Giugno 16, 2026
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Enasarco, Fare Presto diffida a costituire il CdA. Definitivamente chiarito il mistero del voto annullato

Le liste “Fare Presto!” e “Arténasarco” presentano una diffida a procedere alla costituzione del Consiglio di Amministrazione di Enasarco, dopo l’annullamento del voto di un delegato della coalizione da parte della Commissione Elettorale dell’Ente. L’interessato chiarisce definitivamente come sono andati i fatti durante il collegamento online.

Fare Presto e Artènasarco, liste sostenute da Confesercenti, Anasf, Assopam, Federagenti, Fiarc, che valgono insieme la metà dei consiglieri eletti in CdA Enasarco, successivamente alla decisione della Commissione Elettorale della Fondazione di annullare il voto del delegato Romualdo Nesta e consegnare la maggioranza del CdA, regolamento alla mano, alla coalizione sconfitta alle elezioni di Novembre 2020, ha trasmesso una formale diffida “a procedere alla costituzione e alle attività del Consiglio di Amministrazione” dell’Ente.

In particolare, si legge nella missiva, “………a seguito della indizione del nuovo Consiglio di Amministrazione per la data del 4 gennaio 2021 e della richiesta ai nuovi componenti del Consiglio di comunicare la dichiarazione di accettazione dell’incarico entro la data del 3 gennaio 2021, si rappresenta (che)…..in assenza della dichiarazione di accettazione dell’incarico e della conseguente individuazione di tutti i consiglieri, non si può ritenere correttamente convocato e costituito il Consiglio di Amministrazione indetto per la data del 4 gennaio 2021 e, quindi, legittimato ad assumere alcuna decisione. Ciò anche alla luce di quanto espressamente previsto dall’art. 20 del Regolamento Elettorale per la convocazione dell’Assemblea dei delegati, i quali sono convocati solo a seguito della dichiarazione di accettazione dell’incarico”.

Atteso quanto sopra rappresentato – prosegue la nota – e nell’evidenziare come la decisione della Commissione Elettorale del 28 dicembre 2020 sia oggetto di impugnativa, atteso il suo contenuto palesemente illegittimo, nonché travolgente tutti gli atti successivi, ivi compresi quelli oggetto della presente, Vi invitiamo e diffidiamo formalmente dal procedere alla costituzione del Consiglio di Amministrazione e, conseguentemente, dal porre in essere alcuna attività di tale Organo in assenza della dichiarazione di accettazione della carica da parte di tutti i Consiglieri, riservandoci di agire presso le Autorità istituzionali e giurisdizionali competenti per tutelare i nostri diritti ed interessi nonché la legittimità dell’azione degli Organi della Fondazione”. 

Romualdo Nesta

Nel frattempo, il delegato Romualdo Nesta, che era stato eletto in quota Case Mandanti per Fare Presto, ha voluto personalmente rivelare come sono andati i fatti. “All’inizio dell’Assemblea, come già fatto nell’Assemblea precedente, mi sono collegato utilizzando il telefonino, sia in video che in audio, con il programma di video conferenza scelto da Enasarco, (Microsoft Teams, ndr). Ho risposto alla chiamata di riconoscimento e sono stato ammesso. Al momento in cui sono stato chiamato a esprimere il mio voto, pur avendolo fatto ed essendo regolarmente collegato, gli altri non riuscivano a sentirmi. Così ho iniziato a premere sullo schermo dei mio cellulare i bottoni per poter parlare, ma nulla di fatto. Nel frattempo ricevevo anche telefonate da parte di alcuni numeri, ma non potevo rispondere perché se lo avessi fatto il collegamento con Teams sarebbe irrimediabilmente caduto. Dopo qualche minuto, nei quali ho premuto non so più quante volte e in quale sequenza i bottoni audio e video, sono finalmente riuscito a farmi sentire: mi sono rapidamente scusato e ho espresso chiaramente il mio voto per Fare Presto. Successivamente al mio voto il notaio dell’Assemblea ha dichiarato Alla prima chiamata e alla seconda chiamata, per motivi sicuramente tecnici, ma questo nessuno lo sta ovviamente negando, non è stato possibile acquisire il voto di Nesta, il quale si è ricollegato successivamente esponendo una preferenza. Il Notaio ha poi acquisito il mio voto come settimo voto a Fare Presto”.

Da notare che il voto successivamente annullato dalla Commissione Elettorale ha determinato una vittoria per 7 a 6 per la governance uscente, e non un pareggio per 7 a 7, da cui sarebbe poi scaturita la decisione di applicare il regolamento che prevede l’attribuzione del ruolo di consigliere al delegato più anziano (che fa parte della coalizione sconfitta alle elezioni).

Naturalmente, si attenderanno gli esiti degli inevitabili pronunciamenti giudiziali, ma è impossibile non evidenziare che la Commissione Elettorale, con una decisione molto delicata – che avrebbe richiesto almeno un parere tecnico ad un organo esterno – ha di fatto ribaltato la volontà espressa dalla maggioranza degli elettori per Fare Presto (31.287 tra Agenti e Consulenti Finanziari, ossia il 44,81% dei votanti), che in coalizione con Artenasarco risulta avere la maggioranza assoluta.

Salta l’opportunità del “governissimo” in Enasarco. Troppa tensione ed obiettivi opachi da ambo le parti

In Enasarco sarebbe servita una maggiore maturità e spirito di collaborazione da parte delle opposte fazioni, una sorta di “governissimo”, basato su larghe intese, che finalmente si potesse occupare delle istanze della categoria, la quale attende ancora gli aiuti economici che solo una maggioranza stabile può finalmente garantire.  

Di Alessio Cardinale*

La tensione, soltanto mascherata dal silenzio, si tagliava con il coltello prima ancora dell’assemblea dello scorso 23 Dicembre 2020, ma pochi si aspettavano che l’irragionevolezza ed i giochi di potere potessero prevalere ancora una volta sulla necessità – diventata urgentissima, dopo otto mesi di ritardo – di garantire rapidamente una governance stabile alla cassa di agenti di commercio e consulenti finanziari e mettere finalmente mano sui concreti provvedimenti straordinari su cui 220.000 iscritti contano.

Spiace dirlo, ma dopo il risultato elettorale sarebbe stato più opportuno che la maggioranza uscente – che già si era resa protagonista di un rinvio “sine die” delle elezioni, suscitando tensioni e polemiche – fissasse una data ravvicinata per l’assemblea dei delegati, anziché prendersi tutto il termine previsto dai regolamenti: ciò avrebbe rappresentato un segnale di efficienza, nonchè la volontà di segnare quel punto di svolta cui molti, da entrambe le parti, si sono ispirati in campagna elettorale: sediamoci al tavolo comune e risolviamo i problemi.

Andare immediatamente in assemblea – cosa mai poteva impedirlo? – avrebbe evitato il crescere della tensione che, dopo essersi accumulata per mesi, si è scaricata il 23 Dicembre con tutta la sua forza, facendo perdere a più di qualcuno le necessarie lucidità e lungimiranza, insieme ad un discreto ammontare di dignità personale da parte di qualcun altro.

Ciò che è accaduto, in fondo, era prevedibile, perché le forze in campo sostanzialmente si equivalevano, ed era sufficiente l’assenza di un solo delegato per far prevalere uno schieramento sull’altro. Infatti, la “campagna acquisti” estiva era già finita (non senza polemiche), e dominava la speranza che le tensioni potessero cessare una volta riuniti attorno allo stesso tavolo. In considerazione dei risultati elettorali, l’unica maggioranza possibile era quella di 8 consiglieri a 7, e con un simile margine non si va da nessuna parte: è sufficiente che uno dei consiglieri sia virtualmente assente – il WiFi e le connessioni non sono una scienza esatta – per determinare una situazione di stallo su decisioni importanti, inaccettabile dopo i recenti trascorsi.

Pertanto, serviva maturità e spirito di collaborazione, una sorta di “governissimo”, basato su larghe intese, che finalmente si potesse occupare delle istanze degli iscritti che ancora attendono i provvedimenti straordinari di sostegno economico alla categoria. Invece, il risultato più degno di nota scaturito dall’assemblea del 23 Dicembre 2020 sembra essere stato il fitto mistero sulla presenza di un delegato che, pur avendo asseriti problemi di connessione, contestualmente non risponde alle insistenti telefonate dei compagni di lista che lo richiamano disperatamente alla votazione. Ma questa, per fortuna, è materia che lasciamo volentieri alla coalizione di cui fa parte, affinchè si chiariscano le circostanze, magari per farne tesoro ed evitare gli stessi problemi “tecnici” nelle future riunioni del CdA da remoto.

La sensazione prevalente, in ogni caso, è che entrambe le coalizioni siano guidate da obiettivi opachi, e che nessuna di esse sarà all’altezza di governare Enasarco, tanto più da sole. In teoria, entrambe dovrebbero coltivare l’arte del compromesso, al quale però non sembrano tanto avvezze. Sempreché non intervengano i ministeri vigilanti a dettare forzosamente la fine delle ostilità ed un “tutti a casa”.  

* Direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Consulenza Patrimoniale, chi ne avrà la leadership? Una gara appena all’inizio tra SCF e banche reti

Secondo una analisi della Consob, circa la metà degli investitori italiani si dichiara favorevole a valutare la consulenza finanziaria a parcella. La vera partita, però, si gioca intorno alla c.d. Consulenza Patrimoniale. Luca Mainò: “il modello di consulenza finanziaria indipendente arriverà nei prossimi 5 anni a gestire il 10% delle masse complessive.

