Giugno 26, 2026
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Milano, Roma e Napoli: locazioni a confronto. Studenti: la camera singola meglio della doppia

Tecnocasa ha confrontato alcuni indici degli affitti di Milano, Roma e Napoli. In luce canoni, tipologia più affittata e tempi di locazione. Cosa e come scelgono gli studenti universitari in tema di locazione.

Il 2022 è l’anno in cui i canoni di locazione delle grandi città hanno registrato l’aumento più importante: la domanda cresce, spinta da studenti, lavoratori fuori sede e famiglie che fanno più fatica ad accedere al credito, l’offerta diminuisce sia per l’effetto degli affitti brevi sia perché i proprietari timorosi della morosità preferiscono tenere l’immobile vuoto.

Il 2023, a causa della stretta creditizia operata dal mondo delle banche, rivelerà un aumento notevole della domanda di affitti – soprattutto da parte di quanti non potranno più avere accesso ad un mutuo bancario – e sicuramente un aumento medio dei canoni in tutto il territorio nazionale. Milano si conferma la città con gli incrementi maggiori. La ripresa del mercato si evidenzia anche dai tempi di locazione più brevi: 38 giorni. Limitando l’analisi alle tre metropoli analizzate, è Milano quella con i tempi di locazione più contenuti: 35 giorni. Il bilocale è la tipologia più affittata nelle grandi città (40%), in modo particolare a Milano arriva al 49,9%. A Roma è al 43,5% e a Napoli arriva al 37%. Inoltre, nel capoluogo lombardo prevale il contratto a canone libero (67,0%), così come a Napoli anche se con percentuali più basse (41,7%). A Roma vince il contratto a canone concordato (64,8%). L’affitto per scelta abitativa, infine, prevale a Napoli (77%) e Roma (56,2%) mentre a Milano vince la motivazione studio (34,8%).   

In relazione ai contratti di affitto stipulati da studenti universitari – spesso con garanzie offerte ai proprietari dai genitori – Tecnocasa segnala che il segmento di mercato valeva già l’11,2% a fine 2022; pertanto si prevede una stabilizzazione di questa percentuale, causata dai probabili aumenti, e una sensibile mutazione nelle preferenze degli studenti per quanto riguarda l’alloggiamento. Il dato, naturalmente, sarà più evidente in autunno, periodo in cui la riapertura di corsi universitari richiama una maggiore domanda di alloggi per via del ritorno progressivo degli studenti in presenza. Un trend che continua e che, soprattutto nelle metropoli, rivelando notevoli difficoltà a causa di una bassa offerta, acuitasi negli ultimi anni con l’affermarsi degli short rent.

Come in gran parte  dell’Europa e del Nord America, la necessità di posti letto per studenti sta portando a un aumento degli interventi di student housing, a cui numerosi investitori si stanno dedicando, grazie anche al sostegno previsto dal PNRR. Da Milano a Torino, passando per Bologna e Firenze, sono numerose le operazioni ultimate e ancora in essere, ma non ancora sufficienti a coprire l’importante domanda. Secondo i dati di Tecnocasa e Tecnorete, Torino primeggia con 38,5% di chi cerca per motivi di studio, tallonata da Milano con il 34,8%. In termini di preferenze di alloggiamento, gli studenti esprimono una netta preferenza per la camera singola, prevalentemente per una questione di privacy. La scelta della camera doppia avviene quasi sempre tra persone legate da parentela oppure tra amici. Succede spesso, infatti, che gruppi di amici cerchino un appartamento da condividere. La casa con due camere e due bagni è la soluzione più richiesta.

Le tipologie più locate dagli universitari sono i trilocali (32,1%) e i bilocali (28,4%). Importante la vicinanza a facoltà universitarie (o all’ospedale per chi studia medicina), la tranquillità della zona, la presenza di attività commerciali e di mezzi di trasporto che consentono di raggiungere le zone universitarie quando distanti. La ricerca inizia a partire da giugno. Negli ultimi anni ha acquisito sempre più peso nella scelta dell’abitazione lo stato d’uso dell’immobile, la presenza di mobili nuovi o seminuovi, il collegamento internet e wi-fi. Altro aspetto importante la luminosità dell’appartamento. C’è anche chi chiede il posto per la bici o per il monopattino. Con gli studenti si stipulano soprattutto contratti transitori annuali (69,5% dei contratti che interessano questa categoria di inquilini) e a canone libero (23,2%). Si chiede ai genitori di fornire garanzie con documentazione reddituale.

Capita spesso che, dopo un anno in cui si è in affitto, se i ragazzi confermano la loro scelta accademica, i genitori decidano di acquistare la casa, opzione ancora più probabile se i figli che studiano fuori sede sono più di uno.

Crisi del matrimonio e denatalità: quanto costa al Paese il “fattore anti-maschile”

Retribuzioni e welfare inadeguato contribuiscono a ritardare sempre di più la formazione di nuovi nuclei familiari, rallentando la crescita demografica, ma i media non parlano mai del “fattore anti-maschile”.

Consapevoli e preoccupati per la crisi demografica del nostro Paese, convinti che si facciano meno figli a causa delle condizioni economiche. È la fotografia degli italiani così come emergerebbe dal sondaggio effettuato da EMG Different, realizzato di recente in concomitanza con “Demografica: Popolazione, persone, natalità” (evento organizzato nel sessantesimo anniversario di Adnkronos).

Ben 8 italiani su 10 del campione rappresentativo intervistato (1.500 persone) sono informati sulla crisi demografica e sulle sue implicazioni in ambito sociale ed economico, ed alla consapevolezza corrisponde anche preoccupazione: il 76% degli intervistati si dichiara molto o abbastanza preoccupato soprattutto per il crescente invecchiamento del Paese (51%) e per il rallentamento della crescita economica (40%). Sulle cause della crisi, prevalgono in maniera evidente le condizioni economiche. Perché non si fanno figli? Secondo il sondaggio, per il 37% la ‘colpa’ sarebbe dell’aumento del costo della vita, della precarietà del lavoro (35%), delle basse retribuzioni (29%) e della carenza di servizi per i figli (28%). Molti, inoltre, addebitano le ragioni del basso indice di natalità alle difficoltà di conciliare lavoro e famiglia e, in alcuni casi, anche alla scelta delle coppie di avere figli in età sempre più matura (18).  

