Maggio 15, 2026
Home Articles posted by Redazione (Page 67)

Quante annualità di stipendio servono per comprare casa?

Effettuando un confronto a distanza di dieci anni, si evince che a livello nazionale la differenza è stata consistente: infatti si è passati dalle 8,4 annualità nel 2011 alle 6,7 del 2021. Nelle grandi città la media è 6,7. Fa eccezione Milano con 12,3.

Di Adriana Cardinale*

Occorrono 6,7 annualità per acquistare casa nel 2021, un dato non distante da quello del 2020. Queste le conclusioni dell’indagine condotta dall’Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa.

Ancora una volta si conferma Milano la città con il maggiore numero di annualità; il capoluogo lombardo è anche quello che ha avviato un deciso recupero dei prezzi e questo comporta un maggiore impegno economico per l’acquisto della casa, 12,3 annualità. Segue la Capitale con 9,2 annualità.

Al terzo posto si piazza ancora una volta Firenze con 8,6 annualità. Le città dove servono meno annualità di stipendio sono Palermo e Genova (3,5), quest’ultima con un lieve recupero rispetto ad un anno fa dovuto al fatto che nella prima parte del 2021 nel capoluogo ligure i valori sono leggermente aumentati. Effettuando un confronto a distanza di dieci anni, si evince che a livello nazionale la differenza è stata consistente: infatti si è passati dalle 8,4 annualità nel 2011 alle 6,7 del 2021. In tutte le grandi città si registra una contrazione delle annualità di stipendio che occorrono per acquistare la casa con l’eccezione di Milano in cui è necessario lo stesso numero di annualità

NOTA METODOLOGICA
L’analisi condotta dall’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa si basa sui dati relativi al prezzo al metro quadro di un immobile medio usato, rilevati a gennaio 2021, e sulle retribuzioni contrattuali annue di cassa per dipendente (al netto dei dirigenti) a tempo pieno per attività economica e contratto, al lordo delle trattenute fiscali e previdenziali, ricavate dalla banca dati ISTAT. Si è inoltre ipotizzato che il reddito fosse destinato interamente all’acquisto di un’abitazione di 85 mq. In questa analisi il valore finale della retribuzione è stato ottenuto da una stima.

* Segreteria di redazione P&F

 

Quale futuro per il Crowdfunding Immobiliare in Italia? Il presente è già un successo

Le piattaforme di Crowdfunding Immobiliare costituiscono già oggi una valida alternativa per gli investitori, in grado di consentire la costruzione di portafogli d’investimento immobiliare ben diversificati sia in termini di opportunità che di durata.

Secondo i dati raccolti dall’osservatorio di Crowdfunding Buzz, il crowdfunding immobiliare italiano non smette di crescere, e risulta che nel 2021 le piattaforme di equity e Lending Crowdfunding immobiliare abbiano aumentato la raccolta di circa il 50% rispetto al 2020, arrivando a toccare i 98,5 milioni e ben 266 progetti finanziati. Una bella corsa in pochissimo tempo, se si pensa che i primi 7 progetti sono stati finanziati nel 2017, e già due anni dopo venivano finanziati 108 progetti (con una raccolta complessiva di 35 milioni).

La parte del leone – come è facile intuire, la fa il settore del Lending Crowdfunding, ossia quello legato al capitale di credito di breve durata che un progetto immobiliare raccoglie a fronte di un tasso di interesse annuale – di solito piuttosto elevato – e l’impegno di rimborsare l’intero capitale prestato alla scadenza naturale del prestito (Lending). Infatti, questo settore ha realizzato una raccolta sulle piattaforme di circa 57 milioni (contro i 36,3 del 2020 – +57%), finanziando ben 243 progetti immobiliari su 266. La raccolta media per singolo progetto nel 2021 è stata di 235.000 euro, mentre l’investimento medio è stato pari a 2.400 euro (1.700 nel 2020, 1.300 nel 2019 e 600 nel 2018). Relativamente alla remunerazione del capitale e alla durata media dei finanziamenti, il tasso medio annuo si colloca intorno al 10%, e la durata media per i rimborsi è stata di 11,9 mesi.

Le piattaforme di Equity Crowdfunding, e cioè quelle che prevedono un investimento nel “capitale di rischio” (equity)hanno invece raccolto 41,5 milioni su 23 progetti immobiliari finanziati, aumentando del 41% circa il proprio risultato di raccolta rispetto al 2020. C’è da dire che nell’Equity Crowdfunding la dimensione della raccolta media è sensibilmente più elevata rispetto a quella del Lending (1,8 milioni di euro a progetto, e dal momento che la dimensione dei progetti di Equity – non una semplice ristrutturazione, come nella maggior parte dei progetti di Lending – richiede un lasso di tempo più elevato per il loro completamento, la durata dell’investimento è più lunga, ed è mediamente pari a 21,6 mesi (contro 11,9 mesi) nel 2021. Ciò porta a concedere una redditività media più alta, che nel 2021 è stata pari all’11,8%, e ad un investimento medio di 7.900 euro (contro i 2.400 euro del Lending).

