Maggio 25, 2026
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IMPRENDITORI

Aziende, cresce il pessimismo sul futuro. Anche in Italia

Secondo Grant Thornton, nei primi sei mesi dell’anno in Italia l’ottimismo delle imprese è diminuito del 15% rispetto al 2021, e il 56% delle aziende italiane prevede una diminuzione dei ricavi.

Secondo l’ultimo International Business Report (IBR), analisi che il network di consulenza internazionale Grant Thornton, effettua a livello globale sui dirigenti di oltre 2500 imprese del mid-market, nei primi sei mesi dell’anno si registra un calo dell’ottimismo da parte delle aziende globali del 6% scendendo dal 70% al 64%.

Sebbene l’ottimismo rimanga alto rispetto ai livelli storici, le aziende del mid market sono consapevoli delle sfide che devono affrontare in questo particolare momento storico, il 63% cita l’incertezza economica come vincolo principale alla crescita, a cui seguono i costi dell’energia (62%) e il costo del lavoro (57%). Un quadro di incertezza generale che – secondo Grant Thornton – riflette un clima di pessimismo sulle aspettative future delle imprese verso i fattori chiave della crescita economica quali fatturato, redditività e occupazione, che preannunciano un anno potenzialmente difficile per l’andamento del business. Per quanto riguarda la situazione italiana, l’ottimismo economico è sceso di 15 punti percentuali passando dal 63% del 2021 al 48% nel 2022.

Nonostante ciò, il desiderio delle imprese del mid market di espandersi a livello internazionale sembra inalterato. Le previsioni sulle esportazioni, infatti, rimangono sorprendentemente forti in un contesto di indebolimento del commercio globale, il 34% delle aziende italiane si aspetta una crescita dell’esportazione, che a livello globale si attesta al 44%. Allo stesso modo, il 42% prevede di aumentare sia le proprie entrate internazionali sia il numero di Paesi in cui estendere i propri affari, dato che nel in Italia rimane invariato al 2021 con il 33%. Sempre a livello globale il 58% delle aziende intervistate prevede un aumento delle entrate totali nei prossimi 12 mesi, mentre in Italia si arriva al 44% scendendo di 12 punti percentuali rispetto allo scorso anno (era al 56%).

Nonostante il periodo complesso e l’incertezza sul futuro, le aziende del mid market continuano a investire in tecnologia ancora una volta in cima alla lista con il 60% delle aziende che prevede di aumentare gli investimenti in quest’area nei prossimi 12 mesi, eguagliando il record stabilito lo scorso anno. Seguono gli investimenti in ricerca e sviluppo (55%) e competenze del personale (55%). In Italia in cima alla classifica degli investimenti troviamo il 44% nella Cybersecurity seguiti dal 41% nell’IT strategy. Relativamente alle performance delle diverse industries, spiccano tra i più ottimisti i settori Technology, media (il 71% degli operatori intervistati si è detto fiducioso sui prossimi 12 mesi), seguiti dal settore Banking con il 69% e dal Financial Services con il 68%, al contrario, tra i meno ottimisti i settori di Fornitura/utenze di elettricità, gas e acqua (lo è “solo” il 39% del comparto).

Gabriele Labombarda (nella foto), Partner & IBC Director Bernoni Grant Thornton commenta: “La situazione geopolitica di incertezza che stiamo attraversando, il caro energia, la morsa dell’inflazione in aumento, incidono negativamente sull’ottimismo aziendale degli operatori, che ha visto un peggioramento su scala globale.  Questo contesto mutato e mutevole impone alle imprese una approfondita revisione delle proprie strategie aziendali, che devono modernizzarsi (di qui il crescente investimento in tecnologia) e rendersi flessibili, onde reagire tempestivamente alla volatilità dei fattori esterni. In questo clima molte aziende, anche italiane, guardano al futuro orientandosi all’espansione internazionale e puntando sempre più all’export, anche al fine di diversificare il rischio paese”.

Le imprese familiari tedesche sono più resilienti, ma l’Italia delle PMI è più penalizzata

Secondo uno studio di IPB – Deutsche Bank molte aziende tedesche a conduzione familiare riescono ad affrontare meglio le crisi complesse, come la pandemia. Eppure, in Italia le conseguenze dei contagi e dei  lockdown sono state più gravi.

Uno studio pubblicato di recente dalla International Private Bank (IPB) della Deutsche Bank ha rilevato che molte aziende tedesche a conduzione familiare sono state capaci di affrontare le crisi complesse – come la pandemia di Covid – meglio di molte altre imprese di dimensioni più grandi e con un azionariato più diffuso. L’analisi, condotta da Markus Eckey, Head of Investment Banking Solutions (IBS) di IPB, e da Sebastian Memmel, Product Specialist dell’IBS, è giunta alla conclusione che le aziende familiari presentano dei vantaggi rispetto a quelle che non hanno una famiglia come investitore di riferimento, e ciò le rende più resilienti in tempi di crisi.

“La nostra ricerca dimostra che le imprese familiari sono in grado di affrontare meglio le crisi complesse“, afferma Eckey. Mentre i prezzi delle azioni delle aziende a conduzione familiare sono crollati del 23,7% durante la prima fase di Covid, le aziende senza un azionista familiare hanno visto i loro prezzi delle azioni scendere ancora di più, del 30,7%. “Nel caso delle aziende a conduzione familiare, il crollo è in media più contenuto in caso di crisi e la ripresa è di solito molto più rapida”, spiega il dottor Eckey. Lo studio, inoltre, ha rilevato che i prezzi delle azioni delle aziende a conduzione familiare sono tornati ai livelli pre-Covid tre settimane prima.

