Luglio 31, 2026
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Bonus per autonomi, professionisti e piccole imprese, peggio dell’Italia solo la Grecia

Germania, Olanda e USA le più generose, mentre Norvegia e Danimarca hanno adottato un meccanismo simile alla CIG (con percentuali dell’80%). A parte il “record” di lentezza della Spagna, i tempi di erogazione sono più rapidi di quelli italiani in quasi tutti i paesi presi in esame.

Italia agli ultimi posti, nella speciale classifica degli aiuti post Covid relativamente alle cifre erogate (con tempi di erogazione molto lenti) a beneficio di lavoratori autonomi, professionisti e piccole imprese.

Il recente decreto Agosto del Governo ha di fatto confermato, non senza polemiche, quello precedente in materia di bonus da riconoscere a queste categorie. Infatti, i mille euro di maggio spetteranno senza condizioni a tutti i liberi professionisti non pensionati con reddito 2018 sotto i 35.000 euro, mentre quelli tra i 35.000 e i 50.000 euro di reddito dovranno dimostrare un calo delle entrate nel primo trimestre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019 pari ad almeno il 33 per cento.

E’ proprio il riferimento al reddito 2018 che ha scatenato proteste del tutto legittime, dal momento che già a Febbraio sarebbe stato possibile certificare, con l’ausilio di un commercialista – di cui si servono massivamente autonomi, professionisti e imprese  – sia il fatturato che il reddito netto (fatturato meno costi, ammortamenti e acconti, molto sinteticamente).

In più, è ancora oscuro – per non dire strumentale all’abbattimento del numero degli aventi diritto – il criterio secondo il quale si sia scelto di prendere come parametro di riferimento di nuovo il primo trimestre 2020, in cui è ricompreso un solo mese di blocco delle attività, e non il primo quadrimestre, periodo in cui gli effetti del lockdown si sono fatti sentire maggiormente ed in cui i ricavi dei professionisti e dei piccoli imprenditori sono letteralmente crollati.

In sintesi, il Governo ha giocato continuamente al ribasso, restringendo la platea degli aventi diritto (anzichè cercare di allargarla il più possibile) e amplificando il disagio causato anche dall’incertezza mostrata dalle casse di previdenza private – che hanno potuto fare ben poco, visti i regolamenti a cui devono sottostare in materia di operazioni straordinarie. Su tutte, la vicenda di Enasarco, la cassa di agenti di commercio e consulenti finanziari, bloccata dagli attriti interni esplosi dopo il rinvio delle elezioni previste per Aprile al prossimo mese di Settembre (220.000 autonomi rimasti senza la promessa anticipazione del FIRR). 

In Europa e nel mondo, quasi tutti hanno fatto meglio di noi. In Germania, per esempio, il sistema di aiuti è stato gestito dai singoli stati federali. Chiunque, in quei giorni di Marzo, ha fatto accesso al portale per la richiesta delle indennità riservate ai residenti delle città, è stato tenuto aggiornato via email sulla propria posizione e sul proprio turno (una sorta di coda telematica) ed ha avuto il via libera in 72 ore con una semplice autodichiarazione di perdite subite per via del virus, ricevendo presso la propria banca, dopo altre 24-48 ore, la somma di 5.000 euro. Identica somma è stata erogata, con gli stessi tempi, alle PMI  fino a 5 dipendenti a tempo pieno, a cui si è affiancato il Fondo federale con altri 9.000 euro, per un totale di 14 mila (per le imprese tra 5 e 10 dipendenti, i fondi federali sono arrivati fino a 15.000 euro).

Peggio dell’Italia solo la Grecia, con un mini bonus di 400 euro per mezzo milione di disoccupati, mentre in Francia il bonus per autonomi e piccole imprese è stato pari a 1.500 euro. In Spagna il bonus è compreso tra 500 e 2.500 euro (anche per le piccole imprese), in Gran Bretagna 2.500 sterline (per tre mesi) ed in Belgio da 1.200 a 1.600 euro. Il sistema bonus viene applicato anche dall’Olanda, che ha erogato la somma di 1.500 euro ai professionisti e di 4.000 euro a fondo perduto per le piccole imprese.

Norvegia e Danimarca, invece, hanno assicurato rispettivamente l’80% delle entrate 2019 (trimestre su trimestre, da ripetere eventualmente per il trimestre successivo) e il 75% (stesso criterio), mentre la Svizzera non ha erogato bonus, ma ha assicurato a tutti gli aventi diritto credito bancario pressoché illimitato (con un tetto molto ampio a seconda del fatturato 2019), garantito al 100% dalla stato e restituibile al tasso dello 0,5% annuo in 5 anni.

Uscendo dall’Europa, gli Stati Uniti hanno erogato in quattro giorni un bonus  da 10.000 dollari alle piccole imprese e 600 dollari settimanali ai loro dipendenti, mentre alle famiglie sono andati (direttamente sul c/c) 2.400 dollari una tantum per i coniugi più 600 dollari settimanali per ogni figlio. Ad Hong Kong il bonus è stato pari a 1.200 dollari per ciascun residente e a 10.000 dollari per ogni piccola impresa.

Relativamente ai tempi di erogazione, l’Italia ha confermato la propria lentezza che già aveva creato enormi disagi alle categorie di lavoro dipendente, a causa dei tempi “biblici” (anche tre mesi) di erogazione della CIG. Relativamente alle partite IVA e alle piccole imprese, il nostro Paese è a metà classifica (in media 15 giorni), tra le 48 ore dell’Olanda ed il mese della Spagna, passando dai 5 giorni di Germania e Francia ed i 7 giorni del Belgio.

Su tutti, sorprende la generosità della Germania, ma non troppo: la forza economica attribuita dall’altissimo avanzo commerciale e, soprattutto, il più basso indebitamento statale consentono all’economia tedesca (così come a quella olandese) di poter erogare fondi di tale portata. Stessa cosa per Norvegia e Danimarca.

In definitiva, nonostante le attenuanti – prima esperienza di pandemia, dopo quelle viste al cinema nelle spy-stories – l’Italia si conferma un Paese fragile e debolmente organizzato, con episodi di mala amministrazione dell’emergenza al limite della civiltà (In Sicilia gli impiegati addetti alla lavorazione delle pratiche CIG hanno preteso, in piena emergenza, un premio di produzione per singola pratica).

Le stesse attenuanti, però, ce li hanno anche gli altri paesi europei e mondiali; eppure hanno tutti fatto meglio di noi.

Calcio italiano, la pandemia non fa bene. Modello di business in totale declino, ora spazio al “tifoso 3.0”

Dopo la pandemia servirà rafforzare l’azienda-calcio con nuovi progetti di inclusione sociale che rompino fruttuosamente con il passato, al fine di introdurre nuove politiche di incremento dei ricavi e dare stabilità al conto economico delle società di calcio. Modello italiano surclassato da Germania, Regno Unito e Spagna.

Di Alessio Cardinale

Il calcio in Italia non è solo lo sport più rappresentativo, ma soprattutto un comparto produttivo che muove, in condizioni normali, anche interessi economici di ampia portata, valutabili (tra valore complessivo della produzione , merchandising e servizi televisivi in abbonamento) in almeno 10 miliardi di euro ogni anno.

Eppure, l’aggregato finanziario dell’azienda calcio – ossia la sommatoria dei risultati di ogni singola società professionistica – sono fallimentari, e determinano l’impellente necessità di un mutamento generale del modello di business tradizionale (quello del “presidente mecenate”) ancora imperante. La sospensione dei campionati e la chiusura degli stadi a seguito della pandemia, poi, si rifletteranno inevitabilmente sui risultati economici del 2020 e soprattutto del 2021 (l’esercizio delle società di calcio si chiude al 30 Giugno di ogni anno, e non al 31 Dicembre).

Per spiegare la natura di questo contrasto tra altissimo grado di interesse degli utenti (i tifosi) e pessimi risultati aziendali, partiamo dai numeri. A livello sportivo in senso stretto, il pallone coinvolge 4,6 milioni di praticanti, con circa 1,4 milioni di tesserati per la FIGC (833.000 tesserati nelle squadre giovanili). Ogni anno in Italia si disputano circa 570.000 partite ufficiali (1.600 partite al giorno, una ogni 55 secondi), e questo dà una misura del fenomeno.

Notevole anche il grado di internazionalizzazione del calcio italiano, che normalmente produce un’audience mondiale (dati 2018) di circa 2 miliardi di telespettatori. In termini di fatturato, ciò si riflette sulla percentuale di contribuzione al risultato globale di settore: 4,7 miliardi di euro, pari al 12% del totale mondiale.

Nel dettaglio, il valore medio della produzione per una società di Serie A (dati 2018) è pari a quasi 154 milioni di euro, mentre in Serie B e in Serie C è pari rispettivamente a 18,6 e a 2,7 milioni (in Serie D circa 345.000 euro, ma a fronte di costi per quasi 372.000 euro). Caratteristica comune di tutte le società che giocano tra la serie A e la D è il forte squilibrio economico creato dal rapporto tra entrate e monte stipendi dell’area sportiva, che rimane purtroppo una costante: tra il 2007 ed il 2018 la perdita aggregata è stata pari a quasi 3,7 miliardi di euro, sebbene ci sia stata una leggera inversione di tendenza nel corso del biennio 2017-2019. Questo si ripercuote sui dati relativi al patrimonio netto aggregato, che a fine 2018 è pari a 490 milioni di euro, ma a fronte di un livello di indebitamento elevatissimo (quasi 4,3 miliardi di euro), che farebbe tremare le gambe a chiunque. 

L’introduzione del c.d. Financial Fair Play UEFA ha perseguito con un certo successo l’obiettivo di spingere i club a diminuire lo sbilanciamento tra costi e ricavi e ad investire maggiormente in attività sociali, negli stadi e nei centri sportivi, e soprattutto nei settori giovanili e nel calcio femminile, ma i risultati concreti tardano ad arrivare anche per grandi società come la Juventus, che oggi sembra persino valutare la cessione di Cristiano Ronaldo – stipendio di 36 milioni di euro a stagione – per far quadrare i conti.

