Maggio 14, 2026
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Mercati: l’azionario globale scende, i rendimenti salgono. Dall’Opec un gioco a somma zero

La decisione dell’OPEC di aumentare la produzione un pò più del previsto non influirà sull’offerta globale, poiché man mano che la Cina allenterà le restrizioni la maggiore domanda assorbirà il surplus di offerta.

Ancora in discesa i mercati azionari globali dopo che i dati hanno mostrato come l’economia americana abbia generato un numero di posti di lavoro maggiore del previsto nel mese di maggio, segnalando che la Federal Reserve probabilmente continuerà ad aumentare i tassi di interesse in modo aggressivo nel suo sforzo per frenare l’inflazione. Salvo spunti positivi improvvisi, pertanto, la settimana in corso dovrebbe seguire la scia, non lasciando intravedere alcun momento di svolta.

Nel dettaglio, il rapporto sull’occupazione attentamente monitorato dal dipartimento del lavoro ha mostrato che l’economia statunitense ha aggiunto 390.000 posti di lavoro a maggio, con il tasso di disoccupazione stabile al 3,6% per il terzo mese consecutivo, battendo la maggior parte delle stime degli analisti. I trader speravano che il rapporto sull’occupazione rivelasse segni di debolezza nell’economia statunitense, in modo tale da persuadere la Fed ad ammorbidire la sua posizione sull’inflazione e sui tassi di interesse, e quindi per evitare di innescare una recessione. Infatti, ad eccezione del commercio al dettaglio, l’economia sul fronte dell’occupazione continua a crescere, e adesso la Fed ha ancora bisogno di distruggere un pò di domanda con aumenti dei tassi di 50 punti nei prossimi appuntamenti”.

Parlando di mercati, sia l’indice azionario mondiale MSCI – replicante le azioni di 50 paesi – che l’indice paneuropeo STOXX 600 sono scesi, mentre i rendimenti del Tesoro USA sono saliti ai massimi di due settimane (i treasury a 10 anni sono saliti al 2,946%, mentre quelli a due anni al 2,6606%). A Wall Street, tutti e tre i principali indici hanno chiuso al ribasso, spinti al ribasso dalle vendite nei settori della tecnologia, dei beni voluttuari, dei servizi di comunicazione, dei finanziari e dell’industria. La Fed aveva riconosciuto che in autunno avrebbe potuto fare una pausa, ma adesso è tutto in discussione. Nel frattempo, il dollaro USA è salito contro un paniere di valute dopo il rapporto sull’occupazione, e i prezzi del petrolio si sono stabilizzati al rialzo, sostenuti dalle aspettative che la decisione dell’OPEC di aumentare gli obiettivi di produzione leggermente più del previsto non influirà molto sull’offerta globale, poiché ci si attende un aumento della domanda man mano che la Cina allenterà le restrizioni legate alla pandemia di COVID-19.

In pratica, una mossa a somma zero, che dimostra la volontà politica dell’Opec di lasciare i prezzi del greggio non al di sotto di quota 100 dollari, contro un costo medio di estrazione e raffinazione stimato in circa 28 dollari al barile in area Opec+ (ossia nel raggruppamento allargato alla Russia). Inoltre, i prezzi del greggio sono aumentati per la sesta settimana consecutiva – con il greggio West Texas Intermediate (WTI) che è salito a 120 dollari al barile – poiché la decisione dell’Unione Europea di vietare fino al 90% delle importazioni di petrolio russo ha sollevato preoccupazioni per l’offerta limitata. I prezzi dell’oro, invece, sono scesi di quasi l’1% dopo che l’attrattiva dei metalli preziosi è stata intaccata dall’aumento dei rendimenti del dollaro USA e del Tesoro.

Cosa aspettarsi dai mercati questa settimana – I mercati azionari statunitensi hanno perso i guadagni realizzati all’inizio della settimana, poiché le aspettative di un più rapido inasprimento da parte della Federal Reserve hanno portato a un’ondata di vendite di titoli azionari e obbligazionari governativi. La settimana corrente sarà probabilmente relativamente tranquilla sui mercati finanziari, ed il momento clou sarà l’attesissimo aggiornamento di maggio del tasso di variazione dei prezzi al consumo negli Stati Uniti, che potrebbe indicare se l’inflazione potrebbe aver raggiunto il picco o se le pressioni sui prezzi possano accelerare ulteriormente. Peraltro, gli osservatori del mercato possono anche aspettarsi numerosi aggiornamenti economici dall’estero, comprese le stime finali per la crescita del PIL nel primo trimestre nell’eurozona e in Giappone.

L’inflazione negli Stati Uniti è leggermente decelerata all’8,3% ad aprile, dopo aver raggiunto il massimo in 41 anni dell’8,5% a marzo. L’aumento dei costi dell’energia continua a guidare l’aumento dei prezzi, con il prezzo medio nazionale di un gallone di gas che sale al livello record di 4,76 dollari. Sempre venerdì, l’Università del Michigan rilascerà la lettura preliminare di giugno del suo Consumer Sentiment Index (MSCI). L’indicatore del sentiment misura la fiducia dei consumatori per quanto riguarda le proprie finanze, nonché le loro prospettive a breve e lungo termine per l’economia statunitense in generale. Dato che la spesa dei consumatori rappresenta oltre i due terzi del prodotto interno lordo (PIL) degli Stati Uniti, il Michigan Consumer Sentiment Index è un prezioso indicatore per la fiducia generale dei consumatori.

Le stime di consenso per la lettura preliminare di giugno prevedono un calo dell’MSCI a 58,1, poiché l’inflazione persistentemente elevata e i crescenti timori di un rallentamento economico continuano a incidere sulla fiducia dei consumatori.

Le azioni europee in ribasso. Pesano le attese sull’aumento dei tassi e la paura di una recessione

L’ottimismo generato dall’allentamento delle restrizioni in Cina è stato rapidamente annullato dai dati che indicano che le economie potrebbero andare verso la recessione.

Venerdì le azioni europee sono scese, spazzando via i guadagni precedenti, dopo che i dati sull’occupazione negli Stati Uniti hanno supportato la tesi dell’inasprimento aggressivo della politica della Federal Reserve. Di conseguenza, gli investitori hanno alzato il tiro delle scommesse sui rialzi dei tassi della BCE dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione della scorsa settimana.

L’indice paneuropeo STOXX 600 ha concluso una settimana tumultuosa in calo dello 0,9%, con volumi che contenuti a causa delle festività in Gran Bretagna e Cina. Il settore della tecnologia dell’informazione, sensibile ai tassi, ha portato perdite consistenti sullo STOXX 600, mentre il settore automobilistico è sceso dell’1,6%. In particolare, il francese Faurecia (fornitore di componenti per auto) ha perso il 6,8%, ed ha dichiarato di aver lanciato un aumento di capitale di 705 milioni di euro (758 milioni di dollari) per finanziare l’acquisizione della rivale tedesca Hella. Questi risultati sembrerebbero confermare che gli investitori abbiano aumentato le loro scommesse sugli aumenti dei tassi di interesse della BCE per quest’anno, prezzando un aumento più ampio di 50 punti base in almeno una delle riunioni politiche della banca entro il prossimo ottobre, come naturale portato dell’inflazione record nella zona euro.