Eckey e Memmel, nel loro studio dal titolo “Impact of COVID-19 on family business performance: evidence from listed companies in Germany“, hanno identificato tre fattori che garantiscono una maggiore resilienza nelle crisi:
– Ancoraggio emotivo. In qualità di investitori di riferimento, le famiglie o i fondatori sono spesso più legati emotivamente all’azienda rispetto agli altri investitori principali. La loro attenzione è rivolta al successo aziendale a lungo termine. Soprattutto nei momenti di crisi, questo può dare maggiore stabilità all’azienda.
– Canali decisionali brevi. Le imprese familiari sono spesso gestite a livello centrale e il processo decisionale è rapido. Ciò consente di reagire rapidamente alle situazioni di crisi e di adattarsi rapidamente ai cambiamenti. Inoltre, i membri della famiglia occupano spesso posizioni dirigenziali.
– Stabilità finanziaria. “Le imprese familiari hanno spesso una base di capitale più conservativa, che conferisce loro maggiore stabilità in caso di crisi improvvisa“, spiega Eckey. Ciò si manifesta di solito con equity ratio più elevati. Di conseguenza, le aziende familiari hanno più facilità a garantire la propria liquidità in condizioni di mercato difficili.

Un altro dato sorprendente emerso dallo studio è che le aziende familiari quotate in borsa sono più redditizie. Secondo lo studio, il loro return on equity (RoE) è stato in media del sette per cento nel 2020. Per le aziende senza azionista familiare, il RoE medio è stato di meno 11%. Markus Eckey e Sebastian Memmel ritengono che il modo in cui le imprese familiari hanno dimostrato la loro capacità di recupero durante la crisi di Covid possa servire da modello per altre aziende: “Altre aziende possono certamente imparare dalla combinazione di orientamento a lungo termine, processi decisionali brevi e stabilità finanziaria per prepararsi meglio alle crisi future”, ha aggiunto Eckey. Sembra l’identikit delle aziende che costituiscono l’ossatura dell’imprenditoria italiana, formata da una costellazione di piccole e medie aziende – alcune delle quali quotate in borsa – a conduzione familiare, più una galassia di micro aziende non quotate dello stesso tipo – che hanno decretato il successo dell’Italia in campo economico dai tempi del c.d. Boom Economico.

Già nel periodo precedente la pandemia, la riorganizzazione dell’apparato industriale dovuto all’affermazione della tecnologia ha determinato in Italia la scomparsa di decine di migliaia di micro aziende, che costituivano il c.d. indotto della grande industria, e la fusione di molte di quelle piccole/medie nelle aziende quotate di più grandi dimensioni, generando una maggiore concentrazione della produzione proprio in queste ultime e manifestando molti limiti, soprattutto in chiave occupazionale, in occasione della pandemia. Infatti, in Italia abbiamo circa 155.000 imprese, di cui 130.000 con un numero di dipendenti compreso tra 10 e 49, e 25.000 con un numero compreso tra 50 e 249. Inoltre, abbiamo circa 4 milioni di  micro imprese, aventi meno di 10 dipendenti, e tutte insieme queste tipologie di aziende impiegano l’80% dei lavoratori dipendenti italiani del settore privato, contro il 20% che lavora nelle grandi imprese (alcune delle quali non sono quotate, peraltro). 

Ebbene, secondo i risultati dello studio di IPB-Deutsche Bank, in teoria anche le imprese italiane più piccole, tutte a conduzione familiare, avrebbero dovuto subire dalla pandemia conseguenze in linea con la media europea, ma non è stato così. Infatti, se a livello europeo il 74% delle PMI ha subito un impatto negativo dal Covid, in Italia la percentuale sale al 90% sia in relazione alla diminuzione delle entrate 66% (contro una media europea del 55%), sia sui margine di profitto -64% (-52% a livello europeo), sia sui volumi di vendita -60% (-51% a livello europeo).

Ciò è accaduto perché l’Italia, sull’onda dell’orrore suscitato dalle migliaia di morti del periodo iniziale, è stata la prima ad imporre il lockdown generale a inizio pandemia (marzo 2020), ma c’è di più. Da circa quindici anni, il sistema bancario dedica molta più attenzione al settore dei risparmi e sottrae risorse a quello del credito alle micro e piccole imprese. Orbene, maggiore sarà la “stretta creditizia” su prestiti alle aziende a conduzione familiare, e minore sarà il reddito complessivo derivante dagli occupati nelle attività produttive medio-piccole, molte delle quali nel frattempo chiudono i battenti. Questo processo di “razionalizzazione” del credito ai danni del c.d. small business potrebbe in futuro diminuire fortemente la base dell’indotto e così trasmettersi anche alle PMI, determinando la concentrazione della produzione nelle imprese medio-grandi, tradizionalmente meno resilienti di quelle piccole, poiché ad azionariato diffuso e più difficili da gestire nel momento in cui c’è da affrontare una crisi complessa.

Deutsche Bank e Cassa Depositi e Prestiti attive nei fondi di Venture Capital

Con i fondi di Venture Capital, gli investitori professionali e retail hanno l’opportunità di accedere nel settore delle aziende emergenti di tutto il mondo. L’Europa tra i principali attori tecnologici dell’economia globale.

Secondo una ricerca pubblicata dal Chief Investment Office di Deutsche Bank nel settembre 2021, nel secondo trimestre dello stesso anno gli investimenti nel Venture Capital in Europa avevano raggiunto i 34 miliardi di USD, guidati in gran parte da imprese mature e c.d. unicorn. Nel 2020, il valore complessivo delle transazioni globali di Venture Capital aveva raggiunto i 330,2 miliardi di USD. La quota più ampia di mercato era detenuta dalle Americhe (52,8%), seguite da Asia (31,0%) ed Europa (15,7%). 

