Ecco i dati di un sondaggio online sulle abitudini di risparmio degli italiani: in cosa sono più propensi a spendere e quali sono i loro obiettivi finanziari a lungo termine.
Di Sara Marazza
Sono stati recentemente pubblicati i dati di un sondaggio a cui hanno partecipato 1.000 italiani appassionati di finanza, appartenenti alle quattro generazioni principali di riferimento: Generazione Z, Millennials, Generazione X e Baby Boomers. Dai dati emerge un quadro interessante sulle abitudini di risparmio e di spesa delle diverse generazioni. La Generazione Z si distingue infatti per l’elevato tasso di risparmio e gli ambiziosi obiettivi finanziari. I Millennials mostrano invece un forte interesse per il mondo delle criptovalute, mentre la Generazione X si dimostra la più informata in merito agli investimenti. In generale, le esperienze di viaggio sono una priorità comune per tutte le generazioni, dimostrando l’importanza che viene data alle esperienze e all’arricchimento personale.
Indipendentemente dalle preferenze individuali, risparmiare denaro è un obiettivo condiviso da tutte le generazioni a confronto, che mirano a costruire un futuro finanziariamente solido e sicuro. Secondo i dati raccolti a maggio 2023, la Generazione Z si distingue per essere quella che risparmia di più, con un impressionante 91,2% che dichiara di mettere da parte denaro ogni mese. A seguire, l’88,1% dei Millennials, l’82,64% degli appartenenti alla Generazione X e il 68,75% dei Babyboomers. il 42,1% delle persone, a prescindere dalla generazione di riferimento, ha un obiettivo di risparmio. L’obiettivo medio di risparmio è di circa 322,82 euro mensili: la Generazione Z ha un obiettivo di risparmio più alto della media, pari a 455,73 euro mensili, seguita dai Millennial con 329,48 euro, la Generazione X con 358,08 euro e infine i Babyboomers con 313,00 euro.
Relativamente alle motivazioni principali che inducono a risparmiare denaro, le risposte risultano omogenee in tutte le generazioni. In particolare:
– il 51,9% considera il fatto di avere un fondo economico per le emergenze come priorità principale,
– il 16,3% risparmia mensilmente per l’acquisto di una casa,
– l’11% risparmia per finanziare gli studi, che siano per se stessi o per i figli,
– il 10,9% ha come priorità il risparmio finalizzato a un fondo pensione,
– il 9,9% risparmia mensilmente per poter viaggiare.
I viaggi si rivelano essere la scelta di “investimento e crescita personale” più popolare, con il 67,8% delle persone che preferisce investire in esperienze di viaggio. Seguono le esperienze in generale (63,3%), il cibo e i ristoranti (54,3%), la cura della persona (37,2%), gli acquisti per la famiglia (27,8%), gli investimenti (15,7%) e la ristrutturazione della casa (13,3%). Inoltre, il 73,6% degli intervistati avrebbe voluto risparmiare di più di quanto ha fatto finora. Tra le generazioni, i Babyboomers sono quelli che si sentono più soddisfatti, con solo il 31,25% che avrebbe voluto risparmiare di più. Al contrario, i Millennial e la Generazione X si collocano su livelli simili, con il 66,7% e il 62,6% rispettivamente che avrebbero voluto risparmiare più denaro. La Generazione Z si posiziona a metà strada, con il 66,1% che avrebbe voluto risparmiare più di quanto fatto finora.
la Generazione X risulta essere quella maggiormente incline agli investimenti. Il 33,8% dichiara di aver investito nel mercato azionario, seguita dal 31,25% dei Babyboomers. Per quanto riguarda il mercato delle criptovalute, sono di nuovo gli appartenenti alla Generazione X a essere i più interessati, con il 28,9% che dichiara di interessarsi attivamente al mondo delle cripto. A seguire, il 27,9% dei Millennials, il 23,5% della Generazione Z e il 12,5% dei Babyboomers. Infine, la Generazione X è quella che dichiara di avere una maggiore conoscenza delle cripto (54,2%), seguita dai Millennials (54,1%), dai Babyboomers (50%) e dalla Generazione Z (49%).