“In considerazione della drammatica tendenza dell’inflazione e del fatto che la BCE è così chiaramente ‘dietro la curva’, rispetto alla Fed, il linguaggio della BCE dovrebbe tendere a diventare più aggressivo”, scrivono gli analisti di Commerzbank in una nota. Infatti, i dati di venerdì hanno mostrato che i datori di lavoro statunitensi hanno assunto più lavoratori del previsto a maggio, e hanno mantenuto un ritmo abbastanza sostenuto di aumenti salariali. Si tratta di segnali di forza del mercato del lavoro, che manterranno la Federal Reserve su un percorso di aggressività della politica monetaria, e ciò fa temere che in Europa la BCE seguirà l’esempio, sebbene lo “stile” europeo di manovra dei tassi di interesse non sia mai stato così aggressivo al pari di quello americano.

Il risultato negativo dei mercati azionari europei ha sorpreso molto quanti speravano, ad inizio della scorsa settimana, un maggiore entusiasmo dopo che la Cina ha allentato alcune restrizioni legate al COVID-19 e ha rivelato l’intenzione di usare ulteriori stimoli, ma l’ottimismo è stato rapidamente annullato dai dati che indicavano che le economie potrebbero andare verso la recessione. In Francia, per esempio, secondo un’indagine, la crescita dell’attività nel settore dei servizi dominante del paese è diminuita a maggio rispetto ad aprile, ed anche il settore dei servizi tedesco ha mostrato segnali di rallentamento della crescita.

Il divieto parziale da parte dell’Unione Europea alle importazioni di petrolio dalla Russia, in rappresaglia all’invasione dell’Ucraina, ha anche alimentato i timori di un ulteriore aumento dell’inflazione. “Un’eventuale recessione non si verificherà quest’anno, ma molto probabilmente nel 2023. Detto questo, ci aspettiamo che il mercato sconti in modo più appropriato un minore slancio dell’economia“, hanno affermato gli strateghi azionari di Generali Investments. Nonostante queste dichiarazioni di importanti analisti – che sono generalmente caute riguardo una eventualità di recessione –  i titoli continuano a subire una scarsa propensione al rischio, con eccezione di alcuni player che beneficiano degli effetti del conflitto armato. Per esempio, l’italiano Leonardo è salito del 2,0% dopo che la tedesca Rheinmetall ha fatto un’offerta per una partecipazione di minoranza nella sua unità di produzione di cannoni OTO Melara, fissando un valore di 190-210 milioni di euro come prezzo indicativo per la partecipazione del 49% nel produttore di armi italiano.

Eppure, nella zona euro la crescita del business è stata robusta a maggio, ma rischia di essere vanificata a causa dell’aumento del costo della vita, delle interruzioni della catena di approvvigionamento e dell’incertezza sull’invasione russa dell’Ucraina. L’indice composito finale dei responsabili degli acquisti (PMI) di S&P Global, considerato un buon indicatore della salute economica, è sceso a 54,8 a maggio dal 55,8 di aprile, poco meno di una stima preliminare di 54,9. Qualsiasi valore superiore a 50 indica comunque una crescita. La forte domanda di servizi ha contribuito a sostenere un ritmo sostenuto di crescita economica; tuttavia, i rischi sembrano essere orientati al ribasso per i prossimi mesi. Il settore manifatturiero rimane limitato in modo preoccupante dalla carenza di offerta, e sia le imprese che le famiglie rimangono afflitte dall’aumento dei costi.

Ci sono segnali che la spinta all’economia determinata dalla maggiore domanda di servizi post restrizioni stia iniziando a svanire, per cui le aziende hanno ridimensionato le loro aspettative di crescita per il prossimo anno, preoccupate per la carenza di offerta, l’aumento del costo della vita e l’inasprimento delle condizioni monetarie. Di conseguenza, l’indice composito della produzione futura è sceso a 59,9 da 60,5, uno dei livelli più bassi dall’inizio della pandemia.

Mobility startup, appuntamento a Milano il 6 Ottobre per andare “Oltre le barriere”

Il prossimo 6 ottobre 2022 l’appuntamento della Mobility Conference Exhibition a Milano. Imprese, startup e istituzioni si ritroveranno per confrontarsi e fare il punto sulle grandi sfide future del settore.

Non solo car sharing. Inserire la sostenibilità al centro della mobilità significa oggi cogliere l’occasione per superare vecchi e nuovi problemi grazie al ruolo che l’innovazione e il digitale possono giocare. Da qui nasce “Beyond Barriers – Oltre le barriere”, il fil rouge della 7a edizione di MCE 4X4, l’evento per Startup organizzato da Assolombarda e Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e dedicati alle sfide della nuova mobilità, in particolare quella urbana, una sfida che riguarda persone e merci. 

Dal 6 giugno al 3 luglio la Call per Startup selezionerà le 16 realtà innovative che parteciperanno all’evento del 6 ottobre prossimo: una giornata dedicata alla Conference, ai Business Speed Date e Tandem Meeting tra imprese, al networking e alla contaminazione tra pionieri delle nuove soluzioni e i protagonisti del sistema economico e produttivo lombardo. Un evento esclusivo, il cui impatto si misura prima di tutto nel rafforzamento dell’ecosistema e della cultura dell’innovazione che coinvolge tutto il tessuto imprenditoriale.  “MCE 4×4, nata nel 2016 su iniziativa di Assolombarda e Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e con il supporto dell’advisor Nuvolab, è stata un’esperienza di open innovation che ha lasciato il segno nella nostra realtà. Basti pensare che dal 2016 sono state presentate 80 startup e sono stati organizzati 400 incontri tra imprese e nuove realtà imprenditoriali – afferma Gioia Ghezzi, Vicepresidente di Assolombarda con delega a Infrastrutture, Mobilità e SmartCity

“Per i nostri imprenditori e le nostre aziende – continua Ghezzi – potersi immergere in una giornata di innovazione e networking così ben strutturata è sempre stato un grande valore. Oltre all’impatto positivo creato dalla contaminazione tra startup e aziende corporate, che si è sostanziato in un rafforzamento dell’ecosistema e molteplici attività b2b, MCE 4×4 è stato fucina anche di diversi casi di successo. Oggi, all’indomani della crisi pandemica e nel quadro del contesto storico che dobbiamo affrontare, è ancora più importante per le nostre imprese trovare spazi di confronto e di collaborazione, in particolare in un settore così centrale come quello della logistica e mobilità sostenibile”.

“Come Camera di Commercio negli anni abbiamo consolidato la partnership con Assolombarda per sostenere le nuove iniziative imprenditoriali legate alla mobilità” ha dichiarato Alvise Biffi, Membro di Giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. “Milano, che punta a posizionarsi sempre di più tra le Smart City europee, ben si presta ad essere laboratorio di importanti sperimentazioni sul tema di una mobilità intelligente che deve necessariamente fare perno sul digitale e sull’innovazione. Per questo MCE 4×4 Beyond Barriers rappresenta un momento importante per le nostre imprese e per le startup che potranno mettersi in gioco per presentare nuove idee e soluzioni “.

Dal 6 giugno al 3 luglio sarà possibile per le startup proporre gratuitamente la propria candidatura. La Call è aperta alle startup attive nel settore mobilità e, in particolare, attinenti a uno dei 4 ambiti di sfida: MCE 4X4 for people – i servizi alle persone in movimento, MCE 4X4 data & security – la sicurezza fisica e dei dati digitali, MCE 4X4 logistics – la movimentazione green e sicura delle merci, MCE 4X4 energy – energia verde. Rispetto alle edizioni precedenti i nuovi verticali sono stati pensati proprio intorno al concetto di “barriere” verso gli obiettivi di una mobilità per persone e merci innovativa, sicura, sostenibile e inclusiva. Per approfondire e candidarsi, sarà sufficiente entrare in questa pagina per le informazioni e il form di iscrizione: https://mce4x4-2022.mobilityconference.it/call/

In un’ottica di rafforzamento dell’ecosistema e supporto alle startup, quest’anno le 16 startup selezionate si aggiudicheranno anche la partecipazione al Pitch Day di Tavolo Giovani su mobilità e logistica, e avranno la possibilità di confrontarsi con investitori, imprese e attori dell’ecosistema. Inoltre, le startup saranno iscritte gratuitamente per un anno a Innovup, l’associazione di rappresentanza delle startup italiane. Le 16 startup selezionate avranno uno spazio di esposizione dedicato per effettuare liberi incontri informali con tutti gli ospiti della manifestazione; ma soprattutto avranno la possibilità di incontrare le aziende corporate in momenti più strutturati come i Business Speed Date (si tratta di veloci incontri one-to-one), e i Tandem Meeting, incontri più approfonditi per sondare le possibilità concrete di collaborazione tra imprese.