A circa due anni dalla sua nascita, la sezione dell’Organismo Unico dei consulenti finanziari autonomi (c.d. indipendenti) conta già oltre 300 iscritti tra i singoli professionisti, a cui si devono aggiungere le 40 società di consulenza finanziaria (SCF) che operano su base autonoma. Sullo sfondo, il decreto del ministero attualmente in consultazione presso il Consiglio di Stato, che consentirebbe l’accesso di molti altri professionisti alla categoria dei consulenti indipendenti. Non è un mistero, infatti, che i principali attori della Consulenza Indipendente (a parcella, in totale assenza di conflitto di interesse) puntino sul lavoro in team con avvocati e commercialisti, con i quali costituire anche appositi studi associati.

Pertanto questa categoria, rimasta sostanzialmente nell’ombra fino al 2018, si sta sviluppando a ritmi rapidissimi, del tutto simili in valore assoluto  – se non addirittura superiori – a quella dei consulenti non autonomi (gli abilitati fuori sede), i quali però sono 33.000, e scontano oggi un gravissimo ritardo nel ricambio generazionale che né Assoreti né le associazioni di categoria (Anasf in testa) sembrano interessate a risolvere concretamente nel breve periodo.

Cesare Armellini

Secondo Cesare Armellini, presidente ed amministratore delegato di Consultique, “nel momento in cui il decreto verrà pubblicato è facile immaginare la spinta che la categoria dei consulenti indipendenti potrà avere, soprattutto per i giovani che, a differenza di ieri, oggi possono trovare strutture operative sul territorio dove imparare la pratica fondamentale della professione”.

Le maggiori aspettative di Consultique – azienda leader nel settore da circa 20 anni – ricadono sulla possibilità di sviluppo che la fusione tra consulenti finanziari e commercialisti potrà dare, creando realtà multidisciplinari con enormi sinergie.

Relativamente al settore, mentre negli Stati Uniti più del 90% dei cittadini fa ricorso alla consulenza indipendente, in Italia non abbiamo questi numeri, ma secondo una analisi della Consob circa la metà degli investitori italiani si dichiara favorevole a valutare la consulenza finanziaria a parcella. La vera partita, però, si gioca intorno ad una specifica attività professionale – quella del c.d. consulente patrimoniale, ossia del professionista che si occupa di tutto il patrimonio del cliente, e non solo delle disponibilità finanziarie – sul quale tutti cercano di conquistare la leadership ma che, al momento, non riesce ad andare oltre una mera definizione di intenti.  Sull’argomento, abbiamo intervistato Luca Mainò (nella foto), direttore commerciale di Consultique.  

Recentemente lei ha affermato che nei prossimi 5 anni le masse sotto consulenza finanziaria indipendente possano passare dagli attuali 10 miliardi di euro a 500 miliardi di euro, con una quota di mercato pari al 10% di quella attualmente nelle mani delle banche-reti. Come siete arrivati a questa conclusione?

Si tratta dell’analisi fatta da un partner di un’importante società di consulenza strategica internazionale in occasione del meeting Efpa del 2018. In sostanza, il messaggio è stato molto chiaro: il modello di consulenza finanziaria remunerato a parcella arriverà in 5 anni ad una quota del 10% delle masse oggi gestite dal sistema tradizionale. Oltre agli investitori finali che godranno di questa evoluzione, chi tra gli operatori del settore sarà in grado di coglierne i benefici? Saranno le banche o le reti di consulenti finanziari fuori sede che si riconvertiranno al modello indipendente? Noi riteniamo di no, visto il disinteresse verso la consulenza pura degli intermediari tradizionali. Crediamo invece, come stiamo già constatando da tempo, che saranno proprio i Consulenti indipendenti e le SCF che accresceranno la propria quota di mercato.

Da più parti si sente parlare di consulenza patrimoniale, ma sembra che l’obiettivo di poterla erogare alla clientela, con servizi specifici e dedicati, sia ancora ben lontana dall’essere realizzato. Cosa sta frenando, secondo lei, la nascita di questa categoria di professionisti?

Noi indipendenti nasciamo come consulenti patrimoniali, tanto è vero che la nostra associazione NAFOP, che nel 2021 compie 15 anni, di definisce l’associazione dei “fee only planner” ossia dei pianificatori. Oggi vedo sul mercato vari tentativi da parte di operatori del settore di riposizionarsi come pianificatori, mi fa molto piacere, spero che siano mosse autentiche e non semplicemente il tentativo di rifarsi una verginità professionale nel mercato.  

Anche in termini di formazione alla consulenza patrimoniale, le varie realtà si muovono in ordine sparso. ABI ha lanciato già nel 2018 un suo corso di formazione specifico, mentre dal lato delle banche-reti Fideuram ha istituito un percorso di certificazione. Come si sta muovendo sul tema Consultique?

L’Executive Master, che sta per compiere i 20 anni di erogazione, da sempre trasferisce le competenze sviluppate dal nostro ufficio studi a diretto contatto con clienti privati, famiglie, imprese ed istituzionali. Proprio la pianificazione patrimoniale ed il passaggio generazionale rappresentano due tematiche fondamentali del percorso che oggi è fruibile totalmente in live streaming. Il prossimo master inizierà a febbraio 2021.

A suo parere, vista la quantità e la qualità di competenze richieste dalle problematiche sul patrimonio, quella del consulente patrimoniale è un ulteriore figura professionale che andrebbe disciplinata in modo specifico dalla normativa (magari con una sezione apposita dell’Organismo), oppure una sommatoria di competenze certificabili che possano essere appannaggio sia dei consulenti indipendenti che di quelli non autonomi?

La semplicità agevola notevolmente il cliente finale, il soggetto a cui tutti noi dovremmo fare riferimento. È assolutamente inutile e fuorviante a mio avviso pensare a nuove figure professionali. Ritengo che siano le certificazioni di professionalità a definire in modo corretto le competenze specifiche degli advisor, mi riferisco ad esempio a Efpa, con la sua certificazione European Financial Planner.

Enasarco, Valerio Giunta: basta tensioni, chi si richiama al bene comune deve perseguirlo veramente

Una opinione “dal di dentro” sui recenti fatti della Cassa di agenti di commercio e consulenti finanziari, raccolta da chi ha vissuto in prima persona la convulsa giornata del 23 Dicembre che ha segnato l’ennesima fase di tensione. 

In pochi, tra i nuovi delegati di Enasarco, dimenticheranno il “battesimo di fuoco” del 23 Dicembre 2020, data in cui si è consumato l’ennesimo atto di una commedia che, mese dopo mese, rischia di essere declassata a semplice telenovela. Sarà difficile, adesso, evitare le lungaggini derivanti dalle iniziative legali che la coalizione uscita sconfitta dai regolamenti – ma non dalle urne – ha promesso di intraprendere dopo il pronunciamento della commissione elettorale, che ha annullato il voto ritardato di uno dei suoi delegati e consegnato di fatto la maggioranza, regolamento alla mano, alla coalizione che sembrava destinata ad un ruolo di opposizione.

Sul tema, abbiamo intervistato Valerio Giunta, imprenditore e AD di Startup Italia, eletto delegato in occasione della scorsa tornata elettorale di Enasarco, che ci illustra il suo punto di vista sui temi della Fondazione dalla sua ormai nota – e unica, a quanto sembra – posizione moderata e indipendente tra i delegati.

Per lei l’assemblea del 23 Dicembre era la prima adunanza nel mondo Enasarco, può dirci cosa l’ha colpita di più?

La cosa che mi ha imbarazzato di più è stata la totale mancanza di una minima parvenza di bene comune. Seguo la politica, ed ho fatto marginalmente politica anche in passato, per cui so bene che la consuetudine, prima di ogni votazione, è che ogni schieramento dichiari le proprie posizioni e i programmi, anche per rispettare una buona prassi storica e, se vogliamo, le semplici apparenze. In questa occasione, alla richiesta del Presidente dell’assemblea di illustrare i punti dei rispettivi programmi e/o le intenzioni di voto, è seguito il silenzio. Mentre assistevo a questo teorema di bocche cucite, mi chiedevo se stesse davvero accadendo, e se mi trovavo nel posto giusto. Infatti, confesso candidamente che le mie aspettative fossero quelle di una “maratona” dal sapore quasi parlamentare, con tante dichiarazioni di intenti e di possibili intese, ma mi sbagliavo, e l’ho capito solo quando mi sono trovato lì.

Cosa è successo dopo?

Al momento della votazione, svolta rigorosamente in videoconferenza e a chiamata nominale, viene chiamato ad esprimere il suo voto in quota Confesercenti, che nonostante tutte le raccomandazioni ricevute dai responsabili tecnici di Enasarco e tutta l’assistenza (e le prove tecniche), è letteralmente scomparso per un lungo lasso di tempo. Il Presidente, invece di considerarlo assente o astenuto, ha proceduto con la votazione di tutti gli altri componenti, per dare il tempo a quel delegato di poter risolvere gli eventuali problemi e votare per ultimo. Naturalmente, i compagni di lista e i tecnici informatici della Fondazione hanno cercato di rintracciare il delegato, ma il suo telefono e il suo telefono squillava a vuoto. Dopo ulteriori chiamate da parte del presidente, non ottenendo risposta la votazione viene dichiarata chiusa con 59 votanti su 60, e lì è successo il finimondo.

Il delegato è stato poi rintracciato?

