Le aziende si stanno pericolosamente abituando a “sopravvivere e rimanere a galla”, mentre il loro mestiere è quello di “progredire, fare utili ed espandersi”. Dato che molte di esse beneficeranno di un salvataggio del governo, è probabile che accetteranno le sollecitazioni governative ad affiancare al profitto uno scopo di interesse collettivo.
Di Andrew Shirley*
In un mondo dominato dalle vecchie, care incertezze a cui ci eravamo abituati da secoli – guerre, crisi economiche, Guerra Fredda, fame nel mondo, scioglimento dei ghiacciai ed altri eventi con cui siamo entrati in familiarità – quella del Covid-19 è una “nuova incertezza”, dotata di un elemento che fino ad oggi non avevamo mai visto nelle “altre incertezze”: la sua globalizzazione. Infatti, la capacità del virus di colpire in rapidissima successione tanto un campesino messicano quanto un vulcanologo islandese, ha determinato una crisi di fiducia sulla durata stessa del mondo e del genere umano, o almeno di quello che conoscevamo fino a qualche mese fa.
Le conseguenze di questa crisi, così “condivisa” da tutte le etnie del mondo, ha generato nuove tendenze, alcune delle quali ritenute prima “improbabili”, oppure “belle ma impossibili”. Una delle tendenze chiave delineate dalla Grande Paura che sta guidando la politica internazionale è la mutevole relazione tra i tre principali blocchi commerciali del mondo, ossia Stati Uniti, Cina ed Europa. Infatti, con l’arrivo della pandemia, la relazione tra i blocchi è diventata così disfunzionale da rendere necessario coniare una nuova definizione della crisi in atto, denominata “recessione geopolitica“.
In considerazione della risposta globale, in gran parte scoordinata, data fino ad oggi alla pandemia – la corsa individuale alla scoperta del miglior vaccino ne è prova tangibile – questa recessione sembra destinata ad aggravarsi, a meno che non emerga improvvisamente una leadership politica ispirata.
Prima della diffusione del Covid-19, il modello di dimensionamento della ricchezza globale prevedeva una forte crescita del numero di individui con un patrimonio netto elevato, in tutto il mondo, nei prossimi cinque anni, con le maggiori salite in Asia. In pratica, un allargamento della forbice di ricchezza (dai più ricchi ai più poveri) e la concentrazione di potere economico nelle mani di una ristretta cerchia di persone, capaci così di influenzare il corso della Politica e della Storia. Oggi, invece, bisogna rivedere le tali previsioni, poiché la crisi finanziaria globale scatenata dalla pandemia – di cui non si vede ancora la fine – ha mostrato che la creazione di ricchezza si riprende più velocemente di quanto ci si possa aspettare, e che il “trasferimento di ricchezza” all’interno dei vari comparti merceologici – da quelli tradizionali, che sono andati giù, a quelli tecnologici, che hanno avuto crescite spaventose – è stato altrettanto rapido. In generale, le economie occidentali stanno già cercando di “riallacciare” alle proprie strutture industriali la parte maggiore della loro capacità produttiva, al fine di assicurarsi

una minore vulnerabilità allo stress della catena di approvvigionamento che, nei momenti iniziali, aveva lasciato vuoti gli scaffali dei supermercati; però, districare decenni di globalizzazione non è affatto facile, e risulta infinitamente meno costoso spendere denaro per la ricerca scientifica e la produzione (e distribuzione) del futuro vaccino. Quest’ultimo, infatti, costituisce l’elemento fondamentale per declassare la “Grande Incertezza Globale” al livello di “incertezza comune”.
Un’altra tendenza generata dalla pandemia è identificabile nel desiderio di trasparenza sentito da tutte le popolazioni colpite dall’incertezza, e grazie a questo il velo di segretezza che nascondeva gran parte della ricchezza mondiale è stato gradualmente rimosso, svelando un po’ dappertutto quale impatto il Covid-19 sta avendo sui “super-ricchi” e quale sia il livello di tassazione del loro denaro.
