Maggio 14, 2026
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Cosa aspettarsi dai mercati mondiali questa settimana. Il sentiment ancora giù

Inflazione elevata, guerra in Ucraina e blocchi da pandemia in Cina sono i fattori che pesano sul sentiment. Prosegue il calo di assestamento sul mercato delle vendite online.

I mercati sono saliti all’inizio della settimana dopo che la Federal Reserve ha alzato il tasso di riferimento sui fed funds di 50 punti base (bps) e il presidente della Fed Jerome Powell ha annunciato una traiettoria meno aggressiva per le prossime riunioni politiche. Tuttavia, il “rialzo di sollievo” si è rivelato di brevissima durata, poiché i mercati sono crollati drasticamente giovedì e le perdite estese al venerdì. Per la settimana, il Dow e l’S&P 500 sono scesi dello 0,2% e il Nasdaq dell’1,5%. Nel frattempo, il rendimento del treasury statunitense a 10 anni è salito sopra il 3% per la prima volta dal 2018, chiudendo la settimana al 3,13%, mentre nei mercati obbligazionari globali hanno continuato a prevalere le vendite. I futures sul greggio sono saliti sopra i 110 dollari al barile, poiché l’Unione Europea ha deciso di eliminare gradualmente tutti i prodotti petroliferi e di gas naturale russi entro la fine dell’anno.

Questa la storia recente, nota a tutti. La prossima settimana, ci aspettano gli ultimi aggiornamenti sull’inflazione negli Stati Uniti, con il rilascio dell’indice dei prezzi al consumo (CPI) di aprile e dell’indice dei prezzi alla produzione (PPI), e saranno disponibili dati sull’inflazione anche per Cina e Germania, insieme ai dati sulla crescita della produzione industriale per Europa e Regno Unito. Conosceremo anche i dati sugli utili di due delle più grandi case automobilistiche del mondo, Toyota e Honda, insieme a quelli di Disney, Alibaba, Electronic Arts, Fox Corporation, Warner Music Group e WeWork. In particolare, il Bureau of Labor Statistics rilascerà gli aggiornamenti di aprile per il suo Indice dei prezzi al consumo e Indice dei prezzi alla produzione rispettivamente mercoledì e giovedì; gli economisti prevedono che l’inflazione rallenti fino a un tasso annuo dell’8,1%, in calo rispetto al massimo degli ultimi 40 anni dell’8,5% a marzo. Anche i prezzi alla produzione dovrebbero decelerare leggermente, a un tasso annuo del 10,7%, da un aumento record dell’11,2% a marzo.

Relativamente al sentiment di mercato, il prossimo Venerdì l’Università del Michigan pubblicherà la lettura preliminare del suo indice del sentiment dei consumatori per il mese di maggio. Le stime di consenso prevedono una lettura di 63,6, in calo rispetto al 65,2 di aprile. Il mese scorso, l’indice era salito del 9,8% grazie alle aspettative più alte per l’economia e alle aspettative finanziarie personali per l’anno a venire. Tuttavia, l’indice è rimasto vicino ai minimi decennali poiché l’incertezza sull’aumento dell’inflazione, la guerra in Ucraina e le interruzioni della catena di approvvigionamento legate al blocco del COVID-19 in Cina hanno continuato a pesare sulla fiducia.

In Europa, le azioni sono crollate tra i timori che le banche centrali potrebbero dover intensificare i loro sforzi per controllare l’inflazione, aumentando potenzialmente il rischio per la crescita economica. I blocchi in Cina per frenare la diffusione del coronavirus e il conflitto in Ucraina hanno aumentato l’incertezza. I rendimenti dei titoli di stato core dell’eurozona sono aumentati principalmente in tandem con i rendimenti dei Treasury statunitensi dopo l’aumento del tasso di 50 punti base della Fed, e i rendimenti dei titoli di stato periferici della eurozona hanno seguito i rendimenti dei mercati principali. La BoE ha alzato il suo tasso di interesse di riferimento di 25 punti base all’1,0%, il livello più alto dal 2009, cercando di frenare l’inflazione. Tuttavia, la banca centrale ha ritardato la riduzione delle sue scorte di obbligazioni acquistate nell’ambito del suo programma di acquisto di attività. La banca ha anche evidenziato il potenziale di scivolamento del Regno Unito in una recessione entro la fine dell’anno, e ha avvertito che l’inflazione potrebbe superare la percentuale shock del 10% nel quarto trimestre. Questi sviluppi hanno contribuito a spingere la sterlina britannica al minimo di due anni. Ancora più a nord, la Norges Bank ha mantenuto invariato il tasso sui depositi allo 0,75% e il governatore Ida Wolden Bache ha ribadito che il tasso ufficiale “molto probabilmente sarà aumentato a giugno”.

Sul fronte energetico, gli inviati dell’Unione Europea continueranno a discutere di un possibile embargo sul petrolio russo durante il fine settimana dopo aver incontrato la resistenza di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, le cui economie dipendono fortemente da queste importazioni di energia. Mentre la maggior parte dei paesi dovrebbe imporre un divieto entro sei mesi, Bruxelles potrebbe ora offrire alla Repubblica Ceca una data limite di giugno 2024, mentre Ungheria e Slovacchia potrebbero avere tempo fino alla fine di quell’anno.

Un numero maggiore di decisori politici della Banca centrale europea sembrava premere per un aumento anticipato dei tassi di interesse dopo la fine del programma di allentamento quantitativo (c.d. quantitative easing) nel terzo trimestre. Il membro del consiglio esecutivo Isabel Schnabel, il governatore della Banca di Francia Francois Villeroy de Galhau, il governatore della Banca di Finlandia Olli Rehn e il governatore della Banca d’Austria Robert Holzmann hanno accennato al fatto che voterebbero per un rialzo dei tassi già a luglio. Gli ordini manifatturieri tedeschi sono scesi a Marzo del 4,7%, molto più del previsto, trainati in basso da ordini esteri inferiori, soprattutto dall’esterno dell’eurozona. La produzione industriale è scesa del 3,9%, il calo più grande dall’inizio della pandemia di coronavirus. L’ufficio statistico ha attribuito il declino alle interruzioni della catena di approvvigionamento dovute alle restrizioni pandemiche e all’invasione russa dell’Ucraina.

Su tutto, continua in modo progressivo il calo delle vendite online, che dopo la “sbornia” vissuta durante la pandemia stanno rientrando verso dati più fisiologici data la fine delle restrizioni. Il cambio strutturale nelle abitudini dei consumatori, in ogni caso, è avvenuto edè irreversibile; pertanto si tratta di un semplice assestamento statistico.

