Maggio 14, 2026
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Certificazione etica CEI-Nummus.info per due fondi Lemanik

Secondo la CEI, ogni azienda deve fondare la propria attività sui principi di sostenibilità ambientale, sociale e di governante (ESG). Due i fondi di Lemanik Asset Management recentemente certificati da Nummus SpA.

Con l’affermarsi dei principi di Sostenibilità e Governance degli investimenti (ESG e SRI), si è fatta strada anche la necessità di una certificazione esterna alle società di gestione che confermasse il rispetto di questi criteri. E così, negli ultimi due anni si è fatto sempre più ricorso alla Certificazione di Conformità alle linee guida della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), che affianca agli obiettivi di Investimento Sostenibile anche le finalità di protezione della vita, della dignità umana in tutte le sue forme, del sostegno della famiglia, della riduzione della produzione di armi e dell’incoraggiamento della responsabilità aziendale.

Pertanto, secondo la CEI, ogni azienda deve fondare la propria attività sui principi di sostenibilità ambientale, sociale e di governance (ESG). Su questa base, la certificazione di conformità alle linee guida per gli investimenti della CEI – che sono state pubblicate nel febbraio 2020 – è affidata a Nummus SpA, che analizza in particolare gli strumenti finanziari, i processi di investimento, le restrizioni e le esclusioni, e aggiorna ogni sei mesi il grado di coerenza alle linee guida di ogni azienda certificata.

Recentemente Lemanik Asset Management, società lussemburghese per la gestione del risparmio, ha annunciato che il fondo azionario Global Equity Opportunities e il fondo obbligazionario Selected Bond hanno ottenuto la certificazione Nummus.Info per la conformità alle linee guida per gli investimenti sostenibili ed etici della Conferenza Episcopale Italiana (CEI). In particolare, la certificazione rilasciata da Nummus.Info integra i principi per gli investimenti responsabili dell’Onu (UN-PRI), la normativa europea SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation) e i principi etici identificati dalla CEI nel documento “La Chiesa cattolica e la gestione delle risorse finanziarie con criteri etici di responsabilità sociale, ambientale e di governance“.

Lemanik Global Equity Opportunities, gestito da Filippo Garbarino (nella foto), è un fondo caratterizzato da una strategia azionaria globale long-only e si confronta con l’indice Msci World. Il portafoglio è altamente concentrato ed investito in titoli azionari quotati a livello globale; gli investimenti vengono detenuti nel lungo periodo, di conseguenza il portafoglio ha una rotazione contenuta. L’approccio d’investimento è di tipo bottom-up, vengono preferite società con alta generazione di cassa e modelli di crescita sostenibili ponendo particolare attenzione alla longevità del business model. Dal lancio avvenuto il 1 gennaio 2015 al 31 gennaio 2022, il fondo ha generato un ritorno annuale medio del 10.3% (classe retail) e un ritorno in eccesso rispetto al benchmark di riferimento del 3.53%.

Lemanik Selected Bond, gestito da Alessandro Cameroni (nella foto), è un fondo obbligazionario caratterizzato da un focus sui subordinati finanziari europei. Vengono selezionate obbligazioni di emittenti ad alta affidabilità creditizia, con duration to call contenuta, tra 2 e tre anni. Il prodotto è caratterizzato da un approccio total return a gestione attiva volto ad ottimizzare il profilo rischio paese/rendimento/duration/emittente. Dal lancio della strategia, avvenuto a gennaio del 2012, al 31 gennaio 2022 il fondo ha generato un ritorno annuale medio del 6.6% (classe retail).

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DISCLAIMER: Le informazioni e le opinioni contenute in questo articolo non costituiscono un’offerta o una sollecitazione all’investimento e non costituiscono una raccomandazione o consiglio, anche di carattere fiscale, o un’offerta, finalizzate all’investimento, e non devono in alcun caso essere interpretate come tali.Prima di ogni investimento, per una descrizione dettagliata delle caratteristiche, dei rischi e degli oneri connessi, si raccomanda di esaminare la documentazione fornita dalle fonti ufficiali e/o dagli organi di controllo che vigilano sulla commercializzazione in Italia, nonché la relazione annuale o semestrale e lo Statuto, disponibili presso i collocatori. Infatti, l’investimento in prodotti finanziari o in partecipazioni societarie è soggetto a fluttuazioni anche di grande entità, con conseguente variazione al rialzo o al ribasso dei prezzi e del valore dell’investimento, ed è possibile che non si riesca a recuperare l’importo originariamente investito.

 

Il “premio Covid” mette a rischio alcuni settori del mercato azionario

Secondo Christian Schmitt di Ethenea, le valutazioni assolute di alcune classi di azioni sono tutt’altro che convenienti in termini storici e soggette a forti oscillazioni di prezzo.

“In un contesto caratterizzato dall’aumento dell’inflazione e dal rialzo dei tassi di interesse, le azioni restano la soluzione di investimento più interessante. Tuttavia, in molti segmenti del mercato azionario, a partire dal Nasdaq, ravvisiamo un significativo potenziale di rischio latente”. È l’analisi di Christian Schmitt, portfolio manager di Ethenea e gestore del fondo Ethna-Dynamisch.