Gli indicatori anticipatori del ciclo economico segnalano un rallentamento dell’economia e forse anche una recessione nei prossimi trimestri. L’aspetto positivo è che per la maggior parte delle economie mondiali gli indicatori anticipatori hanno smesso di peggiorare e danno qualche prima indicazione di stabilizzazione. Al contrario, gli indicatori coincidenti (PMI) indicano che l’espansione economica è ancora forte. La recessione è probabilmente in arrivo, ma dovrebbe essere modesta, grazie alla forza del mercato del lavoro.
Nonostante la riduzione delle offerte di lavoro, il mercato del lavoro è comunque ancora così “stretto” che la diminuzione non ha un impatto negativo sulla crescita dei salari, che rimane elevata. Inoltre, il tasso di disoccupazione rimane stabile perché non ci sono abbastanza persone disponibili a lavorare rispetto alle posizioni aperte. Ciò giustifica l’attuale crescita salariale superiore alle medie storiche, che probabilmente si manterrà su questi livelli anche nei prossimi mesi. “In assenza di una recessione economica, il lavoro delle banche centrali potrebbe essere più difficile del previsto”, conclude Conca (nella foto).
Nonostante la finalità di sottoscrivere una polizza vita sia quella previdenziale e non esattamente quella finanziaria pura, anche le polizze vita “a gestione separata” vengono spesso considerate da chi le sottoscrive – e spesso anche da chi gliele consiglia – delle vere e proprie forme di gestione del risparmio, anche perché la somma pagata viene effettivamente investita dalla compagnia in titoli di Stato o strumenti finanziari diversi, ma sempre con basso profilo di rischio in modo da garantire a scadenza il capitale e un rendimento minimo. Le polizze vita con finalità di investimento sono le unit linked, nelle quali le somme versate verranno impiegate in un paniere di attività che segue l’andamento dei mercati finanziari di riferimento (azionari, obbligazionari, etc), e che possono quindi generare o meno un rendimento positivo.
La collaborazione tra banche e compagnie assicurative per la distribuzione di prodotti assicurativi è nata in Italia nei primi anni ’90, e traeva spunto dall’esperienza francese dei primi anni ‘70. L’inizio di questa collaborazione stretta è databile nel 1989 con la seconda Direttiva Europea sulle banche, grazie alla quale le nuove regole di libero insediamento delle banche all’interno del territorio europeo accresceva il livello di concorrenzialità del settore. Con tale direttiva, la linea netta di separazione tra il settore assicurativo e bancario scompare, e si diffondono le partecipazioni reciproche tra banche e imprese del settore assicurativo. Questo processo di “globalizzazione finanziaria” spinge alla nascita di nuove sinergie, nuovi prodotti e contratti innovativi. Da qui, la spinta di banche e compagnie assicurative verso la “bancassicurazione”, che compensava con nuove fonti di ricavo il calo del margine d’interesse.
In questo contesto sono nati, anche nel mercato italiano, prodotti assicurativi ad alto contenuto finanziario, che a loro volta hanno spinto verso la crescita di alcuni modelli di bancassicurazione, tra i quali quello maggiormente diffuso è basato su una semplice partnership; questa permette alle banche di vendere prodotti assicurativi tramite i loro sportelli, collaborando con una o più imprese assicurative idonee a costruire una offerta diversificata e completa, nella più totale autonomia gestionale da parte della imprese coinvolte. E’ proprio sotto l’egida di questo modello distributivo che la compagnia Eurovita ha operato e si è sviluppata negli anni, stringendo importanti accordi commerciali con numerose reti di consulenza finanziaria e con decine di banche regionali e nazionali.
