Le azioni cinesi registreranno modesti guadagni nella seconda metà del 2023, poiché gli investitori temono che il governo rimanga inattivo sugli stimoli monetari necessari a ribaltare un’economia vacillante.
L’indice di riferimento CSI 300 delle azioni continentali cinesi salirà probabilmente di circa il 3% in questo trimestre, mentre l’indice Hang Seng di Hong Kong potrebbe avanzare di meno del 6%, secondo la stima mediana di 18 analisti e gestori di fondi intervistati da Bloomberg questa settimana. I dati economici deboli sono stati citati come la preoccupazione principale, eclissando i rischi geopolitici e una potenziale recessione degli Stati Uniti.

Mentre la maggioranza degli analisti ha affermato che il mercato ha toccato il fondo, le proiezioni di fine anno suggeriscono che i principali indicatori non riusciranno a rivedere i picchi toccati durante il rally di riapertura dopo le restrizioni della politica “zero Covid”. Le prospettive cupe mostrano che gli investitori non si aspettano alcun cambiamento né punti di svolta per il mercato azionario, con le autorità che rimangono silenziose sulla concessione di ulteriori stimoli su larga scala per sostenere l’economia. Pertanto, secondo gli analisti di Citigroup Inc. la Cina è sull’orlo di una trappola della fiducia che si autoalimenta, mentre l’impulso iniziale alla riapertura inizia a svanire e l’obiettivo di crescita dell’indice Hang Seng – che comprende principalmente società della Cina continentale – si è ridotto.
Le prospettive sulle azioni appaiono sempre più fortemente dipendenti da un paniere di misure di stimolo, e dopo aver iniziato il 2023 alla grande, gli operatori hanno perso la fiducia sulla preannunciata seconda tappa del rally dei mercati. Del resto, una serie di dati chiave mostra la contrazione dell’attività manifatturiera e la perdita di forza dei servizi, e questo ha danneggiato il sentiment, appiattendo il CSI 300 rispetto ai guadagni a due cifre in Giappone, Taiwan e Corea del Sud. L’HSI ha perso oltre il 4%, tra le peggiori performance in 92 indici primari tracciati da Bloomberg, poiché non sembra esserci una soluzione facile ai problemi economici della Cina. I consumatori non sono disposti a spendere, la disoccupazione giovanile è ai massimi livelli, i produttori stanno lottando mentre la domanda diminuisce in patria e all’estero. L’imponente debito pubblico locale e la debolezza dello yuan suggeriscono che lo spazio per un allentamento aggressivo attraverso strumenti monetari e fiscali rimane limitato.
Sebbene gli intervistati si aspettino un rialzo compreso tra il 7% e l’11% circa per gli indici di Hong Kong e della Cina continentale entro la fine dell’anno, i livelli previsti rimangono al di sotto dei massimi raggiunti alla fine di gennaio. Lo Shanghai Composite Index è un’eccezione, con la previsione leggermente al di sopra del picco di maggio. Gli investitori esteri hanno venduto 2,7 miliardi di yuan netti (372 milioni di dollari) di azioni continentali nel periodo aprile-giugno, segnando il primo deflusso trimestrale da settembre. Per ripristinare la fiducia, gli investitori chiedono un aumento del sostegno fiscale sotto forma di buoni di consumo e agevolazioni fiscali. Particolarmente urgente è la necessità di rilanciare il mercato immobiliare, mentre la crescita dei prezzi delle case rallenta di nuovo. Gli osservatori del
mercato stanno aspettando che vengano annunciate misure più significative, inclusa la rimozione delle restrizioni agli acquisti nelle città di alto livello. I commercianti sperano in catalizzatori dalla riunione del Politburo di luglio, in cui i massimi responsabili delle decisioni guidati dal presidente Xi Jinping dovrebbero discutere nuove misure per rilanciare i settori immobiliare e dei consumi. “Penso che ci sia un consenso sul fatto che qualcosa debba essere fatto sul fronte della politica immobiliare“, ha affermato Jizhou Dong, responsabile della ricerca immobiliare cinese presso Nomura Holdings. “Se non ci sarà un rimbalzo significativo nei mercati immobiliari, gli investitori avranno un visione molto ribassista verso l’intera economia”.
