Luglio 31, 2026
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Post Covid Economy, l’unica certezza è più incertezza. Aziende, gli aiuti avvicinano lo scopo al profitto

Le aziende si stanno pericolosamente abituando a “sopravvivere e rimanere a galla”, mentre il loro mestiere è quello di “progredire, fare utili ed espandersi”. Dato che molte di esse beneficeranno di un salvataggio del governo, è probabile che accetteranno le sollecitazioni governative ad affiancare al profitto uno scopo di interesse collettivo.

Di Andrew Shirley*

In un mondo dominato dalle vecchie, care incertezze a cui ci eravamo abituati da secoli – guerre, crisi economiche, Guerra Fredda, fame nel mondo, scioglimento dei ghiacciai ed altri eventi con cui siamo entrati in familiarità – quella del Covid-19 è una “nuova incertezza”, dotata di un elemento che fino ad oggi non avevamo mai visto nelle “altre incertezze”: la sua globalizzazione. Infatti, la capacità del virus di colpire in rapidissima successione tanto un campesino messicano quanto un vulcanologo islandese, ha determinato una crisi di fiducia sulla durata stessa del mondo e del genere umano, o almeno di quello che conoscevamo fino a qualche mese fa.

Le conseguenze di questa crisi, così “condivisa” da tutte le etnie del mondo, ha generato nuove tendenze, alcune delle quali ritenute prima “improbabili”, oppure “belle ma impossibili”. Una delle tendenze chiave delineate dalla Grande Paura  che sta guidando la politica internazionale è la mutevole relazione tra i tre principali blocchi commerciali del mondo, ossia Stati Uniti, Cina ed Europa. Infatti, con l’arrivo della pandemia, la relazione tra i blocchi è diventata così disfunzionale da rendere necessario coniare una nuova definizione della crisi in atto, denominata “recessione geopolitica“.

In considerazione della risposta globale, in gran parte scoordinata, data fino ad oggi alla pandemia – la corsa individuale alla scoperta del miglior vaccino ne è prova tangibile – questa recessione sembra destinata ad aggravarsi, a meno che non emerga improvvisamente una leadership politica ispirata.

Prima della diffusione del Covid-19, il modello di dimensionamento della ricchezza globale prevedeva una forte crescita del numero di individui con un patrimonio netto elevato, in tutto il mondo, nei prossimi cinque anni, con le maggiori salite in Asia. In pratica, un allargamento della forbice di ricchezza (dai più ricchi ai più poveri) e la concentrazione di potere economico nelle mani di una ristretta cerchia di persone, capaci così di influenzare il corso della Politica e della Storia. Oggi, invece, bisogna rivedere le tali previsioni, poiché la crisi finanziaria globale scatenata dalla pandemia – di cui non si vede ancora la fine – ha mostrato che la creazione di ricchezza si riprende più velocemente di quanto ci si possa aspettare, e che il “trasferimento di ricchezza” all’interno dei vari comparti merceologici – da quelli tradizionali, che sono andati giù, a quelli tecnologici, che hanno avuto crescite spaventose – è stato altrettanto rapido. In generale, le economie occidentali stanno già cercando di “riallacciare” alle proprie strutture industriali la parte maggiore della loro capacità produttiva, al fine di assicurarsi

una minore vulnerabilità allo stress della catena di approvvigionamento che, nei momenti iniziali, aveva lasciato vuoti gli scaffali dei supermercati; però, districare decenni di globalizzazione non è affatto facile, e risulta infinitamente meno costoso spendere denaro per la ricerca scientifica e la produzione (e distribuzione) del futuro vaccino. Quest’ultimo, infatti, costituisce l’elemento fondamentale per declassare la “Grande Incertezza Globale” al livello di “incertezza comune”.

Un’altra tendenza generata dalla pandemia è identificabile nel desiderio di trasparenza sentito da tutte le popolazioni colpite dall’incertezza, e grazie a questo il velo di segretezza che nascondeva gran parte della ricchezza mondiale è stato gradualmente rimosso, svelando un po’ dappertutto quale impatto il Covid-19 sta avendo sui “super-ricchi” e quale sia il livello di tassazione del loro denaro.

Già la crisi finanziaria del 2008 era stata un potente catalizzatore. All’improvviso, i governi si sono trovati a corto di denaro e di fronte a una popolazione molto arrabbiata per la disuguaglianza in termini di ricchezza. La crisi finanziaria del 2008, però, portava alla luce le profonde differenze in termini di ricchezza, mentre la pandemia del Covid-19 ci porta pericolosamente a parlare di disuguaglianza in termini di salute, il chè ci fa prevedere una risposta c.d. populista della Politica e delle masse, desiderose di ricevere lo stesso livello di opportunità di cura e prevenzione che avranno le classi più ricche.

Relativamente alle strategie di investimento, verso la fine del 2019 molti gestori e consulenti patrimoniali stavano rivedendo gli scenari e il proprio atteggiamento verso il futuro in senso più “sociale”. In tal senso, la pandemia ha accelerato questa fase di revisione, dal momento che il danno inflitto ai mercati azionari mondiali e il costo dei pacchetti di salvataggio non faranno altro che sovraccaricare questo processo di cambiamento. La proprietà di beni tangibili, come quelli artistici, le auto classiche e i lingotti d’oro – hanno rafforzato la propria tendenza alla crescita, così come la liquidità – parametro principale che misura l’incertezza – la fa da padrone, e solo una nuova pressione inflazionistica potrebbe far cambiare rapidamente comportamento agli investitori.

Anche il settore immobiliare sta godendo di una rivalutazione, ma al suo interno rivela una profonda modificazione delle preferenze, dalle città alle campagne vicine, che si estenderà negli anni a venire in tutto il mondo occidentale e industrializzato. Infatti, dato che le città sono state l’epicentro per la diffusione del Covid-19, i loro abitanti rivaluteranno se lavorare da casa in aree meno popolate.

Andrew Shirley

Molti dei fattori di cambiamento che modellano i futuri trend di investimento ricadono sotto la bandiera dei criteri ESG: ambientale, sociale e di governance. Il 2019, infatti, potrà essere ricordato come l’anno in cui il capitalismo è diventato “sentimentale”, ed il 2020 è l’anno in cui il capitalismo avrà chiesto di essere semplicemente salvato. Infatti, la sensazione è che le aziende si stiano pericolosamente abituando a “sopravvivere e rimanere a galla”, mentre il loro mestiere è quello di “progredire, fare profitto ed espandersi”. Dato che molte di esse beneficeranno di un salvataggio del governo dagli effetti del Covid-19, è probabile che accetteranno le sollecitazioni governative ad affiancare al profitto uno scopo di interesse collettivo.

Il tempo ci dirà se abbiamo fatto bene a pensarlo.

*Traduzione a cura della redazione di P&F

Il mercato dell’Arte post Covid. Sempre più attivi i veri collezionisti, scambi online alle stelle

Sebastian Duthy di Art Market Research risponde ad alcune domande di Knight Frank sulla performance del mercato dell’arte nel 2020. Fondamentale il ruolo delle case d’asta e della tecnologia online a servizio del mercato.

Il Luxury Investment Index (KFLII) di Knight Frank tiene traccia della performance di un paniere teorico di classi di asset selezionate, come le opere d’arte, le auto d’epoca e il vino, utilizzando indici di terze parti già esistenti. Ogni classe di attività viene ponderata in modo da riflettere la sua importanza relativa e il valore all’interno del paniere. Il gruppo Knight Frank ha sede a Londra, e conta più di 500 uffici in 60 territori, con 19.000 tra dipendenti e collaboratori.

Relativamente al settore dell’Arte, Knight Frank ha recentemente intervistato Sebastian Duthy di Art Market Research, che ha risposto ad alcune domande sugli scenari futuri di questo particolare mercato.