Nelle piattaforme, comunque, trionfa l’Equity Crowdfunding, che in quelle più importanti (Walliance e Concrete Inv.) concentra il 93% della raccolta complessiva, ed oggi questo veicolo di offerta è diventato talmente credibile presso il pubblico dei risparmiatori più giovani (ed evoluti) da costituire una valida alternativa per gli investitori, in grado di consentire la costruzione di portafogli d’investimento immobiliare ben diversificati sia in termini di opportunità che di durata, che ad un maggior rischio oppone agli investitori la possibilità di realizzare rendimenti davvero interessanti sulle durate brevi. Infatti, nelle più importanti piattaforme di Equity e di Lending esiste già una base di investitori abbastanza ampia, in grado di far chiudere in brevissimo tempo – anche in una sola giornata – le campagne di raccolta più interessanti. Questo fa intravedere un eccesso di domanda che potrebbe incoraggiare l’apertura di nuove piattaforme, attribuendo al sistema nel suo complesso una maggiore stabilità, trasparenza – soprattutto nella redazione dei business plan – e sicurezza negli scambi.

Per il futuro, ci si attende che le piattaforme comincino a specializzarsi sia in termini di offerta geografica che di tipologia immobiliare finanziabile, spinte dal nuovo regolamento europeo sul Crowdfunding che, se da un lato impone iter autorizzativi più laboriosi e costi di gestione più elevati, dall’altro rappresenta una opportunità irrinunciabile per tutte le nuove piattaforme, poiché alla nuova regolamentazione seguirà un aumento esponenziale della domanda e dell’offerta e, quindi, delle dimensioni di mercato complessivo.

Ethenea: investimento azionario vincente anche nel 2022

Nel 2022 non rivedremo rendimenti sopra la media, ma le azioni renderanno ancora più di oro e obbligazioni. Il rischio maggiore dall’inflazione, ma la crescita economica globale dovrebbe essere nuovamente sostenuta.

“I frutti dei rami più bassi sono già stati tutti raccolti, come si usa dire, e nel 2022 gli investitori azionari avranno opportunità di gran lunga inferiori rispetto al passato. A livello di indici azionari, è arduo ipotizzare ritorni sopra la media. Tuttavia ci sono buone prospettive per un proseguimento dell’attuale mercato rialzista, seppure a livelli più moderati rispetto al 2021”. È l’analisi di Christian Schmitt, portfolio manager di Ethenea Independent Investors.

La crescita economica globale dovrebbe essere nuovamente sopra la media nel 2022. Le banche centrali di Stati Uniti, Europa e Giappone continuano a procedere con estrema cautela nel porre fine alla loro politica monetaria ultra-accomodante. Allo stesso tempo, le aspettative invariate di bassi rendimenti per il reddito fisso dovrebbero significare che le azioni continueranno a registrare una domanda strutturalmente in crescita anche nel 2022 e che per il momento prevarranno gli attuali elevati livelli di valutazione. Questi sono stati i driver di prezzo più importanti del recente passato e, insieme a una solida crescita delle vendite e degli utili sul lato aziendale, giocano a favore dei mercati azionari anche nel 2022.

Poiché però questi fattori di supporto continuano a indebolirsi, tra i partecipanti al mercato continueranno ad aumentare l’incertezza e il nervosismo. È probabile che questo porti a rotazioni settoriali o di stile rapide e nette. Se ci saranno vincitori di settore più duraturi dipenderà molto dall’andamento dell’inflazione, che è una delle incognite più significative per il nuovo anno. I rischi di inflazione sono stati sistematicamente sottovalutati nel 2021, non soltanto dalle imprese, ma anche dalle banche centrali e dagli investitori. Se questo atteggiamento non cambierà, la performance di fine anno vedrà chiaramente vincitori e sconfitti dell’inflazione.

“In definitiva, nel 2022 ci aspettiamo ancora rendimenti azionari superiori rispetto a tutte le altre asset class più importanti, come obbligazioni, liquidità e oro. Di conseguenza, il portafoglio dinamico resterà saldamente posizionato sulle azioni, mentre le altre asset class avranno un peso contenuto e unicamente per ragioni di diversificazione”, conclude Schmitt. “Tuttavia, dato che lo scenario positivo del mercato azionario ha chiaramente perso parte della sua forza rispetto all’anno passato, riteniamo che l’aspetto più importante per il futuro sarà la flessibilità e la capacità di adattarsi anche a scenari alternativi”.

Megatrend Asia e tecnologia: dove cogliere le opportunità offerte dalla disruption innovativa

I temi di investimento legati alla demografia o agli sviluppi tecnologici continueranno a rappresentare degli spunti importanti lungo tutto il 2022, ma per chi ha un adeguato orizzonte temporale si potrà trovare valore in Cina, la cui agenda punta all’innovazione.

di Natale Borra*

Nell’odierno scenario ancora dominato dal Covid, alcuni trend vengono confermati e addirittura rafforzati. Primo tra tutti la circostanza che il baricentro dell’economia mondiale continua a spostarsi verso Oriente, ossia verso Asia e Cina, dove le dinamiche demografiche mostrano ancora tutta quella forza che in Occidente ormai si è persa da quasi cinquanta anni.

Pertanto, puntare sulla piazza cinese, ed in particolare sulla borsa di Hong Kong, rappresenta una straordinaria opportunità di investimento. Non è la prima volta, infatti, che i mercati asiatici di questa regione vivono fasi di alta volatilità, ed è noto che i listini cinesi negli ultimi venti anni abbiano registrato diciassette fasi di “bear market” spesso innescate da interventi regolamentari esterni. Nonostante ciò, in tutte questa fasi il mercato azionario cinese ha sempre mostrato di sapersi riprendere, aggiungendo maggior valore rispetto, per esempio, agli investimenti azionari effettuati nelle borse americane che pure sono le più efficienti al mondo. Di conseguenza, le correzioni avvenute in Cina si sono sempre rivelate delle grandi opportunità di investimento nel lungo periodo.