Nonostante le loro modeste aspettative sui rendimenti, solo un intervistato ha affermato che nei prossimi mesi ridurrà l’esposizione alle azioni cinesi. Per alcuni investitori, infatti, lo scetticismo potrebbe essere eccessivo. “Le valutazioni della Cina potrebbero essere troppo ribassiste al momento, e c’è spazio per essere più costruttive nella seconda metà dell’anno”, ha affermato David Chao, stratega del mercato globale per l’Asia Pacifico presso Invesco Asset Management. Sebbene nessuna delle misure sarà abbastanza significativa da muovere i mercati di per sé, saranno considerevoli una
volta sommate, ha affermato. Anche il BlackRock Investment Institute ha mantenuto il suo rating, sovrappesando le azioni cinesi nelle sue prospettive di metà anno, affermando che l’asticella per le sorprese al rialzo è bassa date le valutazioni attuali. Tuttavia, una serie di declassamenti degli obiettivi dell’indice da parte delle principali banche – con UBS che si unisce a Goldman Sachs e Morgan Stanley nel ridurre le previsioni dell’MSCI China – evidenziano un crescente ribasso. C’è anche la possibilità che la riunione del Politburo di luglio possa deludere, proprio come la riunione del Consiglio di Stato di metà giugno ha deluso per via dell’assenza di misure concrete.



Creare il proprio futuro significa attivarsi nel momento presente, affidandosi ai principali trend che lo caratterizzano e, soprattutto, lo innovano: con queste parole è possibile definire il settore delle banche, che, secondo una serie di ricerche condotte sulle principali testate del settore da Espresso Communication per QuestIT, si affideranno sempre più alla intelligenza artificiale. Le prime conferme in merito giungono da Springer, gruppo editoriale di fama internazionale, e da un recente studio denominato “L’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel settore bancario: una revisione sistematica della letteratura”.
Stando a quanto indicato dalla ricerca, negli USA ben 8 banche su 10 sfrutteranno le potenzialità dell’IA in vista dei prossimi anni per migliorare i propri servizi e, di conseguenza, il business generale. Il trend, però, coinvolge il mondo intero: secondo International Banker il mercato dell’intelligenza artificiale applicata all’universo bancario supererà quota 64 miliardi di dollari di fatturato entro il 2030. Ora una domanda sorge spontanea: quali ragioni spingono i direttori di banca ad abbracciare la tecnologia del momento? In primis la possibilità di analizzare i dati in un modo veloce ed efficace (60%), seguono l’incremento della produttività (59%) e la riduzione dei costi a livello generale (54%). Il trend coinvolge anche l’Europa e, secondo American Banker, anche la Germania con i più importanti istituti di credito del Paese pronti a raddoppiare i propri investimenti in termini d’innovazione.
E l’Italia? L’IA viene adoperata maggiormente all’interno delle realtà bancarie del Nord (79%), alle quali fanno seguito quelle del Centro (14%) e del Sud (7%). Questi ultimi dati emergono da un’indagine interna condotta su un campione di organizzazioni del territorio proprio da un’azienda made in Italy, ovvero QuestIT che, attraverso l’intelligenza artificiale, realizza avatar e assistenti virtuali di ultima generazione che possono aiutare le banche ad abbracciare il futuro fin da subito. “L’universo bancario, dopo quello medico e delle HR, sarà quello più influenzato positivamente dalle nuove tecnologie – afferma Francesco Elmi, Marketing Manager di
QuestIT – I dati raccolti sono una conferma ulteriore del cambiamento che stanno apportando gli istituti di credito di tutto il mondo. Anche l’Italia non resta di certo a guardare e quest’evoluzione dipende dalle proposte innovative dei partner che, in vista dei prossimi anni, saranno chiamati ad essere efficaci e pronti a soddisfare le esigenze delle organizzazioni del territorio. Gli assistenti virtuali, infatti, possono essere inseriti all’interno di totem o piattaforme e, di conseguenza, guidare i clienti nella ricerca delle informazioni oppure prendere gli appuntamenti nel minor lasso di tempo possibile”.
L’intelligenza artificiale potenzia il costumer care perché garantisce alle banche un servizio attivo 24/7 su diversi canali in più lingue, rispondendo così ad oltre 1600 messaggi al giorno e trovando una soluzione alle richieste dei clienti in soli 3 minuti. In secondo luogo, gli assistenti virtuali di ultima generazione sono capaci di analizzare e raggruppare grandi quantità di dati estremamente complessi e migliora l’esperienza del singolo cliente perché lo segue passo dopo passo. A questo proposito, l’innovazione avveniristica, grazie alle componenti di emotion e attention detection che comprendono le espressioni facciali delle persone, è in grado di capire se il messaggio da lui divulgato è stato compreso nel migliore dei modi oppure no. Inoltre, l’IA velocizza il processo di selezione degli HR recruiter che sono alla ricerca di figure qualificate o alle prime armi da inserire nel team.
