Luglio 31, 2026
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PIL Italia, terzo trimestre in recupero oltre le previsioni. E i frugali premono per il ritorno all’austerità

Veramente troppo, per l’Europa della Questione Meridionale, che uno dei migliori mercati di sbocco continentali possa rialzare la testa e andare più veloce del previsto. All’Ecofin di Berlino le prime (garbate) pressioni al ritorno al Patto di Stabilità, mentre Gualtieri mette le mani avanti per frenare gli appetiti tedeschi e olandesi.

Non sono passati neanche due giorni da quando, in occasione della presentazione virtuale del Rapporto Export 2020 di Sace sul commercio estero, il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, commentava con toni di grande soddisfazione i dati sulla produzione industriale.  “Appare ad oggi probabile”, diceva, “un incremento congiunturale del Pil nel terzo trimestre a due cifre”. La produzione industriale di luglio conferma che la ripresa dell’attività produttiva è significativa con un incremento del 7,5%, cioè più del doppio. Siamo ovviamente sotto il livello di luglio 2019 ma si avvalora la tesi di un forte rimbalzo del Pil. Occorre procedere con cautela ma siamo fiduciosi che il graduale ritorno alla normalità possa continuare“.

Finita la crisi, però, i c.d. rigoristi vorrebbero già tornare a rivestire il ruolo di guastafeste, prima ancora che qualcuno le possa anche soltanto annunciare (le feste).  Sembra chiaro, a giudicare dal tipico atteggiamento di chi “mette le mani avanti” assunto da Gualtieri al recentissimo Ecofin di Berlino, che siano iniziate le pressioni dei “frugals” per tornare al tanto amato Patto di Stabilità che al momento è sospeso tramite la c.d. “clausola di fuga” azionata per via della pandemia, e che aveva garantito ai paesi del Nord Europa prosperità ai danni di quelli del Sud.

Il ministro Gualtieri, dicevamo, ha subito messo le mani avanti, ed a chi gli chiedeva garbatamente il suo parere sul ritorno alle normali regole di austerità, rispondeva come nel più classico dei negoziati, e cioè prima rinviando qualunque rientro al Patto di Stabilità solo dopo il raggiungimento dei livelli di PIL pre-Covid, e poi sottoponendo il dibattito alla “…necessità di rivedere le regole che ne migliorino il carattere, perché  il Patto prevede troppa complicazione, una eccessiva pro-ciclicità, un non-incentivo agli investimenti“.

Gli dà man forte il commissario europeo Paolo Gentiloni, il quale è dovuto intervenire per affermare un concetto piuttosto semplice, secondo cui è più rischioso eliminare lo stimolo troppo presto, piuttosto che troppo tardi.

In questa Europa a due velocità, dove lo scoppio della pandemia ci ha insegnato che è necessario negoziare con i paesi “amici” anche le più elementari regole comuni di sopravvivenza, durante gli incontri bilaterali a margine dell’Eurogruppo e dell’Ecofin informale tutti i ministri dell’Economia hanno sottolineato che i dati dell’Italia sono superiori a quelli che molti si aspettavano, e questo non è un buon segno, soprattutto se le manifestazioni di (finto) giubilo provengono da soggetti di solito molto avari di complimenti e per nulla inclini a riequilibrare i guasti causati dall’introduzione della moneta unica al nostro Paese.

Se non altro, adesso sappiamo quale sarà il leitmotiv che animerà le prossime riunioni formali dell’Eurogruppo, in occasione della quali L’Italia sarà costretta a difendersi dai ricatti di Germania e Olanda, che faranno pressioni inaudite – ricordatevi dei consigli “disinteressati” di Commerzbank, ad Aprile, sui nostri BTP – per tornare alla “loro normalità”.

Invece, reintrodurre subito gli obblighi previsti dal Patto di Stabilità sarebbe un errore gravissimo per tutti, e non solo per l’Italia. Occorre, infatti, mantenere un orientamento espansivo anche nel 2021, soprattutto in considerazione delle incertezze derivanti da un autunno-inverno pieno di incognite in tema di recrudescenza del Covid e di possibili blocchi di alcune attività molto importanti per l’Economia dei paesi europei. Anche perché, come ammette lo stesso ministro Gualtieri, “il secondo trimestre è stato molto negativo, il terzo è buono, superiore alle aspettative, ma sul quarto c’è molta incertezza”.

Per comprendere meglio quanto siano validi gli inviti alla prudenza, basti ripassare le caratteristiche del “Patto di stabilità e crescita” (Stability and Growth Pact), che richiede il rispetto di alcuni parametri di bilancio e ruota attorno a due cardini: 1) il deficit pubblico (cioè la differenza tra entrate e uscite, comprese le spese per interessi) non deve superare il 3% del PIL e 2) il debito pubblico non deve superare il 60% del PIL. Ebbene, la maggior parte dei paesi membri sono molto lontani da quest’ultimo parametro, ma l’Italia è lontana anni-luce, con il suo rapporto debito/PIL al 150% nel post-Covid. E per arrivare al parametro del 60% previsto dal Patto, il divario tra il livello del debito di un paese e il riferimento del 60% deve essere ridotto di un ventesimo all’anno. Questo, oggi, per il nostro Paese significherebbe un salto all’indietro di quasi 100 punti di debito in venti anni; un obiettivo difficile, se non impossibile, che potrebbe impoverire una intera nazione.

Dal momento che il problema del deficit e del rapporto debito/PIL è adesso condiviso da tutti (con le dovute differenze), si è aperta la corsa ad evitare eccessivi sacrifici anche per i paesi del Nord Europa, i quali pensano di istituire nuove fonti di ricavo anche per ripagare il debito da assumere con il Recovery Fund. Ciò significa nuove tasse europee, come la Digital Tax (che colpirebbe i giganti del Web e vedrebbe la durissima opposizione di Irlanda e Lussemburgo), l’estensione dell’Ets (il sistema europeo per tracciare le emissioni nocive), maggiori carichi fiscali sul trasporto aereo e marittimo, la famosa “Carbon Tax” e, naturalmente, la tassazione sulle transazioni finanziarie.