Ci sono alcuni altri temi molto interessati, come quello legato alla demografia, oppure quello dello sviluppo tecnologico, che continueranno a rappresentare degli spunti di investimento importanti lungo tutto il 2022 e gli anni a venire; ma per quegli investitori che hanno un adeguato orizzonte temporale, è abbastanza evidente che si potrà trovare valore nei mercati azionari cinesi, che hanno già subito un intervento statale idoneo a dare stabilità futura anche a scapito di una certa volatilità nel breve periodo. Del resto, la Cina sta andando avanti con il suo programma di diventare una potenza egemone a livello globale, ed in tal senso è stato concepito e perfezionato l’accordo di partenariato commerciale con quattordici paesi dell’area asiatica (RECP) che, insieme alla Cina, rappresentano il 30% dell’intera popolazione della Terra e del PIL mondiale. Inoltre, nella stessa direzione va l’agenda politica del governo cinese, che ha come obiettivo linnovazione tecnologica.

* Natale Borra, Head of distribution Italy di Fidelity International

Prospettive dei mercati finanziari e congiuntura economica nel 2022

La Cina rimane il grande punto interrogativo del 2022, e ci si chiede se sarà in grado di effettuare un soft landing su livelli di crescita del 4-5% annui, oppure si posizionerà su livelli più bassi, in ciò influendo negativamente sui mercati.

di Cristiano Iacopozzi*

Il 2021 è stato caratterizzato da almeno tre elementi di interesse. Il primo è indubbiamente il “risk on” che ha visto quasi tutti i mesi dell’anno registrare performance competitive dei mercati azionari, con la prevalenza di Wall Street ma con ottimi risultati anche dalle borse europee. Pertanto, i rendimenti azionari dei maggiori indici americani ed europei sono a doppia cifra, mentre hanno deluso la borsa di Hong Kong – con una performance negativa del 10% – e quella brasiliana. Nel dettaglio, il 2021 ha registrato da un lato il riequilibrio delle performance tra i comparti Growth e Value, dopo molti anni in cui il primo aveva visto risultati brillanti a scapito del secondo e, dall’altro, risultati meno confortanti delle borse dei paesi emergenti, che hanno abbastanza deluso le aspettative di inizio 2021, nonostante i risultati positivi, poichè hanno sottoperformato rispetto alle piazze più mature.

Il secondo elemento di interesse del 2021 è rappresentato dalla evoluzione dei tassi di interesse, che dopo tre anni hanno fatto registrare un aumento sensibile dei rendimenti sui treasuries americani, e meno pesante sui bund tedeschi. A questo fa da contraltare l’aspettativa sull’innalzamento dei tassi futuri, dal momento che se si prendono in considerazione i tassi impliciti dei contratti future sui tassi interbancari, a cominciare da quelli relativi all’Euribor 3 mesi, si può evidenziare come il mercato prezzi in ampio anticipo il ritorno in territorio positivo dell’Euribor 3 mesi da metà 2026 a metà 2024, e in qualche occasione dell’anno scorso si è visto prezzare in territorio positivo il contratto future sull’Euribor 3 mesi anche durante il 2023. A riprova di ciò, si segnala che gli indici sulle aspettative di inflazione indicano un aumento sia in Europa che negli Stati Uniti, a riprova dell’esaurimento  del periodo di bassa inflazione e di contenimento delle spinte inflazionistiche che si era consolidato fin dal 2008.

Il terzo ed ultimo tema del 2021 riguarda le valute, con il Dollaro americano che dopo una partenza incerta ed un conseguente indebolimento nella prima parte dell’anno passato, ha registrato un netto recupero nel secondo semestre, sia sull’Euro che sullo Yen, sulla scorta degli annunciati interventi da parte della Fed nel breve periodo. Poche sorprese, infine, sul versante delle materie prime, che hanno finito per confermare i significativi segnali di ripresa che erano già emersi nell’ultima parte del 2020, accentuando la stessa tendenza nel corso del 2021.

Passando agli scenari prospettici per il 2022, i temi oggetto di riflessione ed attenzione sono essenzialmente due. Il primo riguarda la solidità della congiuntura economica e in seconda battuta il ritorno dell’inflazione dopo molti anni in cui l’andamento dei prezzi al consumo si era mantenuto su livelli oggettivamente contenuti e bassi.

Con riferimento alla dinamica della crescita globale, non si può fare a meno di sottolineare che i tassi di crescita del PIL mondiale sono stati superiori alle aspettative di fine 2020, e che le indicazioni di fine 2021 sono confortanti per le principali economie occidentali. Gli Stati Uniti, per esempio, presentano degli indici anticipatori sostenuti anche in chiave prospettica per il 2022. Occorre anche sottolineare come l’area dell’Euro abbia conseguito livelli di PIL positivi del tutto inattesi, specialmente in Italia e Francia, e come gli indici PMI si stiano posizionando su livelli di crescita sostenuta. L’unica delusione è rappresentata dalla Cina, che non ha confermato la prontezza del rimbalzo avvenuto dopo lo scoppio della pandemia, ed anzi ha visto una decelerazione nel corso del 2021 sia sul versante della produzione industriale che su quello della domanda interna. L’economia cinese, pertanto, è il grande punto interrogativo del 2022, ed in particolare ci si chiede se la Cina sarà in grado di effettuare un soft landing su livelli di crescita soddisfacenti del 4-5% annui, oppure si posizionerà su livelli più bassi, in ciò generando una sorpresa negativa. Non è un caso, infatti, che i tassi cinesi abbiano subito una limatura nel corso del 2021, a differenza di quelli europei ed americani.