L’incertezza sulla Brexit, aggravata dalle tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti, ha minato la fiducia nel mercato dell’arte durante il 2019. Tuttavia, ciò è stato compensato in una certa misura dalle crescenti vendite online, che oggi sono più inclusive rispetto alle generazioni più giovani desiderose di collezionare anche opere meno impegnative economicamente. L’indice globale del mercato, che tiene traccia del valore delle loro opere vendute all’asta in tutto il mondo, è aumentato del 134% nel decennio 2010-2020, ma è cresciuto solo del 4.3% negli ultimi 12 mesi, mentre nel primo semestre del 2020 è cresciuto dell’1.8%.

In che modo l’epidemia ha influenzato il mercato?

Lo scoppio del Coronavirus ha avuto un impatto immediato sul numero di vendite pubbliche e le case d’asta si sono affrettate a offrire servizi di visualizzazione online e vendite private. L’incertezza sul futuro, tuttavia, ha diviso le opinioni tra i veri collezionisti e i semplici investitori: chi compra per passione non smette di farlo, chi lo fa soltanto per interesse finanziario al momento non vede grandi opportunità.

Il famoso gallerista David Zwirner afferma che il 2020 potrebbe essere uno dei grandi anni per il collezionismo. Lei che ne pensa?

E’ probabile. All’asta del Contemporary Day di maggio, attentamente curata da Sotheby’s, è stato venduto il 96% dei lotti in offerta. Sotheby’s registra il numero di offerte per le aste a tempo e le più ricercate sono state quelle per opere di artisti nati negli anni ’80: Claire Tabouret, Loie Hollowell, Jullie Curtiss e Lucas Arruda. La vendita online di Christie’s  Contemporary Art Asia di Aprile, che aveva in portafoglio stampe e e opere di artisti molto richiesti, ha venduto il 100% del listino con due terzi delle vendite a prezzi superiori alla stima.

Come cambierà il mercato una volta che il mondo si sarà ripreso da Covid-19, e quali sono gli artisti e i generi da tenere d’occhio?

Sebastian Duthy

I collezionisti si aspettano sempre più un ritorno di lungo periodo ed un incremento notevole delle vendite online, ma le case d’asta dovranno creare nuovi entusiasmanti formati per conservare una posizione di leadership. Christie’s ha annunciato un nuovo tipo di vendita, chiamata ONE, un’asta d’arte globale del 20° secolo che copre quattro città in un unico formato in stile staffetta.

Le vendite di artisti continuano a crescere lentamente. Possiamo aspettarci un maggior numero di consegne da collezioni private?

E’ possibile. A maggio, per esempio, una delle poche opere di Orsola Maddalena Caccia è apparsa a sorpresa da Sotheby’s. L’opera è stata battuta a £ 212.500 (con commissioni), dopo 49 offerte, contro una stima di £ 10.000-15.000.

Investimenti alternativi post Covid. Whisky “Rare” sempre più su, vino pregiato tiene le quotazioni

C’è molta attenzione su due dei pilastri del Luxury Index Investment di Knight Frank, Whisky Rare (anche in botti) e Vino Pregiato. Il primo proviene da un apprezzamento del 560% in 10 anni, il secondo del 120%. Nonostante il Covid, la loro domanda è sempre elevata, e non accenna a diminuire.

In un momento in cui i numeri del contagio sembrano aver rialzato la testa, parlare di “post Covid” sembra quasi affrettato. In realtà, la convivenza con la pandemia, impensabile fino a qualche mese fa, ci spinge a pensare che il ricorso ad un “total lockdown”, come quello di Marzo e Aprile, sia altamente improbabile. E’ possibile, in linea teorica, che si procederà ad una eventuale chiusura selezionata di contesti – sociali e/o produttivi – ritenuti ad alta pericolosità, e non ad un blocco indiscriminato e generalizzato, non più adeguato per via dei mutati costumi della popolazione mondiale, resa più responsabile e auto-disciplinata dall’esperienza fatta fino ad oggi.

All’interno di questo scenario, pertanto, la possibilità di tracciare normali previsioni di mercato in base alle mutate circostanze – fino a Maggio, di fatto, non c’era neanche la possibilità di effettuarle, le previsioni – diventa possibile per tutti gli aspetti dell’economia e per tutti i mercati.

In particolare, il mercato degli investimenti alternativi (alternative investment) ha tenuto bene alla prova della pandemia, pur subendo periodi di iniziale blocco della distribuzione. L’industria del vino, per esempio, durante il lockdown ha continuato a lavorare sul campo e sulla vinificazione, ed ora le porte delle cantine cominciano ad aprirsi ai visitatori, mentre i produttori hanno già pianificato la prossima vendemmia.

Dopo i primi due trimestri del 2020, oggi è possibile stimare con esattezza l’impatto del Covid sul mercato del vino, nonché fare previsioni per il resto del 2020. I produttori stanno ancora sperimentando un cambiamento nei canali di vendita, e ciò continuerà per tutto il resto dell’anno. Finora, il retail (in volume) e il canale online (in percentuale) sono i vincitori assoluti, con un miglioramento delle performance, mentre l’on-trade sta ancora cercando di riprendersi dal lungo periodo di chiusura di bar e ristoranti.

Diversi produttori di vino pregiato non hanno subito cali vistosi sul mercato dell’export, e le vendite sono rimaste stabili durante la chiusura, con lievi diminuzioni. Certamente, i distributori hanno dovuto trovare soluzioni creative per mantenere i contatti con importatori e opinion leader, ma gli strumenti online (come le videochiamate) hanno aiutato la gestione  dei rapporti anche con i più importanti collezionisti e con le case d’asta, rendendo tutto più agevole.

Relativamente al comportamento degli investitori, il canale delle aste online è diventato quello principale, ed ha permesso di non interrompere mai la continuità del mercato. Del resto, il circuito delle aste online era già sviluppato nel settore del c.d. passion investment, per cui le case d’asta più conosciute hanno semplicemente adeguato le modalità dell’offerta, risparmiando anche sui costi generali di organizzazione.
Pertanto, come cambierà – se cambierà – il mercato del vino pregiato dopo il 2020?
La domanda più importante (per il 2020 e probabilmente anche per il 2021) è se il canale delle aste “face to face” potrà riprendersi. Il fascino dei battitori d’asta, infatti, rimane oggi, per chi frequenta questi contesti, una perdita notevole, tanto essi sono intrisi di storia e tradizione (un po’ come il mercato azionario “alle grida” di una volta, prima che diventasse telematico). Questa mancanza, peraltro, si rifletterà certamente sulle nuove produzioni di vino pregiato, per le quali si prevede una riduzione delle produzioni di annata del 10-20% (alcune denominazioni di origine abbasseranno le rese).

In definitiva, l’incertezza economica di fine 2019 e la pandemia si sono combinati creando una tempesta perfetta per molti settori dell’Economia, ma non per quello del vino. Così, per esempio, mentre il top del mercato della Borgogna ha raggiunto nuovi picchi all’inizio dell’anno prima di diminuire, i vini Borgogna di livello inferiore hanno goduto di una domanda relativamente forte, aumentando del 6% –8%. Anche il track record storico dei vini pregiati è confortante. Nonostante tutto, infatti, il The Knight Frank Fine Wine Icons Index è aumentato del 120% nell’ultimo decennio.