Sì. Dopo circa 25 minuti di parapiglia e di dichiarazioni a verbale, il delegato “scomparso” è riapparso ed ha espresso la sua volontà di voto. Il notaio ne ha preso atto, rimarcando che sarebbe stata la commissione elettorale a stabilire la validità del suo voto. Ne è seguito un caos totale, durante il quale un altro delegato ha fatto mettere agli atti l’esistenza di un precedente, avvenuto in occasione di una precedente assemblea dei delegati per l’approvazione dei bilanci in cui, a causa di una abbassamento di linea, questi non riuscì a esprimere il voto – che fu ritenuto nullo ed escluso dal conteggio – nonostante risultasse presente in video e fosse in costante collegamento telefonico. Il resto è storia recente: a fronte di una sostanziale parità, i regolamenti interni di Enasarco prevedono di assegnare il ruolo di consigliere in CdA al delegato più anziano, e questi fa parte della coalizione di Solo Agenti in Enasarco (che raggruppa anche Ugl, Cisl, Cgil).

Com’è la situazione adesso, e che sensazioni ha ricavato da questo episodio?

Innanzitutto mi ha colpito la correttezza del presidente uscente, che ringrazio per aver gestito con grande equilibrio un’assemblea difficilissima e carica di tensione. Devo dire che molti di nuovi delegati sono rimasti perplessi, al pari di me, per come si sono svolte le cose, per il clima generale e per i toni. Personalmente, sono rimasto allibito per questa bagarre, ma mi auguro che il CdA possa esprimere a breve un Presidente e si possa iniziare finalmente a lavorare. Come ho detto con insistenza in campagna elettorale, occorre tornare alla normalità e concentrarsi sui programmi.

Quali dovrebbero essere le priorità di breve e lungo periodo di Enasarco, secondo lei?

Secondo la delibera del CdA del 27 novembre 1996, la Fondazione Enasarco è un organismo di diritto privato incaricato di pubbliche funzioni, per operare nel settore della previdenza obbligatoria, dell’assistenza, della formazione e qualificazione professionale nei confronti degli agenti di commercio e dei consulenti finanziari. Confrontiamoci allora su questi temi di breve e lungo periodo, a partire dagli aiuti economici alla categoria, così duramente colpita dalla pandemia, e dalla formazione di agenti e consulenti per attrarre giovani. Ricordo che negli ultimi 10 anni abbiamo perso circa 5/6 mila iscritti ogni anno, e che nel 2020 il numero di iscritti è calato di ulteriori 12 mila iscritti, tra 5 mila pensionamenti e 7 mila che hanno terminato l’attività. Pertanto, è urgente raccogliere le forze di tutti sul rilancio della nostra categoria.

Lei è sempre stato un fautore delle “larghe intese” in Enasarco. Oggi è dello stesso parere?

Lo sono più di prima. Spero che ANASF  voglia iniziare una fase di collaborazione attiva con la maggioranza, per costruire insieme la futura generazione di consulenti finanziari. Infatti, quella dei CF è una categoria particolarmente avanti con l’età (età media oltre i 53 anni) ed ancora troppo chiusa dentro le alte mura dell’autoreferenzialità. A tal proposito, ultimamente ho visto nel nuovo presidente confortanti segnali di apertura e reale volontà di operare in questa direzione.

E relativamente al mondo degli agenti di commercio, come dovrebbe muoversi il CdA di Enasarco?

E’ nella natura degli intermediari commerciali prendersi una grande responsabilità, e cioè quella di rilanciare l’economia attraverso le vendite. In Italia abbiamo tutto: agricoltura, artigianato e turismo sono le nostre eccellenze. Il 70% del patrimonio culturale e artistico mondiale è in Italia, e ci classifichiamo quinti a livello di PIL legato al turismo, dietro a Francia, USA, Spagna e Cina. Auspico quindi, da parte del nuovo CdA, un grande programma di rilancio formativo e di interventi a favore di politiche inclusive nei confronti dei giovani, soprattutto di quelli del Sud.  Occorre compattezza sui programmi anche e soprattutto per presentarsi uniti quando sarà il momento di investire i fondi del Recovery Fund. Rimanere disuniti vorrebbe dire mancare di nuovo l’appuntamento con i supporti economici alla categoria (vedi il capitolo dei c.d. ristori) e ad un commissariamento che non giova a nessuno.

Quali saranno le sue priorità personali in seno ad Enasarco, non appena sarà definita la nuova governance?

Appena sarà definita la nuova governance, sarò il primo a presentarmi per chiedere di passare immediatamente all’operatività relativamente a quanto promesso agli iscritti durante la campagna elettorale. Chiedo con forza a tutti gli schieramenti in campo di fare altrettanto, partendo dai numerosi punti di contatto dei rispettivi programmi. Chi si richiama al bene comune della Cassa, dovrà perseguirlo veramente per essere credibile.

La Finanza Comportamentale ed il questionario di adeguatezza: una lotta tra carattere e pianificazione

Ognuno di noi, per gestire limiti e frustrazioni imposti dal Mondo Esterno, ha costruito un filtro con cui orientarsi, selezionare le informazioni e prendere decisioni, ivi comprese quelle legate alla gestione del denaro e del patrimonio.

Di Sabrina Pellegrini*

Come la nostra visione diventa tridimensionale grazie all’azione integrata dei due bulbi oculari, così la nostra esistenza, per essere ricca e soddisfacente, ha bisogno di mettere insieme e tenere in equilibrio le esigenze e le istanze di due mondi: quello Interno e quello Esterno.

Il Mondo Esterno, che potremmo anche chiamare orizzontale, è quello concreto, legato alla terra sulla quale camminiamo, in cui agiamo, in cui stabiliamo le priorità e gli obiettivi su cui impegnarci: istruire i figli, avere un tetto sulla testa, capacità di affrontare spese mediche in vecchiaia. Parallelamente, noi viviamo anche una seconda dimensione, un mondo immateriale (Interno), che potremmo chiamare verticale, in cui noi ci mettiamo in ascolto di noi stessi, ci prendiamo cura delle nostre istanze più intime, diamo voce e accogliamo le nostre esigenze più sensibili e delicate. In questa dimensione puramente emozionale, siamo capaci di provare tenerezza verso noi stessi e gli altri, pur essendo strettamente legati al Mondo Esterno e ai problemi di ogni giorno: cercare lavoro o cercarne uno migliore, guadagnare a sufficienza, risparmiare con sacrificio, chiedere un prestito bancario etc..

Muovendoci costantemente tra questi due mondi, le correlazioni sono all’ordine del giorno. In relazione alla gestione finanziaria, per esempio, i concetti di Profilo di Rischio e di Orizzonte Temporale sono strettamente connessi allo stile caratteriale. Ognuno di noi, infatti, per gestire limiti e frustrazioni imposti dal Mondo Esterno, ha costruito un filtro, una sorta di “principio organizzativo” con cui orientarsi nel Mondo, selezionare le informazioni e prendere decisioni, ivi comprese quelle legate alla gestione del denaro e del patrimonio, la cui sfera emozionale rimane ancorata ad un principio di riservatezza che, invece, non osserviamo più in molti altri ambiti del nostro personale.

LEGGI ANCHE: La Finanza Comportamentale 3.1: pianificazione “spietata” associata a teorie sul carattere

Cosa intendo dire? Nell’era dei social e della condivisione a 360° gradi, in molti non esitano a commentare la figlia che balla su “TikTok”, oppure discutere durante la pausa pranzo persone di notizie apparse negli stati di Facebook, oppure parlare di fatti violenti tra un piatto di insalata e una coppetta di macedonia; c’è anche chi non esita a scattare foto durante la gita fuori porta con l’amante, oppure chi pubblica su Instagram la propria moglie in accappatoio appena uscita dalla doccia…. Sorprendentemente, però, in questa pazza società senza limiti o confini tra gli affetti propri del Mondo Interno e i comportamenti legati al Mondo Esterno, quelle stesse persone possono arrossire nel parlare del proprio stipendio mensile, e scandalizzarsi di fronte a domande dirette sull’entità del proprio patrimonio netto. Ebbene, questo fenomeno non sarebbe comprensibile senza utilizzare questa chiave di lettura: oggi è enormemente cambiato ciò che le persone vivono come connesso al proprio Mondo Interno. Pertanto, parlare di Finanza Comportamentale senza tenere conto della cornice di riferimento è un grave errore, quasi come pretendere che un polmone possa funzionare svincolato dal resto del corpo. Non si possono comprendere le opzioni di default, i bias cognitivi, la percezione del rischio, l’orizzonte temporale senza prima aver chiarito in che rapporto sta il singolo con il denaro.

Mai come oggi, la maggior parte delle persone parla in modo fluido, pratico, concreto di molti aspetti che potremmo definire intimi – affetto, legami, amore – e contemporaneamente tratta come un fatto intimo il denaro, evitando accuratamente di condividere i propri sentimenti verso di esso. Eppure, si tratta di un semplice strumento di misura nato nel mondo materiale, quello Esterno. Sfoggiare la macchina nuova, un bell’orologio, la casa al mare –  oggetti legati al Mondo Esterno – viene messo in rapporto alla sicurezza, all’appartenenza, alla stima di se (Mondo Interno). Invece il guadagno, il patrimonio, i risparmi, che sono nati per governare gli aspetti meramente materiali della vita (Mondo Esterno), non vengono condivisi , bensì trattati “emozionalmente” alla stregua di elementi del Mondo Interno.