Riguardo agli interventi da attuare, in cima alle priorità ci sarebbe l’incremento delle strutture pubbliche per la prima infanzia (35, seguito dalla necessità di maggiori aiuti economici per famiglie con figli (31 e l’immancabile sostegno alle donne per conciliare lavoro e famiglia (29%, uomini non inclusi), l’incentivazione del lavoro femminile ed una maggiore collaborazione degli uomini nella cura della casa e dei figli. Tutto molto bello, peccato che sia il sondaggio che il dibattito che ne è scaturito non rivelino alcuni problemi di fondo, ben più gravi, che i media trovano in qualche modo imbarazzanti, se non addirittura “tabù”. Secondo Rino Della Vecchia* “il calo delle nascite e il processo di “invecchiamento” della popolazione sono in corso da decenni ma per poter emergere ed essere evidenti dal punto di vista demografico hanno dovuto attendere che i decessi superassero le nascite. Solo in questi ultimi anni, pertanto, il fenomeno è esploso in modo eclatante ed è diventato un tema discusso con frequenza tanto che la questione della denatalità è entrata persino nella denominazione di un Ministero del nuovo Governo”.

C’è da dire che l’Italia è uno dei primi paesi al mondo per denatalità, e questo è un dato numerico non questionabile, sul quale si innestano diverse interpretazioni riguardo alle cause e ai possibili rimedi, alimentando un  racconto mediatico che non ha quasi nulla a che vedere con la realtà, ossia con le cause vere e i veri rimedi. “I media raccontano una specie di fiaba – aggiunge Della Vecchia – Le cause contemplate dalla narrazione corrente, ossia quella cara al femminismo, fanno esclusivamente riferimento alla condizione femminile: pochi asili nido, impossibilità di conciliare lavoro (“carriera”) e cura dei figli, basso livello dei salari, esiguità degli assegni, rifiuto maschile di collaborare nell’allevamento dei piccoli e nelle incombenze della vita domestica. Motivazioni prive di fondamento, come prova l’intera storia umana, ma che costituiscono una sorta di depistaggio e insieme il pretesto per continuare ad erogare contributi finanziari soltanto all’universo femminile, a carico di tutti i contribuenti, che peraltro sono soprattutto uomini”.

L’Italia si caratterizza per avere una popolazione mediamente molto longeva (81 anni gli uomini e 85 le donne), con una quota di over 65 tra le più alte al mondo, che secondo i dati di Confindustria crescerà ininterrottamente fino al 2047, quando gli over 65 saranno quasi 20 milioni (ossia il 34% della popolazione complessiva).

L’indice di vecchiaia ha raggiunto il suo massimo storico di 187,6; pertanto, ogni 100 giovani ci sono dunque 187 anziani. Erano 130 nel 2000 e appena 58 nel 1980.

La cosiddetta Silver Economy rappresenta oggi una quota di spesa pubblica che vale circa il 30% del totale, ma il dato non tiene conto della spesa privata per domanda di servizi domestici di assistenza e cura che è a carico delle famiglie e che occupa circa 1,8 milioni di persone tra badanti e personale domestico. Gli over 65, inoltre, si caratterizzano per un consumo pro-capite medio annuo più elevato, un reddito medio più alto, una maggiore ricchezza reale pro-capite, e una solidità finanziaria superiore; tuttavia, queste caratteristiche socio-economiche della popolazione – sia dal punto di vista demografico che finanziario – a causa dell’attuale livello di denatalità faranno parte della Storia, e non di un ciclo. In poche parole, gli over 65 di oggi, con tali caratteristiche, non esisteranno più, e gli over 65 di domani, vessati da retribuzioni e pensioni di livello di gran lunga inferiore rispetto a quelle di oggi, saranno più poveri e senza alcuna resilienza al ciclo economico, poiché il loro reddito medio non sarà in grado di superare le crisi economiche che ciclicamente si verificheranno.

Ebbene, la percentuale maggiore di reddito degli attuali over 65 è certamente attribuibile agli uomini, e ciò è imputabile alla tradizionale organizzazione familistica italiana – l’uomo porta il reddito, la donna si prende cura della casa e dei figli – che gli over 65 di oggi si porteranno dietro fino alla loro scomparsa. Dalle retrovie generazionali, nel frattempo, arriva la nuova ondata di lavoratori più giovani (Millennials e Generazione Z) che, pur essendo educati dai media ai principi di parità di genere e ai supposti vantaggi che questa dovrebbe portare alla Società Economica, si trovano ad avere retribuzioni molto più basse rispetto a quelle del passato, a parità di mansioni, e sanno già che godranno di pensioni “da fame” a causa dell’incredibile tasso di vecchiaia (già visto prima) di 187 anziani ogni 100 giovani.  

Pertanto, si ha la sensazione che le istanze sulla condizione femminile e sulla parità di genere – che è cosa più “rischiosa” delle Pari Opportunità, poiché non tiene conto del principio di Meritocrazia che guida da sempre la Società Economica – vengano usate per “addormentare” il dibattito sui salari troppo bassi e, in Italia, sull’assenza della paga oraria minima (adottata da tutti i paesi occidentali), quasi a significare che tale abbassamento del tenore di vita dei più giovani sia il prezzo da pagare all’affermazione della parità “artificiale” (non meritocratica) tra uomo e donna nel mondo del lavoro. “Tutto è incentrato sulla donna-madre e sulle future madri – dichiara Rino Della Vecchia – ma sull’uomo-padre (o sui futuri padri) neanche una parola, come se il fenomeno della denatalità non debba mai dipendere, per definizione, dalla condizione maschile. Invece, è ormai evidente come la principale causa della denatalità sia il nuovo atteggiamento maschile nei confronti del matrimonio (o della convivenza) e della procreazione. Un cambiamento di prospettiva che ha diverse cause, tra cui l’espandersi del precariato per i lavoratori uomini c’entra solo in parte. Infatti, le concause principali continuano a non essere neanche sfiorate, e cioè: condizione di subalternità relazionale ed economica maschile, precarietà ormai strutturale dei legami, inaffidabilità degli impegni sul lungo termine, fine di ogni prestigio della figura paterna, asserita vicariabilità del suo ruolo educativo e, last but not least, certezza di un trattamento penalizzante, se va bene, e devastante se va peggio, in sede di separazione”.