Un altro pilastro degli alternative investment è quello del Rare Whisky. In termini di crescita del valore, il significativo eccesso di offerta riscontrato nel 2019 e l’indebolimento del leader di mercato, The Macallan, avevano determinato un calo del 2,67% dell’indice Knight Frank di settore nel primo semestre dello scorso anno. La seconda metà del 2019, però, era andata molto meglio, e l’Indice aveva chiuso l’anno in rialzo del 5%. L’epidemia di Coronavirus, e il conseguente crollo dei mercati azionari globali, hanno portato molti investitori e azionisti a subire ripercussioni significative con il crollo dei valori degli investimenti, portandoli a guardare altrove per proteggere la propria ricchezza.

In particolare, le società all’ingrosso di rare whisky in botti hanno assistito ad un aumento dell’appetito da parte di investitori privati ​​e dei gestori di fondi. Il whisky in botte offre agli investitori l’opportunità di possedere una merce e un asset tangibile che protegga dall’inflazione e dalle incertezze dei mercati finanziari.

Il valore del whisky come investimento è aumentato notevolmente negli ultimi dieci anni, diventando rapidamente una delle opportunità di investimento alternative più popolari, con il whisky rare in cima all’indice Knight Frank Luxury Investment. Secondo l’indice 2020, il valore del whisky è aumentato del 564% solo negli ultimi 10 anni. In confronto, le auto d’epoca sono aumentate di valore del 194%, le opere d’arte del 141% e il vino pregiato del 120%. A differenza del whisky rare, il valore del whisky in botte è legato alla sua età piuttosto che ai mercati, rendendolo attraente per gli investitori che si vogliono posizionare nel lungo periodo.

Nei mercati secondari, la domanda sia per il whisky scozzese che per quello irlandese è aumentata di anno in anno. Per il whisky irlandese, ad esempio, la dimensione del mercato è cresciuta in media del 13% negli ultimi due decenni. Le previsioni dell’IWSR, il benchmark globale per i dati sull’alcol, mostrano che la crescita sia del whisky irlandese che di quello scozzese è destinata a continuare. Tuttavia, solo il 16% dei marchi di whisky possiede le proprie distillerie, il che significa che esse acquistano scorte di whisky maturo da stoccare nelle botti invecchiate a da imbottigliare successivamente, per soddisfare le esigenze dei collezionisti. Come risultato di questo crescente interesse, le più importanti distillerie prevedono aumenti di prezzo fino al 20% nei prossimi mesi.

Pertanto, per gli investitori più esperti sembra essere arrivato il momento di investire nel whisky in botte. Le botti contenenti circa 200 litri di whisky possono essere acquistate direttamente da grossisti, a poco più della metà del prezzo di vendita al dettaglio. Ciò consente di assicurarsi un margine notevole in occasione del successivo invecchiamento e imbottigliamento. A differenza dell’acquisto diretto di bottiglie di rare whisky nella speranza che aumentino di prezzo, acquistare whisky in botte è altamente speculativo, e richiede una conoscenza approfondita dell’asset. Tuttavia, se la selezione della qualità è stata felice, l’investimento offrirà rendimenti annuali considerevoli e aumenti di valore costanti. I rendimenti annuali, infatti, sono compresi tra l’8% e il 54,5%, a seconda della strategia di uscita scelta dall’investitore e del periodo di tempo in cui si acquista e si detiene il whisky.

In definitiva, il principio – piuttosto elementare ma efficace – è che più a lungo si tengono le botti, più rare e preziose esse diventano. Warren Buffet, definito “l’oracolo di Omaha” per la sua abilità nel selezionare e detenere nel lungo periodo titoli azionari di aziende “sicure”, ci ha fatto una fortuna seguendo questo principio.

Auto d’epoca, il mercato tiene ma scambi in calo. Aste spagnole e millennials sostengono i prezzi

Il mercato delle auto d’epoca ha retto bene alla prova del Coronavirus, mantenendo i valori espressi nei dieci anni precedenti nonostante un calo delle transazioni pari al 20%. I millennials, che ancora qualche anno fa sembravano disinteressati al settore, stanno diventando i principali investitori.

Il comparto delle auto d’epoca, trainato da un numero sempre più alto di appassionati, si era già affermato come una buona opzione di investimento dopo la crisi economica del 2008, e oggi conferma il livello di quotazioni, nonostante i mesi turbolenti del Coronavirus ed un calo sensibile – ma non vistoso – degli scambi.

E’ questa la sintesi dell’analisi di mercato effettuata da Patrimoni&Finanza riguardo al settore delle auto d’epoca, anche in base ai prezzi generati dalle ultime aste (soprattutto online) organizzate in Spagna e USA.

L’auto d’epoca si conferma come bene rifugio, al pari dell’Oro – quest’ultimo cresciuto a dismisura, e con un trend ancora in crescita – per molti investitori, e vede apparire in primo piano la nuova generazione di collezionisti, i millennials, che ancora qualche anno fa sembravano disinteressati al settore.

Facendo un raffronto tra i vari indici di investimento, l’indice HAGI – che misura l’evoluzione di questa tipologia di veicoli – è cresciuto del 4,11% nel 2020, mentre, ad esempio, l’indicatore di borsa Euro Stoxx 50 è sceso di oltre l’11%. Dal 2008, questo indicatore, secondo i dati di Historic Automobile Group, ha moltiplicato il suo valore per tre.

C’è da dire, però, che durante la pandemia il numero di transazioni è diminuito del 20%, ma il valore delle acquisizioni è leggermente cresciuto. In Spagna, nelle ultime settimane, sono passati di mano modelli molto esclusivi e di alto valore, a prescindere da focolai di contagio o delle aree geografiche più colpite dal virus. La casa d’aste online Catawiki, ad esempio, ha chiuso la più grande operazione della sua storia: una Ferrari 330 GT 2 + 2 del 1966, che ha lasciato un fortunato garage spagnolo per approdare in uno ancora più fortunato in Francia. Fuori dai nostri confini, l’asta di Silverstone (che quest’anno si tiene online) ha raggiunto livelli record, riuscendo a vendere il 76% delle auto, per un valore di oltre 20 milioni di euro. Protagonista assoluta una Lamborghini Miura SV del 1972, battuta per 2.130.000 euro.

Francisco Carrìon

“Le auto classiche sono un buon investimento, poiché mantengono il loro valore”, spiega Francisco Carrion, lo specialista di veicoli classici di Catawiki. “Sono un buon investimento durante una crisi, soprattutto se non sei sotto pressione per vendere e puoi aspettare il momento migliore”, ha aggiunto. Secondo Dietrich Hatlapa, fondatore di HAGI e autore di “Better Than Gold: Investing in Classic Cars“, il mercato “è strutturalmente illiquido, e questo può essere uno svantaggio se hai bisogno di vendere con una certa urgenza”, avverte.

Il Coronavirus, concordano entrambi, non ha paralizzato il mercato. Secondo Carrion “oggi c’è molta incertezza, ma dobbiamo precisare che subito dopo la crisi del 2008 il mercato delle auto d’epoca era salito alle stelle, e la maggior parte di loro ha continuato a valere il doppio o addirittura il triplo, e in alcuni casi sono salite a livelli stratosferici, dieci volte più di quanto valevano nel 2008. Ora questa crisi è appena iniziata e non sappiamo ancora cosa accadrà, ma ci sono molte vendite e molti acquisti. Investire in alcuni classici è paragonabile a investire in opere d’arte, ed infatti molti collezionisti di auto d’epoca sono anche ottimi investitori in arte”.

Difficile, comunque, replicare nel medio periodo i risultati degli ultimi 12 anni. In Spagna, lo scorso luglio, all’asta della collezione di Desguaces La Torre, è stata battuta la Ford 817T che Franco usò durante la Guerra Civile, e 46 dei 54 lotti sono stati venduti. “Gli obiettivi sono stati più che raggiunti, è stato venduto molto più del previsto e nel migliore dei casi superiore al valore atteso”, spiegano da IAG Auction, organizzatore dell’offerta.

