di assistenza ai potenziali acquirenti. Il presidio fornito dalle strutture centrali, poi, permette di introdurre attività di marketing su tutto il territorio nazionale e su qualunque tipologia di immobili, permettendo di offrire servizi personalizzati e calibrati sull’effettiva appetibilità dei beni.
Nonostante un primo trimestre 2023 caratterizzato da una riduzione dell’attività giudiziale inerente alle procedure esecutive immobiliari, rimane elevato l’interesse sul comparto da parte di potenziali acquirenti. Non abbiamo notato infatti flessioni statisticamente rilevanti nei prezzi o nella partecipazione alle aste a riprova della maturità raggiunta da questo settore negli ultimi anni. Rimane fondamentale nella strategia di vivacizzazione delle aste la sinergia con altre politiche di gestione del credito. Sempre più evidenti sono i
risultati ottenuti con una parallelizzazione dell’attività di gestione stragiudiziale del credito e/o l’attività potenziale di una REOCO (acronimo dall’inglese Real Estate Owned Company, che in italiano significa letteralmente “società proprietaria di beni immobili” – ndr). Su questo tema, RES Credit Management sta lavorando per implementare strategie integrate per l’ottimizzazione della valorizzazione degli immobili anche nei contesti più complessi. La valorizzazione di una garanzia ipotecaria deve quindi essere considerata come un processo complesso che, se ben integrato, può portare a benefici, anche sistemici, molto rilevanti.
In conclusione, la complessità dell’attività di vivacizzazione sta aumentando significativamente in un contesto non favorevole. Proprio per questi motivi continueremo ad investire in tecnologia e ad aprire nuovi canali per raggiungere potenziali acquirenti. Non dimentichiamo però l’aspetto locale ed umano dell’attività di marketing che viene richiesta. In tal senso, il coinvolgimento di Tecnocasa rimane parte fondamentale della nostra strategia di lungo termine. Continuiamo anche l’integrazione con il Gruppo Frascino, una realtà che offre servizi finanziari ed immobiliari in svariati settori con oltre Eur 3.7bn di masse gestite, nell’ambito delle costruzioni e dei servizi immobiliari che possono essere un valore aggiunto per le attività commerciali delle reti locali.
L’evoluzione tecnologica sta cambiando profondamente il settore finanziario, tanto da presentare diverse sfide per i futuri CFO (acronimo dell’inglese Chief Financial Officer), che si trovano a ricoprire un ruolo sempre più strategico per le organizzazioni. Ciò include la valutazione delle opportunità di investimento, l’identificazione dei rischi, la creazione di collaborazioni efficaci con i CHRO (Chief Human Resource Officer) ei CIO (Chief Information Officer) e l’identificazione di nuovi talenti. I dipartimenti finanziari devono essere sempre più agili, poiché negli ultimi anni, segnati da numerose avversità globali, essi hanno dovuto controllare la liquidità cercando di impiegare le giuste persone e tecnologie per creare un vantaggio competitivo, anche in tempi di cambiamento e instabilità. La ricerca evidenzia che per raggiungere questo obiettivo, oltre il 77% degli intervistati ritiene essenziale il passaggio della gestione finanziaria a una soluzione cloud.
“I CFO di seconda generazione devono definire il proprio ruolo e capire come l’innovazione finanziaria può aggiungere valore all’azienda. In questo senso l’adozione di architetture dati unificate basate sul cloud può diventare fondamentale”, ha dichiarato Fabrizio Ceriotti, presidente ANDAF Lombardia. Infatti, è ormai chiaro che sia l’intelligenza artificiale (AI) che l’apprendimento automatico (ML) possano svolgere un ruolo fondamentale per il futuro della finanza, supportando alcune attività come previsioni finanziarie, rilevamento delle frodi, valutazione del rischio, analisi dei dati e automazione dei processi ottimizzando gli stessi. “Le soluzioni tecnologiche che integrano i vari processi consentono alle aziende di eliminare i silos procedurali e tecnici per ottenere informazioni in tempo reale e quindi ripianificare gli obiettivi in base alla loro analisi, poiché consentono di pianificare, elaborare e analizzare i risultati derivanti dalle risorse umane in ogni momento del ciclo economico, ottimizzando il posizionamento delle persone all’interno dell’organizzazione”, ha affermato Augusto Abbarchi (nella foto), Country Manager di Workday per l’Italia.