Ecco, quindi, le 7 applicazioni più sorprendenti dell’intelligenza artificiale all’interno delle banche:
– Velocizza e perfeziona la selezione degli HR recruiter che possono così valutare solo ed esclusivamente i profili in linea con i criteri da loro indicati all’interno delle offerte di lavoro.
Se la pandemia aveva già evidenziato alcuni dei vantaggi di affidarsi a un mediatore creditizio che agevolasse il dialogo con gli istituti bancari reso difficoltoso dalle limitazioni di accesso alle filiali, oggi ci troviamo di fronte a uno scenario in cui prodotti e tassi sono soggetti a cambiamenti repentini. Chi deve accendere un mutuo trova nel mediatore creditizio un consulente che giuda i consumatori verso la scelta più conveniente e conforme alle singole necessità. Per dare concretezza a questa affermazione, è interessante effettuare una simulazione ipotizzando le condizioni di un mutuo del valore di 150.000 euro e della durata di 25 anni. Prima della guerra, tra il peggiore e il migliore mutuo, a parità di importo
erogato e durata, la differenza tra le rate era compresa in un gap di 10-20 euro/mese. A giugno 2023, lo scenario si è notevolmente modificato: comparando il miglior mutuo a tasso fisso in promozione con un mutuo a un tasso di mercato sopra il 4% si delinea una differenza nel range di 100-150 euro tra le rate mensili che, proiettata sull’intera durata del mutuo, corrisponde ad un risparmio complessivo che varia dai 30 ai 45 mila euro totali per le 300 rate. “Si tratta di un importo rilevante, che avvalora l’importanza di affidarsi a mediatori creditizi preparati ed imparziali”, osserva Riccardo Bernardi, Chief Development Officer di 24MAX.
Dal sondaggio condotto da 24MAX emerge, infatti, che più dell’85% di chi è interessato ad accendere un mutuo manifesta un atteggiamento tra il negativo e il prudenziale. La survey, infatti, evidenzia che l’80% di chi si rivolge a un consulente finanziario è in cerca di informazioni e chiarimenti e si affida completamente alla competenza dell’esperto. “In un momento così particolare, scegliere il prodotto giusto può fare la differenza in modo sostanziale”, sottolinea Bernardi. “Per fare qualche esempio, ad aprile alcune banche con cui collaboriamo hanno lanciato un mutuo con tasso fisso al 2,99%, che ovviamente ha riscosso grande interesse da parte della nostra clientela; a giugno sono partite altre interessanti campagne con tasso fisso al 3,5% per gli under 36 e per LTV inferiore al 50%”. Esempi che confermano l’importanza di una consulenza non vincolata a un’unica banca.
La survey condotta da 24MAX, inoltre, conferma la dominanza del tasso fisso, con una percentuale che si attesta al 94,6% delle preferenze e che – secondo Bernardi – allo stato attuale potrebbe quasi portare verso l’azzeramento dei tassi variabili. Parallelamente, si registra una tendenza all’allungamento della durata dei mutui, dovuta alla ricerca di rate mensili più contenute. Dal sondaggio, infatti, risulta che il 66,1% dei mutui è a 30 anni, seguito da quelli a 25 anni che quotano per il 30,4%. inoltre, cresce la percentuale degli under 36, che nell’83,9% dei casi si dichiarano esplicitamente motivati all’acquisto grazie alle agevolazioni fiscali e alle promozioni a loro dedicate dagli istituti bancari. Una categoria, quella degli under 36, sempre più dominante, che predilige bilocali (51,8%) e trilocali (41,1%) prevalentemente ubicati nell’hinterland delle città (64,3%).
A monte di tutto, gli istituti bancari sembrano indirizzati coralmente a prendere vantaggio da questa fase di rialzo dei tassi – che si presume comunque temporanea nel medio periodo – per attribuire maggiore peso ai mutui a tasso fisso, stipulati ad un tasso medio del 4%, e per realizzare così una struttura di ricavi che, in una proiezione di lunghissimo periodo, saranno maggiori rispetto a quelli (risicati o molto bassi) ottenuti nel periodo della “bolla dei tassi negativi“, con i mutui a tasso fisso concessi anche allo 0,80% (settembre 2021). Prova ne sia che i mutui a tasso variabile, per via della previsione di un sensibile ribasso dei tassi nei prossimi 24-36 mesi, vengono proposti oggi ad una media del 5%, scoraggiando i richiedenti in un momento in cui, al contrario, converrebbe proprio il tasso variabile.