L’Europa oggi è posizionata tra i maggiori attori tecnologici globali, con un capitale investito pari a 100 miliardi di USD nel 2021 e circa 100 startup “unicorno”, e cioè startup che hanno raggiunto una valutazione di mercato che supera il miliardo di dollari senza essere però quotate in Borsa. Pertanto, le ombre gettate sull’economia mondiale dalla guerra russo-ucraina e, soprattutto, dall’inflazione elevata non sembrano aver bloccato lo sviluppo del Venture Capital e l’investimento in startup. Secondo il Rapporto di ricerca Venture Capital Monitor sulle operazioni di venture capital in Italia, infatti, nei primi sei mesi dell’anno sono state effettuate 172 operazioni di investimento per quasi un miliardo (957 milioni di euro), registrando un aumento del 12% rispetto all’anno scorso (+123% come ammontare investito complessivamente). Relativamente alle sole startup con sede in Italia, venture capital e corporate venture capital hanno investito 193 milioni di euro su 99 round, le attività di sindacato tra venture capital, corporate venture capital e business angel hanno fatto registrare investimenti pari a 765 milioni di euro su 62 operazioni e i soli business angel hanno investito 27 milioni in 18 round. Il totale di queste attività porta la filiera dell’early stage in Italia ad aver investito 985 milioni di euro su 179 round (erano 466 milioni su 167 round nel I semestre 2021).

Su questa scia, alcune tra le maggiori istituzioni finanziarie hanno comunicato al mercato la nascita di strumenti specifici. La Divisione International Private Bank (IPB) di Deutsche Bank ha annunciato l’estensione della sua proposta di soluzioni di investimento, dedicata sia agli investitori in possesso dei requisiti di cliente professionale che ai clienti al dettaglio (retail), di un fondo di fondi europeo di Venture Capital, a capitale non protetto e illiquido, distribuito in esclusiva dalla Divisione IPB di Deutsche Bank. Il fondo di DB è destinato a dare accesso a un portafoglio diversificato di aziende operanti nel settore tecnologico europeo e internazionale in fase “growth”, iniziale e intermedia, selezionate tramite fondi di investimento gestiti da cinque società di Venture Capital europee: Lake Star, Project A, HV Capital, Earlybird e Headline, le quali hanno sostenuto oltre 50 aziende operanti nel settore tecnologico a livello globale e alcuni tra i principali unicorn europei. Il fondo di fondi mira a fornire un’ampia copertura del mercato e punta a ridurre il rischio di concentrazione che potrebbe altrimenti verificarsi in un tipico investimento in Venture Capital o in un singolo fondo, nonchè a ridurre le barriere all’ingresso in termini di dimensioni minime degli investimenti.

Il gruppo Cassa Depositi e Prestiti (CDP), invece, ha annunciato di aver attivato il comparto Energy Tech del Fondo Corporate Partners I di CDP Venture Capital Sgr, il fondo multi-comparto di corporate venture capital nato per investire in startup impegnate nei settori dell’energia, dei servizi, della manifattura e delle infrastrutture, con l’obbiettivo di far crescere l’ecosistema venture italiano. Il comparto Energy Tech ha siglato il primo closing per un totale di 80 milioni di euro grazie alla partecipazione di alcune big company come Baker Hughes (azienda americana che a Firenze ha l’headquarter globale della divisione Turbomachinery & Process Solutions), Edison, Snam e Italgas. L’obiettivo del nuovo strumento finanziario di CDP è quello di investire in startup e PMI ad alto potenziale innovativo ed impegnate nella sfida della transizione energetica, promuovendone lo sviluppo in collaborazione con utility di rilievo.

 

DISCLAIMER: Le informazioni e le opinioni contenute in questo articolo non costituiscono un’offerta o una sollecitazione all’investimento e non costituiscono una raccomandazione o consiglio, anche di carattere fiscale, o un’offerta, finalizzate all’investimento, e non devono in alcun caso essere interpretate come tali.Prima di ogni investimento, per una descrizione dettagliata delle caratteristiche, dei rischi e degli oneri connessi, si raccomanda di esaminare la documentazione fornita dalle fonti ufficiali e/o dagli organi di controllo che vigilano sulla commercializzazione in Italia, nonché la relazione annuale o semestrale e lo Statuto, disponibili presso i collocatori. Infatti, l’investimento in prodotti finanziari o in partecipazioni societarie è soggetto a fluttuazioni anche di grande entità, con conseguente variazione al rialzo o al ribasso dei prezzi e del valore dell’investimento, ed è possibile che non si riesca a recuperare l’importo originariamente investito.

Inflazione, le aziende USA rafforzano la gestione del rischio credito commerciale

Secondo un sondaggio di Atradius, l’inflazione inasprisce la pressione sulla liquidità e sulla capacità di indebitamento delle aziende nordamericane. Cresce il ricorso all’assicurazione del credito commerciale.

L’impatto della forte crescita dell’inflazione, che ha messo in allarme le aziende e la conseguente necessità di adottare misure per proteggerne la redditività e la stessa sopravvivenza, sono i principali risultati emersi nell’ultima edizione del “Barometro sui comportamenti di pagamento tra aziende in Canada, Messico e Stati Uniti – luglio 2022” condotto da Atradius.

Diversi fattori, come il brusco aumento dei prezzi dell’energia e la grave instabilità causata dai disordini geopolitici, hanno fatto salire l’indice di inflazione globale ad un livello che non si vedeva ormai da decenni. Una situazione che ha messo in agitazione le aziende di tutto il mondo, molte delle quali temono un aumento del rischio di insolvenza nei pagamenti delle fatture commerciali delle aziende clienti. Secondo le previsioni Atradius, questo fenomeno rappresenterà una minaccia significativa alla redditività e, nella peggiore delle ipotesi, un rischio per le aziende con poche grandi commesse di trovarsi in stato di completa inattività.

Il sondaggio di Atradius rivela che le aziende di Stati Uniti, Canada e Messico, che fanno parte della zona di libero scambio USMCA, hanno risposto a tale preoccupazione migliorando notevolmente la gestione del rischio credito nelle transazioni commerciali con i propri clienti B2B. Le imprese locali che hanno scelto di affrontare il problema internamente, hanno riferito di aver effettuato controlli sul credito dei propri clienti in maniera più regolare, al fine di individuare con anticipo possibili segnali di allerta su eventuali mancati pagamenti. Questa pratica è stata riportata dal 53% delle aziende della regione, con la percentuale che sale al 61% in Messico. Le aziende intervistate hanno anche riferito di avere il più delle volte aumentato il flusso di cassa offrendo sconti alle aziende clienti per ottenere il pagamento anticipato delle fatture, oppure di aver concesso ai clienti tempi più brevi per saldare i pagamenti delle vendite a credito fatte ai fornitori. Questa pratica è stata segnalata più frequentemente in Canada e in Messico.