Le auto più apprezzate rimangono quelle che possono essere guidate su strada senza problemi. “Ciò significa che sono in perfette condizioni, meccanicamente e in apparenza, e hanno la documentazione in ordine”, spiega Hatlapa. Nonostante l’offerta sia molto eterogenea, dalla Seat 600 alle Ferrari da trenta milioni di euro, quello che cambia poco a poco è il profilo dell’acquirente. “Cominciano anche ad esserci donne”, spiega Carrión, incoraggiate dalla visibilità sui social, soprattutto Instagram, “ma sono ancora poche”. Non esiste, tuttavia, un acquirente “tipo” di veicoli d’epoca, perché ci sono anche auto di ogni tipo e condizione, senza alcuno standard.

Il mercato spagnolo sembra essere quello con i maggiori margini, sebbene la gran parte degli appassionati di auto si comporta come “hobbysti di qualità”, e ama le famose auto spagnole degli anni ’60 e ’70 (Seat 600 e 850, Renault 8, 2CV etc). Però, come accaduto in Italia già da circa 10 anni, si fanno strada i collezionisti di “youngtimer”, Porsche o Mercedes degli anni ’80 o ’90 soprattutto.

I modelli di maggiore pregio messi all’asta negli ultimi 12 mesi sono stai quelli della Casa Reale. In particolare, due o tre Mercedes hanno avuto molto successo, le auto con base d’asta pari a 10.000 euro hanno raggiunto un prezzo di vendita di 40.000.

Negli USA, invece, grandi assenti le gare di eleganza a Pebble Beach, la cittadina californiana che ogni agosto diventa l’epicentro globale del lusso automobilistico. Ci saranno diverse aste online e Sotheby’s assicura che saranno le migliori della storia. L’ultima ha esibito ben 100 veicoli, tutti dal valore elevatissimo anche per Pebble Beach – dove fino ad oggi molte auto di prezzo medio si affiancavano a due o tre “pezzi pregiati” -, come una Ferrari 275 GTB / 4 Scaglietti del 1967 (valore tre milioni di euro, e una Bugatti Type 57C Ventoux del 1937 da 700.000 euro. L’auto di maggior valore è stata una Ferrari 550 GT1 Prodrive del 2001, battuta a circa 3.6 milioni di euro.

Relativamente all’età media dei collezionisti, quella dei millennials sta rapidamente diventando la fascia demografica in maggiore crescita tra le fasce più benestanti (giovani manager e dirigenti, ma non solo). Del resto, i più “vecchi” di loro hanno circa 40 anni, e adesso molti di loro hanno soldi da spendere, determinando una sorta di ricambio generazionale tra le schiere degli appassionati. Eppure, cinque anni fa non molti millennials erano interessati alle auto da collezione, mentre oggi hanno una particolare preferenza per le auto della fine degli anni ’60 e dei primi anni ’70, che rappresentano il 70% delle loro preferenze insieme alle “eterne” muscle car (sempre molto apprezzate) e ai camion d’epoca.

Federpromm su acquisizione UBI Banca. “Nessuna penalizzazione per i consulenti IWBank”

“Con l’acquisizione da parte di Intesa del gruppo UBI si pone una seria riflessione sulla futura collocazione dei colleghi della rete di IWBANK nel quadro delle strategie del gruppo Intesa. Per Federpromm occorre  affrontare in termini sindacali la tutela dei diritti soggettivi dei propri associati”.

(COMUNICATO FEDERPROMM-UILTUCS – 25.08.2020) Le grandi manovre che in questi ultimi anni hanno interessato le reti dei consulenti finanziari hanno una ragione storica ben visibile: la crisi dei mercati finanziari susseguita tra alti e bassi del ciclo economico. Nessuno degli addetti ai lavori pensava che tale crisi durasse così a lungo e avesse ragioni di natura strutturale, ancorché di natura speculativa. Non ultimo avvalorata dalla situazione di emergenza determinatasi con il blocco delle attività da parte del Coronavirus.

La logica sottostante che ha pervaso l’ambito della consulenza finanziaria – dopo il boom degli anni novanta e duemila – è stata quella di ridurre i costi, azzerare le perdite, accaparrarsi una forza lavoro a costi insignificanti che portasse nei portafogli delle aziende patrimoni degli investitori in maniera considerevole. Soprattutto nel risparmio gestito.

Di fronte ad una crisi ciclica di così lungo periodo era inevitabile che le strutture aziendali di grandi dimensioni – forti della congiuntura negativa – tese ad acquisire nuovi spazi di mercato e allargare la loro rappresentanza sul territorio fagocitassero le realtà aziendali di piccole e medie dimensioni non in grado di competere sul mercato e resistere alla concentrazione dei gruppi monopolistici, sia di origine bancaria che assicurativa.

In questo breve quadro abbiamo assistito nell’arco di circa venticinque anni alla scomparsa di molte piccole realtà, anche se presentavano uno standing di alto contenuto professionale, come Banca Idea, Banca Manager, On Banca, Banca Crt ex Fida, Banca delle Rete, Nascent Sim, Genercomit, Altinia Sim, Cortal Sim, banca Bibiellenet, Xelion, Bipop City, Euroconsult Sim, Area Banca, Banca personale, Banca Sara per citarne alcune, ed assorbite dai grandi gruppi bancari che parallelamente, tra acquisizioni, ristrutturazioni ed incorporazioni hanno ridisegnato la mappa del sistema bancario ed assicurativo italiano. Tale scenario purtroppo sta coinvolgendo in questa recente fase anche una realtà solida di un forte gruppo nazionale quale il gruppo UBI, di cui IWBANK, la rete dei consulenti finanziari ne è parte integrante con i suoi  circa 750 professionisti di alto livello che andrebbero – si ipotizza –  a rinforzare la rete di Fideuram-Ispb.

Su tale operazione di ampia portata politica e finanziaria, Federpromm in rappresentanza di molti associati, con il sostegno della UIltucs ed Uilca, ha manifestato alcune perplessità, intervenendo subito con un comunicato stampa e chiedendo un incontro con  le rappresentanze delle due aziende per aprire un tavolo di confronto  tale da verificare che la fase di transizione non abbia a penalizzare nessun consulente finanziario, nessun area manager, nessun private banker. Soprattutto che vengano riconosciuti tutti i diritti acquisiti sia in termini economici, professionali che contrattuali. In particolare si vuole verificare “dal di dentro” se vi sono le condizioni per mantenere per  IWBANK la completa autonomia organizzativa e gestionale o nell’ipotesi di assorbimento nella realtà Fideuram o Ispb come verranno codificati nel nuovo contratto gli elementi legati al riconoscimento del portafoglio, i parametri provvigionali, le sedi ed uffici di lavoro, gli incentivi economici e di crescita professionale, i parametri tabellari, i ruoli e funzioni dei consulenti e delle figure di coordinamento. Ed ancora il maturato economico ai fini previdenziali (fondo Enasarco e FIRR) e, non ultimo, sapere come sarà liquidato il piano di fidelizzazione cosiddetto Simpro.

Esistono poi istanze che travalicano l’aspetto strettamente contrattuale e remunerativo. Si tratta di promuovere un riaccreditamento della figura “centrale” del consulente sul mercato dando loro una rappresentanza forte ed incisiva sia sotto l’aspetto contrattuale, economico che professionale.

Prevale purtroppo al momento fra i consulenti di Iwbank un diffuso sentimento di insoddisfazione, una forte richiesta di una tutela più attenta e puntuale di istanze che non possono essere sottovalutate. Per questo, la Segreteria Generale di Federpromm, sostenuta dalle organizzazioni Uilca e Uiltucs, attraverso i propri dirigenti e gli uffici di assistenza legale e sindacale – fornirà tutte le informazioni necessarie e il sostegno che si riterrà necessario affinché i diritti soggettivi di tutti i consulenti non vengano ad essere lesi e “depauperati” del ruolo acquisito.