Già la crisi finanziaria del 2008 era stata un potente catalizzatore. All’improvviso, i governi si sono trovati a corto di denaro e di fronte a una popolazione molto arrabbiata per la disuguaglianza in termini di ricchezza. La crisi finanziaria del 2008, però, portava alla luce le profonde differenze in termini di ricchezza, mentre la pandemia del Covid-19 ci porta pericolosamente a parlare di disuguaglianza in termini di salute, il chè ci fa prevedere una risposta c.d. populista della Politica e delle masse, desiderose di ricevere lo stesso livello di opportunità di cura e prevenzione che avranno le classi più ricche.
Relativamente alle strategie di investimento, verso la fine del 2019 molti gestori e consulenti patrimoniali stavano rivedendo gli scenari e il proprio atteggiamento verso il futuro in senso più “sociale”. In tal senso, la pandemia ha accelerato questa fase di revisione, dal momento che il danno inflitto ai mercati azionari mondiali e il costo dei pacchetti di salvataggio non faranno altro che sovraccaricare questo processo di cambiamento. La proprietà di beni tangibili, come quelli artistici, le auto classiche e i lingotti d’oro – hanno rafforzato la propria tendenza alla crescita, così come la liquidità – parametro principale che misura l’incertezza – la fa da padrone, e solo una nuova pressione inflazionistica potrebbe far cambiare rapidamente comportamento agli investitori.
Anche il settore immobiliare sta godendo di una rivalutazione, ma al suo interno rivela una profonda modificazione delle preferenze, dalle città alle campagne vicine, che si estenderà negli anni a venire in tutto il mondo occidentale e industrializzato. Infatti, dato che le città sono state l’epicentro per la diffusione del Covid-19, i loro abitanti rivaluteranno se lavorare da casa in aree meno popolate.

Andrew Shirley
Molti dei fattori di cambiamento che modellano i futuri trend di investimento ricadono sotto la bandiera dei criteri ESG: ambientale, sociale e di governance. Il 2019, infatti, potrà essere ricordato come l’anno in cui il capitalismo è diventato “sentimentale”, ed il 2020 è l’anno in cui il capitalismo avrà chiesto di essere semplicemente salvato. Infatti, la sensazione è che le aziende si stiano pericolosamente abituando a “sopravvivere e rimanere a galla”, mentre il loro mestiere è quello di “progredire, fare profitto ed espandersi”. Dato che molte di esse beneficeranno di un salvataggio del governo dagli effetti del Covid-19, è probabile che accetteranno le sollecitazioni governative ad affiancare al profitto uno scopo di interesse collettivo.
Il tempo ci dirà se abbiamo fatto bene a pensarlo.
*Traduzione a cura della redazione di P&F



L’incertezza sulla Brexit, aggravata dalle tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti, ha minato la fiducia nel mercato dell’arte durante il 2019. Tuttavia, ciò è stato compensato in una certa misura dalle crescenti vendite online, che oggi sono più inclusive rispetto alle generazioni più giovani desiderose di collezionare anche opere meno impegnative economicamente. L’indice globale del mercato, che tiene traccia del valore delle loro opere vendute all’asta in tutto il mondo, è aumentato del 134% nel decennio 2010-2020, ma è cresciuto solo del 4.3% negli ultimi 12 mesi, mentre nel primo semestre del 2020 è cresciuto dell’1.8%.
Il famoso gallerista David Zwirner afferma che il 2020 potrebbe essere uno dei grandi anni per il collezionismo. Lei che ne pensa?

Dopo i primi due trimestri del 2020, oggi è possibile stimare con esattezza l’impatto del Covid sul mercato del vino, nonché fare previsioni per il resto del 2020. I produttori stanno ancora sperimentando un cambiamento nei canali di vendita, e ciò continuerà per tutto il resto dell’anno. Finora, il retail (in volume) e il canale online (in percentuale) sono i vincitori assoluti, con un miglioramento delle performance, mentre l’on-trade sta ancora cercando di riprendersi dal lungo periodo di chiusura di bar e ristoranti.
