Luglio 26, 2026
Home Archive by category In primo piano (Page 120)

In primo piano

Bye bye Germania. Tedeschi vicini alla “soluzione finale” della Questione Europea?

Dopo la sentenza della sua Corte federale, la Germania potrebbe salutare tutti ed uscire dall’UE, portando con sé un ricchissimo “bottino” procacciato in venti anni di privilegi finanziari  e di guerra  commerciale condotta, in maniera disinvolta, contro i propri alleati dell’Unione. 

Di Massimo Bonaventura

La “Questione Europea”, esplosa improvvisamente con l’arrivo della pandemia, ha preso un inaspettato abbrivio la scorsa settimana, allorquando la Corte federale tedesca ha sancito, in estrema sintesi, che il diritto nazionale della Germania prevale su quello europeo, spingendosi fino a dare una sorta di ultimatum all’Unione Europea ed alla BCE, le quali avrebbero dovuto spiegare, entro tre mesi, in che modo il programma di Quantitative Easing sarebbe stato rispettoso della costituzione tedesca.

L’abbrivio è continuato fino a ieri, quando Ursula von Der Leyen, rispondendo ad una lettera dell’eurodeputato tedesco Sven Giegold, ha dichiarato che “…la recente sentenza della Corte costituzionale federale solleva questioni che toccano il nucleo stesso della sovranità europea, ma la politica monetaria dell’Unione è una competenza esclusiva comunitaria, ed il diritto dell’Ue ha la precedenza sul diritto nazionale”. Inoltre, ha proseguito la Von Der Leyen, “la Corte di giustizia europea di Lussemburgo ha sempre l’ultima parola sul diritto dell’Ue e le sue sentenze sono vincolanti per tutti i tribunali nazionali”.

Infine “….Prendo questa questione molto sul serio. La Commissione sta attualmente analizzando in dettaglio la sentenza di oltre 100 pagine della Corte costituzionale federale tedesca, e sulla base dei risultati di quest’analisi, stiamo prendendo in considerazione possibili passi successivi, incluse le procedure di infrazione”.

Dietro la sentenza della Corte federale tedesca, accolta con finta rassegnazione dal governo conservatore della Merkel, pare ci sia il desiderio di una soluzione inaspettata della “questione europea”: l’uscita della Germania dall’UE, insieme ad un ricchissimo “bottino” procacciato in venti anni di guerra finanziaria e commerciale perpetrata allegramente ai propri alleati dell’Unione, ai quali va rimproverato la passiva accettazione dell’enorme surplus tedesco, contrario alle regole fondanti dell’Unione e mai fatto valere, per timore verso il paese dominante, in tutte le sedi europee. 

LEGGI ANCHE: Eurozona, italiani con le ossa rotte. Ce lo dice lo spread di reddito

Ebbene, questo “paura dell’abbandono” sembra trovare nei fatti degli ultimi tre mesi un riscontro notevole. Infatti, l’ipotesi – di stampo solo apparentemente complottistico – di una uscita della Germania non è così lontana dalla realtà. Non è un mistero, infatti, che gli esponenti di spicco del partito conservatore tedesco (quello che regge la poltrona della Merkel) accarezzino da almeno due anni la possibilità di una “Germanexit” dall’Unione Europea, da realizzare adesso per via della raggiunta potenza economica neanche immaginabile soltanto venti anni fa, ed il comportamento ostruzionistico adottato nei momenti più tragici della pandemia, oltre ad essere stato deprecabile, dimostra oltre ogni dubbio che gran parte degli schieramenti politici tedeschi non hanno più alcun interesse a che il loro Paese rimanga in Europa. Adesso, forti dell’impedimento interno creato dalla sentenza della Corte federale, tutti loro mandano un messaggio chiarissimo: il primato della Corte di Giustizia Europea nell’interpretazione del diritto comunitario, ed il carattere vincolante che le decisioni della stessa hanno su tutte le corti nazionali, valgono per tutti tranne che per la Germania; se questo non sta bene, i tedeschi saranno “costretti” ad andare via, magari in compagnia della fedele Olanda di Rutte.

Del resto, dopo la sospensione del Patto di Stabilità – un vero e proprio “totem” per i paesi fondatori dell’UE – si è cominciato a respirare un clima da “liberi tutti”, che evidentemente è piaciuto molto anche all’Establishment tedesco. Per chi non ha ben presente la questione, derogare al Patto di Stabilità significa, di fatto, sospendere l’insieme di regole – trattato di Maastricht: limite di deficit/Pil al 3% e debito sotto il 60% della ricchezza nazionale – che governano dal 1997 le politiche di bilancio degli Stati membri e che sono state allargate nel corso degli anni successivi fino a giungere al famigerato Fiscal Compact.

Se così fosse, si tratterebbe di una “soluzione finale” dell’Unione Europea, generata questa volta senza alcun genocidio, ma con una dose di cinismo politico sufficiente a determinare, con un solo colpo, l’assassinio del sogno europeo che decine di milioni di suoi abitanti hanno coltivato, inutilmente, per due decenni.

Allora, se così deve essere, bye bye Germania; e, probabilmente, addio Europa.

Risparmio, nessuna fuga dei clienti durante la fase 1. Consulenza indipendente, mano tesa ai colleghi delle reti

Come stanno reagendo clienti, reti e consulenti agli effetti del Covid19 sui mercati? Il mondo della consulenza indipendente lancia un invito ai colleghi delle banche-reti:  il momento per fare una scelta professionale è adesso. Verso un modello anglosassone di consulenza finanziaria?

L’esperienza della pandemia, oggettivamente, ci mancava, e con essa possiamo dire che l’umanità stia compiendo un passo avanti nella conoscenza dei propri limiti e nella consapevolezza della priorità di alcuni valori irrinunciabili. la nostra vita ha fatto i conti, nel breve volgere di pochi giorni, con una rapida escalation degli eventi, e se qualcuno, a gennaio 2020, vi avesse detto che, per esempio, nei successivi tre mesi avreste provato piacere nel fare due passi attorno all’isolato, o salutato come una vittoria il poter far visita ad un parente, lo avreste preso per matto.

Alcuni elementi sono emersi con forza. In particolare, la pandemia – che è ancora in corso – ha confermato che, in una elementare scala di valori del genere umano, la salute viene prima del denaro. La riprova è nel comportamento dei risparmiatori i quali, di fronte agli effetti più gravi scatenati dal Covid19 sui mercati, non hanno opposto alcuna fuga irrazionale, bensì una composta comprensione del momento generata – appunto – dalla fortissima paura per la propria salute.

I risultati di periodo confermano quanto sopra: i riscatti hanno colpito meno dell’1% del patrimonio gestito complessivamente dalle case di investimento, ed i flussi in uscita hanno riguardato soprattutto le gestioni collettive di tipo aperto. Ed anche la fase 2 vede un clima complessivamente sereno, a cui ha contribuito certamente la capacità dei professionisti di rimanere accanto ai clienti anche nei momenti più gravi, assicurando una sorta di “prossimità remota” che proprio i clienti hanno apprezzato.

Nonostante ciò, mentre il Governo ha concesso per la prima volta un (molto) parziale allentamento delle misure contenitive – che oggettivamente crea soltanto l’illusione di un ritorno alla normalità – non tutto appare così grave nel mondo della consulenza finanziaria, sia per i segnali provenienti dalle reti sia, soprattutto, per il comportamento generale dei clienti. Infatti, secondo uno studio condotto da McKinsey & Co. per Anasf, emerge anche che pochissimi risparmiatori si sono resi più liquidi, sebbene sia cresciuto diffusamente il desiderio di ridurre la volatilità attraverso la richiesta di prodotti a capitale protetto (certificate, ad esempio, oppure soluzioni assicurative con protezione 75-85% del capitale). Solo il 5% delle masse di risparmio dei consulenti è stato spostato a liquidità, con un valore complessivo poco significativo.

Pertanto, nonostante i meccanismi di sicurezza della MIFiD II abbiano mostrato tutti i loro limiti, adesso è forte la sensazione che, dopo un ulteriore periodo di sacrifici, ci sarà una ripresa forte, ancorata più di prima alle professionalità che questa crisi ha evidenziato nella categoria dei consulenti. Per questi ultimi, però, rimangono tutti gli interrogativi per il futuro della professione, stretta ancor di più nella morsa della progressiva riduzione dei margini e del fisiologico rallentamento delle attività di relazione e di prossimità tradizionalmente usate nello svolgimento della professione. Infatti, sempre secondo l’indagine di McKinsey, per gli intervistati il nuovo contesto avrà degli impatti sulla gestione del rapporto con i clienti, ed oltre uno su tre dichiara di voler aumentare la relazione da remoto e di utilizzare maggiormente la web collaboration. Non mancano, però, le ombre; i consulenti temono di perdere circa il 3% dei clienti entro fine anno e stimano una performance media dei portafogli del -5%.

LEGGI ANCHE: Arte al tempo del Coronavirus. Nessuno crollo dei prezzi, avanza il piccolo collezionismo online

Come conseguenza di questa fase molto complicata sta emergendo la fortissima accelerazione dei processi di digitalizzazione in ogni area della Società, velocizzando il trend già in corso e anticipando fenomeni che, senza il Covid19, avrebbero richiesto ancora qualche anno di tempo prima di affermarsi.