Non è un caso, pertanto, che allo scoppio della “questione Eurovita” il mondo della consulenza finanziaria è andato in fibrillazione, poichè i clienti coinvolti erano decine di migliaia, e a molti di questi le polizze a gestione separata, e cioè quelle che più rischiano da una eventuale messa in liquidazione della compagnia, erano state “vendute” come strumenti di investimento ultra sicuri e privi di ogni rischio sul capitale. Con la crisi di Eurovita, pertanto, c’è il forte timore di una possibile prossima crisi di fiducia da parte dei consumatori verso l’intero settore assicurativo. Non a caso nel corso del 2023 i riscatti delle polizze vita stanno aumentando a livelli mai visti prima, ed è facile prevedere che, non appena terminerà il periodo di congelamento dei riscatti delle polizze Eurovita (previsto per il 30 Giugno ma probabilmente prorogato al prossimo 30 Settembre), assisteremo ad una corsa al disinvestimento che solo l’acquisizione della compagnia da parte di gruppi bancari super-solidi potrà mitigare.
Serve, pertanto, rassicurare il pubblico dei risparmiatori con una strategia che, accanto ad un ultimo rinvio dello sblocco dei riscatti, preveda una soluzione immediata da parte dei gruppi bancari che acquisiranno le quote di attività di Eurovita, in modo tale da avere un periodo di tempo sufficiente per rassicurare gli assicurati-investitori, uno per uno, sulla riconquistata sicurezza del proprio capitale di polizza. Il tempo trascorso dal primo blocco dei riscatti, infatti, è già stato troppo lungo per non gettare un ombra sul settore assicurativo e per non convincere gli investitori che il conto corrente e/o i titoli di stato siano gli strumenti più idonei, in questo momento storico di grandi incertezze economiche, per rifugiarsi nella eterna illusione del “capitale garantito”, che garantito non è mai.
Il DDL Capitali è una riforma che di fatto semplifica i vincoli burocratici e incentiva le operazioni di quotazione societaria. All’art 3 c’è la previsione relativa alla possibilità (quindi su base volontaria e non obbligatoria) di dematerializzare le quote delle Srl, come già previsto per altri strumenti finanziari. Pertanto, le quote delle Srl potranno assumere forma scritturale e la società emittente potrà richiedere l’assegnazione del codice Isin – il codice internazionale che identifica in maniera univoca gli strumenti finanziari – con conseguente inserimento dello strumento finanziario nel conto titoli detenuto dai singoli investitori presso i propri Istituti di credito. La semplificazione nella circolazione dello strumento finanziario favorisce anche la creazione di un mercato secondario – su piattaforme debitamente autorizzate dall’Autorità Finanziaria – e conseguentemente la “liquidabilità” dell’investimento.
La nuova norma contiene una serie di importanti misure a sostegno del mercato dei capitali in un momento davvero critico, nel quale le PMI incontrano grandi difficoltà di accesso al credito per vie della stretta creditizia e, di conseguenza, hanno bisogno di nuove strade per attuare il finanziamento tramite una maggiore partecipazione esterna di terzi soggetti (gli investitori) al capitale di rischio. E così, con questa rivoluzionaria previsione normativa – che mentre scriviamo si trova a circa metà strada nel suo iter di approvazione – si creerebbe ope legis un
nuovo mercato secondario che fa delle quote di Srl una vera e propria asset class da introdurre nei portafogli degli investitori più evoluti, con l’effetto implicito di realizzare un maggior livello di “democratizzazione” degli investimenti e una spinta verso nuovi programmi di educazione finanziaria. Quest’ultima, infatti, è la risorsa imprescindibile per attribuire consapevolezza sul rischio connesso e per far sì che l’investimento nella economia reale – di per sé molto più rischioso di quello in capitale di rischio di grandi aziende – non crei un esercito di investitori scontenti.