Durante la mia esperienza ventennale in qualità di Coach, ho parlato con tante persone dei loro stipendi e della loro capacità di pianificare ed investire, toccando con mano la loro fatica a parlare di investimenti, assicurazioni, pianificazione, orizzonte temporale e rischi. Eppure, ogni singolo questionario di adeguatezza – così come indicato nella MIFID2 – chiede di fare proprio questo, e cioè consentire al risparmiatore e al suo consulente di attraversare insieme questo invisibile ponte che separa il Mondo Interno da quello Esterno, senza fare confusione tra cosa c’è sui due lati del fiume.

Il legislatore europeo – piuttosto attento al tema della tutela del risparmio in merito alla consulenza di investimento – ha posto alla base del questionario di adeguatezza la diffusione di cultura finanziaria e la pianificazione. Non poche sono state le opinioni discordanti da parte degli operatori di settore in merito alla difficoltà di compilare questo strumento e, soprattutto, ottenere in tal modo un profilo veramente efficace dell’investitore. Vero è, però, che se chiediamo a freddo “Su quali entrate mensili fisse puoi contare?” a ciascuno dei clienti c.d. prospect senza offrire un’adeguata cornice di riferimento, la domanda sul denaro (che è elemento del Mondo Esterno) suona come troppo intima, al limite dell’indiscrezione (Mondo Interno). Al contrario, se  condividiamo con loro la necessità di anteporre queste domande ad ogni tipo di raccomandazione sui prodotti un’adeguata Pianificazione finanziaria, esse risulteranno accettabili e “propedeutiche” a ricevere aiuto in un campo minato come quello del denaro.

Affrontare simili domande, per molti, è un compito delicato e a tratti doloroso, perché l’argomento – il denaro – viene istintivamente collegato a sorgenti emozionali proprie del Mondo Interno. Pensate a tutti coloro che stanno lavorando duramente per ottenere una promozione che stenta ad arrivare: non è difficile immaginare cosa risponderanno parlando del loro reddito, e che non potranno fare a meno di essere condizionati, nelle risposte, dal proprio budget mensile che, magari, richiede continue rinunce di fronte a spese che avanzano e ad impegni già presi a cui tener fede: rate della macchina, mutuo per la casa, rette universitarie, vacanze, etc.. Per queste persone, parlare di entrate ed uscite fisse è intrinsecamente doloroso, perché fanno fatica a distinguere i propri sentimenti (derivanti dal Mondo Interno legato a valori di lungo periodo) dalle emozioni (stati passeggeri legati alle contingenze del Mondo Esterno). Pertanto, il Consulente Finanziario, per lavorare con successo, avrà bisogno di potenziare al massimo lo strumento della Pianificazione Finanziaria, al fine di renderlo quale vera e propria prestazione professionale a sé stante e “condizione di procedibilità” preliminare a qualunque fase di consulenza operativa di investimento. Contestualmente, il setting di profilazione, così potenziato, servirà per creare il necessario contenimento delle emozioni del cliente e, in definitiva, delle peculiarità del suo carattere

Ogni Consulente, per questo motivo, è tenuto a conoscere ed approfondire il tema del carattere, come diretto antagonista ed oppositore naturale della Pianificazione. Ciò che noi chiamiamo genericamente “carattere”, è qualcosa che nasce e si sviluppa in ognuno di noi per aiutarci a sopravvivere e difenderci dal dolore e dalla scarsità. In questo momento storico, poi, abbiamo bisogno più che mai di sviluppare una nuova cultura finanziaria e un nuovo approccio agli investimenti, ma allo stesso tempo abbiamo un nemico interno: la nostra ritrosia al cambiamento; il nostro carattere, appunto. Per gestire le frustrazioni, gli insuccessi, le esperienze dolorose, tutti noi abbiamo creato una sorta di “mago interno”, che attraverso prove ed errori è capace di usare quei filtri (c.d. bias cognitivi) che attutiscono i nostri dolori: questo è ciò che ostacola molte persone, ed è il motivo per cui non investono in modo corretto.

Sabrina Pellegrini

Se la Pianificazione costringe a fare cose nuove, imparare ad avere costanza e pazienza, utilizzare strumenti finanziari e prodotti mai approcciati, per contro il Carattere è nato per difendere lo status quo, per evitare di aggiungere altre frustrazioni quando rompiamo le vecchie abitudini. Si tratta di un sistema complesso, che subentra in automatico quando dobbiamo compiere azioni gravose e ci aiuta ad addolcire dolori, fatiche e stress.

Ogni consulente finanziario, nella sua attività di “educatore” dei clienti, non può prescindere dalla conoscenza approfondita di questo sistema complesso.

* Psicologa e Coach, esperta di Finanza Comportamentale ed autrice del libro “Profilo Easy” (E-book scaricabile da Kindle Direct di Amazon) – https://www.sabrinapellegrinicoach.com/

La consulenza finanziaria che non c’è. Diario di un sistema che non impara dai propri errori

Imbrigliare la consulenza finanziaria, per sua natura sartoriale, in una griglia rigida di regole asfissianti, rischia di procurare più danni che benefici.

Di Maurizio Nicosia*

Nelle scorse settimane ho festeggiato i 20 anni di iscrizione all’albo, e riflettevo sulle motivazioni che mi hanno indotto a lasciare il porto sicuro della banca tradizionale per abbracciare il mondo della consulenza finanziaria. In realtà allora si chiamava promozione finanziaria, e l’idea che il sistema aveva dei promotori finanziari era quella che fossero dei venditori di spazzole.

Chi, come me, aveva vissuto nel mondo delle banche e si occupava di risparmio o investimenti, stava vivendo la trasformazione della banca da anello di congiunzione tra famiglie e imprese a moderno Cerbero commerciale che, attraverso continue pressioni e scadenze quotidiane, traghettava verso l’ignoto gli ignari impiegati, spremendoli come limoni via via che i margini sugli interessi si comprimevano.

Noi bancari di allora eravamo stanchi, e parecchi di noi avevano voglia di unirsi a quei pionieri che avevano fondato la libera professione non avendo neanche gli strumenti migliori per gestire i risparmi. Ma la banca tradizionale, come istituzione, resisteva e reagiva; e così i cattivi, agli occhi dei clienti, continuavano ad essere i promotori finanziari, che faticavano non poco a crescere professionalmente e a consolidare il proprio ruolo sociale, pur cominciando a beneficiare economicamente dell’onda lunga del risparmio gestito, quella che si trascina ancora oggi.

La crisi finanziaria del 2007 ha dato una spallata al sistema, e le reti di promotori, grazie ad una maggiore consapevolezza professionale, hanno ingranato la quarta ed iniziato un inarrestabile corsa che portava alla loro affermazione e alla progressiva erosione delle quote di mercato appartenenti al mondo bancario tradizionale, il quale cominciava a risentire della crisi da mancanza di margini e da asfissia di impieghi alle imprese.

Quello è stato il momento della svolta, e noi ex bancari siamo diventati consulenti nel momento in cui abbiamo realizzato che eravamo gli unici a poter accompagnare le famiglie nelle loro scelte di vita, entrando nelle loro case. Dalla vendita allo sportello di prodotti siamo passati rapidamente alla pianificazione finanziaria, cominciando subito a lavorare sulle esigenze e non sulla vendita dei prodotti da banco. Molti di noi, ancora oggi, conservano le prime schede-incontro dove segnavamo a mano la storia delle famiglie che incontravamo e il piano di azione che rispondesse agli obiettivi della loro vita.

La consapevolezza che esiste un metodo per gestire il ciclo di vita familiare ha contribuito più che mai alla nascita degli odierni consulenti finanziari, che a pieno titolo hanno iniziato un percorso di graduale abbandono della veste di semplici collocatori di prodotti.

Viene da chiedersi, però, cosa abbiano fatto gli intermediari nel loro complesso, mentre i consulenti camminavano – anzi, correvano – lungo questo percorso di sviluppo virtuoso: hanno forse fatto della consulenza la loro bandiera, prendendo le distanze dai disastri comminati al sistema finanziario ed ai risparmiatori negli ultimi trent’anni? Non esattamente. Come rimedio generale, infatti, le massime istituzioni europee ci hanno “donato” le due MiFID. In particolare, si è preteso che la risposta al sistema “combina-disastri” poteva essere trovata nella MiFID II, con la quale l’Unione Europea ha cercato di normare rigidamente i processi di produzione e distribuzione degli strumenti finanziari e persino della consulenza, ingabbiando di fatto il sistema.

Pertanto il legislatore, conoscendo perfettamente le logiche del mondo bancario, ha inserito delle regole che impedissero agli intermediari di produrre periodicamente gli scempi a danno dei risparmiatori. Però, imbrigliare la consulenza, per sua natura sartoriale, in una griglia rigida di regole asfissianti, rischia di procurare più danni che benefici, proprio come si è verificato a marzo, allorquando gli intermediari si sono concentrati non su come tutelare il patrimonio dei clienti e su come gestirlo (bene, dinamicamente) durante le fasi più acute della crisi, ma su come svolgere al meglio il compitino della MiFID II, attivando persino sistemi automatici di blocco degli investimenti “per rischio mercato” al fine di evitare eventuali – e assolutamente improbabili, date le circostanze – responsabilità legali.