Fondi USA, gli investitori incrementano le azioni dopo mesi di saldo netto negativo

I fondi azionari globali hanno visto i loro primi afflussi netti dopo 10 settimane di saldo negativo. Sembra che il mercato stia costruendo “modelli rialzisti”, con gli acquirenti che potrebbero tornare sulle azioni e rimanervi.

Con il Dow Jones Industrial Average sulla buona strada per ottenere, la scorsa settimana, la serie di perdite settimanali più lunga in quasi un secolo, i dati provenienti da una manciata di fonti mostrano che gli investitori di tutto il mondo stanno accumulando nuovamente azioni, provocando i primi afflussi netti nelle classi azionarie globali dopo 10 settimane.

In USA, gli investitori hanno scaricato 20,6 miliardi di dollari in fondi azionari globali dal 25 maggio, secondo il rapporto settimanale della Bank of America. I flussi arrivano quando le azioni globali stanno finalmente rimbalzando dopo che l’indice S&P 500 ha a lungo flirtato con il territorio ribassista, in buona compagnia dei principali benchmark sia in Europa che negli Stati Uniti, ormai diretti verso la loro performance settimanale più forte da marzo. Di conseguenza, l’indice MSCI World è salito di oltre il 3% la scorsa settimana, riducendo la sua perdita da inizio anno a circa il 15%.

Con il rimbalzo delle azioni, alcuni analisti di mercato (Citigroup e JP Morgan) hanno confermato con i fatti quanto comunicato ai clienti due settimane fa in merito ad un rimbalzo sostenuto, ma altre case di investimento hanno mantenuto un approccio più cauto, con Bank of America e Morgan Stanley che hanno avvertito che le azioni potrebbero non aver ancora raggiunto i minimi dell’anno. Infatti, secondo Michael Hartnett della Bank of America gli asset più ipervenduti rispetto alle loro medie mobili a 200 giorni includono il Treasury statunitense a 30 anni, le obbligazioni “spazzatura” (c.d. junk bond) e le azioni sia in Cina che in Germania. Finora quest’anno anche le azioni cinesi hanno subito una battuta d’arresto, con l’indice cinese di Shenzhen in calo di quasi il 25% dall’inizio dell’anno.

Nel frattempo, l’indicatore rialzista di Bank of America è rimasto nel “territorio di acquisto contrarian inequivocabile” per la seconda settimana consecutiva. L’indice è crollato da 1,5 a 0,6 nell’ultima settimana, indicando un posizionamento ribassista estremo, sebbene questi dati vengano riportati con un leggero ritardo. L’indicatore rialzista era vicino a 10 solo un anno fa, e questo fa ben comprendere gli estremi a cui si è arrivati e, soprattutto, perché grandi investitori come Warren Buffett stanno rinforzando posizioni azionarie già dai primi di Maggio, allorquando i dati di Refinitiv Lipper hanno mostrato i primi afflussi netti in azioni globali (6,16 miliardi di dollari di fondi azionari globali) e altri dati hanno mostrato forti afflussi in fondi negoziati in borsa incentrati sulle azioni (ETF), con gli investitori al dettaglio e istituzionali che hanno pompato 15,76 miliardi di dollari in ETF durante la scorsa settimana, il massimo in nove settimane. I dati Refinitiv hanno anche mostrato vendite nette di fondi obbligazionari per 9,94 miliardi di dollari dai fondi a reddito fisso durante la scorsa settimana, segnando l’ottavo deflusso settimanale consecutivo.

A differenza di altri tentativi di rimbalzo, pertanto, quest’ultimo ha buone possibilità di durare. Lo S&P 500, infatti, ha guadagnato il 6% da quando l’indice ha raggiunto il livello intraday più basso dell’anno. Ad aiutare a guidare i guadagni è stata l’aspettativa che la Federal Reserve non diventi più aggressiva relativamente al suo piano di aumentare i tassi di interesse. La banca centrale sta cercando di regnare con un’inflazione elevata aumentando i tassi a breve termine, che ha lo scopo di frenare la domanda economica. Ma i verbali della Fed di mercoledì hanno rivelato che la Fed potrebbe non attuare più aumenti dei tassi di quelli attualmente pianificati. In effetti, i verbali implicavano che gli aumenti dei tassi potrebbero presto rallentare, poiché la crescita economica ha già iniziato a rallentare.

Oltre a questi segnali, esistono molte ragioni per credere che questo rally più recente durerà. Innanzitutto, lo S&P 500 è a un livello che dovrebbe dargli un certo supporto, data la perdita dell’indice quest’anno. Gli analisti tecnici cercano aree di “supporto” e “resistenza” sui loro grafici mentre cercano di capire dove potrebbe andare il mercato dopo. In poche parole, finché il supporto regge, è improbabile che i ribassi peggiorino molto da qui. Del resto, mentre  le perdite di questo mese implicherebbero che l’indice potrebbe facilmente scendere al di sotto del livello di 3.950, lo S&P 500 è salito al di sopra di quel livello. In secondo luogo, sembra che il mercato stia costruendo “modelli rialzisti“. In sintesi, il recente balzo dell’indice, portandolo al di sopra dei livelli chiave, mostra che gli acquirenti potrebbero tornare sul mercato e rimanervi. In più, solo nove ETF negoziati in borsa hanno toccato nuovi minimi questa settimana, contro i 24 della scorsa settimana e i 96 della settimana prima. In terzo luogo, i prezzi delle obbligazioni ad alto rendimento stanno salendo, e ciò significa che gli investitori sono più fiduciosi nel credito delle aziende e meno preoccupati per una recessione.

Infine, il dollaro è sceso da un massimo multi decennale di 1,312  contro l’Euro, e si è riavvicinato a 1,7 la scorsa settimana. Dato che il costante aumento del dollaro era stato un cattivo segnale per le azioni, il recente calo del biglietto verde dal suo massimo di 52 settimane è molto gradito.

Area Euro, deboli prospettive di crescita. Pesano guerra e prezzi delle materie prime

Le prospettive economiche dell’area dell’euro si indeboliscono a causa delle pressioni sui costi globali e della guerra in Ucraina. Le proiezioni sull’inflazione sono state riviste al rialzo.

Dall’analisi della stabilità finanziaria del novembre 2021, le prospettive economiche per l’area dell’euro si sono indebolite, mentre le proiezioni sull’inflazione sono state riviste al rialzo. I previsori del settore privato hanno ridimensionato significativamente le loro aspettative di crescita dalla fine dello scorso anno, poiché le ripercussioni della guerra in Ucraina si sono riverberate a livello globale, probabilmente rallentando la ripresa economica.