Come sta andando sul fronte delle reti? Non male. Azimut, per esempio, sottolinea come sia continuata in maniera positiva  l’attività di reclutamento in Italia di consulenti finanziari e private banker: 31 nuovi ingressi  nel primo trimestre del 2020, che portano il totale a 1804 risorse umane di rete (N.B. il 20 maggio sarà distribuito un dividendo di 1 euro per azione, interamente cash).

Nell’universo Mediobanca/CheBanca! Non sono stati registrati incrementi nei riscatti da parte della clientela Affluent e Private, e la nuova raccolta del trimestre si attesta a circa 1,1 miliardi (liquidità 0,6 miliardi e masse gestite-amministrate 0,5 miliardi). La rete ha raggiunto i 1.000 professionisti (+20 da dicembre scorso: 14 consulenti finanziari, un gestore dedicati e 5 bankers).

La raccolta netta totale di Banca Generali, ad aprile, si è attestata a 408 milioni euro, in piena crescita anche durante l’emergenza, facendo salire la raccolta da inizio anno a oltre 1,9 miliardi. In particolare, gli strumenti digitali della banca hanno consentito ai consulenti la piena operatività anche da remoto.

In Banca Mediolanum, Massimo Doris afferma che dal punto di vista commerciale la rete non ha vissuto sia la fase 1 che la fase 2, ed ha continuato ad andare benissimo, tanto da considerare una possibile revisione al rialzo del target di raccolta netta a fine 2020 (stabilito in 5 miliardi euro).

Nel frattempo, , dal fronte della consulenza indipendente arriva un chiaro invito per i consulenti finanziari non autonomi. Secondo Consultique, la prima realtà italiana a portare avanti, da circa venti anni, la mission dei c.d. fee only (consulenti pagati esclusivamente dal cliente, a parcella) i consulenti non autonomi dovrebbero ripensare e riorganizzare il futuro, individuando una “exit strategy” verso i servizi indipendenti, remunerati dalla clientela con un onorario, in modo trasparente e chiaro. Questa scelta, secondo Luca Mainò (Founder e Managing Partner di Consultique), va maturata adesso, altrimenti si corre il rischio, nel prossimo futuro, di vedere i propri clienti cambiare advisor, preferendone uno che sia in grado di erogare servizi che solo un indipendente può offrire. L’attuale consulente, in sintesi, rischierebbe anche nel breve periodo di trasformarsi in un semplice esecutore di raccomandazioni, senza più alcun ruolo a contenuto  professionale.

In sostegno dell’opinione di Consultique giunge l’esperienza dei paesi più evoluti del nostro dal punto di vista finanziario, che hanno tracciato da tempo la strada per una vera indipendenza. Nel modello anglosassone, per esempio, esiste una sorta di cooperazione fra tre figure professionali che, pur mantenendo le proprie caratteristiche, conservano la loro autonomia: cliente, banca depositaria e consulente. Il modello anglosassone, in questo modo, comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia,

– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza,

– Il consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il vantaggio più evidente, oltre alla eliminazione del conflitto di interessi, è la certezza dell’esecuzione degli ordini, che così ricadrebbero sotto il controllo del consulente, come accade oggi in Italia per quelli abilitati fuori sede (ma non per gli indipendenti).

LEGGI ANCHE: Le donazioni non si improvvisano. Dal caso Zonin un monito per chi si occupa di tutela del patrimonio

A ben vedere, il modello anglosassone di consulenza finanziaria rappresenterebbe la migliore soluzione per tutti i professionisti della finanza, un ideale punto di incontro per entrambe le categorie di consulenti, indipendenti e non. L’abbattimento del vincolo di mono-mandato, poi, assicurerebbe anche all’industria del risparmio gestito di prosperare e di trovare nuovi e più durevoli sviluppi di mercato, ed alle banche-reti, forti della esperienza ormai quarantennale nella prossimità alle famiglie-clienti, di modificare l’attuale modello di business (già in declino) basato sulla sola distribuzione, trasformandolo in modello di rete di consulenza vera e propria – in cui il vincolo di mono-mandato sarebbe solo una opzione contrattuale, remunerata, a discrezione del professionista – e sviluppando quello delle già esistenti SCF (società di consulenza finanziaria).

Le donazioni non si improvvisano. Dal caso Zonin un monito per chi si occupa di tutela del patrimonio

Non esiste un numero esatto di “anni prima” entro il quale è conveniente effettuare atti dispositivi del patrimonio ed evitare l’aggressione dei terzi; l’unico criterio è quello del “prima possibile”, soprattutto quando il ruolo ricoperto in ambito professionale non ha ancora dato la possibilità di compiere azioni che richiedano l’assunzione di grandi responsabilità.

E’ notizia di questi giorni quella che ha visto i giudici vicentini dare ragione ai liquidatori della Popolare di Vicenza e accogliere le richieste di revoca contro le donazioni immobiliari e societarie, dal valore di 1,3 milioni, dell’ex presidente Gianni Zonin, effettuate con discutibile tempismo nel novembre 2015. il Tribunale di Vicenza, in particolare, lo scorso 17 Aprile ha emesso due pronunce gemelle che riguardano alcune donazioni immobiliari e una vendita di partecipazioni societarie che Zonin aveva disposto in favore dei suoi più stretti congiunti nei mesi immediatamente successivi alle sue dimissioni dal consiglio di amministrazione dell’istituto veneto, avvenute alla fine del 2015, riconoscendo la sussistenza degli elementi per l’accoglimento dell’azione revocatoria (avviata a Gennaio 2018) e accertando, quindi, che gli atti dispositivi oggetto delle donazioni avevano consapevolmente impoverito il patrimonio sul quale i creditori della banca avrebbero potuto soddisfarsi nell’ipotesi di accoglimento dell’azione di responsabilità promossa nei confronti dello stesso Zonin e della successiva vendita dei beni donati: una villa a Montebello Vicentino e la casa di Zonin nel centro di Vicenza, nonché le quote delle aziende vinicole passate ai figli Domenico, Francesco e Michele.

In sintesi, grazie al provvedimento del tribunale di Vicenza i beni tornano nella piena proprietà dell’ex presidente della Popolare di Vicenza, e potrebbero essere sequestrati in caso di eventuale risarcimento danni se venisse accertata la responsabilità di Zonin. Nel dispositivo, i giudici parlano di un “…ampio disegno finalizzato a sottrarre ai terzi le garanzie patrimoniali generiche” e che “la tempistica delle donazioni rispetto alle dimissioni ed alle irregolarità riscontrate dagli organi di vigilanza….., rese note al pubblico anche per l’ampia risonanza mediatica, avrebbe arrecato danno  alle ragioni debitorie”.

Al di là della vicenda specifica e dei dolorosi risvolti che hanno inciso sui risparmi di migliaia di risparmiatori, la decisione di magistrati vicentini costituisce un monito sia per coloro che pensano di poter “blindare” il patrimonio accumulato irregolarmente (o illecitamente) con una semplice donazione, sia per i professionisti – che si presume essere in buona fede – a cui essi si rivolgono quando ormai “il danno è fatto”.

Pertanto, al fine di non trovarsi nella classica situazione in cui si mettono in atto “mosse disperate”, con le quali ottenere solo il rinvio temporale di ineluttabili provvedimenti, tutti coloro che svolgono incarichi di grande responsabilità dovrebbero pensare, come dei moderni San Francesco, di spogliarsi gradualmente delle proprietà accumulate, in favore di persone di propria fiducia (come i familiari più stretti, ma non solo) con un tempismo che, in un eventuale giudizio per danni, verrà interpretato come in buona fede e del tutto scollegato alle irregolarità di cui si potrebbe rispondere in futuro. E non esiste un numero esatto di “anni prima” entro il quale è conveniente effettuare atti dispositivi del patrimonio al fine di proteggere il patrimonio dall’aggressione dei terzi eventualmente danneggiati; l’unico criterio è quello del “prima possibile”, soprattutto quando il ruolo ricoperto in ambito professionale non abbia dato la possibilità di compiere azioni da cui derivi l’assunzione di grandi responsabilità.

LEGGI ANCHE: Passaggio generazionale: Trust o società di persone? Consulenti finanziari poco attivi sulle questioni patrimoniali

C’è da dire – e questo è un costume tutto italiano – che effettuare atti dispositivi, mediante una o più donazioni, al solo scopo di ritardare l’aggressione dei creditori, consente comunque al donante e ai propri familiari di poter godere, nella maggioranza dei casi, dei beni oggetto di successiva revocatoria ancora per qualche anno, ed in tal senso questo è comunque un risultato economicamente quantificabile, di cui il debitore non risponde. Allo stesso modo, però, è innegabile come diverse categorie di dirigenti d’impresa (o professionisti), costantemente e potenzialmente “sub iudice” per via delle responsabilità derivanti dal proprio ruolo, non si curano affatto (se non quando è troppo tardi) della tutela del patrimonio familiare, sottoponendo quest’ultimo a rischi enormi di fronte ad eventi anche non immaginabili. Dirigenti apicali d’azienda, managers, medici, ingegneri, avvocati, per esempio, dovrebbero pensare ad una corretta pianificazione del patrimonio già al momento della prima operazione immobiliare e, in caso di sviluppi importanti del proprio tenore di vita, valutare altri strumenti patrimoniali più adatti (il Trust, per esempio, oppure le società di persone).

Le donazioni, infatti, rispondono ad altre finalità, molto specifiche, e si rivolgono esclusivamente a tutti quei soggetti che, in una Italia sempre più “paradiso fiscale” delle successioni, desiderano trasmettere il patrimonio ai propri familiari mediante atti da effettuare ancora in vita, minimizzando così l’insorgenza di eventuali questioni successorie tra i futuri eredi.