(ITALPRESS) Economia Italiana, 2,5 milioni di lavoratori da sostituire nei prossimi 5 anni

Due scenari sull’occupazione dal Sistema informativo Excelsior da Unioncamere in base agli andamenti del PIL. Quello positivo prevede un piccolo incremento di occupati rispetto al 2019, quello negativo oltre mezzo milione in meno. 

 
ROMA (ITALPRESS) – Tra il 2020 e il 2024 il sistema economico italiano dovrà sostituire oltre 2,5 milioni degli attuali occupati, perchè questi ultimi avranno raggiunto l’età di pensionamento o per altre cause. Questo dato, sommato agli incrementi (o alla diminuzione) degli occupati previsti in base ai possibili andamenti annuali del PIL, determinerà un fabbisogno complessivo compreso tra 1,9 e 2,7 milioni di lavoratori.

E’ quanto emerge dall’ultimo aggiornamento (luglio 2020) del modello di previsione dei fabbisogni occupazionali sviluppato nell’ambito del Sistema informativo Excelsior da Unioncamere, prendendo come base due possibili scenari per l’andamento (di espansione o di contrazione) dell’economia: secondo lo scenario A (“base”) la crescita economica potrà generare nel quinquennio 2020-2024, in maniera molto differenziata nei vari settori, un incremento rispetto al 2019 dello stock di occupati di circa 179mila unità, mentre secondo lo scenario B (“avverso”) si prospetterebbe una flessione dello stock di occupati di circa 556mila unità a fine quinquennio.

I fabbisogni occupazionali per il quinquennio 2020-2024 – Nel dettaglio, nel quinquennio i settori privati esprimeranno un fabbisogno compreso tra 1,2 e 2 milioni di unità, per lo più determinato dal turnover di personale. La componente pubblica richiederà invece circa 720mila lavoratori, assumendo un peso più significativo rispetto al recente passato.
(ITALPRESS).

Articolo di Italpress.

Le banche dichiarano di puntare alla Consulenza Patrimoniale, ma non la vogliono

Chi sta remando contro l’affermazione della Consulenza Patrimoniale? Al netto degli incolpevoli consulenti finanziari, praticamente tutto il resto del sistema. Le organizzazioni di categoria si sveglino dal lungo sonno e facciano finalmente qualcosa di lungimirante per restituire agli iscritti la visione del futuro. 

Di Alessio Cardinale*

Ogni tanto, grazie allo spirito di iniziativa di un consulente finanziario allarmato per il proprio futuro, veniamo a sapere cosa succede nelle reti di consulenza quando il famigerato parametro del portafoglio medio prende il sopravvento nelle politiche aziendali delle banche reti, e mette sotto pressione i professionisti che si trovano sotto ad una certa soglia di patrimonio amministrato, giudicata insufficiente – chissà perché – a rappresentare l’immagine di un gruppo di fronte ai clienti.   

E’ ciò che ha segnalato di recente il magazine Bluerating, riportando i passaggi più importanti della lettera aperta di un consulente di Sanpaolo Invest, rete del gruppo Fideuram ISPB. “….Ci giungono voci che l’attuale dirigenza stia puntando il dito contro quei professionisti che oggi sono sotto un minimo di portafoglio (si dice 10 milioni) invitandoli ad abbandonare la professione, persone che hanno famiglia, persone che hanno regalato 20/30 anni, che sono state sempre fedeli a un marchio, a un nome e che oggi si vedono tradite nella loro stessa fedeltà”.

Bluerating non è nuova a queste iniziative di informazione proveniente “dal basso” – io stesso, prima di affiancare la passione per l’informazione alla professione di consulente finanziario, sono stato “ospitato” nel 2018 presso la loro testata – ed ha approfondito la questione, contattando le principali realtà del settore, molte delle quali non hanno ritenuto di dover rispondere sul tema degli standard minimi di consistenza di portafoglio che i consulenti sono costretti ad inseguire per potere svolgere l’attività presso la loro società mandante.

La cosa non ci sorprende: il problema della soglia minima di portafoglio esiste ancora, eccome. E a poco valgono le dichiarazioni di quelle società mandanti che, invece, hanno risposto di “esserne uscite”, e di avere abbracciato concretamente il modello della Consulenza Patrimoniale.

Spieghiamo il perché.

In un contesto produttivo come il nostro, occuparsi soltanto dei valori mobiliari delle famiglie vuol dire lasciare ad altri professionisti l’indotto economico derivante dalla consulenza sulle proprietà immobiliari, sulle quote societarie, sui preziosi, sulle opere d’arte e, più in generale, su tutto quanto costituisce “valore” (anche immateriale, come i valori espressi dalla storia familiare attraverso le generazioni) per una famiglia-cliente. Sorprende, pertanto, come le banche reti adottino ancora un criterio di valutazione delle risorse umane basato, appunto, sul portafoglio medio, continuando a concentrarsi sull’aumento della raccolta gestita pro capite come parametro principale per assicurarsi la permanenza nel mercato del Risparmio.

Come possa essere indicativo quel parametro di merito professionale, all’interno di uno scenario come quello descritto prima (e accettato, a parole, da tutte le banche), è un mistero misterioso. Tanto più che l’equilibrio economico di un consulente, ancora oggi, è basato squisitamente sul binomio management fee-assicurazioni, ponendo così un limite qualitativo invalicabile nella relazione con la clientela che invece vuole molto di più, e lo trova presso altre categorie di professionisti.

I contratti di consulenza, poi, riguardano quasi esclusivamente i valori mobiliari e la c.d. protezione (ossia gli strumenti assicurativi), e non prevedono alcuna attivazione del consulente sulla ricchezza immobiliare, su quella umana, sulla pianificazione successoria, tanto per citare alcuni esempi; in più, tali contratti sono distribuiti attraverso la forma tecnico-giuridica di consulenzanon autonoma”, lasciando fuori una parte consistente del patrimonio di ogni famiglia: case, aziende, gioielli, arte ed altro ancora.

La scellerata policy del portafoglio medio, poi, sta contribuendo a fare precipitare nel baratro dell’auto-estinzione l’intera categoria: più si alza l’asticella del patrimonio minimo per consulente, più professionisti “sotto soglia” vengono accompagnati all’uscita dalla professione e più aumenta l’età media dei professionisti (oggi ben oltre i 56 anni).

Questo è il sistema – solo apparentemente suicida, ma probabilmente utile a chi lo sta alimentando – che genera la grandissima contraddizione tra i principi dichiarati dalle banche reti sul grande valore prospettico della Consulenza Patrimoniale ed il dato di realtà. E sono in pochi, ormai, che ritengono questo sistema come “frutto del caso”, e non di una preciso disegno.

La prova di tutto ciò risiede nell’impossibilità, per i 33.000 consulenti sotto mandato, di poter erogare alla clientela diffusa – e quindi anche a quella non ricompresa nel proprio portafoglio – la c.d. consulenza autonoma o indipendente”, e cioè quel particolare contratto di consulenza che consentirebbe a qualunque professionista della finanza di poter esprimere la propria professionalità sul patrimonio “non mobiliare” di un cliente senza che questa venga legata necessariamente alla distribuzione degli strumenti finanziari della società mandante. Consulenza pura, insomma, sull’intero patrimonio, all’interno del quale la ricchezza mobiliare è solo una delle componenti.