Nonostante la crescita incoraggiante che si era verificata nel 2018 e 2019, la competitività economica della Serie A in confronto agli altri campionati europei, il massimo campionato italiano aveva fatturato circa 2,5 volte di meno della Premier League inglese, che aveva ormai superato i 5,7 miliardi di euro di fatturato netto. Anche la Bundesliga tedesca e la Liga spagnola facevano meglio dell’Italia, che peraltro sconta ancora una profonda arretratezza  relativa sia al profilo infrastrutturale che al livello di servizi offerti all’interno dei vetusti impianti sportivi italiani, che richiedono un urgente processo di aggiornamento e ammodernamento. Purtoppo, il lockdown per gli stadi – massima espressione di assembramento – non è mai finito, e ciò determina il venir meno dei ricavi da stadio, che in Italia rappresentano circa il 25% del valore della produzione (cioè il fatturato), fino a quando verrà il momento di riaprirli (marzo 2021?).  

Relativamente alle perdite aggregate degli ultimi 5 anni, queste sono pari a quasi 1,7 miliardi, mentre le serie maggiori tedesche e spagnole producono regolarmente profitti ad ogni stagione (la serie A inglese ha chiuso la stagione 2018-2019 con quasi un miliardo di sterline di utili), e grazie a ciò avranno la possibilità di superare con minori difficoltà il periodo della pandemia rispetto all’Italia, dove si aggiunge un forte grado di sotto-patrimonializzazione (il patrimonio è pari al solo 10% del monte debiti). Tanto per fare un paragone con i nostri vicini, il calcio tedesco ha un capitale che vale il 40% del debito, quello spagnolo il 25% e quello inglese il 36%.

La sommatoria di questi dati ci fa capire come il sistema del calcio professionistico italiano oggi richieda un potenziamento della visione strategica di lungo periodo, la sola capace di determinare i cambiamenti già avvenuti con successo negli altri paesi europei prima dell’apparizione del Coronavirus.

In particolare, le linee di indirizzo, individuate in funzione della sostenibilità economica e organizzativa di ciascuna società, dovranno essere le seguenti:

– contenimento dei costi legati alla gestione calciatori;

– potenziamento del settore giovanile;

– investimenti nel calcio femminile;

– strutturazione di una moderna ed efficace gestione delle attività di scouting;

– valorizzazione/sviluppo del brand, e l’individuazione di nuove linee di ricavo;

– censimento e profilatura dei tifosi e attività di sviluppo della c.d. fan base;

– nuove politiche di marketing, indirizzate ad aggregati della tifoseria;

– investimenti in infrastrutture proprietarie;

– cultura aziendale incentrata su valori condivisi da dipendenti, calciatori e personale tecnico;

– potenziamento delle attività di comunicazione esterna e di coinvolgimento territoriale.

Pertanto, non è più sufficiente fermarsi all’aspetto squisitamente sportivo del calcio: le società devono oggi essere riconosciute dalla Società Civile come una vera istituzione locale, che abbia la prerogativa di formare giovani (e meno giovani) dal punto di vista socio-culturale, operando all’interno di un ambiente sereno e rispettoso dei valori che solo una lunga tradizione sportiva è in grado di trasmettere.

L’obiettivo è quello di identificare il proprio brand con un nuovo concetto di “cittadinanza sportiva”, da realizzare tramite processi di partnership con aziende del settore, enti pubblici, le scuole e le famiglie. Dopo la pandemia servirà rafforzare l’azienda-calcio con nuovi progetti di inclusione sociale, che rompino fruttuosamente con il passato, al fine di introdurre politiche di incremento dei ricavi (non solo “da stadio”) e dare stabilità al conto economico delle società di calcio.

Per meglio comprendere i cambiamenti da attuare, è bene partire dalle basi. L’attuale modello di Business delle squadre di calcio italiane professionistiche può essere suddiviso in due principali filoni: a) quello B2C (“Business To Consumer”), ossia dell’offerta ai propri clienti/tifosi finali (partecipazione alle competizioni calcistiche, prodotti ufficiali legati al proprio brand); e b) quello B2B (“Business To Business”), cioè dell’offerta di spazi pubblicitari ad investitori, attratti dalla visibilità che la passione dei tifosi può garantire, e della vendita dei diritti televisivi a broadcaster a loro volta interessati a rivendere il “prodotto calcio” sia ad investitori pubblicitari che ai tifosi attraverso gli abbonamenti alle pay tv. A questo modello corrispondono oggi due categorie di appassionati: il “tifoso 1.0”, ossia quello che ama andare allo stadio, ed il “tifoso 2.0”, cioè quello che preferisce vedere le partite in TV, comodamente da casa, magari con gli amici. Le due categorie, peraltro, coincidono in termini di fruizione dei servizi televisivi in occasione delle partite fuori casa, pertanto non esiste un confine perfetto tra la prima e la seconda tipologia di tifoso.

A livello tecnico sportivo, il secondo filone (“B2B”) si realizza anche attraverso la compravendita di calciatori, in occasione della quale le squadre con un importante settore giovanile realizzano plusvalenze anche di grande entità. Il management, al fine di dare stabilità a questi introiti c.d. straordinari, dovrà sviluppare annuali programmi di investimento nello Scouting, capaci di intervenire “in anticipo” – e quindi con minori costi di acquisizione – lungo l’arco della catena distributiva dei calciatori, nonchè costituire una squadra in grado di assicurare negli anni la permanenza nelle serie professionistiche.

Secondo la nuova visione strategica dettata anche dalla pandemia, pertanto, gli obiettivi di una società di calcio, prima ancora che commerciali, non potranno che essere “socio-istituzionali”, utili cioè a far penetrare ancora più in profondità l’immagine della squadra nel tessuto sociale di riferimento: Famiglia, Scuola, enti locali, Terzo Settore e, naturalmente, mondo dello Sport. Le società dovranno saper dialogare e relazionarsi con tutti gli interlocutori sociali, dalle istituzioni politiche alle comunità territoriali, ai quali dovranno essere restituiti valori di responsabilità sociale.

Promuovere il concetto di territorialità, per un Club calcistico, vuol dire offrire agli appassionati un “prodotto di qualità” che non si identifica soltanto con i risultati sportivi. Infatti, esiste tutta una serie di attività finalizzate ad accrescere la fedeltà dei propri sostenitori e ad aumentare il numero di quelli nuovi, lavorando con le famiglie e la comunità nel suo complesso. I club, per metterle in atto, devono essere in grado di sfruttare il potere di attrazione che esercita la partita (“Il Match”), quella che in inglese si definisce la Match Day Experience, per migliorare e “amplificare” l’esperienza-stadio attorno alla quale far ruotare le proprie azioni di marketing.

Le famiglie oggi rappresentano il target ideale delle società di calcio, sebbene il loro coinvolgimento si fermi troppo spesso a semplici offerte di promozioni, e non si estenda al mondo dei bambini e delle scuole. E’ questo il “Tifoso 3.0”: non più una singola persona da coinvolgere, bensì un intero nucleo, all’interno del quale coesistono contemporaneamente notevoli differenze tra un componente ed un altro (uomo, donna, bambino, adolescente, anziano), tutti tenuti insieme all’interno di un unico “contenitore” fisico (l’impianto, la stadio-esperienza) che continua ad emozionare anche nei giorni successivi alla gara precedente.

Basare l’offerta-calcio sul ruolo del tifoso 3.0 consentirà di vendere il prodotto-calcio, nel periodo successivo alla pandemia, sotto forme più diversificate: ingressi, abbonamenti TV, merchandising, abbigliamento, abbigliamento sportivo, formazione, cosmetici e profumi, auto e motoveicoli; e questo rivolgendosi contemporaneamente a differenti target: uomini, donne, bambini, adolescenti e anziani.

Questo approccio potrà determinare uno “scollamento” – meglio dire una decorrelazione – tra i risultati economici di una società di calcio ed i risultati della sua squadra nel campo da gioco, il cui legame indissolubile, fino ad oggi, ha segnato ineluttabilmente l’andamento dei ricavi (e spesso anche le sfortune) di moltissime società.

Il Fatto Quotidiano, i fattoidi e l’ideologia contro i consulenti finanziari

Perché il Fatto Quotidiano si accanisce contro i consulenti finanziari? Quando le ideologie scarseggiano, l’informazione spesso le crea dal nulla, lanciando false teorie prive di qualunque fondamento scientifico, ma ripetute con una certa regolarità da soggetti scarsamente autorevoli e molto disponibili.  

Di Alessio Cardinale*

Qual è la differenza tra Teoria e ideologia? La prima è sorretta da studi, statistiche e ricerche effettuate con estrema razionalità da studiosi autorevoli (i teorici) nel corso degli anni; e quando viene annunciata pubblicamente, la Teoria deve anche dimostrare, con stime e risultati inconfutabili, l’esistenza di un certo fenomeno (sociale, economico, naturale etc), in base al quale i c.d. decisori – i governi, le democrazie parlamentari e gli organismi mondiali – adotteranno (o meno) scelte a beneficio della Collettività. La seconda, invece, è basata su idee elaborate strumentalmente da una piccola cerchia di soggetti (gli ideologi), affatto interessati allo studio di un fenomeno ma dotati di una certa posizione di potere, grazie alla quale sfruttano gli elementi non razionali (emozioni e sentimenti collettivi) della comunicazione e riescono così ad orientare l’opinione di certe fasce di popolazione.

In pratica, mentre le prime servono a trasferire “conoscenza utile” a chi deve risolvere problemi pratici, le seconde “….servono a risolvere l’incertezza e a soddisfare l’umano bisogno di comprendere e prevedere ciò che accade, per fronteggiare l’ansia e mantenere l’autostima. La conferma della propria ideologia aumenta il senso di sicurezza, la disconferma provoca invece ansia e accresce il senso di vulnerabilità. Quando l’ideologia è in pericolo, le persone che credono in essa si impegnano per riaffermarla…” (Chiara Volpato).

Non è superfluo aggiungere che, storicamente, le teorie sono state sempre uno strumento proprio delle democrazie, mentre le ideologie esclusivo appannaggio delle peggiori dittature. Entrambe, però, trovano un comune denominatore nell’Informazione e nei media, di cui hanno bisogno per propagarsi e sopravvivere nel tempo.