La domanda più importante (per il 2020 e probabilmente anche per il 2021) è se il canale delle aste “face to face” potrà riprendersi. Il fascino dei battitori d’asta, infatti, rimane oggi, per chi frequenta questi contesti, una perdita notevole, tanto essi sono intrisi di storia e tradizione (un po’ come il mercato azionario “alle grida” di una volta, prima che diventasse telematico). Questa mancanza, peraltro, si rifletterà certamente sulle nuove produzioni di vino pregiato, per le quali si prevede una riduzione delle produzioni di annata del 10-20% (alcune denominazioni di origine abbasseranno le rese).
Un altro pilastro degli alternative investment è quello del Rare Whisky. In termini di crescita del valore, il significativo eccesso di offerta riscontrato nel 2019 e l’indebolimento del leader di mercato, The Macallan, avevano determinato un calo del 2,67% dell’indice Knight Frank di settore nel primo semestre dello scorso anno. La seconda metà del 2019, però, era andata molto meglio, e l’Indice aveva chiuso l’anno in rialzo del 5%. L’epidemia di Coronavirus, e il conseguente crollo dei mercati azionari globali, hanno portato molti investitori e azionisti a subire ripercussioni significative con il crollo dei valori degli investimenti, portandoli a guardare altrove per proteggere la propria ricchezza.
Nei mercati secondari, la domanda sia per il whisky scozzese che per quello irlandese è aumentata di anno in anno. Per il whisky irlandese, ad esempio, la dimensione del mercato è cresciuta in media del 13% negli ultimi due decenni. Le previsioni dell’IWSR, il benchmark globale per i dati sull’alcol, mostrano che la crescita sia del whisky irlandese che di quello scozzese è destinata a continuare. Tuttavia, solo il 16% dei marchi di whisky possiede le proprie distillerie, il che significa che esse acquistano scorte di whisky maturo da stoccare nelle botti invecchiate a da imbottigliare successivamente, per soddisfare le esigenze dei collezionisti. Come risultato di questo crescente interesse, le più importanti distillerie prevedono aumenti di prezzo fino al 20% nei prossimi mesi.
Facendo un raffronto tra i vari indici di investimento, l’indice HAGI – che misura l’evoluzione di questa tipologia di veicoli – è cresciuto del 4,11% nel 2020, mentre, ad esempio, l’indicatore di borsa Euro Stoxx 50 è sceso di oltre l’11%. Dal 2008, questo indicatore, secondo i dati di Historic Automobile Group, ha moltiplicato il suo valore per tre.
Difficile, comunque, replicare nel medio periodo i risultati degli ultimi 12 anni. In Spagna, lo scorso luglio, all’asta della collezione di Desguaces La Torre, è stata battuta la Ford 817T che Franco usò durante la Guerra Civile, e 46 dei 54 lotti sono stati venduti. “Gli obiettivi sono stati più che raggiunti, è stato venduto molto più del previsto e nel migliore dei casi superiore al valore atteso”, spiegano da IAG Auction, organizzatore dell’offerta.
Il mercato spagnolo sembra essere quello con i maggiori margini, sebbene la gran parte degli appassionati di auto si comporta come “hobbysti di qualità”, e ama le famose auto spagnole degli anni ’60 e ’70 (Seat 600 e 850, Renault 8, 2CV etc). Però, come accaduto in Italia già da circa 10 anni, si fanno strada i collezionisti di “youngtimer”, Porsche o Mercedes degli anni ’80 o ’90 soprattutto.
Ferrari 275 GTB / 4 Scaglietti del 1967 (valore tre milioni di euro, e una Bugatti Type 57C Ventoux del 1937 da 700.000 euro. L’auto di maggior valore è stata una Ferrari 550 GT1 Prodrive del 2001, battuta a circa 3.6 milioni di euro.
mappa del sistema bancario ed assicurativo italiano. Tale scenario purtroppo sta coinvolgendo in questa recente fase anche una realtà solida di un forte gruppo nazionale quale il gruppo UBI, di cui IWBANK, la rete dei consulenti finanziari ne è parte integrante con i suoi circa 750 professionisti di alto livello che andrebbero – si ipotizza – a rinforzare la rete di Fideuram-Ispb.
Esistono poi istanze che travalicano l’aspetto strettamente contrattuale e remunerativo. Si tratta di promuovere un riaccreditamento della figura “centrale” del consulente sul mercato dando loro una rappresentanza forte ed incisiva sia sotto l’aspetto contrattuale, economico che professionale.