Il “sistema MiFID”, pertanto, ha mostrato di saper tutelare se stesso, ma non migliaia di clienti delle reti di consulenza finanziaria, e cioè quelli che tra Marzo e Aprile, a seguito dei fortissimi ribassi di borsa di quei giorni tremendi (ricordate il – 16.94% del 12 Marzo 2020?), manifestavano al proprio consulente la volontà di voler investire per approfittare del crollo del listino – o per “mediare” il prezzo dei loro strumenti finanziari, scesi anche del 40% – ma ciò gli veniva impedito dai blocchi MiFID.

Una cosa mai vista prima di allora: il sistema dei controlli che forza la stessa volontà dei clienti, assumendo così un ruolo “autoritario” che stride fortemente con qualunque regola liberista e democratica su cui dovrebbe poggiare il mondo della Finanza e del Risparmio.

Il progetto sognato di una consulenza finanziaria di parte terza, slegata dal prodotto, si infrange così sul muro della MiFID II e sulla vendita in appropriatezza di prodotti da banco che “marginano” di più, oppure sui processi di fidelizzazione del cliente attraverso il riconoscimento della forza del marchio. A ben vedere, proprio quest’ultimo punto rivela il desiderio  – manifestato già con la MiFID I – del sistema bancario-finanziario di ridurre il ruolo dei consulenti a meri spettatori non pensanti, asserviti a regole che sviliscono meritocrazia e professionalità.

Oggi, a causa del fiume in piena di masse amministrate che arriva alle reti dalle banche tradizionali, si sta perdendo la focalizzazione sulla consulenza olistica e sulla sua capacità di emancipazione dei consulenti, dei clienti e – perché no – anche delle società mandanti. Infatti, il consulente lavora insieme al cliente in funzione del ciclo di vita, del budgeting familiare, della classificazione di priorità tra bisogni ed esigenze, ma poi deve confrontarsi con dei “freddi” motori di asset allocation, all’interno dei quali – ob torto collo – egli deve individuare strumenti idonei a coprire delle esigenze che in realtà sono analizzate, al massimo, in una ottica di massimizzazione del rischio-rendimento generico. Così procedendo, dato lo scarso livello di educazione finanziaria dei clienti – molti dei quali ancora oggi sono inclini alla ricerca del prodotto “speciale che rende bene” – sarà molto difficile portare la consulenza patrimoniale al centro dei processi di crescita della nostra economia.

Maurizio Nicosia

In definitiva, mentre i consulenti finanziari vanno verso una direzione innovativa, che “rompe” con il passato, in cui l’attività di gestione dei risparmi è strumentale al raggiungimento del benessere dei clienti (e non più del rendimento), il sistema banche-reti continua ad avanzare nella sua direzione del massimo profitto, determinando una scollatura dalla tradizionale comunità di intenti che una volta aveva con gli ex promotori. Pertanto, risulta sempre più difficile conciliare le due posizioni, almeno finchè le reti non decideranno di adeguare la propria offerta di servizio-prodotto alle necessità di vita dei clienti – e non semplicemente a quelle finanziarie – e ad un modello di gestione di tali esigenze attraverso servizi avulsi dalla semplice gestione degli strumenti finanziari. Soltanto così, affiancando la “gestione del benessere familiare” ai prodotti finanziari si potrà mitigare l’eterno conflitto di interessi di un sistema che non riesce ad imparare dai propri errori.

La MiFID II, purtroppo, non agevola questo salto di qualità, e sarà difficile, nel breve periodo, convincere gli intermediari che il modello iper-standardizzato genera danni ai consumatori, e finirà con l’irritare gli stessi consulenti, stretti come sono tra mille regolamenti e nuove mansioni poco adatte al cuore della professione: l’attività di relazione.

* Area manager di una primaria rete di consulenza finanziaria italiana

Prospettive sulla Consulenza Finanziaria: cresce la fiducia nei consulenti, decresce il loro numero

I dati della ricerca annuale di Consob e il dibattito avvenuto all’edizione digitale di ConsulenTia 2020 restituiscono un focus molto dettagliato sul cambiamento nelle abitudini delle famiglie italiane e sul ruolo dei professionisti della Consulenza Finanziaria.

Dicembre, tradizionalmente, è il mese più adatto per anticipare bilanci e tendenze dell’anno che sta finendo. Il 2020, poi, è funestato ancora dal dominio – è il caso di dirlo – del Covid-19, ma per il settore della Consulenza Finanziaria non è stato poi così cattivo, e i dati mostrano chiarissimi segnali di una controtendenza che ormai non sorprende più nessuno. Oltre alla forte crescita delle masse amministrate e della nuova clientela, infatti, cresce nel 2020 (dal 30% al 34%) anche la partecipazione ai mercati da parte delle famiglie italiane, a dimostrazione delle mutate abitudini di investimento degli italiani. E’ quanto emerge dal VI Rapporto della Consob, grazie al quale ricaviamo alcune conferme – gli strumenti più utilizzati dagli italiani nelle scelte di investimento sono la liquidità, i fondi comuni e i titoli di Stato – ed alcune novità. Tra queste, l’aumento significativo di risparmiatori che si sono affidati a un consulente finanziario (41% dei casi, in crescita dal 30% del 2019), contrapposto alla diminuzione “simmetrica” del numero di quanti decidono autonomamente come e dove investire (29% dei casi, dal 40% della precedente rilevazione).

Ancora altissima (poco meno del 60%), purtroppo, la percentuale di quanti, anzichè rivolgersi ad un professionista, consultano solo familiari e amici prima di effettuare una scelta, e ciò dimostra quanto sia elevato il margine di miglioramento, in termini di riconoscibilità sociale, per i consulenti finanziari, ma anche quanto migliorabile sia la cultura finanziaria in Italia.

Una prova indiretta della utilità di avere una relazione di fiducia con un consulente finanziario (anche indipendente), va individuata nella circostanza che coloro che ricorrono al servizio di consulenza detengono una quota di liquidità più contenuta rispetto a chi non è seguito da un consulente, per via del fisiologico aumento di cultura finanziaria che si accompagna alla frequentazione di un professionista. Non è quindi un caso che, come emerso dal Rapporto Consob, il livello di Educazione finanziaria degli italiani, sebbene inferiore alle medie di altri paesi UE, stia aumentando lievemente rispetto alle rilevazioni degli anni precedenti: la quota di intervistati che risponde correttamente a domande su conoscenze finanziarie di base (concetti di diversificazione e rischio-rendimento) oscilla dal 38% al 60%.

Alla prima edizione digitale di ConsulenTia, l’evento ideato da Anasf (Associazione Nazionale Consulenti Finanziari), le reti di consulenza finanziaria sono giunte con alle spalle un anno di forte crescita, rivelandosi al momento come aziende “anticicliche”, nonostante la pandemia, anche dopo un decennio inarrestabile di sviluppo dei volumi di masse amministrate. L’emergenza sanitaria, infatti, ha evidenziato la resilienza dell’industria del risparmio, che è stata in grado di attrarre nuovi flussi netti di investimenti e di regalare ai consulenti finanziari nuove motivazioni per il 2021.

Secondo la ricerca svolta da McKinsey nei mesi di aprile, giugno e novembre, le aspettative dei consulenti finanziari sui primi segnali di ripresa dell’economia e delle attività si sono spostate a fine 2021, però i professionisti dell’investimento sono riusciti, nonostante ciò, ad attrarre nuova clientela. Questo è potuto avvenire grazie all’aumento della frequenza di interazione con i clienti durante l’anno, a riprova che il ruolo del consulente va assumendo una maggiore centralità per le famiglie, e che la gestione dei clienti da remoto, grazie alla web collaboration, è stata “digerita” bene dal mercato e potrà strutturare in futuro una parte importante dell’attività di contatto e relazione.

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Secondo Luigi Conte, Presidente di Anasf, “…Serve un approccio olistico per creare valore per i clienti, e serve includere uno scopo extra finanziario alle soluzioni di investimento….I consulenti hanno sempre presidiato il rapporto con i clienti in maniera forte e radicale, soprattutto in questo periodo, e sono proprio la ricerca continua della relazione con il cliente e la costante presenza nei momenti difficili che hanno reso possibile il riposizionamento sui mercati e la revisione degli obiettivi di medio e lungo periodo…”. Tutto vero, ma rimane aperta la questione del rinnovo generazionale, non sufficientemente affrontato in questa edizione di ConsulenTia, così come in quelle precedenti, dove non si mai andati oltre alle semplici dichiarazioni di intenti.

Del resto, neanche Consob ha speso parole su questo problema, relativamente al quale il 2021, con la fine dell’emergenza, sembra essere sempre il punto di non ritorno verso un futuro sfoltimento della categoria dei consulenti finanziari, qualora non si faccia qualcosa di concreto. Infatti, nei prossimi 10 anni almeno 15.000 di essi raggiungeranno e supereranno l’età pensionabile, e senza risorse fresche – al momento né AssoretiAnasf sembrano granchè interessate ad una politica di forti investimenti sulla formazione di giovani consulenti – gli attuali 33.000 professionisti attivi sono destinati a diminuire notevolmente, anche per via delle riduzioni autonome di consulenti “sotto soglia” esercitate singolarmente dalle reti, ogni anno.

La Finanza Comportamentale 3.1: pianificazione “spietata” associata a teorie sul carattere

Con gli studi di R. Thaler siamo giunti allo “stato dell’arte” della Finanza Comportamentale? No. Oggi, infatti, è possibile affermare con forza le basi di una nuova teoria, quella che consente di impostare la Consulenza come momento in cui creare una cornice di riferimento, utile al cliente per far evolvere la sua cultura finanziaria impedendogli di rimanere vittima delle sue distorsioni emotive.