Tempi di vendita degli immobili più veloci. Milano e Bologna in corsa

Secondo Tecnocasa, continua il buon andamento del mercato immobiliare italiano, confermato dall’andamento dei tempi di vendita più brevi rispetto alle ultime rilevazioni.

Gli ultimi dati elaborati dall’Ufficio Studi Tecnocasa mostrano tempi medi di vendita pari a 114 giorni nelle grandi città, 144 nei loro hinterland e 138 giorni nei capoluoghi di provincia. A distanza di un anno, pertanto, si riscontra rispettivamente una diminuzione di quattro giorni, tredici giorni e otto giorni, e questo rivela come il mercato immobiliare confermi una certa vivacità di fondo, in attesa di un prossimo rialzo delle quotazioni che, a causa dell’inflazione, si dà ormai quasi per scontato nei prossimi 24 mesi.

In particolare, i dati rivelano una certa contrazione dell’offerta dopo anni di costante superamento della domanda, quest’ultima prima tenuta in piedi dai tassi fissi dei mutui anche inferiori all’1%, e adesso sostenuta dal timore di una inflazione elevata e da un certo spostamento di liquidità dalla Finanza all’immobiliare, nonostante i tassi fissi del credito casa siano quasi triplicati nel giro di pochi mesi – oggi veleggiano intorno al 2,6-2,8% – ma sono ancora convenienti ed eventualmente rinegoziabili in futuro, nel caso assai improbabile di un ritorno verso i tassi prossimi allo zero.

Con l’offerta che diventa sempre più esigua, chi sta valutando l’acquisto dell’immobile deve velocizzare la sua decisione, e se trova l’immobile adatto alle proprie esigenze deve sbrigarsi a bloccare il prezzo (e a chiudere la trattativa), perché il rischio di essere superati da altri compratori è reale. Tra le grandi città, i tempi di vendita più lunghi si sono registrati a Bari dove per vendere un immobile occorrono 153 giorni, ma è in miglioramento di 9 giorni rispetto a un anno fa. Diminuiscono di 24 giorni i tempi di vendita a Verona, una delle città dove il mercato immobiliare si sta dimostrando particolarmente attrattivo. Milano si conferma la città più veloce, con 57 giorni, in contrazione di tre giorni rispetto ad un anno fa, confermando così la sua leadership sul mercato immobiliare.  A Bologna le abitazioni si vendono in 72 giorni, seconda città più veloce dopo Milano, ma il trend è in leggero peggioramento.

L’analisi dei tempi di vendita per l’hinterland delle grandi città conferma come in queste realtà il mercato immobiliare stia diventando sempre più veloce. Infatti, continua il trend che vede una ricerca sempre più forte nei comuni dell’hinterland, dove si stanno indirizzando coloro che hanno un budget più contenuto o che sono alla ricerca di soluzioni abitative più ampie o di soluzioni indipendenti. Gli hinterland dove occorre meno tempo per vendere casa sono quelli di Firenze (110 giorni) e di Napoli (129 giorni). Tra i capoluoghi di provincia spiccano quelli di Rovigo con 71 giorni, di Monza con 94 e di Vicenza e di Venezia con 95.

Un giovedì nero per i listini americani. All’orizzonte la paura di una nuova recessione

Con una seduta da dimenticare, Wall Street conferma che il rialzo di mercoledì era il frutto di una illusione. Persiste un pessimismo di fondo dettato dalla paura di una recessione da iper-inflazione. La situazione di oggi.

I mercati affondano per il crescente timore di una stagflazione in arrivo. Il rally innescato mercoledì dalla Fed si è dimostrato di breve durata e sui mercati tutti gli indicatori, dalle borse ai rendimenti obbligazionari, al dollaro stanno girando in negativo, per il timore che la Fed e alcune altre grandi banche centrali debbano aumentare i tassi di interesse in modo più aggressivo del previsto per combattere una persistente alta inflazione, spingendo potenzialmente le economie in recessione. A Wall Street i future sono in lieve perdita dopo che ieri il Dow Jones ha lasciato sul terreno il 3,12% e lo S&P 500 il 3,44%, mentre i megacap tecnologici sono crollati, con Alphabet a -4,71%, Apple a -5,57%, Microsoft a -4,36%, Meta a -6,77%, Tesla a -8,33% e Amazon a -7,56%.  E’ chiaro che gli investitori non stiano guardando ai fondamentali, in questo momento, e le vendite piovono per un problema di sentiment generale.

In Asia i listini riaprono e Tokyo avanza leggermente, mentre le borse cinesi vanno a picco, sulla scia del tonfo di ieri a Wall Stret, che ha registrato la sua peggiore sessione dell’anno, con il Nasdaq che è sprofondato del 4,99% mettendo a segno la sua terza maggiore perdita di sempre. Allarme rosso anche per quanto riguarda i rendimenti dei Treasury a 10 anni che avanzano di oltre il 3%, dopo essersi impennati ieri al 3,1%, il top dal novembre 2018. Anche il Treasury a 2 anni sale ma con minor forza, attestandosi al 2,73%, mentre la curva dei rendimenti tra il 2 e il 10 anni s’irrigidisce, il che non è un bene, visto che per i mercati l’intensificarsi del rialzo del decennale, dopo un’inversione, che c’è stata non molto tempo fa, rappresenta un pericoloso segnale di recessione in arrivo. E il tasso del Treasury a 30 anni ieri ha toccato il 3,2%, il top dal marzo 2019. 

Anche dal mercato valutario arrivano cattive notizie: il dollaro è salito overnight al top da 20 anni su un paniere di altre valute, sta facendo ruzzolare lo yuan ai minimi da 18 mesi a quota 6,7338, mentre ieri ha brevemente riportato l’euro sotto quota 1,05 dollari, salendo del 2,2% ai massimi da quasi due anni contro la sterlina. Intanto oggi crollano Hong Kong e Shanghai, mentre Tokyo è in controtendenza e avanza di oltre mezzo punto percentuale. In leggero calo i future sull’EuroStoxx 50 dopo che ieri le borse europee hanno chiuso contrastate: Parigi a -0,43%, Francoforte a -0,5%, Milano a -0,57% e in controtendenza Londra, che è salita dello 0,17%, dopo il previsto aumento dei tassi di 25 punti base all’1% da parte della Banca d’Inghilterra. A un soffio dai 200 punti il differenziale tra Btp italiani e Bund, mentre il rendimento annuo dei titoli italiani è salito al 3,036% e quello sul Bund è tornato sopra l’1%.