Il professionista, insomma, deve poter beneficiare di un riconoscimento economico derivante dalla consulenza sul patrimonio per poter essere definito “consulente patrimoniale”. Diversamente, rimane un consulente finanziario che dà al cliente consigli gratuiti in materia, per esempio, di successioni, di immobili, arte e preziosi nella speranza, così, di poter ricevere le masse finanziarie detenute dal cliente presso le altre banche. E per riuscire a farlo deve anche poter entrare nelle grazie del  suo avvocato, del suo commercialista e del suo notaio di fiducia.

Al momento, non esiste nessuna politica di marketing operativo e/o di servizio rivolta a questa tipologia di consulenza, né le banche reti stanno dotando i propri consulenti finanziari di strumenti propedeutici al verificarsi di questa eventualità. Eppure, è esattamente ciò che manca, così come mancano i programmi (seri) di formazione in tema di Consulenza Patrimoniale, e quei pochi esistenti sono semplici appendici alla formazione in materia finanziaria, ancora troppo blandi e limitati a 2-3 ore annuali (quando va bene).

Se realmente ci si vuole vantare di promuovere la Consulenza Patrimoniale senza passare come una sorta di moderno Giano Bifronte, bisogna farsi pagare adeguatamente l’esercizio di queste specifiche competenze, e retribuire altrettanto adeguatamente i consulenti finanziari, gli unici in grado di attivare con completezza questo servizio. Pertanto, le società mandanti devono aggiornare – ed in fretta – l’offerta dei consulenti, consentendo loro di trovare, attraverso specifici servizi di consulenza mirati anche al resto del patrimonio, una ulteriore fonte di ricavo. Ancora, servirà cambiare anche i parametri di valutazione del portafoglio medio del professionista, ricomprendendo necessariamente anche il patrimonio immobiliare ed il valore degli investimenti alternativi (preziosi, oro, opere d’arte etc) delle famiglie, più le eventuali quote aziendali del cliente-imprenditore. Solo così sarà possibile riconfigurare la professione dell’attuale consulente finanziario, e slegare la sua retribuzione dalla sola gestione della ricchezza mobiliare. Parimenti, occorrerà rivedere tutti i sistemi di rendicontazione della clientela, alla quale erogare necessariamente una secondo livello di consulenza, quello indipendente dagli strumenti finanziari, con il quale il cliente remunera il professionista sulla parte non mobiliare.

In conclusione, c’è ancora molto da fare, ma resta da capire se c’è l’intenzione di farlo. “Sdoganando” il contratto di consulenza indipendente anche per i consulenti non autonomi (quelli indipendenti ci lavorano già da anni) si potrà estendere il concetto di consulenza a tutta la clientela, abbassando una soglia naturale di accesso che oggi è  ancora molto alta. Senza contare che, dalla sua diffusione, deriverebbero sia l’esplosione del “mercato della consulenza”, che oggi è soffocato dalle logiche distributive di prodotto, sia un maggior livello di educazione finanziaria degli utenti, sia infine la necessità di una ulteriore crescita qualitativa dei consulenti non autonomi, i quali dovranno “motivare” la propria parcella attraverso un servizio che dia al cliente vantaggi concreti e visibili. Indubbi benefici anche per gli attuali consulenti autonomi-indipendenti, già attivi da anni nell’erogazione di questo tipo di servizio, i quali troverebbero un mercato nuovo di zecca – quello dei clienti di fascia media o medio-bassa – sul quale esercitare la propria capacità attrattiva. 

Senza questa indispensabile evoluzione di servizio da parte del sistema Banca Rete, la professione del consulente finanziario non autonomo morirà per assenza di sbocchi professionali, e sapremo chi è il colpevole. Tra questi, oltre ad ASSORETI – che pure dovrebbe fare molto, almeno riguardo al tema del ricambio generazionale – anche le organizzazioni di categoria (ANASF in testa) che, sull’argomento, dormono quasi tutte, rischiando di ripetere quei gravissimi errori di valutazione già compiuti in passato, che hanno segnato in modo indelebile il percorso verso lo scenario esistente.

FIARC su Enasarco. “La Cassa garantisca agli iscritti la continuità d’impresa nel lungo periodo”

Secondo FIARC, la Fondazione Enasarco, in questo particolare contingente, non può limitarsi ad essere solo una Cassa previdenziale o uno strumento di sostegno al reddito nel breve termine, ma deve porsi anche l’obiettivo di provvedere alla continuità di impresa degli agenti nel medio/lungo periodo, attraverso un piano di interventi economici straordinari. Ecco quali.

Secondo FIARC, Federazione Italia Agenti e Rappresentanti di Commercio, a causa della pandemia oggi per molti iscritti esiste un problema di continuità dell’attività. Non semplici difficoltà temporanee, ma una questione di sopravvivenza; e più agenti lasciano il lavoro, meno contributi affluiranno alla Fondazione.

Pertanto, la Fondazione Enasarco, in questo particolare contingente, non può limitarsi ad essere solo una Cassa previdenziale o uno strumento di sostegno al reddito nel breve termine, ma deve porsi anche l’obiettivo di provvedere alla continuità di impresa degli agenti nel medio/lungo periodo, attraverso un piano di interventi economici straordinari da erogare nel prossimo biennio, aventi come obiettivo prioritario quello di mantenere gli standard reddituali e demografici degli iscritti.

Secondo FIARC, infatti, l’intervento proposto sul FIRR dalla attuale maggioranza si sarebbe rivelato come uno strumento funzionale per facili messaggi di propaganda, e non è stato in grado di rispondere alle drammatiche urgenze della categoria.

La proposta di FIARC vede varie tipologie di intervento.

Anticipazione FIRR: dotazione di 50 milioni di euro, da assicurare tramite il fondo FIRR, e singole erogazioni nella misura del 20% del FIRR individualmente accantonato fino a un massimo di 1000,00 euro. Tale anticipazione rientrerebbe, secondo FIARC, nei parametri così come precedentemente definiti dagli uffici della Fondazione e, pertanto, non dovrebbe necessitare di ulteriori approfondimenti.

Costituzione di un Fondo per la l’erogazione di contributi a fondo perduto. La ripresa del processo produttivo è determinata dalla capacità delle imprese che lo costituiscono (agenti, consulenti e mandanti) di mettere in campo un nuovo progetto commerciale codificato da fattori di innovazione, di analisi del mercato e di effettiva coerenza con la domanda. La costituzione di un Fondo presso Enasarco per finanziare con un contributo a fondo perduto progetti commerciali è stimata in 50 milioni di euro. Questa dotazione può essere incrementata di ulteriori 20 milioni se venisse optato di destinarle le risorse del piano Welfare 2021 e potrebbe produrre ulteriori contributi anche nel 2022 grazie alla stessa scelta. La risorsa destinata a sostenere la misura è costituita dal saldo del Fondo Assistenza.

Costituzione di un Fondo monetario gestito da una banca convenzionata. Tale Fondo avrebbe una dotazione di 15 milioni che, con un moltiplicatore (standard) = 14 può essere in grado di generare volumi di finanziamenti fino a circa 220/250 milioni di euro a cui applicare tassi convenzionati mixati a quelli di provvista. La risorsa è costituita, per la modesta entità prevista e la straordinarietà dell’intervento, da una quota parte del contributo di solidarietà.

Costituzione di un plafond per ristoro interessi. Grazie all’attività di spending review per gli anni 2021/2022 può essere costituito un plafond presso Enasarco destinato a interventi di “ristori interessi” derivati da indebitamento per Coronavirus. La dotazione per gli anni 2021/2022 si ipotizza rispettivamente di 20 e 30 milioni. 