Le pressioni sui costi che si sono accumulate durante la pandemia di coronavirus sono state amplificate dalla guerra, che ha provocato ulteriori aumenti dei prezzi delle materie prime, influito sulle catene di approvvigionamento e notevolmente indebolito la fiducia dei consumatori. Di conseguenza, le aspettative di consenso sulla crescita del PIL reale nell’area dell’euro nel 2022 sono state declassate al 2,7% (in calo di 1 punto percentuale da fine febbraio), mentre le aspettative di inflazione sono state riviste al rialzo al 6,8% (+2,6 punti percentuali da fine febbraio) (Grafico 1.1, riquadro a).

Sebbene la guerra in Ucraina abbia provocato aumenti sostanziali dei prezzi dell’energia e delle materie prime, l’impatto più diretto attraverso le esportazioni dell’area dell’euro è stato contenuto. Le sanzioni sono servite a isolare in modo significativo l’economia russa, il che si riflette in un forte declassamento delle sue prospettive di crescita economica e in un contemporaneo aumento delle aspettative di inflazione. L’impatto diretto del conflitto sull’economia dell’area dell’euro è stato relativamente modesto. Complessivamente, le esportazioni verso la Russia rappresentano il 3% della domanda estera, con alcuni paesi dell’Europa orientale che hanno esposizioni significativamente maggiori. Modeste anche le importazioni dalla Russia, intorno al 4% del totale. Tuttavia, le cifre principali relativamente piccole per le importazioni e le esportazioni nascondono la maggiore dipendenza dell’area dell’euro in termini di approvvigionamento energetico. L’area dell’euro dipende dalle importazioni russe per il 20% del suo fabbisogno di petrolio e il 35% del gas, con alcune economie più grandi che mostrano livelli di dipendenza ancora maggiori. Di conseguenza, le economie con una quota maggiore dell’energia russa nel loro mix energetico totale potrebbero dover affrontare maggiori sfide nella ricerca di fonti alternative e potrebbero essere più colpite se venissero imposte ulteriori sanzioni.

Il conflitto in Ucraina si è aggiunto alle pressioni inflazionistiche globali preesistenti, poiché la guerra ha aumentato i prezzi delle materie prime utilizzate nell’estrazione o nella lavorazione di altre materie prime (ad esempio acciaio, alluminio) e in quelle utilizzate per produrre fertilizzanti e metalli. L’impennata dei prezzi, così, sta ponendo particolari difficoltà anche all’importazione delle economie dei mercati emergenti come l’India, la Turchia, il Messico ei paesi in via di sviluppo dell’area CEE, che potrebbero registrare aumenti significativi dei dati principali sulla base della ponderazione delle materie prime nei loro panieri di consumo. A queste preoccupazioni si aggiunge la prospettiva di una stretta monetaria globale e delle relative ricadute, che potrebbero avere un effetto negativo sulla sostenibilità del debito nei mercati emergenti.

Le catene di approvvigionamento globali sono sotto pressione dalla fine del 2020 a causa della forte domanda di prodotti manifatturieri, della carenza nella fornitura di alcuni fattori chiave e delle interruzioni nel settore della logistica. Di conseguenza, i tempi di consegna dei fornitori nell’area dell’euro si sono notevolmente allungati nell’ultimo anno, e hanno contribuito a un aumento significativo dei prezzi di produzione. In futuro, è probabile che anche alcune catene di approvvigionamento siano colpite dalla guerra in Ucraina, dato il ruolo significativo, tra l’altro, svolto da Russia e Ucraina nelle esportazioni globali di metalli, tra gli altri. Inoltre, la politica cinese zero-COVID ha portato all’imposizione di rigidi blocchi in diversi centri economici, interrompendo ulteriormente la fornitura di determinati beni. In tal modo, sebbene l’indice dei gestori degli acquisti (PMI) dell’area dell’euro rimanga comodamente in territorio espansivo (55,8 ad aprile 2022), le interruzioni continuano a pesare sul ciclo economico, ritardando la ripresa globale dalla pandemia.

Il rallentamento dell’economia cinese oggi aumenta i rischi al ribasso per la ripresa globale. Le turbolenze nel settore dello sviluppo immobiliare cinese sono proseguite all’inizio del 2022, con la crescita delle vendite di immobili residenziali che è rimasta negativa e i prezzi delle case in ulteriore indebolimento. Inoltre, rigide politiche di contenimento della pandemia stanno deprimendo l’attività economica, che si prevede crescerà di circa il 5% annuo nel periodo 2022-24, significativamente al di sotto della media di lungo termine dell’8%. Un rallentamento dell’economia cinese pone anche ulteriori sfide alle economie dei mercati emergenti con stretti legami finanziari con la Cina. Tutto sommato, questi sviluppi si aggiungono ulteriori rischi al ribasso per le prospettive dell’economia mondiale, con potenziali ripercussioni significative sull’area dell’euro.

Le nuove sfide economiche arrivano in un momento in cui alcuni settori e paesi si stanno ancora riprendendo dallo shock pandemico. Sebbene gli elevati livelli di vaccinazione e la variante meno letale dell’Omicron abbiano consentito alle economie dell’area dell’euro di riaprire ampiamente dall’inizio dell’anno, i settori economici continuano a essere colpiti in modo asimmetrico dalla pandemia.

Ad esempio, l’attività nel settore delle arti e dello spettacolo è ancora in ritardo rispetto ai livelli pre-pandemia, mentre il settore tecnologico ha chiaramente beneficiato delle tendenze di consumo osservate durante la pandemia. Questa frammentazione settoriale si riflette anche nella ripresa economica dei paesi dell’area dell’euro. Alcuni paesi si sono ripresi solo di recente dalla pandemia, ma stanno attualmente affrontando forti pressioni inflazionistiche. Inoltre, a seconda del loro grado di dipendenza commerciale con Russia e Ucraina, alcuni paesi dell’area dell’euro saranno colpiti dalla guerra in Ucraina più di altri, aggravando le asimmetrie nei tassi di crescita e inflazione.

Libera trattazione da:
https://www.ecb.europa.eu/pub/financial-stability/fsr/html/ecb.fsr202205~f207f46ea0.mt.html#toc4

Mercato immobiliare, trend e tendenze su compravendite e locazioni

Nelle grandi città avanzano gli acquirenti single. A Milano il mercato immobiliare continua a dare segnali di recupero, mentre il mercato delle locazioni mostra canoni in crescita generalizzata.

Nonostante i dati del mercato immobiliare nel secondo trimestre del 2022 siano ancora parziali e non mostrino pienamente l’impatto psicologico del conflitto armato in Europa, emergono alcune tendenze socio-demografiche sicuramente valide anche nel corrente periodo. In particolare, la componente degli acquirenti single – composta dalle compravendite concluse da individui liberi, divorziati, separati e vedovi­ – avanza nelle città maggiormente attrattive dal punto di vista lavorativo, e cioè Bologna, Milano e Torino.

In queste grandi città, la popolazione single è cresciuta molto nel corso degli ultimi anni, grazie alle opportunità offerte dal mondo del lavoro, dalla presenza di importanti atenei e dalla conseguente prevalenza di studenti universitari e lavoratori fuori sede che, dopo un primo periodo di adattamento abitativo in regime di affitto, acquistano l’abitazione una volta acquisita una certa stabilità economica e sicurezza nel futuro. Bologna, per esempio, è la città con il più alto tasso di acquisto da parte di single (49,5%), seguita da Milano (48,8%) e da Torino (39,1%). Le prime due, in particolare, sono cresciute notevolmente, a testimonianza del fatto che le loro aree riservano maggiori occasioni di lavoro; mentre il dato di Torino è stabile rispetto al 2020 e 2021.