Bluerating non è nuova a queste iniziative di informazione proveniente “dal basso” – io stesso, prima di affiancare la passione per l’informazione alla professione di consulente finanziario,
Come possa essere indicativo quel parametro di merito professionale, all’interno di uno scenario come quello descritto prima (e accettato, a parole, da tutte le banche), è un mistero misterioso. Tanto più che l’equilibrio economico di un consulente, ancora oggi, è basato squisitamente sul binomio management fee-assicurazioni, ponendo così un limite qualitativo invalicabile nella relazione con la clientela che invece vuole molto di più, e lo trova presso altre categorie di professionisti.
La prova di tutto ciò risiede nell’impossibilità, per i 33.000 consulenti sotto mandato, di poter erogare alla clientela diffusa – e quindi anche a quella non ricompresa nel proprio portafoglio – la c.d. consulenza “autonoma o indipendente”, e cioè quel particolare contratto di consulenza che consentirebbe a qualunque professionista della finanza di poter esprimere la propria professionalità sul patrimonio “non mobiliare” di un cliente senza che questa venga legata necessariamente alla distribuzione degli strumenti finanziari della società mandante. Consulenza pura, insomma, sull’intero patrimonio, all’interno del quale la ricchezza mobiliare è solo una delle componenti.
Se realmente ci si vuole vantare di promuovere la Consulenza Patrimoniale senza passare come una sorta di moderno Giano Bifronte, bisogna farsi pagare adeguatamente l’esercizio di queste specifiche competenze, e retribuire altrettanto adeguatamente i consulenti finanziari, gli unici in grado di attivare con completezza questo servizio. Pertanto, le società mandanti devono aggiornare – ed in fretta – l’offerta dei consulenti, consentendo loro di trovare, attraverso specifici servizi di consulenza mirati anche al resto del patrimonio, una ulteriore fonte di ricavo. Ancora, servirà cambiare anche i parametri di valutazione del portafoglio medio del professionista, ricomprendendo necessariamente anche il patrimonio immobiliare ed il valore degli investimenti alternativi (preziosi, oro, opere d’arte etc) delle famiglie, più le eventuali quote aziendali del cliente-imprenditore. Solo così sarà possibile riconfigurare la professione dell’attuale consulente finanziario, e slegare la sua retribuzione dalla sola gestione della ricchezza mobiliare. Parimenti, occorrerà rivedere tutti i sistemi di rendicontazione della clientela, alla quale erogare necessariamente una secondo livello di consulenza, quello indipendente dagli strumenti finanziari, con il quale il cliente remunera il professionista sulla parte non mobiliare.
In conclusione, c’è ancora molto da fare, ma resta da capire se c’è l’intenzione di farlo. “Sdoganando” il contratto di consulenza indipendente anche per i consulenti non autonomi (quelli indipendenti ci lavorano già da anni) si potrà estendere il concetto di consulenza a tutta la clientela, abbassando una soglia naturale di accesso che oggi è ancora molto alta. Senza contare che, dalla sua diffusione, deriverebbero sia l’esplosione del “mercato della consulenza”, che oggi è soffocato dalle logiche distributive di prodotto, sia un maggior livello di educazione finanziaria degli utenti, sia infine la necessità di una ulteriore crescita qualitativa dei consulenti non autonomi, i quali dovranno “motivare” la propria parcella attraverso un servizio che dia al cliente vantaggi concreti e visibili. Indubbi benefici anche per gli attuali consulenti autonomi-indipendenti, già attivi da anni nell’erogazione di questo tipo di servizio, i quali troverebbero un mercato nuovo di zecca – quello dei clienti di fascia media o medio-bassa – sul quale esercitare la propria capacità attrattiva. 
Secondo FIARC, infatti, l’intervento proposto sul FIRR dalla attuale maggioranza si sarebbe rivelato come uno strumento funzionale per facili messaggi di propaganda, e non è stato in grado di rispondere alle drammatiche urgenze della categoria.