“Oggettivamente – aggiunge Della Vecchia – è innegabile che nell’ultimo mezzo secolo – dall’entrata in vigore della legge sul Divorzio – milioni di italiani abbiano sperimentato direttamente in qualità di figli, oppure assistito nella veste di parenti, amici, colleghi etc. ai disastri delle separazioni, alle sentenze della Magistratura così smaccatamente anti-paterne, al sistematico boicottaggio della Bigenitorialità e alla restaurazione della c.d. maternal-preference, con tutto il suo portato di prassi ricattatorie ed estorsive favorite a piene mani dai tribunali civili. Tutto questo non può non aver inciso nelle prospettive esistenziali di un numero crescente di uomini, terrorizzati dall’ipotesi di legarsi ”.

“Gli uomini si stanno svegliando – conclude Della Vecchia (nella foto) – e pur se distratti da infinite preoccupazioni hanno maturato progressivamente la percezione corretta della loro condizione e di ciò che comporta il proprio ruolo all’interno della mutata realtà  che li circonda e li costringe, a seguito della separazione, a far propria la prospettiva di perdere casa, figli e risorse dopo stressanti e interminabili battaglie legali. Il tutto in un clima generale in cui si celebrano ormai tutte le genitorialità salvo quella dell’uomo etero. Ecco, di questa causa, di questa ben motivata disaffezione maschile alla riproduzione non si parla mai. Alla natura anti-paterna delle sentenze e alle prassi giuridiche anti-maschili non si fa mai cenno. E’ davvero necessario dunque dirne qualcosa e farlo bene, ossia parlarne male. Tanto male”.

* Scrittore e autore di saggi  sulla condizione maschile in Italia

Comparto delle aste immobiliari, -20% gli incanti. Settore in assestamento

Nonostante il contesto poco favorevole al comparto, i dati delle aste rimangono comunque incoraggianti, e confermano la tendenza positiva osservata nel 2022.

Di Luca Olivieri*

Il mercato delle aste giudiziarie immobiliari in Italia sta vivendo un periodo di assestamento in linea con gli altri comparti del mercato immobiliare. Tale assestamento era ampiamente previsto a seguito del cambiamento della politica monetaria della BCE, a partire dal secondo semestre del 2022, e dopo anni di ripresa successivi alla pandemia l’attuale contesto macroeconomico rende l’investimento immobiliare meno attraente rispetto al passato.

In generale, si osserva una riduzione del 20% del numero degli incanti rispetto al 2022, ma il risultato negativo è in parte fisiologico per via dell’elevato numero di aggiudicazioni avvenute nel 2021 e 2022. Nonostante il contesto poco favorevole al comparto, i dati delle aste rimangono comunque incoraggianti, e confermano la tendenza positiva osservata nel 2022. I servizi di prossimità altamente specializzati offerti tramite le reti di intermediazione immobiliare sono il fattore determinante per il successo delle strategie. Considerando che circa il 90% degli incanti parte da un valore base inferiore ad Euro 250.000, la presenza fisica sul territorio di reti con migliaia di affiliati è elemento determinante per l’implementazione di strategie mirate di pubblicizzazione e di assistenza ai potenziali acquirenti. Il presidio fornito dalle strutture centrali, poi, permette di introdurre attività di marketing su tutto il territorio nazionale e su qualunque tipologia di immobili, permettendo di offrire servizi personalizzati e calibrati sull’effettiva appetibilità dei beni.

Nonostante un primo trimestre 2023 caratterizzato da una riduzione dell’attività giudiziale inerente alle procedure esecutive immobiliari, rimane elevato l’interesse sul comparto da parte di potenziali acquirenti. Non abbiamo notato infatti flessioni statisticamente rilevanti nei prezzi o nella partecipazione alle aste a riprova della maturità raggiunta da questo settore negli ultimi anni. Rimane fondamentale nella strategia di vivacizzazione delle aste la sinergia con altre politiche di gestione del credito. Sempre più evidenti sono i risultati ottenuti con una parallelizzazione dell’attività di gestione stragiudiziale del credito e/o l’attività potenziale di una REOCO (acronimo dall’inglese Real Estate Owned Company, che in italiano significa letteralmente “società proprietaria di beni immobili” – ndr). Su questo tema, RES Credit Management sta lavorando per implementare strategie integrate per l’ottimizzazione della valorizzazione degli immobili anche nei contesti più complessi. La valorizzazione di una garanzia ipotecaria deve quindi essere considerata come un processo complesso che, se ben integrato, può portare a benefici, anche sistemici, molto rilevanti.

In conclusione, la complessità dell’attività di vivacizzazione sta aumentando significativamente in un contesto non favorevole. Proprio per questi motivi continueremo ad investire in tecnologia e ad aprire nuovi canali per raggiungere potenziali acquirenti. Non dimentichiamo però l’aspetto locale ed umano dell’attività di marketing che viene richiesta. In tal senso, il coinvolgimento di Tecnocasa rimane parte fondamentale della nostra strategia di lungo termine. Continuiamo anche l’integrazione con il Gruppo Frascino, una realtà che offre servizi finanziari ed immobiliari in svariati settori con oltre Eur 3.7bn di masse gestite, nell’ambito delle costruzioni e dei servizi immobiliari che possono essere un valore aggiunto per le attività commerciali delle reti locali.

* Amministratore Delegato RES Credit Management, società partecipata dal Gruppo Tecnocasa

Il 77% delle aziende italiane gestirà le finanze nel cloud entro il 2024

Secondo lo studio Workday e ANDAF, il machine learning (ML) e l’intelligenza artificiale (AI) giocheranno un ruolo fondamentale per facilitare l’ingresso delle imprese italiane nel futuro della finanza.

Secondo i CFO italiani evoluzione digitale, dati affidabili e aggiornati, business partnering e fidelizzazione dei talenti sono i 4 pilastri della finanza del futuro. È quanto emerge dalla ricerca “The Future of Finance in Italy”, realizzata da ANDAF e Workday nell’aprile 2023 tramite l’intervista condotta su 117 leader finanziari in Italia. Rispondendo alle domande relative alle loro prospettive sul futuro della funzione finanziaria e alla leadership finanziaria, i leader intervistati hanno evidenziato la necessità di ottimizzare i processi (44% delle risposte) e di migliorare l’agilità di budgeting e forecasting (36%) e di cash management (29 %).