Le donazioni no, non si improvvisano.

 

Hai trovato utile questo articolo e vuoi sapere come tutelare il tuo patrimonio familiare dagli attacchi esterni?

Scarica l’e-book “La Protezione del Patrimonio Familiare dai possibili atti di aggressione dei terzi“, edito da PATRIMONI&FINANZA.

Non costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

Buona lettura !

 

Covid19, l’incertezza nuoce all’Economia. Per vincere, bisogna agire come sopravvissuti

Quanto tempo durerà la crisi connessa alla pandemia del Covid19, e quando potremo considerarci fuori? Quando cominceremo a ricevere notizie certe e potremo pensare di essere tornati alla normalità? 

Articolo di Luca Marucci*

Da oltre due mesi, ormai, gli interrogativi sulla efficacia degli strumenti messi in atto dall’Italia e da tutti i più grandi paesi del mondo non smettono di alimentare un generale clima di incertezza che influenza interi settori dell’Economia, mercati finanziari compresi, e la Società Civile, tutti in attesa di vedere i risultati delle politiche d’intervento messe in campo dalle istituzioni nazionali e sovranazionali. In particolare, ci si chiede se le misure già adottate permetteranno all’economia globale di ripartire e di far intravedere i segnali di un recupero.

Pertanto, quando potremo dire di essere fuori dalla crisi?

La risposta non è semplice, e richiede alcune riflessioni. Certamente le politiche fin qui adottate rappresentano un primo intervento che andrà sicuramente e necessariamente ampliato, e sarà soggetto ad una costante revisione sia nel breve che nel medio periodo, quando si uscirà da un contesto “anormale” e si rientrerà in uno “normale” (che sarà comunque diverso da quello pre-Covid19). Nel frattempo, la necessità di uno sforzo generalizzato di tutti soggetti chiamati ad intervenire dovrà essere qualcosa d’inedito a livello globale, dal momento che la situazione che il mondo si è trovato ad affrontare non ha precedenti nella storia, dal dopoguerra in poi.

Dobbiamo anche considerare il fatto che, rispetto all’ultima pandemia (la famigerata “Spagnola”) la Società è profondamente cambiata, è esplosa la Rivoluzione Digitale e le interconnessioni globali – in primis le possibilità di spostamento di persone e merci – hanno raggiunto livelli impensabili anche solo fino ad un ventennio fa. Questo comporta l’esigenza di affrontare il problema come una singola entità, e non come unità separate che viaggiano in ordine sparso.

Di conseguenza, a prescindere dalla natura dagli strumenti messi in campo, questi dovranno essere armonizzati il più possibile e dovranno avere una “sensibilità” maggiore per quanto riguarda le singole realtà nazionali, allo scopo di non penalizzare in maniera eccessiva quei paesi che hanno problemi economici e di bilancio talmente seri che, qualora le misure intraprese non dovessero tenerne conto, potrebbero subire danni irrimediabili.

LEGGI ANCHE: Poliziotto buono e poliziotto cattivo, Italia sotto torchio da 1.416 ore. BTP e borsa in pericolo?

Nell’immediato, i settori che avranno una maggiore resilienza saranno certamente quelli legati alle esigenze primarie delle persone, e cioè la c.d. grande distribuzione, i generi alimentari e l’intrattenimento domestico. Invece, i settori che avranno una ripartenza più difficile, e cioè quelli legati al turismo – con tutte le sue interconnessioni – dal settore aereo alle vacanze, dagli affitti brevi alla ristorazione, dovranno ripensare profondamente il loro business insieme a tutti quei settori dove le ridotte distanze fisiche e sociali erano il cardine della propria attività (cinema, concerti, discoteche, locali notturni etc).

In ogni caso, si può essere moderatamente ottimisti: molti settori potranno tornare ad uno stato di pre-crisi nel momento in cui il percorso di uscita dall’emergenza sanitaria sarà confermato dai dati e da una rinnovata fiducia da parte della popolazione, la cui vera necessità è ricevere notizie certe e pensare che il peggio sia finalmente alle spalle.

Infatti, l’incertezza viene costantemente alimentata da un numero impressionante di notizie non verificate, che circolano e ricevono immeritato credito. La diffusione di contenuti non veritieri, peraltro, influenza non poco, in circostanze come queste, le abitudini e il nostro stile di vita, che fino a due mesi fa davamo per scontati e che sono stati brutalmente sradicati da un evento inaspettato per velocità e virulenza.

Probabilmente, ciò che è successo, con il suo corollario di messaggi confusi e contrastanti, farà vivere all’intera popolazione mondiale uno stato di incertezza prolungata su tutte le sfere del nostro vivere.  Sicuramente questo comporterà, anche quando avremo superato pienamente l’emergenza e torneremo ad uno stato di tranquillità reale, un periodo di transizione temporalmente non ancora quantificabile. Basti pensare alla esperienza comune a tutti coloro che sono scampati un ad un grande pericolo (es. un incidente grave o qualsiasi altra cosa che fa temere la persona per la propria incolumità): questi soggetti hanno bisogno di un tempo e di input positivi per poter ritornare ad uno stato pre-evento. Allo stesso modo, per far sì che la crisi attuale sia la più breve possibile, tutti i soggetti che concorrono alla fase di “normalizzazione” ed al superamento dell’emergenza dovranno riflettere costantemente sui segnali da dare alla popolazione mondiale, in maniera omogenea, al fine di non allungare più del dovuto il periodo dell’incertezza.

Nel frattempo, sarà necessario imparare ad agire come dei “sopravvissuti”, ed apprezzare anche i piccoli progressi dell’Economia che, in attesa del ritorno alla normalità, saranno gli unici elementi su cui rifondare la nostra fiducia per il futuro.  

*Luca Marucci, consulente finanziario indipendente, analista quantitativo e formatore

 

Poliziotto buono e poliziotto cattivo, Italia sotto torchio da 1.416 ore. BTP e borsa in pericolo?

Come nel più classico dei polizieschi, l’Italia ed il suo sistema finanziario sembrano essere in stato di fermo dalla notte del 7 Marzo scorso. In questa immaginaria saletta degli interrogatori, le istituzioni della UE si alternano, ora con aggressività ora con gentilezza, per strappare al nostro Paese la confessione di un “reato” non ancora commesso.

di Massimo J. Bonaventura

Nella notte tra il 7 e l’8 marzo, con un nuovo decreto, Conte limitava le possibilità di movimento nelle zone più colpite dal contagio, in entrata e in uscita e all’interno dei territori. La sera del 9 marzo, con un nuovo decreto, tutta l’Italia diventava zona rossa, mentre il successivo 11 Marzo l’OMS dichiarava che l’epidemia di Covid19 fosse ufficialmente una pandemia, con oltre 165 paesi nel mondo coinvolti nel contagio. Da quella notte di venerdì 7 Marzo, però, l’Italia veniva posta in una sorta di “fermo di polizia comunitario” che, in tutta evidenza, continua ancora oggi, con un balletto di attori che si alternano per tenere sotto torchio il nostro Paese da ben 1.416 ore.

Come nel più classico dei film polizieschi, ci sono tutti i personaggi: l’imputato (Conte), i poliziotti cattivi (Merkel, Lagarde e soprattutto il rude olandese Rutte, dal cognome che evoca buona digestione) ed i poliziotti buoni (il presidente della Repubblica tedesca Frank-Walter Steinmeier, Ursula Von Der Leyen e Mario Draghi). Ci sono anche quegli attori (Commerz Bank) che, in una immaginaria storia di complotti internazionali, interpretano la parte degli sgherri senza scrupoli, pronti ad eseguire ordini da chi li foraggia – non importa se i buoni o i cattivi – pur di rendere l’imputato ricattabile. Tutti costoro si danno il cambio più o meno settimanalmente, ora con aggressività ora con gentilezza, per strappare all’imputato la confessione di un “reato” non ancora commesso, ossia la sua uscita dall’UE, sfruttando la presunzione di colpevolezza di una Italia considerata inaffidabile per via dell’ampiezza del suo debito, e mascherando il desiderio di tenersela, invece, così com’è, fragile e accomodante, invece di avere un avversario economico temibile com’era un tempo, prima del suo ingresso nell’UE.

LEGGI ANCHE: Portafogli, attendere o ribilanciare? Il PIL del mondo indica la rotta, ma stare fermi non paga abbastanza

Passando dal piano della fantasia – e nemmeno tanto – a quello di realtà, l’intervento dal perfetto tempismo della Corte Costituzionale tedesca fa seguito al downgrade sull’Italia deciso da Fitch e precede solo di qualche giorno (8 Marzo) il giudizio sul rating del debito italiano delle due agenzie Moody’s e DBRS, preannunciando un mese di Maggio 2020 ad alta tensione per la borsa italiana ed i BTP. Infatti, dopo il rinvio del 24 marzo, la Corte federale  si è finalmente pronunciata sulla legittimità degli acquisti di titoli di BCE nell’ambito del Quantitative Easing, creando scompiglio laddove, invece, c’era bisogno di adottare maggiore sensibilità giuridica; ergo, maggiore livello di compromesso, necessario date le circostanze. Così, la Corte ha accolto solo in parte il ricorso sulla legalità del Quantitative Easing della BCE, sottolineando che alcuni suoi aspetti violerebbero la legge tedesca e concedendo al governo della Merkel tre mesi di tempo per fare chiarezza sul programma. Pertanto, adesso Christine Lagarde deve dimostrare a Berlino che la BCE ha fatto il suo lavoro come si deve, e questo la dice lunga su chi comanda in Europa.