Ethenea Independent Investors festeggia il suo decimo anniversario. “La flessibilità è essenziale”

I gestori Luca Pesarini e Arnoldo Valsangiacomo hanno fondato la società di investimento indipendente nel settembre 2010 al fine di gestire in modo ottimale i tre fondi Ethenea già esistenti dal 2002.

10 settembre 2020 – Ethenea ha oggi sede in Lussemburgo e gestisce attivamente un patrimonio di 3,45 miliardi di euro. ETHENEA è una società d’investimento indipendente con sede in Lussemburgo. Gli Ethna Funds, gestiti da ETHENEA Independent Investors S.A., sono fondi d’investimento conservativi, che perseguono una performance continuativa e la minimizzazione del rischio.

Sono passati 18 anni da quando Pesarini e Valsangiacomo hanno lanciato il loro primo fondo comune: l’Ethna-Aktiv. “Quando abbiamo fondato l’Ethna-Aktiv, nel 2002, sui mercati c’era uno stato d’animo di enorme sconvolgimento dopo l’11 settembre e lo scoppio della bolla delle dotcom“, ricorda Pesarini. “A quel tempo, i fondi multi-asset erano a malapena rappresentati e proprio lì abbiamo visto la nostra opportunità“.

Lo scopo del fondo è quello di preservare il capitale affidato ai gestori di portafoglio e di aumentarlo costantemente nel lungo termine con i minori rischi e volatilità possibili. Questo approccio si è rapidamente dimostrato di successo tanto che Pesarini e Valsangiacomo hanno lanciato i fondi Ethna-Defensiv nel 2007 ed Ethna-Dynamisch nel 2009, utilizzando gli stessi principi. Un anno dopo, hanno fondato la società Ethenea per concentrarsi esclusivamente sulla gestione dei tre fondi.

Da allora l’azienda è cresciuta insieme al successo dei fondi. Un team di esperti gestisce i tre fondi insieme ai due fondatori, che sono tuttora gestori attivi in Ethenea. Nonostante la loro diversa focalizzazione in termini di asset class e profili di rischio, tutti i fondi Ethenea hanno un elemento in comune: nel loro DNA c’è un approccio multi-asset gestito in modo attivo e flessibile, indipendente da benchmark.

Guardando al futuro, i fondatori sono convinti che il loro approccio iniziale sia valido oggi come lo era il primo giorno. “Siamo grati per la fiducia che i nostri investitori hanno riposto in noi e orgogliosi dei progressi che abbiamo fatto insieme a loro“, afferma Arnoldo Valsangiacomo. “Vogliamo continuare ad aiutare i nostri clienti a raggiungere i loro obiettivi di investimento e guardare avanti per i prossimi anni”. “Il nostro mondo è in continuo movimento. Cambiano i mercati, i prodotti e le opinioni. Per stare al passo è importante continuare a muoversi e la flessibilità è essenziale”, afferma Luca Pesarini. Entrambi i gestori si sono sempre contraddistinti per la volontà di esplorare nuovi percorsi e affrontare nuove sfide in modo innovativo”.

Enasarco, “Fare Presto!”: più giovani per stabilizzare iscritti, e una commissione per fare luce sul passato

Due comunicati stampa della lista “Fare Presto!” (Anasf, Federagenti, Fiarc e Confesercenti) in vista del rinnovo delle cariche in seno all’Assemblea del Delegati di Enasarco e, successivamente, della nomina dei 15 membri del CdA che governeranno l’Ente fino al 2024.

Mancano poco più di due settimane all’avvio della tornata elettorale che dal 24 settembre al  7 ottobre prossimi porterà al rinnovo delle cariche in seno all’Assemblea del Delegati di Enasarco e, successivamente, alla nomina dei 15 membri del CdA che poi governeranno l’Ente per il prossimo quadriennio. Un  quadriennio che “se la guida verrà affidata a noi, sarà di rilancio e ripresa, nonché di piena sostenibilità e totale trasparenza” dicono i rappresentanti della lista unitaria “Fare Presto!”, sostenuta da Anasf, Federagenti, Fiarc  e Confesercenti.

Alfonsino Mei (Fare Presto)

Negli ultimi 10 anni, Enasarco ha registrato una perdita media di 5.000 iscritti l’anno “e questa rotta va assolutamente invertita: serve una ripartenza. Per questo tra i primi punti del nostro programma ci sono i giovani, che intendiamo coinvolgere con un progetto-lavoro i cui benefici cadranno su tutto il sistema Paese“. Tra i progetti della lista “Fare Presto!”, i giovani ricoprono un ruolo centrale: “L’Ente registra un calo di iscritti, mediamente, di 5mila unità l’anno: un dato allarmante, figlio di scarsa strategia da parte delle gestioni passate e di poco dialogo con le istituzioni: questo non deve più accadere. Dobbiamo, a questo riguardo, avere molta attenzione per i nuovi iscritti che devono essere ‘inclusi’ nella nostra professione e non rischiare di disamorarli dopo pochi anni. Questo è successo in passato, proprio per l’incapacità di attuare una politica di avvicinamento alla professione: deve essere ben chiaro non può esserci nessuna Enasarco del domani senza i giovani agenti di oggi“. Tra i progetti a tema “giovani” che “Fare Presto!” promette di mettere in campo, “quello di portare Enasarco nelle scuole, di dare il via a una campagna di informazione mirata, di consentire l’acquisizione gratuita dell’abilitazione, garantendo un tutoraggio attento e, non in ultimo, di coinvolgere le mandanti: “perché agenti e mandanti hanno l’uno bisogno dell’altro“. Per la lista unitaria è necessario aiutare i giovani a intraprendere una professione che può tornare ad essere il lavoro più bello del mondo.

Tra gli altri punti in agenda della lista unitaria “Fare Presto!”: l’aumento delle rendite dal patrimonio, la diminuzione dei costi di gestione, la diminuzione delle spese legate a consulenze esterne in carico alla Fondazione e l’efficientamento dei servizi rivolti alla categoria. 