Secondo Antonella Grassigli (nella foto), CEO e Co-Founder di
dell’atto di acquisto e la certificazione del passaggio di titoli e azioni. Anche questo passaggio viene eliminato”. “Su tutto – conclude Antonella Grassigli – sarà importante poi scegliere le piattaforme che garantiscano rigorosa selezione delle opportunità d’investimento da parte di operatori in grado di valutare il potenziale di crescita dell’azienda e sostenibilità del suo modello di business, in modo da ridurre il rischio di execution: informazioni che devono essere disponibili per l’investitore, rese di facile lettura e comprensione per favorire un investimento informato e consapevole. La formazione, attraverso la disintermediazione guidata, è quindi un pilastro fondamentale per far crescere i singoli e l’ecosistema in generale”.
Dopo anni di risultati positivi, le condizioni finanziarie più restrittive stanno avendo un impatto significativo sui consumi e sugli investimenti in Italia. Sul fronte delle imprese, la liquidità in eccesso si è attestata nel 2022 a circa 120 miliardi di euro, ossia 10 miliardi in meno rispetto alla fine del 2021. I margini delle imprese sono migliorati notevolmente nel 2022 (+1,5%), raggiungendo il 43,1% del valore aggiunto lordo, il livello più alto dal 2018. Un dato che rappresenta una sorta di importante cuscinetto contro l’impatto derivante dall’aumento dei tassi sui prestiti bancari. Parallelamente, anche la liquidità delle famiglie è in diminuzione, con un tasso di risparmio sceso al minimo storico: 7,3% del reddito disponibile a fine 2022, molto al di sotto della media storica del 12,7%.
Una forma di sostegno in questo momento storico proviene dai crediti d’imposta per l’efficienza energetica degli alloggi (“superbonus” e “bonus facciate”), dalle misure di sostegno governativo introdotte per mitigare l’impatto dei prezzi elevati dell’energia e dai progetti legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) che sosterranno le prospettive di investimento. “L’inasprimento della politica monetaria – dichiara Ludovic Subran (nella foto), Chief economist Allianz Trade -aumenterà i rischi di rivedere al ribasso le prospettive economiche poiché normalmente un ciclo di rialzi ha un effetto ritardato anche di 18 mesi sulla produzione. Ci attendiamo quindi che il pieno impatto dell’inasprimento dei tassi di interesse raggiunga il picco nel quarto trimestre dell’anno e si protragga nel 2024. I primi segnali sono già evidenti con la contrazione del credito privato alle imprese”
Dal report però, arrivano anche buone notizie, in particolare relative all’export. Secondo Allianz Trade infatti, il 2023 porterà una crescita di export addizionale in valore pari a circa 50 miliardi di euro, con il 43% proveniente principalmente da Germania, Francia, Usa, Svizzera e UK. “Nonostante il contesto economico – sottolinea Luca Burrafato (nella foto), Responsabile Paesi Mediterranei, Medio Oriente e Africa per Allianz Trade – prevediamo che il Made in Italy nel 2023 porterà una crescita di export addizionale in valore pari a circa 50 miliardi di euro, con il 43% proveniente principalmente da Germania, Francia, Usa, Svizzera e UK. Quest’anno sarà ancor più necessario lavorare con i giusti partner, visto il rimbalzo delle insolvenze che cresceranno del 21% a livello globale”.
Una previsione che dà fiducia per il futuro anche in considerazione dello scenario attuale, in cui l’Italia si è distinta rispetto ai paesi dell’Eurozona con una crescita del PIL nel primo trimestre del +0.6%. La media dei paesi dell’Eurozona invece si attesta allo 0.0 / 0.1%. Merito anche della crescita dei consumi privati che hanno inciso per lo 0.3%. Più lenta invece la crescita degli investimenti, che hanno influito con uno 0.2%. Ruolo centrale in questo processo, è ovviamente quello dell’inflazione, che solo a maggio ha subito un reale processo di calo. Anche in questo caso, il rapporto di Allianz Trade avanza previsioni molto realistiche. Infatti, in uno scenario di tendenziale calo, le pressioni inflazionistiche si attesteranno al 5,9% nel 2023 e al 2,2% nel 2024. Quindi in netto calo rispetto all’8,2% dello scorso anno, quando è stato raggiunto il massimo storico nell’ottobre 2022 con l’11,8%. Un calo graduale ma costante, dovuto anche alla riduzione del costo dell’energia e delle materie prime.