Il petrolio resta in rialzo, dopo essere salito a Wall Street e dopo il balzo di oltre il 5% di mercoledì. Attualmente il Wti è oltre 108 dollari e il Brent sopra 111 dollari, poiché gli investitori hanno valutato imminente l’embargo Ue sul petrolio russo, che tuttavia ancora non è stato deciso, e hanno preso atto della volontà dell’Opec+ di non voler intervenire sui mercati, dopo aver varato ieri solo dei modesti aumenti della produzione mensile, mentre si intensificano le preoccupazioni per la domanda derivanti dalle restrizioni anti-Covid della Cina. Gli esponenti dei tredici paesi membri dell’Opec e i loro dieci partner (Opec+), compresa la Russia, hanno convenuto di adeguare al rialzo la produzione mensile totale di 432.000 barili al giorno per il mese di giugno.

Oggi c’è attesa per i dati sull’occupazione Usa ad aprile, mentre a Tokyo l’inflazione sale all’1,9% al top da sette anni, riportandosi vicino al target del 2% della Boj. Oggi escono anche i dati sulla produzione industriale ad aprile in Germania e Spagna, mentre il capo economista della Bce, Philip Lane, ha preparato il terreno per un rialzo dei tassi di interesse europei a luglio, che poi è quello che i ‘falchi’ sostengono da mesi, dicendo di aspettarsi “un altro anno di un’inflazione sopra le attese” e che “è improbabile che l’economia si stabilizzi rapidamente”. 

In definitiva, Wall Street conferma che il rialzo di mercoledì era il frutto di una illusione. Infatti, il pessimismo di fondo non accenna a diminuire, ed oggi si fa largo una nuova paura, quella di una recessione da iper-inflazione, che non è ancora stata “scontata” dalle quotazioni dei mercati azionari e, quindi, potrebbe deprimere ancora di più il valore dei portafogli di investimento.  

Fonte: AGI-redazione P&F

La Fed aumenta i tassi dello 0,50%. Poliziotto buono e poliziotto cattivo

I mercati temevano un rialzo di 75 bps, ma Powell questa volta ha impersonato il ruolo del poliziotto buono. La borsa americana festeggia, ma per quanto?

La Federal Reserve ha alzato i tassi di riferimento sui Fed Funds dello 0,50%, portandoli all’interno di una forchetta compresa tra lo 0,75 e l’1%, ed ha annunciato che avvierà la riduzione del proprio bilancio a partire da giugno. Il ritocco di mezzo punto, più che atteso era ormai “sperato”, poiché forti erano i timori di un rialzo a sorpresa – e neanche tanto – dello 0,75%, come paventato da alcuni funzionari della Fed nelle  scorse settimane. Tuttavia Powell e il suo board, questa volta, hanno impersonato il ruolo del poliziotto buono. Quelli che hanno scelto il ruolo dei “cattivi” rimangono i presidenti Fed di alcuni stati, che in un alternarsi di rumorose uscite pubbliche da gregari e di studiato silenzio del “general chairmain” hanno lasciato nell’incertezza gli operatori di mercato in nome della più classica delle tattiche della banca centrale americana.

Wall Street ha festeggiato la notizia, chiudendo in netto rialzo. Il Dow Jones ha guadagnato il 2,82% a 34.061 punti, l’S&P 500 il 2,97% a 4.299 e il Nasdaq il 3,19% a 12.964. Non è chiaro se si tratti di una inversione del sentiment di mercato, ma si propende per il no. Il rialzo dei listini americani e probabilmente, sulla scia, di quelli europei, potrebbe durare un paio di settimane, giusto il tempo di risollevare le quotazioni delle Big Tech e dei titoli industriali più colpiti dai rallentamenti nelle catene di approvvigionamento di materie prime e semilavorati; dopo di che l’attuale congiuntura, in costanza di conflitto armato in Ucraina, finirà con il riportare gli indici verso una certa debolezza, peraltro tipica dei mesi estivi.

Nonostante l’aumento di mezzo punto sia stato deciso all’unanimità, la Fed ha atteso fino all’ultimo per giocarsi eventualmente la carta del rialzo-monstre, qualora gli ultimi dati ne avessero motivato il ricorso, poiché a marzo l’inflazione è schizzata all’8,5%, una roba che non si vedeva dagli anni ’80. L’ipotesi di un rialzo maggiore, comunque, rimane sul tavolo, anche se Powell si è limitato ad annunciare in conferenza stampa che l’inflazione va ridotta “speditamente” e che ulteriori aumenti dello 0,50% del costo del denaro verranno valutati anche in occasione dei prossimi due direttivi (metà giugno e fine luglio). Questo fa capire che in almeno uno dei due appuntamenti il ritocco dei tassi ci sarà, resta da capire se il mercato azionario sconterà nelle prossime sedute due rialzi o uno soltanto. Si propende per la seconda ipotesi, poiché gli indici americani sono volati sulla scia della dichiarazione di Powell secondo cui per il momento la Fed “non sta attivamente considerando” un rialzo dello 0,75%; il che vuol dire  tutto e niente allo stesso tempo.

Ma se vogliamo dare credito alla teoria del “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, il presidente della Fed ora sta impersonando il primo carattere con inusuale anticipo “cinematografico”, e questo potrebbe significare che nei prossimi mesi rialzi maggiori di mezzo punto non siano affatto da escludere. Infatti, la Fed, di fronte ad un eventuale ulteriore aumento dell’indice dei prezzi al consumo, potrebbe considerare l’adozione di una misura più efficace – cioè un aumento dello 0,75% o addirittura dell’1% – una volta sola tra giugno e fine luglio, anziché due aumenti consecutivi di 50 bps. Del resto, la guerra in Ucraina e i nuovi lokdown imposti dalle autorità cinesi per contrastare il contagio sono rischi concreti per il perdurare della inflazione elevata, per cui non è certo che la Fed abbia – come dichiarato dal buon Powell – “gli strumenti adeguati per riportare il costo della vita sotto controllo e (soprattutto) senza provocare una recessione“.