Onestamente, quella di una Corte costituzionale tedesca indipendente dai chiari desideri di supremazia politica ed economica della Germania, portati avanti dai conservatori che tengono in piedi la Merkel, non se la beve nessuno, tanto più che la scelta della Corte di aumentare il periodo di “riflessione” di tutta l’Unione Europea sui futuri strumenti da adottare non sembra accadere per caso, ed è certamente collegabile all’avversione della Germania verso gli eurobond. Pertanto, ci vuole poco a scommettere su una Merkel che userà la decisione della Corte federale per apparire “con le mani legate” ed opporsi alla emissione di un debito comune (e questo la dice lunga sulle istituzioni tedesche “indipendenti” che non farebbero politica…).

LEGGI ANCHE: Eurozona, italiani con le ossa rotte. Ce lo dice lo spread di reddito

Inoltre, la Corte interviene in un momento gravissimo per l’Europa, e nonostante ciò lancia un messaggio inaccettabile, secondo il quale il diritto deve essere rispettato anche il mondo andasse a rotoli, senza alcun cambio dell’ordine delle cose e a qualunque costo (degli altri). Una posizione, a ben vedere, molto cara alle banche tedesche: come non collegare l’uscita di Commerz Bank dell’1 Aprile, in occasione della quale la seconda banca tedesca dava per scontato il declassamento del debito italiano a livello “junk” (spazzatura), con la decisione odierna della Corte? 

Per chi vuol vedere il bicchiere mezzo pieno, potremmo dire che la Corte avrebbe promosso parzialmente il piano di QE già lanciato da tempo dall’Eurotower, dichiarando di “….non avere riscontrato una violazione del divieto di finanziamento monetario dei bilanci degli Stati membri“; però, allo stesso tempo, i giudici costituzionali hanno aggiunto che governo federale e Bundestag tedesco avrebbero violato i diritti dei ricorrenti (gli imprenditori tedeschi Heinrich Weiss, Patrick Adenauer e Juergen Heraeus, molto vicini ai conservatori) per non aver intrapreso iniziative contro la BCE allo scopo di verificare se le misure inerenti al QE avrebbero travalicato il principio di proporzionalità.

LEGGI ANCHE: L’UE futura colonia di USA, Cina e Russia? Senza una NEP (Nuova Politica Economica) è inevitabile

C’è da dire che una bocciatura da parte della Corte tedesca, pur escludendo la partecipazione della Bundesbank dagli acquisti dei titoli (cioè, del maggiore acquirente), non avrebbe bloccato il QE della BCE, ma avrebbe comunque dato un segnale politico di crisi irreversibile dell’Unione Europea che, alla luce dei fatti, necessita ancor di più di una revisione dei suoi trattati, di cui la decisione della Corte federale tedesca ha rivelato tutta la fragilità.

Inoltre, a causa di tutto ciò, il prossimo 8 Maggio si potrebbe aprire un capitolo dolorosissimo per la borsa italiana e, soprattutto, per i BTP. Infatti, un ulteriore downgrade segnerebbe l’ingresso dei titoli di stato italiani nell’inferno dei junk bond (titoli spazzatura), e la decisione della Corte tedesca pone già il veto alla Merkel di permettere il loro acquisto nel programma di QE e costringerebbe la Lagarde – che ogni tanto veste i panni del poliziotto buono – a fare i salti mortali per fare accettare la continuità dello stesso programma.

In ogni caso, è chiaro che all’Italia verrà chiesto di fare un passo indietro sugli eurobond.

E speriamo soltanto su questi.  

Arte al tempo del Coronavirus. Nessuno crollo dei prezzi, avanza il piccolo collezionismo online

Il mercato è pronto ad aprire agli acquirenti minori, grazie alle piattaforme di scambi e aste online ed ai collezionisti interessati all’aspetto economico dell‘Arte come prodotto “razionale” e non solo emozionale.

La pandemia del Coronavirus si è abbattuta con forza in quasi tutti i mercati, e quello degli investimenti in arte – segmento del più ampio settore degli alternative o passion investment – non fa certo eccezione. Dopo la prima fase di buio, conseguente al generalizzato lockdown a cui investitori e galleristi si sono dovuti adattare, il mercato comincia a mostrare i primi segnali di reazione.

In linea generale, questo evento così invasivo e minaccioso ha portato ad una velocizzazione del processo di digitalizzazione in moltissimi ambiti professionali e commerciali (ma anche sociali, come la scuola e l’università), ed il mercato dell’Arte non ne è certamente rimasto fuori, adattandosi perfettamente alle circostanze.

C’è da dire che, mentre le quotazioni degli strumenti finanziari tradizionali non hanno ancora prezzato la possibile via di uscita – sanitaria e/o finanziaria – dalla pandemia, gli scambi di opere d’arte di valore medio-alto – che avvengono necessariamente nelle affollate sedi delle aste, come una volta succedeva in borsa valori – si sono talmente rarefatti che non si può neanche parlare di crollo dei prezzi, ma di una situazione di sospensione (quella che la Consob non è riuscita a realizzare con prontezza tra il 9 ed il 14 Marzo per il mercato azionario) che ha di fatto congelato i prezzi ad un livello pre-Coronavirus, e solo quando le restrizioni saranno finite si potrà capire se le quotazioni dell’Arte saranno scese oppure, come si prevede per le opere di grandi artisti, avranno mantenuto una certa stabilità.

Quindi il mercato si è fermato del tutto? Ovviamente no, e l’offerta si sta adeguando alle circostanze. Artisti come Banksy, per esempio, fanno “smart working”. Costretto anche lui ad osservare la quarantena, il maggior esponente della street art – che ha fondato il suo mito artistico anche sulla segretezza della sua identità – ha deciso di valorizzare la sua abitazione disegnando i suoi ormai celebri ratti sulle pareti, maniglie e tavolette della toilette, ritratti mentre corrono su rotoli di carta igienica o sul tubetto del dentifricio. Una mossa di non poco conto, considerando che soltanto le decorazioni del suo bagno hanno fatto triplicare l’ipotetico prezzo di vendita del suo appartamento.

In generale, chi acquista opere d’arte o altri passion investment (mobili d’antiquariato e bottiglie di vino vintage) nell’80% dei casi è un collezionista appassionato, mentre il restante 20% desidera investire solo per interesse economico o per trovare un “rifugio” al patrimonio. Altro requisito è quello di avere patrimoni molto consistenti, ma chi li detiene, al momento, ha sospeso le proprie partecipazioni alle aste e alimenta il mercato “secondario” privato.

LEGGI ANCHE: Arte e Finanza, i gestori di fondi alla ricerca del valore. Come la logica di prodotto vanifica la ricerca di capolavori

Il valore delle opere scambiate nel mondo è arrivato, prima dello scoppio della pandemia, a 64 miliardi di dollari di valore, raggiunto anche grazie ai 1.000 scambi di opere dal prezzo superiore a due milioni di dollari. In Cina il mercato è cresciuto del 214% tra il 2009 e il 2014, ed era riuscito a superare gli Stati Uniti fino a quando il calo della borsa cinese ha permesso agli Usa di tornare ad essere primi in un mercato in cui un’opera d’arte dell’artista più famoso è considerata un trofeo. Ma adesso il mercato è pronto ad aprire agli acquirenti minori, perché le piattaforme affidabili di scambi online – così come le aste – si svilupperanno sempre di più ed i collezionisti interessati semplicemente all’aspetto economico (sono secondi solo al settore della gioielleria) hanno imparato a considerare l‘Arte come un prodotto “razionale” e non solo emozionale.

LEGGI ANCHE: Come si assegna il valore commerciale ad un’opera d’arte? Ecco i 9 criteri più diffusi per determinarlo

In Italia i compratori rappresentano il 2% del mercato, e adesso in molti si avvicinano a questo mondo con disponibilità di poche migliaia di euro. Del resto, le occasioni per tutte le tasche non mancano, e Banksy stesso, nell’ottobre 2019, aveva aperto un temporary shop online mettendo in vendita su ordinazione (chiuse da tempo) una ventina di opere esposte anche nell’omonimo temporary shop allestito a Croydon (a sud di Londra). I prezzi erano assolutamente popolari: 10 sterline per le lattine di vernice spray o le tazze con vari disegni, 30 sterline per una t-shirt, 850 sterline per un giubbotto antiproiettile “John Bull” che riproduceva la bandiera dell’Inghilterra. Molte opere di Banksy possono essere tuttora acquistate online sui siti di gallerie e case d’asta, ma oggi i prezzi di una sua serigrafia in edizione limitata vengono dichiarati solo su espressa richiesta via mail.

Come per le opere d’arte più importanti, anche per quelle minori – e soprattutto per queste – vale il principio consigliato spesso dallo stesso Banksy: “comprate un’opera d’arte se vi piace, non solo perché pensate di poter fare un buon investimento”. Secondo il rapporto The art Market di UBS, il 31% delle opere scambiate nel mondo vale fino a 5.000 dollari, pertanto sembra che i piccoli risparmiatori si stiano avvicinando sempre di più a questo mercato, sviluppato anche dalle aste online. In Italia, per esempio, il 60% delle compravendite vede prezzi inferiori a 5.000 euro, specialmente per quanto riguarda le opere su carta di formato medio-piccolo che, secondo alcuni studi, possono avere una rivalutazione compresa tra il 10 ed il 15% annuo.