Il principale motivo dietro a quest’impennata? Sicuramente la volontà di trasformare gli edifici delle città in smart building, ovvero strutture in grado di ridurre le emissioni di gas (attualmente le metropoli e gli edifici che ne fanno parte sono responsabili del 36% delle “gas emission” europee totali). Entrando più nel dettaglio, il settore delle ristrutturazioni edilizie comprende una serie di attività e, tra queste, ne esiste una che si prenderà sempre più la scena nel presente e nel futuro: l’ammodernamento degli ascensori. Infatti, mediante la sostituzione completa di un impianto o di singoli componenti, è possibile dotare l’ascensore di connettività, consentendo l’attivazione di un’ampia serie di servizi digitali a valore aggiunto. In questo caso non si parla più di un semplice spostamento tra piani, bensì di elevatori smart capaci di offrire un’esperienza di utilizzo unica, semplificando la vita quotidiana degli utenti e dei gestori.
Restando sulla stessa lunghezza d’onda, il mercato globale relazionato all’ammodernamento degli ascensori, come indicato da Industry Arc Analysis, chiuderà il 2023 con più di 13 miliardi di dollari di fatturato. Ma non è tutto, perché entro il 2030, infatti, l’asset sfiorerà i 20 miliardi di ricavi con una crescita media annuale composta pari al 9,5%. Cosa caratterizzerà le città e gli ascensori del futuro? Secondo Giovanni Lorino, Amministratore Delegato di
“Di recente – continua Giovanni Lorino – abbiamo elaborato insieme a European House Ambrosetti il 1° Rapporto strategico sugli “smart building”. L’obiettivo primario è l’evoluzione del parco immobiliare italiano verso una transizione sostenibile, la decarbonizzazione e l’efficientamento energetico. E sotto questo punto di vista, saranno fondamentali gli ascensori, anzi gli ascensori di ultima generazione. L’intelligenza artificiale, inoltre, permetterà di monitorare le prestazioni dei singoli elevatori, rendendo possibile anticipare eventuali imprevisti e apportare, all’interno di un arco temporale relativamente breve, modifiche o aggiornamenti mirati ed efficaci. E con l’intelligenza artificiale basata su cloud è possibile archiviare i dati relativi ad ogni singolo ascensore e, in seguito, analizzarli al fine di individuare possibili malfunzionamenti, evitare fermi impianto non programmati e garantire la massima disponibilità degli impianti stessi”. 
Nonostante molte aziende siano fiduciose in merito ad un graduale aumento delle vendite, grazie ad una progressiva ripresa della domanda da parte di consumatori e imprese, vengono espressi forti dubbi in merito ad un incremento dei profitti a causa delle perduranti pressioni sui costi operativi anche se l’inflazione continua a rallentare. In particolare, più della metà (55%) delle aziende intervistate nella regione prevede una crescita delle vendite, mentre solo il 39% si aspetta un aumento della profittabilità nei prossimi mesi. Tale preoccupazione è amplificata dal timore di un inasprimento dei costi di gestione del rischio di credito commerciale, giustificato da un atteso peggioramento dei comportamenti di pagamento dei clienti B2B. Le aziende dell’Europa dell’Est esprimono timori nei confronti di tempi più lunghi di incasso delle fatture, cui si accompagnano maggiori costi relativi a monitorare e gestire tali insoluti. In particolare, secondo gli intervistati, l’aumento dei costi potrebbe compromettere seriamente la loro redditività e rappresentare un ostacolo alle attività commerciali e di sviluppo del business.
Difficoltà nella gestione dei flussi di cassa è un’altra importante preoccupazione riportata dalle aziende in Europa dell’Est. Il 79% degli intervistati prevede che il tempo medio di incasso delle fatture (DSO) resterà stabile nei prossimi mesi, o migliorerà di poco. Mentre il 21% si aspetta un deterioramento del DSO e possibili pressioni sulla liquidità. Già in questi mesi, molte aziende intervistate in Europa dell’Est hanno adottato misure per velocizzare i tempi di incasso delle fatture, come dilazioni di pagamento più brevi, oltre a maggiore efficienza nei processi di recupero crediti, per mantenere adeguati livelli di liquidità e a ridurre il ricorso a finanziamenti esterni che avrebbe potuto ulteriormente impattare sulla struttura dei costi.