Di Sabrina Pellegrini*

Negli anni ’30, John Maynard Keynes getta a terra i primi semi della Finanza Comportamentale, quando nella sua opera principale “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, illustra il comportamento che motiva le persone verso iniziative imprenditoriali. Nel suo volume, senza aver effettuato analisi economiche e di mercato , egli mostra come le persone prendano decisioni poco razionali, ma non per questo con minor probabilità di successo. Il padre della Macroeconomia va anche molto oltre, portando l’attenzione su quei comportamenti di massa carichi di ottimismo e pessimismo, e spiega la crisi del 1929, nonché le azioni di intervento dello stato per guidare e/o correggere quelle stesse ondate emotive.

Daniel Khaneman

Negli anni ’50, Herbert A. Simon inizia a parlare di una razionalità limitata che interviene nel processo decisionale, accenna ad alcuni fattori che ostacolano delle decisioni efficienti (come le informazioni possedute, i limiti cognitivi, il tempo a disposizione per decidere, etc), ma i veri e propri germogli di Finanza Comportamentale cominciano a spuntare negli anni ’70, grazie agli studi pionieristici di Daniel Khaneman.

Il noto psicologo, Premio Nobel per l’Economia grazie alle sue ricerche, mette in luce concetti come quello dei bias cognitivi, ossia distorsioni emotive che intervengono nel rapporto con il denaro e con le decisioni connesse ad esso. Si può dire che con questi studi viene rilasciata la Finanza Comportamentale nella sua versione 1.0.

Richard Thaler

Un secondo upgrade – la versione 2.0 – viene impostata da Richard Thaler, e nasce con le ricerche sulle scelte finanziarie viste e considerate come i frutti di una architettura comportamentale che può essere corretta e/o guidata grazie alle c.d. “spinte gentili”.

La Finanza Comportamentale 3.0, infine, è quella di Michael M. Pompian, che successivamente a Thaler inizia ad abbinare le teorie sulla personalità alle scelte finanziarie del cliente, ponendo la c.d. Profilazione alla base delle raccomandazioni sui prodotti e delle scelte comunicative più efficaci per prestare Consulenza finanziaria.

Siamo così giunti allo “stato dell’arte” della Finanza Comportamentale? No. Oggi, infatti, è possibile affermare con forza le basi della versione 3.1, quella che pone quale cornice di riferimento la Pianificazione Finanziaria abbinata alle teorie sul carattere. Questo approccio, come vedremo, consente di impostare la Consulenza come momento in cui creare una cornice di riferimento, utile al cliente per far evolvere la sua cultura finanziaria, impedirgli che rimanga vittima delle sue distorsioni emotive, dei bias cognitivi e del suo stesso carattere, e infine fargli prendere le redini delle sue scelte di investimento.

Nel 2020 diversi indicatori sociali – alti tassi di disoccupazione che colpiscono soprattutto l’autonomia economica dei giovani, la Pandemia, le difficoltà mostrate dallo Stato nel garantire forme previdenziali adeguate – sono diventati il segnale di allarme di un’unica esigenza: occuparsi della propria Pianificazione Finanziaria. Imparare a programmare con largo anticipo – dall’istruzione dei figli all’acquisto della casa, dall’assistenza sanitaria all’età pensionabile, dalla creazione di una ricchezza personale alla sua trasmissione ai figli e amati – sono diventate competenze essenziali. Per guardare al presente e al futuro con una certa tranquillità e soddisfazione, occorre possedere un’adeguata cultura finanziaria ed acquisire un metodo per progettare la soddisfazione dei propri bisogni materiali e immateriali, e quindi imparare a pianificare le risorse finanziarie per esprimere se stessi. Infatti, ogni persona amministra la propria esistenza tenendo in equilibrio due diversi piani:

– la soddisfazione di istanze proprie del Mondo Interno, come la ricerca di affetto, appartenenza e stima di sé, dimensioni poetiche ricche di infinite sfumature;

– l’appagamento di esigenze proprie del Mondo Esterno, legate alla sopravvivenza nel proprio ambiente, in una dimensione molto concreta, ricca di limiti, stretta, da un lato, dal bisogno di guadagnare e, dall’altro, dalla volontà di avere eredi e un patrimonio da trasmettere.

Quando si tratta di denaro, molti drammi personali  si generano proprio a causa della confusione tra ciò che è Interno e ciò che è Esterno. Molte persone, di fronte alle questioni legate al denaro, perdono di vista il fatto che questo viaggia come un vagone ferroviario: per natura poggia su due binari che vanno in parallelo. Un consulente finanziario oggi non può limitarsi a parlare con il cliente dei modi in cui si può gestire il risparmio, ma deve riuscire a fargli mantenere la percezione di essere prezioso e di valore, deve ricordargli di aver diritto ad una vita intima ricca e piena (Mondo Interno), mentre nel mondo là fuori egli ha bisogno di sgomitare per avere un posto di lavoro adeguato alle aspettative, negoziare continuamente l’entità delle sue entrate, fare leva sulle proprie competenze per ottenere benefit e migliori condizioni di vita, proteggere i propri cari, avere i mezzi per onorare le sue responsabilità e gli impegni (Mondo Esterno).

Questo coacervo di sollecitazioni, così diverse tra Mondo Interno ed Esterno, al momento in cui si parla di denaro entrano in confusione tra loro, e l’unico strumento capace di coniugare l’individuazione dei propri bisogni interni e l’individuazione delle proprie necessità personali (e familiari) è la Pianificazione Finanziaria, e cioè quel delicato metodo razionale che mette in relazione il nostro Mondo Interno con quello Esterno.

Ogni anno, le ricerche in proposito sottolineano quanto delicato e complesso sia questo processo, tanto che la maggior parte degli italiani ha difficoltà, rinuncia o la evita. Secondo recenti studi della Consob, le persone difettano di metodi, strumenti, informazioni su come investire il proprio denaro, su come programmare le attività di guadagno e pianificare i risparmi, come difendere ed incrementare il patrimonio disponibile.

La Pianificazione Finanziaria risulta – per la maggior parte di noi – molto difficile da svolgere, poiché per sua natura costringe a fare il punto su come stiamo amministrando la nostra vita, e ci confronta su elementi molto difficili da sostenere, poiché implicitamente ci pone di fronte a delle questioni “scomode”. Si potrebbe dire che la Pianificazione finanziaria è necessaria ma dolorosa, e ci pone una domanda secca e diretta: “A che punto sei nella tua vita?”.

Sabrina Pellegrini

La Finanza Comportamentale 3.1, pertanto, ha l’obiettivo di indicare chiaramente la necessità di governare questo processo di attenta (e spietata) auto-analisi, imparando a dare uguale attenzione a tutte le competenze coinvolte nella Pianificazione. Per questo oggi la figura del Consulente Finanziario è assai distante da quella di un semplice venditore. Il Consulente Finanziario, nel 2020, è un professionista preparato e capace, in grado di accompagnare il risparmiatore nel creare quella roccia alla quale aggrapparsi, quando le onde del Mondo Interno del cliente diventano impetuose a causa di un mercato eccessivamente volatile, che può mettere in crisi speranze ed aspettative.

Il Consulente Finanziario, infine, è oggi un professionista in grado di sostenere la componente emotiva del cliente nel corso del processo di Pianificazione degli investimenti, durante il quale paure ed insicurezze possono essere di ostacolo, qualora non ben governate.

* Psicologa e Coach per consulenti finanziari, esperta di Finanza Comportamentale

Boston Consulting: la vita media delle aziende S&P500 scenderà ancora. Colpa dell’Innovazione

Boston Consulting Group (BCG) ha stilato la lista delle società più innovative del 2020. Secondo questo studio, soltanto un quarto delle grandi aziende mondiali non sta “camminando” sulla strada dell’Innovazione. Nella speciale classifica, marchi molto noti e, fra questi, anche alcune “sorprese”.

Con l’esplosione della pandemia, il mondo delle grandi aziende sta attraversando, da un punto di vista storico-industriale, un periodo durissimo, e sopravvivere sul mercato sta diventando sempre più difficile. Però, la crisi scatenata dal Covid non è la causa principale del profondo cambiamento strutturale cui stiamo assistendo, ma solo un (pesante) elemento in più, che conferma e accelera una tendenza già in atto da molti anni.

Infatti, la durata media della vita delle società continua a diminuire. Secondo una ricerca statunitense (condotta da Innosight), la durata media di 33 anni rilevata tra le imprese facenti parte del paniere di S&P 500 nel 1964 si è ridotta a 24 anni nel 2018, e lo stesso studio prevede che entro il 2027 la durata media scenderà a soli 12 anni. Inoltre, i dati di borsa rivelano come stia aumentando il divario tra aziende concentrate sull’Innovazione e quelle in ritardo: le prime, alla prova della pandemia, hanno accresciuto ulteriormente il proprio valore al punto che il differenziale di capitalizzazione rispetto alle seconde, dal 2015 ad oggi, ha superato il 90%, quasi raddoppiando però in meno di un anno (da gennaio 2020), ossia dall’inizio dell’emergenza sanitaria.

Cosa è accaduto, per arrivare a tanto? Non si tratta, in realtà, di una “morte” definitiva delle aziende, ma molto più spesso di una loro trasformazione radicale a seguito dell’Innovazione, che trasforma le imprese di tutto il mondo con grande rapidità. Al resto, poi, ci pensano le operazioni di M&A, in seguito alle quali molti marchi mutano o, altrettanto gradualmente, spariscono per fare posto a quelli nuovi.