Affidandosi agli esperti, è bene “anticipare” il trend di alcuni artisti emergenti, per approfittare della crescita di valore che li accompagna nei primi 3-5 anni dalla loro “emersione”. Nel canale online, per esempio, le opere di artisti come il siciliano (ma milanese di adozione) Marco Fratini e la estone Elisaveta Sivas sono molto richieste.

Il primo è un pittore “espressionista metropolitano” che fonda la sua produzione sull’utilizzo esclusivo delle penne Bic di colore nero. I suoi primi disegni su “carta+Bic”, ognuno dei quali richiede un lungo lavoro manuale (tutti realizzati a mano, nessun processo di stampa e/o riproduzione in serie), venivano scambiati due anni fa a circa 600 euro, e cioè poco più del prezzo medio al pubblico praticato dall’artista; oggi, grazie alla scelta di produrre le sue opere solo su richiesta ed in numero limitato, queste passano di mano a non meno di 1.200 euro nel mercato secondario. 

La seconda è pittrice e ceramista a tutto tondo, proveniente da San Pietroburgo con un passaggio per qualche anno in Italia, presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo. In pochi anni, il progetto artistico della Sivas è cresciuto contro ogni aspettativa, ed oggi è apprezzato in tutta Europa (dalla Germania all’Olanda, passando per Cipro e Italia), ma esistono ancora notevoli margini di apprezzamento per il valore delle sue opere, ancora sottovalutate in relazione alla sua capacità di espressione artistica. Le sue quotazioni, attualmente, vanno dai 1.500 euro ai 4.800 euro, a seconda dell’opera (scultura in ceramica o olio su tela), e sono molto richieste soprattutto in Nord Europa, dove prima della pandemia molte gallerie importanti stavano cominciando ad interessarsi alla produzione della Sivas.

La previsione/sensazione è che, ad emergenza finita, le opere di artisti come Fratini e la Sivas riceveranno ancora più attenzione da parte dei piccoli collezionisti, e finchè gli artisti minori non saranno inclini ad effettuare produzione in serie, è prevedibile che le loro quotazioni possano aumentare, grazie alla crescita della domanda di settore. 

L’UE futura colonia di USA, Cina e Russia? Senza una NEP (Nuova Politica Economica) è inevitabile

“Bisogna capire che tipo di modello di società si vorrà realizzare una volta passata la bufera del Covid19: ancora capitalismo di ultima generazione, oppure una  transizione obbligata verso una  società di tipo socialista o di vera democrazia partecipata?”

Di Manlio Marucci*

Saremo condannati a non far altro che sanare piaghe”. Così si espresse  Lenin al congresso del PC nel marzo del 1921, dopo che l’armata rossa, con tremenda ferocia,  soppresse  l’ammutinamento dei marinai e della guarnigione dei socialisti rivoluzionari di Kronstadt . Una triste storia, che diede vita poi a quel processo  di riforme obbligate che va sotto il nome di NEP (Nuova Politica Economica), con il ritorno al sistema  capitalistico e al libero commercio.  Una pagina amara che forse è utile ricordare per la sua similitudine con questa fase storica e socio-politica che sta attraversando l’Europa.

In  questa attuale fase di transizione, le trasformazioni  del  processo di sviluppo sono dominate variabili biologiche (e forse chimiche), i rapporti di scambio a livello mondiale sono condizionati  da un sistema finanziario governato dalla speculazione selvaggia e le politiche economiche dei vari Stati sono orientate su come mantenere posizioni di potere e di privilegio. In un sistema così, nasce l’esigenza di comprendere che tipo di modello di società si vorrà realizzare una volta passata la bufera del Covid19: ancora capitalismo di ultima generazione, o transizione obbligata verso una  società di tipo socialista o di vera democrazia partecipata ?

John Adam (1735-1826) così definiva l’idea futura di società:  “Ci sono due modi per conquistare e rendere schiava una nazione. Uno è tramite la spada. L’altro è tramite il debito”. Una locuzione quanto mai efficace nell’attuale contesto, soprattutto per  il nostro paese.  E se il debito fosse un falso problema? Per comprendere bene il fenomeno, e soprattutto il modo in cui il debito influenza  i vari aspetti  della società, bisogna risalire alla istituzione del sistema monetario, alla formazione del denaro e alle politiche che lo governano. In proposito ci aiutano alcuni dati. In un mondo in cui l’1% della popolazione possiede il 40% della ricchezza planetaria, 34.000 bambini muoiono ogni giorno di povertà e di malattie e il 50% della popolazione mondiale vive con meno di 2 dollari al giorno, ci vuol poco a capire che c’è qualcosa di veramente sbagliato in un siffatto sistema economico. Già nel lontano 1913, nel documento intitolato “Modern Money Mechanies” (La Tecnica Moderna della Moneta), si descriveva minuziosamente la procedura ufficiale per creare moneta (c.d. sistema a riserva frazionaria), mediante la quale la FED acquistava già allora i titoli del Tesoro attraverso miliardi di banconote della Federal Reserve create dal nulla (semplicemente stampate) e depositate su un conto corrente, trasformandole così in “moneta a corso legale”.

Oggi questa transazione moneta-titoli avviene elettronicamente, senza l’utilizzo di carta moneta, e solo il 3% della massa monetaria esiste in valuta fisica. L’altro 97% vive essenzialmente solo nei computer. Il problema è che quando la FED acquista questi titoli con moneta che ha creato essenzialmente dal nulla, il Governo in realtà sta promettendo di restituire quei soldi alla FED. Lo stesso sistema è stato adottato poi da tutti i Paesi , compresa la BCE; in questo senso, quindi,  Il denaro  viene creato dal debito, il quale diventa, per la collettività che lo deve utilizzare, una forma di schiavitù della società moderna, indipendentemente dal regime politico e di governo (cit. a ZEITGEIST:  https://youtu.be/H_oMPNYP9EM).

In questo momento di grave emergenza planetaria, sull’argomento si è aperto un vivace dibattito che sta coinvolgendo scuole di pensiero  di diversi orientamenti: economisti, banchieri, sociologici, politologi, governanti, scienziati, intellettuali di grido, giornalisti ed accademici; ma anche tecnici ed esperti  di comunicazione e  persino  la Chiesa. Ognuno di questi cerca di far prevalere la propria tesi, in ciò impedendo il perseguimento di una linea unitaria che consenta il superamento della pandemia ed il ritorno alla normalità. Tra gli interventi più significativi vale la pena ricordare quello di  Mario Draghi“…..Se è vero che nel tempo presente e futuro i debiti pubblici devono salire in tutto il mondo senza limiti, è però anche vero che, a fronte di questo processo incrementale, limiti possono pur sempre essere drammatici per l’Italia..” – oppure quello di Giulio Tremonti  – “……Al posto del Global Order si sta formando un Global Disorder, e la cassetta degli attrezzi è vuota…”). Degne di nota anche la proposta di Assonime  – “…..creare un nuovo soggetto, nella forma di un fondo di investimento a capitale prevalentemente pubblico, che possa supportare le imprese italiane nella difficile fase di ripresa dell’economia dalla crisi del Covid-19 attraverso nuove iniezioni di capitale e di liquidità, trasformabili in capitale a determinate condizioni…”, quella del Copasir  sul rischio derivati – “….Il Governo ha finito le cartucce a disposizione, ma il sistema creditizio va protetto dalla speculazione, altrimenti va in default tutta la baracca” – e quella di Paolo Savona – “…poggiare il peso interamente sull’indebitamento nelle sue varie forme aggrava il problema storico della leva finanziaria squilibrata della nostra economia, che viene considerato un freno a un maggiore saggio di investimento produttivo”. Non meno importante la tesi dell’AD di Banca Intesa Carlo Messina  – “….Le aziende hanno bisogno di finanziamenti a fondo perduto. Non bastano aiuti che aumentano i debiti, che vanno restituiti. Non è accettabile pensare di fare affidamento solo alle soluzioni in discussione sui tavoli europei”.

LEGGI ANCHE: Tempi duri per gli energy e commodity fund. High Yeld europei da preferire a quelli americani

In tutto questo fermento di idee, mi preme segnalare anche una proposta avanzata dall’associazione Moneta Positiva, che si è fatta promotrice di un comitato per un “Piano di Salvezza Nazionale” che si può leggere nella sua interezza al link https://pianodisalvezzanazionale.it/

Mentre il dibattito in corso tra i paesi dell’UE non trova una linea di azione unitaria, e gli USA varano un piano di intervento di ampia portata, ci si chiede se i  1.800 miliardi di euro stanziati dalla UE saranno sufficienti  per far ripartire l’economia dell’intero continente,  oppure se questi aiuti saranno usati prevalentemente  dalla Germania e pochi altri a scapito di tutti gli altri, soprattutto dell’Italia.

Del resto, se viene meno quel processo di unità politica tra tutti i 27 paesi dell’UE, sulla scorta della quale affrontare tutte le riforme necessarie (in primis quella fiscale), la stessa UE sarà inevitabilmente una semplice appendice coloniale, funzionale agli interessi  internazionali di USA, Russia, Cina e Giappone, ossia delle grandi potenze economiche che oggi sono veramente indipendenti da qualunque condizionamento esterno.    

 

 

Manlio Marucci, Presidente Federpromm-Uiltucs

Tempi duri per gli energy e commodity fund. High Yeld europei da preferire a quelli americani

Nei fondi High Yeld europei  il peso dei titoli energetici è molto più basso di quelli USA, per cui è meglio allontanarsi il più possibile dall’HY americano e convergere su quelli del vecchio continente.