Per proteggere la redditività in un tale contesto di inasprimento del rischio di credito, molte aziende dell’Europa dell’Est hanno accresciuto il ricorso agli strumenti di gestione del rischio di credito. Il 49% delle aziende intervistate prevede di proseguire con una gestione del rischio di credito commerciale attraverso risorse interne, approccio questo che da molti è stato ritenuto non idoneo a perseguire una gestione strategica del rischio. Questo spiegherebbe perché circa il 20% in più di aziende rispetto allo scorso anno ha dichiarato di voler prendere in considerazione il ricorso all’assicurazione del credito nei prossimi 12 mesi, per proteggere il business dal rischio insolvenza e liberare al tempo stesso liquidità.
Thomas Langen, Direttore Regionale di Atradius per la Germania, l’Europa Centrale e Orientale, ha dichiarato: “Nonostante l’inflazione stia rallentando e gli impatti siano stati lievemente mitigati dalla forza delle valute locali dei Paesi dell’Est Europa, la pressione sul contesto economico resta alta. La minaccia di un forte inasprimento dei costi comporterà la riduzione dei margini di profitto e metterà a rischio la redditività delle aziende. In questo clima, la protezione dei crediti commerciali risulta di vitale importanza per le imprese che operano in tutti i settori”. Massimo Mancini (nella foto), Direttore di Atradius per l’Italia ha commentato: “La congiuntura economica attuale resta complessa e piena di sfide per i prossimi mesi. Molte aziende, comprese quelle dell’Europa dell’Est, dovranno affrontare un peggioramento dei comportamenti di pagamento delle aziende loro clienti, e questo avrà ripercussioni significative sui livelli di liquidità necessari ad agevolare operatività e percorsi di crescita. Sono le stesse aziende, pertanto, che riconoscono la necessità di gestire il rischio di credito commerciale attraverso gli strumenti assicurativi specifici che il mercato mette a loro disposizione”. 
Allo stesso tempo, le organizzazioni devono bilanciare i costi e la sicurezza, garantendo nel contempo la conformità alle normative ESG. Avere le competenze e il talento giusti per affrontare tutti questi argomenti sarà la base per una trasformazione aziendale di successo e per una crescita aziendale sostenibile a lungo termine. Secondo l’InfoBrief, nel 2023 le organizzazioni manifatturiere dovranno affrontare i seguenti problemi di business:
Purtroppo la mancanza di competenze sta influenzando la trasformazione e le operazioni aziendali. Ciò è dovuto principalmente alla mancanza di lavoratori esperti di tecnologia digitale nella fabbrica, alla mancanza di competenze di ingegneria del software integrate per sviluppare prodotti intelligenti e connessi, oltre alla mancanza di competenze di sicurezza informatica per proteggersi dagli attacchi. Ciò è unito alla necessità di trasformare rapidamente i requisiti in competenze operative, con conseguenti tassi di scarto più elevati nella produzione, aumentando così i costi. L’aumento dei tempi del ciclo di produzione e i problemi di qualità stanno portando a una diminuzione della soddisfazione del cliente e, di conseguenza, a una crescita aziendale limitata.
Per ridurre o eliminare gli impatti negativi delle lacune di competenze ed evitare di rimanere indietro rispetto ai concorrenti globali, i produttori devono affrontare la gestione della forza lavoro e dei talenti dall’inizio alla fine: dall’attrazione dei talenti, all’abilitazione, esperienza e fidelizzazione dei dipendenti. Per garantire l’allineamento con i requisiti aziendali, è necessaria una stretta collaborazione tra CHRO*, CIO* e COO* per ottenere i dati giusti e generare insight fruibili. Infatti, i prerequisiti per una gestione di abilità e talenti di successo includono:
La ricerca IDC mostra che per i produttori EMEA (acronimo di Europe, Middle East and Africa) le maggiori lacune di competenze da colmare sono le capacità di lavorare con grandi set di dati/data science (43%) e le capacità relative alla risoluzione dei problemi/design thinking (41%). Inoltre, dagli stessi dati emerge che il 36% dei produttori sta investendo in ESG/sostenibilità per attrarre nuovi talenti, ed il 48% dei produttori considera le leggi sulla privacy dei dati un importante ostacolo agli investimenti per l’esecuzione di iniziative relative all’esperienza dei lavoratori. “Per affrontare le persistenti carenze della catena di fornitura, l’aumento della concorrenza, l’aumento dei costi e
l’evoluzione delle richieste dei clienti – commenta Augusto Abbarchi (nella foto), Country Manager di Workday per l’Italia – i produttori devono sottoporsi a una fondamentale trasformazione delle loro operazioni, e devono investire per attrarre nuovi talenti e le competenze richieste, migliorare l’esperienza dei dipendenti e migliorare la resilienza operativa attraverso una pianificazione e una gestione della forza lavoro agile e flessibile. Sebbene questi investimenti possano richiedere costi iniziali, gettano le basi per una crescita aziendale a lungo termine e una trasformazione di successo consentendo loro di monitorare e controllare meglio i costi in futuro”.