In Italia, l’Informazione non è esattamente “libera e indipendente”, ma asservita a gruppi di potere che fanno a gara per possedere i maggiori organi di stampa con cui influenzare l’opinione pubblica. Pertanto, al netto dei piccoli editori, i media italiani sono particolarmente sensibili alle ideologie, con le quali riescono a creare il terreno per raggiungere obiettivi di natura politica e, a cascata, proteggere interessi di natura economica. E quando le ideologie scarseggiano o non sono più efficaci, l’Informazione italiana le crea dal nulla: è sufficiente lanciare una “falsa teoria” – priva, cioè, di qualunque fondamento scientifico – nutrendola di singoli episodi (che non costituiscono fenomeno a sé stante), e poi farla ripetere a soggetti per niente autorevoli, ma molto disponibili, con una certa periodicità, al fine di mantenere alto il livello di attenzione dell’opinione pubblica su alcuni c.d. fattoidi (“notizie prive di fondamento, ma diffuse e amplificate dai mezzi di comunicazione di massa al punto da essere percepite come vere”) attribuiti agli “avversari” di turno, i quali di solito appartengono ad una intera categoria di individui avente interessi in contrasto con il gruppo di potere a cui l’ideologia è asservita.

In sintesi, si tratta di garantire basse questioni di interesse e/o di potere, e non del rispetto di alti principi.

Beppe Scienza

Da qualche anno, con una certa regolarità, il Fatto Quotidiano sferra attacchi di matrice ideologica (e non teorica) ai consulenti finanziari, e lo fa ospitando i contenuti scritti da soggetti autoreferenziali, di scarsa autorevolezza, però molto disponibili, i quali, in cambio di immeritata visibilità, sparano a zero contro l’intera categoria professionale dei professionisti della finanza. Degli attacchi del prof. Beppe Scienza sul Fatto Quotidiano ci siamo occupati in passato ed anche di recente, per cui non è il caso di impiegare altro tempo. Lo scorso 8 Agosto, però, è stato il turno del dottor Vincenzo Imperatore, “consulente di direzione, giornalista e saggista”, come si definisce lui stesso, il quale ha in comune con il prof. Scienza l’uso di una terminologia volutamente dispregiativa verso i consulenti finanziari, definiti ora “promotori” (vecchia denominazione), ora “venditori porta a porta” (come i piazzisti di enciclopedie o di aspirapolveri di un tempo) oppure “consulenti-squalo”.

Nel suo articolo dal titolo “Basta ai continui cambi di casacca dei consulenti finanziari!”, Vincenzo Imperatore mostra di sapere utilizzare bene la “tecnica del fattoide”, ammantando di negatività quelli che lui definisce “cambi di casacca” i quali, invece, altro non sono che l’esercizio di un sacrosanto diritto di qualunque professionista al cambiamento ed al miglioramento delle proprie condizioni lavorative ed economiche, nel rispetto delle norme che regolano il mercato del lavoro.

Vincenzo Imperatore

In particolare, Imperatore inventa due fattoidi; il primo è sintetizzato nella frase “…Se il vostro consulente finanziario cambia casacca e passa a lavorare per un’altra banca, fate attenzione! Perché lui, in tal caso, guadagna un bel po’ di soldini (“premio di ingaggio”) dal nuovo intermediario per effetto del trasferimento del suo patrimonio gestito (……) e voi vi potreste trovare nella condizione di dover sostenere pro-quota, senza accorgervene, quel costo….”. In questo caso, il fattoide (falso come una banconota da due euro) è il seguente: “i clienti del consulente che va a lavorare per un’altra banca dovranno sostenere il costo del premio di ingaggio”. La realtà, invece, è esattamente opposta: in occasione di un “cambio di casacca”, il consulente sopporterà il rischio di perdere parte della clientela che si è guadagnata con il sudore della fronte, e la banca “ricevente” dovrà investire interamente, nel nuovo collega, le somme relative al premio di ingaggio, che nei successivi due o tre anni peseranno sul suo conto economico. Il cliente, dal canto suo, non pagherà proprio niente, nè direttamente, nè indirettamente. Infatti, per avere successo nel trasferire clientela alla nuova banca, il consulente dovrà proporre condizioni migliorative anche in termini di costi e commissioni (sennò il cliente potrebbe non seguirlo, mica è fesso).

Andiamo al secondo fattoide: “…i consulenti finanziari sono i venditori “porta a porta” di prodotti finanziari, liberi professionisti (…) che possono però collocare solo i prodotti della banca a cui sono legati da un vincolo monomandatario. Il promotore finanziario non può dunque vendere i prodotti di un altro istituito…”. Questa affermazione, se andava bene venti anni fa, oggi suscita solo ilarità. Imperatore, infatti, dovrebbe sapere bene che tutte le banche reti – proprio tutte, nessuna esclusa – lavorano con un modello di business definito “ad architettura aperta”, e cioè caratterizzato dalla distribuzione alla clientela di prodotti di case terze, non aventi alcun legame con la società mandante, e dalla fortissima limitazione – persino inesistenza – dei c.d. prodotti di casa. Ed è proprio tale architettura aperta che consente al consulente,  in occasione del passaggio ad altra banca, di effettuare il trasferimento del portafoglio senza neanche toccare i singoli investimenti dei clienti, con una semplice procedura di “cambio gestore” che evita il disinvestimento ed il successivo reinvestimento.

Tralasciando altri fattoidi “secondari” che comunque abbiamo annotato, sui primi due Vincenzo Imperatore costruisce un articolo che, per qualità ed approfondimento, solo il Fatto Quotidiano avrebbe potuto pubblicare.

Ma chi è Vincenzo Imperatore?

Secondo le informazioni scritte da lui stesso su Internet, “…ho  vissuto 22 anni come manager di un primario istituto di credito del nostro paese (…). Nel 2012 ho scelto la strada della libera professione e oggi sono titolare di Imperatore Consulting (….). (Nei suoi libri) ..per la prima volta un ex manager bancario offre la sua testimonianza per svelare i segreti, le strategie e gli scandali avvenuti nelle “segrete stanze” delle banche che hanno distrutto il risparmio degli italiani e frenato lo sviluppo economico…”.

Pertanto, dopo aver partecipato in prima persona al grande banchetto degli utili bancari del periodo storico che termina nel 2008, Imperatore improvvisamente ha una crisi di coscienza dal sapore mistico, “si pente” e poi si scaglia contro l’intero sistema, ergendosi a paladino della italica clientela. Tutto questo, però, dopo aver incassato la liquidazione da ex manager (che immaginiamo sostanziosa) dalla banca per cui lavorava.

In considerazione del profondo pentimento che lo ha portato ad uscire, in un impeto dell’anima, da quell’ambiente “immondo” che oggi attacca a tutto spiano, ci si sarebbe aspettati che vi rinunciasse, alla liquidazione, e che magari restituisse anche i ricchi premi di produzione ed i benefits da manager acquisiti nei 22 anni in cui era stato “traviato” dal “demonio bancario”. Ma come si fa a dimenticare il primo amore? Egli è stato (recensione di Amazon) “… per vent’anni nelle direzioni operative di alcuni tra i più blasonati istituti di credito italiani. Prima e dopo la crisi economica. La sua testimonianza svela i segreti, le strategie e i maneggi delle banche a danno del correntista. I costi eccessivi caricati sui conti (…). La moltiplicazione delle commissioni. Il ricatto psicologico dietro le richieste di rientro (…). Le procedure di calmierazione reclami per i clienti che si accorgono di movimenti strani sul conto e minacciano di chiuderlo (“Noi lo chiamavamo sistema 72H”, ricorda Imperatore). Le tecniche per piazzare un diamante, una polizza assicurativa o un derivato (“Ci garantivano una redditività enorme”)…”.

Quindi Imperatore aveva, per sua stessa ammissione, le mani in pasta, per così dire; salvo poi “pentirsi”. Ma 22 anni di partecipazione attiva – in qualità di manager/testimone che “sa tutto ed ha le prove”  – ai maneggi delle banche ai danni dei correntisti, il dottor Imperatore come intende espiarli? Forse rifacendosi una verginità al Fatto Quotidiano dopo aver cambiato la casacca da dirigente di banca con quella di consulente/giornalista?

Il sogno dei “giornalisti-squalo” (e probabilmente del Fatto Quotidiano), stile Beppe Scienza e Vincenzo Imperatore, sembra essere unicamente quello di vedere scomparire il sistema delle banche-reti dal mercato. E questo ci fa legittimamente sospettare che dietro i loro attacchi ci sia un disegno preciso, di cui Scienza e Imperatore sembrano essere soltanto compiacenti esecutori.

Fortunatamente, avere il titolo di professore o di consulente di direzione non fa di loro dei bravi giornalisti, né li rende credibili; così come non è sufficiente, per il Fatto Quotidiano, rinunciare al finanziamento pubblico all’Editoria per essere un buon giornale, distante da approcci ideologici e da banalissimi interessi di parte.

Bond o azioni, chi ha ragione? Mercati finanziari a due facce, una rivolta al passato e l’altra al futuro

I mercati appaiono divisi. Mentre il Nasdaq Composite svetta a +22.70% da inizio anno, i titoli governativi indicano una grave recessione. Il “risk free” non esiste più, si tratta solo di scegliere il tipo di rischio con il quale ci si sente più a proprio agio.

Di Andrea De Gaetano, Analista Finanziario indipendente  

I mercati appaiono divisi, come Giano Bifronte, la divinità romana con due volti: uno rivolto al passato, l’altro al futuro. Il Nasdaq Composite, che svetta a +22.70% da inizio anno, guarda al futuro, confortato dai risultati dei giganti tecnologici superiori alle attese, fiducioso nella prossima scoperta di un vaccino per il Coronavirus, galvanizzato dalle vendite on-line.  

I titoli governativi guardano al passato degli ultimi tre mesi e indicano una grave recessione, confermata dai dati catastrofici sui PIL mondiali, i peggiori dal dopoguerra. Di conseguenza, la disoccupazione esplode, mentre le trimestrali delle aziende della Old Economy presentano cali a doppia cifra sia di profitti che di utili.