Relativamente ai tempi di attuazione e alle consistenze da impiegare, per l’anno 2020 verrebbe utilizzato soltanto l’importo di 50 milioni a titolo di anticipazione FIRR. Per l’anno 2021 si prevede una necessità di 86 (105) milioni che verrebbe costruita attraverso un intervento sul saldo del Fondo Assistenza pari a 50 milioni, a cui eventualmente aggiungere ulteriori 20 milioni già previsti per l’attivazione del piano Welfare, per un totale di 70 milioni. A ciò si aggiungerebbe un intervento sul contributo di solidarietà nella misura di 15 milioni (su un totale stimato di circa 190 milioni) ed un intervento di spending review sui costi pari a 20 milioni.
Ha fatto seguito una newsletter di Usarci, recante più o meno gli stessi concetti, anche questi piuttosto simili al gossip che alla dialettica politica: “…Una lista chiamata “Fare Bene Fare presto”, che da mesi spende ingenti somme per dare vigore alla propria campagna elettorale (insolitamente costosa…) nasconde torbide caratteristiche, difficilmente compatibili con una lista che sostiene di voler combattere per il bene degli agenti di commercio e della Cassa. Alfonsino Mei, consigliere di amministrazione Enasarco. Finanziere. Il “bad boy” del sistema bancario italiano. “Cambiacasacca” per eccellenza, famoso alle cronache per le sue lussuriose feste romane, meno famoso forse per i suoi presunti legami con una certa “finanza rapace”. Chissà che dietro la sua voglia di diventare presidente di Enasarco non ci sia, più che la volontà di fare il bene degli agenti, il grande desiderio di mettere le mani sui miliardi di Enasarco, per investirli a piacimento suo e di certi amici suoi”.
E Usarci non le manda a dire anche al candidato Luca Gaburro, “….consigliere di amministrazione Enasarco. Sindacalista. Il segretario nazionale di Federagenti ci riprova e salta sul “carro della banda”. Prima degli amici di Fare Presto, il signor Gaburro ha potuto contare sul suocero (sì, il suocero!) che prima di essere fondatore di Federagenti, ricopriva il ruolo di Avvocato di Stato patrocinante Enasarco. Un legame di parentela estremamente utile che ha permesso a Gaburro di farsi strada in Federagenti e poi in Enasarco….”.
Secondo FIARC, coloro che hanno diffuso certe affermazioni “…sono le stesse organizzazioni sindacali che hanno sostenuto e decantato l’ennesima storiella sull’anticipo del FIRR agli agenti. Ad oggi ancora nessun iscritto ha, infatti, visto un solo euro: e ciò solo per evidenziare come sia facilmente dimostrabile, per nostra fortuna, come chi oggi governa la Fondazione non abbia avuto a cuore gli agenti e i consulenti ma solamente la propria poltrona. Dal comodo dei loro ombrelloni dorati, nella comodità del caldo agostano, questi signori sono impegnati a spargere fango e bugie, invece di lavorare per gli iscritti….”.
Su questa lunghezza d’onda sembra essere Valerio Giunta, candidato all’assemblea dei delegati per la lista “Consulenti finanziari uniti in Enasarco” e molto attivo sui canali social, secondo il quale “i toni dello scontro hanno raggiunto un livello non più accettabile, e rischiano di alimentare negli iscritti confusione e rabbia verso coloro che si candidano ad amministrare l’ente. Se vogliamo portare al voto il maggior numero possibile di agenti di commercio e consulenti finanziari, bisogna tornare a parlare urgentemente ed esclusivamente dei problemi che affliggono la categoria e di come possiamo intervenire per risolverli, dando priorità ai programmi. Dobbiamo migliorare il rapporti con gli iscritti, e questo può avvenire solo garantendo trasparenza ed efficienza. L’esperienza della pandemia ci spinge a migliorare le prestazioni di assistenza integrativa e sanitaria erogate dalla Fondazione, abbiamo l’obbligo morale di farlo, così come abbiamo la responsabilità di riportare in Enasarco i giovani, senza i quali l’intera categoria rischia di indebolirsi. Possiamo ottenere questo risultato attraverso l’istituzione di corsi e webinar di formazione, e soprattutto puntando al riconoscimento accademico della professione di venditore, vero e proprio lasciapassare per le nuove generazioni di agenti”.