Il mercato rimane concentrato sulla fine del ciclo di aumenti dei tassi di interesse e del suo impatto sull’economia globale. Sebbene le economie stiano chiaramente rallentando, è improbabile che ci sia una profonda recessione. I dati sull’occupazione sono forti e i consumi stanno dimostrando resilienza. La maggior parte delle banche centrali ha indicato che siamo vicini a una pausa dei rialzi dei tassi di interesse, anche alla luce delle recenti insolvenze bancarie che rallenteranno l’erogazione di credito determinando una contrazione delle condizioni finanziarie equivalente a un aumento dei tassi di interesse da 25bps a 50bps.
Visto che il prezzo delle azioni generalmente anticipa gli eventi economici di circa 6 mesi, è probabile che l’attuale modesto rallentamento economico sia già stato prezzato dalla correzione di mercato dello scorso anno. Nel breve termine, le azioni dovrebbero essere supportate dal graduale processo di disinflazione e dalla stabilizzazione dei tassi di interesse. Quello che determinerà la direzione di medio termine del mercato è la traiettoria dell’inflazione. Se l’inflazione sarà più persistente rispetto alle aspettative delle banche centrali, il mercato potrebbe iniziare a prezzare la necessità di ulteriori aumenti dei tassi di interesse. Questo causerebbe ulteriori ribassi del mercato. “Durante maggio, il fondo ha venduto Iqvia (healthcare) allocando i proventi su una serie di posizioni esistenti incluse Heico, Thermo Fisher, Danaher, Nike e S&P Global”, conclude Garbarino (nella foto). “A livello settoriale, il portafoglio non ha banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi. Il portafoglio è sovrappeso sul settore finanziario, industriale e chimico. I tecnologici sono leggermente sotto pesati”.
Pertanto, nel caso in cui entrambi gli ex coniugi abbiano vissuto nel benessere economico e nell’agiatezza anche successivamente al divorzio, si pone un interrogativo profondo sulla effettiva applicazione di questa previsione normativa. Questo perché, innanzitutto, l’assegno da chiedere giudizialmente a carico dell’eredità non è una semplice continuazione di quello che la titolare percepiva mentre l’ex marito era in vita, ma costituisce un diritto nuovo ed autonomo, che poggia la sua ratio su basi differenti da quelle che sostengono la natura dell’assegno divorzile. Per questo motivo, è necessario un nuovo pronunciamento giudiziale per avere riconosciuta questa misura a carico degli altri eredi e, soprattutto, la sua entità. Sarà il tribunale ad accertare discrezionalmente la sussistenza dei suoi presupposti, e cioè che:
Relativamente al presupposto dello stato di bisogno, esso va interpretato in maniera restrittiva, di modo che l’assegno a carico dell’eredità debba essere attribuito solo quando la ex moglie divorziata non è in grado di provvedere autonomamente alle proprie esigenze minime di vita; questa ultime, a loro volta, vanno analizzate secondo la sua posizione sociale, per cui il giudice dovrà condurre una analisi dei bisogni minimi – non del tenore di vita! – della ex moglie superstite avendo rispetto “delle sue essenziali e primarie esigenze esistenziali, che non possono rimanere insoddisfatte se non a costo di un deterioramento fisico o psichico” (Cass. civ., 17 luglio 1992, n. 8687). Questo, ovviamente, se le risorse economiche e patrimoniali già possedute dal coniuge divorziato superstite non consentano di soddisfare in totale autonomia tali esigenze.