Seguono a ruota Genova, Roma, Verona e Firenze, che si attestano su percentuali che rispecchiano la media delle grandi città (intorno al 36,3%) e confermano le posizioni che occupavano nelle rilevazioni precedenti. Invece, Bari, Palermo e Napoli si confermano le città con i tassi più bassi di acquisti da parte di single, rispettivamente con il 29,3%, il 28,3% e il 26,7%, con lievissimo rialzi rispetto al 2020 e al 2021. Anche questi dati confermano, al contrario, la scarsa attrattività lavorativa di queste aree del Meridione, strette come sono in una “Questione Meridionale” che si trascina dall’Unificazione d’Italia e costringe i cittadini del Sud a convivere con infrastrutture ormai preistoriche.

In generale, la città di Milano si conferma la piazza migliore del Paese, segnando  un aumento dei prezzi immobiliari pari al +39% negli ultimi 5 anni e continuando a lanciare segnali di crescita (fonte: Gruppo Tecnocasa). Milano, infatti, mette a segno un recupero dei volumi del 24,4% rispetto al 2020 e del 2,6% rispetto al 2019, e il trend del 2022 conferma questa tendenza, con acquirenti provenienti da altre regioni italiane e dall’estero. La differenza con il resto dell’Italia è evidente (39% contro una media nazionale del 5% nelle grandi città), per cui possiamo affermare apertamente che nel mercato immobiliare italiano coesistono due differenti aree, quella nazionale (al netto di Milano) e quella del perimetro urbano milanese, dove i prezzi medi si aggirano intorno a 4000 euro al mq per una tipologia medio usata (mentre in provincia, per la stessa tipologia, già si scende a 1600 euro al mq).

Una costruzione nuova costa mediamente 4600 euro al mq in città, e 2150 euro al mq nell’hinterland. Questi prezzi, ovviamente, non sono per tutti e, complice la pandemia, la domanda di immobili sulla provincia milanese proveniente da residenti in città è cresciuta sensibilmente, passando dal 21,2% al 24,2% (nelle altre province italiane dal 13,9% al 18,6%), e ha interessato in particolare i single appartenenti alle fasce più giovani di età, tra i 18 e i 34 anni.

Relativamente al mercato delle locazioni in Italia, si assiste ad un aumento generalizzato dei canoni e ad una ripresa della domanda. Secondo le analisi dell’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa, gli studenti tornano a cercare casa in affitto e i canoni di locazione residenziale registrano un aumento dei valori generalizzato: monolocali (+3,4%), bilocali (+3,1%) e trilocali (+2,5%), segnando una inversione di tendenza. Crescono anche i flussi turistici, facendo riprendere in parte l’attività di short-rent, e i contratti di coloro che cercano casa in affitto perché hanno perso i requisiti positivi di merito creditizio (rating individuale bancario) ed al momento non riescono ad accedere al mercato dell’acquisto per via dell’impossibilità di contrarre un mutuo.

Anche in tema di locazioni, Milano mette a segno uno dei recuperi più significativi (+5,6% per i monolocali, +4,9% per i bilocali, +4,2% per i trilocali), mentre  a livello nazionale i canoni sono ancora in aumento anche per i capoluoghi di provincia (+2,9% per i monolocali, +2,2% per i bilocali e +2,6% per i trilocali). I tempi di locazione sono di 46 giorni nelle grandi città e 43 giorni nei capoluoghi di provincia. Le metropoli dove si affitta più velocemente sono Bari e Firenze. Il contratto a canone libero è stato scelto nel 44,5% dei casi ma è in crescita quello a canone transitorio, passato da 21,8% a 27,1%. La motivazione di tale salto si deve ricercare nella ripresa delle locazioni per studenti e lavoratori fuori sede. Questo tipo di contratto è stato scelto anche da chi ha dirottato la casa vacanza sul segmento residenziale a causa delle minori presenze turistiche.

In quale direzione va la Consulenza Finanziaria? Parola ai manager di rete

P&F intervista i manager di rete per raccontare come le banche stanno affrontando i cambiamenti degli ultimi due anni e il problema del passaggio generazionale. Risponde il romano Valerio Marchetti di Fineco Bank.

Come è cambiata la professione del consulente finanziario negli ultimi due anni, e qual è il futuro della consulenza finanziaria? Cosa si intende per approccio olistico, e come andrebbe strutturata la formazione dei professionisti del risparmio? Come state affrontando la problematica del passaggio generazionale, e come gestite la selezione e il reclutamento delle risorse provenienti dal settore bancario?  Sono queste le domande che P&F ha rivolto ad alcuni manager delle principali reti di consulenza finanziaria, distribuite idealmente lungo il territorio nazionale, allo scopo di comprendere – e far comprendere – qual è la direzione verso cui va il mondo delle banche-reti, e quali sono le soluzioni maggiormente adottate dalle singole aziende per gestire le forti sollecitazioni al cambiamento imposte dal mercato e da una clientela sempre più esigente.

La prima intervista di questa “mini-serie” è rivolta a Valerio Marchetti, Senior Private Banker con certificazione €FPA (European Financial Advisor ) e Area Manager di Fineco Bank a Roma.

Valerio, qual è la sua visione sul futuro della consulenza finanziaria?
La consulenza finanziaria ha ampliato costantemente negli anni il proprio raggio di attività, e la pianificazione finanziaria ormai rappresenta solo una componente di un approccio più esteso che riguarda molteplici aspetti. Il cliente deve avere a disposizione un supporto che riguarda tutti i principali passaggi della vita e le tappe fondamentali che deve affrontare: ragionando secondo questa logica l’attenzione si sposta quindi verso una consulenza patrimoniale, allontanando il focus da singoli prodotti e adottando un approccio “olistico”, rivolto al patrimonio nella sua interezza: risparmio, immobili, opere d’arte, preziosi, auto d’epoca e, più in generale, qualunque strumento di investimento alternativo.

Come è cambiata la professione del consulente finanziario dalla pandemia ad oggi, in termini di relazione con i clienti?
L’organizzazione del lavoro è certamente cambiata, non solo per i consulenti finanziari, ma per tutte le professioni. Il Covid-19 ha creato un “prima” e un “dopo”. La pandemia ha certamente impresso una brusca accelerazione al trend di digitalizzazione nelle famiglie, che a livello finanziario era già in atto anche per via del ricambio generazionale in corso. All’interno dei gruppi familiari la leadership nella gestione dei patrimoni sta passando sempre più velocemente alle nuove generazioni, e questo passaggio di testimone non dipende da una rinuncia da parte del capofamiglia, bensì dai cambiamenti del linguaggio e della modalità operativa. Di conseguenza, oggi vengono premiati i consulenti che hanno saputo adottare uno stile di comunicazione trasversale, adattandosi alle esigenze di tutti i componenti della famiglia-cliente, soprattutto a quelli più “freschi” e più abituati alla comunicazione da remoto. Tuttavia, vince chi ha messo a punto una nuova tipologia di public speaking, poichè il rapporto costruito di persona è decisamente diverso rispetto a quello portato avanti attraverso una comunicazione a distanza, dove il linguaggio del corpo ha un impatto più limitato e la professionalità può essere trasmessa, per esempio, grazie a una cura attenta dei particolari.