Il grande tema che dominerà almeno la prima parte del 2022 è l’inflazione, che è balzata su livelli che non venivano segnati da almeno trent’anni nelle economie occidentali, che sono ascrivibili alla presenza di più variabili contemporaneamente. Innanzitutto dal rincaro delle materie prime e dall’aumento dei prezzi per il trasporto, come accaduto nei noli marittimi che hanno visto un grande balzo, soprattutto per i container. A questi due elementi, comuni a tutte le economie, negli Stati Uniti si aggiunge l’aumento dei salari medi, che ha raggiunto percentuali del 6% come non accadeva da un trentennio.

Da ultimo, rimane sostenuta la domanda interna, anche in questo caso maggiormente negli Stati Uniti, come testimonia la robustezza delle vendite al dettaglio. Pertanto, il mantenimento di una atteggiamento “risk on” richiederà necessariamente la stabilizzazione dell’inflazione su livelli più contenuti rispetto a quelli degli ultimi mesi, ma non così bassi come quelli a cui ci eravamo abituati nel corso del decennio precedente, quindi con un target del 3% per gli Stati Uniti e del 2-2,5% per quanto riguarda l’Europa, tenuto conto del mutamento del target del 2% medio (e non più come massimo assoluto) concordato dalla Bce per fronteggiare le fasi più gravi della crisi pandemica.

* Cristiano Iacopozzi, docente di Asset Allocation (facoltà di Economia, Università di Siena)

Prezzi dei bond stabili nel 2022 secondo Ethenea

Per Volker Schmidt, le strozzature negli approvvigionamenti e i prezzi dell’energia dovrebbero attenuarsi riducendo l’inflazione. C’è il rischio di una spirale salari-prezzi che costringerebbe le banche centrali ad alzare anticipatamente i tassi di interesse.

“Per il 2022 prevediamo un anno dominato dal carry sul lato obbligazionario, con bassa volatilità e pagamenti delle cedole in corso, ma anche nessun aumento significativo dei prezzi, a causa degli spread già molto bassi e del loro potenziale limitato di ulteriore contrazione”. È la previsione per il comparto obbligazionario di Volker Schmidt, senior portfolio manager di Ethenea Independent Investors.

Nel 2021, le banche centrali hanno continuato ad acquistare obbligazioni a volumi record, fornendo un forte sostegno ai mercati obbligazionari. Gli aumenti dei rendimenti sono stati relativamente moderati nonostante un’economia in rapida ripresa e, in alcuni casi, un marcato superamento dei tassi di inflazione. Nel 2022, prevediamo che le banche centrali si allontaneranno gradualmente dalla loro politica monetaria ultra accomodante e ridurranno la loro espansione della liquidità, come in alcuni casi è già accaduto. La Bce ha già ridimensionato i suoi acquisti di obbligazioni da circa 80 miliardi di euro nel secondo e terzo trimestre a 65-70 miliardi nel quarto trimestre.

A marzo del prossimo anno scadrà il Programma di acquisto di emergenza pandemica (Pepp): pur ritenendo improbabile un’estensione del programma, date le condizioni di finanziamento molto favorevoli e le basse insolvenze aziendali, è probabile un graduale passaggio al regolare Asset Purchase Program (App). Ciò significherebbe che lo stimolo continuerebbe ma su scala molto più ridotta. Negli Stati Uniti, la posizione della politica monetaria è molto più chiara. La Fed ridurrà il suo programma di acquisto di obbligazioni da 120 miliardi di dollari di 15 miliardi di dollari al mese e probabilmente entro la metà del prossimo anni avrà ridimensionato completamente il programma. Il prossimo passo potrebbe quindi essere il primo rialzo dei tassi di interesse.

“Dati i venti favorevoli forniti dalle banche centrali, prevediamo che l’economia continuerà a riprendersi e sperimenterà un’altra ripresa”, sottolinea Schmidt. “Le prime indicazioni sono che le strozzature della catena di approvvigionamento e ii prezzi elevati dei trasporti e dell’energia si stanno gradualmente attenuando, il che ridurrebbe le pressioni inflazionistiche nel prossimo anno. In altre aree la situazione rimane tesa, in particolare nel mercato del lavoro, dove sussiste una forte pressione al rialzo dei salari. Una moderata spirale salari-prezzi sarebbe sicuramente uno scenario negativo per i mercati obbligazionari globali e costringerebbe le banche centrali ad alzare anticipatamente i tassi di interesse. Tuttavia, questo non è lo scenario attuale”.

“Il nostro scenario di base prevede un ulteriore moderato aumento dei rendimenti nel prossimo anno”, spiega Schmidt. “Nel 2021, i rendimenti nell’area del dollaro Usa sono aumentati ben più di quelli nell’Eurozona, motivo per cui vediamo un potenziale di recupero alla luce della scadenza del programma Pepp. D’altro canto, l’elevata domanda da parte di investitori istituzionali come compagnie assicurative, fondi pensione, banche e hedge fund, che richiedono obbligazioni sovrane come garanzia per le loro strategie con leva finanziaria, limiterà la possibilità di rendimenti significativamente più elevati”.