Gli investitori, sostenuti dalle banche centrali e alla ricerca di porti sicuri, si sono arroccati nei bond governativi, con rendimenti collassati a 0.53% sul T-Note decennale USA e Bund tedeschi a -0.55%, ancora più bassi di un mese fa.

Il settore dei bond High Yield USA, in scia al recupero dell’azionario, ha registrato il miglior mese da ottobre 2011 (+4.78%), recuperando buona parte dei cali di marzo e aprile. I bond High Yield USA oggi rendono il 5.29% più dei Treasury: rendimenti calati, ma decisamente più alti dei livelli pre-Covid di febbraio, quando rendevano circa il 3.30% più dei Treasury, e questo significa che c’è ancora stress nelle aziende più indebitate del settore energetico USA.

I mercati azionari europei chiudono il mese di luglio sostanzialmente invariati rispetto al mese scorso, mentre i mercati USA chiudono il mese in rialzo, +4.71% l’indice S&P500, aiutati dal ribasso del dollaro, che ha perso quasi il 5% in luglio, il più forte calo mensile in un decennio. L’oro, invece, ha accelerato al rialzo, in direzione opposta ai rendimenti dei treasury bond.

Insieme alle notizie quotidiane relative all’aumento dei casi di Coronavirus negli Stati Uniti, arriva anche quella del PIL USA in calo del 32.9% su base annua nel secondo trimestre 2020, dopo un primo trimestre al passo del -5%. Peraltro, repubblicani e democratici faticano a trovare un accordo sul quinto pacchetto di stimoli all’economia, e su tutto svetta l’incertezza elettorale delle presidenziali di Novembre.

Il mercato del lavoro USA mostra un parziale recupero, con il tasso di disoccupazione sceso dal 14.7% di aprile all’11.1% di giugno e 7,3 milioni di nuovi posti di lavoro tra maggio e giugno, dopo una perdita di 20,5 milioni in aprile. Meglio del previsto, ma la situazione è terribile: in febbraio, pre-Covid, il tasso di disoccupazione era al 3.5%.

Jerome Powell, nella conferenza stampa della FED mercoledì 29 luglio, ha detto che il Covid ha creato uno shock disinflazionistico, cosa che giustifica una politica monetaria molto accomodante e i tassi d’interesse invariati a 0-0.25%.

L’inflazione USA in giugno 2020 si è attestata a 0.6%, zavorrata dalla componente energetica. Al netto di alimentari ed energia, l’inflazione USA è all’1.2%.

Il calo del PIL è stato molto severo anche in Europa. Eurostat stima un calo del PIL area euro del 12.1% nel secondo trimestre 2020, il peggior dato dal 1995, da quando vengono registrate le serie storiche Eurostat.

L’inflazione europea ha sorpreso al rialzo, in salita allo 0.4% in luglio dallo 0.3% di giugno e dallo 0.1% di maggio. Al netto di alimentari ed energia, l’inflazione europea è all’1.3%. Il mercato, spaventato dalla pandemia, si aspettava un crollo dei consumi che c’è stato, ma le misure di stimolo fiscale e monetario da parte di Governi e banche centrali in tutto il mondo hanno forte potenziale inflazionistico. L’oro è salito anche per questo.

Sul fronte della disoccupazione, quella europea è al 7.8% in giugno, dal 7.7% in maggio. In Europa, il driver dei mercati è stato l’accordo sul Recovery Fund. Il colpo d’ala dell’Europa, una volta tanto, ha creato euforia sull’euro, risalito nei confronti della principali valute, fino alla soglia di 1.20 con dollaro. Anche le borse europee hanno complessivamente recuperato, nonostante abbiano chiuso il mese di luglio sottotono.

Ricompattata l’Europa dall’emergenza Coronavirus, si sono accorciate le distanze tra i cosiddetti “Paesi frugali”, contrari all’accordo, (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia), ed il resto d’Europa. Ne è scaturito un accordo che prevede un fondo di 750 miliardi, di cui 360 miliardi di finanziamenti a fondo perduto e 390 di prestiti. La Commissione Europea reperirà fondi sui mercati, con emissioni di bond garantiti dal bilancio europeo.

Secondo la BCE (Bollettino Economico del 30 luglio), ci sono chiari segnali di ripresa nell’attività economica dell’area Euro, sebbene a livelli ancora inferiori a quelli pre-Covid.

In Cina, nel secondo trimestre, il PIL è salito del 3.2% rispetto all’anno scorso, recuperando dalla contrazione con la fine del lockdown e le misure di stimolo all’economia. La produzione industriale è cresciuta del 4.8% rispetto a un anno fa, espandendosi per il terzo mese consecutivo. Le vendite al dettaglio sono scese dell’1.8% sull’anno, molto peggio delle attese, dopo un calo del 2.8% in maggio.

Se confrontiamo i rendimenti di Titoli di Stato USA, Cina, Italia, quelli cinesi (massimo rating) rendono 20 volte di più dei Titoli di Stato USA sulla scadenza a 1 anno (2.23%), e quasi 6 volte tanto sulla scadenza decennale (2.96%). I BOT italiani a un anno hanno rendimento negativo (-0.2%), il BTP decennale 1.065%. Grandi capitali hanno iniziato a muoversi con l’inclusione della Cina nel paniere MSCI world e dello yuan nelle riserve monetarie mondiali.

Siamo all’inizio di una nuova era?

I mercati azionari cinesi che rappresentano la Cina continentale, CSI300 (+8.52% YTD) e Shanghai SE Composite (+14.61% YTD), hanno registrato le migliori performance al mondo da inizio anno, dopo Nasdaq 100 e Composite. In un contesto straordinario da pandemia, i mercati si stanno comportando in modo anomalo, mostrando divergenze estreme fra settori azionari: i big della tecnologia come Amazon su nuovi massimi storici, e i titoli industriali tradizionali (come linee aeree, energetici, banche) che quotano a valori dimezzati rispetto a inizio anno.

“Mind the gap!” ammonisce il Financial Times, notando la differenza di performance fra i migliori 5 titoli dell’S&P500 e il resto del mercato.

Altra divergenza estrema l’andamento fra S&P500 sui massimi e rendimenti Treasury sui minimi. In un’economia sana, in espansione, l’azionario sale e anche i tassi tendono a salire con la richiesta di credito e nuovi investimenti da parte di aziende e privati. Oggi sta accadendo il contrario: rendimenti bond sui minimi, borse in volata. Lo spread, però, tende a chiudersi nel tempo; pertanto, i rendimenti dei bond dovrebbero risalire e/o azionario scendere.

Da notare anche il forte gap di performance tra mercati azionari europei e mercati USA: l’indice S&P500, dopo una folle altalena, è a + 1.25% da inizio anno, mentre l’indice Eurostoxx 600 è in calo del 14.30% (l’italiano FTMIB è in calo del 18.78% nello stesso periodo). Ci si chiede, quindi, se questo gap di performance USAEuropa verrà chiuso grazie a un recupero dell’Europa o ad un calo di quello USA. La seconda ipotesi appare più probabile, ma mancano maggiori conferme.

Segui la pillola informativa di Andrea De Gaetano sui bond cinesi – LeFonti.tv

Generalmente, i mercati deboli tendono ad anticipare la discesa. Fu così anche nel 2007, quando il mercato italiano anticipò la discesa degli altri mercati di circa 6 mesi, con l’indice FTMIB che segnò i massimi a maggio 2007 e iniziò una discesa da cui non si è mai completamente ripreso, mentre l’indice S&P500 segnò i massimi in ottobre 2007. Pertanto, la corsa straordinaria dell’azionario globale iniziata a metà marzo suggerisce adesso una pausa di consolidamento, già verificata sui mercati azionari europei che hanno chiuso deboli il mese di luglio.

C’è da dire che l’azionario USA è più forte (+5.51% dal 30 giugno al 31 luglio) anche grazie all’indebolimento del dollaro. Infatti, per l’investitore europeo, al netto della svalutazione del dollaro, la performance dell’indice S&P500 dal 30 giugno al 31 luglio è +0.61%.

Anche BCE e FED si sono prese una pausa prima di decidere nuovi stimoli (si vedrà in settembre, il 10 la BCE e il 16 la FED). Passate le trimestrali e scontati nei prezzi gli ottimi risultati dei giganti tech USA, l’incertezza delle presidenziali USA riprenderà la scena, insieme alla nuova Guerra Fredda fra USA e Cina.

Nelle more, meglio fare attenzione all’indice VIX, noto come indice della paura: livelli superiori a 20 tendono ad associarsi a mercati più turbolenti (fu così tra 1998 e il 2003). In marzo 2020, il VIX ha superato quota 80, per tornare a quota 24.46 di venerdì 31 luglio. Nuova opportunità in vista di acquisto put sull’indice S&P500? Non dovrebbe mancare molto, dal momento che si prevedono stime molto negative per gli utili aziendali USA per la seconda metà del 2020.

andreadegaetano@outlook.com

In definitiva, a partire dagli anni 2000 prendere un aereo è diventato più economico ma più impegnativo, prima con la paura del terrorismo, oggi del Coronavirus. Allo stesso modo, prendere posizione sui mercati è diventato più complesso: grandi opportunità, grazie all’accessibilità ai mercati in tutto il mondo, e costi di negoziazione scesi con il progresso tecnologico; ma l’asticella del rischio/rendimento si è spostata verso l’alto, costringendo gli investitori ad assumere più rischi per guadagnare. Soprattutto gli investitori europei, che devono fare i conti con titoli di stato a rendimenti sotto zero.

Il “risk free” non esiste più. Si tratta solo di scegliere il tipo di rischio con il quale ci si sente più a proprio agio.

Compro casa, faccio da solo o mi faccio aiutare? Costi e benefici delle agenzie immobiliari

Il ruolo dell’agente immobiliare oggi è più conosciuto presso tutte le fasce sociali, e la sua attività di intermediazione non viene più considerata semplicemente come “un costo in più”. Le compravendite online in autonomia riescono solo a chi ha molto tempo a disposizione. Per i clienti c’è anche la detrazione del 19% sul compenso pagato all’agenzia. 