Probabilmente Powell, più che le capacità della banca centrale, deve ringraziare gli americani e la loro sfrenata tendenza a consumare anche il denaro preso a prestito, grazie alla quale l’economia a stelle e strisce oggi è forte e, nonostante il calo del Pil dell’1,4% registrato nel primo trimestre su base annua (trimestre su trimestre), le spese dei consumatori e gli investimenti fissi delle aziende sono rimasti robusti, così come i progressi del mercato del lavoro. Nel fare riferimento agli strumenti a disposizione della banca centrale, Powell certamente fa più affidamento nel programma di riduzione del bilancio dell’istituto, volato a 9.000 miliardi di dollari per sostenere l’economia durante la pandemia. La stretta sarà pari a 47,5 miliardi di dollari al mese a giugno, luglio e agosto e accelererà a 95 miliardi da settembre.

Inflazione, guerra e potere d’acquisto: mettiamo ordine e fissiamo i punti

I mercati cominciano a scontare una durata lunga sia della guerra che dell’inflazione, che ci metterà parecchio prima di arretrare per via delle prolungate tensioni sul prezzo delle materie prime energetiche. Domande “secche” e risposte schiette.

Neanche lo scoppio della pandemia, con il suo carico di video e immagini ormai iconiche – ricordate i mezzi dell’esercito a Bergamo per il trasporto delle bare? – aveva destato tanta preoccupazione nei mercati finanziari e negli investitori come l’attuale binomio inflazione-guerra. Come per il Coronavirus, anche di queste due variabili non si riesce a intravedere la fine; eppure i mercati ne hanno visti, fin dal Secondo Dopoguerra, di conflitti armati e inflazione, ma a differenza degli altri questi eventi mettono più paura perché la sensazione che possano avere la natura di “financial pandemic” diventa ogni giorno più forte.

In breve, gli operatori di mercato cominciano a scontare una durata lunga sia della guerra – subito trasformata in una “guerra per procura” tra la NATO per mezzo dell’Ucraina e la Federazione Russa – sia dell’inflazione, la quale ci metterà parecchio prima di arretrare verso un tasso più sostenibile per via delle prolungate tensioni sul prezzo delle materie prime energetiche (che stanno arricchendo i paesi produttori e impoverendo quelli importatori netti). Persino gli analisti più inclini a comparsate nei Tg economici e nelle interviste sui media che si occupano di finanza oggi stanno cautamente defilati nel nome di uno dei più famosi motti di Warren Buffet: “In finanza è meglio non dire nulla che dire sciocchezze”. In tal senso, anche il silenzio dell’oracolo di Omaha rivela il fatto che, questa volta, neanche lui ha una vaga idea di come uscire da due fenomeni profondamente diversi per natura e cause ma con medesimi effetti sui mercati, accomunati come sono da un tempismo diabolico.

L’inflazione, infatti, è figlia di uno degli effetti principali della pandemia, ossia il blocco della produzione nei mesi di marzo, aprile e maggio 2020 ed il forte rallentamento delle rotte di distribuzione causato dalle restrizioni imposte dal contagio; la guerra scatenata da Putin, invece, è un atto ostile contro l’umanità – ogni guerra lo è, anche se geograficamente localizzata in una data regione del mondo – cui tutti noi non eravamo abituati ad assistere così vicino a casa, e verso la quale abbiamo una evidente impreparazione psicologica da quando è caduta la Germania nazista di Hitler (al contrario degli Stati Uniti, che non hanno mai smesso di fare guerre proprio a partire da quel momento).

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Le domande che risparmiatori, investitori e operatori finanziari si pongono trovano spesso risposte tra le più diverse e contrastanti; per cui, cerchiamo di fare un po’ di ordine e fissare dei punti attraverso le domande più frequenti e le risposte più corrette. Alla rotta da seguire con gli investimenti, poi, ci penserete voi.

Quanto tempo durerà la guerra?
Dipende dagli interessi politici e industriali in gioco, primo tra tutti da quello degli Stati Uniti e da quello delle industrie delle armi – le abbiamo anche in Italia – e del petrolio che, da questo conflitto, cercano di trarre vantaggio al pari dello stesso Putin che, la guerra, l’ha scatenata sul campo. L’Unione Europea appare politicamente “pietrificata” e subalterna, ma è un atteggiamento del tutto normale: in caso di allargamento del conflitto, senza la NATO e gli Stati Uniti la Russia farebbe dell’Europa un sol boccone. C’è da dire che l’allargamento politico del conflitto è già avvenuto – con i paesi aderenti alla NATO che portano armi in Ucraina non badando alle apparenze diplomatiche – ma non quello militare, per fortuna. Di questo passo, potremo rivedere la luce solo nel momento in cui la diplomazia riprenderà a prevalere sulle bombe.

L’inflazione rimarrà elevata per molto tempo?
L’inflazione non ci abbandonerà molto presto, e prima di assestarsi verso una misura più sostenibile potrebbero passare ancora dai 12 ai 18 mesi. Eroderà i risparmi in misura significativa, dal momento che non esiste investimento obbligazionario con cedola e con rating elevato in grado di compensare, se non in minima parte, il decremento reale del potere d’acquisto. Molto dipenderà, in ogni caso, dalla durata della guerra in Ucraina e dalle conseguenti tensioni sui prezzi di gas e petrolio, ma difficilmente scenderà dall’attuale 6,7% al di sotto di un tasso annuo inferiore al 3-3,5%, sia in Europa che in USA, con tempi diversi (più rapidamente negli Stati Uniti, più lentamente in Europa).

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I fondamentali economici dei paesi sono tali da giustificare per lungo tempo una inflazione elevata?
I fondamentali dell’economia, con una domanda post-pandemia ben sostenuta, hanno finora limitato i danni, ma in Italia già si parla di una “recessione tecnica” (un trimestre negativo), e presto la diminuzione del PIL europeo e americano potrebbero preoccupare ancora di più i mercati, con l’azionario ancora privo di spunti al rialzo – la propensione al rischio è bassa e i megatrend attualmente dimenticati – e l’obbligazionario che appare destinato a non rialzare la testa finchè le previsioni sul rialzo dei tassi di interesse non cominceranno a parlare di una uscita dal tunnel.

Qual è la percentuale di inflazione media che possiamo aspettarci nei prossimi 10-15 anni?
Difficilissimo rispondere. Nel medio periodo, in tutta probabilità, ci dovremo attendere tassi comunque elevati e oscillanti tra il 2.5% e il 3.5%. Certamente possiamo dimenticarci del tasso zero, la cui era sembra definitivamente conclusa (almeno per i prossimi 15-20 anni). Nel lungo periodo, invece, è probabile che si tornerà a poter gestire l’inflazione e puntare nuovamente al tasso massimo di politica monetaria del 2%, soprattutto in Europa a guida tedesca dove vivere con l’inflazione alta equivale a dormire ogni notte sapendo di avere Belfagor nell’armadio.