L’evoluzione tecnologica sta cambiando profondamente il settore finanziario, tanto da presentare diverse sfide per i futuri CFO (acronimo dell’inglese Chief Financial Officer), che si trovano a ricoprire un ruolo sempre più strategico per le organizzazioni. Ciò include la valutazione delle opportunità di investimento, l’identificazione dei rischi, la creazione di collaborazioni efficaci con i CHRO (Chief Human Resource Officer) ei CIO (Chief Information Officer) e l’identificazione di nuovi talenti. I dipartimenti finanziari devono essere sempre più agili, poiché negli ultimi anni, segnati da numerose avversità globali, essi hanno dovuto controllare la liquidità cercando di impiegare le giuste persone e tecnologie per creare un vantaggio competitivo, anche in tempi di cambiamento e instabilità. La ricerca evidenzia che per raggiungere questo obiettivo, oltre il 77% degli intervistati ritiene essenziale il passaggio della gestione finanziaria a una soluzione cloud.

“I CFO di seconda generazione devono definire il proprio ruolo e capire come l’innovazione finanziaria può aggiungere valore all’azienda. In questo senso l’adozione di architetture dati unificate basate sul cloud può diventare fondamentale”, ha dichiarato Fabrizio Ceriotti, presidente ANDAF Lombardia. Infatti, è ormai chiaro che sia l’intelligenza artificiale (AI) che l’apprendimento automatico (ML) possano svolgere un ruolo fondamentale per il futuro della finanza, supportando alcune attività come previsioni finanziarie, rilevamento delle frodi, valutazione del rischio, analisi dei dati e automazione dei processi ottimizzando gli stessi. “Le soluzioni tecnologiche che integrano i vari processi consentono alle aziende di eliminare i silos procedurali e tecnici per ottenere informazioni in tempo reale e quindi ripianificare gli obiettivi in ​​base alla loro analisi, poiché consentono di pianificare, elaborare e analizzare i risultati derivanti dalle risorse umane in ogni momento del ciclo economico, ottimizzando il posizionamento delle persone all’interno dell’organizzazione”, ha affermato Augusto Abbarchi (nella foto), Country Manager di Workday per l’Italia.

I vantaggi di cui possono beneficiare i CFO da AI e ML sono i seguenti:
– Eliminazione delle inefficienze attraverso l’interrogazione più rapida delle transazioni ad alto volume.
– Risparmio di tempo automatizzando in modo intelligente le attività manuali e ripetitive con conseguente maggiore precisione e maggiore accuratezza.
– Concentrarsi sulla gestione delle eccezioni mentre l’automazione rileva continuamente modelli e anomalie, evidenziando le aree di preoccupazione che devono essere attenzionate.
– Riduzione del rischio perché eliminando l’intervento manuale si permette di ottimizzare i processi aziendali e accelerare il processo decisionale e le raccomandazioni basate sui dati.

Nel frattempo, il ruolo del CFO sta diventando sempre più strategico: devono collaborare con i vertici dell’intera organizzazione e fornire indicazioni e analisi finanziarie a supporto del processo decisionale, ma devono anche saper cogliere le opportunità e gestire i rischi. Pertanto, è importante sviluppare una condivisione della strategia di trasformazione digitale dell’organizzazione e del ruolo di ciascun leader nel raggiungimento di tale trasformazione. Per fare ciò, il team finanziario deve collaborare in modo efficace con i team HR e IT per fornire dati processabili. “I CFO hanno una grande responsabilità: devono capire come le loro aree di interesse si allineino con quelle degli altri leader dell’organizzazione e mettere in atto processi strutturati per promuovere una collaborazione efficace con loro”, ha spiegato Vittorio Biassoni (nella foto), vicepresidente ANDAF Lombardia e curatore della ricerca. “Per stare al passo con le esigenze dell’economia digitale diventa fondamentale la collaborazione tra tre asset chiave dell’azienda: capitale, tecnologia e persone”.

Lemanik: ripresa del mercato azionario cinese nel medio termine

In portafoglio aumenta la ponderazione verso i titoli industriali e di consumo. Sovrappeso anche per Sud-Est asiatico e Corea del Sud.
 
Nel contesto attuale, in portafoglio manteniamo il sovrappeso nel Sud-Est asiatico e nella Corea del Sud. La nostra esposizione alla Cina rimane sottopesata, poiché vorremmo vedere segnali più forti di sostegno da parte del governo e della Bank of China. Tuttavia, le valutazioni dei titoli cinesi rimangono molto interessanti nel medio termine”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

A giugno il Giappone ha registrato una forte performance, e la Cina/Hong Kong si è finalmente ripresa dopo due mesi negativi. Le prese di profitto nel segmento tecnologico in Asia hanno portato a una sovraperformance del segmento value rispetto a quello growth. Il Sud-Est asiatico è rimasto stabile, a eccezione della Tailandia. Le azioni di Stark Corp sono crollate sul mercato azionario thailandese a seguito di uno scandalo contabile e di falsi in bilancio, influenzando negativamente il sentiment degli investitori. Nel frattempo, la crescita economica in Asia continua a essere in leggero indebolimento. Gli indici PMI a maggio sono rimasti al di sotto della linea di espansione in Corea del Sud, Vietnam e Taiwan, ma si sono spostati al di sopra in Cina. L’indice dei prezzi al consumo è sceso nuovamente a maggio nella regione. Nel corso del mese la Bank of China ha abbassato il tasso di riferimento di 10 punti base. Prevediamo ulteriori tagli nel secondo semestre del 2023. Il paniere valutario asiatico è sceso ai minimi annuali a causa dell’aumento dei tassi statunitensi a breve termine che ne erodono il valore. L’inversione della curva dei rendimenti negli Stati Uniti è tornata ai livelli precedenti la crisi della Silicon Valley Bank/Credit Suisse. Ciò sta chiaramente mettendo sotto pressione le aziende con un elevato livello di indebitamento.

Il quadro geopolitico della regione rimane instabile. La visita in Cina del Segretario di Stato americano Anthony Blinken è chiaramente un segnale della volontà di entrambe le parti di migliorare nuovamente il dialogo. Tuttavia, il commento successivo del Presidente Biden che ha definito Xi Jinping un “dittatore” non è stato d’aiuto. L’inaspettata marcia verso Mosca del Gruppo Wagner, poi bruscamente annullata dal suo leader Yevgeny Prigozhin, ha chiaramente rivelato la debolezza dell’attuale struttura politica. È comunque troppo presto per trarre conclusioni. “A giugno i settori che hanno registrato le migliori performance all’interno del portafoglio sono stati l’healthcare, la tecnologia e i materiali di base, mentre il settore immobiliare, l’energia e i beni di prima necessità sono rimasti indietro”, conclude Zimmermann. “Abbiamo preso parzialmente profitto nel segmento tecnologico, ma abbiamo aumentato la ponderazione verso i titoli industriali e di consumo”.