Tuttavia, con i tassi di interesse in aumento a causa dell’inflazione, la forte motivazione che ha spinto le aziende USMCA è stata anche quella di ottenere un accesso più facile ai finanziamenti esterni per poter sopperire alle eventuali carenze di liquidità dal mancato pagamento dei propri clienti. Dal sondaggio emerge chiaramente che tra le aziende USMCA si è verificata una maggior consapevolezza della gestione strategica del credito per affrontare l’attuale contesto di inflazione elevata che potrebbe accrescere il rischio di credito commerciale. In particolare, due società su cinque tra quelle intervistate nella regione USMCA hanno riferito il valore dell’assicurazione del credito come strumento per consolidare il proprio potere di indebitamento. Ciò è dovuto ad una maggiore protezione da parte della banca derivante dall’aver fatto ricorso ad una compagnia di assicurazione del credito specializzata per proteggersi dal rischio di mancato pagamento dei clienti B2B.

Dal sondaggio di Atradius risulta inoltre che il 70% delle aziende statunitensi che hanno assicurato i propri crediti commerciali ha dichiarato che continuerà a fare affidamento all’assicurazione del credito anche il prossimo anno, e molte di loro integreranno questo strumento con altre soluzioni, come lettere di credito e operazioni di cartolarizzazione dei crediti commerciali. I dati riportati evidenziano un 67% in Messico e un 58% in Canada.

Credito aziendale, parola agli esperti: fare del rating bancario il proprio biglietto da visita

Secondo l’avvocato Anna Papa, per un imprenditore è molto importante comprendere come una banca valuta la propria impresa. Cosa rappresenta il rating bancario per un’azienda.

Il concetto di indebitamento bancario, negli anni, ha subito una profonda trasformazione con l’entrata in vigore delle regole stabilite in occasione degli accordi di “Basilea I, II e III”. Mentre i contenuti di Basilea I contemplavano regole poco efficaci, in occasione di Basilea II (2004) è stato elaborato il documento denominato International Convergence of Capital Measurement and Capital Standards (Nuovo Accordo sui requisiti minimi di capitale), che è un accordo internazionale di vigilanza prudenziale, maturato nell’ambito del c.d. Comitato di Basilea, riguardante i requisiti patrimoniali delle banche. In base a tale accordo, le banche dei Paesi aderenti devono accantonare quote di capitale proporzionate al rischio assunto, valutato attraverso lo strumento del rating.

A Basilea II è poi succeduto l’accordo denominato Basilea III, entrato in vigore alla fine del 2017 (con un regime transitorio terminato all’inizio di quest’anno), che introduce una nuova metodologia per il calcolo del rischio operativo – lo “Standardised Mesaurement Approach “ (SMA) – creato con l’obiettivo di avere un procedimento efficiente ed un risultato comparabile per il calcolo del rischio operativo nella concessione di prestiti alle aziende. Pertanto, l’universo dell’indebitamento aziendale verso le banche ruota attorno al concetto di rating bancario, che esprime un giudizio relativo alla capacità di una impresa di pagare i propri debiti e, quindi, risulta essere un punteggio sulla sua affidabilità finanziaria o, visto dal punto di vista della banca, la misura del rischio che essa può assumersi nel momento in cui concede  fiducia a un’azienda.

A seguito delle Normative Europee di Basilea, ciascun istituto di credito è obbligato a classificare tutti i clienti che vengono affidati, ed è anche obbligato ad accantonare una percentuale di patrimonio a copertura degli affidamenti che concede: più alto è il rischio dell’azienda, maggiore sarà la percentuale di patrimonio da accantonare. Pertanto, la regola fondamentale che disciplina l’intero meccanismo del rating è una successione logica basata su un mix di probabilità/possibilità e di convenienza finanziaria: migliore è il rating, maggiori sono le possibilità per l’azienda di accedere al finanziamento, (di conseguenza) minori saranno i costi legati alla concessione di prestiti, (poiché) minore sarà l’accantonamento patrimoniale che la banca dovrà effettuare a riserva e (infine) migliore sarà il risultato del suo bilancio.

Per un’azienda, è molto importante “calarsi nei panni” di una banca per comprendere le ragioni dei sì e dei no, e soprattutto sapere come ragiona e qual è il suo modo di valutare l’impresa. In tal senso, qualunque banca inizierà la sua analisi esaminando gli elementi di quantità e di qualità strumentali ad una prima valutazione. I primi sono estrapolati  dai bilanci dell’azienda mettendo sotto la lente di ingrandimento solitamente i parametri fondamentali degli ultimi tre esercizi, e cioè la liquidità a breve e medio termine, il rapporto tra indebitamento e beni aziendali, la redditività e il tasso di crescita rispetto alla concorrenza.

Le seconde, ossia le informazioni di qualità, servono ad analizzare la situazione della società e dei suoi esponenti (es. protesti, procedure concorsuali in corso, atti pregiudizievoli verso soci e amministratori), i marchi, i brevetti, la qualità della clientela ed il posizionamento di mercato rispetto alla concorrenza. A questi parametri va aggiunto quello della gestione degli affidamenti in essere (in caso di richiesta di ampliamento di fidi già esistenti, anche presso altre banche). In pratica, la banca verificherà tramite la Centrale Rischi della Banca d’Italia l’esistenza di sconfinamenti, assegni non pagati alla prima presentazione, mutui pagati in ritardo ed altri eventi negativi legati alla gestione del conto corrente aziendale, che vengono segnalati automaticamente dai sistemi informatici e generano il rischio di vedersi ridotto o revocato un affidamento.

Il rating si divide in “classi”, ognuna delle quali è contrassegnata da un determinato numero di lettere A, B, C e D e descrive sinteticamente il particolare contesto in cui si trova l’azienda in un dato momento della sua vita (vedi immagine sotto).  