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Quali saranno gli effetti sul potere d’acquisto e sui risparmi nel breve e nel lungo periodo?
L’erosione del capitale sarà evidente a partire dal prossimo autunno, ma già gli aumenti dei prezzi sono evidenti nel settore degli affitti, in quello turistico e su quello della ristorazione, con aumenti medi dal 7% al 20% in alcune località. L’inflazione elevata potrebbe sollecitare gli amanti della liquidità in conto corrente ad investire di più in strumenti che possano compensare la perdita del potere d’acquisto dei propri risparmi, ma mentre sulla durata dell’inflazione elevata abbiamo purtroppo qualche certezza, degli investimenti azionari – gli unici storicamente in grado di restituire un rendimento reale significativo, ma solo nel lungo periodo – non possiamo dire altrettanto, soprattutto nel breve periodo. Probabilmente troverà maggior favore l’investimento immobiliare, da sempre preferito sia in Italia che in molti paesi occidentali (sebbene con differenti finalità socio-demografiche). Di certo, lasciare il denaro sul conto è un atto di consapevole autolesionismo.

Quali saranno gli effetti sull’indebitamento privato e pubblico?
Se c’è un effetto positivo dell’inflazione, è quello che anche il valore reale del debito, privato o pubblico, si “impoverisce” più o meno nella stessa misura. In passato, gli italiani hanno sostenuto la domanda di immobili proprio grazie all’inflazione media al 15%, con i mutui a tasso fisso le cui rate, già dopo 5 anni, sembravano piccolissime, come per magia. Tuttavia, quello è il periodo della c.d. Scala Mobile, quando stipendi e pensioni aumentavano in base al tasso di inflazione; oggi questo strumento non esiste, e il livello medio dei redditi dei lavoratori più giovani si è abbassato progressivamente – complice la totale deregulation sulla paga oraria minima per legge – per cui l’”effetto inflazione” sulle rate dei mutui a tasso fisso già attivi sarà molto limitato.

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La compressione forzosa verso il basso dei tassi di interessi, nonostante l’alta inflazione, rischia di appiattire il corso dei titoli obbligazionari per molto tempo?
E’ probabile che ciò accada, e secondo molti analisti la parabola discendente sui corsi delle obbligazioni non è ancora terminata. Al momento, l’unico approdo obbligazionario sembra essere quello dei titoli inflation linked oppure, per chi ha una maggiore propensione al rischio, quello delle obbligazioni convertibili. Bisognerà attendere le nuove emissioni successive agli aumenti dei tassi di interesse prima di poter rivedere anche nei comparti obbligazionari una certa volatilità, e anche il ritorno delle opportunità basate sugli spostamenti della curva dei tassi. Tra 12-18 mesi i bond potrebbero tornare ad assolvere, sia pure in modo differente rispetto al passato, l’antica funzione di “cuscinetto” dei portafogli di investimento

La casa è ancora il bene rifugio degli italiani? Con l’inflazione si torna a investire nel mattone

Secondo Tecnocasa, nella seconda parte del 2021 e nella prima parte del 2022 c’è un ritorno all’investimento immobiliare, soprattutto in seguito ai timori legati all’inflazione che sta incidendo sul potere d’acquisto dei risparmiatori.

Il mercato immobiliare residenziale, dopo la “rivoluzione” della domanda dettata dalla pandemia e un certo calo dei prezzi che, ad eccezione di Milano, è continuato fino a parte del 2021, oggi offre opportunità interessanti a seconda del budget a disposizione. Inoltre, con un’inflazione al 6% e l’assenza cronica del classico competitor rappresentato dai titoli obbligazionari con cedola sufficiente a compensare l’aumento dei prezzi al consumo, l’investimento in un immobile in città o in una località di vacanza, da mettere a reddito, viene visto come l’unica alternativa.

Con un budget inferiore a 200mila euro si può optare per un piccolo taglio nelle grandi città, puntando su aree dove sono in corso lavori di riqualificazione o potenziamento dei collegamenti. Restano sempre un ottimo investimento le aree universitarie in grado di garantire interessanti rendimenti (soprattutto se si affitta il posto letto) e quelle che concentrano la presenza di aziende con lavoratori fuori sede.  A Milano, per esempio, si potrebbe valutare l’acquisto di un bilocale in alcune zone emergenti come Lodovico il Moro, Ripamonti, San Cristoforo, oppure puntare sulla Bovisa che gode della presenza del polo universitario. Nella Capitale, invece, potrebbe rendere bene un monolocale di 30 mq, posizionato in zona universitaria, dove una soluzione in buono stato si può acquistare sotto i 200mila euro. A Torino ci sono diversi quartieri che si stanno affermando negli ultimi anni, per servizi offerti o per migliorie in atto, tra questi Cit Turin dove con un budget di questo tipo si può acquistare un taglio fino a 50 mq.

Sempre tra le grandi città, si possono annoverare Bari e Genova (che negli ultimi anni ha subito maggiormente il ribasso dei prezzi). Per entrambe le realtà c’è molta attesa per la riqualificazione del waterfront che potrebbe offrire, a livello turistico, una maggiore attrattiva. A Bari, nella zona di Murat, una soluzione ristrutturata può costare mediamente intorno a 3.000 euro al mq, e quindi si può puntare su una metratura di 55 mq da affittare anche per uso turistico. Nel capoluogo ligure, la zona Foce è interessata dai lavori di riqualificazione e ha costi medi di 2.600 euro al mq. Un capoluogo di provincia che si sta rivalutando in modo importante è Trieste, città caratterizzata da un mix di stili e culture che può contare sicuramente su una università storica e su interventi di rigenerazione urbana. Nelle zone centrali, una soluzione nuova può avere un prezzo medio di 2.200 euro al mq; quindi con un budget iniziale di 200mila euro si può acquistare una buona metratura.

Un’ulteriore alternativa sono le zone turistiche che, negli ultimi due anni e soprattutto dopo il primo lockdown, sono state selezionate da chi cerca la casa vacanza. Scegliendo località meno “di tendenza” si possono acquistare piccoli tagli, come Bordighera, dove sarà ufficialmente presentata la ciclovia Bicknell: un itinerario di circa 100 km, fruibile da tutti gli appassionati di mountain bike di ogni livello. Una soluzione in buono stato si aggira intorno a 2.500 euro al mq per cui si possono acquistare tagli fino a 80 mq. In spolvero anche le località di mare venete, dove i prezzi stanno recuperando negli ultimi tempi e si stanno realizzando numerosi interventi urbanistici. A Jesolo, per esempio, da anni va avanti un importante sviluppo edilizio e si sono realizzate opere per migliorare il lungomare. Una soluzione in buono stato si scambia a prezzi medi di 3.550 euro al mq, per cui si può acquistare un piccolo bilocale da 50 mq.