Per avere successo, pertanto, i produttori dovranno attrarre nuovi talenti e le competenze richieste, creando profili di lavoro desiderabili per gettare le basi per una crescita aziendale a lungo termine; migliorare l’esperienza dei dipendenti per aumentare la soddisfazione e la loro fidelizzazione attuare una pianificazione e una gestione della forza lavoro agile e flessibile, al fine di migliorare il grado di resilienza. Ciò potrebbe richiedere investimenti ora per gestire i costi in futuro, ma questo alla fine creerà le basi per la crescita aziendale e garantirà una trasformazione aziendale di successo.
Secondo i dati statistici più aggiornati, il costo medio di un matrimonio in Italia è di circa 26.000€ (escluso il viaggio di nozze), il numero medio di invitati è di 109, e il 20% delle coppie paga le nozze con i soldi dei regali “in busta” ricevuti dagli invitati. Tradizionalmente, a pagare il matrimonio sono i genitori degli sposi, ognuno secondo le proprie possibilità economiche, ma sono sempre di più le coppie di neo-sposi che sostengono da soli i costi complessivi dell’evento e scelgono organizzazioni meno vistose e finanziariamente più contenute, preferendo spendere una somma maggiore per il viaggio. In ogni caso, quando non sono gli stessi sposi a pagare il proprio matrimonio, chi mette mano al portafoglio? Naturalmente i genitori-patrimonials, e non è raro che la soluzione “fifty-fifty” non sia quella più percorribile per via delle diverse condizioni economiche che possono sussistere tra le due famiglie di origine.
La faccenda, poi, è complicata dalle mille sfaccettature delle varie voci di spesa: abito da sposa, location, catering, fotografo, auto a noleggio, chiesa e bomboniere, solo per citare le più impegnative. Ebbene: a chi toccano? Sulla risposta possono nascere attriti anche pesanti tra i consuoceri, a “scaldare” tutto il periodo di febbrile organizzazione tipico del matrimonio. E meno male che non è più in uso la tradizione secondo la quale “lo sposo porta lo stipendio e la sposa porta la casa” – somma preoccupazione per quei genitori che generavano figlie femmine, soprattutto se in numero superiore ad uno – poiché sempre più spesso entrambi gli sposi hanno una occupazione lavorativa e reddito proprio, e se vogliono una casa di proprietà accenderanno un mutuo salvando le finanze del papà-patrimonial di turno.
Entrando nel dettaglio, il costo del catering per il banchetto può oscillare tra gli 80 e 200 euro a persona; il servizio fotografico completo dai 1.500 ai 3.000 euro; un buon servizio di make-up per la sposa e le donne della cerchia più ristretta (madre della sposa, sorelle e testimoni) dai 200 ai 400 euro a testa; un bouquet da sposa sui 300 euro; la torta nuziale all’incirca 400 euro, un’auto di lusso a noleggio 500 euro, e così via. Da Nord a Sud, poi, il costo medio di un matrimonio è inversamente proporzionale alla ricchezza media delle rispettive aree geografiche, nel senso che laddove il PIL pro capite è maggiore, si spende meno per gli sposalizi. Più precisamente 22.103 euro al Nord, 27.080 euro al Centro e 30.337 euro nel Sud Italia.
E i destinatari della famigerata “partecipazione”, quanto dovranno spendere? Per risolvere questo secolare interrogativo, vengono in aiuto i numeri. Intanto, secondo un recente sondaggio del sito Matrimonio.com, per il 32.6% delle coppie la cifra ideale per il regalo è tra i 100€ e i 150€, per il 26.8% tra i 151€ e i 200€. Per i più dubbiosi, esiste sul web uno strumento assai utile, ossia la
Cosa si aspettano di ricevere le coppie – Regalare oggetti di arredamento o elettrodomestici per arredare la casa è una tradizione che, in Italia, sta perdendo sempre più terreno. Il fatto è che, attualmente, 8 coppie su 10 che si sposano convivono prima delle nozze. In questo senso e, sapendo che il 20% delle coppie paga il matrimonio con il denaro ricevuto dagli invitati, il desiderio della maggior parte delle coppie è che il regalo sia proprio questo. In particolare, il 17.1% non si sbilancia e afferma che vorrebbe ricevere la cifra che faccia sentire più a proprio agio gli invitati. In generale, per conoscere la cifra ideale da regalare agli sposi la linea guida più diffusa è che essa debba coprire, come minimo, il costo del menù, che è di solito una
informazione riservata (ma non proprio impossibile da scoprire, con un po’ di lavoro di intelligence). Anche in questo caso, i numeri vengono in aiuto: se il costo medio di un matrimonio in Italia è di 26.000 euro euro (compreso il viaggio di nozze) e il numero medio di invitati è di 109 (fonte: matrimonio.com), ogni invitato “costa” 238 euro circa, e se escludiamo il solo viaggio di nozze – che ha un valore medio di 5.000 euro e di solito si regola con una lista a parte – il “regalo in busta” o in oggetti di pari valore si aggira mediamente intorno ai 200 euro. Testimoni e parenti stretti esclusi, ovviamente, poichè si presume che faranno regali più impegnativi.