Relativamente ai tempi di attuazione e alle consistenze da impiegare, per l’anno 2020 verrebbe utilizzato soltanto l’importo di 50 milioni a titolo di anticipazione FIRR. Per l’anno 2021 si prevede una necessità di 86 (105) milioni che verrebbe costruita attraverso un intervento sul saldo del Fondo Assistenza pari a 50 milioni, a cui eventualmente aggiungere ulteriori 20 milioni già previsti per l’attivazione del piano Welfare, per un totale di 70 milioni. A ciò si aggiungerebbe un intervento sul contributo di solidarietà nella misura di 15 milioni (su un totale stimato di circa 190 milioni) ed un intervento di spending review sui costi pari a 20 milioni.

Per l’anno 2022, invece, si potrebbe approntare una somma compresa tra 30 e 50 milioni, da costruire attraverso l’eventuale l’utilizzo del piano Welfare sostenuto dal Fondo Assistenza per 20 milioni ed un ulteriore intervento di spending review sui costi pari a 30 milioni.

In sostanza, secondo FIARC, si prevede – oltre all’importo da utilizzare per anticipazioni del FIRR – un ulteriore uscita di cassa limitata a 50 milioni.

Elezioni Enasarco, lo scontro accende solo i contendenti, ma spegne gli elettori

La sensazione è che si stia perdendo di vista ciò che conta di più, e cioè contenuti e programmi. Gli scontri elettorali troppo accesi notoriamente scoraggiano la partecipazione al voto. Giunta e Marucci: “Si rischia la diserzione alle elezioni. Basta con le recriminazioni, largo ai programmi”.

Fin dal rinvio delle elezioni previste ad Aprile scorso, i toni dello scontro tra le opposte fazioni in lizza per la governance di Enasarco sono sempre stati piuttosto accesi, ma mai come nell’ultima settimana, durante la quale dal dibattito sono scomparse del tutto le dichiarazioni programmatiche, ed ha fatto ingresso una dialettica di livello inaccettabile per una kermesse elettorale che, a prescindere dai candidati ( e dai loro rispettivi profili) deve – senza il condizionale – rappresentare un indispensabile punto di svolta.

Tutto è cominciato una settimana fa, con l’uscita di un articolo dal titolo “Agenti di commercio al voto per salvare le pensioni dai banchieri rapaci”, che già dal titolo non lasciava presagire nulla di costruttivo. Al suo interno, dichiarazioni bellicose – per usare un eufemismo – che riassumono il leitmotiv di parte dell’attuale maggioranza: “….(quello di Enasarco) è un tesoretto che potrebbe fare la felicità di investitori, speculatori, politici. Anche della finanza vaticana, considerando i rapporti tra i personaggi che sostengono la lista “Fare bene, fare presto”….D’altronde Alfonsino Mei, l’esponente di maggior spicco della lista anti agenti, non è certo uno che si sia sporcato le mani con un lavoro da agente di commercio. Lui è un guru della finanza; lavora per una banca, poi per l’altra, cambia casacca più rapidamente di un giocatore di calcio.…”.

Ha fatto seguito una newsletter di Usarci, recante più o meno gli stessi concetti, anche questi piuttosto simili al gossip che alla dialettica politica: “…Una lista chiamata “Fare Bene Fare presto”, che da mesi spende ingenti somme per dare vigore alla propria campagna elettorale (insolitamente costosa…) nasconde torbide caratteristiche, difficilmente compatibili con una lista che sostiene di voler combattere per il bene degli agenti di commercio e della Cassa. Alfonsino Mei, consigliere di amministrazione Enasarco. Finanziere. Il “bad boy” del sistema bancario italiano. “Cambiacasacca” per eccellenza, famoso alle cronache per le sue lussuriose feste romane, meno famoso forse per i suoi presunti legami con una certa “finanza rapace”. Chissà che dietro la sua voglia di diventare presidente di Enasarco non ci sia, più che la volontà di fare il bene degli agenti, il grande desiderio di mettere le mani sui miliardi di Enasarco, per investirli a piacimento suo e di certi amici suoi”.

E Usarci non le manda a dire anche al candidato Luca Gaburro, “….consigliere di amministrazione Enasarco. Sindacalista. Il segretario nazionale di Federagenti ci riprova e salta sul “carro della banda”. Prima degli amici di Fare Presto, il signor Gaburro ha potuto contare sul suocero (sì, il suocero!) che prima di essere fondatore di Federagenti, ricopriva il ruolo di Avvocato di Stato patrocinante Enasarco. Un legame di parentela estremamente utile che ha permesso a Gaburro di farsi strada in Federagenti e poi in Enasarco….”.

L’attacco all’attuale minoranza veniva condito dalla diffusione sui social network del logo della lista “Fare Presto!” modificato in senso ai più apparso come offensivo, e che probabilmente sarà oggetto di inevitabili – e legittimi – strascichi giudiziari.

E così, dopo sei giorni di attesa ferragostana, non si è fatta più attendere la replica proveniente proprio dalla lista “Fare Presto!”, la quale per bocca di un comunicato della FIARC comunicava che “…l’articolo si caratterizza per il contenuto altamente diffamatorio nei confronti delle persone citate e, per tale motivo, sarà oggetto di apposita denuncia presso la Procura della Repubblica. (L’articolo) E’  un evidente segno del basso livello di comunicazione da parte di chi ha appoggiato per anni l’azione dell’attuale maggioranza del CdA, approvando tutte le delibere più nefaste e che oggi, non potendo più rappresentare con credibilità la categoria, non ha altri mezzi che calunniare i propri avversari.…..Noi non vogliamo metterci sullo stesso piano di chi ha redatto l’articolo, perché la calunnia e la diffamazione non costituisce la nostra storia…”. 

Secondo FIARC, coloro che hanno diffuso certe affermazioni “…sono le stesse organizzazioni sindacali che hanno sostenuto e decantato l’ennesima storiella sull’anticipo del FIRR agli agenti. Ad oggi ancora nessun iscritto ha, infatti, visto un solo euro: e ciò solo per evidenziare come sia facilmente dimostrabile, per nostra fortuna, come chi oggi governa la Fondazione non abbia avuto a cuore gli agenti e i consulenti ma solamente la propria poltrona. Dal comodo dei loro ombrelloni dorati, nella comodità del caldo agostano, questi signori sono impegnati a spargere fango e bugie, invece di lavorare per gli iscritti….”.

Il comunicato di FIARC, tra le altre cose, aggiunge “….Speriamo che arrivi il momento in cui l’attuale Presidenza della Fondazione ritenga doveroso informare tutti gli iscritti circa gli esiti dei rilievi fatti alla governance dell’Ente da una attenta e approfondita ispezione di alcuni mesi fa ad opera del MEF, anche alla luce del coinvolgimento della Procura della Corte dei Conti….Il vero motivo di tanta bassezza nelle comunicazioni è, soprattutto, quello di distogliere l’attenzione dalle proposte utili e necessarie per salvare la Fondazione ed avviare quella ripartenza necessaria per tutelare le pensioni di oggi e di domani….”.

Lo scontro, pertanto, rischia di tracimare al di là degli argini – piuttosto ampi, peraltro – della politica, e ciò fa temere conseguenze negative in termini di ritorno elettorale. Al di là delle reciproche accuse, infatti, la sensazione è che si stia perdendo di vista ciò che conta di più, e cioè contenuti e programmi. Gli scontri elettorali all’ultimo sangue, infatti, pur incuriosendo una minoranza degli aventi diritto al voto, notoriamente scoraggiano la partecipazione della maggioranza di essi, e se ciò dovesse accadere si aprirebbero nel dopo-voto scenari dominati da una assoluta incertezza riguardo la futura governance di Enasarco.