Per  chi ha la possibilità di budget più alti, le opportunità aumentano. Con una disponibilità fino a 500mila euro, nelle metropoli è possibile acquistare un taglio medio anche nelle zone centrali. Si potrebbe anche prendere in considerazione l’idea di acquistare due appartamenti in posizioni meno centrali o in località di provincia, mentre se si preferisce il segmento turistico potrebbe valere la pena acquistare nelle località più di tendenza come la Costiera Amalfitana, la Sardegna o il lago di Garda che, soprattutto sulla sponda veronese, sta dando ormai da anni ottimi risultati. A Torri del Benaco, una delle cittadine più apprezzate sul lago di Garda, con un budget di 500mila euro si può acquistare un bilocale fino a 70 mq. Spostandosi verso il mare del Sud, invece, occorre accontentarsi di 10 mq in meno ad Amalfi, dove i prezzi si aggirano intorno a 7.500 euro al mq. Per il fronte mare (8.000 euro al mq), il budget non è più sufficiente e occorre mettere in conto altri 28mila euro circa.

Con oltre 500mila euro, poi, ci si può spingere verso le tipologie centrali signorili oppure su soluzioni indipendenti che, negli ultimi semestri, hanno visto crescere notevolmente l’interesse dei potenziali acquirenti. In tal caso, spesso si acquista per uso personale ma si potrebbe pensare di diversificare l’investimento e di acquistare più tagli piccoli, oppure un immobile in città e un altro in una località turistica. Infine, con in capitale superiore a un milione di euro si può acquistare in centro a Milano una soluzione signorile nuova (che può arrivare tranquillamente a 15mila euro al mq) non superiore a 100 mq, ma se si compra per investimento e per mettere a reddito l’immobile è certamente più profittevole l’acquisto di piccoli tagli da affittare, oppure da ristrutturare o rivendere.

Borse europee, il rally dei tecnologici e i rapporti sugli utili risollevano le quotazioni

L’attenzione è puntata sulla riunione della Fed del 4 Maggio, e le aspettative sono per un aumento dei tassi di 50 punti base e di un dollaro sempre più forte.

Venerdì scorso le azioni europee sono salite al loro massimo settimanale, spinte dai i rapporti sugli utili solidi e dal rally dei titoli tecnologici. Questi due fattori hanno aumentato la propensione al rischio alla fine di un mese volatile dominato dalle preoccupazioni per la guerra e per il rallentamento della crescita globale.

I problemi sul tavolo rimangono molti: le preoccupazioni per un aumento più rapido dei tassi di interesse, il conflitto in Ucraina, i blocchi cinesi per il COVID-19 e le elevate valutazioni nel settore tecnologico statunitense, tutti fattori che nei mesi scorsi hanno innescato vendite di azioni globali e penalizzato i portafogli di investimento. Negli ultimi giorni, però, si è intravista qualche luce nel tunnel profondo del pessimismo. Per esempio, l’investitore tecnologico olandese Prosus NV, che ha una partecipazione importante nella cinese Tencent, è balzato del 10,8% dopo che un rapporto affermava che le autorità di regolamentazione statunitensi e cinesi stavano negoziando un passaggio chiave per evitare il delisting statunitense delle società cinesi.

Al di là del risultato del singolo titolo, la notizia fa ben sperare per i giganti cinesi quotati all’estero, anche perché i loro utili aziendali sono abbastanza resistenti ai grandi shock economici e molte aziende hanno già trasferito sui prezzi al pubblico i costi di materie prime e di produzione in aumento per mantenere inalterati i margini di profitto e gli utili futuri. Nel frattempo, l’ufficio statistico dell’Unione Europea ha affermato che il PIL è aumentato dello 0,2% su base trimestrale, mentre gli economisti intervistati da Reuters si aspettavano una crescita dello 0,3%. Tuttavia, i titoli tecnologici sono aumentati del 2,2%. I fornitori Apple, tra cui ST Microelectronics, AMS e ASM International, sono tutti aumentati di circa il 2% ciascuno dopo che il produttore di iPhone ha registrato profitti e vendite record, mentre gli analisti prevedono che l’utile delle società STOXX 600 crescerà del 27,1% nel primo trimestre e del 13,7% nel secondo trimestre, con il maggiore impulso proveniente dalle società energetiche.

Negli USA Il sentiment è appesantito dalla delusione per la stagione delle trimestrali Usa, che vede alcune Big Tech mostrare atteggiamenti improntati alla cautela. Inoltre, pesano i risultati di bilancio di Amazon, che perde in Borsa oltre il 12% dopo aver riportato nel primo trimestre la prima perdita dal 2015 per via del pessimo investimento (loss di 3,8 miliardi di USD) effettuato nel produttore di auto elettriche Rivian. Amazon ha poi comunicato di stimare per il trimestre attuale una perdita operativa compresa tra 1 e 3 miliardi di USD, ma ciò che spaventa di più è che la crescita del fatturato è stata di appena il 7% nel primo trimestre, rispetto al boom +44% del primo trimestre del 2021. Sul fronte obbligazionario, la spirale di forte inflazione ha determinato una risalita dei tassi sui Treasuries Usa a scadenza decennale (2,864%).

In Italia il mese si conclude con saldo decisamente negativo (-4%) per la Borsa di Milano. L’attenzione adesso è puntata sulla riunione della Fed del 4 Maggio, e le aspettative sono per un aumento dei tassi di 50 punti base e di un dollaro sempre più forte, con il mito della parità con l’euro sempre più vicino. Se dovesse accadere, però, non sarebbe esattamente una buona cosa…

S&P500, probabile un rally dopo la riunione della Fed. A fine maggio nuova debolezza

Lo S&P 500 vedrà probabilmente un notevole rimbalzo dopo la riunione del FOMC, ma i dati fondamentali negativi sono troppo forti per non riprendere il sopravvento verso la fine di maggio.