Sul mercato dei capitali, il nuovo anno è iniziato all’insegna di flessioni talvolta drastiche, sia sul fronte azionario sia su quello obbligazionario. Se in termini economici gran parte delle società continua a evidenziare un ottimo andamento, l’inflazione persistentemente alta, soprattutto negli Stati Uniti, sta mettendo sotto pressione la Federal Reserve, inducendola ad aumentare rapidamente i tassi di riferimento e se fino a settembre 2021 le stime di consenso indicavano che il primo intervento sui tassi non sarebbe avvenuto prima del 2023, oggi il mercato sconta già ben cinque rialzi nel solo 2022.

Dal punto di vista dei mercati azionari, gli sviluppi sul fronte dei tassi e in particolare dei rendimenti delle obbligazioni a lunga scadenza sono importanti, in quanto hanno un impatto diretto sulle quotazioni di tutte le asset class. “Le valutazioni assolute delle azioni sono tutt’altro che convenienti in termini storici”, spiega Schmitt, “e le occasioni degne di nota sono pressoché inesistenti. Inoltre, la vera attrattiva delle azioni deriva dalle allettanti valutazioni relative, ossia dal confronto con altre alternative d’investimento. Qualsiasi scostamento potenzialmente duraturo dall’attuale contesto di tassi bassi mette quindi alla prova i livelli di valutazione prevalenti e può generare forti oscillazioni di prezzo”.

Già un anno fa abbiamo notato eccessi in singoli segmenti di mercato, come quello del “non-profitable tech”, aziende tecnologiche giovani, dirompenti, spesso ad alto contenuto tecnologico, che presentano un potenziale di mercato significativo ma che non sono ancora remunerative e, nei casi più estremi, non generano alcun reddito. I prezzi azionari di molte di queste aziende hanno raggiunto i massimi nella primavera del 2021 e da allora hanno subito un brusco calo. Nonostante le perdite, molti di questi titoli presentano tutt’ora quotazioni elevate, eppure, se si prendono come riferimento gli afflussi degli Etf e dei fondi azionari corrispondenti, a differenza di quanto osservato in passato in situazioni analoghe, oggi quasi nessun investitore ha reagito alle pesanti perdite finora subite con vendite indiscriminate. Alla luce di ciò, in questo segmento di mercato continuiamo a ravvisare un potenziale di rischio latente, e situazioni analoghe stanno emergendo anche in altre aree del mercato.

“Molti di questi titoli si trovano all’interno del Nasdaq, dove molte aziende godono di un sostanzioso “premio Covid”, con valutazioni superiori o molto superiori al loro intervallo di valutazione pre-Covid, con un peso sproporzionato all’interno dei portafogli e degli indici”, prosegue Schmitt. “Si va dalle mega cap come Alphabet alle large cap come la tedesca SAP e alle mid cap statunitensi come Dynatrace o Paycom Software. Ma anche in altri settori si trovano società che vengono scambiate al di sopra delle loro medie storiche, come per esempio la farmaceutica svizzera Roche e gli asset manager statunitensi BlackRock e Charles Schwab. L’investimento in ciascuno di questi titoli può avere senso in una logica di investimento bottom-up, ma occorre non si possono ignorare i rischi top-down associati nell’attuale contesto di mercato. Per questo motivo, nel fondo Ethna-DYNAMISCH abbiamo ridotto significativamente le posizioni su questa tipologia di titoli, ma non li abbiamo liquidati completamente”.

Mercato mutui III trimestre 2021: in Italia erogazioni ancora in crescita

Con un +22,1% e una massa di 2,5 miliardi di mutui erogati, in Italia il mercato del credito casa si conferma in crescita, sebbene in discesa rispetto all’accelerazione del secondo trimestre (+39%) 2021.  

Di Renato Landoni*

Le famiglie italiane hanno ricevuto finanziamenti per l’acquisto dell’abitazione per 14.366 milioni di euro nel terzo trimestre 2021. Rispetto allo stesso trimestre del 2020 si registra una crescita delle erogazioni pari a +22,1 %, pari a un controvalore di oltre 2,5 miliardi di euro. È quanto emerge dai dati riportati nel report Banche e Istituzioni finanziarie – III trimestre 2021 pubblicato da Banca d’Italia e analizzati da Kìron (Gruppo Tecnocasa).

Il mercato dei mutui, quindi, continua la sua  importante crescita – sebbene in discesa rispetto all’accelerazione del secondo trimestre 2021 (+39%) – e si lascia alle spalle il periodo di transizione caratterizzato dall’emergenza sanitaria. Analizzando nel dettaglio i dati relativi alle erogazioni, evidenziamo che si mantiene la tendenza che vede la forte componente delle operazioni a supporto dell’acquisto immobiliare (+34,8%), mentre rallentano in maniera decisa le operazioni di surroga e sostituzione che registrano un calo del -32,9%.

Si conferma quindi un mercato fortemente incentrato sulle operazioni di acquisto, che rappresentano ormai quasi 9 operazioni su 10 (come si evince dal grafico che indica la percentuale di surroghe e sostituzioni rispetto al totale).

Secondo le stime di Kìron, il 2021 dovrebbe chiudersi superando i 60 mld di euro di mutui erogati, con un aumento di circa 10 mld di euro rispetto al 2020. Le agevolazioni a beneficio dei giovani previste nel PNRR faranno accelerare ulteriormente la concessione di credito finalizzata all’acquisto immobiliare. I tassi non subiranno particolari cambiamenti e anche per il 2022 rimarranno contenuti. Tutto ciò, unitamente al fatto che il mutuo casa rimane al centro delle politiche di sviluppo degli istituti di credito a vantaggio delle famiglie, fa ben sperare per la crescita dell’intero comparto.