I vantaggi di cui possono beneficiare i CFO da AI e ML sono i seguenti:
Nel frattempo, il ruolo del CFO sta diventando sempre più strategico: devono collaborare con i vertici dell’intera organizzazione e fornire indicazioni e analisi finanziarie a supporto del processo decisionale, ma devono anche saper cogliere le opportunità e gestire i rischi. Pertanto, è importante sviluppare una condivisione della strategia di trasformazione digitale dell’organizzazione e del ruolo di ciascun leader nel raggiungimento di tale trasformazione. Per fare ciò, il team finanziario deve collaborare in modo efficace con i team HR e IT per fornire dati processabili. “I CFO hanno una grande responsabilità: devono capire come le loro aree di interesse si allineino con quelle degli altri leader dell’organizzazione e mettere in atto processi strutturati per promuovere una collaborazione efficace con loro”, ha spiegato Vittorio Biassoni (nella foto), vicepresidente ANDAF Lombardia e curatore della ricerca. “Per stare al passo con le esigenze dell’economia digitale diventa fondamentale la collaborazione tra tre asset chiave dell’azienda: capitale, tecnologia e persone”.
A giugno il Giappone ha registrato una forte performance, e la Cina/Hong Kong si è finalmente ripresa dopo due mesi negativi. Le prese di profitto nel segmento tecnologico in Asia hanno portato a una sovraperformance del segmento value rispetto a quello growth. Il Sud-Est asiatico è rimasto stabile, a eccezione della Tailandia. Le azioni di Stark Corp sono crollate sul mercato azionario thailandese a seguito di uno scandalo contabile e di falsi in bilancio, influenzando negativamente il sentiment degli investitori. Nel frattempo, la crescita economica in Asia continua a essere in leggero indebolimento. Gli indici PMI a maggio sono rimasti al di sotto della linea di espansione in Corea
del Sud, Vietnam e Taiwan, ma si sono spostati al di sopra in Cina. L’indice dei prezzi al consumo è sceso nuovamente a maggio nella regione. Nel corso del mese la Bank of China ha abbassato il tasso di riferimento di 10 punti base. Prevediamo ulteriori tagli nel secondo semestre del 2023. Il paniere valutario asiatico è sceso ai minimi annuali a causa dell’aumento dei tassi statunitensi a breve termine che ne erodono il valore. L’inversione della curva dei rendimenti negli Stati Uniti è tornata ai livelli precedenti la crisi della Silicon Valley Bank/Credit Suisse. Ciò sta chiaramente mettendo sotto pressione le aziende con un elevato livello di indebitamento.
Il quadro geopolitico della regione rimane instabile. La visita in Cina del Segretario di Stato americano Anthony Blinken è chiaramente un segnale della volontà di entrambe le parti di migliorare nuovamente il dialogo. Tuttavia, il commento successivo del Presidente Biden che ha definito Xi Jinping un “dittatore” non è stato d’aiuto. L’inaspettata marcia verso Mosca del Gruppo Wagner, poi bruscamente annullata dal suo leader Yevgeny Prigozhin, ha chiaramente rivelato la debolezza dell’attuale struttura politica. È comunque troppo presto per trarre conclusioni. “A giugno i settori che hanno registrato le migliori performance all’interno del portafoglio sono stati l’healthcare, la tecnologia e i materiali di base, mentre il settore immobiliare, l’energia e i beni di prima necessità sono rimasti indietro”, conclude Zimmermann. “Abbiamo preso parzialmente profitto nel segmento tecnologico, ma abbiamo aumentato la ponderazione verso i titoli industriali e di consumo”.
In caso di separazione dei genitori, infatti, la nostra giurisprudenza si è ormai fossilizzata nell’alzare un muro divisorio, confinando la donna-madre nel compito arcaico di accudimento della prole e l’uomo-padre nel compito altrettanto arcaico di reperimento di risorse economiche per il sostentamento, con la concessione di piccoli sconfinamenti dell’uno nel territorio dell’altra, mantenendo però netta la divisione dei compiti assegnati: non si vieta alla donna di lavorare, ma sia chiaro che il ruolo di mantenimento spetta all’altro; non si vieta all’uomo di “visitare” i figli, ma sia chiaro che il ruolo di accudimento spetta all’altra.