Enasarco deve rispondere ai bisogni degli iscritti e lavorare a vere misure di sostegno in favore delle categorie rappresentate, con un’idea chiara di futuro”, affermano a “Fare Presto”. “In passato sono state fatte alcune scelte discutibili; per questo, se e quando saremo eletti, costituiremo una Commissione Consiliare per fare luce, a esempio, sulla vendita degli immobili Enasarco e sulle consulenze affidate all’esterno“, aggiungono.

E’ nostro convincimento – si aggiunge nella seconda delle due note – fare una verifica di tutte le scelte compiute in passato: non solo per capire gli errori commessi ed evitare che possano essere perpetrati, ma anche per salvaguardare il patrimonio dell’Ente che, ricordiamolo, è proprio degli iscritti ed è degli iscritti che dobbiamo fare gli interessi. Prevediamo, inoltre, l’attivazione di uno sportello reclami per i contribuenti della Cassa”.

 

DL Agosto, Anasf: i consulenti finanziari abbiano accesso a finanziamenti

I consulenti finanziari devono poter accedere ai finanziamenti bancari garantiti dal Fondo Centrale di Garanzia, così come previsto dal Dl Liquidità. A tal fine, stiamo presentando un emendamento al Dl Agosto che consenta anche alla nostra categoria che, nello specifico conta più di 52.000 professionisti, di aver accesso a tale beneficio. Siamo stati danneggiati anche noi dall’emergenza Covid-19“.

Così in una nota congiunta Luigi Conte, Presidente Anasf e Alfonsino Mei, Consulente finanziario membro del CdA Enasarco e leader della Lista unitaria “Fare Presto!” che concorre al rinnovo delle cariche della Fondazione, in agenda dal 24 settembre al 7 ottobre 2020 prossimi. “Siamo persone fisiche – prosegue la nota Anasf – e affianchiamo le famiglie italiane nel progettare il loro futuro: non possiamo essere equiparati dalla normativa alle grandi imprese bancarie e assicurative. Ci auguriamo che il legislatore soddisfi le nostre aspettative, anche per premiare l’impegno e la dedizione che profondiamo nell’attività quotidiana“, conclude la nota. 

Luigi Conte (Anasf)

Ricordiamo che Il DL “Liquidità”, convertito in Legge 5 giugno 2020 n. 40, ha potenziato il Fondo di garanzia per fare fronte alle esigenze immediate di liquidità delle imprese e dei professionisti che stanno affrontando le conseguenze dell’epidemia da COVID-19. Le procedure di accesso sono state semplificate, le coperture della garanzia incrementate e la platea dei beneficiari ampliata. 

Imprese e professionisti che vogliono ottenere la garanzia del Fondo, devono rivolgersi a banche e confidi che effettueranno la domanda. Su piccoli prestiti fino a 30 mila euro l’intervento del Fondo copre il 100% dei finanziamenti con durata massima di 10 anni senza che venga effettuata, ai fini della concessione della garanzia, la valutazione del merito di credito. La garanzia è concessa automaticamente e il prestito può essere erogato dalla banca senza attendere la risposta del Fondo

Alfonsino Mei (Anasf)

Fermo restando l’importo massimo di 30 mila euro, il finanziamento non può superare il 25% dei ricavi o il doppio della spesa salariale annua dell’ultimo esercizio utile. E’ stata ampliata, inoltre, la platea dei beneficiari: alle PMI e alle persone fisiche esercenti attività di impresa, arti o professioni, si sono aggiunti broker, agenti e subagenti di assicurazione, nonché enti del Terzo settore, che esercitano l’attività di impresa o commerciale, anche in via non esclusiva o prevalente o finalizzata all’autofinanziamento.

MIP Milano e Ascofind lanciano il corso di “Introduzione alla professione di consulente finanziario”

Il programma di formazione è mirato alla preparazione dei candidati alla prova valutativa per l’accesso all’Albo Unico dei Consulenti Finanziati (OCF).

Il MIP, Politecnico di Milano Graduate School of Business, lancia ufficialmente il nuovo corso di “Introduzione alla professione di consulente finanziario”, in collaborazione con Ascofind – Associazione per la Consulenza Finanziaria Indipendente.

Il corso verrà presentato ufficialmente il prossimo 14 settembre alle ore 17,30, e si svolgerà da ottobre 2020 a febbraio 2021, in modalità online. A una valutazione iniziale delle conoscenze dei partecipanti, seguiranno 14 lezioni da 3 ore ciascuna con frequenza settimanale.

Durante il percorso, saranno forniti agli studenti gli strumenti e le indicazioni bibliografiche utili alla preparazione dell’esame finale, oltre che 3 preziose testimonianze specialistiche dirette del settore.

Massimo Scolari (Ascofind)

L’obiettivo del corso è garantire agli studenti le conoscenze utili a muoversi in maniera consapevole nel contesto contemporaneo, nel quale i consulenti finanziari sono chiamati a rispondere a esigenze specifiche e a garantire protezione e valorizzazione al risparmio delle famiglie.

Agli operatori dell’industria dei servizi finanziari è richiesta una preparazione adeguata anche rispetto all’incertezza del mercato attuale. In questo senso, il corso si focalizza sull’insegnamento delle nozioni per ottimizzare il processo di pianificazione finanziaria, assicurativa e previdenziale e per approfondire le normative che disciplinano la consulenza finanziaria.

Al termine delle lezioni, gli studenti potranno sostenere la prova valutativa indetta dall’Organismo di vigilanza e di tenuta dell’Albo (OCF). Il superamento del test costituisce uno dei requisiti per l’iscrizione all’Albo dei consulenti finanziari e per lo svolgimento della professione. L’esame è composto da un unico modulo che combina i concetti teorici e le nozioni pratiche, con 60 quesiti totali a risposta multipla.

Giancarlo Giudici (Polimi)

La domanda di partecipazione va presentata attraverso l’applicazione disponibile sul portale dell’OCF (L’iscrizione alla prova e il perfezionamento dell’iscrizione all’Albo competono autonomamente al singolo candidato).

La direzione del corso è affidata a Giancarlo Giudici, professore associato di Corporate Finance presso il Politecnico di Milano, School of Management, e a Massimo Scolari, Presidente di Ascofind, l’Associazione per la consulenza finanziaria indipendente, nonché membro del Consiglio Direttivo dell’Organismo di Vigilanza e di Tenuta dell’Albo dei Consulenti Finanziari (OCF).