“Per quanto riguarda le società, ci aspettiamo utili stabili nel 2022, anche se i maggiori costi di produzione potranno esercitare pressioni sulle imprese che hanno minor potere contrattuale sui prezzi. Pertanto, continuiamo a privilegiare le aziende con margini e modelli di business solidi, che sono maggiormente in grado di trasferire ai clienti i costi di input più elevati, grazie alla loro posizione di mercato. È probabile che gli spread sulle obbligazioni societarie investment grade rimarranno bassi, poiché le società dispongono di liquidità sufficiente per gli anni a venire e tendono a utilizzare il mercato primario in modo molto opportunistico, ad esempio in caso di condizioni di finanziamento favorevoli o per fusioni e acquisizioni. Nel mercato high yield gli spread potranno allargarsi solo in misura limitata, a causa del livello di stress estremamente basso del mercato”.

Immobili per l’impresa nel 2021. Lo sviluppo industriale e commerciale passa anche da loro

I dati Istat relativi al terzo trimestre del 2021 evidenziano un aumento del Pil del 2,6% rispetto al trimestre precedente, e confermano la chiusura d’anno a +6%. Risultati incoraggianti, che si trasmettono anche al settore immobiliare per l’impresa.  

di Fabiana Megliola*

Per parlare del settore degli immobili per l’impresa, occorre contestualizzarlo all’interno del quadro economico del nostro Paese, che continua a dare segnali positivi grazie ai progressi della campagna vaccinale e al recupero della mobilità. Infatti, gli ultimi dati diffusi dall’Istat, relativi al terzo trimestre del 2021, evidenziano un aumento del Pil del 2,6% rispetto al trimestre precedente, e confermano la chiusura d’anno a +6%.

Risultati incoraggianti, resi possibili grazie al traino dell’industria e al recupero dei servizi, in particolare dal comparto manifatturiero. All’interno di questo scenario, Tecnocasa evidenzia un aumento della domanda di immobili per l’impresa, in acquisto ed in affitto, da destinare alla produzione e allo stoccaggio delle merci. Le aziende, infatti, cercano metrature ampie per collocare impianti o per stoccare le materie prime a seguito di processi di riorganizzazioni delle filiere o di reshoring finalizzato a ridurre la distanza tra approvvigionamento, produzione e consumo. Continua, poi, il buon andamento della logistica grazie al boom dell’e-commerce, dato che su questo settore è stato realizzato il 73,5% di operazioni di locazione ed il 26,5% di operazioni di acquisto. Per le prime prevale la finalità di stoccaggio (48%), seguita dalle lavorazioni artigianali (14,4%) e dalla produzione (11%); ed anche in acquisto prevale la finalità di stoccaggio (50,8%). Questo trend trova conferma nei dati di uno studio del Politecnico di Milano, che conferma lo stoccaggio merce come prioritario, sebbene preveda un futuro di magazzini capillari e di prossimità, automatizzati e sostenibili.

Per tutte queste tipologie di immobili, a prescindere dalla finalità per cui vengono locate o acquistate, è importante la location lungo arterie di collegamento strategiche e a ridosso delle metropoli. Anche il contenimento dell’impatto ambientale è importante in questo settore, che soffre di una carenza di offerta in grado di rispondere alle esigenze delle imprese: aree di carico scarico, presenza di bilici, altezze adeguate e soprattutto impianti a norma. Inoltre, vi è carenza di nuove costruzioni per l’impresa, per cui nell’ultimo anno diverse aziende hanno commissionato la costruzione di capannoni e sta aumentando la ricerca di terreni dove costruire.

I capannoni si lasciano alle spalle dieci anni di ribasso di prezzi, che sono diminuiti del 31,4% per le soluzioni nuove e del 34,6% per quelle usate. I canoni di locazione hanno avuto un ribasso maggiore sulle tipologie nuove (-29,3%) rispetto a quelle usate (-24,7%). Questo ha portato però le imprese solide patrimonialmente ad acquistare, cogliendo delle opportunità e sapendo che poi devono procedere a riqualificare.  Lo dimostrano anche i dati diramati dall’Agenzia delle Entrate, che nel 2021 hanno testimoniato un aumento delle transazioni di immobili destinati all’impresa del 65,2% rispetto al 2020 e del 20% rispetto al 2019. I tagli più richiesti sia in locazione che acquisto sono inferiori a 500 mq, ma c’è un discreto movimento per le metrature oltre i 1500 mq.

Sul mercato dei negozi, i prezzi e i canoni sono ancora in diminuzione e, dopo le difficoltà importanti registrate durante il lockdown, sembrano esserci ora spiragli di ripresa. Le informazioni congiunturali più recenti segnalano un’ulteriore forte espansione dei consumi, favorita dall’allentamento delle restrizioni associato ai progressi nella campagna di vaccinazione. Il clima di fiducia delle famiglie è a livelli elevati e gli ultimi dati sui consumi degli Italiani, diffusi da Censis e Confimprese, fanno ben sperare (+14,2% rispetto allo stesso periodo del 2020). A tal proposito, diverse indagini suggeriscono che gli italiani hanno il desiderio di acquistare nei negozi e di tornare allo shopping fisico, da cui trarre emozioni e benessere. Pertanto, la tendenza sarà quella di procedere ad una combinazione di canali fisici e online. Tra questi certamente il settore della ristorazione, che in seguito al forte ridimensionamento dei flussi turistici è in parte sopravvissuta grazie al delivery e alla possibilità di occupare gli spazi esterni nei mesi estivi, ed anche grazie alla rinegoziazione dei canoni di locazione.