Per analizzare l’argomento del rating finanziario di un’azienda, P&F ha intervistato l’avvocato Anna Papa, esperta in diritto bancario e finanziario del team di Bisconti Avvocati

Quando si affronta il tema del rating finanziario delle aziende è quasi naturale parlare anche del particolare rapporto tra imprese e sistema creditizio. Secondo lei, cosa è cambiato negli ultimi 10 o 20 anni, in questa “complicata relazione” tra due attori fondamentali per la nostra economia?
Il sistema creditizio è un elemento imprescindibile da considerare nella gestione dell’attività di impresa, sia nella fase costitutiva sia nella fase evolutiva. Altrettanto fondamentale l’immagine dell’impresa agli occhi del cd. sistema creditizio. Il rapporto tra impresa e sistema creditizio e, chiaramente, degli istituti di credito, ha subito uno stravolgimento negli ultimi anni. Ci si è spostati da un visione soggettiva dell’impresa legata alla figura dell’imprenditore e della credibilità dell’impresa, quasi identificata nella persona del titolare, ad un’immagine che va progredendo verso dati più oggettivi e che non hanno più come riferimento la persona. Ciò anche rispetto alla figura degli operatori del sistema creditizio che devono necessariamente analizzare bilanci e banche dati specializzate nella verifica del merito creditizio e, quindi, rispetto al rating bancario attribuito all’impresa.

Secondo lei, le aziende e le banche lavoravano meglio prima di Basilea 1, 2 e 3, oppure lavorano meglio adesso?
L’effetto delle regole di Basilea determina maggiori verifiche sulla solidità finanziaria delle imprese in relazione al merito creditizio, e comporta più che mai la necessità delle imprese di implementare e migliorare il proprio rating. Diversamente, sarebbero destinate ad essere escluse dal sistema creditizio. Nasce più che mai l’esigenza, quindi, di eliminare le criticità. Le norme di Basilea, imponendo parametri meno discrezionali nella valutazione del rischio di credito, determina una inevitabile selezione delle imprese meritevoli di accesso al credito. Le imprese dovranno necessariamente adeguarsi e migliorare il proprio rating per poter rimanere sul mercato.

Molte delle piccole aziende di cui è fatto il nostro tessuto produttivo non conoscono il concetto di rating o, nella migliore delle ipotesi, non lo capiscono. Come lo spiegherebbe lei, da avvocato, in poche parole?
Il rating bancario è un biglietto da visita nel quale è racchiusa l’immagine dell’impresa agli occhi del sistema creditizio.

È davvero possibile per un’azienda migliorare il proprio rating bancario? Se sì, quali devono essere le condizioni di partenza?
Ogni azienda ha il dovere di migliorare il proprio rating bancario sia rispetto a situazioni di criticità che possono creare sofferenza e difficoltà finanziarie all’impresa stessa, sia rispetto all’ambizione di evoluzione e di crescita. Il raggiungimento di questi risultati passa attraverso un’attenta analisi sia delle banche dati che rilevano il livello di esposizione finanziaria dell’azienda sia attraverso l’analisi dei bilanci.

Anna Papa

Quali sono gli aspetti più importanti del rating finanziario?
E’ bene innanzitutto capire il funzionamento delle banche dati, che fotografano l’esposizione finanziaria delle aziende, e di come sia necessario integrare tali dati con gli indici di bilancio. Il sistema creditizio utilizza diversi strumenti per verificare l’affidabilità finanziaria dell’azienda, per cui è importantissimo per l’impresa adoperarsi per migliorare il proprio rating bancario al fine di ottenere maggiore affidabilità, poichè attraverso maggiori opportunità di accesso al credito è possibile consolidare la propria presenza sul mercato oppure espandersi. Il prossimo mese di Settembre (data ancora da definire) affronteremo tutti questi aspetti durante un webinar di Bisconti Avvocati dedicato esclusivamente all’argomento.

 

Immobili per l’impresa: compravendite su, investitori alla ricerca di rendimento

In ripresa anche il segmento del retail che è stato quello più impattato dalla pandemia con conseguente liberazione di molti spazi. Ad acquistare sono prevalentemente investitori alla ricerca di rendimenti elevati.

Nei primi tre mesi del 2022 le compravendite degli immobili per l’impresa, secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate, elaborati dall’Ufficio Studi Tecnocasa, hanno registrato un aumento: il settore produttivo +23,6%, i depositi + 13,7%, i negozi +15,2%, gli uffici +12,2%. I primi mesi del 2022 evidenziano un mercato con compravendite in aumento su tutti i segmenti. Il settore più dinamico, in generale, sembra essere quello dei capannoni, tipologia che dallo scoppio della pandemia ha registrato un recupero costante. Sono utilizzati sia per finalità produttiva sia come deposito. Sono interessanti per l’acquisto grazie ai prezzi ancora contenuti. Infatti, negli ultimi dieci anni i prezzi dei capannoni sono diminuiti del 29,7% per le tipologie nuove e del 32,6% per quelle usate.

 

La mancanza di nuovo sta progressivamente portando a una riduzione importante dell’offerta presente sul territorio. Spesso le nuove operazioni sono realizzate su commissione.  Ad acquistare sono quasi sempre aziende che hanno una solida situazione patrimoniale, piani di sviluppo. Le compravendite evidenziano che la maggioranza delle compravendite di capannoni ha avuto come finalità la creazione di depositi.

In ripresa anche il segmento del retail che è stato quello più impattato dalla pandemia con conseguente liberazione di molti spazi. Ad acquistare negozi sono prevalentemente investitori che impiegano capitale indirizzandoli su soluzioni occupate con rendimenti annui lordi che possono toccare anche il 10-11%. Nei primi tre mesi del 2022, il 52,3% degli acquisti di negozi è stato realizzato con finalità di investimento. Questa tipologia immobiliare ha evidenziato, negli ultimi dieci anni, un calo dei valori del 38,4% per le soluzioni in via di transito e del 42,2% per quelle in via non di passaggio.