Per avere maggiori informazioni sulle iscrizioni, inviare una e-mail all’indirizzo executive@mip.polimi.it.

Tecnocasa, 6.6 annualità di stipendio per comprare casa in italia. 11.1 a Milano, 3.6 a Palermo

Il divario economico tra Nord e Sud Italia viene confermato anche dal dato delle annualità di stipendio necessarie per comprare casa in Italia. Dalle 11,1 di Milano alle 3,6 di Palermo, la “questione economica meridionale” trova una ennesima conferma.

L’acquisto della casa è una delle spese maggiori che le famiglie italiane devono sostenere, a livello nazionale si evince che sono necessarie 6,6 annualità di stipendio per comprare casa: 0,4 in più di quante ne servivano l’anno scorso.

Milano è la città dove occorrono più annualità, 11,1 seguita da Roma che scivola al secondo posto, con 9,3 annualità. Il rialzo costante dei prezzi a Milano, con tassi di crescita superiori alla media la pone in cima alle città più costose d’Italia. Al terzo posto Firenze con 9 annualità. La città dove servono meno annualità di stipendio è Palermo (3,6).

Effettuando un confronto a distanza di dieci anni, si evince che a livello nazionale la differenza è stata più consistente: infatti si è passati dalle 9,0 annualità nel 2009 alle 6,6 del 2019. In questo lasso temporale per comprare casa a Roma occorrono 4,3 annualità in meno (nel 2009 ne servivano 13,6), a Milano 1,4 annualità in meno. Bologna (-1,1) è la città in cui, nell’orizzonte temporale considerato, il numero di annualità necessario è diminuito meno.

Per elaborare questa analisi l’Ufficio studi del gruppo Tecnocasa ha preso in considerazione i dati relativi al prezzo al metro quadro di un immobile medio usato, raccolti dalle agenzie affiliate nelle grandi città e rilevati a dicembre 2019, e sulle retribuzioni contrattuali annue di cassa per dipendente, al netto dei dirigenti, a tempo pieno per attività economica e contratto, al lordo delle trattenute fiscali e previdenziali, ricavate dalla banca dati Istat.

Il valore finale della retribuzione è una stima. Va specificato, inoltre, che l’ipotesi è costruita considerando che il reddito venga interamente destinato all’acquisto di un’abitazione di 85 metri quadrati.

Utile un confronto con altre città italiane: Firenze è passata dai 10,8 anni di retribuzione del 2009 ai 9 dell’anno scorso; Bologna da 8,9 di dieci anni fa ai più recenti 7,8; Napoli da 10,2 a 7,6; Torino da 7,1 a 4,8 a pari merito con Verona che però nel 2009 partiva da un punto in meno. In fondo alla lista Bari, Genova e Palermo. La prima ha registrato un crollo dagli 8 anni necessari nel 2009 a 3,8 dell’anno scorso. Le ultime due sono passate rispettivamente da 6,8 e 5,9 di un decennio fa a 3,7 e 3,6 del 2019. “

NOTA METODOLOGICA

L’analisi condotta dall’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa si basa sui dati relativi al prezzo al metro quadro di un immobile medio usato, raccolti dalle agenzie affiliate delle grandi città e rilevati a dicembre 2019, e sulle retribuzioni contrattuali annue di cassa per dipendente (al netto dei dirigenti) a tempo pieno per attività economica e contratto, al lordo delle trattenute fiscali e previdenziali, ricavate dalla banca dati ISTAT. Si è inoltre ipotizzato che il reddito fosse destinato interamente all’acquisto di un’abitazione di 85 mq. In questa analisi il valore finale della retribuzione è stato ottenuto da una stima.

Elezioni Enasarco, ecco il programma della lista “Enasarco Libera”

Prosegue la pubblicazione dei programmi delle liste che si confronteranno, dal 24 Settembre al 7 Ottobre, per la governance di Enasarco. Marucci (“Enasarco Libera”): se lo Stato non applicasse agli investimenti delle Casse di previdenza la tassazione propria dei fondi speculativi, avremmo circa 400 milioni di euro l’anno in più da destinare al welfare per agenti e consulenti.

La Fondazione Enasarco, Cassa di previdenza integrativa obbligatoria degli agenti, dei rappresentanti di commercio e dei consulenti finanziari, svolge la sua mission istituzionale in un settore dell’economia in continua evoluzione, che negli anni ha subito profondi cambiamenti socio-economici con effetti su molteplici ambiti, dalle regole fondanti della stessa economia ai comportamenti degli operatori dei diversi mercati, passando dall’offerta e dalla domanda di welfare, assistenza e previdenza.

Gli enti deputati ad assicurare, con la contribuzione, forme di previdenza e assistenza obbligatori, si devono confrontare quotidianamente tale contesto, orientandosi costantemente alla innovazione per dare continuità di adattamento alle variabili che influiscono sulle esigenze degli iscritti.

Non sono sufficienti, infatti, le riforme pensionistiche (es. allungamento età di pensione, l’adozione del sistema contributivo o modifica coefficienti di trasformazione) per trovare soluzioni efficaci nell’era della trasformazione continua del lavoro. Per avere pensioni adeguate, occorre che i giovani entrino prima nel mercato del lavoro, altrimenti si troveranno con pensioni deboli per via dell’aumento dell’aspettativa di vita. Allo stesso modo, occorre aiutare i meno giovani che dovessero rimanere senza lavoro a poter contare su adeguati sostegni nelle fasi di non attività o di transizioni da un mandato all’altro.

Uno degli obiettivi essenziali – se non il primo di tutti – per garantire un futuro adeguato alla Fondazione Enasarco è quello del rilancio dell’attività di agente e di consulente attraverso la predisposizione di una strategia complessiva e di strumenti di welfare attivi, includendo nella platea dei soggetti obbligati ai versamenti anche i procacciatori e gli intermediari online. Vanno sviluppati anche l’intensificazione dei controlli contro le evasioni contributive e opportuni interventi, nell’ipotesi di mancato versamento dei contributi da parte delle ditte mandanti, diretti a evitare l’annullamento delle prestazioni previdenziali degli agenti e dei consulenti finanziari.