Quello del prezzo del petrolio è il primo vero shock dopo gli anni ’70. Una cosa del genere (30 milioni di barili al giorno in meno) non era successa neanche nel 2008. Secondo l’edizione di aprile del report “Commodity markets outlook” della Banca Mondiale, l’impatto complessivo del Coronavirus sulle commodity “dipenderà da quanto è grave, da quanto tempo durerà e da come i Paesi e le organizzazioni internazionali sceglieranno di rispondere”.

Pertanto, la pandemia ha tutte le carte in regola per apportare cambiamenti strutturali e durevoli sulla domanda e l’offerta di materie prime, le c.d. commodities, identificabili tipicamente in petrolio, gas, metalli, metalli preziosi, materie prime agricole e bestiame. Però la crisi non ha avuto lo stesso effetto in tutte le singole aeree. Infatti, mentre le materie prime energetiche e i metalli sono stati maggiormente colpiti dal blocco delle attività economiche, quelle agricole o legate all’allevamento di animali sono state sorrette da una domanda solo in leggero calo, ed hanno vissuto difficoltà solo fino a quando non si è riusciti a garantire, senza intoppi, la regolare catena distributiva. Invece, i crolli si sono registrati soprattutto per il petrolio e tutte quelle commodities legate al settore dei trasporti, complice anche il clima da guerra dei prezzi iniziato a Gennaio e culminato ad aprile, in piena crisi pandemica, con alcuni benchmark scambiati addirittura a livelli negativi.

Di conseguenza, tutti gli strumenti di risparmio gestito (fondi e sicav) che investono in materie prime – ad eccezione di pochissimi tra loro, che hanno avuto fino ad oggi una eccellente capacità di recupero, come Amundi CPR Global Resources in euro – hanno subito un decremento di valore molto significativo, che nelle settimane successive è stato solo parzialmente recuperato assorbendo esclusivamente l’iper-venduto.

Del resto, il consumo di petrolio giornaliero pre-Covid19 si attestava sui 100 milioni di barili al giorno, mentre oggi è sceso a circa 70 milioni. Per far fronte al crollo della domanda, il prezzo del Brent è sceso da 60 a 20 dollari al barile, mentre la mancanza di stoccaggi ha portato il WTI al fenomeno dei prezzi negativi osservati la scorsa settimana. La differenza tra i due (Brent e WTI) dipende dalla diversa regolamentazione: il mercato del WTI si riferisce al petrolio estratto negli Stati Uniti, che è libero e dipende esclusivamente dalla legge di domanda e offerta, mentre quello del Brent è regolamentato all’origine dai paesi dell’Opec+, i quali possono stabilire unilateralmente di tagliare la produzione di petrolio. Ma c’è di più. Per i produttori “liberi” degli Stati Uniti il prezzo di breakeven (punto di pareggio ricavi-costi) è pari a circa 30 dollari al barile, mentre quello dei paesi Opec (Arabia soprattutto) è pari a circa 13-15 dollari, e ciò determina una diversa capacità delle due aree produttive di rimanere nel mercato senza che molte delle aziende più piccole – come quelle americane – falliscano qualora l’attuale livello di prezzo (circa 13 dollari, mentre scriviamo) dovesse continuare a resistere oltre il breve periodo.

Sembra che l’offerta di petrolio sia talmente abbondante che serve tagliare la produzione di almeno 8-12 milioni di barili al giorno solo per ottenere una galleggiamento del prezzo dell’oro nero ai livelli attuali; pertanto, il timore che tutti gli OICR (fondi e sicav) del settore possano risentire di questa situazione per un po’ di tempo è piuttosto elevato, anche perchè la ripresa della domanda, nel caso del petrolio, dipenderà esclusivamente dalla possibilità di debellare il Covid19.

Nel frattempo, la produzione dello Shale Oil statunitense  (petrolio di scisto, prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso) è allo stremo, tanto che la FED sta già cominciando ad acquistare i bond HY (high yeld, obbligazioni ad alto rendimento cedolare ma con rating basso) di molte società petrolifere americane allo scopo di salvarle, dal momento che, se i prezzi dovessero effettivamente rimanere molto bassi per i prossimi 18 mesi, le società USA che producono shale oil si troverebbero sull’orlo del fallimento, e queste società hanno complessivamente un debito verso le istituzioni finanziarie superiore ai 100 miliardi di dollari.

LEGGI ANCHE: Portafogli, attendere o ribilanciare? Il PIL del mondo indica la rotta, ma stare fermi non paga abbastanza

Invece, nei fondi High Yeld europei  il peso dei titoli energetici è molto più basso di quelli USA, per cui è meglio allontanarsi il più possibile dall’HY americano e convergere su quello del vecchio continente. La soluzione più efficace, ma ancora insperata, potrebbe essere quella di un triplice accordo tra Opec, Russia e Stati Uniti, che in questo modo potrebbero spingere di nuovo in su i prezzi verso quota 40 dollari al barile. Questo livello dei prezzi sarebbe di grande equilibrio, perché consentirebbe ai consumatori occidentali di consumare a costi normali (anche un po’ più bassi di quelli pre-Covid), ma soprattutto eviterebbe al comparto WTI – o anche ad interi stati produttori come la Nigeria – di fallire.

Secondo le previsioni generose della World Bank, i prezzi del petrolio dovrebbero raggiungere una media di 35 dollari al barile verso la fine del 2020, con un calo del 43% rispetto alla media del 2019 di 61 dollari ma con un rialzo del 160% rispetto al prezzo di oggi che, ricordiamolo, ha oscillazioni giornaliere “da infarto” (anche del +/-2o% da un giorno all’altro). Pertanto, chi non è dentro il comparto “Oil + Commodity” potrebbe valutare l’investimento  in fondi specializzati, rispettando il principio di prudenza e dedicando una parte non superiore al 5% del portafoglio. Chi è già dentro, e sta subendo una minusvalenza “importante”, per recuperare ha di fronte a sé solo scelte molto, molto difficili, che prevedono un cambiamento delle proprie abitudini di investimento e, probabilmente, l’aumento della soglia di rischio nella propria asset allocation.

Portafogli, attendere o ribilanciare? Il PIL del mondo indica la rotta, ma stare fermi non paga abbastanza

Forti dell’esperienza fatta durante la crisi del 2008, oggi è bene non raccontare ai risparmiatori la storia che è meglio tenere il portafoglio così com’è per riprendere presto il valore perduto, bensì essere attivi e, se serve, consigliare di cambiare le proprie abitudini di investimento.

C’è chi sostiene che in ogni crisi finanziaria, quale che sia la sua natura, la mossa migliore sia tenere tutto e aspettare che passi. Altri, invece, ritengono che sia meglio creare o sfruttare la liquidità per essere pronti a qualsiasi scenario. Allo stesso modo, i consulenti finanziari, in questo momento, si dividono tra quelli che stanno dicendo ai propri clienti di tenere tutto così com’è finchè il mercato non tornerà a salire, e quelli che, al contrario, consigliano di aumentare gradualmente la componente azionaria del portafoglio.

Tutto questo, MIFiD permettendo, naturalmente…

Pertanto, in questo frangente di crisi sanitaria che sta infettando anche l’economia mondiale, ci si chiede  quale sia il miglior consiglio che un risparmiatore possa ricevere tra quello di tenere tutto senza cambiare nulla oppure modificare il portafoglio. E mentre si cerca la risposta, i listini sono venuti giù (una catastrofe, dall’inizio dell’anno) e la pandemia fa il resto, in quanto a paura irrazionale. E di fronte la paura, i più scappano, mentre gli altri, al massimo, restano immobili. Pochi hanno il coraggio di muoversi, ben sapendo che nell’ottica di lungo periodo stare fermi non paga, dal momento che tutti gli strumenti finanziari affidabili – persino quelli targati H2O – riprendono inesorabilmente quota, soprattutto se sono sufficientemente esposti verso il mercato azionario in un orizzonte temporale di almeno 36 mesi.

La vera domanda, semmai,  è “quanto durerà l’emergenza?”. In soldoni, quanto dovranno attendere gli investitori prima di recuperare la temporanea minusvalenza odierna? Posta in questo modo, la questione diventa finalmente costruttiva, e ci consente di dire al cliente “…le cose sono andate malissimo per via della pandemia, ma ho un piano!”.

Forti dell’esperienza fatta durante la crisi del 2008, oggi è bene non raccontare ai clienti la storia che è meglio tenere il portafoglio così com’è per riprendere presto il valore perduto, bensì essere attivi e, se serve, consigliare di cambiare le proprie abitudini di investimento. L’approccio interventista non è esattamente nelle corde di tutti i clienti, però prevede la possibilità di prendere decisioni proprio nei momenti più gravi delle crisi dei mercati, ed è premiante laddove ci si basa esclusivamente sull’analisi quantitativa e sul lungo periodo, senza pretendere di sapere dove i mercati potranno andare nel breve periodo, come fanno gli improbabili guru trentenni della finanza che pullulano in Rete.

Non v’è dubbio che questa sia una crisi differente, generata dall’intervento di un fattore esterno ai mercati che incute paura riguardo al binomio perfetto della vita: salute e denaro. Nonostante questo, però, è sorprendente come la profondità della discesa dei mercati, in proporzione al terrore dettato dal Coronavirus, non sia stata così estesa: nel 2008 andò molto peggio, soprattutto per le materie prime e per alcuni listini, che arrivarono a perdere anche il 70%; mentre oggi ci troviamo con un calo medio delle borse inferiore al 30% (massima profondità -45% circa, soprattutto dopo l’uscita geniale della Lagarde), con il corollario del prezzo del petrolio in caduta libera o quasi.