Anche per gli uffici si segnala un aumento delle compravendite, +12,2%, e in questo caso ad acquistare sono quasi sempre utilizzatori, spesso liberi professionisti, che stanno approfittando del ribasso dei prezzi che negli ultimi 10 anni è stato del 36,6 % per le soluzioni nuove e del 37,9 % per quelle usate.  Gli uffici in contesti residenziali sono acquistati anche da chi desidera fare un cambio d’uso in abitazione.

Atradius: in Asia +60% le perdite su crediti commerciali

Il forte aumento dei mancati incassi di crediti commerciali nei principali mercati asiatici rappresenta una grave minaccia alla liquidità aziendale circolante anche nei paesi occidentali.

Preoccupa il forte aumento dei crediti inesigibili nel contesto delle operazioni commerciali tra fornitori asiatici e aziende clienti sui mercati nazionali ed esteri. Nel difficile contesto economico e commerciale, le aziende dei principali mercati asiatici puntano il dito sui maggiori costi di gestione degli insoluti, cui si aggiungono i costi di accesso a finanziamenti esterni, a protezione della liquidità aziendale dalle sempre più frequenti perdite su crediti derivanti dai mancati incassi delle fatture commerciali sul mercato domestico ed all’export.

A peggiorare la situazione sono le fatture commerciali non saldate da oltre 90 giorni dalla scadenza originaria della fattura, che ben presto si trasformano in perdite su crediti nonostante i numerosi tentativi di recuperare il pagamento. Chiaro indicatore della situazione di liquidità aziendale a rischio, è il significativo aumento dei crediti incagliati che non è stato possibile più recuperare (+ 60% rispetto ai risultati del sondaggio 2021). È questa la principale preoccupazione riferita dalle aziende intervistate in sette mercati asiatici (Cina, Hong Kong, India, Indonesia, Singapore, Taiwan e Vietnam) e negli Emirati Arabi Uniti, nell’ultima edizione del “Barometro sui comportamenti di pagamento in Asia – giugno 2022” condotto da Atradius.

Da Taiwan arriva il segnale più allarmante, con un numero di crediti inesigibili quasi tre volte superiore a quello rilevato nel precedente sondaggio, e ora pari all’8% del valore totale delle fatture B2B. Anche le aziende di Hong Kong e Singapore riferiscono pesanti contraccolpi derivanti dall’aumento dei crediti inesigibili, con una crescita media per entrambi i Paesi del 50%. Altro mercato colpito dal fenomeno è l’Indonesia, con crediti inesigibili in ascesa del 40%. In Vietnam, per la prima volta inserito tra i Paesi oggetto di analisi, le imprese locali hanno riportato una carenza di liquidità causata sia dai crediti inesigibili pari al 6% del valore totale delle fatture commerciali tra aziende.

Ulteriore preoccupazione per le aziende che operano nell’attuale difficile contesto economico e commerciale, è la difficoltà a recuperare i profitti nel momento in cui subiscono forti ricadute dalla cancellazione dei crediti incagliati. Il sondaggio Atradius evidenzia che nel continente asiatico il 20% in più delle aziende rispetto all’anno precedente ha segnalato una maggiore disponibilità a concedere credito ai propri clienti. Questo segnale mostra che esistono condizioni di mercato molto competitive e che le aziende fanno fatica ad ottenere ricavi aggiuntivi che compenserebbero le perdite dovute ai crediti inesigibili.

Tuttavia, queste criticità hanno generato una maggior consapevolezza nella maggioranza delle aziende sull’importanza della gestione strategica del rischio di credito commerciale, con una società su due, tra quelle intervistate, che ha dichiarato di voler assicurare i crediti commerciali per mitigare l’impatto che il rischio di credito del cliente potrebbe avere sulla propria azienda. Andreas Tesch, Chief Market Officer di Atradius, ha commentato: “Le previsioni di crescita in Asia restano relativamente solide, intorno al 5% sia quest’anno che per il 2023. Tuttavia, molte aziende della regione asiatica intrattengono rapporti commerciali in tutto il mondo in un clima di profonda instabilità, in cui gli impatti della pandemia e dello sconvolgimento geopolitico in corso hanno prodotto una revisione al ribasso delle previsioni di crescita globale, a poco più del 3%. Le imprese asiatiche risentono di questa interruzione diffusa nel contesto commerciale globale. L’aumento della cancellazione dei crediti inesigibili può essere segnale di avvertimento di un forte stress finanziario nel contesto in cui operano le aziende”.

Atradius non si aspetta una rapida ripresa del trend dei crediti inesigibili, ma resta alta la preoccupazione delle aziende sui tempi di recupero delle fatture non pagate alla scadenza. I processi aziendali di gestione del credito saranno messi a dura prova e le aziende che dimostreranno un approccio più flessibile e olistico alla situazione si troveranno in una posizione migliore.

Mobility startup, appuntamento a Milano il 6 Ottobre per andare “Oltre le barriere”

Il prossimo 6 ottobre 2022 l’appuntamento della Mobility Conference Exhibition a Milano. Imprese, startup e istituzioni si ritroveranno per confrontarsi e fare il punto sulle grandi sfide future del settore.

Non solo car sharing. Inserire la sostenibilità al centro della mobilità significa oggi cogliere l’occasione per superare vecchi e nuovi problemi grazie al ruolo che l’innovazione e il digitale possono giocare. Da qui nasce “Beyond Barriers – Oltre le barriere”, il fil rouge della 7a edizione di MCE 4X4, l’evento per Startup organizzato da Assolombarda e Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e dedicati alle sfide della nuova mobilità, in particolare quella urbana, una sfida che riguarda persone e merci. 