La Fondazione non può fare a meno di affiancarsi agli agenti e ai consulenti durante tutto il loro iter lavorativo, fornendo un percorso formativo continuo e strumenti al passo con le nuove tecnologie. In tale contesto, sarà opportuno proporre la costituzione in ambito Enasarco di un Osservatorio permanente sul mercato del lavoro degli agenti e dei consulenti, avente il compito di analizzare le tendenze attuali e, in un’ottica previsionale, i mutamenti futuri.

La garanzia di tutele sanitarie che valorizzino un’adeguata assistenza integrativa, di servizi a favore dello sviluppo professionale, di accesso al credito agevolato, di politiche a favore dei giovani, rappresentano un concreto impegno per Enasarco, anche alla luce delle difficoltà economiche di sistema degli agenti e dei consulenti, e dei cambiamenti che aumentano i periodi di interruzione e di non-lavoro per gli agenti e i consulenti stessi. Di conseguenza, sarebbe opportuno garantire agli iscritti una polizza sanitaria che possa offrire loro ulteriori e più ampie tutele, superando anche l’attuale polizza infortuni legata solo a particolari eventi. A tal riguardo si propone anche la creazione di una Enasarco Card per gli iscritti che, oltre a essere utilizzabile per i rapporti con la Fondazione, permetta anche di usufruire delle migliori convenzioni per il lavoro, la famiglia, le esigenze di vita degli agenti e dei consulenti.

Una delle missioni essenziali della Fondazione dovrà essere diretta a rafforzare e implementare i propri presidi e le competenze in materia di governance, controllo e finanza, al fine di garantire una sana e prudente gestione finanziaria a tutela dei propri iscritti. Pertanto, sarà necessario anticipare le migliori regole di gestione e trasparenza attraverso l’aggiornamento costante dei regolamenti interni e una continua attenzione all’etica, alla competenza e alla prevenzione del conflitto di interessi dei componenti degli organi e dei responsabili dei servizi e delle strutture.

Nella selezione degli investimenti deve essere ugualmente assicurata la trasparenza, correttezza e diligenza professionale, nonché la diversificazione dei prodotti selezionati. Pur considerando i criteri di rischio che saranno previsti dal regolamento specifico del Ministero dell’Economia e delle Finanze, sarà importante continuare a investire nei settori avanzati in cui è più forte la spinta verso lo sviluppo, nei settori in cui già opera o si può sviluppare il mercato dell’intermediazione a favore degli agenti di commercio, ponendo dunque attenzione all’impatto occupazionale.

Secondo Manlio Marucci, segretario di Federpromm-Uiltucs e candidato nella Lista Enasarco Libera, “va osservato che se lo Stato non applicasse agli investimenti delle casse di previdenza, finalizzati a valorizzare i contributi degli iscritti, la tassazione che si applica ai fondi speculativi, si disporrebbe di circa 400 milioni di euro l’anno in più da destinare al welfare volto a promuovere il lavoro e/o l’assistenza alla professione. Del resto, i valori mobiliari nella disponibilità di Enasarco, così come delle altre casse di previdenza, non sono semplici risparmi accantonati in un ottica individualistico-speculativa, bensì servono a coprire anche i costi di fondamentali servizi di assistenza che definiscono le finalità puramente sociali e collettive della Cassa. Per cui, lo Stato dovrebbe ridurre il livello di tassazione”.

Le sfide che coinvolgono oggi casse di previdenza come Enasarco, la seconda cassa d’Italia per dimensione e patrimonio, richiedono una forte accelerazione nel processo di modernizzazione. In tale contesto la riduzione dei costi e l’ottimale allocazione delle risorse diventano condizioni imprescindibili al fine di garantire un incremento dei servizi e una maggiore qualità degli stessi nei confronti degli iscritti. La riqualificazione delle competenze, sempre più tecniche e meno generaliste, e l’introduzione massiccia delle nuove tecnologie dovranno costituire le linee guida verso l’innovazione di una struttura che deve essere sempre più adeguata ai bisogni dei propri contribuenti.

I geniali architetti della MiFID, il questionario e la “Consulenza Difensiva”

Oggi, forti di 12 anni di esperienza MiFID, possiamo dire che i consulenti finanziari di oggi hanno meno indipendenza dei promotori di ieri. Questo la dice lunga sul futuro dei 33.000 professionisti ancora attivi, che sembrano destinati ad una definitiva “bancarizzazione” insieme ai milioni di loro clienti.

Di Massimo Bonaventura

A distanza di 12 anni dalla prima MiFID, il bilancio per i consulenti finanziari ed i loro clienti è decisamente fallimentare: è cambiato tutto – soprattutto per il conto economico dei professionisti, in peggio – ma in realtà non è cambiato niente. Anzi, le due MiFID hanno fallito proprio laddove avrebbero dovuto avere successo: maggiore trasparenza e competenza per i clienti, e maggiore grado di responsabilità per i consulenti, ai quali andava anche garantita la continuità di opportunità economiche oggi drasticamente ridimensionate in una folle corsa all’aumento del portafoglio pro capite.

Dopo tutti questi anni, a giudicare dal livello di “ignoranza finanziaria” degli investitori italiani, e dall’aggravio delle mansioni amministrative affibbiate (senza corrispettivo né indennità) ai loro consulenti, lo scenario è sconfortante, ed impedisce di vedere un futuro durevole per le reti di consulenza.

Non è difficile giungere a tali conclusioni. Per farlo, basta esaminare come è cambiata la professione del consulente finanziario e,  in particolare, soffermarsi su alcuni elementi che compongono la quotidianità di questo lavoro e che, inspiegabilmente, vengono trattati alla stregua di fredde procedure burocratiche, cui destinare il tempo necessario per una meccanica compilazione dati. 

Il più importante di tutti è certamente il c.d. questionario, che è stato concepito fin dall’inizio come un semplice passaggio amministrativo e che, invece, dovrebbe rappresentare un momento di fondamentale approfondimento sia in occasione dell’inizio di una relazione professionale, sia della sua prosecuzione. I prodotti finanziari, infatti, sono semplici “materie prime” da lavorare per delineare il portafoglio finanziario (e non solo) dell’investitore. Per compiere correttamente questo compito, è necessario attribuire maggiore dignità a questa fase del processo di consulenza che i “geniali architetti” della MiFID hanno immaginato come routinaria, una sorta di catena di montaggio dove non viene lasciato alcuno spazio alla professionalità del consulente e, soprattutto, alle caratteristiche peculiari di quel dato cliente e/o famiglia.