Separazione e divorzio: i bias della “Maternal Preference” e il diritto alla libertà negato alle donne

La pratica giudiziaria Maternal Preference nelle separazioni è un inganno contro il genere femminile, poiché essa degenera in quanto di più contrario all’interesse delle donne ci possa essere. 

Di Fabio Nestola*

Negli ultimi trent’anni la famiglia italiana ha subito mutamenti epocali, sicuramente superiori alla somma di ogni mutamento registrato nei 2.000 anni precedenti. Dei vistosi cambiamenti sociali e familiari hanno preso atto gli istituti di statistica, ne hanno preso atto i mercati adeguando l’offerta di beni e servizi, ne hanno preso atto i Legislatori adeguando le normative, ne hanno preso atto i media adeguando la comunicazione, ne ha preso atto il mondo accademico adeguando le offerte formative; l’intera Società Civile ed Economica ne ha preso atto, tranne il mondo dei tribunali, dove le lancette dell’orologio del Tempo si muovono più lentamente e dove sembra quasi di vedere il Venerabile Jorge – mitico personaggio creato da Umberto Eco ne “Il Nome della Rosa” – che ripete ai suoi adepti “…non c’è progresso nella Giustizia, ma solo una lenta e sublime ricapitolazione …”.

In caso di separazione dei genitori, infatti, la nostra giurisprudenza si è ormai fossilizzata nell’alzare un muro divisorio, confinando la donna-madre nel compito arcaico di accudimento della prole e l’uomo-padre nel compito altrettanto arcaico di reperimento di risorse economiche per il sostentamento, con la concessione di piccoli sconfinamenti dell’uno nel territorio dell’altra, mantenendo però netta la divisione dei compiti assegnati: non si vieta alla donna di lavorare, ma sia chiaro che il ruolo di mantenimento spetta all’altro; non si vieta all’uomo di “visitare” i figli, ma sia chiaro che il ruolo di accudimento spetta all’altra. 

E così, in qualunque tribunale italiano si continua ad applicare le norme interpretandole in base alla divisione fra compiti da donne e compiti non da donne. Era una stortura a monte della riforma sull’affidamento condiviso (legge 54/2006), nata proprio per correggerla, ma la stortura è rimasta tale e quale, e ancora oggi si assiste alla restaurazione sistematica dell’asimmetria tra un genitore prevalente ed un genitore marginale, esattamente ciò che il Legislatore del 2006 intendeva eliminare. A questo approccio giudiziario è stato dato il nome anglofono di Maternal Preference, che già negli anni ’70 gli Stati Uniti consideravano superato, iniquo nei confronti dei genitori, ma soprattutto contrario al best interest della prole.

Peraltro, la pratica della Maternal Preference è solo ingannevolmente rivolta a vantaggio delle donne, poiché l’attuale gestione delle separazioni è degenerata in quanto di più contrario all’interesse delle donne ci possa essere. Infatti, risulta difficilmente comprensibile per quale motivo le donne, in costanza di matrimonio o di convivenza, chiedano la collaborazione del partner nei compiti di cura della prole, ma con la separazione debbano necessariamente mirare, per miope decreto di un magistrato amante delle prassi, alla gestione unica dei figli e, quindi, alla rinuncia a qualunque forma di autodeterminazione in ambito professionale, politico e sociale.

Se analizziamo il fenomeno sotto il profilo economico, tale forzata arretratezza nella visione della famiglia ha imposto negli anni una sorta di tassa occulta alle famiglie italiane, ed in special modo proprio alle donne. Infatti, in Italia la difficoltà di conciliare vita e lavoro si acuisce con la nascita di un figlio. Secondo il Rapporto Plus 2022 (indagine condotta dall’Inapp), quasi una donna su cinque (18%) tra i 18 e i 49 anni non lavora più dopo la gravidanza, e solo il 43,6% decide di continuare (il 29% nel Sud e Isole). La motivazione principale delle intervistate è la conciliazione tra lavoro e compiti di cura dei figli (52%), seguita da valutazioni di opportunità e convenienza economica (19%). Ebbene, in occasione della separazione, anziché assicurare alle donne percorsi immediati di inserimento/reinserimento nel mondo del lavoro, la Maternal Preference agisce come un potente sonnifero, “addormentando” sul nascere qualunque ambizione di indipendenza economica della donna separata/divorziata, costretta com’è a mantenere per lunghissimo tempo il ruolo di “percettrice di assegno di mantenimento” che, nella media generale, non basta nemmeno a pagare l’affitto di un monovano con angolo cottura.

Tale accanimento egemonico in relazione alla gestione della prole contrasta con l’emancipazione femminile, e il “possesso” esclusivo dei figli si traduce in oggettive limitazioni della libertà personale. L’innalzamento del muro divisorio tra ruoli maschili e femminili rappresenta un passo indietro di secoli nella storia della civiltà. Eppure accade ogni giorno in ogni tribunale, e nessuno grida allo scandalo tra coloro che non sono direttamente coinvolti nel problema. Alla donna-madre sposata viene “benevolmente” concesso di cercare una realizzazione nel mondo del lavoro, ma il messaggio subliminale è “sia chiaro: in caso di separazione scordati la libertà, il tuo ruolo torna quello atavico di gestione della prole”. Un ruolo di fattrice e balia, un vincolo dal quale la donna ha impiegato secoli ad emanciparsi, ma i magistrati hanno deciso che dei figli se ne occupano le donne: decreti e sentenze dicono che una larga prevalenza femminile nei compiti di cura è inderogabile per principio dogmatico.

In tal modo, il ruolo maschile rimane quello di garantire il sostentamento della collettività, ma è innegabile che i figli godano dei vantaggi se entrambi i genitori vengono coinvolti nella loro cura; quello stesso coinvolgimento chiesto per decenni a gran voce dalle madri lasciate forzatamente sole ad occuparsi dei figli, e oggi ostinatamente negato dai tribunali. Per questo motivo stupisce come la separazione possa annullare ogni conquista delle donne. L’ostinata miopia di troppi legislatori, di troppi magistrati e della giurisprudenza consolidata sortisce l’effetto di perseverare nell’affido esclusivo alla madre – lo chiamano ipocritamente “condiviso”, ma sempre con il collocamento della prole dalla madre nell’oltre 90% dei casi (dati ISTAT degli ultimi 15 anni) – inibendo qualsiasi tentativo di condivisione degli oneri educativi.