Relativamente alla quantificazione di tale assegno, i parametri utilizzabili devono ricomprendere altri fattori, come l’importo dell’assegno di divorzio percepito finchè l’ex marito era in vita, l’eventuale pensione di reversibilità, l’entità del patrimonio lasciato agli eredi, il numero di questi ultimi e, soprattutto, le loro condizioni economiche. In particolare, il limite massimo dell’assegno di cui potrebbero essere gravati gli eredi è costituito dall’importo dell’assegno divorzile di cui era titolare il coniuge divorziato superstite, in modo tale da evitare che qualche giudice “creativo” possa stabilire una somma maggiore rispetto a quella di cui era gravato il de cuius. Infine, l’assegno graverà solo sulla quota disponibile, cioè su quella parte di patrimonio di cui il defunto poteva disporre liberamente per testamento, tutelando così quella parte di eredità che la legge necessariamente riserva ai legittimari.
Relativamente alla sorte della casa familiare assegnata dal tribunale alla ex moglie (avviene nel 92% circa dei casi), c’è da dire che Il diritto di abitazione non può essere eliminato automaticamente alla morte dell’ex marito, poiché si tratta di un diritto personale di godimento concesso alla ex moglie in funzione del “vincolo di destinazione collegato all’interesse dei figli”; i quali nel 95% dei casi vengono collocati dai tribunali con la madre. Di conseguenza, tale diritto si estingue soltanto per il venir meno dei presupposti che ne hanno determinato l’assegnazione, e cioè la morte della ex moglie assegnataria, il compimento della maggiore età dei figli o il conseguimento da parte degli stessi dell’indipendenza economica, il trasferimento ad altra abitazione, il passaggio a nuove nozze o ad una convivenza more uxorio della ex moglie oppure, infine, la sua mancata utilizzazione (Cassazione n. 772/2018).
lasciato in eredità a terzi proprio quella casa, utilizzando la quota disponibile? Quest’ultima, in assenza di figli è pari fino al 100% (in assenza di genitori superstiti) mentre in loro presenza è uguale al 50% del patrimonio (con un solo figlio) o al 33,3% (con due o più figli). Ebbene, non è raro che, quando l’ex marito divorziato possiede un ingente patrimonio, venda mentre è ancora in vita la proprietà della casa familiare a terzi (di solito un parente stretto) oppure, se esistono figli legittimari, attribuisce a questi per via testamentaria altri beni, diversi dalla casa familiare, fino a concorrenza della quota “di riserva”, ossia della quota da attribuire necessariamente agli eredi legittimi.
Il peso dei cinque titoli con la maggiore capitalizzazione di mercato (Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon e NVIDIA) costituisce quasi un quarto della capitalizzazione dell’indice. Già Apple, da sola, ha raggiunto una capitalizzazione di oltre 2,5 trilioni di euro, superando addirittura leggermente l’intera capitalizzazione del Russel 2000 (un indice azionario di small cap statunitensi rinomato su scala mondiale). Ulteriori esempi della riduzione dell’ampiezza del mercato sono riscontrabili anch’essi soprattutto negli Usa. Ad esempio, in seguito alla recente crisi del mercato bancario, la capitalizzazione di mercato della più grande banca statunitense, J.P. Morgan, ha superato nettamente quella aggregata delle 143 banche regionali comprese nell’S&P Regional Banks Index.
Lo scorso anno anche la performance del titolo della casa automobilistica statunitense Tesla ha riflesso questi sviluppi nel confronto con il resto del mercato globale di tutti i produttori di automobili. Un simile andamento si osserva, al di là delle differenze accessorie, in due delle cinque principali azioni dell’S&P 500, Amazon e il produttore di chip NVIDIA. La capitalizzazione di mercato di quest’ultimo è attualmente pari a quasi 30 volte il fatturato (non l’utile) dello scorso anno. “L’evoluzione fondamentale per lo più ottima di tutti i singoli titoli menzionati sopra potrebbe sicuramente continuare e gli squilibri del mercato potrebbero pertanto ulteriormente rafforzarsi”, sottolinea Christian Schmitt. “Inoltre, le aree del mercato che finora hanno sottoperformato potrebbero recuperare terreno – le quotazioni offrono margini in tal senso – con conseguente riduzione degli squilibri. In ogni caso è importante essere a conoscenza di questi sviluppi e seguirne l’andamento”.