L’universo del Risparmio Gestito ha risentito moltissimo del calo generalizzato, ma complessivamente ha tenuto. Un caso a parte è rappresentato dai fondi targati H2O, che fino al 2019 avevano ottenuto risultati strabilianti ma, con l’arrivo della pandemia, l’approccio stile hedge fund – attuato mediante operazioni a leva sia al rialzo sia al ribasso – ha causato perdite rilevanti ai sottoscrittori (-50% e oltre su alcuni fondi azionari, obbligazionari e a ritorno assoluto) ed ha costretto la società ad inviare loro una lettera di scuse.

LEGGI ANCHE: Pandemia e finanza di coppia, i piani familiari per gestire le emergenze. Suggerimenti utili

Qualcuno si chiede, in vista di una ripresa possibile, se sia bene affidarsi alla selezione di società con buoni dividendi. Non è detto, in alcuni casi le aziende con cedole generose finiscono con il rivelare, in un momento in cui è bene conferire solidità all’azienda e rinviare i dividendi al 2021, una mossa rinunciataria verso il reinvestimento degli utili ed il rafforzamento dell’azienda per il futuro, con conseguente creazione di maggior valore quando l’economia si riprenderà.

In ogni caso, la crisi in atto sta facendo saltare anche i dividendi già deliberati. Eni, per esempio, ha perso fino al 50% del proprio valore, e la distribuzione di una cedola non sarebbe un elemento favorevole da prendere in considerazione per chi vuole acquistarla adesso. Peraltro, nel caso in questione, il prezzo del petrolio – oggi più che mai – dipende da chi ha il minore costo di estrazione, cioè i paesi arabi, per cui il prezzo dell’azione ENI (così come di altri titoli petroliferi) dipenderà dalla eventuale volontà di Arabia Saudita & co. di tenere sotto scacco il prezzo mondiale dell’oro nero.

In ogni caso, i risparmiatori si trovano in un momento particolare sia dal punto di vista finanziario che umano, ma oggi hanno la possibilità di fare scelte più razionali, anche per via della maggiore disponibilità del proprio consulente che, come il cliente, si trova a casa, ha molto tempo in più da spendere e, come tutti, ha molta difficoltà a dire che è in riunione o in mezzo al traffico.

Ritornando alla domanda precedente (tenere tutto senza cambiare niente oppure modificare il portafoglio), avere un piano segnerà ineluttabilmente i tempi di recupero del valore: nel lungo periodo, se si rimane immobili ci vorrà più tempo; se si interviene, ce ne vorrà di meno. Quanto di meno? Lo sa solo l’Onnipotente, però qualcosa possiamo dirla anche noi. Per esempio, possiamo dire che molto dipenderà dalle modalità della ripresa post-Covid19, che non sappiamo come sarà, e quanto tempo durerà, e soprattutto come sarà diversificata in ogni singola area geografica del mondo (anche se uno scenario a doppio traino alternato Cina-USA si va già delineando).  Volendo cercare un indicatore buono per tutti nel brevissimo periodo, solo l’ufficialità dei dati sul PIL potrebbe portare un secondo e breve scossone alle borse. Queste hanno certamente incorporato, nelle quotazioni, le previsioni di un Prodotto Interno Lordo “da guerra mondiale”, tuttavia c’è ancora un po’ di incertezza sulla sua esatta entità, paese per paese. In Italia, per esempio, il M.E.F. parla di un PIL negativo del 5.5% nel primo trimestre e del 10.5% nel secondo, mentre il dato annuale si porterà al -8.0%, con un recupero parziale del 4.7% nel 2021. Un saldo negativo, pertanto, del 3.3% nel biennio 2020-2021, e lo spettro di una recessione tutt’altro che “tecnica”, ma strutturale, dalla quale ci si potrà risollevare rapidamente solo con misure altrettanto strutturali nella loro eccezionalità. Come unica consolazione, le importazioni cadrebbero più delle esportazioni, dando luogo ad un contributo netto alla crescita di segno positivo da parte  del commercio estero, e ad un ampliamento del surplus delle partite correnti nella bilancia dei pagamenti.

L’Eurozona, nel complesso, dovrebbe vedere il PIL ridursi del 7,5%, con la Spagna a -8%, la Francia a -7,2% e la Germania  a -7%, mentre per gli Stati Uniti la contrazione del 2020 sarebbe del  5,9%. La Cina (+1,2%) e l’India (+1,9%), invece, dovrebbero salvarsi dalla recessione in quanto tale, ma le percentuali “risicate” rispetto agli usuali +5-7% sono comunque sorprendenti. 

LEGGI ANCHE: Investire a lungo termine al tempo della pandemia. Tre azioni promettenti, e occhio alle truffe

La pandemia, nel suo complesso, si abbatterà sull’economia mondiale con un PIL globale previsto in calo del 3% dal World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, e si tratta di risultato peggiore di quello della crisi finanziaria del 2008. Per questo motivo, a prima vista, non si comprende come le borse mondiali non siano scese molto di più di quanto effettivamente hanno fatto. Probabilmente, rispetto al 2008, la risposta corale delle banche centrali – in grande affanno e disarmoniche in occasione della crisi dei mutui subprime – ha fatto la differenza, limitando i danni.

A monte di tutto, non dimentichiamoci del “fattore esterno”, e cioè del Covid19: una eventuale ripresa del contagio, in autunno o anche prima – se scambieremo l’allentamento delle restrizioni come un insensato “liberi tutti” – potrebbe segnare una nuova fase di paura irrazionale ed un nuovo crollo dei mercati che, questa volta, non incontrerebbe ostacoli in nessun Quantitative Easing umanamente concepibile.  

Consulenza finanziaria e reclutamento nel dopo pandemia. Head hunter e managers a confronto

I consulenti finanziari, nonostante la pandemia, sono riusciti a dare continuità al proprio servizio, ma lo scenario fa prevedere dei cambiamenti nel personal marketing e nel recruiting, che fino a pochi giorni prima dello scoppio della pandemia stava vivendo una stagione di grande vivacità. Tre manager di rete ed un head hunter rispondono alle nostre domande.

Dopo quasi due mesi di distanziamento sociale e di quarantena forzata, la maggior parte delle persone ha cominciato ad accettare una “nuova normalità”, fatta di nuove regole di relazione, in sostituzione di quelle “vecchie”. Alcune cose, poi, non torneranno mai più. Questo scenario – fantascientifico ancora fino a qualche settimana fa – incide profondamente, nel breve termine, su tutte quelle attività che contano sull’assembramento-prossimità di un gran numero di persone nello stesso spazio (solo a titolo di esempio: ristoranti, caffè, discoteche, palestre, hotel, teatri, cinema, centri commerciali, musei, stadi, sale congressi, navi da crociera, voli aerei, trasporti pubblici, scuole), e su quelle che contano in una forte relazione di prossimità fisica il proprio successo, come la professione del consulente finanziario.

Per tutti, comunque, seguirà una stagione di adattamento, durante la quale si assisterà all’esplosione di servizi online e a distanza, oppure di attività che faranno del distanziamento sociale la nuova modalità di erogazione: palestre, che cominceranno a vendere attrezzature per esercizio a casa e fare sessioni online; sale cinematografiche e voli aerei, che taglieranno metà delle loro poltrone; mentre i meeting aziendali si terranno in grandi sale con posti distanziati tra loro.

Nel frattempo, i consulenti finanziari, costretti come sono a limitare gli incontri fisici, hanno fatto sentire la propria presenza ai clienti con un frequente contatto telefonico o, per quelli più evoluti, in video, riscontrando risultati di buon livello che, insieme all’uso della tecnologia (firme elettroniche, e-mail e scansioni), sono riuscite a dare continuità al servizio in una fase di mercato, comunque, bloccata dalle logiche della MIFiD II che hanno rivelato inopportuni limiti operativi. Lo scenario, però impone dei cambiamenti, soprattutto sul personal marketing del consulente e sul recruiting, che fino a pochi giorni prima dello scoppio della pandemia stava vivendo una stagione di grande vivacità. Su questi argomenti, abbiamo chiesto a Giancarlo Patti, group manager di Deutsche Bank Financial Advisors (Imperia), Maurizio Nicosia, area manager di Widiba (Palermo-Sicilia), Fabio Cavazzuti, group manager di Fineco Bank (Massa, Viareggio e Camaiore), e Paola Maietta (Milano), head hunter esperta per conto di primarie reti e istituti di credito, di rispondere a sei domande sui consulenti finanziari abilitati fuori sede.

1) Quali sono i cambiamenti a cui andrà incontro il settore della consulenza finanziaria nell’immediato futuro?

Giancarlo Patti L’emergenza Covid-19 sta accentuando la differenza tra chi può contare sul sostegno di un consulente finanziario e chi invece si rivolge al canale banca tradizionale. I rapporti one to one che caratterizzano l’operatività tradizionale del consulente si accentueranno, ed assisteremo ad un amento della domanda di consulenza.