A meno che la Fed non annunci qualcosa di completamente inaspettato rispetto a quanto è già stato digerito a fatica dai mercati negli ultimi mesi, è probabile che la conferenza stampa del FOMC del prossimo 4 Maggio possa  riservare contenuti che facciano ridurre il rischio implicito per il mercato azionario. L’indice VIX, che è una misura della volatilità, è attualmente scambiato intorno a 33, e ciò indica che i livelli di volatilità implicita stanno diminuendo e che il valore delle opzioni put potrà diminuire molto rapidamente, portando trader e investitori a venderle facendo sì che i market maker inizino ad acquistare future S&P 500 e a soffiare un vento favorevole per l’aumento dell’indice.

A Wall Street qualcuno già parla – forse un pò frettolosamente – di “ciclo del FOMC”. Infatti, dalla fine del 2021 le riunioni del FOMC sono state seguite da ottimi rialzi dello S&P 500, mentre i verbali del FOMC hanno dato la stura a forti cali di mercato. Pertanto, potrebbero esserci buone possibilità che questo mini-ciclo continui con lo S&P 500 in rialzo dopo l’incontro. Anche l’indice VIX è generalmente scambiato a livelli più bassi quando escono i verbali del FOMC,  a livelli più alti prima della riunione del FOMC, ed oggi il VIX scambia a livelli elevati in vista della riunione del FOMC. Tuttavia, è probabile che qualsiasi rally sia di breve durata, perché i fondamentali sottostanti dello S&P 500 e il mercato azionario in generale si stanno deteriorando: quando i tassi di interesse più elevati si comprimono, il rapporto P/E e gli utili generalmente diminuiscono.

Due problemi tra tutti scuotono gli operatori. L’aumento dei rendimenti reali è il problema più grande che il mercato azionario deve affrontare, ed anche i dividendi reali sono impoveriti dalla inflazione elevata. Già nelle ultime settimane si è osservata una certa compressione del rapporto P/E, sceso a 17,5 rispetto alla media storica di 16,1 rilevata dal 2002. Ma va riconosciuto che tra la primavera del 2020 e la fine del 2021 il rapporto P/E dello S&P 500 era storicamente molto alto. L’altro problema è che le stime degli utili per lo S&P 500 potrebbero ora iniziare a subire pressioni. Il NASDAQ 100 e il NASDAQ Composite hanno già iniziato a vedere diminuire le stime degli utili per il 2022. Pertanto, sembra difficile immaginare che le stime degli utili dello S&P 500 reggeranno, poiché il NASDAQ 100 di solito anticipa le stime di utili rispetto allo S&P 500.

Su tutto, la Fed ha chiarito che le politiche monetarie si debbano inasprire, e le azioni non hanno mai avuto buoni risultati in tali occasioni, subendo forti ribassi. Questa volta non è probabile che sia diverso, perché la politica monetaria deve inasprirsi ancora un po’ prima di raggiungere un livello neutrale. Lo S&P 500 vedrà probabilmente un notevole rimbalzo dopo la riunione del FOMC, ma i dati fondamentali negativi sono troppo forti per non riprendere il sopravvento verso la fine di maggio, quando il mercato conoscerà i verbali del FOMC e vivrà la consueta debolezza estiva.

Pertanto, investire oggi è più complesso che mai, con le azioni ora in aumento ora in calo sulla base di pochissime notizie, mentre sempre più spesso si fa l’opposto di ciò che sembra logico alla ricerca di opportunità che si rivelano veramente difficili da individuare; poi, quando sono state individuate, di solito è troppo tardi per investire.

L’inflazione italiana prende fiato ad aprile, ma il trend rimane al rialzo

Le riduzioni delle tasse governative su energia e carburante sono riuscite a fermare l’aumento dell’inflazione complessiva solo temporaneamente. Possibile una stabilizzazione dell’indice dei prezzi al consumo dopo il secondo trimestre.

Di Adriana Cardinale*

Il rallentamento dell’economia italiana nel primo trimestre ha ceduto il passo ad una lieve contrazione, quando l’impatto della guerra in Ucraina ha aggravato altri fattori negativi che avevano già colpito consumatori e imprese. Nonostante le misure compensative messe in atto dal governo, pertanto, sembra altamente probabile una recessione tecnica.

La stima preliminare del PIL del primo quadrimestre 2022 indica una contrazione dello 0,2% su base trimestrale (+5,8% il dato annuale mese su mese), in linea con le aspettative di consenso. Sebbene i dati non lo abbiano ancora confermato, pare che la domanda interna abbia dato un contributo positivo alla crescita trimestrale, soprattutto grazie alle costruzioni – alimentate dai bonus, ogni città è un grande cantiere – ma a frenare sono state le esportazioni nette e i consumi privati, questi ultimi rallentati dalla diminuzione del reddito reale dei consumatori e del livello di fiducia, che ha raggiunto il livello più basso da Novembre 2020.

A livello di macro-settori, è andata bene l’Agricoltura, stabile l’Industria e male il settore dei servizi, ed è possibile che il consuntivo economico del terzo trimestre alla fine sarà uguale a quello precedente, nonostante le misure introdotte dal governo per stemperare gli effetti di una inflazione elevata di lontana memoria – neanche gran parte dei millennials se la ricordano – e del caro-energia che peserà molto quest’anno sull’equilibrio finanziario delle famiglie. Del resto, anche la fiducia delle imprese è ai minimi termini, dal momento che la bassa disponibilità di attrezzature e materiali è ancora di ostacolo alla produzione. Inoltre, la fiducia dei consumatori è nuovamente scesa, sebbene una buona novella sembra arrivare dal settore turistico, che per questa estate e inizio autunno si prevede in grande crescita.

Nel dettaglio, secondo l’ISTAT l’inflazione ad Aprile si è abbassata al 6,2% su base annua dal 6,5% di Marzo), grazie alla riduzione temporanea della tassazione sui carburanti e sui prezzi regolamentati dell’energia, ma senza queste misure l’inflazione complessiva sarebbe aumentata di nuovo. Le pressioni inflazionistiche maggiori provengono dal comparto energia (+42,4%) e dai generi alimentari (6%), mentre nei servizi il tasso di inflazione è stato solo del 2,1%. Le previsioni degli economisti indicano probabili ulteriori pressioni sul fronte dell’inflazione core, dal momento che le imprese riverseranno sui prezzi alla produzione i maggiori costi che hanno ridotto i margini di profitto. Di conseguenza, il governo sarà sottoposto a crescenti pressioni politiche per allargare i cordoni della spesa pubblica e compensare famiglie e imprese, magari prorogando fino a giugno i tagli alle tasse sui carburanti. Questo – attenzione – non farebbe diminuire l’inflazione, ma solo farla stabilizzare intorno al 6,5%, salvo nuovi e più gravi sviluppi dalla guerra in Ucraina e dal caro-petrolio/gas.