Qualunque consulente di medio-lungo corso, infatti, sa bene che “ciascun cliente fa storia a sé”, e che lui/loro rappresentano una storia originale, sulla quale delineare una sceneggiatura personalizzata, che non troverà alcuna dignità in un questionario standardizzato, uguale per tutte le “storie”. Sarebbe opportuno, invece, strutturare il questionario di profilatura in modo da prevedere una batteria di domande uguale per tutti i clienti, ed un’altra lasciata in bianco, da compilare a cura del consulente in base alla storia familiare di chi ha di fronte. Ciò consentirebbe di effettuare il necessario approfondimento che ogni cliente merita, nonché di inquadrare meglio le caratteristiche della sua famiglia, eliminando alla fonte i rischi professionali derivanti dal dover attribuire – in accordo con il cliente, sapete di cosa parlo – una profilatura più “evoluta” (nonostante un più basso livello di esperienza e conoscenza), meno conservativa e, quindi, meno limitata in termini di opportunità finanziarie di lungo periodo.

Il problema è che la profilatura, così come è concepita dalle regole MiFID, è “statica”, fotografa cioè il cliente di “oggi”, e non contiene alcun elemento prodromico al repentino aumento di competenza ed esperienza derivante dal contatto con un consulente finanziario, che per natura fa professione di educazione finanziaria. La profilatura così standardizzata, infatti, non dà alcuna possibilità al cliente, reso nel frattempo più evoluto e competente dalla necessaria attività di formazione-informazione erogata dal proprio consulente, di sottoscrivere strumenti finanziari che richiedano maggiore esperienza e conoscenza, a meno che non si effettuino continue – e inopportune, soprattutto a livello di auditing – variazioni della profilatura.

La MiFID, nel suo “delirio ragionieristico” di voler incasellare l’incasellabile, sembra essere stata costruita senza tener conto della funzione fondamentale del consulente quale educatore finanziario. In pratica, chi l’ha concepita sembra aver mandato a tutto il sistema un messaggio “politico” di questo tipo: “continuate a fare ciò che volete, basta che le carte siano a posto!”.

E’ il problema, già evidenziato da questa testata giornalistica, della “consulenza difensiva”, fenomeno che con la MiFID II è stato “consacrato” a sistema non ufficiale proprio come nel settore sanitario, dove non è raro che ai pazienti vengano erogate cure e/o esami assolutamente inutili pur di dimostrare che si è osservato il protocollo medico e, in tal modo, non incorrere in procedimenti per responsabilità professionale in caso di richieste di risarcimento danni alla salute causati, all’interno della struttura sanitaria, da diagnosi poco attente ma “proceduralmente corrette” (c.d. Medicina Difensiva).

Peraltro, se al consulente finanziario venisse consentito di personalizzare il questionario, egli avrebbe un maggiore livello di responsabilità professionale verso i clienti, proprio come un medico. La MiFID, invece, raggiunge il risultato di tenere il sistema sostanzialmente indenne da rischi, scaricando sui clienti quasi tutte le responsabilità di scelte inopportune. Esattamente come nell’attuale legislazione sulla responsabilità medica, dove l’onere della prova rimane in capo al paziente (o ai suoi eredi…).

Inoltre, le due MiFID, combinate tra loro, contengono altri due messaggi – molto poco subliminali – rivolti alla categoria dei consulenti finanziari non autonomi. Il primo è il seguente: “non c’è spazio per le vostre competenze acquisite sul campo, dovete essere dei semplici esecutori amministrativi addetti alla scelta degli strumenti di investimento”. Il secondo è una diretta conseguenza del primo: “non avendo alcuna indipendenza nè retribuzione in materia di educazione finanziaria, non siete chiamati a farla”.

Eppure, nonostante ciò, i consulenti erogano ugualmente educazione finanziaria, con professionalità e spirito di servizio, anche in situazioni difficili, nonostante l’impianto della MiFID, così come è stato concepito dai sommi sacerdoti della consulenza difensiva, scoraggi i professionisti del risparmio a mettere in atto quello che, con malcelata ipocrisia, viene sbandierato come un cavallo di battaglia del mercato finanziario europeo: la crescita della competenza dei clienti in materia di finanza personale.

Balle. Inglesi a parte, e nonostante 12 anni di MiFID, gli europei detengono un livello di “ineducazione finanziaria” tra i più alti al mondo, e l’Italia il record assoluto (72% di connazionali finanziariamente “ignoranti”, secondo una recente ricerca). Negli Stati Uniti, gli elementi di finanza familiare vengono insegnati fin dalle medie inferiori e qualunque americano sa che, in occasione dei colloqui di assunzione, deve negoziare tre elementi di base: stipendio annuo, assicurazione sanitaria e asset allocation del suo fondo pensione (gli ultimi due in termini di partecipazione del datore di lavoro, che può accollarsi anche il 100% di entrambi). Anche a 18 anni; anche per il primissimo impiego. Ed è così dagli anni ’30, mica da ieri.

Va da sè che quello degli USA è il risultato di un processo evolutivo avvenuto in una società diversa dalla nostra (da noi, fortunatamente, se hai bisogno di un ospedale ti curano comunque gratis), ma non è questo il punto. Il “punto”, infatti, è che il sistema europeo della MiFID, nato per primeggiare con quello statunitense, fa ancora acqua da tutte le parti. Infatti l’obiettivo di perseguire il processo “evolutivo” e/o di crescita degli investitori europei, sbandierato dagli architetti della MiFID, non trova alcuna corrispondenza proprio nello strumento cardine della consulenza, e cioè nel questionario, che non lascia alcuno spazio alla personalizzazione e all’approfondimento cui invece dovrebbe obbligatoriamente sottostare.