E così, in qualunque tribunale italiano si continua ad applicare le norme interpretandole in base alla divisione fra compiti da donne e compiti non da donne. Era una stortura a monte della riforma sull’affidamento condiviso (legge 54/2006), nata proprio per correggerla, ma la stortura è rimasta tale e quale, e ancora oggi si assiste alla restaurazione sistematica dell’asimmetria tra un genitore prevalente ed un genitore marginale, esattamente ciò che il Legislatore del 2006 intendeva eliminare. A questo approccio giudiziario è stato dato il nome anglofono di Maternal Preference, che già negli anni ’70 gli Stati Uniti consideravano superato, iniquo nei confronti dei genitori, ma soprattutto contrario al best interest della prole.
Se analizziamo il fenomeno sotto il profilo economico, tale forzata arretratezza nella visione della famiglia ha imposto negli anni una sorta di tassa occulta alle famiglie italiane, ed in special modo proprio alle donne. Infatti, in Italia la difficoltà di conciliare vita e lavoro si acuisce con la nascita di un figlio. Secondo il Rapporto Plus 2022 (indagine condotta dall’Inapp), quasi una donna su cinque (18%) tra i 18 e i 49 anni non lavora più dopo la gravidanza, e solo il 43,6% decide di continuare (il 29% nel Sud e Isole). La motivazione principale delle intervistate è la conciliazione tra lavoro e compiti di cura dei figli (52%), seguita da valutazioni di opportunità e convenienza economica (19%). Ebbene, in occasione della separazione, anziché assicurare alle donne percorsi immediati di inserimento/reinserimento nel mondo del lavoro, la Maternal Preference agisce come un potente sonnifero, “addormentando” sul nascere qualunque ambizione di indipendenza economica della donna separata/divorziata, costretta com’è a mantenere per lunghissimo tempo il ruolo di “percettrice di assegno di mantenimento” che, nella media generale, non basta nemmeno a pagare l’affitto di un monovano con angolo cottura.
Tale accanimento egemonico in relazione alla gestione della prole contrasta con l’emancipazione femminile, e il “possesso” esclusivo dei figli si traduce in oggettive limitazioni della libertà personale. L’innalzamento del muro divisorio tra ruoli maschili e femminili rappresenta un passo indietro di secoli nella storia della civiltà. Eppure accade ogni giorno in ogni tribunale, e nessuno grida allo scandalo tra coloro che non sono direttamente coinvolti nel problema. Alla donna-madre sposata viene “benevolmente” concesso di cercare una realizzazione nel mondo del lavoro, ma il messaggio subliminale è “sia chiaro: in caso di separazione scordati la libertà, il tuo ruolo torna quello atavico di gestione della prole”. Un ruolo di fattrice e balia, un vincolo dal quale la donna ha impiegato secoli ad emanciparsi, ma i magistrati hanno deciso che dei figli se ne occupano le donne: decreti e sentenze dicono che una larga prevalenza femminile nei compiti di cura è inderogabile per principio dogmatico.
Nel terzo millennio i figli acquisiscono il diritto a due genitori assiduamente partecipi; con la separazione, nel terzo millennio, questo diritto sparisce, con buona pace per le donne e le loro aspirazioni personali di crescita sociale ed economica. Abbiamo sempre pensato ai diritti umani come inalienabili, ma proprio la culla del Diritto ci dice il contrario: i diritti di una donna, di un uomo ma soprattutto di un bambino cambiano, e cambiano radicalmente, in funzione di come cambiano gli equilibri nella coppia. E’ quantomeno singolare che i diritti dei figli siano subordinati allo stato civile dei genitori; non è un’assurdità di poco conto, visto che in Italia si contano ogni anno più di 100.000 tra separazioni e divorzi, e l’intera società occidentale viaggia spedita verso il 50% di famiglie separate.