* Presidente Kìron Partner S.p.A. – Gruppo Tecnocasa

La Cina del 2022 sarà una “stand alone asset class”?

Nonostante gli interventi governativi del 2021, il mercato azionario cinese oggi appare più solido e sostenibile, e la Cina potrebbe diventare nel 2022 un asset class quasi impermeabile agli eventi del resto del mondo.

Di UBS A.M. Italia

Sui mercati azionario e obbligazionario cinese dell’Anno della Tigre cominciano ad affermarsi le caratteristiche atipiche rispetto a quelle che negli ultimi venti anni la c.d. globalizzazione economica e produttiva ha determinato in capo alle borse mondiali. Tanto è vero che, mentre nel mondo occidentale si cerca di dare soluzione alla minaccia dell’inflazione durevole alzando i tassi di interesse, in Cina succede l’esatto contrario, con la banca centrale intenta a confermare la politica monetaria accomodante e a non escludere ulteriori limature dei tassi per sostenere ancora l’economia.

Questa decorrelazione così evidente, però, non è inizia certo in epoca di pandemia. Infatti, negli ultimi cinque anni c’è stata una grande accelerazione del numero di asset allocator che hanno iniziato a studiare la Cina come un’asset class separata dai mercati emergenti. Il mercato cinese è secondo solo agli Stati Uniti in termini di dimensioni e può recuperare il ritardo se si continua ad assistere a nuove aziende, IPO e ad una crescita costante. Inoltre, c’è stata una grande correzione del mercato, e ora dovrebbero presentarsi opportunità in determinati settori, in particolare quelli con aziende che puntano alla crescita del reddito medio.

Facendo un passo indietro di qualche mese, se da un lato l’incisiva regolamentazione governativa aveva fatto sorgere un periodo di incertezza e portato ad una sostanziale riduzione del livello dei prezzi, dall’altro il perseguimento del disegno politico della c.d. Common Prosperity cinese ha creato le basi per un mercato più solido e sostenibile per gli anni a venire. In poche parole, si tratta di una nuova era per la Cina, e questo può rappresentare una vera opportunità per gli investimenti. Infatti, la sua caratteristica di “stand alone asset class” è in grado di influenzare anche il suo stesso posizionamento all’interno dei portafogli.

In tal senso, sono quattro i principali motivi per aumentare il peso di questa asset class. Il primo riguarda il c.d. “baricentro della crescita”, che negli ultimi anni si è spostato in Asia e qui rimarrà secondo le stime del FMI. Il secondo è relativo all’ampiezza del mercato cinese, sia azionario che obbligazionario, che rappresentano oggi il secondo mercato al mondo dopo quello degli Stati Uniti ma che non si rispecchia nella giusta proporzione all’interno dei portafogli, dove abbiamo ancora una allocazione residuale. Il terzo motivo riguarda l’apertura dei mercati cinesi nei principali indici globali, che renderà questa asset class sempre più liquida. Ultimo, ma non meno importante, il posizionamento strategico di questa nazione, destinatario di grandi progetti nazionali ed internazionali e sorretto dal piano quinquennale di Xi Jinping incentrato sulla tecnologia e sulla crescita del consumo interno sono tutti segnali di come la Cina voglia pianificare il proprio futuro da protagonista.

Ecco perché la Cina era e sarà sempre di più una stand alone asset class, e continuerà a crescere di importanza tra gli asset allocator.

Relativamente al mercato obbligazionario cinese, il 2021 è stato un anno fenomenale in termini di allocazione nominale su base stand alone, e la domanda di bond è arrivata prima dagli asset manager dell’Europa, poi da altri paesi che hanno gradualmente aumentato la propria esposizione e si sono staccati dalla classica allocazione proporzionale che vedeva la Cina tra i c.d. paesi emergenti. Nonostante ciò, il livello di allocazione di mercato delle obbligazioni cinesi è al 5 o 6% oggi, e rispetto alla percentuale di contribuzione della Cina al PIL mondiale, che è del 20%, lo spazio di crescita è enorme. L’offerta complessiva di credito al mercato probabilmente toccherà il punto di minimo nel primo o nel secondo trimestre del 2022, e poi inizierà a risalire. Probabilmente bisognerebbe essere un po’ più ribassisti sulle obbligazioni nel secondo semestre dell’anno, dato che c’è sempre un ritardo di circa 10 mesi una volta raggiunto il punto minimo dell’impulso creditizio.

Relativamente al mercato azionario, la sensibile correzione dei mesi scorsi ha creato delle opportunità, soprattutto per via dell’obiettivo del governo cinese di far crescere il reddito della classe media. Si ritiene pertanto che potranno crescere le quotazioni delle aziende quotate che si avvantaggeranno dell’aumento del reddito dei consumatori e della domanda di consumi, come quelle di produzione degli elettrodomestici, di quelle finanziarie, di quelle che si occupano di assistenza sanitaria e di beni di largo consumo. Le aziende produttrici di semiconduttori sono probabilmente costose, per cui bisognerà fare attenzione a cosa comprare, mentre relativamente alle aziende di servizi finanziari è necessario distinguere quelle che si occupano di credito, poco convenienti per via dell’alto livello di credito già esistente, da quelle di gestione patrimoniale e di servizi assicurativi, che invece sono sottodimensionate.

Fondamentale, comunque, è concentrarsi in ogni caso sullo stock picking anziché sul beta del mercato in generale. Inoltre, in termini di High Yeld, gli spazi di crescita ed alcuni indicatori suggeriscono che sarebbe conveniente passare dall’high yeld dei mercati emergenti all’high yeld cinese.