Dal 6 giugno al 3 luglio la Call per Startup selezionerà le 16 realtà innovative che parteciperanno all’evento del 6 ottobre prossimo: una giornata dedicata alla Conference, ai Business Speed Date e Tandem Meeting tra imprese, al networking e alla contaminazione tra pionieri delle nuove soluzioni e i protagonisti del sistema economico e produttivo lombardo. Un evento esclusivo, il cui impatto si misura prima di tutto nel rafforzamento dell’ecosistema e della cultura dell’innovazione che coinvolge tutto il tessuto imprenditoriale.  “MCE 4×4, nata nel 2016 su iniziativa di Assolombarda e Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e con il supporto dell’advisor Nuvolab, è stata un’esperienza di open innovation che ha lasciato il segno nella nostra realtà. Basti pensare che dal 2016 sono state presentate 80 startup e sono stati organizzati 400 incontri tra imprese e nuove realtà imprenditoriali – afferma Gioia Ghezzi, Vicepresidente di Assolombarda con delega a Infrastrutture, Mobilità e SmartCity

“Per i nostri imprenditori e le nostre aziende – continua Ghezzi – potersi immergere in una giornata di innovazione e networking così ben strutturata è sempre stato un grande valore. Oltre all’impatto positivo creato dalla contaminazione tra startup e aziende corporate, che si è sostanziato in un rafforzamento dell’ecosistema e molteplici attività b2b, MCE 4×4 è stato fucina anche di diversi casi di successo. Oggi, all’indomani della crisi pandemica e nel quadro del contesto storico che dobbiamo affrontare, è ancora più importante per le nostre imprese trovare spazi di confronto e di collaborazione, in particolare in un settore così centrale come quello della logistica e mobilità sostenibile”.

“Come Camera di Commercio negli anni abbiamo consolidato la partnership con Assolombarda per sostenere le nuove iniziative imprenditoriali legate alla mobilità” ha dichiarato Alvise Biffi, Membro di Giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. “Milano, che punta a posizionarsi sempre di più tra le Smart City europee, ben si presta ad essere laboratorio di importanti sperimentazioni sul tema di una mobilità intelligente che deve necessariamente fare perno sul digitale e sull’innovazione. Per questo MCE 4×4 Beyond Barriers rappresenta un momento importante per le nostre imprese e per le startup che potranno mettersi in gioco per presentare nuove idee e soluzioni “.

Dal 6 giugno al 3 luglio sarà possibile per le startup proporre gratuitamente la propria candidatura. La Call è aperta alle startup attive nel settore mobilità e, in particolare, attinenti a uno dei 4 ambiti di sfida: MCE 4X4 for people – i servizi alle persone in movimento, MCE 4X4 data & security – la sicurezza fisica e dei dati digitali, MCE 4X4 logistics – la movimentazione green e sicura delle merci, MCE 4X4 energy – energia verde. Rispetto alle edizioni precedenti i nuovi verticali sono stati pensati proprio intorno al concetto di “barriere” verso gli obiettivi di una mobilità per persone e merci innovativa, sicura, sostenibile e inclusiva. Per approfondire e candidarsi, sarà sufficiente entrare in questa pagina per le informazioni e il form di iscrizione: https://mce4x4-2022.mobilityconference.it/call/

In un’ottica di rafforzamento dell’ecosistema e supporto alle startup, quest’anno le 16 startup selezionate si aggiudicheranno anche la partecipazione al Pitch Day di Tavolo Giovani su mobilità e logistica, e avranno la possibilità di confrontarsi con investitori, imprese e attori dell’ecosistema. Inoltre, le startup saranno iscritte gratuitamente per un anno a Innovup, l’associazione di rappresentanza delle startup italiane. Le 16 startup selezionate avranno uno spazio di esposizione dedicato per effettuare liberi incontri informali con tutti gli ospiti della manifestazione; ma soprattutto avranno la possibilità di incontrare le aziende corporate in momenti più strutturati come i Business Speed Date (si tratta di veloci incontri one-to-one), e i Tandem Meeting, incontri più approfonditi per sondare le possibilità concrete di collaborazione tra imprese.

Economia lombarda, in netta ripresa dopo i disastri del 2020

La regione Lombardia si conferma la più attrattiva d’Italia per gli investimenti e tra le più promettenti in Europa. Investitori da tutto il mondo al Forum “Invest in Lombardy”.

Di Adriana Cardinale*

Lombardia sempre più regione trainante dell’economia italiana, secondo quanto emerso nel corso dell’evento “Invest in Lombardy Forum”. Oltre a confermarsi come regione più attrattiva d’Italia, i dati la collocano anche tra le principali in Europa. Infatti, se si considerano gli ultimi cinque anni (2018-2022, aggiornamento a febbraio 2022) i progetti di investimento in attività produttive in Lombardia si attestano a 296, su un dato nazionale complessivo pari a 705. Un trend sempre in crescita: nel 2020 si è toccato 1,78 miliardi di euro a fronte di 1,28 miliardi di euro del 2019, e 13.673 nuovi posti di lavoro creati con un potenziale di ulteriori possibili investimenti pari a 5,785 miliardi di euro.

Attrattività del territorio e investimenti, pertanto, sono i due fattori che pongono la Lombardia in buona posizione di fronte alle sfide di uno scenario mondiale in drastica trasformazione. In tal senso, il progetto “Invest in Lombardy”, realizzato da Regione Lombardia in collaborazione con Unioncamere Lombardia e Promos Italia – l’agenzia nazionale del sistema camerale per le attività internazionali – è finalizzato a creare le migliori condizioni a supporto dell’attrattività del territorio lombardo e degli investimenti diretti esteri. Di pari passo procede anche ‘AttraCT‘, grazie alla quale su spinta regionale sono stati coinvolti i comuni lombardi nella mappatura di opportunità insediative per iniziative di investimento industriale o immobiliare.