Indipendentemente dalle preferenze individuali, risparmiare denaro è un obiettivo condiviso da tutte le generazioni a confronto, che mirano a costruire un futuro finanziariamente solido e sicuro. Secondo i dati raccolti a maggio 2023, la Generazione Z si distingue per essere quella che risparmia di più, con un impressionante 91,2% che dichiara di mettere da parte denaro ogni mese. A seguire, l’88,1% dei Millennials, l’82,64% degli appartenenti alla Generazione X e il 68,75% dei Babyboomers. il 42,1% delle persone, a prescindere dalla generazione di riferimento, ha un obiettivo di risparmio. L’obiettivo medio di risparmio è di circa 322,82 euro mensili: la Generazione Z ha un obiettivo di risparmio più alto della media, pari a 455,73 euro mensili, seguita dai Millennial con 329,48 euro, la Generazione X con 358,08 euro e infine i Babyboomers con 313,00 euro.
Relativamente alle motivazioni principali che inducono a risparmiare denaro, le risposte risultano omogenee in tutte le generazioni. In particolare:
I viaggi si rivelano essere la scelta di “investimento e crescita personale” più popolare, con il 67,8% delle persone che preferisce investire in esperienze di viaggio. Seguono le esperienze in generale (63,3%), il cibo e i ristoranti (54,3%), la cura della persona (37,2%), gli acquisti per la famiglia (27,8%), gli investimenti (15,7%) e la ristrutturazione della casa (13,3%). Inoltre, il 73,6% degli intervistati avrebbe voluto risparmiare di più di quanto ha fatto finora. Tra le generazioni, i Babyboomers sono quelli che si sentono più soddisfatti, con solo il 31,25% che avrebbe voluto risparmiare di più. Al contrario, i Millennial e la Generazione X si collocano su livelli simili, con il 66,7% e il 62,6% rispettivamente che avrebbero voluto risparmiare più denaro. La Generazione Z si posiziona a metà strada, con il 66,1% che avrebbe voluto risparmiare più di quanto fatto finora.
la Generazione X risulta essere quella maggiormente incline agli investimenti. Il 33,8% dichiara di aver investito nel mercato azionario, seguita dal 31,25% dei Babyboomers. Per quanto riguarda il mercato delle criptovalute, sono di nuovo gli appartenenti alla Generazione X a essere i più interessati, con il 28,9% che dichiara di interessarsi attivamente al mondo delle cripto. A seguire, il 27,9% dei Millennials, il 23,5% della Generazione Z e il 12,5% dei Babyboomers. Infine, la Generazione X è quella che dichiara di avere una maggiore conoscenza delle cripto (54,2%), seguita dai Millennials (54,1%), dai Babyboomers (50%) e dalla Generazione Z (49%).
Gli indicatori anticipatori del ciclo economico segnalano un rallentamento dell’economia e forse anche una recessione nei prossimi trimestri. L’aspetto positivo è che per la maggior parte delle economie mondiali gli indicatori anticipatori hanno smesso di peggiorare e danno qualche prima indicazione di stabilizzazione. Al contrario, gli indicatori coincidenti (PMI) indicano che l’espansione economica è ancora forte. La recessione è probabilmente in arrivo, ma dovrebbe essere modesta, grazie alla forza del mercato del lavoro.
Nonostante la riduzione delle offerte di lavoro, il mercato del lavoro è comunque ancora così “stretto” che la diminuzione non ha un impatto negativo sulla crescita dei salari, che rimane elevata. Inoltre, il tasso di disoccupazione rimane stabile perché non ci sono abbastanza persone disponibili a lavorare rispetto alle posizioni aperte. Ciò giustifica l’attuale crescita salariale superiore alle medie storiche, che probabilmente si manterrà su questi livelli anche nei prossimi mesi. “In assenza di una recessione economica, il lavoro delle banche centrali potrebbe essere più difficile del previsto”, conclude Conca (nella foto).