Quando qualcuno inizia un percorso finalizzato all’acquisto o alla vendita di un immobile, la prima domanda che ci si pone è se rivolgersi ad un’agenzia o procedere autonomamente. Non sono pochi coloro che tentano la strada delle vendita diretta, grazie ai siti specializzati di compravendita immobiliare, ma in generale il ricorso ad un agente immobiliare non è più un tabù come trenta o quaranta anni fa.

Anche perché, presto ci si rende conto che gestire una vendita attraverso Internet, dalla scrittura di un annuncio efficace, al suo posizionamento (a pagamento) in evidenza, e poi alla gestione degli appuntamenti, è una attività che richiede del tempo, a chi generalmente tempo non ne ha (o ne ha molto poco, magari solo nei fine settimana, rallentando così l’attrattività del proprio immobile sul mercato).

Il ruolo dell’agente oggi è più conosciuto presso tutte le fasce sociali, e la sua attività di intermediazione non viene più considerata semplicemente come “un costo in più”. Infatti, analizzando i pro e i contro del suo compenso provvigionale, il bilancio è certamente positivo. Basti pensare che egli è in grado di far vivere con la giusta serenità l’esperienza della vendita (o dell’acquisto o locazione), mettendo sulle sue spalle ogni adempimento e attività necessarie, a partire dalla valutazione dell’immobile secondo valori di mercato analitici ed oggettivi.

Anche la stessa preparazione della documentazione relativa all’immobile, per chi non è abituato, può essere un elemento di difficoltà, anche per via delle frequenti complicazioni burocratiche che disseminano di insidie il percorso – si pensi, ad esempio, all’assenza del certificato di abitabilità, spesso mancante per distrazione o noncuranza, da reperire poi presso gli uffici preposti del comune di residenza. L’agenzia immobiliare, invece, effettua una serie di controlli per accertare la conformità catastale, l’eventuale presenza di ipoteche o diritti di superficie, acquisendo anche le informazioni relative alla provenienza (ovvero come il proprietario ne è venuto in possesso).

Insomma, l’agente immobiliare mette l’utente, sia esso venditore o acquirente, al riparo da brutte sorprese e dal rischio di truffe, accertando e raccogliendo la documentazione dell’immobile a tutela dell’acquirente e filtrando le persone che entreranno in casa del venditore, accertandosi in anticipo che l’immobile risponda, il più possibile, alle esigenze di chi deve comprare.

Non secondaria è la promozione pubblicitaria, che insieme alla selezione degli acquirenti e alla gestione degli appuntamenti rappresenta il “cuore operativo” dell’attività di compravendita. A questi si aggiungeranno la gestione del rapporto (mediazione) tra i clienti, ed il rapporto con il notaio incaricato per stipulare l’atto di compravendita. Identica cosa, a parte il notaio, può dirsi in caso di assistenza ai propri clienti per i contratti di locazione.

La modulistica o formulari utilizzati dall’agente immobiliare sono un altro elemento importante da non sottovalutare. L’assenza di clausole vessatorie, l’assenza di penali, la trasparenza e la completezza di informazioni, costituiscono alcuni degli elementi fondamentali, che le grandi reti nazionali di mediazione immobiliare – come Tecnocasa, Tecnorete o altre ancora – riservano alla propria clientela, monitorando costantemente gli affiliati e supportandoli con un pool di tecnici e professionisti specializzati.

In via generale, è importante sottoscrivere un incarico o una proposta sempre in forma scritta; solo così l’agenzia potrà garantire servizi e attività, per regolare il rapporto tra sé e i clienti, e tra i clienti stessi, nel momento in cui viene formulata la proposta d’acquisto, la quale, una volta accettata dal venditore e comunicato ciò all’acquirente, costituisce un vero e proprio preliminare impegnativo per le parti.

Nel mandato all’agenzia, l’esclusiva non è obbligatoria, ma l’esperienza insegna che gestire il rapporto con più mediatori: a) non velocizza i tempi di vendita, b) crea eccessiva competizione, duplicando (ed anche triplicando) il numero di visite “improduttive”, e c) spesso riserva al cliente un trattamento “minimale”, privo quasi del tutto di attività promozionale.

Il compenso dell’agenzia immobiliare è pari ad una percentuale del prezzo d’acquisto dell’immobile, e deve essere pagata sia dall’acquirente che dal venditore. La normativa non stabilisce esattamente a quanto debba ammontare la provvigione, pertanto essa può variare da regione a regione e da città in città. In media, comunque, venditore e compratore  pagano il 2-3% del prezzo di vendita, ma queste percentuali possono salire sensibilmente a seconda dei casi. Nelle grandi città, per esempio, si arriva anche al 5% e più, a seconda del valore di compravendita: più basso è il valore, più alta sarà la percentuale.

Esiste, comunque, una guida pubblicata dalle Camere di Commercio, che non è vincolante ma sintetizza le tariffe consuetudinarie nella zona in cui è stato messo in vendita l’appartamento.

In ogni caso, le parti sono libere di negoziare il prezzo della provvigione, sebbene le reti nazionali più conosciute tendano a fare osservare le stesse percentuali in tutto il territorio nazionale.

Dal punto di vista fiscale, i compensi pagati a soggetti di intermediazione immobiliare per l’acquisto di un immobile da adibire ad abitazione principale sono detraibili nella misura del 19%, entro un anno dall’acquisto, per un importo massimo di 1000 euro. Si può usufruire della detrazione se l’acquisto dell’immobile è effettivamente concluso, ed in caso di stipula del contratto preliminare, per poter usufruire della detrazione è necessario aver regolarmente registrato il compromesso.

La detrazione spetta a condizione che l’immobile acquistato sia adibito ad abitazione principale, intendendosi per quest’ultima quella nella quale il contribuente o i suoi familiari dimorano abitualmente.

La detrazione spetta esclusivamente all’acquirente dell’immobile; il venditore, pertanto, non può beneficiare della detrazione anche se ha corrisposto regolarmente la provvigione all’intermediario immobiliare.

Infine, se l’unità immobiliare è acquistata da più persone, la detrazione (sempre nel limite di 1000 euro) va ripartita tra i comproprietari in base alla percentuale di proprietà, ed il beneficio può essere attribuito qualora la fattura risulti intestata almeno a uno dei proprietari. 

Finanza e industria delle armi, ovvero la “grande fuffa” degli investimenti etici. 10 titoli azionari da evitare

Risolvere il rebus se siano nate prima le armi e poi le guerre, o viceversa, è perfettamente inutile: si tratta delle facce di una stessa moneta, e non ci sarà soluzione finchè nessuno si farà carico di decisioni coraggiose e molto costose in termini di risorse finanziarie mondiali.

Di Massimo Bonaventura

In un mercato finanziario così proteso, soprattutto a livello di marketing, verso la diffusione degli investimenti c.d. sostenibili, suona strano come quasi nessuno persegua con uguale determinazione l’obiettivo della graduale conversione dell’industria degli armamenti in produzioni pacifiche.

I sostenitori più accaniti dell’Eco-Sostenibilità, infatti, pare si fermino alle energie rinnovabili, ai cambiamenti climatici, alla fame nel mondo, e più recentemente – per i noti motivi – alla salute ed ai sistemi sanitari. Nobilissimi temi – per carità – ma di fronte a quello della produzione di armi (ed il Coronavirus potrebbe tranquillamente essere una di queste, almeno fino a quando il velo di omertà sulle sue origini non verrà a cessare), tutto tace, salvo qualche rara dichiarazione di principio sul disarmo nucleare.

Peccato che, nel mondo, si muore soltanto di armi c.d. convenzionali, avendo fortunatamente relegato le testate nucleari, dopo Hiroshima, al ruolo di deterrente strategico “onorario” nelle due guerre fredde che si combattono dal secondo Dopoguerra: USA vs URSS fino a Gorbaciov, USA (sempre loro) vs Cina al giorno d’oggi.     

Nel frattempo, mentre all’ONU si continua a perdere tempo ed a creare fulgide carriere politiche, gli Stati Uniti consolidano la loro leadership mondiale di esportatori di armi, raddoppiando la distanza con la Russia, che oggi risale al secondo posto per via delle richieste provenienti dai clienti del Medio Oriente. L’Italia, nel 2019, è nella top 10, al nono posto, ma con quote di mercato in calo.

Fece notizia, nel 2017, il comunicato con cui Kalashnikov, l’azienda russa che produce il famigerato fucile d’assalto AK-47, dichiarava di voler aumentare il personale del 30% (da 5.500 a 7.200 unità) per riuscire ad evadere gli ordini in tempi più ragionevoli, adeguandosi così ad una domanda sempre più crescente.

Studi recenti (SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute) hanno messo a confronto il mercato delle armi nel quinquennio 2014-2018 con quanto avvenuto in quelli precedenti, registrando un aumento del volume di vendita al di fuori dei confini nazionali dei produttori, nel periodo 2006-2018, del 23%.

Chi sono i maggiori venditori? Usa e Russia – come dicevamo- ma anche Francia, Germania e Cina. Tutti questi, da soli, valgono tre quarti del mercato. E i clienti più affezionati? I paesi del Medio oriente, che sono cresciuti dell’87 per cento in 10 anni, con la sola Arabia Saudita che ha aumentato del 192% i propri ordini.

Gli Stati Uniti hanno una quota di mercato del 36% (dal 30% del precedente quinquiennio), mentre la Russia è scesa al 21%, contro il 27% del quinquennio antecedente. Ciò spiegherebbe la rabbiosa reazione di Trump contro la Turchia nel 2018, colpevole di voler acquistare aerei da guerra proprio dalla Russia.

Da segnalare anche lo stop alla crescita delle vendite dalla Cina, che dopo il +195% del realizzato tra il 2004 ed il  2013, nell’ultimo periodo (2014-2018) ha visto crescere i suoi affari solo del 2,7%.

Tra i migliori acquirenti, si segnala il terzo posto dell’Egitto, foraggiato anche dalle industrie di armi italiane (nonostante la vicenda di Tullio Regeni sia ancora lontana dall’essersi conclusa), ma soprattutto da quelle russe, francesi e tedesche.