Nel terzo millennio i figli acquisiscono il diritto a due genitori assiduamente partecipi; con la separazione, nel terzo millennio, questo diritto sparisce, con buona pace per le donne e le loro aspirazioni personali di crescita sociale ed economica. Abbiamo sempre pensato ai diritti umani come inalienabili, ma proprio la culla del Diritto ci dice il contrario: i diritti di una donna, di un uomo ma soprattutto di un bambino cambiano, e cambiano radicalmente, in funzione di come cambiano gli equilibri nella coppia. E’ quantomeno singolare che i diritti dei figli siano subordinati allo stato civile dei genitori; non è un’assurdità di poco conto, visto che in Italia si contano ogni anno più di 100.000 tra separazioni e divorzi, e l’intera società occidentale viaggia spedita verso il 50% di famiglie separate.

* Presidente C.S.A., Centro Studi Applicati

Aziende e benessere dei dipendenti: boom per il mercato dei servizi payroll in outsourcing

Il mercato dei servizi payroll sta vivendo una fase di grande crescita prospettica  (+47% entro il 2030). Tra IA e Big Data, ecco i trend che stanno rivoluzionando il settore.

Continua la crescita del mercato dei servizi di payroll in outsourcing: se lo scorso anno il valore del settore a livello globale ha superato i 25,3 miliardi di dollari, entro il 2030 toccherà i 37,3 miliardi. Un servizio fondamentale per le aziende, che troppo spesso non affidano il processo di elaborazione delle buste paga ad un partner esperto, incorrendo spesso in errori davvero “salati”: il 20% di queste, infatti, contiene inesattezze, causando perdite importanti.

Secondo quanto emerge da una recente ricerca realizzata da Research and Markets, entro i prossimi 7 anni si assisterà ad un’importante espansione del settore a livello globale, che passerà dai 25,3 miliardi di dollari del 2022 ai 37,3 del 2030 (+47%), grazie a un tasso di crescita medio annuo composto del 5%. Uno dei fattori trainanti di questo settore è legato al risparmio di tempo e dei costi che l’esternalizzazione del servizio consente, riducendo la necessità di formare personale interno addetto alle paghe e permettendo allo stesso tempo ai team HR di concentrarsi su aree più strategiche per le organizzazioni. “Le aziende hanno necessità di dedicarsi completamente al business aziendale, e in particolar modo gli HR devono essere sempre più attenti al benessere dei dipendenti delle proprie aziende”, dichiara Ivan Moretti, Co-Owner & Board Member di Zeta Service. Spesso infatti le aziende scelgono questi servizi per eliminare l’eccessiva manualità e il dispendio di tempo che queste attività impongono ai dipendenti, riducendone il benessere all’interno dell’azienda. In quest’ottica, l’automazione e l’intelligenza artificiale permetteranno di semplificare e ottimizzare ulteriormente i processi di gestione degli stipendi, supportando il lavoro delle risorse dell’azienda.

Il trend di crescita a livello globale si riflette anche a livello europeo: secondo quanto emerge dalla ricerca realizzata da Allied Market Research in Europa, per esempio, la crescita più rilevante nel mercato del Payroll Outsourcing si è registrata nel 2021, in virtù soprattutto dell’aumentato utilizzo di applicazioni mobili e basate sul cloud, ma anche per via delle normative governative che spingono sempre più aziende ad investire nel cloud computing. Questo mercato sembra essere florido anche in Italia, dove la maggior parte delle imprese si rivolge ad aziende specializzate in paghe ed amministrazione in outsourcing. “L’outsourcing è sempre più richiesto data la crescente riduzione delle competenze all’interno degli uffici del personale e la difficoltà nel reperire nuove risorse, che, vista la poca offerta, diventano sempre più preziose”, spiega ancora Moretti.

Quello del payroll in outsourcing è dunque un servizio davvero necessario per le aziende, considerando anche che spesso la gestione interna può comportare errori e perdite economiche anche abbastanza importanti: si parla in questo caso di “Payroll Leakage”. La nota rivista Forbes US riporta, tra gli errori più frequenti, la classificazione errata dei dipendenti o la mancata conoscenza di nuove normative, che spesso comportano il pagamento di importanti sanzioni. Ancora, il mancato rispetto delle scadenze nel pagamento delle tasse o degli stipendi può rappresentare un problema fiscale ma anche organizzativo, generando il malcontento dei propri dipendenti, esattamente come l’errato calcolo delle retribuzioni. Pertanto, diventa fondamentale l’esternalizzazione dei servizi.

In quest’ottica, i trend che guideranno il mercato del payroll nel futuro saranno diversi. Innanzitutto lo smart working, che è diventato ormai parte integrante del mondo del lavoro ma richiede il mantenimento di un elevato coinvolgimento dei dipendenti per via dell’implicito distanziamento sociale che esso comporta nel luogo di lavoro, rendendo meno attrattive le aziende che lo applicano su larga scala. Un secondo trend è rappresentato dal Partner Unico: le aziende cercano un partner unico per tutta l’area dei servizi HR, quindi un unico interlocutore anche per il payroll. Il controllo sui dati è un altro trend importantissimo, poiché le aziende hanno sempre più bisogno di accesso immediato a dashboard e reportistiche legate ai costi del personale, da condividere con la casa madre. In tal senso, il payroll outsourcing giocherà un ruolo ancora più fondamentale grazie all’intelligenza artificiale e  alla sua capacità di elaborare le analisi predittive dei costi del personale.

Infine, la Digitalizzazione, che grazie all’espandersi del lavoro a distanza sta spingendo sempre più aziende a digitalizzare le comunicazioni, anche quelle legate agli aspetti amministrativi, con i propri dipendenti. Relativamente al rischio di violazione dei dati sensibili – che la digitalizzazione amplifica ineluttabilmente – le aziende si affideranno sempre di più ai partner outsourcing perchè hanno già sistemi di protezioni dati più evoluti e, quindi, più sicuri e meno costosi.