Maurizio NicosiaIl distanziamento sociale è entrato “a gamba tesa” nell’attività e le occasioni di contatto con i clienti saranno sempre meno fisiche e sempre più tecnologiche. Si incrementeranno il numero dei contatti con il singolo cliente che si lascia coinvolgere dalle riunioni tecnologiche, mentre potrebbero raffreddarsi i rapporti personali che si alimentano grazie alla presenza fisica. Io personalmente non penso di essere disposto a trascurare la relazione personale con i clienti che, condizioni ambientali permettendo, continuerò a privilegiare.

Paola MaiettaLa vita è fatta di cambiamenti a volte inaspettati , come questa pandemia che ha costretto il mondo intero ad un repentino cambio di rotta. Un bravo consulente prima macinava chilometri per visitare i clienti, ma già adesso si sta aiutando con la tecnologia per rimanere attive e vicino ai propri clienti, attraverso contatti telefonici e video, riducendo a zero gli spostamenti ma ottenendo comunque buoni risultati.

Fabio CavazzutiCi sarà una spinta fortissima verso la consulenza. Le cause o le motivazioni sono da ricercare in una sempre maggiore complessità del mondo degli investimenti e nel fatto che per i clienti è sempre più difficile gestire il proprio patrimonio senza seguire logiche di obiettivo e orizzonte temporale.

2) E’ previsto un calo del numero dei consulenti, oppure il sistema saprà contenere le fuoriuscite?

Giancarlo PattiNon assisteremo ad un ridimensionamento del numero dei consulenti , e se alcune posizioni non saranno più in grado di sostenersi è la conseguenza di un processo di selezione naturale già avviato con Mifid II. Vedo un grande futuro per quei CF che, oltre alle competenze personali, potranno avvalersi del supporto di reti “lungimiranti”, quelle cioè che daranno la possibilità di fare lavorare in team i consulenti che lo desiderano….modello studio associato.  Mi viene anche  in mente il “vecchio” praticantato che consentiva ad una figura junior  di affiancarne una senior.

Maurizio NicosiaIl calo dei consulenti è legato fisiologicamente all’evolversi della professione, alla riduzione dei margini e alla concentrazione delle masse, che continuerà a tagliare fuori i consulenti meno professionalizzati. La trasformazione del consulente, da venditore di prodotti a gestore del benessere familiare, sta aprendo nuove prospettive nel settore che ancora non sono state colte pienamente, soprattutto dalle nuove generazioni che potrebbero avvicinarsi alla professione. E’ indiscutibile che lavorare in un mondo privo di certezze sul futuro alimenta la necessità della presenza di un consulente.

Paola MaiettaPotrebbe esserci una leggera flessione, in quanto già il mondo della consulenza ha risentito della Mifid II e dei bassi rendimenti dei mercati.  Dopo il Coronavirus sicuramente i professionisti si ritroveranno a dover far fronte ad un nuovo scenario finanziario in cui il professionista che gestiva un portafoglio di piccola entità avrà maggiore difficoltà a rimanere nel mercato.

Fabio CavazzutiSecondo me il numero dei consulenti è destinato ad aumentare, soprattutto se sarà alimentato dai bancari in uscita dal mondo del credito tradizionale.

3) Le attività di recruiting si sono semplicemente fermate, per poi riprendere dal punto in cui si sono interrotte, oppure i tempi di risoluzione dell’emergenza Coronavirus rischiano di far ricominciare da zero tutto il lavoro svolto dagli haed hunter e dai manager di rete dedicati al reclutamento?

Giancarlo PattiLa tecnologia e la capacità relazionale ci hanno aiutato a non interrompere le attività di recruiting. Le trattative esistenti sono state portate avanti ed ho notato che, dialogando a distanza, c’è una maggiore attenzione alle persone, e si approfondiscono aspetti toccati in precedenza in modo più superficiale. Non si tratta proprio di una ripartenza da zero.

Maurizio NicosiaIl cambiamento da parte dei consulenti è sempre stato dettato da due criteri: la ricerca di un ambiente di lavoro migliore e la voglia di crescere in una realtà che esalti l’imprenditorialità del consulente. La situazione attuale non cambia questo stato di cose. L’ostacolo oggi è “sistemico”, e si lega alla paura di cambiare giusto in questo momento. Le trattative andranno avanti con i consulenti che sono mossi da un bisogno di miglioramento per se stessi e per i propri clienti.

Paola MaiettaL’attività di reclutamento non si è mai fermata: lo smart working, infatti, ha permesso la continuità del lavoro di selezione garantendo, grazie alla digitalizzazione, i contatti con i candidati.

Fabio CavazzutiLe attività di recruiting si sono semplicemente fermate, e riprenderanno presto dal punto in cui si sono interrotte. Al momento, ci si limita alle public relation, ma appena sarà possibile i colloqui riprenderanno con ancora più vigore.

4) Quali saranno gli skill richiesti in seguito ai cambiamenti a cui assisteremo nei prossimi mesi?

Giancarlo PattiNon credo che gli skill di un consulente finanziario cambieranno a breve in seguito a questa pandemia, ma una maggior confidenza con la tecnologia aiuterà chi saprà padroneggiarla. Ho assistito a video call con ultra ottantenni che erano felicissimi di avere un consulente che gli “stava vicino”  in un momento nel quale la banca tradizionale non lo faceva neanche accedere allo sportello!  Pronti ad un cambiamento invece dovranno esserlo gli intermediari, i quali non potranno più tardare a  dotarsi della possibilità di gestire  operazioni a distanza, nel rispetto della normativa.

Maurizio NicosiaLe competenze in materia economica, patrimoniale e familiare saranno più che mai al centro dell’approccio dell’attività. La pianificazione e la consulenza, anche avulsa da strumenti finanziari, diventeranno la strada maestra per il percorso di crescita futura. Questo periodo ci sta insegnando che i maghi del rendimento non avranno vita facile o, in generale, non avranno più vita, mentre l’educazione finanziaria avrà un ruolo di fondamentale importanza.

Paola MaiettaGli skill saranno sempre gli stessi, con l’aggiunta di una maggiore flessibilità e disponibilità al ricorso ai sistemi informatici.

Fabio CavazzutiSaranno quelli richiesti da sempre per poter fare questo lavoro: ambizione, capacità relazionale, competenza e consapevolezza di fare un lavoro utile agli individui e alla Società.

5) Come cambieranno gli incentivi per i consulenti che decideranno di accettare una nuova offerta di lavoro da un’altra rete?

Giancarlo PattiNell’immediato non vedo all’orizzonte un cambiamento nella politica degli incentivi, ma il tema è collegato al momentum nel quale si trova una rete. Chi decide di lasciare il mondo bancario tradizionale, o di cambiare rete, sempre più sarà attento alla sostenibilità del business, ovvero ai costi applicati ai clienti e alla possibilità di essere in grado di presidiare il rapporto con un imprenditore , un’azienda o un privato, allo stesso modo e con le stesse leve commerciali.

Maurizio NicosiaGli incentivi sono da sempre serviti a compensare il sacrificio del cambiamento da parte del consulente, ma non sono mai stati la vera molla propulsiva. Più le reti insisteranno sulla professionalità, e più si andrà verso una personalizzazione estrema dell’offerta, privilegiando la redditività prospettica del candidato. Probabilmente si affiancheranno alle offerte sistemi di protezione personali e familiari più importanti di quelli attuali.

Paola MaiettaE’ difficile dare una risposta, in quanto la trattativa, anche se segue dei parametri stabiliti, è sempre un percorso individuale. Gli accordi possono variare sulla base di tanti fattori.

Fabio CavazzutiIl cambiamento sarà rivolto a premiare con incentivi soprattutto coloro che si sposteranno dagli istituti bancari, e sarà in parte fisso per dare stabilità, ed in parte variabile per favorire chi ha particolari ambizioni.

6) A quale tipo di trasformazione andrà incontro il personal marketing del consulente finanziario, e di quali mezzi si dovrà dotare?

Giancarlo PattiUn consulente che svolgeva già bene la propria attività non dovrà “trasformare” il suo marketing, ma implementarlo, capire se intende rivolgersi ad una nicchia di mercato, specializzarsi con maggiori competenze e …..farlo sapere! Per promuovere la propria immagine, il CF  dovrà padroneggiare i canali social per comunicare con i clienti acquisiti e potenziali, evitando di essere uno dei tanti “esperti di virus” che affollano la Rete e costruendo l’immagine di esperto di “virus finanziari”.

Maurizio NicosiaLa tecnologia e gli strumenti social al servizio del consulente saranno indispensabili. Le reti che hanno fatto dell’approccio tecnologico e della semplicità del suo utilizzo un punto focale dello sviluppo daranno una mano importante al consulente, perchè lo sviluppo di nuova clientela passerà sempre più attraverso i canali social ed acquisire reputazione sul web potrebbe fare la differenza. Sarà importante sapere organizzare riunioni e contatti con la clientela attraverso il Web, pertanto bisognerà acquisire competenze importanti nella gestione sia dei social che dei programmi di video conferenza.

Paola MaiettaLa comunicazione è alla base di ogni business, il crescente utilizzo dei social media impone di non sottovalutare l’opportunità che questi strumenti offrono anche al consulente finanziario. Oggi si è tutti collegati tramite i social network ed è anche grazie a loro che un potenziale cliente può ricercare informazioni su un professionista: ecco che il personal marketing assume un’importanza rilevante con una presentazione del proprio profilo, senza sottovalutare il fatto che la fama di un buon consulente può passare anche da cliente a cliente.

Fabio CavazzutiI cambiamenti sono già in corso. Al tradizionale uso del telefono occorre unire visibilità sulle piattaforme, l’utilizzo della e-mail e di tutti gli strumenti di interazione possibili.