Come pretendere di fare consulenza personalizzata, se si nega fin dall’inizio del rapporto la possibilità stessa di personalizzare le informazioni disponibili? Si vorrebbe forse affermare che un’architettura aperta composta da circa 20.000 tra fondi e sicav – oltre agli ETF e all’universo dei titoli quotati – non permetta, con l’ausilio di una guida esperta e dotata del giusto grado di indipendenza, di ritagliare su misura l’asset allocation più corretta per un investitore? Oppure che i 33.000 consulenti finanziari attivi non siano in grado di destreggiarsi con abilità e professionalità attraverso questo oceano di offerta, senza una guida “burocratica e illuminata” come la MiFID?

La fase preliminare di “esame e diagnosi” patrimoniale – ossia quella della compilazione del questionario – è talmente delicata e importante per la relazione con il risparmiatore e per la stabilità dei ricavi di una banca-rete, che andrebbe remunerata in modo autonomo, proprio come accade negli Stati Uniti, dove nelle più importanti banche di consulenza la funzione della raccolta dati viene addirittura affidata a risorse umane specializzate, diverse dal consulente che elaborerà poi la strategia e l’asset allocation patrimoniale completa. A ben vedere, remunerare alcune funzioni di qualità come quella della raccolta dati eliminerebbe il fisiologico conflitto d’interessi che si instaura allorquando le mutate esigenze del cliente in termini di obiettivi ed orizzonte temporale più breve implicano, ad esempio, una riduzione dei margini di ricavo derivanti dal dover adottare un asset allocation più prudente o conservativa. Peraltro, dal momento che il cliente non è sufficientemente educato sulla estrema utilità di tali informazioni, finisce con il trasmetterle al consulente in grave ritardo, o a non trasmetterle affatto.

In conclusione, il sistema così concepito difetta della necessaria “funzione evolutiva” che, appunto, richiederebbe maggiore indipendenza in capo al consulente. Forti di 12 anni di esperienza MiFID, possiamo dire che i consulenti finanziari di oggi hanno meno indipendenza dei promotori di ieri, e questo la dice lunga sul futuro della categoria, che sembra destinata ad una definitiva “bancarizzazione” della relazione di milioni di clienti con i 33.000 professionisti ancora attivi.

E i danni di tale approccio “ragionieristico” degli investimenti, in occasione dello scoppio della pandemia, si sono visti tutti, allorquando a moltissimi clienti evoluti veniva impedito di mediare il costo dei propri investimenti azionari per via dei blocchi per rischio mercato posti automaticamente dalle regole “geniali” della MiFID, proprio nella fase di maggiore drawdown del mercato; quella in cui è il momento di comprare, come diceva Baron Rothschild, “….quando il sangue scorre nelle strade“, il panico è diffuso e si deve poter investire per trasformare un evento negativo in opportunità.

Ma questo è arabo stretto, per gli ottusi ragionieri della MiFID.

Starace (Enel) “Puntare allo sviluppo dell’economia circolare”

CERNOBBIO (ITALPRESS) – L’economia circolare in Italia vale dai 27 ai 29 miliardi di euro di Pil, investe dagli 8 ai 9 miliardi di euro l’anno e crea fino a 200 mila di posti di lavoro.

 
E’ quanto emerge dallo studio “Circular Europe. Come gestire con successo la transizione da un mondo lineare a uno circolare”, realizzato da Fondazione Enel e The European House – Ambrosetti in collaborazione con Enel e Enel X presentato il 5 Settembre scorso, nell’ambito del Forum di The European House – Ambrosetti.
 
“Puntare allo sviluppo di un’Economia Circolare rappresenta una straordinaria opportunità per rendere l’Europa più competitiva, modernizzandone l’economia, rivitalizzando l’industria e creando al contempo occupazione attraverso una crescita sostenibile e duratura” ha commentato Francesco Starace, CEO e General Manager di Enel.
 
“In questo contesto, la crescente penetrazione delle fonti rinnovabili, unitamente al maggiore ricorso al vettore elettrico nei consumi finali, è in grado di amplificare le opportunità derivanti dall’Economia Circolare e rappresenta il modo più efficiente per decarbonizzare l’economia e la società in cui viviamo”.
 
“L’adozione su larga scala dell’Economia Circolare richiede uno sforzo coordinato, volto a re-immaginare e riconfigurare, in ottica circolare, molti se non addirittura tutti gli schemi produttivi e i modelli di business; come sta accadendo attraverso la riprogettazione e la proposizione di un nuovo modello del sistema energetico, con il graduale abbandono dei combustibili fossili a favore delle rinnovabili e dell’elettricità come vettore per la completa decarbonizzazione di tutti i settori”, ha spiegato invece Francesco Venturini, CEO di Enel X.
(ITALPRESS).

Articolo di Italpress.

Maurizio Novelli: crescita della Cina e dollaro debole favoriscono gli emergenti

Il mercato corporate occidentale è giunto alla fine del bull market, mentre l’oro continuerà a salire. Senza un cambiamento nell’attuale modello di crescita Usa, nuove crisi economiche e instabilità sociali sono alle porte.

“Le banche centrali puntano a creare inflazione negli Usa, e si è iniziato a fare leva sul deprezzamento del dollaro. Questo avrà una serie di conseguenze, in particolare sugli emergenti, che negli ultimi anni sono stati penalizzati dalla forza del dollaro, ma che ora ne usciranno vincenti. L’oro intanto è una delle asset class a maggior potenziale e continuerà a salire fino a quando scenderà il dollaro e fino a quando non si inizierà a fare politiche anti inflazionistiche”. È l’analisi di Maurizio Novelli*, gestore del fondo Lemanik Global Strategy.