Venendo all’Italia, essa contribuisce al primato europeo che quota un buon 27% del mercato mondiale. A sostenere l’export di armi italiane sono la Turchia (15%), l’Algeria (9%)e Israele (7%). Ma ciò che traina il mercato italiano, in questo periodo, sono le le guerre che hanno devastato la Siria e Yemen, dove il nostro export è cresciuto del 75%. Infatti, le guerre sono necessarie per sostenere la produzione mondiale di armi, la quale, senza conflitti, prima o poi si fermerebbe all’aggiornamento periodico dei mezzi di difesa interni.

In pratica, niente business.

Pertanto, risolvere il rebus se siano nate prima le armi e poi le guerre, o viceversa, è perfettamente inutile: si tratta delle facce di una stessa moneta, e non ci sarà soluzione finchè nessuno si farà carico di decisioni coraggiose e molto costose in termini di risorse finanziarie. Infatti, riconvertire l’industria mondiale delle armi sarebbe, per gli azionisti, una disfatta economica che getterebbe sul lastrico milioni di addetti. Senza contare i profitti che verrebbero a mancare ai grandi azionisti. Ed è chiaro che tutto questo, senza un intervento delle finanze pubbliche (o mondiali, si pensi al FMI) a compensazione delle perdite e in aiuto ai posti di lavoro, non potrebbe mai accadere così su due piedi.

Cosa può fare il mondo della Finanza per sensibilizzare gli investitori contro le industrie delle armi?

Poco o niente, almeno fino a quando si continuerà a “giocare” con l’attuale modo di intendere l’Eco-Sostenibilità ed il concetto di investimento etico nella produzione di strumenti finanziari. Non esiste, infatti, alcuna campagna mediatica, da parte delle grandi banche di investimento, contro i titoli delle aziende produttrici di armi, che spesso sono liberamente quotate in borsa ed inserite in centinaia di portafogli di fondi e sicav.

Del resto, consentono laute performance, visti gli utili che ottengono anno dopo anno, ed i gestori a cui piace vincere facile ci si buttano a capofitto.

Nessuno, poi, ha mai proposto fino ad ora di utilizzare uno strumento molto persuasivo, in termini di regolamenti di mercato azionario e obbligazionario, e cioè quello di vietare alle aziende produttrici di armi (anche in modo parziale, rispetto alle produzioni diversificate di altri rami d’azienda del gruppo) la quotazione in borsa e la quotazione delle proprie obbligazioni sul mercato. Per quelle già quotate, le si dovrebbe costringere ad un delisting forzato.

Per avere una idea degli sforzi che occorrerebbe fare per eliminare dalla faccia della Terra le industrie delle armi, è sufficiente misurare il mercato. Infatti, i cento maggiori contractor mondiali hanno realizzato nel 2019 ricavi legati alla vendita di armi e servizi militari per 480 miliardi di dollari, con i primi dieci che pesano per più della metà del totale (240 miliardi). Ecco chi sono, e qual è il peso del settore armamenti sul totale dei ricavi.

1) Lockheed Martin. Il colosso USA (aerei, elettronica, missili, spazio) capitalizza circa 45,2 miliardi di dollari. Secondo i dati del SIPRI, le vendite di armi nel 2011 sono state 36,3 miliardi dollari su di un totale di 46,5 miliardi (78%).

2) Boeing. Il titolo capitalizza sul listino USA 79,6 miliardi di dollari, e le vendite di armi rappresentano quasi il 50% del totale.

3) BAE Systems. E’ la più grande azienda non statunitense del settore (aerei, artiglieria, elettronica, veicoli militari, missili, munizioni, navi). Sul mercato USA ha un valore di 27,5 miliardi di dollari e le vendite di armi sono state pari al 95% del fatturato totale.

4) General Dynamic. Il gruppo diversificato in vari business (artiglieria, elettronica, veicoli militari, armi/munizioni, navi) capitalizza 34,5 miliardi di dollari. Le vendite di armi sono state pari al 75% del fatturato complessivo.

5) Raytheon. Specializzato nella fabbricazione di missili, il gruppo con sede a Waltham, nel Massachusetts, capitalizza a Wall Street  28 miliardi di dollari, e le vendite di armi nel 2011 sono il 90% del totale.

6) Northrop Grumman. Il gruppo (aerei, elettronica, missili, navi, spazio) che produce i droni Global Hawk, capitalizza 21,8 miliardi di dollari e le vendite di armi sono pari all’81% dei ricavi totali.

7) Eads. Il gigante. che opera in vari settori (areo, elettronica, missili, lo spazio) e fabbrica anche l’Airbus, capitalizza 46,6 miliardi di dollari e le vendite di armi sono state il 24% del totale dei ricavi.

8) Finmeccanica. Il gruppo italiano travolto dallo scandalo delle tangenti, vende armi per il 60% del fatturato totale.

9) L-3 Communications. Circa l’83% dei ricavi della società specializzata nell’elettronica proviene dalle vendite di armi.

10) United Technologies. Il gigante USA (più di 100 miliardi di capitalizzazione) fabbrica una vasta gamma di armi, ed in particolare elicotteri militari (tra cui il Black Hawk) per l’esercito americano e il Seahawk per la US Navy. Le vendite di armi sono pari a circa il 20% dei ricavi complessivi.

In attesa che gli organismi mondiali trovino la forza per uscire dalle ipocrite politiche di marketing sugli strumenti finanziari “ecosostenibili” ed “etici” – che distraggono l’attenzione dell’opinione pubblica dai veri problemi – le società di gestione del mondo dovrebbero iniziare a non comprare più questi titoli, e le Istituzioni del mercato dovrebbero pretendere che a nessuna banca di investimenti venisse più consentito di detenere i titoli azionari e le obbligazioni delle aziende produttrici di armi negli strumenti di risparmio gestito, né di poterle negoziare a mercato.

Fino ad allora, senza simili politiche realmente coercitive, il c.d. Risparmio Etico sarà solo “fuffa” per clientela retail poco evoluta, oppure – se vogliamo – il risultato della grande ipocrisia con cui l’industria del Risparmio cerca di creare nuovi argomenti per consolidare il business.

Nuovo massimo per i mutui attivi circolanti. Andamento I trimestre 2020 e previsioni per i successivi

Le rilevazioni del primo trimestre 2020 di Banca D’Italia sugli stock di mutuo, elaborate da Tecnocasa , mostrano l’apice di una tendenza che non troverà conferma nel secondo trimestre, a causa del blocco delle attività dettato dal Covid-19. Il contesto macroeconomico generale, però, permette di prevedere un ritorno verso i livelli precedenti durante i successivi due trimestri, grazie anche ai bassi tassi di interesse.

Secondo i dati di Banca d’Italia, elaborati dall’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa, il trend storico dello stock di mutui in essere concessi alle famiglie italiane per l’acquisto dell’abitazione ha raggiunto un livello elevatissimo. Ed anzi, è emerso che nel primo trimestre 2020 si è registrato lo stock più alto di sempre: 334.517 milioni di euro.

Il passo con il quale crescono le consistenze è in linea con quanto rilevato nelle precedenti analisi: +2,7% su base annua (+0,35% su base trimestrale). Alla luce dei favorevoli tassi di mercato con i quali sono stati collocati i finanziamenti durante l’ultimo triennio, lo stock è in buona parte composto da finanziamenti a tasso fisso o variabile con CAP, il che presuppone un minor rischio sia in capo alle famiglie che in capo agli istituti eroganti.

Già con la chiusura del 2019, con le rilevazioni del quarto trimestre (dopo due trimestri di forte contrazione), era stato superato il precedente importo più alto di stock mutui mai registrato, e si era fissato il nuovo massimo con più di 333 miliardi di euro.

L’ultimo dato, però, non inganni: nonostante la politica monetaria espansiva, ed i bassi tassi di interesse, le aspettative per il breve periodo non sono rosee, e si delinea uno scenario poco favorevole al proseguimento della crescita del credito alla famiglia per l’acquisto dell’abitazione. Infatti, tale crescita è in corso da settembre 2015, tuttavia il molto probabile rallentamento dei nuovi mutui erogati che verrà registrato con le prossime rilevazioni – logica conseguenza del blocco operativo causa Coronavirus – impatterà spingendo al ribasso gli stock di mutui circolanti e potremmo andare incontro ad un momentaneo rallentamento.

Di seguito, il grafico con l’andamento dello stock mutui dal secondo trimestre 2018 e la distribuzione per regione delle consistenze registrate nel primo trimestre 2020.

L’immagine successiva delinea gli stock di mutuo per abitazione suddivisi per regione, con testa la Lombardia.

Ma quali sono le tipologie di mutuo preferite dagli italiani?

La forte riduzione degli indici IRS registrata nel corso del primo trimestre 2020 – con diverse scadenze degli indici IRS che hanno raggiunto per la prima volta livelli negativi nei primi due mesi dell’anno – ha risvegliato l’interesse di privati e famiglie per la rottamazione del proprio mutuo in essere. L’effetto risulta particolarmente evidente con riferimento al canale online: il peso della componente di richieste con finalità surroga e sostituzione è passata infatti dal 55% del totale delle richieste raccolte a gennaio 2020, al 57% a febbraio e al 62% a marzo.

Inoltre, risulta più accattivante l’offerta, che ha migliorato ulteriormente, nel corso del primo trimestre 2020, il livello dei migliori tassi sui mutui per privati, con riferimento sia al tasso fisso che a quello variabile. Per entrambe le tipologie, infatti, nel corso del primo trimestre 2020 i migliori spread di offerta vedono una riduzione media di circa 10 punti base (si riducono rispettivamente da una media dello 0,9% e 0,3% sul quarto trimestre, ad una media dello 0,8% e 0,2% sul primo trimestre 2020).

Naturalmente, i nuovi valori di minimo storico degli indici IRS raggiunti nel corso dei mesi di gennaio e febbraio 2020 hanno contribuito a rafforzare le preferenze di privati e famiglie verso i mutui a tasso fisso, trainati anche dal contesto macroeconomico generale che permette di prevedere un ritorno verso i livelli precedenti di stock durante i prossimi due trimestri.