L’attività di trading effettuata tramite algoritmi si è intensificata moltissimo negli ultimi mesi, facendo salire artificiosamente un mercato che era invece esposto al rischio di scendere. E così i retail investors (ora il 10% di tutti volumi) hanno occupato il vuoto lasciato dagli investitori istituzionali (fondi pensione, hedge funds, fondi sovrani, family office, ecc.), i quali in realtà hanno gradualmente abbandonato il mercato azionario Usa già da qualche anno – in particolare tra il 2016 e il 2019 (BofA Global Research) – a causa delle valutazioni non più favorevoli, della scarsa trasparenza dei bilanci e dell’intensa attività di buy back, fatta in molti casi per manipolare al rialzo gli EPS e sostenere i prezzi. All’interno di questo scenario, i retail investors si sono fatti strada grazie alla creazione di piattaforme di trading con commissioni “zero” (Robinhood, Charles Schwab, Ameritrade, Interactive Brokers, ecc), le quali vengono compensate dai profitti sui tassi d’interesse applicati sul leverage utilizzato dagli investitori privati americani (che di norma operano a leva 2/3 volte sul capitale investito).
Risulta poi abbastanza sospetto che, mentre negli ultimi mesi i buy back sono saliti al record di sempre, i CEO delle società vendano azioni a ritmi record (CDT Capital management Insider Sentiment Ratio, Aprile 2023). È un’ulteriore conferma della scarsa appetibilità del mercato Usa, la recente newsletter di Berkshire Hathaway sulla chiusura del bilancio annuale della società di Warren Buffet, che evidenzia la mancanza di opportunità per veri investitori, al punto da indurre Buffet a migrare in Giappone (per la prima volta) alla ricerca di alternative. La “migrazione” dei capitali dei grandi investitori (Real Money) è in realtà iniziata già dal 2013/2014, con un deflusso medio di 1,5 trilioni di dollari all’anno, al punto tale che oltre 9 trilioni di dollari sono entrati nei Private Markets.
La grande attività degli algoritmi (70% dei volumi) facilita la manipolazione degli indici nel breve termine ed evidenzia la fragilità strutturale del mercato e non la sua forza (come molti credono). Prendiamo il caso della notizia sul tetto del debito USA, di cui si è discusso nelle scorse due settimane in tutti i media del mondo. La “creazione del consenso” riguardo a una view è generalmente fatta dai media e dalla ricerca delle case d’investimento, che si focalizzano su una notizia che viene trattata con uno spazio molto più importante rispetto ad altre (es. fallimenti bancari e dei futuri problemi sul credito all’economia). Ebbene, il focus delle informazioni sul tetto del debito porta l’attenzione degli algoritmi sulla probabilità degli eventi conseguenti positivi o negativi. Poiché la probabilità di un default Usa era molto bassa mentre quella di trovare un accordo è decisamente più alta, lo spostamento del focus del mercato su un evento ad alta probabilità positiva crea un bias positivo degli algoritmi sul mercato.
E così, l’impatto congiunto di banche d’investimento, media finanziari e algoritmi riesce a spostare il focus di breve termine su notizie che possono avere una distribuzione statistica di eventi positivi favorevoli (sempre nel breve termine), mettendo in secondo piano eventi che hanno invece risultati statistici più negativi al 90% (restrizione del credito). Pertanto, per generare un bias positivo degli algoritmi basta spostare il focus delle notizie e delle analisi da una notizia di mercato che poteva essere destabilizzante a qualcosa che ha elevate probabilità di non esserlo. Nel frattempo però i fondamentali sottostanti continuano a deteriorarsi, ma ovviamente l’algoritmo non se ne può accorgere, dato che la strategia è quella di dargli in pasto eventi di breve termine per tenerlo occupato su fenomeni ad alta probabilità di evento positivo.