Secondo quanto emerge da una recente ricerca realizzata da Research and Markets, entro i prossimi 7 anni si assisterà ad un’importante espansione del settore a livello globale, che passerà dai 25,3 miliardi di dollari del 2022 ai 37,3 del 2030 (+47%), grazie a un tasso di crescita medio annuo composto del 5%. Uno dei fattori trainanti di questo settore è legato al risparmio di tempo e dei costi che l’esternalizzazione del servizio consente, riducendo la necessità di formare personale interno addetto alle paghe e permettendo allo stesso tempo ai team HR di concentrarsi su aree più strategiche per le organizzazioni. “Le aziende hanno necessità di dedicarsi completamente
al business aziendale, e in particolar modo gli HR devono essere sempre più attenti al benessere dei dipendenti delle proprie aziende”, dichiara Ivan Moretti, Co-Owner & Board Member di Zeta Service. Spesso infatti le aziende scelgono questi servizi per eliminare l’eccessiva manualità e il dispendio di tempo che queste attività impongono ai dipendenti, riducendone il benessere all’interno dell’azienda. In quest’ottica, l’automazione e l’intelligenza artificiale permetteranno di semplificare e ottimizzare ulteriormente i processi di gestione degli stipendi, supportando il lavoro delle risorse dell’azienda.
Il trend di crescita a livello globale si riflette anche a livello europeo: secondo quanto emerge dalla ricerca realizzata da Allied Market Research in Europa, per esempio, la crescita più rilevante nel mercato del Payroll Outsourcing si è registrata nel 2021, in virtù soprattutto dell’aumentato utilizzo di applicazioni mobili e basate sul cloud, ma anche per via delle normative governative che spingono sempre più aziende ad investire nel cloud computing. Questo mercato sembra essere florido anche in Italia, dove la maggior parte delle imprese si rivolge ad aziende specializzate in paghe ed amministrazione in outsourcing. “L’outsourcing è sempre più richiesto data la crescente riduzione delle competenze all’interno degli uffici del personale e la difficoltà nel reperire nuove risorse, che, vista la poca offerta, diventano sempre più preziose”, spiega ancora Moretti.
Quello del payroll in outsourcing è dunque un servizio davvero necessario per le aziende, considerando anche che spesso la gestione interna può comportare errori e perdite economiche anche abbastanza importanti: si parla in questo caso di “Payroll Leakage”. La nota rivista Forbes US riporta, tra gli errori più frequenti, la classificazione errata dei dipendenti o la mancata conoscenza di nuove normative, che spesso comportano il pagamento di importanti sanzioni. Ancora, il mancato rispetto delle scadenze nel pagamento delle tasse o degli stipendi può rappresentare un problema fiscale ma anche organizzativo, generando il malcontento dei propri dipendenti, esattamente come l’errato calcolo delle retribuzioni. Pertanto, diventa fondamentale l’esternalizzazione dei servizi.
In quest’ottica, i trend che guideranno il mercato del payroll nel futuro saranno diversi. Innanzitutto lo smart working, che è diventato ormai parte integrante del mondo del lavoro ma richiede il mantenimento di un elevato coinvolgimento dei dipendenti per via dell’implicito distanziamento sociale che esso comporta nel luogo di lavoro, rendendo meno attrattive le aziende che lo applicano su larga scala. Un secondo trend è rappresentato dal Partner Unico: le aziende cercano un partner unico per tutta l’area dei servizi HR, quindi un unico interlocutore anche per il payroll. Il controllo sui dati è un altro trend importantissimo, poiché le aziende hanno sempre più bisogno di accesso immediato a dashboard e reportistiche legate ai costi del personale, da condividere con la casa madre. In tal senso, il payroll outsourcing giocherà un ruolo ancora più fondamentale grazie all’intelligenza artificiale e alla sua capacità di elaborare le analisi predittive dei costi del personale.
Infine, la Digitalizzazione, che grazie all’espandersi del lavoro a distanza sta spingendo sempre più aziende a digitalizzare le comunicazioni, anche quelle legate agli aspetti amministrativi, con i propri dipendenti. Relativamente al rischio di violazione dei dati sensibili – che la digitalizzazione amplifica ineluttabilmente – le aziende si affideranno sempre di più ai partner outsourcing perchè hanno già sistemi di protezioni dati più evoluti e, quindi, più sicuri e meno costosi.