Si conferma la tenuta del negozio di vicinato, in particolare nelle zone più periferiche dove aprono ancora minimarket. Le catene della distribuzione organizzata continuano a cercare spazi da destinare all’apertura di supermercati di prossimità, anche in zone centrali. Maggiori difficoltà per le posizioni di minor passaggio occupate da attività che ricorrono esclusivamente all’e-commerce e da chi eroga servizi a persone e imprese (è il caso dell’ufficio su strada).  C’è interesse da parte degli investitori, che restano prudenti, alla ricerca di immobili spesso già locati da tempo ad inquilini affidabili e con rendimenti che possono superare anche il 10 % annuo lordo. Il ribasso dei prezzi di questo asset immobiliare, infatti, ha incentivato l’acquisto: negli ultimi dieci anni i valori sono diminuiti del 38% nelle vie di passaggio e del 42,5% nelle vie non di passaggio, i canoni di locazione hanno registrato una contrazione del 36% sulle vie non di passaggio e del 37,8% nelle vie di passaggio. E così, i dati sulle compravendite diramati dall’Agenzia delle Entrate hanno visto nel 2021 un aumento del 61,8% rispetto al 2020 e del 15,4% rispetto al 2019.

Lo smart working e le nuove modalità di lavoro hanno coinvolto soprattutto il segmento degli uffici che, prima del Covid, soffrivano già per problematiche di vetustà, posizionamento e costi di gestione elevati. Tante aziende confermeranno lo smart working, con modalità diverse, all’interno di una revisione dei processi organizzativi e hanno già provveduto a ridisegnare i layout degli uffici. I luoghi di lavoro del futuro punteranno soprattutto a facilitare le relazioni tra i lavoratori e a garantire loro benessere. Si pensano strutture che comunichino con il quartiere circostante e che siano efficienti dal punto di vista energetico. Gli interventi di ultima generazione, e Milano ancora una volta è capofila in questo, sono progettati per avere certificazioni green. I professionisti, in particolare, si associano o si spostano in strada per abbattere i costi, e se l’immobile ha un prezzo interessante chi ha un’attività solida lo acquista.

Infine, lieve aumento dei canoni di locazione e ribasso dei prezzi sui laboratori che vedono comunque un buon riscontro da parte di piccoli artigiani. Negli ultimi dieci anni i prezzi sono diminuiti del 35,1%, i canoni di locazione del 29,3%”.

* Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa

Locazioni, risalgono i valori degli affitti. Omicron incombe sui contratti dei fuori sede

Dopo un 2020 dai contorni negativi, il 2021 ha manifestato una ripresa nei valori dei canoni di locazione. Gli studenti si riaffacciano sul mercato, ma molto dipenderà dalla incidenza della nuova ondata pandemica.

Uno dei segmenti di mercato immobiliare su cui si è avvertito maggiormente l’impatto del Covid è quello delle locazioni residenziali. Il ricorso alla didattica a distanza e allo smart working ha tenuto nei loro luoghi di origine molti studenti e lavoratori fuori sede, determinando così un’offerta maggiore e una minore domanda. Ad alimentare l’offerta ci sono anche numerosi immobili che, affittati negli anni scorsi tramite short rent, sono adesso immessi sul canale residenziale al fine di recuperare parte delle spese. 

Dopo un 2020 che ha chiuso con un importante calo dei canoni residenziali, – afferma Fabiana Megliola, Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa – nel 2021 si iniziano a vedere i primi segnali di inversione di tendenza: stabili i canoni dei monolocali, +0,4% il rialzo dei canoni dei bilocali e +0,3% quello dei trilocali. Si riscontrano comunque valori in diminuzione in città come Milano, Bologna, Roma e Firenze, le metropoli che più di tutte le altre hanno sofferto il ridimensionamento dei flussi turistici, degli studenti e dei lavoratori fuori sede. Nei capoluoghi di provincia, al contrario, i valori degli affitti hanno invece continuato a crescere”. Inoltre, si conferma la maggiore facilità di affitto per le soluzioni di “qualità”, ben arredate, posizionate in zone servite e luminose. Sempre elevata l’attenzione ai costi condominiali.

Nel 2021, il 73,8% degli inquilini ha compiuto una scelta abitativa, optando volutamente per la locazione o non potendo acquistare. C’è una lieve diminuzione rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, quando la percentuale era del 74,7%. Diminuiscono anche i lavoratori fuori sede che passano da 22,6% a 22,4%. Nel periodo pre-Covid la percentuale si attestava a 25,9%. Aumenta invece la percentuale di chi affitta per studio, il 3,8% dei contratti stipulati.