Si verificano così le cadute verticali del mercato, dove è praticamente impossibile vendere, e gli algoritmi, sorpresi da eventi non “programmati in anticipo”, si spengono e interrompono l’operatività abbandonando il mercato. La struttura attuale del mercato azionario americano sembra studiata per evitare impatti negativi provocati dalle “mini crisi”, ma non può impedire il deterioramento inesorabile e ormai costante dei fondamentali, che procureranno comunque la crisi del sistema. È ovvio che tutto quello che viene fatto attraverso questi meccanismi di manipolazione serve a fare in modo che gli asset investiti rimangano focalizzati di volta in volta sugli eventi di breve periodo, cercando di far perdere importanza alle dinamiche fondamentali.
I fallimenti bancari non sono un indicatore di un economia solida e prospera. È comunque evidente che questo sistema non convince quasi più nessuno, dato che in questi anni abbiamo assistito a vari tentativi di “fuga dal sistema” finiti anche male. Trilioni sui Private Markets, centinaia di miliardi sulle criptovalute, e recentemente fughe di capitali sull’Oro (con le Banche centrali di tutto il mondo in prima fila in questo flusso). I bond di breve termine ad alto rating creditizio attirano capitali a ritmi molto più elevati dei mercati azionari, dato che i flussi di acquisto sui Titoli di Stato continuano nonostante i tassi reali su tali investimenti siano sempre negativi. Anche questo flusso è una conferma di una minore propensione al rischio. Molti sentono puzza di bruciato se anche Warren Buffet aumenta il cash in portafoglio.
È ovvio che questi tentativi di manipolazione non potranno modificare comunque i fondamentali sottostanti, che continueranno a peggiorare inevitabilmente e metteranno il sistema finanziario americano in una posizione di insostenibilità sia fiscale che finanziaria (oggi il debito estero Usa è il 90% del Pil vs il 45% del 2008). Il cedimento dei consumi è già iniziato e, guarda caso, la lotta sul tetto del debito si concentra sui sussidi ai cittadini americani che non riescono ad arrivare a fine mese, sussidi pubblici che hanno finora sostenuto i pagamenti delle rate sul debito privato contratto in questi anni e hanno impedito l’impennata dei default sul credito durante e dopo il Covid.
A un certo punto, il sistema capitalistico americano ha chiesto l’intervento statale per mantenersi e riuscire a pagare il debito fatto per sostenere consumi e Pil. L’indice del mercato azionario è rimbalzato su tali interventi (insostenibili) ma rimane tuttora solo un fuorviante indicatore per far credere che sia tutto ok. Gli algoritmi non possono cambiare un sistema in crisi, possono solo aiutare, nel breve periodo, a manipolare un mercato che non è più sostenuto dai fondamentali. Cercare di sostenere a oltranza un mercato su livelli poco difendibili, mentre i fondamentali sono già in evidente cedimento da tempo, aumenta gli spazi di downside e peggiora la situazione, dato che la tenuta del mercato dipende sempre meno dagli investitori e sempre più dalla speculazione di breve termine.
Al momento nessuna economia (Cina, Usa, Europa) sembra nelle condizioni di poter contrastare il cedimento innescato dalla fine degli stimoli fiscali e monetari post Covid, gli unici fattori che hanno sostenuto il rimbalzo del ciclo negli ultimi 12/18 mesi. È evidente che gli algoritmi non possono cancellare la macroeconomia che, in modo sempre più pronunciato, fa emergere fondamentali in netto e progressivo peggioramento in tutte le principali economie (il consenso creato sul China reopening è un flop). Nel frattempo, le aspettative di una imminente inversione della traiettoria dei tassi d’interesse (Fed Pivot), si stanno decisamente ridimensionando, mentre i bond sono tornati ad essere il competitor degli investimenti in equity dopo 14 anni di Qe. Questo evento è strutturale e conferma la nostra view strategica: long bonds e short equity.