Quali strumenti sono necessari per adottare un approccio olistico di consulenza e gestire la rendicontazione integrale del patrimonio?
In Fineco abbiamo avviato da tempo un percorso specifico di tipo olistico. Basti pensare che i consulenti private dispongono già di un tool che permette di analizzare il patrimonio immobiliare del cliente e le relative rendite catastali e l’imposizione fiscale, stimando in modo affidabile gli oneri di manutenzione e il valore commerciale degli immobili. Si tratta di uno strumento che può spingersi progressivamente più in profondità, arrivando addirittura a simulare, in base alle regole attuali, l’imposizione fiscale (se presente) in caso di passaggio generazionale. E’ anche possibile simulare alternative e ottimizzare così questo aspetto, sempre nel pieno rispetto della normativa vigente. Per quanto riguarda la rendicontazione, utilizziamo una gamma di applicativi sofisticati che permettono di passare “ai raggi X” il patrimonio, non solo attraverso semplici analisi delle asset class principali, ma anche estrapolando la composizione valutaria, la diversificazione settoriale e molto altro ancora. Inoltre, la nostra azienda (Fineco Bank, ndr) ha sviluppato negli anni accordi professionali con numerosi partner esterni nei settori della fiscalità, del real estate e della valutazione filantropica. Infatti, non è raro che le nostre famiglie-clienti manifestino esigenze al di fuori della ordinaria amministrazione finanziaria, e ci chiedano, per esempio, la stima del valore di una collezione d’arte, o una consulenza fiscale per valutare le conseguenze di un cambiamento di residenza fiscale nel caso in cui la si voglia trasferire in uno stato estero.  

Come dovrebbe essere strutturata oggi l’attività di formazione dei consulenti finanziari in relazione alle esigenze sempre più evolute della clientela?
Il tema della formazione è centrale per tutti, ma la sua fruizione non deve essere troppo complicata. Per esempio, capita di frequentare corsi con un approccio eccessivamente accademico, oppure altri focalizzati solo sugli strumenti, trascurando una visione più globale. E’ fondamentale essere estremamente motivati quando si partecipa a questi corsi. La mia idea, forse provocatoria, è quella di prevedere un gettone simbolico di partecipazione, al fine di attribuire il giusto valore all’impegno e sviluppare una reale motivazione a migliorare le proprie competenze. Per noi consulenti, la competenza più importante rimane quella di saper diagnosticare con estrema precisione i bisogni dei clienti, e instaurare con loro rapporti di empatia e fiducia.

In Fineco come state affrontando la problematica del passaggio generazionale?
Storicamente, la nostra azienda ha sempre creduto nel “vivaio”, ed oggi siamo la rete di consulenza con l’età media più bassa in Italia. Entriamo in contatto con giovani talenti attraverso la collaborazione con gli atenei universitari, e li inseriamo all’interno di un percorso di crescita fatto di lezioni in aula ed esperienza sul campo. Le nuove leve vengono affidate alle cure di un professionista senior, che a sua volta collabora con la struttura manageriale, condividendo il flusso delle informazioni. In particolare, circa tre anni fa abbiamo iniziato a sperimentare i Fineco Team, introdotti definitivamente lo scorso anno, i quali consentono di mettere in comune le proprie competenze e di gestire al meglio il ricambio generazionale, grazie a un canale diretto tra il professionista più giovane e quello più esperto.

Come affrontate la selezione e l’inserimento professionale dei consulenti provenienti dal settore bancario?
In Fineco i manager di rete non hanno un budget di reclutamento, per cui sono incentivati in modo naturale a fare selezione sul territorio. L’approccio è deontologicamente molto chiaro: il reclutamento avviene solo se c’è l’effettivo interesse di entrambe le parti, a seguito di una reciproca due diligence. A Roma, nella città in cui opera il nostro gruppo di colleghi, siamo estremamente attivi dal punto di vista della selezione, e negli ultimi anni abbiamo attratto professionisti bancari di spicco. Al candidato “target” viene offerto tutto il supporto economico, professionale e logistico necessario per garantire una crescita sostenibile nel tempo.

In crescita la Consulenza Finanziaria Indipendente. Luca Mainò: è solo l’inizio della storia

Intervista a Luca Mainò, Founder & Managing Partner di Consultique SCF. “Negli USA ci sono circa 40.000 Fee-Only planners. In Italia, in rapporto alla popolazione, dovrebbero essere circa 7.000”.

Intervista di Massimo Bonaventura

La storia della Consulenza Finanziaria Indipendente italiana è del tutto simile, per terra d’ispirazione e origine, a quella dei consulenti non autonomi: nasce negli Stati Uniti, e dall’esperienza a stelle e strisce prende in prestito contenuti e denominazioni iniziali. In particolare, con la denominazione più moderna di fee-only financial planner (1983), gli americani identificano i consulenti finanziari remunerati esclusivamente dalla propria clientela, a differenza dei “cugini” non autonomi che basano la propria remunerazione sulle provvigioni ricevute dalle società mandanti e, solo indirettamente, dalle commissioni pagate annualmente dalla clientela per la gestione di strumenti finanziari di  società terze (tipicamente: banche e compagnie assicurative).

La regolamentazione più antica del mercato finanziario, com’è noto, appartiene al mondo anglosassone e americano, dove già nel 1940 ai c.d. investment adviser veniva riconosciuto un ruolo importante dai clienti più facoltosi, in particolare dagli attori, dai capitani di industria della West Coast e dai petrolieri texani. Nello stesso anno, infatti, la SEC (Security and Exchange Commission) emanò le norme che disciplinavano il sistema finanziario americano, e nel corso dei successivi quarant’anni, i consulenti di quel tempo cominciarono ad organizzarsi in base alla propria specializzazione e natura economica della professione, fino a definire un modello professionale abbastanza elaborato ma essenzialmente basato sulla differenza tra chi distribuisce prodotti finanziari (“broker-dealer” e “registered investment advisor”) e chi fa consulenza pura fee-only (“certified financial planner”).

Tra le varie organizzazioni, la NAPFA (National Association of Personal Financial Advisor) è l’associazione più autorevole dei consulenti fee-only americani, ed è quella a cui si sono ispirati i “pionieri” della Consulenza Indipendente in Italia. Consultique – marchio originariamente derivante dalla fusione tra i termini “consulenza” e “boutique” – è certamente la più importante azienda del settore, operante da venti anni e fondatrice di NAFOP (National Association of Fee Only Planners). A questa sigla associativa va attribuito il merito di aver ottenuto, nel 2006, la modifica del disegno di legge 1014 (comma C, punto n. 10), con il quale si è previsto che “anche persone fisiche in possesso dei requisiti di onorabilità, professionalità e indipendenza..” potessero svolgere “l’esercizio nei confronti del pubblico, a titolo professionale, dell’attività di consulenza finanziaria”, che invece stava per essere riservata solo a “banche e soggetti abilitati”, con esclusione dei consulenti indipendenti di allora che erano già oltre un centinaio.

Prima di un riconoscimento formale della professione, però, dovranno trascorrere altri 12 anni, e il 1° dicembre 2018 sono diventate operative, all’interno dell’Organismo Unico dei Consulenti Finanziari, le due nuove sezioni dei Consulenti Finanziari Autonomi (CFA) e delle Società di Consulenza Finanziaria (SCF). Da allora, nonostante la pandemia, le dimensioni del settore sono cresciute in modo considerevole ma, a detta di Luca Mainò, Managing Partner di Consultique SCF e Membro del Consiglio Direttivo di NAFOP, “siamo solo agli inizi”.

Luca, della consulenza finanziaria non autonoma ormai sappiamo quasi tutto, dai suoi primi passi fino ad oggi. A quando si può fare risalire la nascita della consulenza finanziaria indipendente in Italia, e come si è sviluppata nel corso degli anni?
Il nostro network di consulenti indipendenti risale agli anni 2000, quando con la start up di Consultique riuscimmo a coinvolgere una cinquantina di studi professionali e società di consulenza. Eravamo alla fine del 2002. Si tratta dei pionieri del settore, persone che hanno fatto la storia della consulenza indipendente in Italia. Se adesso la strada della libertà finanziaria è stata aperta, anche per molti giovani, è per merito di quei visionari che ci hanno creduto fin dall’inizio e che hanno colto le sfide più importanti in un ambiente che di certo non favoriva la consulenza indipendente.