Nell’odierna economia “frenetica”, le aziende devono rimanere competitive per prosperare, e per vincere la concorrenza e rimanere rilevanti sul mercato esse devono innovare per sopravvivere. Non è un segreto, infatti, che la tecnologia abbia rivoluzionato il modo in cui lavora la maggior parte delle industrie. Per vincere nell’Innovazione, le aziende devono eliminare i confini dei loro team, ed essere sempre ricettive rispetto al lavoro di squadra ed alle nuove idee. In tal senso, Boston Consulting Group (BCG) e l’azienda americana Valuer hanno elaborato un metodo di classificazione delle aziende più innovative al mondo, ed hanno stilato la lista delle società più innovative del 2020. Secondo questo studio, soltanto un quarto delle grandi aziende mondiali non sta “camminando” sulla strada della strategia innovativa. Nella speciale classifica, marchi molto noti e, fra questi, anche alcune “sorprese”.

APPLE – Fondata 44 anni fa, Apple è l’azienda più valorizzata al mondo. Il gigante della tecnologia ha costruito la sua posizione su un’eredità di invenzioni che hanno trasformato la vita quotidiana delle persone. Dalla posizione di leader nella rivoluzione dei personal computer nel secolo scorso al recente boom degli smartphone, Apple ha creato alcuni dei dispositivi tecnologici più venduti. Inoltre, ha aperto le porte a nuovi mercati e innovazioni ed è diventata il ​​simbolo degli stili di vita moderni. Quest’anno le sue azioni sono aumentate di oltre il 44%, e secondo gli ultimi dati, il mondo ha oltre 1,5 miliardi di dispositivi Apple attivi.

ALFABETH – Fondata solo nel 2015, Alphabet è stata creata dai co-fondatori di Google Larry Page e Sergey Brin per supportare le proprietà web di Google. Larry Page si riferisce ad Alphabet come a una “raccolta di aziende”, dove la più grande è Google, e spiega che il modello dell’azienda è quello di avere un CEO forte per ogni azienda, con lui e Brin che li consigliano quando necessario.

Alphabet separa efficacemente le aziende Google più redditizie (come YouTube) dalle loro iniziative creative più rischiose, come quella dell’auto senza conducente.

AMAZON – E’ una delle aziende che hanno cambiato il mondo. Amazon ha sviluppato un elenco di linee guida e pratiche culturali attraverso sperimentazione, boom e crolli per mantenere in funzione il suo motore di crescita. Le sue migliori pratiche includono il coinvolgimento dei consumatori, l’eliminazione dei rivali uno per uno, l’appiattimento dei mercati aziendali e la trasformazione di un’industria dopo l’altra. L’azienda lo ha fatto con diversi settori, come l’editoria di libri, l’e-commerce, i dispositivi personali, l’infrastruttura cloud, le app sanitarie e molti altri. Nata in un garage di Seattle nel 1994, l’azienda guida le sue innovazioni dall’alto, custodisce le idee come risorse preziose, abbraccia i fallimenti e investe in studenti che aspirano a diventare innovatori.

SAMSUNG – E’ l’azienda leader in TV, tecnologia dello schermo, design dei chip, batterie, smartphone e molti altri settori. Con la sua serie Galaxy, l’azienda ha creato un ricco patrimonio tecnologico e ha influenzato l’esperienza mobile di centinaia di milioni di utenti in tutto il mondo. Samsung si sforza di brevettare le sue innovazioni, perseguendo brevetti in aree che sembravano impossibili. Una delle decisioni più critiche che ha portato l’azienda al successo è stata quella di progettare internamente, invece di assumere designer esterni. Questo ha creato un esercito di designer brillanti che hanno perseguito l’innovazione attraverso tre strumenti: empatia, visualizzazione e sperimentazione.

MICROSOFT – Grazie alla guida del CEO Satya Nadella, Microsoft si è trasformata su molti livelli fino a diventare molto di più dell’azienda che ha rivoluzionato l’uso del PC in passato. Microsoft ha ascoltato il mercato e ha iniziato ad adattarsi. Invece di girare solo intorno a Windows, l’azienda ha iniziato a sviluppare app sofisticate per iOS e Android. Inoltre, ha investito nell’IA (Intelligenza Artificiale) e promosso i bot come parte delle moderne pratiche di programmazione.

JD.com – E’ soprannominata l’Amazon cinese, ed ha iniziato come negozio fisico nel 1998. Oggi, l’azienda ha l’ambizione di diventare il più grande mercato di e-commerce del mondo. Il CEO, presidente e fondatore di JD, Richard Liu, è fiducioso che la sua azienda un giorno sarà completamente guidata da IA e robot, senza la necessità dell’intervento umano. La corsa tra JD e altri giganti rivenditori online come Amazon e Alibaba sta nella creazione dell’infrastruttura di e-commerce del futuro. La società sta lavorando ad un centro di ricerca basato sull’intelligenza artificiale, attraverso la quale sfruttare la tecnologia per creare una soluzione di e-commerce end-to-end che coprirà l’intero processo della catena di fornitura. L’azienda dispone già di magazzini automatizzati, robot che lavorano in oltre 500 magazzini, droni che consegnano prodotti in Cina e pagamenti controllati tramite riconoscimento facciale.

BOSH – Quando si parla di Bosch, la prima cosa che probabilmente viene in mente sono forse gli elettrodomestici di alta qualità o di utensili domestici. Tuttavia, il mercato principale di Bosch inizialmente era la produzione di componenti automobilistici. L’azienda continua il suo percorso in questa direzione, con l’innovazione nel settore automobilistico come uno dei suoi campi di interesse più significativi. 134 anni dopo la sua fondazione, l’azienda conta ora oltre 400.000 dipendenti e ha generato un fatturato di 77,7 miliardi di euro nel 2019. Tuttavia, questo successo non impedisce all’azienda di guardare al futuro e di perseguire una posizione in prima linea nelle innovazioni globali, come nella Realtà Aumentata e nella Realtà Virtuale.

ABB è una multinazionale svizzero-svedese con sede a Zurigo, Svizzera, e Stoccolma, Svezia. L’azienda opera principalmente nei settori della robotica, dell’energia, degli elettrodomestici pesanti e della tecnologia di automazione. ABB è stata inserita nell’elenco globale Fortune 500 da 24 anni ed è stata classificata 342ma nell’elenco Fortune Global 500. ABB ha il suo centro di ricerca e sviluppo fondato nel 2005 in Cina, uno dei sette centri di ricerca con leadership globale che opera nei materiali isolanti, nei robot di produzione di piccoli pezzi, nella tecnologia HVDC ibrida e nell’integrazione dell’energia sostenibile.

NOVARTIS – L’azienda farmaceutica internazionale svizzera Novartis è una delle più grandi società farmaceutiche mondiali, sia per fatturato che per capitalizzazione di mercato. Il CEO Dr. Vasant Narasimhan sta guidando l’azienda da 47,7 miliardi di dollari verso una significativa trasformazione strategica in cui vengono messe in luce piattaforme terapeutiche sofisticate e scienza dei dati. Novartis ha avviato il processo di trasformazione per diventare un’azienda completamente focalizzata sulla medicina, alimentata dalle tecnologie digitali. Il nuovo modello include nuove aree come le terapie geniche e cellulari.

HUAWEI è tra le aziende più innovative al mondo nel 2020, classificandosi al 6 ° posto nell’ultimo elenco di Boston Consulting Group. La posizione è frutto di un balzo di 42 posizioni rispetto allo stesso elenco nel 2019. Huawei era tradizionalmente meglio conosciuta per la fornitura di router e stazioni base in Cina. Tuttavia, la società ha sbalordito il mondo nell’estate del 2016, quando ha rivelato i suoi piani per superare Apple e Samsung e diventare il principale venditore di smartphone durante il periodo successivo.

Da allora le cose sono cambiate molto. Nonostante la pubblicità negativa che l’azienda ha avuto l’anno scorso, derivante dagli attacchi commerciali dell’amministrazione Trump, l’azienda sta recuperando velocemente tutte le posizioni. Gli investimenti della società in ricerca e sviluppo sono stati pari a 131.659 milioni di CNY nel 2019, pari al 15,3% del fatturato complessivo. Negli ultimi dieci anni, Huawei ha investito 4 miliardi di dollari, aprendo la sua strada come pioniere mondiale nelle tecnologie di prossima generazione.

Nell’ultimo decennio, le ambiziose innovazioni tecniche di Huawei hanno consentito all’organizzazione relativamente nuova di funzionare allo stesso livello di Apple, Google, Amazon, Microsoft e Samsung. Inoltre, la società ha già sconfitto Facebook, Alibaba, IBM e Sony in alcuni settori specifici.

La MiFID e la “dissonanza cognitiva”. In che direzione va la professione di consulente finanziario?

Politica e Finanza dovrebbero viaggiare lungo due rette parallele, che per definizione non si incontrano mai. Nel caso della MiFID, invece, pare si siano incontrate, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Anche se nessuno vuole vederli.

Di Alessio Cardinale

Con il documento di Action Plan verso la Capital Market Union (CMU), pubblicato lo scorso 24 Settembre, la Commissione Europea ha preparato il terreno per l’introduzione dell’obbligo di una certificazione europea per i consulenti finanziari, allo scopo di attestare il livello di conoscenza, di qualificazione e di formazione permanente di ciascuno di essi, e creare uno standard di qualificazione professionale per tutti i consulenti finanziari operanti nell’UE.