La pandemia ha accentuato la domanda di chi cerca casa in affitto tra chi ha lavori precari o a termine e in chi stava valutando l’acquisto immobiliare ma si è fermato per timori legati alle incertezze del mondo del lavoro. Il ribasso dei prezzi immobiliari e i mutui più vantaggiosi stanno spingendo verso l’acquisto della casa ma, nonostante questo, la domanda di locazione è sempre elevata, in particolare tra le fasce di età più giovane. Il 43,8% di chi ha preso casa in affitto ha un’età compresa tra 18 e 34 anni. I dati sui contratti stipulati nella prima parte del 2021 vedono una contrazione dei contratti a canone libero (passati in due anni da 55,1% al 45,6%) ed un aumento del canone concordato (da 29,5% a 32,2%) e del contratto transitorio che aumenta da 15,4% a 22,2%. Questo risultato, molto interessante, evidenzia una delle conseguenze della pandemia, e cioè l’aumento del ricorso a contratti più brevi: tutti coloro che avevano acquistato una casa da destinare all’affitto turistico e che hanno deciso di collocarla sul settore residenziale, hanno optato per la formula del contratto transitorio per non vincolare l’immobile per troppo tempo e riaverlo a disposizione per ritornare agilmente allo short-rent appena i flussi turistici torneranno ai livelli standard.

Interessante anche i dati sul contratto a canone concordato, che potrebbe rivelarsi una buona soluzione per inquilini timorosi degli effetti del lockdown e proprietari che ottengono un vantaggio fiscale e una maggiore possibilità di “sostenibilità” del contratto grazie ai canoni calmierati. 

Tra le metropoli, la città in cui è più alta la percentuale di chi affitta per motivi di lavoro è Milano (40,0%), a seguire Roma (22,5%). Milano primeggiava in questa classifica anche negli anni precedenti, ma a partire dal 2020 ha segnato comunque un ribasso di contratti stipulati con lavoratori trasfertisti, nel 2019 infatti si superava quota 51% sul totale. Anche a Roma si registra una contrazione, seppur meno consistente, delle percentuali di affitti a lavoratori trasfertisti, si passa infatti dal 24,7% del 2019 all’attuale 22,5%. È evidente come lo smart working stia incidendo su questo segmento di mercato, soprattutto in città come Milano dove la componente legata al lavoro è sempre stata predominante.

L’analisi delle grandi città mostra come a Milano ci sia una netta prevalenza del contratto a canone libero (71,7%), mentre a Roma è il contratto a canone concordato ad essere più utilizzato (71,0%). In tutte le metropoli considerate, così come abbiamo riscontrato a livello nazionale, in questo 2021 aumentano le percentuali di stipule di contratti a canone concordato e a carattere transitorio, e la tipologia più affittata è il bilocale, con il 39,7% delle scelte, seguita dal trilocale con il 32,3%, confermando così la tendenza che ha visto anche nel 2020 e nel 2019 i bilocali e i trilocali come le tipologie più affittate a livello nazionale. La maggior parte degli inquilini ha un’età compresa tra 18 e 34 anni, pari al 43,8% sul totale degli affitti stipulati.

Indebitamento UE di nuova generazione: una prima valutazione

Il programma Next Generation EU sta cambiando radicalmente il modo in cui l’UE si finanzia e interagisce con i mercati finanziari. Caratteristiche delle emissioni, potenziali rischi e opportunità legate all’indebitamento dell’UE.

Di Adriana Cardinale*

Il programma Next Generation EU (NGEU) sta cambiando radicalmente il modo in cui l’Unione Europea interagisce con i mercati finanziari a causa del suo ambizioso e innovativo programma sul debito pubblico.

Negli ultimi due anni, la Commissione Europea ha adottato una nuova strategia di prestito diversificata, simile a quella di altri grandi emittenti, per raccogliere denaro in modo sicuro, affidabile e conveniente, in moda tale da diventare “attraente” per i mercati finanziari e mantenere un solido rating creditizio. In particolare, l’UE prevede di costruire una curva dei rendimenti di riferimento completa, emettendo una gamma diversificata di titoli di debito con scadenze comprese tra tre mesi e trenta anni, da distribuire attraverso una rete di operatori bancari primari idonei a sostenere il programma di emissione, che avverrà principalmente per mezzo di aste e transazioni sindacate. Una rete di concessionari ben funzionante, infatti, è fondamentale per aiutare l’UE a vendere il debito senza intoppi, mantenere il livello di liquidità e adeguare i piani di prestito alle condizioni di mercato.

Finora, le prime emissioni dell’UE hanno mostrato un forte interesse da parte degli investitori e l’UE ha ottenuto buoni rating e prezzi relativi elevati rispetto ai suoi omologhi sovrani e sovranazionali. Il prestito NGEU rappresenta un’opportunità unica per gettare le basi per un asset sicuro europeo, che potrebbe aiutare a risolvere alcuni problemi di vecchia data con l’architettura finanziaria europea. Affinché abbia successo, il debito dell’UE dovrà avere prestazioni almeno pari a quelle degli altri principali emittenti dell’area dell’euro in termini di emissioni primarie e sui mercati secondari. La Commissione Europea, poi, dovrà monitorare la sua rete di concessionari per assicurarsi che sia ben posizionata per supportare le operazioni di mercato. Dovrebbe anche fare attenzione che la selezione di banche con cui lavorare nelle operazioni finanziarie sia considerata equa, trasparenti e imparziale.