La Scienza di Beppe, atto II. La rabbia verso i “promotori” fa perdere la faccia anche con gli indipendenti

Questa volta Beppe Scienza sembra prendersela con quei  consulenti indipendenti  rei di fare abuso, secondo lui, degli ETF, e di lavorare così in modo troppo facile. Quando manca la conoscenza di base delle cose, l’informazione finanziaria muore.

Di Beppe Scienza, matematico dell’Università di Torino e generosamente indicato dal Fatto Quotidiano come esperto di risparmio e previdenza, abbiamo parlato già in un’altra occasione. Il nostro si è sempre distinto per le sue critiche al vetriolo contro i consulenti finanziari non autonomi, che si ostina ancora adesso a chiamare “promotori” in segno di spregio per la categoria.

I toni da lui abitualmente utilizzati appaiono sempre un po’ esagerati, simili più a quelli di chi “se l’è legata al dito” che a quelli di un critico autorevole. In fondo, si potrebbe trattare di una nota di colore nel grigio mondo della finanza; ma c’è un problema, e cioè che il frutto di questa sorta di “guerra santa” viene pubblicato spesso su un importante organo di stampa, il Fatto Quotidiano, il quale continua a proporre ai lettori le sue uscite senza alcun controllo di redazione che possa verificare se i concetti esposti dall’autore abbiano, o meno, sufficiente correttezza, nonchè la giusta autorevolezza per essere ospitati in cotanto giornale. E così, quando gli articoli sono pieni zeppi di macroscopiche inesattezze (per usare un eufemismo), il danno è fatto. Infatti, pubblicate in un quotidiano online seguito da centinaia di migliaia di lettori, proprio le inesattezze contribuiscono a formare, negli stessi lettori-risparmiatori, una opinione priva del suo elemento essenziale: la conoscenza di base delle cose. E quando essa manca, l’informazione muore.

In pratica, l’esatto contrario del principio di Educazione Finanziaria, che è ciò che dovrebbe perseguire un organo di stampa, e chi vi scrive.

Lo scorso 30 Luglio, il Fatto ha pubblicato l’ultimo capolavoro del prof. Scienza, dal titolo “Investimenti, attenzione agli Etf e a chi li consiglia”, con il quale l’autore si è distinto per avere condensato, in un unico articolo, una massa imbarazzante di errori concettuali (e non solo) difficilmente riscontrabile in chi viene frettolosamente riconosciuto quale “esperto di risparmio e previdenza”. In più – forse per mancanza di nuovi spunti – Scienza se la prende anche con quei consulenti indipendenti (“…e intendo proprio i consulenti e non i promotori…”), rei di adottare “…un modo di lavorare molto facile ….. una impostazione che richiede scarsissime competenze. Così moltissimi, anziché valutare e poi scegliere i titoli da comprare, subappaltano ad altri tale scelta. In questo modo hanno la pappa fatta con pochissima fatica….”.

Scienza si riferisce all’uso dei c.d. Etf (acronimo di “Exchange Traded Fund”), e cioè a quella famiglia di strumenti finanziari che replicano, a costi bassissimi, uno o più indici di borsa di qualsiasi natura (azionaria, obbligazionaria, monetaria, materie prime, valute etc). Strumenti utilissimi, pertanto, in qualunque portafoglio di investimenti che si rispetti, dal momento che consentono all’investitore “costi di mantenimento” più bassi anche del 90% rispetto all’universo dei fondi comuni e sicav, conservando la loro natura di “patrimonio indiviso e separato” da quello dell’emittente, fondato sul frazionamento del rischio in centinaia – o almeno decine – di titoli di emittenti differenti, e cioè quelli che di solito compongono un certo indice o paniere. In più, sono anche quotati ufficialmente in borsa valori, e quindi dotati di una ulteriore fonte di trasparenza e controllo a monte per chi li sottoscrive.

I consulenti finanziari indipendenti (c.d. fee only) da sempre li utilizzano – non esclusivamente, ma insieme ad una scelta ragionata di singoli titoli diversificati – per consentire ai clienti di investire in aree geografiche difficili da seguire e molto costose in termini commissionali (si pensi all’investimento diretto nel mercato azionario cinese o indiano), ed anche di realizzare un risparmio notevolissimo sul costo annuale del portafoglio, motivando legittimamente, anche in virtù di ciò, il pagamento della propria parcella professionale. A monte di tutto, poi, c’è l’assenza totale di conflitto di interessi con il cliente, tipica dei consulenti indipendenti.

Ma Scienza, evidentemente, ha bisogno di nuovi nemici sui quali lanciare i propri strali; e così, dopo aver esaurito quelli destinati ai “promotori”, si addentra senza sufficiente ponderazione nell’argomento Etf (riferendosi soprattutto a quelli obbligazionari), scrivendo: “….Gli Etf, come tutti i fondi comuni, sono solo scatole, più o meno nere o più o meno trasparenti, dove vi sono gli investimenti veri, cioè quelli finali: obbligazioni, titoli di Stato, azioni ecc. Chi possiede quote di un Etf non possiede tali titoli, ma partecipa solo a un patrimonio indiviso. Ciò ha alcune conseguenze negative, sistematicamente nascoste dai consulenti finanziari ai loro clienti.….”.

Lo schema è chiaro: prima il nostro crea curiosità tramite un “fattoide” condito da imprecisati indizi di colpevolezza (“…sistematicamente nascoste dai consulenti finanziari ai loro clienti.…), e poi cerca di argomentare l’impossibile (“…alcune conseguenze negative…”) ammantandole di schematica certezza:

“….1) A un risparmiatore alla ricerca di sicurezza conviene comprare direttamente emissioni di uno o più Stati affidabili. Fra l’altro può diversificare facilmente, perché spesso i tagli sono nell’ordine dei 1000 euro. Con un Etf invece dà un calcio alle garanzie contrattualmente previste dagli emittenti. Germania, Olanda, Stati Uniti ecc. garantiscono il rimborso dei soldi loro prestati. Ma tali garanzie non si estendono alle quote di un Etf, che pure investe negli stessi prestiti. ….. Ricordiamoci di Lehman Brothers!…”.

E poi “…2) Negli scenari peggiori gli svantaggi degli Etf sono ancora più gravi. Un piccolo risparmiatore col 3% dei suoi risparmi in obbligazioni subordinate di Veneto Banca recupererà il 95%, come ricuperò il 71% con le Alitalia. Tali indennizzi invece se li sogna, se la stessa percentuale del suo patrimonio la possiede tramite un Etf….”.

Infine “….3) Si duplicano i costi. Indirizzando un cliente verso un Etf, un consulente lo costringe a pagare, oltre alla sua parcella, la commissione periodica di gestione del fondo. Ciò riduce la redditività del reddito fisso, attualmente già striminzita….”.

A leggere queste righe così temerarie (soprattutto quelle contenute nella “osservazione” n. 1, un vero e proprio condensato della peggiore disinformazione), un addetto ai lavori sobbalza dalla sedia, poi magari si fa una risata e passa oltre. I lettori poco evoluti del Fatto Quotidiano, invece, potrebbero prendere per buone queste affermazioni, nutrire una certa diffidenza verso ottimi strumenti come gli Etf, ed essere così indirizzati verso scelte sbagliate che rimpiangerebbero amaramente. Pertanto, per loro sarebbe necessario una sorta di “tutor” d’ufficio, che li rimetta sulla retta via. Per fortuna, si ottiene lo stesso risultato dando la parola ai commentatori dello stesso articolo, i quali sparano senza pietà sulla “Scienza di Beppe” in materia di Etf:

– “…Prof. Scienza, lei era una voce fuori dal coro, cos’è successo? Come mai sta prendendo queste cantonate sugli ETF? Scusi, eh, ma qui mancano proprio le basi che può trovare su Borsa Italiana. ETF tutta la vita….”;

– “….Come fa un giornale come Il Fatto Quotidiano a pubblicare articoli del genere??…”;

– “…Articolo intriso di una ignoranza assoluta. Gli ETF sono i principali nemici dei consulenti. Gli ETF hanno dei costi di gestione bassissimi e battono sempre i fondi attivi. Il patrimonio degli ETF è separato da quello della casa d’investimento. Studiare prima di scrivere boiate no eh?...”;

– “…Lei non sa come funzionano gli Etf: Studi…..i titoli acquistati per replicare l’ ETF costituiscono patrimonio separato da quello della SGR quindi eventuale e pur remotissimo fallimento non avrebbe NESSUNA ripercussione sui titoli depositati. L’unico modo perchè fallisca un Etf sarebbe che debbano fallire contemporaneamente tutte le aziende contenute nel paniere….”;

– “…..Articolo delirante e demonizzante sugli ETF. Forse fa paura il fatto che i fondi passivi quali qli etf nel 99% dei casi rendono più di quelli attivi delle grandi case. Jack Boogle, l’inventore dei fondi passivi si starà rivoltando nella tomba….”;

– “….E’ un articolo che mi risulta incomprensibile e privo di senso. Mi scusi, ma forse ha idee molto confuse sugli ETF ed il mondo della consulenza. In filiale, alle poste, dal consulente di qualche banca online di consulenza nessuno consiglia ETF, tutto il grande business del risparmio gestito è basato su inutili fondi attivi e polizze con commissioni in gran parte occulte volte ad erodere il capitale…”;

– “….Purtroppo il “professore” sembra abbia un problema personale con gli ETFs, e lo porta qui a spasso sul FQ con cadenza bimestrale…..Quello che davvero infastidisce é che gli permettano di scrivere, e ripetere, queste assurde idee, aiutando a propagare l’ignoranza in un paese che già non brilla per cultura finanziaria….”;

– “…Ma lei è serio, prof. Scienza?...”.

Niente da aggiungere, davvero imbarazzante.

Autostrada “BREBEMI”, una spinta importante per imprenditori della logistica e mercato immobiliare

Secondo l’ufficio studi Tecnocasa, gli effetti il nuovo tratto autostradale Brescia-Bergamo Milano ha generato effetti importanti anche nel settore delle compravendite di capannoni industriali destinati alla logistica.

Una delle attività che ha avuto una spinta positiva durante il lockdown è stata la logistica. Infatti, la ricerca di strutture, capannoni in particolare, è aumentata e si è concentrata su arterie strategiche, meglio ancora se consentivano un facile accesso alle città.