In definitiva, il dato peggiore di tutti è quello del sentiment, ossia cosa frulla per la testa degli investitori e cosa sentono “di pancia” i consumatori: nessuno di loro riesce ad abituarsi all’idea di una guerra combattuta sul campo, che si riteneva essere ormai un retaggio del secolo scorso, una cosa da raccontare a figli e nipoti. Invece, di fronte all’atteggiamento della Russia di Putin – e per alcuni anche dell’Ucraina e di Zelensky, ma non entriamo nel merito – persino la Cina ci sembra un tranquillo approdo di pace, equità sociale e democrazia progressista.

* Segreteria di redazione P&F

Mercati azionari: “dentro o fuori”? Gli investitori maturi lavorano sul lungo periodo

Gli investitori millennials venuti fuori nel periodo della pandemia hanno guadagnato molto con i titoli tecnologici e di e-commerce il primo anno, ma nel periodo successivo hanno mostrato di non avere la stessa tolleranza al rischio degli investitori più maturi.

Il mercato azionario ha chiuso con una nota cupa venerdì scorso, e la giornata del 26 Aprile (Dow-1,42% – Nasdaq -2,98%) lascia intravedere un certo livello di continuità con le settimane passate, visto che i tre principali indici statunitensi proseguono nella discesa sostenuta e gli investitori seguitano nel clima di pessimismo dettato dalla inflazione elevata, dalla lotta della Fed contro di essa e dai timori di una recessione dura. La segretaria del Tesoro Usa Janet Yellen ha comunque gettato acqua sul fuoco, affermando che l’economia si sta rivelando molto resiliente di fronte a una serie di shock, e di non aspettarsi affatto una recessione.

La Yellen, inoltre, ha detto che l’inflazione potrebbe aver raggiunto il picco negli Usa, ma ha messo in guardia i cittadini sul fatto che i prezzi potrebbero restare elevati “un po’ più a lungo”. Nel frattempo, la fiducia è stata presa a pugni e gli esperti finanziari non fanno altro che raccomandare agli investitori di non farsi prendere dal panico, ma di pensare invece a strategie a lungo termine, molto più adeguate per gestire momenti come questo ed un sentiment generale sceso sotto i piedi, con un significativo 44% delle persone convinti che il mercato si stia muovendo in una direzione ribassista. Negli Stati Uniti, per esempio, l’ultimo indicatore settimanale dell’American Association of Individual Investors segna quasi 14 punti percentuali al di sopra della media storica del 30,5% sul sentiment ribassista, e solo il 19% ha dichiarato di essere rialzista, ma questo accadeva lo scorso 20 aprile. Non accadeva dal mese di Maggio 2016 che il sentiment rialzista non superasse il 20% per due settimane consecutive.

Nel frattempo, sei investitori su 10 prevedono un ulteriore aumento della volatilità del mercato, e sette su 10 affermano di essere preoccupati per una recessione, secondo un sondaggio Nationwide pubblicato pochi giorni fa. Nello stesso sondaggio, circa quattro investitori su 10 (44%) hanno affermato di sentirsi più fiduciosi nella propria capacità di proteggere le proprie finanze in caso di imminente recessione, e il 38% ha affermato di sentirsi fiducioso nella propria capacità di investire nel mercato azionario.

Gli investitori al dettaglio continuano a non avere alcuna visione strategica del mercato, soprattutto i clienti millennials che hanno una elevata propensione al rischio, padronanza della tecnologia digitale ma poco tempo a disposizione per dedicarsi agli investimenti azionari con la dovuta attenzione. Sembrano essere loro i maggiori responsabili del deflusso di circa 17,5 miliardi di dollari dalle azioni globali durante la scorsa settimana, sia in via diretta che attraverso gli strumenti di risparmio gestito. Da lì si è generato il ribasso degli indici americani, e in Europa i deflussi dai mercati azionari sono stati di poco inferiori, sebbene attribuibili quasi interamente ai fondi per via delle richieste di riscatto maggiori del solito.

Il problema è che i nuovi investitori regolari venuti fuori nel periodo della pandemia, per lo più millennials di fascia d’età più bassa (30 anni), hanno guadagnato molto con i titoli tecnologici e di e-commerce nel periodo Maggio 2020 – Maggio 2021, e nel periodo successivo hanno mostrato di non avere la stessa tolleranza al rischio rispetto agli investitori più sofisticati o agli investitori istituzionali. Soprattutto mostrano di non avere nessuna visione di lungo termine, che tipicamente entra a far parte del bagaglio personale di esperienza dell’investitore solo dopo qualche decennio  di pratica oppure quando qualcuno o qualcosa ti ha instradato verso i rudimenti dell’educazione finanziaria di base, nel nome della quale, in momenti come questo, è necessario prendere fiato ed evitare di fare qualcosa di drastico.

Soprattutto, evitare di ragionare sugli effetti – mercato che scende, volatilità etc – e concentrarsi sulle cause. O meglio, sulla “causa regina”, l’inflazione, che continua ad essere sostenuta e costringe la Fed ad essere più aggressiva, rappresentando un rischio per l’economia e per i mercati finanziari. Tuttavia, una recessione nei prossimi 12 mesi non sembra essere considerata da nessun analista. Secondo Solita Marcelli, chief investment officer Americas di UBS Global Wealth Management, l’economia può crescere anche con la serie di aumenti dei tassi a cui gli investitori si stanno preparando, anche perchè i risultati degli utili del primo trimestre sono stati generalmente buoni, al netto delle eccezioni come Netflix, che la scorsa settimana ha riportato una perdita secca di 200.000 abbonati quando gli analisti avevano previsto una crescita di 2,5 milioni di abbonamenti.

Nelle fasi come quella che stiamo vivendo, con la triade pandemia-guerra-inflazione che non smette di fare danni, gli investitori dovrebbero privilegiare l’ottica di lungo termine, anche perché gli attacchi di volatilità non sono certamente finiti, e le obbligazioni continuano a perdere terreno e ad aumentare i rendimenti. Ciò dovrebbe sollecitare una modifica al portafoglio, riconsiderando le allocazioni, realizzando perdite per raccogliere il minus fiscale.

Di certo, non è il momento di assumere una decisione estrema, “dentro o fuori”, perché in un modo o nell’altro non farebbe bene.