L’intento, come sappiamo, è quello di procedere verso un unico Albo europeo dei consulenti finanziari e, domani, di consentire ai professionisti che vorranno misurarsi con i mercati di altri paesi di prestare la propria opera in qualunque stato membro, diventando così “internazionali”. Pertanto, sembrerebbe a prima vista un evento di portata eccezionale per la categoria dei consulenti finanziari; approfondendo la questione, però, non sono poche le perplessità che si generano.

LO SPETTRO DELLO STANDARD. Qualunque professione fonda le proprie radici sulla indipendenza intellettuale di chi la esercita. E’ proprio grazie a questa autonomia, espressa all’interno di un corpus di regole uguali per tutti gli appartenenti, che la c.d. professione liberale si distingue dal lavoro dipendente. Di conseguenza, un elevato livello di standardizzazione dei processi di creazione dell’opera intellettuale svilisce e mortifica qualunque professione, che appunto si basa sulla indipendenza e ammette, al massimo, la sola standardizzazione delle procedure di trasmissione dell’opera a chi deve beneficiarne e, laddove occorre, agli enti di controllo amministrativo e vigilanza.

Questo percorso logico e chiaro a tutti, purtroppo, non è stato osservato per la categoria professionale dei consulenti finanziari, e qualunque percorso che portasse alla costituzione di un vero Ordine di professionisti, cui da più parti si vagheggiava, è stato interrotto a partire dal 2007, allorquando fu chiaro che la normativa MiFID fosse concepita politicamente per consentire al sistema finanziario europeo – fino al 2008 poco competitivo – di rivaleggiare con quello statunitense e – oggi più che mai – con quello asiatico-cinese, che sta muovendo velocemente i propri passi.

Sfortunatamente, a giudicare dalle cifre del portafoglio medio per consulente, siamo ancora ben lontani dalle medie USA, dove un professionista viene giudicato “appena discreto” al raggiungimento di un portafoglio di almeno 100 milioni di USD. Pertanto, delle due l’una: o il sistema MiFID europeo non ha raggiunto il suo obiettivo, riuscendo a replicare solo una brutta copia del sistema americano, oppure il percorso della MiFID – basato essenzialmente sull’aumento del portafoglio medio pro capite a discapito della qualità e del ricambio generazionale – non si è ancora completato e, per i prossimi 10-15 anni, prevede la continuazione di un processo di profonda trasformazione e “concentrazione” per mezzo dei seguenti passaggi:

– limitazione, in termini percentuali, del passaggio generazionale dei portafogli “da padre in figlio”, al fine di ridurre considerevolmente il numero di consulenti e, in virtù di un denominatore più basso (numero consulenti) a fronte di un numeratore (masse amministrate) superiore o anche uguale a quello di oggi, avvicinarsi alle vette americane;

– progressivo allontanamento, con modalità riservate e con incentivi, dei consulenti con portafogli inferiori a 15-20 milioni;

– selezione e formazione specifica di un numero limitato di risorse umane più giovani, provenienti dal mondo universitario, da finanziare tramite la riduzione dei costi derivante da quanto previsto al punto precedente, arrivando così al pensionamento dei consulenti over 55 con forze fresche, di età media 35 anni, a cui riassegnare le masse a fronte di margini provvigionali molto ridotti.

Nella mente degli “architetti” della MiFID, tutto questo dovrebbe migliorare il sistema, ma non tiene in conto della possibile evoluzione del sistema finanziario americano, ed anzi sembra assumere per scontato che la media USA di AUM (Asset Under Management) per consulente rimanga ferma.

Le variazioni della ricchezza amministrata dai consulenti finanziari, prendendo in esame il periodo 2008-2020, sono state notevoli, al pari delle riduzioni dei margini di guadagno per le reti, e ciò testimonia la tendenza in atto di cui parlavamo prima. Banca Generali, per esempio, ha più che quadruplicato la sua raccolta, seguita da Azimut (205%), Mediolanum (198%) e Fineco (173%), mentre l’incremento più contenuto è quello di Fideuram (+84%) che però partiva da 60,5 miliardi di masse amministrate già nel 2008. Se analizziamo il numero di consulenti, i dati cominciano ad essere contrastanti. Si va dalla crescita di Azimut (+68%) e di Banca Generali (+51%), alla cura dimagrante di Allianz Bank (-26%), Mediolanum (-19%) e Fineco (-5%). La diminuzione della forza vendite, naturalmente, ha determinato un deciso miglioramento della AUM media per consulente, eccetto Banca Generali che ha registrato una crescita record di AUM per consulente (+ 273%) pur avendo aumentato il numero di professionisti. Le altre reti, invece, hanno ridotto il numero di consulenti e, quindi, aumentato l’AUM media (Mediolanum + 268% e Allianz Bank +213%).

LA DISSONANZA COGNITIVA. A monte di tutto sembra predominare un piano mosso da una serie di luoghi comuni usati strumentalmente, più che dall’industria, dalla politica europea. La MiFID, infatti, ha inviato alcuni inaccettabili messaggi subliminali al sistema. Il primo è che la riduzione dei margini di ricavo seguiti all’introduzione delle due MiFID siano il “prezzo” che i consulenti finanziari debbano pagare per i presunti “eccessi” di una condotta professionale rivolta, più che alla qualità, alla ricerca di lucrose commissioni; la seconda è che i risparmiatori italiani siano tutti degli analfabeti funzionali, giacchè nel periodo considerato (2008-2020) hanno ricevuto puntualmente le comunicazioni sulle commissioni pagate, scritte nella loro lingua madre, e non le hanno capite.

Eppure, qualunque conferma di investimento, fin dagli albori della consulenza finanziaria – quando ancora non era stato codificato neanche il termine “promotore” – ha sempre recato in maniera chiara ed inequivocabile l’entità delle commissioni pagate. Pertanto, si fa strada la convinzione che, a rafforzare gli evidenti interessi politici – le banche e le reti non si sarebbero neanche sognate di mettere in campo le due MiFID – sia esistita una sorta di meccanismo manipolativo, a sua volta agito attraverso l’induzione di una c.d. “dissonanza cognitiva” (concetto introdotto da Leon Festinger nel 1957), ossia una contraddizione interna che porta qualcuno a parlare e a pensare in modo contrario a ciò che sente e percepisce, o a ciò che un ragionamento logico suggerirebbe. La sudditanza ad un sistema – economico o politico – implica sempre l’esistenza di una o più dissonanze cognitive, un pò come il prigioniero che vede un amico nel proprio carceriere, nonostante questi lo abbia privato della sua libertà.

Leon Festinger

La “ricetta” della manipolazione consta di alcuni passaggi chiave. Il più importante è la provenienza dei principi che spingono all’azione: se essi non provengono dalla “pancia” (i consumatori, ossia la Domanda), bensì “calati dall’alto” dal sistema stesso (l’Offerta), il rischio di dover utilizzare una manipolazione collettiva esiste sempre, e assicura il buon esito delle operazioni che il “manipolatore” si è prefissato di raggiungere.

Facciamo un esempio pratico. Ricordate il recente caso della modella di Gucci “non esattamente bella”, ma designata quale nuovo canone di bellezza “non convenzionale”? In sintesi, Gucci ha scelto come testimonial una donna che palesemente mostra un aspetto contrastante con il ruolo assegnatole nel campo della moda, dove le indossatrici – magrezza a parte – sono oggettivamente e mediamente belle o addirittura bellissime. Chiunque, vedendo la sua foto, ha sentito immediatamente che c’era qualcosa che non andava; però, contestualmente, quella sensazione di contrasto – e la reazione negativa che ne è seguita – è stata indicata dai media come “sbagliata”, al punto che chi non la pensava come Gucci veniva additato come individuo mediocre, per nulla aperto al progresso e capace solo di giudicare una donna per il suo aspetto “convenzionale“.

In pratica, con la minaccia di tale “punizione sociale”, ben veicolata dai media e dal marketing, si sono spinte le persone a pensare l’opposto di ciò che sentivano, e a “farsi piacere” la modella di Gucci. Trasponendo il concetto sulla MiFID, la possibile dissonanza cognitiva si potrebbe riassumere così: si dice ripetutamente che la trasparenza è importante, ma che fino ad oggi non è stata garantita ai risparmiatori; quindi, bisogna rivoluzionare tutto, e se non sei d’accordo passi per consulente avvezzo solo al business ed al tornaconto personale. Questo fa sentire immediatamente che c’è qualcosa che non va (dissonanza cognitiva), dal momento che i limiti ed i sacrifici economici – solo per i consulenti finanziari – dettati dalle due MiFID non sono mai piaciuti nè agli interessati nè alle mandanti, e la trasparenza, prima delle MiFID, c’era eccome: i clienti ricevevano puntualmente una comunicazione scritta, per posta, recante il resoconto dell’operazione effettuata, con evidenza delle spese sia in percentuale che in valore assoluto, mentre oggi, con le comunicazioni inviate quasi esclusivamente online (per chi ha l’home banking, e cioè quasi tutti, anziani compresi), solo una piccola parte della clientela le legge (si stima non più del 15%), per cui possiamo concludere che c’era più trasparenza prima della MiFID che oggi.

In definitiva, Politica e Finanza dovrebbero viaggiare lungo due rette parallele, che per definizione non si incontrano mai. Nel caso della MiFID, invece, pare si siano incontrate, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Con buona pace del progresso e dell’indipendenza professionale.