Contagi in calo, crescono occupazione e contratti a tempo indeterminato

Secondo le proiezioni fornite dal Ministero del Lavoro e da BankItalia, il 2002 sarà l’anno della ripresa del lavoro in Italia, con un aumento esponenziale di quello dipendente e dei contratti a tempo indeterminato.

Di Adriana Cardinale*

I contagi da Covid 19 sono nettamente calati e la pressione sugli ospedali si è ridotta, quindi si può ben sperare che nelle prossime settimane vi sia finalmente un ritorno alla normalità. Nonostante la pandemia, il lavoro in Italia ha registrato una forte ripresa, come attestano le statistiche dell’ultimo trimestre pubblicate dall’Istat.

Complici anche i vari lockdown, il mondo del lavoro è stato completamente rivoluzionato, ed oggi si ricercano professioni e abilità sempre più orientate al digitale, ma senza dimenticare le occupazioni tradizionali “anticicliche”, che non conoscono mai crisi. Secondo l’Istat, l’ultimo trimestre del 2021 ha registrato una crescita dell’occupazione pari allo 0,5% rispetto al periodo precedente, con l’assunzione di oltre 121mila lavoratori. Un dato che attesta la forte ripresa dell’Italia, dopo diversi mesi di decrescita e calo dell’occupazione.

Complessivamente, il 2021 ha visto una lenta ma costante crescita dell’occupazione, con circa 500mila nuove assunzioni, e il trend sembra continuare anche nei primi mesi del 2022. Questi dati  statistici scattano la fotografia di un Paese che vuole uscire dalla crisi pandemica e ritornare competitivo in Europa e nel mondo. In particolare, l’Istat ha rilevato un dato fondamentale per la ripresa del lavoro in Italia: il 5,4% degli inattivi o dei disoccupati ha finalmente trovato un nuovo lavoro, con contratto a tempo determinato o indeterminato. Pertanto, come affermano il Ministero del Lavoro, ANPAL e BankItalia, il 2022 sarà l’anno della ripresa del lavoro in Italia, con un aumento esponenziale di quello dipendente e dei contratti a tempo indeterminato, complici anche gli incentivi previsti per le imprese che assumono giovani under 36.

Nonostante il salto in avanti dell’occupazione registrato nel 2021, il divario tra Nord e Sud continua a crescere, e dalle statistiche aggiornate del sito AnnunciLavoro360 si evidenzia come vi siano più opportunità di lavoro nel Centro-Nord e meno nel Sud dell’Italia. Anche a Sud, infatti, le aree economiche colpite dalla pandemia stanno lentamente uscendo dalla crisi, ma con ritmi lenti rispetto alle altre regioni del Centro-Nord, e questo si ripercuote sulle dinamiche del mondo del lavoro. Di conseguenza, se si è alla ricerca di una nuova occupazione è la Lombardia ad attestarsi ai primi posti per offerte di lavoro (+18%), ma anche altre regioni registrano un trend positivo come l’Emilia Romagna, il Veneto e il Piemonte. Nel mese di Gennaio 2022, finalmente, anche le regioni del Centro e del Sud hanno registrato una ripresa dell’occupazione, con numeri incoraggianti che si ritiene cresceranno nei prossimi mesi.

Analizzando le statistiche nel loro complesso, il trend del 2021 si conferma anche nel 2022: calano le assunzioni a termine o part-time e crescono quelle a tempo pieno (+60%). La crescita dei contratti a tempo indeterminato è un dato fondamentale per comprendere come sia davvero un periodo di ripresa per l’Italia, visto che molte aziende con progetti di crescita durevole prediligono creare rapporti lavorativi duraturi e stabili. I contratti a termine e a tempo determinato sono stati lo strumento preferito dalle aziende durante la pandemia, complice l’incertezza e l’incapacità di garantire ai dipendenti una continuità lavorativa, soprattutto nei settori del turismo e della ristorazione, ma questa tendenza sembra finalmente esaurirsi con il nuovo slancio dell’economia.

Negli anni della pandemia si è registrato un aumento esponenziale dello smartworking e la conseguente crescita di alcune professioni digitali, ma anche in questo caso il quadro immortalato nell’ultimo trimestre del 2021 e nei primi mesi del 2022 sta cambiando con un ritorno al lavoro in presenza e la ricerca di figure professionali tradizionali, come quello dell’autista, diventato tra i più ricercati, e come gli esperti di marketing, una professione che ha già registrato un trend positivo nell’ultimo decennio. Sempre tra le professioni più ricercate vi è anche l’ingegnere, una sorpresa sicuramente positiva visto che negli ultimi anni il settore dell’edilizia aveva affrontato momenti di crisi. Infatti, con l’introduzione del Superbonus 110 e degli altri incentivi statali per migliorare l’efficienza energetica degli immobili, il settore dell’edilizia è in continua ripresa, e di conseguenza si ricercano ingegneri e operai specializzati, insieme con altre figure professionali come architetti, geometri o interior designer.

* Segreteria di redazione P&F

Previsioni immobili per l’impresa 2022. Logistica, prossimità e sostenibilità le parole chiave

Protagoniste le aziende solide che comprano a prezzi bassi e diventano proprietarie. Il segmento del retail è in attesa di capire gli effetti dello sblocco degli sfratti e la riorganizzazione del settore caratterizzato da riposizionamenti di brand.