Cosa è cambiato nella professione con la costituzione della sezione OCF dei consulenti finanziari autonomi?
Anzitutto c’è una maggiore visibilità. Oggi tutti parlano di consulenza indipendente, una persona che vuole informarsi arriva velocemente a questo nuovo modello di advisory e può trovarlo in modo semplice grazie all’albo stesso ma anche ai siti delle due associazioni NAFOP e AssoSCF. Per quanto riguarda gli adempimenti da regolamento, per chi usa la fee-only platform è cambiato ben poco, in quanto già da oltre dieci anni abbiamo a disposizione una serie di strumenti di reg-tech che consentono di semplificare i processi. Tutto sta diventando paperless e digitale.  

Quanti sono oggi in Italia i soggetti che operano nel campo della consulenza indipendente, e quali sono le previsioni di crescita per gli anni futuri?
Ad oggi contiamo oltre 500 professionisti ed una sessantina di SCF (Società di Consulenza Indipendente). Sono numeri significativi, ma rappresentano solo la punta dell’iceberg. Personalmente conosco centinaia di persone che si stanno organizzando per avviare uno studio professionale o aprire una società di consulenza indipendente. Negli USA ci sono circa 40.000 fee-only planners; in Italia, in rapporto alla popolazione, dovrebbero essere circa 7.000.

Come è strutturato il modello di business della consulenza finanziaria autonoma, e quanto deve investire un consulente indipendente all’inizio della propria attività?
Come singolo professionista, un consulente che si avvale del supporto di Consultique riesce a seguire circa una sessantina di famiglie. Per crescere può strutturarsi ad esempio con l’inclusione di un tirocinante, di una risorsa al backoffice, e poi in futuro anche aggregando altri colleghi con diverse professionalità, ad esempio con la creazione di una semplice SRL. Una volta iscritti all’albo nell’apposita sezione dei consulenti “autonomi”, se consideriamo formazione e strumenti operativi, è possibile ridurre al minimo i costi d’esercizio, a meno di 5.000 euro l’anno. Ovviamente con budget superiori è possibile anche erogare servizi di consulenza finanziaria alle aziende, che consentono un salto di qualità nell’acquisizione di clienti HNWI.

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Quali sono le fasi e i tempi medi di avviamento di un consulente autonomo, e quali sono per lui i vantaggi professionali derivanti dall’indipendenza?
Oggi in tre mesi ci si può iscrivere all’albo. Tra i vantaggi, credo che poter vantare il requisito di indipendenza soggettiva sia determinante nell’acquisizione del cliente. Sin da subito, con l’analisi indipendente del patrimonio, il cliente si apre e diventa addirittura un vero e proprio fan. Ed ecco che scatta il passaparola, l’unica leva di sviluppo per tutti i professionisti.

Come si riesce a superare la concorrenza del sistema bancario tradizionale e quello delle banche-reti?  
Con competenza (che cosa sappiamo fare), affidabilità (come facciamo le cose), integrità (con interessi allineati perfettamente a quelli dei clienti) ed empatia (supportando gli altri con le nostre azioni). In una sola parola alimentando la fiducia.

Esiste una sorta di rivalità tra i consulenti finanziari autonomi e quelli legati alle reti bancarie, oppure i secondi cominciano a manifestare curiosità e interesse verso i primi?
Una volta che i ruoli sono chiari svanisce ogni rivalità.

Quali sono i fattori che impediscono oggi alla consulenza indipendente di esplodere?
Il modello fee-only fully independent è ancora poco conosciuto non solo dagli investitori, ma anche dagli operatori. Molti dei professionisti che potrebbero già da oggi accedere al mondo fee-only non se la sentono di lasciare la propria comfort zone, non vedono ancora il forte “upgrade” professionale ed economico che ne deriva. Di contro, sono molti i giovani che si avvicinano a noi, con progetti dove l’indipendenza e la tecnologia danno vita a realtà nuove.

Per molto tempo le banche hanno considerato i consulenti finanziari indipendenti come i “cugini poveri” del sistema, non ritenendo la clientela sufficientemente pronta all’approccio “fee only”. Le cose stanno ancora così?
La domanda sta crescendo in modo netto, ma soprattutto stanno crescendo gli investitori consapevoli. È un processo irreversibile che, con l’eliminazione delle asimmetrie informative, farà crescere il numero di famiglie che faranno ricorso agli indipendenti.

Cresce il profilo di rischio per l’Europa: azioni meglio delle obbligazioni

Secondo Andrea Scauri (Lemanik), il conflitto russo-ucraino frenerà la crescita economica globale nel breve termine, ma non dovrebbe compromettere il ciclo economico espansivo. Le azioni sono ancora preferibili alle obbligazioni.

“Il nostro scenario di base è che il conflitto russo-ucraino frenerà la crescita economica globale nel breve termine e manterrà l’inflazione alta per molti mesi, ma se si concluderà rapidamente e verrà evitata un’escalation militare non crediamo che comprometterà il ciclo economico espansivo. Partiamo quindi dal presupposto che una recessione sarà evitata, anche se il profilo di rischio continua ad aumentare, soprattutto per l’Europa, data la sua maggiore sensibilità alle pressioni inflazionistiche”. È la view di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.

I mercati azionari globali sono stati negativi in aprile sui timori di un forte rallentamento della crescita economica globale alimentato dall’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime, dal conflitto russo-ucraino e da nuovi blocchi in Cina (con conseguenti ripercussioni sulle catene di approvvigionamento). Tuttavia, il vento contrario più forte continua a essere il cambiamento della politica monetaria globale (meno accomodante) guidato dalla Fed. Il peggioramento delle condizioni di mercato si è riflesso anche in un drastico calo dell’attività sul mercato primario: in Europa, le emissioni obbligazionarie nell’ultimo mese sono diminuite di circa il 40% rispetto allo stesso periodo del 2021. Inoltre, in termini di rifinanziamento del debito, il costo marginale è aumentato al di sopra del costo medio dei titoli Ue investment grade.

Segni di stress stanno anche aumentando sul mercato dei mutui Usa: il tasso di interesse medio su un mutuo a tasso fisso a 30 anni è salito al 5,1%, il livello più alto dall’aprile 2010. L’impennata dei tassi di interesse ha poi portato a un calo della domanda. Tuttavia il rapporto di servizio del debito delle famiglie (rapporto tra le rate del mutuo e il debito al consumo e il reddito disponibile delle famiglie) era molto basso prima della pandemia, ed è sceso ulteriormente durante la pandemia grazie alle agevolazioni/incentivi fiscali. Inoltre la quantità di prestiti a tasso variabile è relativamente limitata. “La situazione merita comunque molta attenzione data la stretta correlazione con i mercati azionari”, spiega Scauri. “Siamo in una fase in cui il paradigma sta cambiando per le banche centrali, oltre a una situazione geopolitica molto complessa (tensione crescente tra Stati Uniti e Cina, oltre al conflitto russo-ucraino), e questo aumenta il rischio di un deterioramento delle prospettive”.