Su questa lunghezza d’onda sembra essere Valerio Giunta, candidato all’assemblea dei delegati per la lista “Consulenti finanziari uniti in Enasarco” e molto attivo sui canali social, secondo il quale “i toni dello scontro hanno raggiunto un livello non più accettabile, e rischiano di alimentare negli iscritti confusione e rabbia verso coloro che si candidano ad amministrare l’ente. Se vogliamo portare al voto il maggior numero possibile di agenti di commercio e consulenti finanziari, bisogna tornare a parlare urgentemente ed esclusivamente dei problemi che affliggono la categoria e di come possiamo intervenire per risolverli, dando priorità ai programmi. Dobbiamo migliorare il rapporti con gli iscritti, e questo può avvenire solo garantendo trasparenza ed efficienza. L’esperienza della pandemia ci spinge a migliorare le prestazioni di assistenza integrativa e sanitaria erogate dalla Fondazione, abbiamo l’obbligo morale di farlo, così come abbiamo la responsabilità di riportare in Enasarco i giovani, senza i quali l’intera categoria rischia di indebolirsi. Possiamo ottenere questo risultato attraverso l’istituzione di corsi e webinar di formazione, e soprattutto puntando al riconoscimento accademico della professione di venditore, vero e proprio lasciapassare per le nuove generazioni di agenti”.

Getta acqua sul fuoco anche Manlio Marucci, segretario nazionale di Federpomm-Uiltucs e candidato nella lista “Enasarco Libera”. “Non condivido questi toni così accesi, che non fanno bene al clima generale che deve dominare costruttivamente il periodo antecedente le elezioni. Vorrei ricordare che gli iscritti alla cassa Enasarco provengono da un periodo difficilissimo dal punto di vista professionale ed economico, e pertanto non sono interessati ad uno scontro che sia basato, anziché sui programmi e sulle iniziative da intraprendere a tutela degli iscritti, su reciproche recriminazioni. Andando avanti così, avremo sicuramente un numero di votanti inferiore a quello, già molto basso, del 2016”. 

Superbonus 110%, ecco le condizioni delle maggiori banche. Unicredit e BNL le più competitive

Da qualche settimana si attendevano le condizioni offerte dal sistema bancario, che sono arrivate (e stanno ancora arrivando) in questi giorni di Agosto. Unicredit e BNL le più competitive, ma altri gruppi bancari affilano le armi.

Da quando Il c.d. decreto Rilancio ha previsto, per una cerchia molto ampia di beneficiari (persone fisiche, compresi familiari dei proprietari e conviventi, condomini, case popolari, cooperative, enti senza scopo di lucro, associazioni sportive dilettantistiche) l’agevolazione sui lavori di efficientamento energetico degli immobili attraverso il c.d. Superbonus del 110%, il settore edilizio ha ripreso vigore in tutto il territorio italiano, e non c’è condominio in cui non si stia deliberando sull’argomento; tanto da costringere gli operatori (professionisti e imprese) ad aggregarsi per riuscire ad assorbire una domanda di servizi e lavori mai vista prima.

In estrema sintesi, il beneficio-detrazione (valido per i lavori ammessi nel periodo 1 Luglio 2020- 31 Dicembre 2021) da esercitare in sede di dichiarazione dei redditi, si ottiene attraverso una di queste due opzioni: 

sconto in fattura sul corrispettivo dovuto all’impresa che effettua i lavori di importo massimo non superiore al 100%, e cessione al fornitore, il quale recupera l’importo dell’intero credito d’imposta (ossia il 110%) e lo cede a sua volta alle banche (che incassano la commissione del 10% circa);

cessione del credito d’imposta, direttamente da parte dei beneficiari, alle banche (che incassano sempre la commissione del 10% circa), e successiva attribuzione dell’incarico ad una impresa, la quale verrà pagata con la provvista del 100% messa a disposizione dalle banche a cui i beneficiari si sono rivolti. 

Relativamente ai tempi di esercizio delle due opzioni, queste possono essere esercitate o alla fine dei lavori, oppure alla scadenza dei c.d. S.A.L. (stati di avanzamento lavori), nel numero massimo di due per ciascun intervento complessivo. Il primo stato di avanzamento dovrà riguardare almeno il 30% dei lavori previsti, ed il secondo almeno il 60% o la percentuale necessaria al completamento dell’intervento edilizio dopo il primo S.A.L..

Concretamente, il credito d’imposta ceduto si potrà compensare in F24 con i tributi e contributi dovuti dal cessionario in 5 quote annuali, con cui sarebbe stata utilizzata la detrazione nella dichiarazione dei redditi. Dal punto di vista giuridico, Il gruppo bancario che intende acquisire il credito d’imposta dal committente o dall’impresa, si impegna ad acquistare i crediti maturati per la realizzazione dei lavori ammessi al c.d. superbonus, mentre il cedente (persona fisica, condominio o impresa) si impegna a cedere alla banca i futuri crediti fiscali che matureranno in seguito alla realizzazione dei lavori, regolando il rapporto credito/debito su un conto corrente acceso presso la banca cessionaria fino ad estinzione o riduzione dell’anticipazione concessa. 

Da qualche settimana si attendevano le condizioni offerte dal sistema bancario, che sono arrivate (e stanno ancora arrivando) in questi giorni di Agosto. Unicredit, per esempio, ha comunicato che fino al 30 settembre il prezzo di acquisto del credito d’imposta sarà di 102 euro per ogni 110 euro per le persone fisiche, e di 100 euro per ogni 110 euro per le imprese. In pratica, gli 8 euro ed i 10 euro in meno corrispondono alla commissione da pagare alla banca per l’acquisto definitivo del credito d’imposta. Inoltre, Unicredit applicherà sugli anticipi a fatture e/o contratti un tasso di interesse debitore nominale annuo del 2.75% per persone fisiche e condomini, e del 6.40% annuo per le imprese. Variano le percentuali di garanzia dell’anticipo a seconda dei beneficiari: fino al 100% per le persone fisiche e per i condomini, del 60% per le imprese

L’altro grande gruppo bancario italiano, Intesa Sanpaolo, ha comunicato la formalizzazione di un accordo con la Confederazione delle piccole e medie imprese (Confapi) per la cessione del credito d’imposta. Le condizioni economiche contenute nell’accordo variano a seconda della tipologia del bonus. Quella relativa al prezzo di acquisto del credito d’imposta da superbonus 110% vede una anticipazione sono pari al 90,91% del valore nominale del credito, mentre sul prezzo di acquisto del credito d’imposta da ecobonus e sismabonus (compreso la ristrutturazione edilizia ed il bonus facciate) la percentuale di anticipazione è pari all’80% del valore nominale del credito. Per quanto riguarda la modalità di pagamento, Intesa Sanpaolo dichiara tempi di versamento del corrispettivo di cessione, mediante accredito sul conto corrente indicato dal cliente, pari a 5 giorni lavorativi successivi alla data in cui il credito risulti nel cassetto fiscale della banca e il cedente abbia consegnato al cessionario tutta la documentazione prevista. 

Crédit Agricole presenterà entro pochi giorni un pacchetto di misure sia per la cessione del credito sia per il finanziamento dei lavori a persone fisiche, condomini e imprese edili, all’interno di un plafond pari a 10 miliardi di euro già deliberato dal CdA del gruppo bancario.

BNL, infine, varerà un pacchetto di servizi molto simile a quello di Unicredit, e più precisamente: cessione possibile sia per persone fisiche sia per imprese, e possibilità di finanziamenti-ponte prime che la cessione si possa perfezionare. I costi applicati da BNL non supereranno il 10% dell’importo dei lavori, consentendo pertanto la restituzione integrale dei costi di intervento effettuati dai beneficiari.

In definitiva, le condizioni offerte da Unicredit e BNL sembrano essere al momento le più competitive, ma nei prossimi giorni altri gruppi bancari comunicheranno le proprie condizioni, e si attendono sorprese.