Di Fabiana Megliola*

I dati positivi, che arrivano dall’economia, in particolare, dal settore industriale e dai consumi, danno speranza al settore degli immobili per l’impresa, anche se la prudenza è d’obbligo alla luce del rincaro delle materie prime e dell’energia. Questa è la considerazione di partenza di Tecnocasa in merito alle previsioni sul mercato non residenziale.

I capannoni sono l’asset su cui si ha maggiore fiducia di recupero, ma lo sprint della logistica e della produzione insieme alla carenza di prodotto sul mercato potrebbero creare tensione sui prezzi, soprattutto sulle tipologie in buono stato. Resta il fatto che questo è un segmento di mercato in grado di catalizzare l’attenzione di potenziali acquirenti e utilizzatori. Si conferma la volontà di acquisto da parte di aziende cha hanno una solidità patrimoniale alle spalle e che approfittano dei prezzi bassi per diventare proprietarie dell’immobile.

Più articolato e complesso il futuro del segmento del retail, in attesa di capire sia gli effetti dello sblocco degli sfratti sia le modalità di riorganizzazione del settore caratterizzato da riposizionamenti di brand. Incombe sul retail l’andamento della pandemia che, nonostante l’allentamento delle restrizioni, potrebbe incidere sui flussi turistici e sulle presenze nei punti vendita. Questo deporrebbe a favore della possibilità di stipulare contratti con formule più flessibili, come quelle che prevedono canoni di locazione più bassi nei primi anni di locazione per poi andare a regime in un momento successivo oppure canoni legati al fatturato.  

Terranno i negozi di prossimità, il canale on line continuerà ad affiancare il punto vendita fisico sia come “spazio” in cui acquistare (magari con click and collect) oppure solo come possibilità di confronto dei prezzi. Sembra però evidente che tra i consumatori è forte il desiderio dello shopping esperienziale. La ristorazione continuerà a ricorrere a formule di delivery.

I prezzi e i canoni di locazione potranno ancora diminuire, ad eccezione delle top location. Continueranno a esserci interesse e opportunità per gli investitori che punteranno a rendimenti elevati. Sugli uffici non si attende un particolare dinamismo, soprattutto sulle soluzioni più obsolete che, alla luce del recupero del mercato residenziale, potranno ancora subire, se possibile, un cambio di destinazione d’uso in residenziale. Non dovrebbero esserci, invece, difficoltà per il collocamento di immobili di ultima generazione soprattutto se costruiti secondo criteri di efficienza energetica: il contenimento dei costi di gestione è un aspetto ben ponderato dalle aziende. Ma non dobbiamo dimenticare che queste ultime continuano a valutare lo smart working e che nei loro obiettivi danno importanza alla cura dei dipendenti, puntando al loro benessere e costruendo, di conseguenza, spazi di lavoro sempre più integrati con l’ambiente circostante.

* Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa

La crisi Ucraina affonda i listini mondiali. In caso di guerra recupero in breve tempo

Secondo alcuni analisti, in caso di guerra in Ucraina i mercati recupererebbero le perdite in poco tempo, in linea con le statistiche storiche, riportando i valori in linea con la congiuntura economica mondiale.

Mentre ora dopo ora sale la tensione al confine ucraino e il rischio di un’invasione della Russia si fa più concreta, analisti e gestori si interrogano sul “dopo”. Infatti, nonostante il lavoro febbrile delle diplomazie, la situazione sembra ormai precipitare verso una occupazione territoriale come non se ne vedevano dagli anni ’70, e l’unica speranza di evitare la strada dell’aggressione militare è adesso legata all’accettazione, da parte del governo ucraino e dei maggiori Paesi dello scacchiere mondiale, di una “resa anticipata” nel nome di superiori interessi economici e di un ingresso ufficiale dell’Ucraina nella sfera di influenza economica della Russia.

Del resto, da quando è salito al potere Putin non ha mai fatto mistero che l’Ucraina, per via della sua importanza strategica, fosse una specie di “regione ribelle” della Russia, mai veramente uscita da quella che una volta era l’URSS. Un po’ come Taiwan per il governo cinese, con i dovuti distinguo.

I mercati mondiali, naturalmente, risentono dell’acutizzarsi di queste tensioni, con il prezzo del petrolio che decolla e l’oro che sta a guardare dopo una bella corsa durata otto anni (+100%). Le circostanze, in ogni caso, consigliano prudenza agli investitori in azioni non mediate dal risparmio gestito, suggerendo un alleggerimento delle posizioni sostituendo con titoli di Stato a breve termine o valute rifugio come dollari e yen. Mentre scriviamo, a Piazza Affari il Ftse Mib cede il 3,57%, in linea con Francoforte (-3,53%) e Madrid (-2,92%). Male anche Parigi (-3,34%) e Amsterdam (-2,72%). In particolare, in Italia il rischio di una guerra colpisce soprattutto i titoli bancari, poiché una delle prime sanzioni che verrà applicata dall’Unione Europea alla Russia in caso di aggressione militare sarà la chiusura totale delle operazioni interbancarie verso le banche russe, che verranno isolate finanziariamente facendo cessare di colpo le attività economiche tra Russia e UE.