Getta acqua sul fuoco anche Manlio Marucci, segretario nazionale di Federpomm-Uiltucs e candidato nella lista “Enasarco Libera”. “Non condivido questi toni così accesi, che non fanno bene al clima generale che deve dominare costruttivamente il periodo antecedente le elezioni. Vorrei ricordare che gli iscritti alla cassa Enasarco provengono da un periodo difficilissimo dal punto di vista professionale ed economico, e pertanto non sono interessati ad uno scontro che sia basato, anziché sui programmi e sulle iniziative da intraprendere a tutela degli iscritti, su reciproche recriminazioni. Andando avanti così, avremo sicuramente un numero di votanti inferiore a quello, già molto basso, del 2016”. 
– sconto in fattura sul corrispettivo dovuto all’impresa che effettua i lavori di importo massimo non superiore al 100%, e cessione al fornitore, il quale recupera l’importo dell’intero credito d’imposta (ossia il 110%) e lo cede a sua volta alle banche (che incassano la commissione del 10% circa);
Concretamente, il credito d’imposta ceduto si potrà compensare in F24 con i tributi e contributi dovuti dal cessionario in 5 quote annuali, con cui sarebbe stata utilizzata la detrazione nella dichiarazione dei redditi. Dal punto di vista giuridico, Il gruppo bancario che intende acquisire il credito d’imposta dal committente o dall’impresa, si impegna ad acquistare i crediti maturati per la realizzazione dei lavori ammessi al c.d. superbonus, mentre il cedente (persona fisica, condominio o impresa) si impegna a cedere alla banca i futuri crediti fiscali che matureranno in seguito alla realizzazione dei lavori, regolando il rapporto credito/debito su un conto corrente acceso presso la banca cessionaria fino ad estinzione o riduzione dell’anticipazione concessa.
Da qualche settimana si attendevano le condizioni offerte dal sistema bancario, che sono arrivate (e stanno ancora arrivando) in questi giorni di Agosto. Unicredit, per esempio, ha comunicato che fino al 30 settembre il prezzo di acquisto del credito d’imposta sarà di 102 euro per ogni 110 euro per le persone fisiche, e di 100 euro per ogni 110 euro per le imprese. In pratica, gli 8 euro ed i 10 euro in meno corrispondono alla commissione da pagare alla banca per l’acquisto definitivo del credito d’imposta. Inoltre, Unicredit applicherà sugli anticipi a fatture e/o contratti un tasso di interesse debitore nominale annuo del 2.75% per persone fisiche e condomini, e del 6.40% annuo per le imprese. Variano le percentuali di garanzia dell’anticipo a seconda dei beneficiari: fino al 100% per le persone fisiche e per i condomini, del 60% per le imprese.
L’altro grande gruppo bancario italiano, Intesa Sanpaolo, ha comunicato la formalizzazione di un accordo con la Confederazione delle piccole e medie imprese (Confapi) per la cessione del credito d’imposta. Le condizioni economiche contenute nell’accordo variano a seconda della tipologia del bonus. Quella relativa al prezzo di acquisto del credito d’imposta da superbonus 110% vede una anticipazione sono pari al 90,91% del valore nominale del credito, mentre sul prezzo di acquisto del credito d’imposta da ecobonus e sismabonus (compreso la ristrutturazione edilizia ed il bonus facciate) la percentuale di anticipazione è pari all’80% del valore nominale del credito. Per quanto riguarda la modalità di pagamento, Intesa Sanpaolo dichiara tempi di versamento del corrispettivo di cessione, mediante accredito sul conto corrente indicato dal cliente, pari a 5 giorni lavorativi successivi alla data in cui il credito risulti nel cassetto fiscale della banca e il cedente abbia consegnato al cessionario tutta la documentazione prevista.
BNL, infine, varerà un pacchetto di servizi molto simile a quello di Unicredit, e più precisamente: cessione possibile sia per persone fisiche sia per imprese, e possibilità di finanziamenti-ponte prime che la cessione si possa perfezionare. I costi applicati da BNL non supereranno il 10% dell’importo dei lavori, consentendo pertanto la restituzione integrale dei costi di intervento effettuati dai beneficiari.