Dimore di lusso, dove si trovano e a quanto sono offerte. Sono davvero un buon investimento?

La Toscana è la regione dove si trovano più ville da 10 a 20 locali in vendita. La Sardegna la regione dove i prezzi sono più elevati. A Cortina d’Ampezzo, Portofino e Montespertoli le ville più costose.

Dati alla mano, il mattone si porta dietro un notevole margine di rischio durante i periodi di instabilità e di recessione, come quello che stiamo vivendo oggi, ma le residenze di lusso e le dimore di prestigio sembrano non conoscere la crisi. Infatti, l’acquisto di un immobile di lusso è sempre un buon investimento, almeno in Italia, dove esistono ville meravigliose in vendita, in cui molti desidererebbero vivere o hanno sognato almeno una volta di trascorrere le proprie vacanze. Si tratta per lo più di dimore con tantissime camere, locali di ampia metratura, cabine armadio, bagni en suite, cucine con isola, camini, lavanderie, sale giochi, vetrate panoramiche, terrazze solarium, viste mozzafiato, piscine, spa, dependance, parchi e spiagge private.

Secondo l’analisi condotta da Casa.it relativamente alle ville da 10 a 20 locali in vendita in Italia a giugno 2023, la regione in cui sono più numerose le ville in vendita di questo tipo è la Toscana, con il 29% del totale, seguita dalla Lombardia con l’11%, dal Lazio con l’8% e, a pari merito, il Veneto, l’Emilia-Romagna e il Piemonte con il 7% ciascuna. Al quinto posto la Sicilia e la Liguria con il 6% ciascuna. La Sardegna, invece, è la regione con i prezzi più elevati per le ville da 10 a 20 locali, con una media di 1.450.000 euro. Segue a poca distanza il Trentino-Alto Adige con una media di 1.440.000 euro. Al terzo posto la Lombardia con una media di 1.390.000 euro, al quarto la Toscana con 1.315.000 euro, al quinto la Liguria con 1.300.000 euro.

Quali sono le località dove si trovano le ville più costose?  A Portofino, in Liguria, una villa di 10 locali e 1.500 mq costa circa 20.000.000 euro. A Cortina d’Ampezzo, in Veneto, dove una villa di 18 locali e 1.100 mq è proposta ad un prezzo di 20.000.000 euro. A Montespertoli, in Toscana, una villa di 20 locali e 8.000 mq costa 20.000.000 euro, mentre a Porto Rotondo, in Sardegna, una villa di 12 locali e 1.000 mq ha un prezzo di 15.000.000 euro. Sempre in Sardegna, ad Arzachena, una villa di 13 locali e 950 mq è in vendita a 15.000.000 euro; salendo in Liguria, a Santa Margherita Ligure, due vendite “importanti”: una villa di 10 locali e 1.500 mq e una villa di 18 locali e 440 mq a 15.000.000 di euro ciascuna.

La speciale “classifica del lusso” prosegue a Villasimius, sempre in Sardegna, dove una villa di 10 locali e 400 mq è messa in vendita ad un prezzo di 15.000.000 euro. Stesso prezzo a Como, dove una villa di 12 locali e 1.000 mq costa 15.000.000 euro. A Roma una villa di 18 locali e 2.050 mq costa 15.000.000 euro, mentre un’altra villa da 13 locali e 820 mq è offerta ad un prezzo di 12.000.000 euro. Non possono mancare Forte dei Marmi (15 locali e 600 mq a 12.000.000 euro), Sanremo (villa di 20 locali e 2.120 mq a 12.000.000 di euro) e Badia in Trentino-Alto Adige, dove una villa di 11 locali e 1.000 mq costa “soltanto” 11.000.000 euro.

Quello del lusso, storicamente, è un settore che non conosce crisi, e nel mercato immobiliare la domanda è sempre superiore rispetto all’offerta. In Italia questo tipo di investimento è caratterizzato da un rapporto sbilanciato tra domanda e offerta, nel senso che ci sono meno immobili in vendita di quanti il mercato vorrebbe comprarne. Soprattutto gli acquirenti stranieri, che sono moltissimi, apprezzano alcune regioni italiane più di altre in Europa – per via del clima, delle bellezze naturali e della storia millenaria. In poche parole, il mercato italiano fa gola, e i prezzi degli immobili di pregio sono sensibilmente più bassi di quelli di altre zone del mondo, oggettivamente meno attraenti e storicamente prive di interesse.

I grandi investitori prediligono le dimore di lusso perché, al contrario degli immobili di fascia media, non sono soggette a svalutazione o ad oscillazioni di mercato, ed anzi in Italia – non è così in molti altri stati – vedono aumentare il loro valore di anno in anno. Infatti, se analizziamo il mercato delle case di lusso negli ultimi 5 anni, a New York gli immobili di pregio hanno più che raddoppiato il loro valore (da 15.000 a 32.000 usd al mq), Miami è salita del 70% (50.000 USD al mq), ma Milano è cresciuta di più rispetto a Londra e Parigi, pur stazionando a “soli” 15.000 euro al mq. Pertanto, sembra che sussistano buoni margini di crescita per le dimore di lusso in Italia, e in molti ipotizzano quotazioni sensibilmente in crescita nel prossimo quinquennio.

Cina, i problemi economici si stanno complicando. Xi Jinping non ha una soluzione facile

L’economia cinese sta affrontando la lentezza nella ripresa dei consumi dopo i lockdown, la crisi del mercato immobiliare, l’indebolimento delle esportazioni e la disoccupazione giovanile record.  Il governo del presidente Xi Jinping ha opzioni limitate.

Doveva essere l’anno in cui l’economia cinese, svincolata dai controlli Covid-19 più severi del mondo, sarebbe tornata a ruggire per aiutare la crescita globale. Invece, il governo del presidente Xi Jinping non ha grandi opzioni per sistemare i problemi che sono venuti a galla nel 2023 e dei quali, evidentemente, le restrizioni hanno soltanto rinviato la scoperta.