Secondo alcuni analisti, tuttavia, in caso di guerra in Ucraina i mercati dopo un breve periodo di tensione generalizzata recupererebbero le perdite in poco tempo, in linea con le statistiche storiche che vedono le borse arretrare pesantemente solo nelle prime due settimane, per poi recuperare rapidamente (o meno) a seconda della congiuntura mondiale, che in questo momento è lanciata verso la continuazione della crescita economica dell’area Euro, USA e Giappone, sia pur all’interno di un quadro inflattivo da tenere sotto controllo. Per esempio, la storia dei crolli di borsa degli Stati Uniti in concomitanza con eventi bellici del secolo scorso ci racconta che l’episodio più vistoso corrisponde alla Prima Guerra del Golfo, quando l’Iraq invase incautamente il Kuwait e lo S&P500 fece -16,9%. Al secondo posto l’attacco alle torri gemelle (-11,6%).

Per trovare un crollo più grave, bisogna andare a ritroso all’attacco a Pearl Harbor del 1941, che fece scendere la borsa americana del 19,8%. In tutti gli altri casi le perdite sono state molto più contenute, facendo assestare la media complessiva su un modesto -4,6%. Inoltre, sembra che l’Ucraina sia intenzionata  a rinunciare all’adesione alla Nato allo scopo di evitare una guerra con la Russia ed evitare perdite militari, civili ed economiche. Ciò permetterebbe la creazione di una sorta di “stato neutrale”, sul modello svizzero, che potrebbe rappresentare al momento il miglior risultato possibile.

Ucraina a parte, sui mercati pesano i dati “roventi” sull’inflazione: cosa succede adesso?

La performance dei mercati è stata modellata dalla crescita dei prezzi al consumo, che sta mettendo a dura prova il sentiment dei consumatori. La crisi Ucraina non modifica la prospettiva su ciò che mostrano i dati recenti, e su ciò che potrebbe accadere.

Mentre la crisi tra Russia e Ucraina incombe sul panorama mondiale, i fondamentali di mercato non mutano affatto, e affidano gli scenari futuri alla congiuntura economica. Infatti, l’inflazione ha accelerato la sua corsa a Gennaio, allargando le pressioni sui prezzi, ed il rendimento dei Treasury a 10 anni ha superato la soglia del 2% per la prima volta dal 2019, sotto la scia delle aspettative per un inasprimento più aggressivo da parte della Fed. E così, i settori sensibili ai tassi e i titoli growth hanno sottoperformato dopo tanto tempo, confermando un trend che vedrebbe adesso i titoli value più attrattivi.

Sebbene gli investitori si aspettassero una lettura dell’inflazione elevata, i dati di gennaio sono comunque riusciti a sorprendere al rialzo, innescando un’immediata reazione del mercato azionario ed obbligazionario. L’indice dei prezzi al consumo (CPI) è aumentato del 7,5% rispetto a un anno fa, superando la stima del 7,3% e segnando il più grande aumento dal febbraio 1982. Escludendo le componenti volatili di cibo ed energia, i prezzi sono aumentati del 6% rispetto a un anno fa e dello 0,6% da un mese prima.

L’aumento dei prezzi di cibo, elettricità, auto usate e abitazioni ha segnalato che le pressioni sui prezzi si stanno diffondendo al di là di alcuni beni che continuano a essere colpiti dalle interruzioni della catena di approvvigionamento. Inoltre, è probabile che l’accelerazione degli affitti, il peso maggiore nel paniere di spesa dei consumatori, sia supportata dall’aumento dei prezzi delle case, da un mercato del lavoro molto teso e dal tasso di affitti liberi più basso dal 1984. Con l’aumento dell’inflazione nel prezzo dei servizi, ci vorrà probabilmente più tempo di quanto le banche centrali siano disposte a tollerare prima che il tasso di crescita dei prezzi ritorni ad una soglia accettabile e adeguata a sostenere l’onda lunga del piano di espansione dell’economia.

Anche se l’inflazione probabilmente rimarrà al di sopra dell’obiettivo della Fed per qualche tempo, gli aumenti dei prezzi raggiungeranno presto il picco entro il mese di marzo e si modereranno in modo più significativo nella seconda metà dell’anno, man mano che le catene di approvvigionamento e le scorte si normalizzeranno. A gennaio, per esempio, i prezzi delle auto usate sono aumentati del 41% e quelli delle auto nuove del 12% rispetto a un anno fa, ma si tratta di un recupero delle perdite realizzate a dicembre.

Più in generale, i costi di spedizione sono diminuiti da metà novembre, e i tempi di consegna dei fornitori sono migliorati, entrambi indicando che i colli di bottiglia stanno iniziando a risolversi. Con l’attenuarsi dell’impennata della variante omicron, questa tendenza al miglioramento potrebbe ulteriormente prendere vigore, confermando che l’inflazione elevata è un problema che non verrà risolto presto, ma la sua dinamica in aumento verrà spenta non appena la Fed inizierà ad agire sui tassi in modo deciso. Forse è per questo che le aspettative di inflazione a lungo termine basate sul mercato sono rimaste relativamente stabili, anche se l’inflazione nel breve periodo sta raggiungendo i massimi da 40 anni.

In ogni caso, è evidente che i dati economici evidenziano l’urgenza per la Fed di agire, e ciò rappresenta comunque un cambiamento di linea rispetto a quella di appena 4 mesi fa, secondo la quale non sarebbe stato necessario mettere mano ad un aumento dei tassi e sarebbe stato sufficiente attendere la sistemazione spontanea delle distorsioni nelle catene di approvvigionamento. La Fed deve quindi abbandonare la sua politica monetaria estremamente accomodante e iniziare velocemente ad aumentare i tassi di interesse. Con il PIL che dovrebbe continuare a crescere a un ritmo superiore alla media quest’anno, e con il tasso di disoccupazione in calo vicino ai minimi storici, l’economia non ha decisamente più bisogno di aiuto, e sebbene gli aumenti dei tassi non aiuteranno a risolvere i problemi della catena di approvvigionamento, ed anzi aumenteranno il costo dei prestiti – vero asse portante dei consumatori, soprattutto di quelli americani – le mosse della Fed potrebbero aiutare a bilanciare domanda e offerta.

Dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione, il mercato obbligazionario si sta muovendo in modo un po’ irrazionale, soprattutto in USA, dove sta scontando quasi ben sette rialzi dei tassi solo quest’anno. Decisamente troppi, ma a guidare questo comportamento è la percezione che la Fed, invece di aumentare il tasso di riferimento del classico 0,25% a marzo, possa decidere di aumentarlo dello 0,5%, ossia il primo aumento di mezzo punto dal 2000. Tale sensazione è rafforzata dal presidente della Fed di St. Louis James Bullard, che ha espresso pubblicamente il suo sostegno all’aumento dei tassi dell’1% entro luglio, facendo schizzare i rendimenti dei treasuries a due anni della percentuale più grande dal 2009.

Da qui il timore di una serie di rialzi che appare invece del tutto ingiustificata. Infatti, è più logico ritenere che in risposta all’aumento repentino e sostenuto dell’inflazione – il maggiore aumento degli ultimi quattro decenni – un ritmo di inasprimento più aggressivo sia giustificato solo all’inizio, con la Fed in rialzo in ciascuno dei prossimi tre incontri (marzo, maggio, giugno) allo scopo di “chiudere la partita” con l’inflazione nel più breve tempo possibile e continuare a far crescere l’economia. Da giugno in poi, la Fed potrebbe avere un certo margine per rivalutare le cose e muoversi a un ritmo più graduale se l’inflazione, come ci si augura, si dovesse moderare.

I rendimenti globali sono in aumento anche in Europa e nel resto del mondo, dove le altre banche centrali stanno ruotando in risposta alle pressioni inflazionistiche. I rendimenti a 10 anni dell’eurozona hanno superato lo 0% per la prima volta in tre anni, e i rendimenti giapponesi sono i più alti dal 2016, avvicinandosi al limite massimo dello 0,25% della Banca del Giappone. Con la fine dell’era dei tassi negativi, il valore di mercato del debito a rendimento negativo in tutto il mondo (composto principalmente da titoli di Stato esteri) si sta riducendo rapidamente, e con le banche centrali che iniziano a normalizzare la politica monetaria gli investitori con un orizzonte temporale pluriennale potranno beneficiare di rendimenti più elevati, ma solo se mantengono un investimento adeguato rispetto ai loro obiettivi di investimento, orizzonte temporale e tolleranza al rischio. Quando le obbligazioni a breve termine matureranno, il controvalore potrà essere reinvestito in obbligazioni di nuova emissione con cedole più elevate. Così facendo, le obbligazioni potrebbero tornare a fungere da stabilizzatore di portafoglio durante i periodi di volatilità dei mercati, proprio come una volta.

Mutui, previsioni 2022: mercato in crescita e forte impulso dall’immobiliare

E’ lecito aspettarsi che i tassi fissi dei mutui si innalzeranno nel corso del 2022 e del 2023, e non c’è alcun dubbio sul “se” aumenteranno, ma sul “quando”. Questo dipenderà certamente dalle decisioni delle banche centrali su come fronteggiare l’inflazione.

Il mercato dei mutui continua la sua crescita e i dati relativi alle erogazioni confermano una forte concentrazione sulle operazioni di acquisto, che rappresentano ormai quasi 9 operazioni su 10. “Secondo le nostre stime – afferma Renato Landoni (nella foto), Presidente Kìron Partner – il 2021 dovrebbe chiudersi superando i 60 mld di euro di mutui erogati, con un aumento di circa 10 mld di euro rispetto al 2020. Questo dato è di per sè interessante, ma lo è ancor di più se consideriamo anche la difficile situazione generale vissuta a livello economico nel corso di questi ultimi due anni”.

Gli istituti – continua Landoni – alla luce della forte liquidità di cui dispongono, hanno continuato ad erogare credito alle famiglie, ponendo particolare attenzione alla qualità del credito concesso. Le agevolazioni a beneficio dei giovani previste nel PNRR hanno fatto il resto facendo accelerare ulteriormente la concessione di credito finalizzata all’acquisto immobiliare”. “Sul fronte tassi, l’andamento degli indici medi relativi ai mutui casa ha registrato nella seconda parte del 2021 un lieve aumento. Tuttavia non si prevedono particolari cambiamenti nel 2022: i tassi rimarranno contenuti ed i mutui convenienti. Il mutuo casa rimane al centro delle politiche di sviluppo degli istituti di credito a vantaggio delle famiglie”.

Cosa aspettarsi nel 2022 dai tassi di interesse?
tassi dei mutui sono leggermente aumentati verso la fine dello scorso anno, ma la sensazione è che le tensioni sull’inflazione produrranno comunque effetti a breve termine su chi si accinge a sottoscrivere un mutuo, destinato com’è a sopportare una rata mensile maggiore con il passare dei mesi, soprattutto se il mutuo prescelto sarà a tasso variabile. La decisione di acquistare casa con un mutuo, pertanto, deve essere presa al più presto possibile, perché già dallo scorso agosto l’aumento dei tassi è stato di circa lo 0,30%, e se il c.d. Tasso Finito non ha assunto misure maggiori è dovuto solo alla politica delle banche – fino ad oggi, non si sa quanto durerà – di compensare riducendo gli spread, che nel secondo e terzo trimestre 2021 erano rimasti ai livelli minimi dello 0,9% per i mutui a tasso variabile e dello 0,2% per i mutui a tasso fisso.