Tra il 2018 e il 2022 sono state 400 le imprese interessate a sviluppare progetti imprenditoriali in Lombardia. Gli investitori provengono da diverse aree del mondo: USA, Francia, Germania, Regno Unito, tra i primissimi, ma anche Asia in particolare Cina, Giappone, Corea e India. Le 20 aziende assistite dal team regionale che hanno finalizzato l’apertura in Lombardia si stima che abbiano portato investimenti attesi per 128 milioni di euro e un impatto occupazionale di oltre 860 unità. Il team di assistenza di Invest in Lombardy si serve largamente delle opportunità mappate sulla piattaforma dedicata . “Oggi è prioritario per l’economia lombarda rafforzare la politica industriale costruendo la propria autonomia strategica. Siamo già la principale destinazione di investimenti esteri, e per mantenere questa leadership dobbiamo identificare e accompagnare le imprese che potranno portarci nuove risorse: non solo economiche ma anche di competenze e tecnologia”, ha dichiarato il Presidente di Unioncamere Lombardia Gian Domenico Auricchio. 

L’iniziativa di Regione Lombardia, Unioncamere Lombardia e Promos Italia, dunque, reca dati confortanti che fanno da contraltare a quelli più recenti contenuti nel rapporto Anci “I Comuni della Lombardia 2022“, per il quale la pandemia ha determinato la chiusura di più di tremila imprese lombarde su un totale di 1.506 Comuni (il 70% dei quali sotto i 5mila abitanti). L’industria, infatti, è nel 62,4% la prima fonte di ricchezza dei centri lombardi, mentre in Italia il medesimo settore pesa per il 30,3% (60,2% il settore primario, agricoltura e attività estrattiva, e il 9,5% il terziario, ossia servizi e turismo). La Lombardia, invece, è una regione a forte vocazione manifatturiera, per cui l’anno del Covid, con un calo dello -0,4% del saldo aperture/chiusure di imprese aveva determinato una frenata violenta per l’economia regionale. Solo Città metropolitana di Milano, per esempio, ne aveva perse 1.159.

* Segreteria di redazione P&F

Giovani imprenditori, ecco le startup lombarde più interessanti

Creare sinergie e puntare sui miglioramenti consentiti dalla tecnologia si traduce in vantaggi competitivi per le imprese. Per i giovani startupper è importante fare networking.

Tavolo Giovani è l’iniziativa che la Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi ha recentemente messo a disposizione degli aspiranti startupper. Si tratta di una piattaforma, fisica e virtuale, nata principalmente per dare visibilità alle giovani imprese innovative, ma anche per creare occasioni di networking, confronto e apprendimento reciproco non solo tra le startup, ma anche tra le giovani imprese e realtà già consolidate sul mercato, gli investitori e l’ecosistema.

“Presentare soluzioni innovative applicate a un settore importante come il lavoro e la formazione è stato l’obiettivo del Tavolo Giovani dello scorso 5 Aprile– ha dichiarato Alvise Biffi, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi – Pensiamo infatti che creare sinergie e puntare sulla tecnologia possa apportare miglioramenti che si traducono in vantaggi competitivi per le imprese. I Tavoli sono un’iniziativa che la Camera di commercio ha ideato per aiutare i giovani imprenditori ad avere visibilità e creare networking con realtà già consolidate, ma anche un’occasione di confronto tra gli stessi startupper che possono così condividere esperienze e a volte avviare collaborazioni”. Di seguito ecco alcune delle startup che hanno suscitato l’interesse della platea e che si sono distinte per livello di innovazione dell’idea e dei processi aziendali.

THESIS 4U. Si tratta di una piattaforma che mette in collegamento aziende e università nell’ambito di temi di ricerca e innovazione. L’obiettivo della startup è far diventare la tesi di laurea il nuovo strumento di reclutamento di neolaureati, un driver di inserimento aziendale.
ALGOR  è una startup che permette all’utente di creare mappe concettuali in modo automatico; è nata anche grazie alla collaborazione di studenti, docenti, tutor e associazioni. Ogni dettaglio è pensato con cura, al fine di offrire un’esperienza di apprendimento unica.

WYBLO è una startup innovativa che utilizza una soluzione in grado di automatizzare i processi amministrativi e migliorare i percorsi formativi dei propri partner con analitiche in tempo reale. Ha come scopo quello di adattare i processi formativi alle esigenze del 21° secolo.
HACKING TALENTS è una piattaforma che supporta una nuova modalità di creare match di successo tra aziende e talenti, attraverso un algoritmo basato sulla profilazione di human & hard skills. L’offerta prevede delle soluzioni innovative per le aziende, focalizzate sull’incremento dell’engagement e basate sull’ascolto sistematico.

CONNECTING TALENTS è una piattaforma digitale di collaborazione che ha come scopo quello di far crescere insieme talenti e idee. Propone un algoritmo di matching (IA) e progetti di collaborazione (prevalentemente ad impatto ESG) a persone in cerca di esperienza professionale, e ad aspiranti imprenditori.
LACERBA nasce dal desiderio di colmare il vuoto di competenze digitali in Italia. Progetta ed eroga, su piattaforme proprietarie, piani di formazione in ambito digital e innovazione, applicando una metodologia blended live e on-demand, sempre con un approccio all’insegnamento pratico e professionalizzante.

OFCOURSEME  offre un servizio di content curation di percorsi formativi usato da grandi aziende. Grazie allo sviluppo in house di una serie di algoritmi di classificazione dinamica, OfCourseMe organizza contenuti formativi da fonti ed in lingue diverse, in una serie di percorsi formativi mirati a chiudere ogni possibile skill gap in azienda.
TUTORNOW è una piattaforma digitale dedicata ad algoritmi di artificial intelligence per la didattica online e il rafforzamento nello sviluppo di competenze specifiche. Oltre a ciò, la startup mette a disposizione servizi B2B per l’utilizzo della piattaforma come strumento di videoconference dedicato all’educazione e altri settori. 

TUTORYOU offre corsi online, tutoring individuale e corsi di preparazione per programmi internazionali, per supportare gli studenti nel loro percorso formativo attraverso consulenti universitari che mirano a cercare il percorso a loro più adatto. TutorYou crede nelle relazioni peer to peer e si focalizza sulla comunicazione.
WIBO è una piattaforma che, attraverso micro-learning, gamification e incontri sincroni, offre soluzioni di apprendimento innovative per creare Wibo Experience: il nuovo paradigma di formazione aziendale per lo sviluppo dei talenti, il team building e il coinvolgimento.