In particolare, il tipico playbook di Pechino di utilizzare stimoli su larga scala per aumentare la domanda ha portato a un enorme eccesso di offerta nel settore immobiliare e industriale e all’aumento dei livelli di debito tra i governi locali. Ciò ha scatenato un dibattito sulla possibilità che la Cina possa essere destinata a un malessere in stile giapponese dopo 30 anni di crescita economica senza precedenti. Ad aggravare questo problema c’è l’approccio più assertivo di Xi nei confronti degli Stati Uniti, che ha aggiunto carburante agli sforzi americani per tagliare la Cina dalle forniture di semiconduttori avanzati e altre tecnologie destinate a guidare la crescita economica in futuro. Complessivamente, le dinamiche minacciano non solo di portare a una crescita deludente quest’anno, ma anche di contrastare lo slancio dell’economia cinese per superare quello degli Stati Uniti.

In uno scenario al ribasso, con un crollo immobiliare più netto, un ritmo lento delle riforme e un più drammatico disaccoppiamento USA-Cina, la crescita della Cina potrebbe rallentare al 3% entro il 2030. L’economia cinese da 18 trilioni di dollari sta lottando in una serie di settori. I dati rilasciati venerdì hanno mostrato che l’economia ha perso più vigore a giugno, poiché l’attività manifatturiera si è nuovamente contratta e altri settori non sono riusciti a prendere slancio. Nella provincia sud-occidentale di Guizhou, a corto di debiti, i funzionari stanno cercando salvataggi da Pechino. Nel centro manifatturiero di Yiwu, nella provincia costiera dello Zhejiang, le piccole imprese affermano che le vendite sono notevolmente diminuite rispetto ai livelli del 2021. Nella città di Hangzhou, sede del gigante dell’e-commerce Alibaba Group, un giro di vite normativo del governo sul settore tecnologico e decine di migliaia di licenziamenti stanno ora colpendo il mercato immobiliare.

L’obiettivo di crescita ufficiale della Cina di circa il 5%, ritenuto poco ambizioso quando è stato annunciato a marzo, ora appare più realistico, e Goldman Sachs a giugno ha tagliato le sue previsioni per la crescita della Cina quest’anno al 5,4% dal 6%. A prima vista, in un’economia mondiale che prevede una crescita di un magro 2,8%, non sembra poi così male. Tuttavia, se il governo continua a stare con le mani in mano le cose potrebbero peggiorare. In uno scenario in cui l’edilizia immobiliare si sgretola, infatti, le ridotte vendite di terreni colpiscono la spesa pubblica, e una recessione negli Stati Uniti indebolirebbe la domanda globale; così, i mercati cinesi passerebbero ad una modalità di profonda avversione al rischio.

Per dissipare parte del pessimismo servirebbe, da parte del governo cinese, uno stimolo economico e fiscale più grande del previsto, alcune mosse proattive per risolvere i crediti inesigibili, un impegno a sostenere gli imprenditori e l’estensione di un ramoscello d’ulivo agli Stati Uniti. Ma per ora, la mancanza di stimoli sostanziali o di una vera riforma sta frustrando gli investitori. Il rally del 12% di cui ha goduto l’indice MSCI China a gennaio si è rivelato una falsa alba, poiché l’indicatore ha restituito costantemente tutti i guadagni dell’anno. Ora è in calo di circa il 6% nel 2023 e le maggiori banche di Wall Street stanno tagliando le previsioni a livelli che suggeriscono che farà fatica a recuperare i livelli visti all’inizio di quest’anno.

Schmitt, ETHENEA: le valutazioni dei titoli IA sono difficilmente sostenibili

La trimestrale di Nvidia è stata straordinaria, ma la contrazione potenziale è troppo elevata. Vanno seguite le aziende IA che crescono senza clamore, con una solida crescita fondamentale e valutazioni interessanti.

“Non vogliamo sottovalutare il fatto che l’intelligenza artificiale abbia il potenziale per cambiare molte cose, dai guadagni di efficienza ai nuovi prodotti e servizi, ma siamo scettici rispetto alla convinzione diffusa che ciò possa avvenire in modo così rapido, come suggeriscono le recenti performance di alcuni titoli già molto noti”. È l’opinione di Christian Schmitt, portfolio manager di Ethenea Independent Investors.

Sebbene l’intelligenza artificiale (IA) non sia una novità, l’argomento sembra essere arrivato al grande pubblico soltanto con l’applicazione ChatGPT. Non passa quasi giorno senza che un’altra azienda pubblicizzi le proprie soluzioni e capacità di intelligenza artificiale, e l’argomento sta prendendo piede anche nel mercato azionario. L’IA non è tutta fantasia e in qualche modo è già realtà: gli ultimi risultati trimestrali di Nvdia sono stati in ogni caso straordinari. Questo sviluppo fondamentale è ovviamente impressionante. Per essere considerata un investimento, tuttavia, anche la valutazione deve essere corretta. La parola d’ordine è: “crescita a un prezzo ragionevole“. In ogni caso, con un rapporto prezzo-utile atteso di circa 50, il potenziale di contrazione è troppo elevato, e il rischio di contrattempi è troppo grande se le elevate aspettative di crescita non venissero soddisfatte.

L’esperienza ci insegna che i temi e i titoli particolarmente pubblicizzati, inondati di afflussi nelle strutture di fondi attivi o passivi, hanno difficoltà a mantenere le aspettative – e quindi i livelli di valutazione – nel tempo. È vero che la valutazione gioca un ruolo sempre più secondario con un orizzonte temporale più lungo, a condizione, però, che lo sviluppo fondamentale sia corretto. Il passato ha anche dimostrato che è molto difficile individuare subito i vincitori a lungo termine nelle rivoluzioni tecniche, anche se a posteriori sembra abbastanza ovvio. In ogni caso, fino alla grande ondata di popolarità di ChatGPT di Microsoft, era Alphabet a essere considerato il leader nel campo dei modelli linguistici di intelligenza artificiale.

La concorrenza è molto dinamica. “Quindi, dal punto di vista delle scelte di asset allocation, nel fondo ETHNA-DYNAMISCH abbiamo già investito in alcune società che operano nello spazio dell’IA“, sottolinea Schmitt. “anche se non è stata questa la base della nostra decisione di investimento iniziale. Nella nostra watch list ci sono anche alcuni titoli rilevanti e non esiteremo a investire quando si presenteranno le opportunità. Fino ad allora, tuttavia, preferiamo le aziende che stanno prosperando al di fuori del clamore. Quelle con una solida crescita fondamentale, preferibilmente con una buona visibilità, e valutazioni interessanti, ovvero i titoli orientati alla crescita con multipli prezzo/utili (P/E) relativamente bassi, i cosiddetti Garp (Growth at a reasonable price)”.