Pertanto, è evidente come sia lecito aspettarsi che i tassi fissi dei mutui si innalzeranno nel corso del 2022 e del 2023, e non c’è alcun dubbio sul “se” (aumenteranno), ma sul “quando”. Questo dipenderà certamente dalle decisioni delle banche centrali su come fronteggiare l’inflazione, per cui sarà bene tenere d’occhio le decisioni della BCE che, però, pare non abbia intenzione di rialzare i tassi prima di settembre, anche perché la crescita economica sostenuta non verrebbe incoraggiata da un incremento eccessivo dei tassi che farebbe comodo solo alle banche. Queste ultime, peraltro, hanno già cominciato ad aumentare gli spread dal quarto trimestre del 2021, ma i tassi sono ancora super convenienti rispetto a 12 anni fa, quando l’Euribor era al 5% e i migliori spread all’1,20 per cento.

Quale tipologia di mutuo conviene scegliere nel 2022?
La risposta è immediata: conviene ancora il tasso fisso, nonostante gli aumenti recenti. Certo, al momento il mutuo a tasso variabile ha tassi prossimi allo zero ed è molto attrattivo, ma nei prossimi mesi potrebbe riservare brutte sorprese. Pertanto, chi vuol farsi tentare dal tasso variabile deve necessariamente coprirsi dal rischio di un aumento insostenibile della rata mensile scegliendo soluzioni miste come quelle con il “CAP di tasso” (tasso massimo applicabile dalla banca, anche in caso di aumento sostenuto dei tassi) o con il meccanismo della “rata costante” (la rata rimane sempre uguale ma varia in aumento o diminuzione il periodo di ammortamento del mutuo).

Azionario Asia, ruotare i portafogli: meno tecnologia e più finanza

Secondo Marcel Zimmermann, le borse asiatiche hanno pagato l’accelerazione della Fed sui tassi d’interesse, ma le prospettive restano positive. La volatilità di questi mercati diminuirà dopo il primo rialzo dei tassi a marzo.

“Nel mese di gennaio, in tutta l’Asia soltanto Singapore, Hong Kong e Thailandia hanno avuto una performance positiva, mentre Corea del Sud, Giappone e Cina hanno fatto segnare le performance peggiori. Tuttavia le prospettive economiche dell’area restano positive, con una previsione di crescita del Pil nel 2022 pari al 5,3% secondo l’Asian Development Bank. Ma l’espansione regionale è legata alla capacità della Cina di contenere le crisi immobiliari, dato che è il più grande mercato di esportazione della regione”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

Il sentiment positivo registrato nei mercati asiatici durante i primi giorni dell’anno è diventato negativo dopo la pubblicazione delle minute della riunione di dicembre della Fed, da cui è emerso un quadro ben più aggressivo di quanto gli operatori di mercato si aspettassero. La Federal Reserve ha chiaramente indicato la sua disponibilità a ridurre il sostegno politico in modo deciso. L’inflazione è ora considerata con grande preoccupazione e la piena occupazione potrebbe esacerbare ulteriormente questa tendenza.

Nel mese di gennaio, i rendimenti governativi sono aumentati in tutto il mondo, a eccezione della Cina, dove governo e banca centrale sono impegnati a contenere le ricadute della crisi immobiliare, che sta minando i prezzi e la ricchezza delle persone. Per la prima volta dalla crisi del Covid nel marzo 2020, l’indice Caixin China Manufacturing PMI è sceso sotto il livello di espansione. Mentre i dati sull’inflazione regionale sono relativamente stabili, dato che i colli di bottiglia nella logistica e nel processo di approvvigionamento industriale migliorano. A complicare il quadro, i due principali rischi geopolitici, Ucraina e Taiwan, che non si sono sgonfiati, e la ripresa dei test missilistici da parte della Corea del Nord. Nel prossimo autunno, il Congresso del Partito Nazionale Cinese dovrebbe rieleggere Xi Jinping come segretario generale e la nomina annullerebbe ufficialmente l’attuale meccanismo di successione che concentra un immenso potere su Xi. Mentre negli Stati Uniti, sempre in autunno, a novembre, si terranno le elezioni di metà mandato che decideranno il controllo di Senato e Camera.

“In questo contesto, abbiamo abbassato l’esposizione del fondo ai settori healthcare, tecnologia ed energia a favore dei titoli finanziari e industriali, da cui ci attendiamo una sovraperformance nella parte finale del ciclo economico”, spiega Zimmermann. “L’esposizione alla Cina è leggermente aumentata, ma rimane al di sotto del benchmark a causa della situazione di incertezza del Paese. Mentre è scesa sotto al benchmark anche l’allocazione paese in Corea del Sud, come conseguenza della riduzione dell’esposizione alla tecnologia. Continuiamo invece a sovrappesare il Giappone e il Sud-est asiatico. In generale, riteniamo che le valutazioni nella regione asiatica siano interessanti e ci aspettiamo una minore volatilità dei mercati azionari dopo il primo rialzo dei tassi di interesse a marzo”.