Sono prevalentemente due i motivi che spingeranno i flussi sugli asset emergenti: il primo è l’aggancio alla crescita della Cina e il parziale decoupling dalla domanda Usa, il secondo è il fenomeno del carry trade da dollaro (con tassi reali negativi) a credito emergente in valuta locale (con tassi reali positivi). Si preannuncia quindi un vero e proprio switch dal mercato corporate occidentale, giunto alla fine del bull market, a quello emergente

I mercati finanziari confermano il totale disinteresse per l’economia reale e si muovono ormai in un mondo virtuale, creato dagli interventi delle banche centrali e dalle aspettative di un forte recupero dell’economia. Gli Usa sono impegnati a discutere uno stimolo fiscale dopo l’altro nel tentativo di evitare la prossima ricaduta del Pil, ma sarà difficile impedirlo. La ripresa dell’economia è troppo compromessa da un tasso di disoccupazione a due cifre e i consumi, che esprimevano circa il 75% del Pil, sono in decisa contrazione. L’avvelenata miscela concomitante di alta disoccupazione, calo dei consumi e restrizione del credito al consumo disegna una traiettoria di crescita piuttosto complicata e decisamente esposta a ricadute. A questi problemi si aggiunge un contesto pre-elettorale e la riduzione dei sussidi alla disoccupazione recentemente approvati. Il settore più importante dell’economia Usa, i consumi interni finanziati dal debito, è in forte crisi e non sembra imminente alcun significativo recupero.

“Il credito al consumo dipende dall’occupazione e questa dipende dalla circolazione del credito nell’economia. Allo stato attuale né una cosa né l’altra sembrano alimentarsi e le imprese non sembrano così pronte ad aumentare investimenti e occupazione in un contesto di incertezza”, sottolinea Novelli. “Si delinea uno scenario decisamente pericoloso per la tenuta di un sistema capitalistico costruito ormai su un eccesso di debito non più rimborsabile se non è sostenuto da una forte crescita economica o se non verrà ridimensionato dall’inflazione“.

In concomitanza con l’avvento della pandemia, gli interventi di sostegno al sistema hanno procurato un’esplosione del debito corporate per salvare dal default migliaia di aziende e ora le aziende Usa sono più indebitate che mai. Il debito però non ha sostenuto investimenti, bensì è stato utilizzato per non fallire. A questo punto la traiettoria del debito può seguire tre scenari: rimanere su questi livelli; scendere; salire ulteriormente. Nei primi due casi l’economia sarebbe destinata a ricadere in recessione, poiché crescita del debito privato e crescita dell’economia sono strettamente correlate. Nel terzo caso, quello favorevole a una ripresa del ciclo di crescita, sarebbe opportuno chiedersi se da qui in avanti la leva finanziaria nel sistema può effettivamente salire ancora, visto che le prospettive dell’economia e dei consumi interni non appaiono così rosee.

La priorità di tutte le banche centrali del mondo sarà quella di creare inflazione con tutti i mezzi possibili, ma la politica monetaria non è uno strumento efficace per produrre inflazione. Un sistema oberato da un eccesso di debito vive in un contesto deflazionistico, soprattutto se il debito viene utilizzato per fare finanza ed erogare sussidi a chi non arriva a fine mese. Se utilizziamo il debito per la leva finanziaria otteniamo inflazione sugli asset finanziari ma non nell’economia reale e se utilizziamo il debito per erogare sussidi o per erogare credito al consumo, costruiamo una società senza futuro, dove i profitti di tale meccanismo vengono incassati da chi eroga il credito al consumo e da chi vende beni e prodotti, mentre chi sta alla base della piramide sociale, circa il 30% della popolazione americana, sopravvive con sussidi e indebitamento.

“Il modello capitalistico americano, basato su un eccesso di finanza e poca economia reale, è destinato a implodere se non cambia direzione”, sottolinea Novelli. “La profittabilità della corporate America è sostenuta da basso costo del lavoro, tax rate da “paradiso fiscale” e credito al consumo erogato a margini da usura per sostenere la domanda interna. Anche la recente ondata di innovazione tecnologica produce soppressione di posti di lavoro e comprime i salari reali. Tuttavia, i recenti provvedimenti fiscali e monetari negli Stati Uniti non fanno che confermare la strategia di perseguire a tutti i costi questo modello fallimentare di crescita che porterà inevitabilmente a una nuova crisi economica e a instabilità”.

Per tenere in piedi il bull market si sta distruggendo l’intero sistema capitalistico con la repressione finanziaria, che serve a canalizzare le risorse disponibili verso la borsa e non verso l’economia reale. A questo punto per fare inflazione bisogna fare debito per sostenere i redditi e gli investimenti e regolare il sistema finanziario, disincentivando i buy back e incentivando gli investimenti reali. Tutta la politica economica americana è prevalentemente orientata a sostenere il mercato azionario per difendere le rendite finanziarie di chi detiene il capitale. Questo è il motivo per il quale si accentua la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, il mercato azionario si disconnette dall’economia reale e si ricorre poi al credito al consumo per sostenere consumi insostenibili dai redditi reali che devono rimanere compressi per non compromettere il Return on Equity.  Il governo si è temporaneamente sostituito ai debitori insolventi ma il sostegno non può durare. Al momento il rischio deflazionistico è quindi ancora piuttosto elevato a causa delle insolvenze in corso nel sistema e creare inflazione nel breve termine sarà piuttosto complicato.

“Per creare inflazione si è iniziato a fare leva sul deprezzamento del dollaro, la cui debolezza è un fenomeno reflazionistico perché favorisce il credito internazionale (prevalentemente in dollari) e, per un paese che è un importatore netto come gli Stati Uniti, si importa inflazione“, conclude Novelli. “Il dollaro debole apre tutta una serie di riflessioni sulle asset class che finora sono vissute in un contesto di dollaro forte. I treasuries americani saranno comunque acquistati dalla Fed, che attuerà una strategia molto simile a quella della Boj. Il settore del credito sarà esposto al successo o al fallimento della strategia reflazionista, tuttavia nel breve termine più che il rischio tasso c’è il rischio solvibilità e comunque le prospettive di ampi guadagni su questi asset sono piuttosto limitate. Nel silenzio generale i tassi di insolvenza salgono a ritmi mai visti. Intanto gli emergenti, che negli ultimi anni sono stati penalizzati dalla forza del dollaro, ne usciranno vincenti. Infine, le borse di Europa e Giappone risultano vulnerabili al dollaro debole, così come il Russell (small cap Usa) che è dipendente dalla domanda interna americana”.

* Maurizio Novelli, Lemanik Asset Management, società lussemburghese per la gestione del risparmio con sedi a Lussemburgo, Dublino, Milano e Hong Kong.