Grazie a questo nuovo approccio, si prevede che l’UE diventerà presto il più grande emittente di obbligazioni verdi nell’ambito del mandato di Next Generation EU, arrivando ad emettere fino a un terzo del suo debito in questo segmento di mercato. In caso di successo, ciò potrebbe ulteriormente rafforzare il ruolo internazionale dell’euro  in tema di Sostenibilità Ambientale, e ciò richiederà all’Unione Europea di bilanciare il suo impegno nei confronti dei nuovi standard climatici, adattandosi alle attuali condizioni di mercato per garantire che il debito NGEU sostenga le nuove regole di finanziamento del clima e attiri un sufficiente interesse degli investitori.

Nel complesso, il debito a livello dell’UE dovrebbe avvantaggiare i mercati dei capitali dei Paesi aderenti e rafforzare l’architettura finanziaria dell’area dell’euro. Tuttavia, per trarre pieno vantaggio dai prestiti obbligazionari, il programma dovrebbe essere reso permanente e il suo volume aumentato sensibilmente, in modo da fornire una affidabile curva dei rendimenti di riferimento e un’attività sicura a lungo termine.

* Segreteria di redazione P&F

Tendenze immobiliari: hinterland e provincia sugli scudi, tempi di vendita in diminuzione

Rispetto al 2020 e al 2019 si registra una fuoriuscita di acquirenti dalle metropoli verso i capoluoghi di provincia e verso l’hinterland. 114 in media i giorni per vendere casa nelle grandi città, Milano e Bologna le metropoli più veloci.

Gli ultimi dati sulle compravendite immobiliari diramati dall’Agenzia delle Entrate hanno messo in evidenza che nei primi nove mesi del 2021 le compravendite dei comuni capoluogo sono aumentate del 36,1% rispetto allo stesso periodo del 2020 e del 13,4% rispetto al 2019. Hanno performato meglio i comuni non capoluogo che hanno messo a segno una crescita ben più importante: +46,6% rispetto ai primi mesi del 2020 e +28% rispetto allo stesso periodo del 2019. Sono dati che mettono in evidenza i risultati più che lusinghieri raggiunti dai comuni più piccoli che stanno dimostrando una buona vivacità grazie ai prezzi più bassi e all’offerta abitativa più in linea con le attuali esigenze espresse dalla domanda.

I dati raccolti da Tecnocasa evidenziano che, rispetto al 2020 e soprattutto al 2019 si registra una fuoriuscita di acquirenti dalle metropoli verso i capoluoghi di provincia della stessa regione e, soprattutto, verso l’hinterland della stessa metropoli. Milano è tra le città che ha visto un aumento percentuale maggiore di flussi in uscita verso le altre province, Torino e Napoli verso l’hinterland. Ad attirare in misura maggiore i milanesi è la provincia di Monza Brianza, a seguire quella di Pavia. Anche diversi comuni della prima cintura, tra cui Peschiera Borromeo, registrano un buon riscontro da parte di chi vive a Milano.  

A Torino è nell’hinterland che si acquista maggiormente, con la prevalenza di quelle realtà più vicine alla città, collegate magari con la metropolitana e laddove c’è un’offerta abitativa a prezzi più convenienti, soprattutto se si desidera acquistare una soluzione indipendente o semi-indipendente. In aumento la percentuale di chi lascia Roma per andare nell’hinterland (+3,9%) rispetto al 2019; cresce del 2% chi sceglie altre province. Bari è la città che registra una bassa percentuale di flussi in uscita, confermandosi attrattiva per gli stessi residenti che apprezzano anche la possibilità di acquistare non lontano dal mare. In ogni caso, la vicinanza ai mezzi di trasporto e soprattutto il loro livello di efficienza (e puntualità) sono l’elemento più importante alla base della valutazione di abitare nell’hinterland di una grande città, e laddove il trasporto pubblico presenta uno sviluppo insufficiente (soprattutto in alcune regioni del Sud Italia, cronicamente sofferenti per via delle infrastrutture inadeguate), le aree più richieste sono quelle limitrofe agli svincoli autostradali.

Lo stato di salute del mercato immobiliare si capisce anche dai tempi di vendita, ossia l’indicatore che stabilisce la velocità con cui la casa è venduta. I dati di Tecnocasa sulle grandi città, i rispettivi hinterland e i capoluoghi di provincia indicano che i tempi di vendita delle metropoli sono pari in media a 114 giorni, con un aumento di soli due giorni rispetto ad un anno fa. Nei capoluoghi di provincia, invece, si segnala una media di 143 giorni, in miglioramento di 6 giorni rispetto ai 149 giorni registrati nel 2020, mentre i comuni dell’hinterland delle grandi città hanno fatto registrare una media di 147 giorni contro i 154 giorni dell’anno scorso. Tra le grandi città, i tempi di vendita maggiori si registrano a Bari (149 gg) e Palermo (143 gg). Le metropoli “più veloci” sono Milano (62 gg) e Bologna (63 gg). Queste ultime due città hanno anche messo a segno anche il miglior risultato a livello di variazione percentuale dei prezzi, nella prima parte del 2021: Milano (+2,0) e Bologna (+2,3%).

Il desiderio di cambiare casa sta rivelando acquirenti più decisi e veloci, soprattutto in quelle città in cui l’offerta inizia a contrarsi e le possibilità di acquistare la casa desiderata si riducono. Dall’esame dei dati si evince in modo evidente come i picchi dei tempi di vendita sono in corrispondenza dei periodi più difficili del mercato immobiliare, in particolare nel 2012, anno in cui l’abbondante offerta e le banche più refrattarie ad erogare il credito dilatarono al massimo i tempi necessari per chiudere le trattative immobiliari.