Per le banche centrali è diventato fondamentale combattere l’inflazione, e i mercati finanziari stanno già prezzando forti rialzi dei tassi di interesse, un elemento potenzialmente di sostegno: per quanto riguarda la Fed, le aspettative sono per tre rialzi dei tassi di interesse di 50 punti base nelle riunioni di maggio, giugno e luglio da parte del Fomc (Federal Open Market Committee) . È probabile che le banche centrali vogliano evitare di interrompere la rinnovata crescita economica ottenuta con l’allentamento della pandemia e che la politica prenderà probabilmente una piega accomodante (dovish), attraverso il controllo della curva dei rendimenti o l’equivalente di una nuova iniezione di liquidità. “In questo contesto, riteniamo che i mercati stiano già prezzando un netto rallentamento economico, che il posizionamento sia già estremamente prudente e che le azioni siano ancora preferibili alle obbligazioni e siano la migliore copertura dell’inflazione nel lungo termine”, aggiunge Scauri.

“Nello specifico – conclude Scauri – abbiamo mantenuto in portafoglio le nostre posizioni su Atlantia e Danieli. La partecipazione in Tenaris è stata diminuita, beneficiando del grande movimento sul petrolio. Abbiamo poi mantenuto la nostra partecipazione nel settore della difesa (Leonardo), aumentando al contempo la nostra esposizione sul business della cybersecurity e ricostruendo il nostro posizionamento sul settore delle utilities, in particolare quelle esposte al business delle rinnovabili (Prysmian, Alerion, Enel). Infine, abbiamo aggiunto in portafoglio i titoli “inflation linked“, cioè Inwit e RayWay”.

 

La paura di una recessione scatena i catastrofisti. Nel frattempo, Warren Buffett…

Le maggiori banche di investimento tagliano le previsioni e vedono lo scenario peggiore per il mercato azionario, con lo S&P 500 a quota 3.000 in caso di recessione. Warren Buffett fa shopping.

Tra i crescenti timori di recessione, le principali società di Wall Street ora avvertono che il sell-off del mercato in corso, che ha generato sette settimane consecutive di perdite, potrebbe ancora peggiorare, con le azioni destinate a precipitare di un altro 20% circa se l’economia si dovesse dirigere verso una fase di recessione concreta. Anche in una simile evenienza – c’è da esserne certi – i banchieri centrali parleranno di “recessione temporanea e di breve durata”, così come fecero in occasione della prima comparsa dell’inflazione. Sappiamo tutti com’è andata a finire.

I timori di una recessione, pertanto, sono aumentati questa settimana, dopo che le notizie provenienti dai principali produttori e distributori mondiali hanno avvertito delle pressioni inflazionistiche che intaccano i profitti trimestrali, e soprattutto dopo che la Federal Reserve ha promesso che “non esiterà” a continuare ad aumentare i tassi di interesse fino a quando i prezzi in aumento non torneranno a scendere. Su questa scia, ogni stormir di fronde diventa una ulteriore fonte di pessimismo, e le previsioni che ne conseguono non possono che essere dettate dallo stesso spirito negativo. E così, alcune tra le più importanti banche di investimento si sono affrettati a diffondere il proprio “worst case”, ossia lo scenario peggiore che potrebbe derivare dalla combinazione di fattori in essere. La più “nera” tra queste previsioni è che lo S&P 500 potrebbe precipitare a quota 3.000 se l’economia dovesse cadere in una recessione nel prossimo futuro. In soldoni, si tratterebbe di un ulteriore calo del 24% rispetto all’attuale livello dell’indice (circa 3.900), secondo una recente nota del capo del settore azionario e globale di Deutsche Bank negli Stati Uniti, Binky Chadha.

Impossibile non notare la profonda ampiezza tra l’attuale prezzo-obiettivo dello stesso analista riguardo lo S&P 500 (4.750, oltre il 20% in più rispetto ai livelli attuali) e la previsione di un ribasso fino a  3.000 in caso di recessione: come se il calo delle ultime sette settimane di borsa non abbia scontato nessuno scenario negativo rilevante ed equivalente.

Peraltro, Chadha prevede un “rialzo di sollievo” entro la fine dell’anno, e una successiva “svendita prolungata” generata da una “recessione che si autoavvera“. “L’inflazione si sta rivelando vischiosa, e la guida prospettica della Fed è per un ciclo di rialzo dei tassi che è storicamente terminato in recessione il più delle volte (8 su 11 o il 73% delle volte), con la Fed che riconosce e accetta questo rischio”, ha affermato recentemente Chadha. Questo scenario è giudicato plausibile anche da David Kostin, chief equity strategist statunitense di Goldman Sachs, che stima addirittura al 35% le probabilità di una flessione complessiva dello S&P500, basando la sua analisi sui dati storici di 12 recessioni dalla seconda guerra mondiale. Secondo questo modello, quindi, il mercato azionario potrebbe scendere tra l’ 11% e il 18% rispetto ai livelli attuali. Gli strateghi della Bank of America, nel frattempo, hanno avvertito di uno scenario di stagflazione – rallentamento della crescita economica e prezzi elevati – che potrebbero portare lo S&P 500 a quota 3.200, un calo di circa il 18% rispetto ai livelli attuali. Ancora più catastrofico Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, secondo il quale il recente sell-off del mercato, insieme alla prospettiva di rialzi aggressivi dei tassi da parte della Federal Reserve per combattere l’inflazione, ha certamente aumentato i timori di recessione, e aumenta le probabilità di un ribasso del 33% nei prossimi 12 mesi e del 50% entro 24 mesi.

Gli investitori dovrebbero essere cauti poiché “i rischi di recessione stanno prendendo il sopravvento” nei mercati, secondo Savita Subramanian, equity e quant strategist di Bank of America, in una nota recente. Non solo le possibilità di un ambiente di stagflazione aumentano, ma le attuali condizioni di mercato ricordano la bolla delle dot-com del 1999-2000. Gli investitori non hanno “un posto dove nascondersi, mentre l’S&P 500 si avvicina al territorio del mercato ribassista”, secondo gli analisti di Forbes.

Nel frattempo, Warren Buffett fa shopping in borsa per 51 miliardi di dollari. Il noto investitore ha sfruttato il sell-off del mercato in corso come un’opportunità per acquistare e aggiungere diverse nuove posizioni importanti in alcune aziende quotate ritenute strategiche per il suo conglomerato di investimento, Berkshire Hathaway. In particolare, Buffett ha approfittato della turbolenza del mercato in corso per entrare in otto nuove posizioni, tra cui 55 milioni di azioni di Citigroup (per un valore di circa 2,6 miliardi di dollari) e 69 milioni di azioni del colosso dei media Paramount Global (per un valore di circa 1,9 miliardi di dollari).

Pertanto, Berkshire Hathaway ora possiede una partecipazione di oltre il 10% in Paramount, rivelando anche una nuova partecipazione di 390 milioni di dollari in Ally Financial. Naturalmente, le azioni di tutte e tre le società sono aumentate dopo la notizia che Buffett aveva preso posizione: Paramount è salito del 14%, Citi del 7% e Ally di quasi il 5%. Berkshire Hathaway aveva già effettuato di recente acquisti considerevoli in due società energetiche: Chevron e Occidental Petroleum, il gigante tecnologico legacy HP e la società di videogiochi Activision Blizzard. Adesso Berkshire Hathaway possiede circa 159 milioni di azioni Chevron (per un valore di circa 27 miliardi di dollari), 143 milioni di azioni di Occidental (quasi 10 miliardi di dollari), 121 milioni di azioni di HP (oltre 4 miliardi di dollari) e 64 milioni di azioni di Activision (5 miliardi di dollari).

Berkshire, tuttavia, ha venduto tutte le sue azioni in Wells Fargo, che in precedenza era stata una delle principali holding e faceva parte del portafoglio di Buffett dal 1989. Il 91enne “Oracolo di Omaha” ha anche venduto quasi tutti i suoi 8 miliardi di dollari di partecipazione nel gigante delle telecomunicazioni Verizon.