Nonostante la finalità di sottoscrivere una polizza vita sia quella previdenziale e non esattamente quella finanziaria pura, anche le polizze vita “a gestione separata” vengono spesso considerate da chi le sottoscrive – e spesso anche da chi gliele consiglia – delle vere e proprie forme di gestione del risparmio, anche perché la somma pagata viene effettivamente investita dalla compagnia in titoli di Stato o strumenti finanziari diversi, ma sempre con basso profilo di rischio in modo da garantire a scadenza il capitale e un rendimento minimo. Le polizze vita con finalità di investimento sono le unit linked, nelle quali le somme versate verranno impiegate in un paniere di attività che segue l’andamento dei mercati finanziari di riferimento (azionari, obbligazionari, etc), e che possono quindi generare o meno un rendimento positivo.
La collaborazione tra banche e compagnie assicurative per la distribuzione di prodotti assicurativi è nata in Italia nei primi anni ’90, e traeva spunto dall’esperienza francese dei primi anni ‘70. L’inizio di questa collaborazione stretta è databile nel 1989 con la seconda Direttiva Europea sulle banche, grazie alla quale le nuove regole di libero insediamento delle banche all’interno del territorio europeo accresceva il livello di concorrenzialità del settore. Con tale direttiva, la linea netta di separazione tra il settore assicurativo e bancario scompare, e si diffondono le partecipazioni reciproche tra banche e imprese del settore assicurativo. Questo processo di “globalizzazione finanziaria” spinge alla nascita di nuove sinergie, nuovi prodotti e contratti innovativi. Da qui, la spinta di banche e compagnie assicurative verso la “bancassicurazione”, che compensava con nuove fonti di ricavo il calo del margine d’interesse.
In questo contesto sono nati, anche nel mercato italiano, prodotti assicurativi ad alto contenuto finanziario, che a loro volta hanno spinto verso la crescita di alcuni modelli di bancassicurazione, tra i quali quello maggiormente diffuso è basato su una semplice partnership; questa permette alle banche di vendere prodotti assicurativi tramite i loro sportelli, collaborando con una o più imprese assicurative idonee a costruire una offerta diversificata e completa, nella più totale autonomia gestionale da parte della imprese coinvolte. E’ proprio sotto l’egida di questo modello distributivo che la compagnia Eurovita ha operato e si è sviluppata negli anni, stringendo importanti accordi commerciali con numerose reti di consulenza finanziaria e con decine di banche regionali e nazionali.
Non è un caso, pertanto, che allo scoppio della “questione Eurovita” il mondo della consulenza finanziaria è andato in fibrillazione, poichè i clienti coinvolti erano decine di migliaia, e a molti di questi le polizze a gestione separata, e cioè quelle che più rischiano da una eventuale messa in liquidazione della compagnia, erano state “vendute” come strumenti di investimento ultra sicuri e privi di ogni rischio sul capitale. Con la crisi di Eurovita, pertanto, c’è il forte timore di una possibile prossima crisi di fiducia da parte dei consumatori verso l’intero settore assicurativo. Non a caso nel corso del 2023 i riscatti delle polizze vita stanno aumentando a livelli mai visti prima, ed è facile prevedere che, non appena terminerà il periodo di congelamento dei riscatti delle polizze Eurovita (previsto per il 30 Giugno ma probabilmente prorogato al prossimo 30 Settembre), assisteremo ad una corsa al disinvestimento che solo l’acquisizione della compagnia da parte di gruppi bancari super-solidi potrà mitigare.
Serve, pertanto, rassicurare il pubblico dei risparmiatori con una strategia che, accanto ad un ultimo rinvio dello sblocco dei riscatti, preveda una soluzione immediata da parte dei gruppi bancari che acquisiranno le quote di attività di Eurovita, in modo tale da avere un periodo di tempo sufficiente per rassicurare gli assicurati-investitori, uno per uno, sulla riconquistata sicurezza del proprio capitale di polizza. Il tempo trascorso dal primo blocco dei riscatti, infatti, è già stato troppo lungo per non gettare un ombra sul settore assicurativo e per non convincere gli investitori che il conto corrente e/o i titoli di stato siano gli strumenti più idonei, in questo momento storico di grandi incertezze economiche, per rifugiarsi nella eterna illusione del “capitale garantito”, che garantito non è mai.