“Negli anni scorsi l’Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa ha visto come i lavori di potenziamento delle infrastrutture siano stati importanti per questo settore e uno degli interventi che ha impattato sul territorio lombardo è stato senza dubbio dato dalla Brescia-Bergamo-Milano  – dichiara Fabiana Megliola, Reponsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa – Nel 2019 nei comuni interessati dal suo passaggio si è registrato un aumento dell’11,5% delle compravendite di capannoni ad utilizzo produttivo. La Bre-Be-Mi, infatti, ha decisamente rivalutato il mercato dei capannoni delle aree che si sviluppano intorno ad essa, anche alla luce del fatto che lungo la A4 non sono più presenti spazi utilizzabili, mentre i comuni lungo la Brebemi hanno previsto aree di sviluppo logistico all’interno dei loro PGT”.

Sono numerose le aziende che hanno deciso di insediare i propri complessi produttivi e logistici nella zona. Per citarne alcune: Festa Logistics ha posizionato le sue strutture a Castrezzato (l’altra sede è a Montichiari collegata alla Brebemi attraverso la Corda Molle); Amazon ha destinato una struttura di 30 mila mq all’uscita di Travagliato Ovest nel comune di Castegnato e Porche ha scelto Castrezzato per il Customer Center più grande del mondo (5.600 mq), epicentro del “Porsche Experience Center”. Sempre all’uscita di Rovato Sud, in una struttura di 30.000 mq, si è insediato il sito produttivo della “Coroxal”, mentre all’uscita di Calcio è sorta una struttura produttiva di 50.0000 mq di “Italtrans”, leader nella distribuzione dei prodotti refrigerati per la grande distribuzione.

Sono numerosi gli interventi di sviluppo nelle aree dei comuni dislocati lungo la Brebemi, e questo ha portato ad un aumento di prezzi e canoni di locazione, che lungo la Brebemi sono di 24-26 € al mq annuo (compravendite a 550 – 650€ al mq). La maggior parte degli interventi sono del tipo build to suit, ovvero sono le stesse aziende che commissionano la costruzione dei capannoni sui terreni già liberi e destinati a finalità produttive o logistiche. Buona domanda di capannoni anche a Romano di Lombardia e nei comuni limitrofi anche se, in questo momento, si segnala una distanza tra le richieste dei proprietari (600 € al mq) e la capacità di spesa dei potenziali acquirenti (350-400 € al mq), e questo determina la presenza di molte soluzioni invendute.

La richiesta prevalente è per immobili in affitto da destinare alla logistica. Si registra la presenza di chi cerca terreni per costruire l’immobile. I canoni di locazione si aggirano intorno a 25 € al mq annuo con punte di 50 € al mq annuo per le tipologie posizionate in aree ad elevato passaggio.

“I dati di Tecnocasa confermano ulteriormente il trend emerso dal recente studio AGICI sulle ricadute della nostra infrastruttura sul territorio – afferma il Presidente di A35 Brebemi, Francesco Bettoni. In particolare, solo nell’ultimo anno (2019), lo sviluppo del settore immobiliare lungo la Brebemi ha fatto registrare dati significativi a beneficio delle amministrazioni locali e di conseguenza dei cittadini: 120 milioni di euro di nuovi investimenti, 4,1 milioni di euro incassati dai Comuni per gli oneri di urbanizzazione e 2 milioni di euro/anno di IMU riscossa dai Comuni stessi con una previsione di altri 5-10 milioni di euro/anno a regime, quando tutti gli insediamenti saranno completati”.

L’Outlook economico globale. L’Europa nuota, gli Stati Uniti galleggiano ed il Giappone è sott’acqua

Le ultime letture sull’attività economica indicano un mix di performance per le c.d. economie sviluppate, con la zona euro ed il Regno Unito che stanno guadagnando forza, gli Stati Uniti che vacillano ed il Giappone che va sempre più giù.

Di Ira Kalish, chief global economist, Deloitte Touche Tohmatsu Limited

Gli ultimi indici di Luglio dei gestori degli acquisti (PMI) di IHS Markit indicano chiaramente che le economie dell’Eurozona e del Regno Unito stanno risalendo la china, l’economia degli Stati Uniti è a pelo d’acqua e l’economia del Giappone continua a calare giù. Questa lettura dell’attività economica globale arriva proprio nel momento in cui si manifestano altri problemi per la ripresa degli Stati Uniti, alle prese con i pagamenti delle assicurazioni contro la disoccupazione – che hanno integrato finora il reddito dei lavoratori disoccupati – che scadranno questa settimana, e le difficili (e lunghe) trattative al Congresso per decidere un altro pacchetto di stimolo all’economia.

Le PMI della zona euro, invece, indicano una forte crescita a Luglio. Infatti, una lettura superiore a 50 per le PMI indica un’attività in crescita, e l’indice dei servizi è aumentato da 48,3 a Giugno a 55,1 a Luglio, mentre quello delle PMI manifatturiero da 47,4 a 51,1. L’indice composito è aumentato da 48,5 a Giugno a 54,8 a Luglio, indicando che l’economia generale si sta rafforzando. Ma non è tutto oro quel che luccica. Infatti, le aziende continuano a ridurre il numero di dipendenti in misura preoccupante, e cresce la preoccupazione che la domanda sottostante sia insufficiente a sostenere il recente miglioramento della produzione.

Pertanto, il timore è che l’aumento della disoccupazione e la necessità di risollevare i bilanci ostacoleranno la ripresa in Eurozona, dove permangono rischi.

Anche l’economia britannica ha registrato un miglioramento delle PMI, il cui indice è aumentato da 47.1 a Giugno a 56.6 a Luglio, mentre il PMI manifatturiero è aumentato da 50,1 a 53,6. Questa forte crescita arriva dopo un calo particolarmente marcato dell’attività nel secondo trimestre, ed è legata alla domanda repressa. Tuttavia, anche in UK dominano una certa debolezza di nuovi ordini ed un continuo declino dell’occupazione, dando così poca forza ai consumi. In aggiunta di ciò, la ripresa del Regno Unito potrebbe essere soffocata dalla mancanza di accordi commerciali post Brexit.

Negli Stati Uniti, il PMI dei servizi è aumentato da 47,9 a Giugno a 49,6 a Luglio, un livello che indica che l’attività ha continuato a diminuire, sebbene modestamente. Il PMI manifatturiero è aumentato da 49,8 a Giugno a 51,3 a Luglio, indicando una crescita modesta, mentre il PMI composito è aumentato da 47,9 di a 50,0. La debolezza dei servizi è particolarmente preoccupante, e riflette in pieno l’impatto dell’attuale ondata di virus.

I dati sull’occupazione mostrano che la ripresa dei posti di lavoro potrebbe vacillare. La scorsa settimana sono stati registrati 1.416 milioni di nuovi crediti per l’assicurazione contro la disoccupazione, più della settimana precedente e il primo aumento settimanale da marzo. Questo rapporto suggerisce che, con l’epidemia virale in aumento in gran parte del sud e dell’ovest, il mercato del lavoro degli Stati Uniti sta iniziando a indebolirsi. Inoltre, se l’economia rimane debole per un periodo prolungato, potrebbero verificarsi interruzioni di altri settori a causa della domanda generale debole. Ciò, a sua volta, potrebbe scatenare una recessione più tradizionale.

Le PMI per il Giappone hanno continuato a essere deludenti. Il PMI dei servizi è rimasto pressoché invariato, passando da 45,0 a Giugno a 45,2 a Luglio, indicando un continuo calo delle attività. L’indice della produzione manifatturiera è aumentato da 32,3 a 41,2 a Luglio, mentre l’indice composito di Luglio è stato di 43,9. In Giappone, i flussi commerciali globali sono attenuati dalle restrizioni sui viaggi, e ciò contribuisce alla flessione dei nuovi ordini e degli ordini all’esportazione. Il governo giapponese ha recentemente allentato le restrizioni economiche, il che potrebbe avere un impatto positivo sulla domanda interna.

Ma il Giappone potrebbe vedere maggiori benefici dalla crisi, rispetto ad altri paesi. Infatti, il Giappone ha alcune delle aziende più produttive e iconiche del mondo, e la minaccia del virus ha portato molte aziende a cambiare comportamento in modi che probabilmente aumenteranno la produttività, incluso un maggiore uso della tecnologia informatica per l’interazione umana, il lavoro da casa e lo shopping da casa. Inoltre, il governo giapponese ha risposto alla crisi con un massiccio aumento delle spese destinato ad aiutare le famiglie e le imprese in difficoltà, anche attraverso programmi che aumenteranno la produttività (come le spese per aumentare i servizi sanitari digitali, la digitalizzazione dei servizi pubblici e le reti in fibra ottica).

Infine, il governo ha aumentato il sussidio disponibile per le persone che lavorano da casa, e sta fornendo alle piccole e medie imprese incentivi finanziari per investire in attrezzature per lavorare a casa.

Analizzando la situazione in Unione Europea, l’UE ha raggiunto un accordo fondamentale al fine di fornire sostegno agli Stati membri, concordando uno stimolo da 750 miliardi di euro destinato a sostenere la ripresa economica. Rispetto al passato, sarà la stessa UE, anziché i singoli membri, ad emettere direttamente obbligazioni per finanziare lo stimolo. Nonostante la proposta iniziale di Francia e Germania (500 miliardi a fondo perduto) sia stata declassata a 390 miliardi dalla forte opposizione del premier olandese Rutte (a capo della cordata dei “frugali”), si tratta comunque di una nuova tendenza, che in futuro potrebbe rafforzare il ruolo globale dell’euro.

Il nuovo debito sarà finanziato dai futuri bilanci dell’UE, con l’obiettivo di estinguerlo completamente entro il 2058. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che l’Europa ha attraversato il Rubicone. Questo nuovo accordo è di gran lunga la più grande, diretta, unificata azione di bilancio intrapresa dall’UE. È un passo nella direzione dell’integrazione fiscale, sebbene il processo per arrivare a questo punto sia stato piuttosto difficile e controverso, rivelando profondi disaccordi e sollevando dubbi tali da rappresentare un potenziale punto di rottura per l’Europa.